Skip to main content
Internet Archive's 25th Anniversary Logo

Full text of "Piacevole raccolta di opuscoli sopra argomento d'arti belle scelti da autori antichi e moderni e ripubblicati per cura di Niccolo Laurenti e Francesco Gasparoni"

See other formats


R. BIBLIOTECA 



I 





\ V V 


* ^ 


DIgitIzed byGoogle 


Digitized by 


jy GoogleJ 


PUGETOLE RACCOLTA 

M OPUSCOLI 


SCELTI 

DA AUTORI ANTICHI E MODERNI 

E aiPUBBLICÀTI PER CURA 


HXOCOLO* lAiraSVTI Z r&AHGZ8<)o OASVAHOMrX 



VOLUME IV. 



ROMA 

XIFOGRAm MEinCAim 

1847 


Digitized by Google 




Digillzed by Google 



LE VIRTÙ’ 


3 


SCVliTE S9 smOXATE 

DA 

LUCA DELLA ROBBIA 


DELLA FACCIATA 


DELLO SPEDALE DI PISTOIA 





LA CARITÀ’ 


'♦•■''A*. 


A 



Sorge ia Pistoja nobile edifizio dalla pietà degli 
avi consacrato a refugio e alleviamento di quelli, 
cui preme sventura d^ infermità , o di paterno 
abbandono. La parte anteriore che ivi dà l’ Ingres- 
so protende elegante in forma rettangolare sopra 
svelte arcate, sostenute da colonne d'ordine com- 
posito* Fa bello ornamanto nella sua lunghezza 
di sessantadue braccia una scultura in basso ri- 
lievo , reputato meritamente l'opera più grandiosa 
e felice della Plastica. Campeggiano qui dram- 
maticamente in bene ordinati gruppi novantanove 
figure un quarto minori della naturale grandezza, 
atteggiate con bell' artificio a passioni ed affetti 


4 

che e' vanno significando come é richiesto all*or> 
dine , alTarraonia , alla verità dell’ azione. Luca 
Della Robbia con sapiente intendimento pari al- 
reccellenza nell’arte sua vi ritrasse al vivo la sce* 
na miseranda delle calamità più estreme che ai 
mortali fanno amara la vita, e i generosi pro- 
cedimenti per i quali i felici e pii uomini si por- 
gono soccorritori ai loro fratelli. 

Ivi nel mezzo del monumento slassi nobil- 
mente atteggiata una donna quasi eroina di quella 
grande epopea di dolori e dì conforti, che dalla 
cuna al sepolcro travagliano e consolano l’umanità. 
Alle grazie pudiche dei volto splendente di quella 
beltà che il Gorregio prestava alle sue figure, 
alla modestia degli atti, al vestire schietto, ai 
portamento della persona , la diresti vaghissima 
verginella , la quale quanto schiva più d’artifi/j, 
tanto maggiore desta di se maraviglia , e voluttà 
tutta celeste nei riguardanti. Due cari fanciulli 

f terò fanno chi lei non conosce dubbioso , se el- 
a sia a loro madre per natura , o dì amore ; 
tanto airafietto che in anima gentile ispira quei- 
l’età, aggiunge sollecita cura di tenerezza. Le fanno 
nobile corona quattro donzelle intente ad ulficj 
significali per i simboli distintivi dell’esser loro. 

1 poeti della Grecia e del Lazio le avrebbono ce • 
lebrale quali deità novelle , discese dalle sfere a 
gloria e salute degli uomini. Ma fiacco sarebbe 
rimase ogni ingegno a scrìvere degnamente di 
quella che fra esse tiene il luogo d’ onore , e 
anziché germana , si pare moderatrice e regina. 

Ella non ebbe origine terrena. Primogenita ' 
dì Dio stavasi al fianco di Lui quando Egli in sua 
potenza distese i cieli , librò con la terra i pia- 
neti, creò la luce, e dal fango diede forma e vita 
all’uomo che poi costituiva signore alle opere poste 
nel mondo. Discese la prima volta nell’ Eden a 
placar l’ira dell’Eterno^ né a questo contenta, 
ispira vagli il pietoso consiglio di riparare , per 


/ 


Digitized by Google 



5 

* . - ■» 

modo alla Divinità solo possibile, la sventura dèi 
primi padri e i danni dei lontani nipoti. Pia al 
grande infortunio, asciugò le lagrime agP infelici 
decaduti , cui la spada fulminante del Cherubino 
dal delizioso soggiorno cacciava nelle orride lande 
della terra selvaggia. A meglio temprar gii affanni 
ai desolati , commise alla germana che vedi a si- 
nistra., che d*un raggio confortatore alleviasse lo 
sgomento di quei cuori \ e col priego che coman* 
da alTaltra indiceva , di squarciare il velo del 
futuro , onde agli sventurati fossero di presente 
manifestati i prodigj arcani di Dio. Fatta di poi 
compagna indivisa del Verbo , brillò di luce no- 
velia nella notte solenne delTamore, c fra i cantici 
degli Angioli parve prender possesso del mondo; 
segui Gesù nelfumile vita, nei travagli della pie- 
tosa missione : al pozzo di Giacobbe , al castello 
di Lazzaro, al banco dei Pubblicani, nei taberna- 
coli dei peccatori. Apparò e condì la cena estrema 
dei misteri ; temprò le angoscie del Getsemani ; 
porse animosa al suo diletto le spine, la croce, 
Tamara bevanda ; e con un bacio chiudendo i lumi 
al Redentore , consumò la grande opera del Sa- 
crilìzio espiatorio. Quando il Risorto colle spoglie 
del vinto inferno fece al cielo ritorno, con dolce 
sorriso fidandole il suo Codice, lasciava questa sua 
diletta ministra in terra a stringere in soave nodo 
d'amore fraterno i membri deH'umana famiglia. 

Luca non poteva toglierne T idea che in cielo, 
o nelle pagine sante. 1 secoli famosi , clT ebber 
nome da Pericle e da Augusto non porgevano ci 
lei esempi, o segni nei portici d’Atene o in Cam- 
pidoglio. Ai legislatori, ai popoli antichi ella fu 
ignota. Ne apparve talora una velata immagine a 
pochi sapienti , e un raggio a Socrate, quando si 
porgeva insegnatore d’alte dottrine e d’ouesli co- 
stumi alla gioventù. L’ artista recatosi in allo di 
incarnare il suo gran pensiero' parmi dicesse: — 
Arduo cimento è questo mio. La terra, la natura 


fi 

non hanno le belleize che sono richieste a (anta 
opera. Però, o mio genio, li desta ^ infondi in ella 
beltà (ulta divina, la quale per i sensi passando 
all'anima, dolcemente l’accenda, sicché all’ inna- 
moralo intellctlo sia dato elevarsi a quegli atti 
che assomigliano gii umani ai celesti. Questo mo* 
uumcnto delia nostra gloria sarà irradiato dal 
sorriso di Dio , salutato dalle benedizioni delle 
genti. — Il valoroso poneva mano alia creta. — 
Sorgeva il simulacro della Carità. 

Con savio divisamenio ei rappresen lavala stan* 
tesi in piedi, a significare, lei esser sempre spon- 
tanea non che parala ad accorrere ove priego o 
bisogno altrui la inviti. Le chiome ha biondissime 
e involte in candido velo , le cui parli estreme 
portasi r aura dolcemente , quasi abbia senso e 
vaghezza dì farle omaggio. 11 volto è di quel bello 
originale , raro a trovarsi in un corpo con tanta 
armonia e perfezione ^ i contorni , le forme , di 
quella pudica semplicità nella quale sta il pregio 
e il mirabile dell’arte. Da quella bellissima e soave 
bocca odi favella : Pace a tulli ^ amore anco ai 
nemici, perché vostri fratelli e figli a Dio, il quale 
fa splendere il sole egualmente sopra i buoni c i 
malvagi. Oh fosse ella stala lauto cara immagine 
sugli occhi de’ nostri padri , in quel tempo che 
tanto reo si volse a questo giardino di natura, 
per turpi cagioni dato alle furie infernali ! Invasi 
ua feroce delirio i cittadini si adronlavano per le 
vie, sulle piazze, nei campi fatti orridi di stragi 
fraterne, coperti di mai vivi e di estinti. La mae- 
stà dei Dio presente non era ai tempio difesa. La 
croce delia comun redenzione , segno a due campi 
nemici. Miravi le madri, miravi le vergini can- 
giare in forsennata rabbia i gentili aOciti, i de- 
licati volli trasmutare a lerocia , e il femminile 
ingegno fare isirumento di barbare vendette ^ le 
case in lutto, o di famiglia vuote ^ non ceni di 


Digilized by Google 



7 

lor flepoltara i superstiti , perché anco le tombe 
per quella efferata rabbia ne andavano guaste e 
profanate; squallide le campagne testé per messi 
e vendemmie festanti; solitudine, orrore le citta 
già si liete di popolo frequente ; e Pistoia più che 
altra città itaiica, guasta dalla pestifera contami^ 
nazione. La Carità, discacciata dagli umani petti, 
crasi rifuggita nel cielo. Di lassù mirando al- 
Tempio sterminio, fu presa di pietà. Toglie una 
face accesa ai candelabri ardenti innanzi al trono 
di Dio; veste ali d’oro, fende l’aria, le nubi, u 
ferma il volo su questa riva, ivi un desolato pian* 
geva, novello Geremìa , la distruzione del popol 
suo. Quel magnanimo al tocco della fiamma ce* 
leste sorge ratto , e là s’ invia ove più ferve la 
pugna cittadina. S’ interpone fra le cruente armi 
e i bollenti sdegni ; e questa e quella schiera ar* 
restando , grida : O stolti fratelli , ove precipitate! 
Qual demone vi ribella a Dio , aXla natura , e vi, 
spinge a sprofondar questa nobile sede colla vostra 
distruzione 7 Quindi tra minaccioso e pregante li 
disarma de’ crudeli acciari; li assembra nei tera* 
pio, e presso ai fonte del comune lavacro, sull’al- 
tare dell'Agnello immacolato li sforza agli ara* 
plessi e al sacro patto della fratellanza. Pago della 
opera pietosa, fa il nobil rifiuto dell’episcopato, 
e riducesi in umile casa a morir oscuro e peni- 
tente sulla paglia. La gratitudine dei posteri non 
obliò il benefizio portato agli avi. Per il magi- 
stero di Luca volle posto il suo Beato Franco de’ 
Franchi protagonista di tutte le opere ispirale 
dalla Carità. 

Abbiano care le Arti coloro i quali in quelle 
cercano il diletto che le felici creazioni recano 
all’occhio e al pensiero. Le tenga in pregio chi 
le riguarda quale sforzo pellegrino dell’ ingegno, 
cbe elevandosi alle sfere , ne toglie il fuoco sacro 
ad animar la creta , i bronzi , i marmi , le tele, 
lo le inchino come ministre di religiosa e civile 


Digilizod by Google 



8 

sapienza, e rendo grazie a Dio , che a loro com» 
mettesse il degno niiicio d’indirizzar con magica 
linguaggio gli udmini alia rettitudine, alla civiltà 
che viene dagli alti pensamenti e dagli onorati 
studi e costumi. Se le mie parole avesser potenza, 
vorrei gridare agli artisti : A che sudar nei subbietti 
oziosi od osceni della mitologia? se vi sentite 
aver forza di venire al paragone con gli antichi, 
che meglio ritrassero imitando le vere bellezze 
della natura, il nume che v’ ispiri e riscaldi, sia 
degno dei tempi , di voi e delle Arti. Per altra 
via è vano sperar la palma e la corona dei be* 
nemeriti. La religione , le geste dei gloriosi , le 
virtù civili , e le modeste pur anco , vi rampo- 
gnano del mal consiglialo abbandono , e con la 
sublimità e bellezza loro fanno lusinga al genio, 
mostrandogli sicura la immortalità. Ma a ritor- 
nare le Arti al vero loro officio è necessario an* 
cora il senno dei ricchi che le alimentano. Quando 
io vidi il quadro nel quale l’egregio marchese 
Gino Capponi fece ritrae da Sabatelli l’alto eroico 
con che il suo grand’avo salvò Fiorenza dal pre* 
potente Carlo Vili di Francia, fui compreso a 
diletto più dell’alta idea, che a maraviglia della 
pittura, sebben portentosa ^ e bene augurai delle 
Arti se fia dagli opulentissimi imitato il bello 
esempio. A me non dolse mai la povertà dell’ in* 
gegno quanto ora , che lo ritrovo impotente a 
tributar debite lodi al concetto religioso e morale 
da Luca posto nella sua Carità. Un fantolino bion- 
dissimo dei capelli, che natura riucrespa in sottili 
anelli, le sta dolcemente seduto sul braccio sini- 
stro. Ei divaga vezzosamente lo sguardo , come 
costume è dei fanciulli. L’ innocenza e le grazie 
non apparvero mai sotto forme più care. Dona- 
tello, maraviglioso sopra ogni altro nel genere di 
tali composizioni , ne avrebbe sentilo puntura di 
emulazione, non d’ invidia ; basso alletto che agita 
i meschini, non conturba i grandi ingegni. Mi- 


Digitized by Google 



d 

rando in quel corpiccìaolo , la nostra mente ri* 
torna al tempo in che il brio , l’ innocenza , le 
grazie anche a noi lusingarono V infanzia. L’ idea 
di quel primo stadio della vita, benché trascorso 
senza reminiscenze, richiama per ignota forza lo 
spirito a meditar sul presente, e ne spinge a blandir 
quella età che fu soave delizia dell’ ìlorno Dio. 
Accresce i’ incanto della figura il bel modo con 
che il fanciullo si attiene conlìdente colla destra 
mano al collo di lei che gli presta tenero uflicio 
di madre, afferrando leggiadramente coll’altra 
l’orlo della veste, la quale ricuopre il casto petto 
della donna. 

Diresti, che amore e gratitudine lo muovano 
a carezzar il seno dal quale sugge l’ alimento. A 
indicare l’ innocenza e candore de’ suoi affetti, la 
Carità veste candidi lini in foggia che nou sai se 
più sia adorna o negletta. A dignità della perso- 
na le pende dagli omeri ceruleo paludametiio , 
che ad ora ad ora con bel contrasto di colorilo 
lascia vedere il verde della interior parte ; poi 
con garbo gentile, che gli artisti direbbero ricco 
partito , recinto ai fianchi fa traveder le beile 
forme , con tale una casta naturalezza da parer 
mirabile nei greci modelli. Ricompare poscia la 
prospettiva della veste che scende ai piedi or- 
nati di sandali. Altro fanciullo d’ alcun anno 
maggiore al primo le sta ritto al fianco sinistro 
in atto di chi , trovalo sussidio e difesa alla sua 
necessità e debolezza, allegrasi della lieta ven- 
tura. Iddio con sapientissimo ordinamento dispose 
che r uomo venisse al mondo inabile e abbiso- 
gnoso d’altrui a sostentar quella sua prima vita. 
Ma con provvida legge di natura soccorse alla sua 
impotenza. Trasfuse nelle madri ai parti loro un 
amore intensissimo che dura fino alla tomba ; 
d’ omogeneo vitale alimento fe’ ricco il seno a 
quelle amorose ^ sicché la bisogna di allattare i 
figli fosse a un tempo istinto e ufficio di natura. 


10 

opera di religione, e splendido esercizio di do- 
mestica vita. Disnmana e immorale costumanza 
spingeva un tempo le ricche madri ad abbando- 
nare gl’infanti loro a mercenarie nutrici con fi- 
sico e moral danno dei figli , coi sacrificavano 
sconsigliate all’uzio, ai piaceri, a una fugace beltà. 
Ora fatte saggio, ritornano madri, e vegliano a 
guardia della culla, misurano coU'aosia dell’amo* 
re lo sviluppo del corpo e dello spirito che forti* 
beando, rallegra a loro le speranze; e tutte sol- 
lecitudine si porgono a quelle tenere menti mae- 
stre di religione e di civiltà. Onore alle magna- 
nime che diedero prime il beilo esempio , e a 
quante lo seguirono, lo seguono e imitano con 
quel nobile orgoglio che nasce dal convincimento 
d’aver compiuto un gran dovere , e d’ esser per 
questo, istrumento e parte nobilissima dell’opera 
con che Dio conduce gli uomini a felici destini. 
Molti fanciulli però non conobbero le madri loro, 
o per infortunosi o rei casi ne furono privati. La 
Carità prende in tutela quegli infelici. Compensali 
delle fraudate carezze, ne raccheta i pianti ; prov- 
vida a loro di alimento e di vesti , ne governa 
sollecita la vita. Ben si appose il Robbia io mo- 
dellare questo fanciullo a tanto giocondo abban- 
dono , quanto ne traspare dai suoi vivacissimi oc- 
chi discorrenti tranquillamente intorno, come ab- 
bia intendimento di considerar sé ed altrui. Le 
forme di questa figura sono di quello stile che 
dicono ideale o convenzionale , vanto del Parmi- 
gianino. In queste composizioni Luca Delia Robbia 
si piacque dar splendido saggio della sua scienza 
anatomica e delrarte nel nudo. 

Tante bellezze fanno sentire piu amara l’of- 
fesa che r immagine della Carità fece monca del 
braccio destro ; vano è ricercare se tanta jaltura 
le avvenisse per le ingiurie del tempo o per colpa 
degli uomini. L’ immaginazione é sforzata di sup- 
plire a tanto difetto , oauc rappresentarsi conve- 


Digitiznri hy Google 



li 

oieotemente il vero e il magico deiPazione. 1 danni 
qua e là patiti dal monomento attestano con do- 
lorosa evidenza in quanta incuranza fosse tenuto, 
prima che un santo amore ispirasse in generosi c 
benemeriti cittadini il pensiero nobilissimo d'ap- 
prestargli opportuno ristauro. La donna inchinando 
dolcemente i belli occhi , stassì mirando con di< 
lettosa compiacenza que* suoi amatissimi parvoli. 
L'effetto morale di questo gruppo può essere me- 
glio sentilo che descritto. Vi leggi e intendi tutto 
il Vangelo. Mi richiama al pensiero l'indole delia 
Carità descritta da s. Paolo ^ sollecita d'altrui più 
che di se stessa, paziente, generosa benigna ^ im- 
mune dall'ira, dall'odio, pura da tutte parole e 
opere prave ; simile al sole che penetra e viviiica 
la natura. Intendo le cagioni dei magnanimi fatti, 
che temprano alla umanità i mali che le piovono , 
gli errori , i vizi , i delitti. Misuro la distanza 
che dilunga le azioni partorite dal desiderio di 
celebrità mondana, e quelle che si stanno paghe 
all'aggradimento segreto di Dio, il merito di quelle 
che son frutto delle istituzioni civili, e delle ispi- 
rate dal Vangelo. Aristide, Cammillo perdonarono 
alla patria le ingiurie ; Fabrizio le sacriCcò i te- 
sori di Pirro^ Curzio, Begolo e altri molti la vita, 
perchè la patria era ad essi un nume più augusto 
che Giove, e l'idolo carissimo sopra ogni altra 
cosa diletta. 1 filosoG predicarono la virtù, ma il 
loro zelo aspiiò sovente alla corona civica o alla 
apoteosi. Fra le dottrine antiche più celebrate 
non trovi documento che ne ammaestri , come e 
perchè tu debba perdonare, abbracciare, benc- 
licar il nemico ; non pagina di comandamento che 
severo t* ingiunga di lasciar l'altare , se ricordi 
aver adiralo teco un Iraiello; che minacciante ti 
imponga di piegare il ginocchio a pregar da Dio 
felicità al tuo persecutore. A uomo di benigna 
natura e di Lnu no cuore è agevoi cosa fare altrui 
copia de’ beni suoi. Ma vincere l' ira, demare l’or- 


Digitized by Google 



12 

gogllo, imporre alPambizióne silenzio, attutar là 
cupidigia di ricchezze ; deporre in seno dell’ igno- 
to, deU’ar?erso e dell’ ingratissimo il beneficio; 
e quello che piu è, dare in ischiavitu il corpo , 
al patibolo la vita anco a scamparne un ribaldo, 
è bello, unico vanto della Carità. Ella sola può 
sublimar questa incomprensibile e guasta natura 
umana a tanta altezza di sacrificio. Quanto mai 
spinge l’apostasia da lei e dalla religione lontana, 
quanto iniquamente si rende nimico alla società 
colui che risospinge da sè la santa fiamma di que- 
sto fuoco divino, per accogliere nel seno il freddo 
serpe dell’odio e le erinni della vendetta a strazio 
di quelli che ebbero con lui comune l’origine, il 
battesimo, la favella, i costumi. 

L’amore del vero mi astringe a istituire un 
paragone tra la Carità del Robbia e quella che 
maravigliando vidi d’un artista vivente : da questo 
confronto risulterà il progresso dello spìrito uma- 
no nella filosofia dell’arte. Luca circoscrìsse la sua 
Carità agli ulficj riguardanti l’ esistenza materiale. 
La vita intellettuale, per cui l’uomo veramente 
vive a sè, al pubblico e privato bene, non fu per 
lui considerata. Più che ad esso , ai tempi che 
dominano ancora i grandi uomini , credo sia da 
attribuire tanta omissione. 11 fiartolini sculse la 
sua Carità non men calda di alTelto materno ai 
parvoli suoi. Ma, ai sommi pregi dell’arte onde 
fe’ bella quella grande o[>era , altro ne aggiunse 
che allarocnta la nobilita e raccomanda. La fog- 
giava in alto d’ insegnar leggere ai maggior fan- 
ciullo. La sublimità di questo ritrovamento ha 
tolto altrui ogni speranza dì miglior successo in 
questo subbietto. Bartolini ben meritò dell’ arte, 
della umanità, della religione, la quale è amica 
alia sapienza , non avversa al vero incivilimento^ 
e Giordani altamente pose l’ ingegno a scriverne 
quelle pagine che avranno coll’opera del Bartolini 
eternità di fama. 


Digitized by Google 



LA FEDE 

, E 

LA GIUSTIZIA 


13 . 


I sommi epici a dar varietà , calore ^ anda- 
mento alle imprese che tolsero a celebrare, usa-* 
roDO di rappresentare i loro eroi io mezzo a duci 
minori , quali diano opera al felice scioglimento 
detrazione. Luca Della Robbia alla eroina suprema 
del suo poema religioso e civile diede compagne 
e ministre le virtù seconde, e quelle prepose agli 
uliìcj corrispondenti alla idea concetta di loro da* 
gli uomini. Con egregio artiGcio pose a destra 
della Carità la Fede sua indivisa compagna. Ella 
stassi in mezzo a quella scena che offre il pro- 
spetto di una prigione, dalle coi ferrale intravedi 
volli tristi ed emaciati 4 d’altra parte la vista di 
poveri ietticciuoli su’ quali gemono degl’ infermi 
e feriti. La Fede sorta in piedi mostra ai primi 
nella sinistra mano il segno della Redenzione , ai 
secondi coll’altra appresenta il calice del testa- 
mento tanto amaro a Gesù^ opportuno conforto 
a quei miseri. L’uomo per istinto potentissimo 
della natura ama sè, gode essere in sua , non in 
balia altrui , ripone la felicità e il diletto nella 
salute, l’estremo infortunio nei contrarj. 11 fame* 
lice, il nudo hanno vigoria e modo a cercar sov- 
venimento di cibo e di vesti. Ma il prigioniero e 
r infermo stanno li , se un pietoso non muove a 
medicar ad essi il cuore e le membra. Ove pietà 
umana li abbandoni alla solitudine e al dolore, 
accorre prontissima la Fede ; dai suoi tesori trae 
balsamo di virtù celeste. Raggiante di Ince di« 


Digitized by Google 



14 

villa , pietosa net guardo , negli atti , scioglie 
soavissime le parole : Fate coraggio , o figli 
miei ! lo sgomento moltiplica i perigli, raddoppia 
le peno, «olma la sventura, toglie il trionfo. Mi* 
rate in Colui che v'improntò del suo nome. 
Aprendo ai loro sguardi il cielo , addita i?i glo* 
riuso il grande Primogenito per via dolorosa e per 
morte infame astretto a ricomprar il diadema. Ei 
conta le ore del dolore che li affanna, appoggiato 
alla croce ; e a quella croce stanno appese innu* 
merabili corone col motto „ Ai perseveranti „. 

L’artista non poteva più opportunamente lo- 
care la Fede , ritrarla in atto meglio espressivo 
c maestoso, nè atteggiarla sotto forme più nobili 
c atte a destar nel nostro animo la' vera e subli- 
me idea di questa virtù, che sorpassando l’ inten* 
di mento nostro e il pensiero , si perde nella Di- 
vinità. Guardando in quella immagine ti senti ele- 
vare dalla atmosfera che ti circonda e grava. Le 
scendono con bella negligenza sulle spalle i folti 
e lunghi capelli. 11 volto di questa virago ne ap- 
palesa la movenza e l’ardore. Pare che sdegni 
tutte umane cose, fisa nei cari simboli suoi, e in 
quel magnanimo , il quale ai travagliati che la 
circondano porge opera di conforto \ lieta di tro- 
var in esso il buon pastore che usa la vita a be- 
neficio e salute del gregge. La bianca veste li dà 
indizio del suo candore , della sua forza la ben 
composta persona metà coperta d’azzurra clamide 
foderata di verde , maestosa per il ricco partito 
delle pieghe, in che Tarlo si manifesta splendi- 
damente i franco T atteggiamento , e al modo di 
chi è trasportato dall’entusiasmo. Lo stile di que- 
sta composizione é di quella maniera che poi 
Raffaello scelse la prima al suo dipingere , con- 
giunta ai sublime di che Michelangelo impron- 
tava il Mosè. 

La Fede è nuo slancio puro dell’anima che 
sorvola ardito, precede e prepara la vittoria della 


Digilized by Google 



intelligenza. È un raggio della Divinità cbe ne 
riflette nelt’uomo rimmagine o la natura ; somma- 
mente feconda di argomenti a supplire al corto 
nostro intelletto. Essa ci mostra Dio nella bel- 
lezza dei cieli , nell’armonia dei pianeti aggiran- 
tisi con ordine maraviglioso intorno al sole, cbe 
immolo li irradia e governa ; nelle stelle, soave 
melanconia e splendida pompa della notte; nella 
legge riconducenle le stagioni, neiratmosfera , nei 
brillanti colori dell’ iride, nella varietà delle pian- 
te, dei fiori , degli nccelli , dei quadrupedi , dei 
pesci. 11 mare che recinge la terra , richiama al 
pensiero la immensità di Dio’; la tempesta e il 
fulmine la sua maestà ; l’aurora che pura e ma* 
gnifica sorge a rallegrare la terra, il suo amore. 
Ove più sublime siede natura sulle vette del Tibet, 
del Cbimborazo, del Cenisio, nelle lande del Pam- 
pas , nelle solitudini arenose dell’Africa , negli 
orrori delle plaghe boreali, la Fede si asside gi- 
gante ; e in aspetto ridente la miri sui colli so- 
vrastanti al Tirreno. E poiché nella universa na- 
tura ha ^ dimostrato l’opera di Dio , imprende a 
istruir I uomo della sua eccellenza e dei bcneficj 
del suo autore. Quindi composta a dignitosa com- 
piacenza di sé , ponsi a decifrar la storia della 
Iteligione Cristiana. Come per lucido specchio ella 
ti apprcsenla in magnifica scena le battaglie che 
ebbe a sostenere a distendersi dall’umile circolo 
della sua origine in tutta la terra, con argomenti 
J *^®®na prudenza avrebbe reputato delirio. 
Abbietta, derisa , senza celebrità, priva d’armi, 
moveva il gran conquisto. Il divino Istitutore le 
aveva scritto in fronte ,, amore, pace, sapienza... 
r P la Fede scese animosa nell’arena, 

sfidando colla nuda croce a final tenzone la po- 
senza del Politeismo. Il fulgore della sua luce vin- 
te I sapienti, fe’ muti gli oracoli di Delfo, di 
Uodona , d Ammone , venali ai polenti ; sma- 
stfició l impostura degli Auguri, crollò i delubri 


10 

impari , abolì il callo irrazionale « roTescid gli 
altari insanguioati di vittime umane , franse le 
catene della schiavitù. — Il sangne delle nobili 
piaghe le iuftkse vigor novello. Domò la ferocia 
dei tiranni , l’orgoglio dei Cesari e si cinse in 
C^pldaglio la trionfale corona. I snblimi dom- 
mi , la pura morale , la costanza , le promesse , 
le minacce , il sno spirito civilizzatore e benefico 
furono le armi sue. Assunta in soglio , non si 
stette all’ozio dogli allori. Eccitò gl’ ingegni , e i 
suoi annali vantarono una nuova letteratura ; de- 
stò le Arti , e Fidia e Apelle ebbero dei rivali ; 
innalzò templi, quali nè Etruschi, Egizi, Greci o 
Romani vantarono ; prese a cura i’ inse^amento, 
e al bene della umanità sì associò la filosofia. Mi 
sarà sempre dolcissimo alla memoria il tempo 
che vidi il grande Assarotti in nome di quelle 
auguste collegato usar l’ ingegno e la vita a ri- 
donar alle famiglie, alia società quei fanciulli che 
la natura madrigna ne aveva separati, privandoli 
d’ udito e di favella. Atrocemente calunniano la 
Fede quelli che predicano la Religione inimica alla 
vera civiltà , snervatrice del coraggio , contraria 
ai progressi dello spirito conducenti a quel per- 
fezionamento morale , a cui per divino impulso 
tende l’umana natura. La deturpa e invilisce chi 
la ripone nelle apparenze della virtù ^ la degrada 
alla condizione d’umano ritrovamento, quei che 
pretende con umani argomenti farle puntello , 
quasi abbia bisogno della mano degli uomini. Le 
fa villano oltraggio quale ad essa attribuisce gli 
orrori del fanatismo, le stragi,! roghi, gli scan- 
dali di ambizioni e di libidini. £’ furono delitti 
degli uomini , non suo peccato. 

La Fede è la vita del giusto, il principio, il 
fondamento della Giustizia. Strette in bella unione 
per la natura ed effetti loro sul cuore umano, 
non vogliono esser per me disgiunte. Iddio libe- 
rissimo , sapientissimo dispensatore dei beni , si 


OigitizG 


ly Googk 



17 

piacqae Tcrsarne in seno la copia a nna genera* 
zione di nomini, destinando nella sua provvidenza 
innumerevole turba a sostentar faticando la vita, 
altri a condurla tapinamante. Ma a que’ suoi 
favoriti impose severo comandamento di tener in 
terra Tufficio suo sollevando la miseria dei fra- 
telli. A significar questa idea, Luca poneva l’imma* 
gine della Giustizia. tra i famelici e i sitibondi. Usò 
la industria sua a prestar nobiltà di forme, espres- 
sione d’atteggiamento a quel simulacro che desta 
negli uomini T idea di quella virtù che tutela agli 
uomini la vita, le sostanze , l’ onore. Se non vi 
ravvisi novità di concetto o di simboli , ti senti 
compreso di maraviglia alle bellezze dell’ ingegno 
e deirarte. La Giustizia designata a rappresentar 
l’attributo tremendo della Divinità, porta il capo 
scoperto , come colei , cui è ignoto alletto il ti- 
more. Lascia cader negligentemente le chiome 
sulle spaile ; tiene il guardo io sé raccolto, quasi 
mediti alte cose ^ le traspare dai volto la grande 
anima cui non conturbano pravi o bassi affetti ; 
la fronte augusta e serena impone riverenza. Più 
ad ornamento che a difesa , porta armato il petto 
di metallica corazza^ le scende dagli omeri il 
manto del colore di che mirasi il cielo in bel 
mattino di primavera ; sotto al manto , il più 
grandioso nel partito delle pieghe che pompeggi 
in altra figura , scende fino ai piedi una verde 
tonachetta di tutta bellezza e verità. Stringe nella 
destra la vindice spada , sostiene coll’altra le bi- 
lance sulle quali libra l’opere dei mortali. La sua 
epigrafe , è „ A tulli il debito „. Tale ella si ap- 
prcscuta agli uomini, terribile a quelli che, po- 
stergata la religione , il dovere , l’onore , si fanno 
rotti al delitto, ponendo nella licenza delle turpi 
c avare voglie ronesto c il lecito. Il sentimento 
della giustizia emana nell’uomo da Dio. 1 gover- 
nanti la civile società , i quali meglio intesero la 
loro missione , posero la prima gloria in portare 


Digitized by Coogle 



t 


18 

agli nomìDÌ la felicità che è partorita dalla Già- 
stizia distributrice di premi e di pene. I sapienti 
la disarmarono delle scuri , le tolsero i barbari 
strumenti dello strazio { ella sorridendo apparve 
in più caro sembiante, nè meno beneBca agli no- 
miui. Siede a custodia del tempio , della reggia, 
delle case, delle capanne; veglia a guardia dei 
talami. Con le splendide attrattive dell'onore, della 
stima pubblica , in che sta il vanto più bello, il 
sommo, il vero ben della donna, colla immagine 
deliziosa delta pace domestica, dei lìgli crescenti 
per nobili esempi a virtù ; col peso dell' infamia 
che persegue le infedeli e depravate , meglio che 
per l’apparato dei supplizi e delle pene , ammo- 
nisce e alletta le spose a serbare il giuramento 
della fedeltà proferito innanzi all’altare di Dio (1). 

La Giustizia rivedo austera le pagine della 
storia. Cancella i nomi fatti solenni dall’ adula- 
zione , famosi dalla fortuna. Trae dalla polvere e 
dall'oblio quelli che la malizia o la forza d’un 
momento sommerse. Fulmina o maledice Tambi- 
zione di Cesare , la ferità di Nerone , la politica 
di 'I iberìo , e di sua mano erige il mausoleo a 
Tito e Traiano. Quando cesserà il tempo , la 
Giustizia è destinata a rappresentare il suo ultimo 
alto in quel giudizio che Michelangelo a mera- 
viglia delle genti disegno in Valicano, 


(1) Una madre cIik in mezzo ai figli proiliga a lo- 
ro le c-irezze e le cure, risplendente di pudica beltà 
e di gioia sotto i teneri sguardi del suo sposo , rivela 
nelle donne una potenza tutta divina, presenta al mon- 
do il quadro più seducente d'una festa di famiglia, 
e il trionfo più bello della Giustizia su la coscienza 
dei doveri. 


Digitized by Google 



SPERANZA 
£ PRUDENZA 




Il pellegrino smarrito nel deserto muove alla 
ventura i suoi passi. Lo scroscio della tempesta, 
il lampo, il tuono raddoppiano Torror delia notte. 
Ode il ruggito delle belve che vanno in traccia 
di pasto. 11 pauroso pensiero gli tinge mostri e 
prodigi come all'egro che sogna. Ma sorge im> 
provviso il vento della serenità. Si squarciano le 
nubi , e vanno qua e là disperdendosi ^ apparisce 
l’azzurro dei firmamento ; nella settentrional parte 
di quello scorge lungi lungi lucidissima stella, la 
quale col vivo raggio gli si appresenta scorta al 
cammino. Sente nascere neH’abbattulo animo un 
sentimento, che lo riconsola e conforta. Quel sen* 
tiraento , quciraffetto è la Speranza. Dio la ri* 
pose nel cuor dell’ nomo a sostenerlo nei pe« 
Tiglioso pellegrinaggio. Il pregio delle cose ne in- 
genera l’amore , esso il desiderio, questo impenna 
le ali alla Speranza. A lei più che altra età della 
vita si abbandona la giovinezza , bollente di pas* 
sioni, ardita, perchè ignara dell’umana malizia, 
non credente il male, inesperta dei pericoli, degli 
ostacoli che si frappongono al bene. Gli antichi 
tolsero l’idea della Speranza dalla primavera, 
che sulle ali di zeliro tra la fragranza dei iìori, 
le armonie mattutine degli uccelli, vaga o ridente 
viene a infonder gioia e novella vita alla natura. 
L’agricoltore mirando i campi , le piante , le vi- 
gne, vagheggia in suo pensiero le future messi , 
i ricolti , la vendemmia ; e questa speranza gli 
compensa le dure fatiche durate nel verno che 
passò. La Speranza è bella cagione alle laudevoli 
opere, agli onorali studi, alle magnanime imprese^ 


Digitized by Google 



20*^ — 1 -- 

spinse Colombo a tentar ignoti mari, a sfidar le 
tempeste, per ritrovar le vergini terre d’un naovo 
emisfero; sostenne Bolzoni neirAbissinia , nella 
Nubia ; animava Beltrami a percorrere foreste, 
^ vincer climi , superare solo animosamente gli 
ostacoli della natura per coglier la palma che ella 
gli mostrava alle sorgenti del Missurì. Anco al- 
Terrabondo Alighieri temprando Tire faceva lu- 
singa che il poema della rettitudine avrebbe vinto 
la crudeltà di parte e ricondotto lui con altro vello 
in Fiorenza. 11 guerriero, il legislatore, il sapiente, 
nel trionfo su i nemici della patria, nel bene mo- 
rale e intellettuale degli uomini colFocchio della 
Speranza vedono la palma, la corona, Timmor- 
talità. 

La Religione impresse alla Speranza Taugusto 
suggello di virtù, ad acquistar quella beatitudine 
che la Fede promette alTuomo nella vita futura. 
Non senza ragione la miri effigiata presso a coloro 
che hanno compito il corso mortale. Alle lacrime 
che la natura e T amicizia spargono su quelle 
fredde salme , ella non sembra mutare aspetto o 
colore. Più che sterile pietà, la muove un affetto, 
una fidanza , un raggio impercettibile ài senso 
umano. Verginella di volto e di forme avvenentis- 
sime, piena dì vita, v^^dge sicuro T ingenuo sguar- 
do al cielo, congiunge le palme, piega alquanto 
un ginocchio , come colui che all’ ardenza dei 
desideri aggiunge la preghiera, e mostra agli atti 
la fidanza in cui si rivolge. Ricco manto di fre- 
schissimo verde che lascia con mirabile artifìcio 
trasparir il risentito delle belle forme, ricuopre 
intera la leggiadra persona. 1 sommi poeti e ar- 
tisti hanno il potere d’abbellire nella nostra im- 
maginazione tutti gli oggetti ; e di communicare 
alio loro opere la bellezza ideale e morale. Molti 
impresero a rappresentare la Speranza cristiana 
in diverso atteggiamento, e con altri simboli, ma 
non so quale l’abbia condotta con tanto nobile 


DIgitized byGoogls 


21 


semplicità , verità e vaghezza da star a paraggio 
con Luca. Essa ha vita dalla Carità, forza dalla 
Fede, consiglio dalla Prudenza ; non vede che Dio 
e le opere conducenti a ottener con Lui tutti beni. 
La sua storia risponde ai fasti delle sorelle. De- 
scrive regi che deposero ai piedi delia croce i 
diademi, magnati che vestirono il cilìzio, opulenti 
che sprezzarono i tesori , vergini che supera- 
rono r atrocità dei tormenti, vinsero gli allet- 
tamenti deir età, del sesso, della carne, inge- 
gni che sudarono a dimostrar la verità. Compa- 
gna fedele all'uomo, sostiene la sua debolezza, 
tempra gli aflanni, le miserie, le quali travolgen- 
dolo con trista vicenda, farebbero a lui odiosa la 
vita, se ella agli abbattuti animi non soccorresse 
con lusinga di lieto avvenire; e quando ancor que- 
sta illusione si è dileguata, non lo abbandona. Spo- 
glia alla morte l'orrore con che essa sgomenta i 
mortali, sorride in faccia ai sepolcro impaziente 
delia beata immortalità. 

Ma perchè troppi e grandi sono gP impedi- 
menti che si frappongono a dover felicemente per- 
venire al porto cui mira la Speranza , Iddio le 
diede a scorta la Prudenza. Qual nocchiero esper- 
tissimo ella discuopre i banchi d'arena, scorge 
gli scogli in che può perigliare la navicella ; co- 
nosce le correnti, prevede le tempeste, e le evi! a 
o le doma. Diresti che Luca Della Robbia ride- 
stasse tutta la sua virtù, e chiamasse a consiglio 
la potenza dell'arte quando si accinse a modellare 
il simulacro della Prudenza. A significare degna- 
mente il suo uflicio la miri presso a una turba di 
pellegrini, immagine dell' umana vita, che é breve 
pellegrinaggio dalla patria. Il virile volto dimo- 
stra la tranquilla sicuranza dell' anima 9 placido 
ha il guardo, e tutti i lineamenti composti a quiete 
dolcissima. Stringe colla destra il serpe, simbolo 
di quella sagacìtà che il Vangelo vuole nell'uo- 
mo congiunta all’ innocenza ; tiene nell' altra uno 



Digitized byGoogle 


22 

specchio, in cui dilettasi a contemplare se il Tolto 
corrisponde al cuore. Como il Giano dei Genti- 
li, la parte posteriore del capo presenta effigiala 
d’altro volto , stupendo per il profilo, venerando 

f ier vecchiezza : vi scorgi i gravi pensieri, e quel- 
’accorto prevedere che é frullo degli anni. La 
maschia vivacità delle mosse , il naturale impo- 
nente deirallcggiamento, ma sopra tutto l’anima 
che ne traluce danno alia iigura la dignità e l’ ispi- 
razione , che solamente i maestri delle scuole 
italiche seppero prestare alle migliori opere loro. 
Il manto d’un purissimo azzurro recinge poi la 
persona con tanta ricca c maestosa naturalezza di 
pieghe, da non temere il confronto di Fra Bar- 
tolomeo. La veste tinta in delicatissimo giallo, ri- 
cuopre le braccia, la persona fino ai piedi con quel- 
la leggiadria e compostezza, con che il Ghirlandaio 
mirabilmente vestiva e animava i suoi dipinti. Ai 
genio e all’arte di Luca era riserbato a produrre 
la immagine meglio significante di quella virtù cri- 
stiana e civile , che modera i consigli dei re, ma- 
tura le leggi, i concepimenti dei capitani, governa 
i magistrati , le famiglie, dirige e scorge l’uomo 
a quella meta a cui lo infiamma la Carità , io 
guida la Fede, la Giustizia, lo anima la Speranza. 

Pl«TRO CONTRUCCl 


Digitized by Google 



23 


ELOGIO 

DI GALEAZZO ALESSI PERUGINO 

Recitato nei giorno 15 di Settembre 1839 ne Wa 
solenne distribuzione de^ premj deli' Accademia di 
Relle Arti di Perugia. 

R endere tributo ed omaggio di riconoscenza 
c di lode a quegli illustri cittadini , i quali con 
il sapere e le gesta loro continuamente le glo- 
rie della patria accrescevano , fu sempre debito 
anche di men culte nazioni, perché imposto dalia 
ragione , e suggerito lai sentimento ; e lo è per 
modo , che il non soddisfarlo affronterebbe lo 
sdegno d’ ogni posterità. E che non hanno forse 
il medesimo diritto gli Artisti , e quegli uomini 
celebratissimi , che nella patria e fuori rialza- 
rono soventemente le Arti stesse ai più alto grado 
di sublimità? 

Se così é, o Signori, il chiaro nome di Ga- 
leazzo Alessi perugino, maestro ed onore gran- 
dissimo dell’arte edificatoria, dovrà cuoprirsi per 
noi di colpevole oblìo, e fra que’ cittadini stessi, 
che dotati di linissimo ingegno, ammaestrati dalle 
più sagge istituzioni, tutelati sempre da pubbli- 
che cure, dirizzarono continuamente il loro ge- 
nio verso lo splendore delle Arti ? No, non Ha 
mai : e questo luogo sacro anche alle Arti, que- 
sto giorno eletto a celebrare triennale artistica 
pompa, delle sue lodi lietamente risuonino. Ma 
vi sembrerà certamente presunzione soverchia , 
che io stesso cercassi un carico non capace a por- 
tare. Lasciate che io vi soggiunga come lo assun 
si per quello inestinguibile zelo che il petto mi 
scalda ogni qual volta che d’ onor patrio e del- 
la gloria italiana mi avviene di favellare ^ e se 


Digitized by Google 



24 

credete che col mio povero dire alla cara patria, 
che inonorata c deserta non lasciò mai perire la 
virtù , air Italia stessa possa qualche meritalo 
omaggio recare , e possa additare a questi gio- 
vanetti una scorta, uno stimolo, un modello agli 
onorati studj loro, siatemi della desiderata atten- 
zione vostra cortesi. 

Il Brnnellesco e l’ Alberti , principali autori 
del rinnovellamento dell’ Architettura in Italia 
nella prima metà del secolo XV diligenti a pre- 
ferenza d’ ogni altro nello indagare i principi! 
e le pratiche adottate dagli Artisti dell’ antichi- 
tà, risvegliarono quei prospero rivolgimento an- 
che nell’ arte ediGcatoria, quasi intieramente spo- 
gliandola di quello semibarbare impronte del cosi 
detto gotico stile. Felice rinnovellamento! impe- 
rocché si nudrirono in esso, o vi crebbero adulti 
e grandi tanti celebri Artisti nel vegnente secolo 
XVI. Laonde non é maraviglia se anche l’Ar> 
cbiteltura rapidamente verso l’ ottimo si slanciò, 
miglioranda cosi nel sapere delia invenzione, nel 
magistero della esecuzione e nel decoro dell’abbi- 
gliamento^ e divenuta ardimentosa anch’ essa, più 
non temea scuotere la nordica barbarie , per ri- 
condursi lietamente a’ bei giorni d’ Alene e di 
Boma. 

A questa grado di buona restaurazione era 
giunta r Architettura con le Arti sorelle negli 
estremi periodi del secolo XV. quando nel 1500. 
da Bevignate (1) Alessi ebbe il nascimento suo 
it nostro Galeazzo. 

Avventurato chi al nascer suo vide sorridere 
propizia stella! La nascita e l’ adolescenza di Ga- 
leazzo furono accompagnale, e seguite per buona 
sorte da circostanze molto telici per l’ artistica 

(t) Il nome del suo genitore ignorato da tutti i 
Biografi di lui, si scoperse per noi nel suo testa- 
mento fra i Bogiti di Agabito 1\ crucci 1567. fol 
205 ter. 


Digilizsd by Google 



25 

ma edacazione, e mollo onorevoli a questa nostra 
perugina beatissima terra , ove le Arti ebbero 
sempre albergo onorato^ imperciocché vi fiorivano 
allora, e tatti ad un tempo , tutti figli di questa 
fecondissima madre, i Vannucci , i Pinturicchi , 
gli Alfani, i Giannicola, i Danti, i Caporali , ed 
altri , che tutti riempivano d’ artistica fama 
r Italia. 

L* Aless! pertanto pronto a seguire gP im- 
pulsi del genio, e gl’ inviti suoi che sono sempre 
dolcissimi, e dell’ Architettura invaghito , sem- 
brando che fosse nato ad accrescerne la gloria , 
si acconciò senza indugio alle discipline di Gio. 
Battista Caporali, che precedeva il nuovo allievo 
di soli cinque lustri , e che praticava 1’ Archi- 
tettura in Perugia con qualche riputazione. Avea 
Galeazzo ottenuto dalla natura forza d’ ingegno , 
vivacità di immaginazione, rettitudine di criterio, 
sceltezza di gusto, e di questi doni facendo am- 

f ùo tesoro , si avviò nella difficile e faticosa pa- 
estra, dissetandosi ai puri fonti del bello. Accre- 
scevasi cosi la buona ventura dall’ artistica sua 
educazione ; conciossiacosaché togliere lo scien- 
tifico nudrimento da’ proprj concittadini è sempre 
sorte migliore, mentre al succhiare di ((uel beato 
alimento, vanno sempre congiunti amore , zelo , 
ed impegno lodevolissimo ^ e 1’ amore e la ener- 
gia degl’ istitutori possono creare prodigi. 

Ammaestrato così dal Caporali il nuovo alun* 
no delle Arti anche nelle geometriche e matema- 
tiche discipline, alle cui leggi è forza che sempre 
si pieghi r arte di edificare^ e cosi dirò con un 
dotto Italiano de’nostri giorni » meglio accostumato 
» alle indagini del vero, ed a cercare maturamente 
» le cagioni degli effetti, applicando le matematiche 
» evidenze ad ogni architettonico precetto , e 
» dottrina » e divenuto per tempo filosofo nel- 
l’arte sua, ed ostinato eziandio nell’ avidità di 
sapere , si accomodò in Roma alle istruzioni di 
Michelangelo Buonarroti ; e le istituzioni di 


Digitized by Google 



26 

quel sommo maestro tornarono sempre in onor 
grande agli Artisti di quel beatissimo secolo. 

I lieti progressi che aveva anche nella nuova 
scuola avanzati, lo resero ben noto in Roma , e 
tra i primi che ivi si giovarono dell’ opera sua 
si dee pure ricordare qualche Porporato illustre; 
e reduce alla patria non si cstinsc per avventura 
verso di lui lo splendore della romana porpora; 
imperciocché mentre proscguivasi la vasta fabbrica 
del Castello Paolino sul disegno del Sangallo y 
Ascanio Parisani, cardinale amplissimo c Legato 
di Perugia, ingiunse a Galeazzo inventare ampli 
e ben costrutti loggiati , che riescirono di bellis- 
sime forme, ed assai comode abila/ioni , che si 
meritarono le lodi del suo coevo e perito archi- 
tetto Giorgio Vasari , chiamando per tino quegli 
edilicj uno stupore ; e che a' giorni stessi di 
Galeazzo furono stimati degni , e sufiìcienti di 
somministrare nobile albergo al pontelice Paolo 
111. ed alla copiosa e splendida sua corte. 

Succeduto al Parisani nella Legazione di 
Perugia il cardinale Tiberio Crispo, delle perugine 
cose benemerito assai, non tenne in minore esti- 
mazione 1’ Alessi, ed a nuove invenzioni sue , ed 
ali' accurata sua esecuzione commise 1’ elegan- 
tissima Chiesa di S. Maria del Popolo , ed il bel 
portico che di pronao le serve. BalTroutandolo 
sui rapporti delle Arti, e sulle angustie del luogo 
ove (luvea costruirsi , bisogna dire che questo 
editiciu nella sua piccioiezza manifesta un ingegno 
educato nel bello delle Arti medesime ; c per tale 
ve io manifesteranno la buona intelligenza delle 
modinature, la semplicità deirornato corrispon- 
dente al dorico stile usatovi, ed un certo pittoresco 
effetto che emerge da buona disposizione dei 
pieni e dei vani , nel bel riflettere dei lumi , 
con il magico contrasto delle ombre. 

Ma il Crispo non si raltenne per avventura 
di aggiugncrc nuove , ed audio più onorevoli 


Digitized by Google 



27 

MTfìmissioDÌ alPAIessì; imperciocché gli dimandò 
disegni , e glie ne afOdò la piena direzione, per 
1’ elegantissima Chiesa di s. Caterina , ed il 
comodo suo cenobio, nelle quali fabbriche risultano 
eziandio quei pregi che emergono sempre da 
buona intelligenza. 

L’ Architettura tuoI mostrarsi bella e ricca 
anche nella foggia dell’ ornalo^ ma questo vuole 
andare in perfetta armonia con il luogo, con l’uso, 
con il carattere del fabbricalo 5 altrimenti se 
questo sarà laudabile per la estensione di bene 
ordinate forme, per la importanza della mole , 
sarà disadorno mai sempre. Codeste massime 
dall’Alessi non ignoravansi; pure se mel concedete. 
Ascoltanti , io vi dirò, come forse non abbiamo 
tutti i motivi da lodare intieramente Tornato che 
1 illustre Architetto ripose nella porta della nostra 
Basilica Laurenziana dirimpetto alla Piazza mag- 
giore. Il carattere di quel fabbricato potea forse 
suggerire una più analoga idea. Quella soverchia 
abbondanza di linee , quella soverchia ridondanza 
di risai li, quella troppa spessezza di corpi sporgenti 
e rientranti , che talvolta smentiscono la bella 
semplicità , non prestano forse T intiero gusto 
all’ occhio , sempre il giudice migliore , perchè 
non prevenuto giudica sulle prime impressioni , 
c che sempre meglio si pasce d’ eleganti , ma 
non aflèttate modinature. Vogliamo noi stessi 
supporre peraltro , che Galeazzo credesse non 
opportuna altra più accurata semplicità di stile 
nell esterno d* un tempio, che nella sua maestà 
conserva qualche impronta di que’ tempi in cui 
anche in Italia esciva una nuova Arcbileltura ? 
L Alessi in mezzo a tanta ricchezza d’invenzioni, 
mostrò forse talvolta qualche abuso del pioprio 
ingegno ; e ciò potè derivare eziandio dall’ averlo 
alimentato alla scuola del Buonarroti , e da un 
certo zelo ed impegno d’ imitar tutto ciò chu 
porgeva la impercettibile fecondità di quel grande 


Digitized by Google 



28 

esemplare, zelo e yenerazioDe per quelle massime 
che degenerarono più fiate in una poco lodevole 
servile imitazione. 

Codesto sono forse le sole opere di cui rimane 
ogni certezza avere con i suoi disegni innalzate 
in patria l’ Alessi ; sebbene scriva Milizia che vi 
modellò molte nobili abitazioni ; noi stessi non 
ne abbiamo migliori notizie ; ma forse quel Bio> 
grafo volea dir del contado, nel quale si ricordano 
come opere sne lodevolissime i 'sontuosi palagi 
di Castiglione al Lago Trasimeno, ed altrove per 
la splendida prosapia dei Corgnesebi. 

Ma r arena più luminosa e più vasta ove 
egli dovea misurarsi con forze maggiori, e com- 
piere nuovi sperimenti dell’artistico suo valore 
e nuove palme raccogliervi, aprivasi a luil nella 
deliziosa Liguria , nella ricchissima Genova, coi 
la fama additò il perugino Architetto , e che la 
fece ricca e bella per molte sue nobilissime fab- 
briche. Reca veramente stupore nel vedere quanto 
e come egli operò con il saper suo per quella 
potente Repubblica e per quo’ doviziosi patrizj. 
£ tu, mia dolcissima patria, brilla pure oggi di 
contento onorato per una reminiscenza gratissima; 
imperocché nel secolo stesso di Galeazzo mentre 
la toga e la spada de’ figli tuoi operavano pro- 
digi per tutta l’ Italia , ve li operavano pure le 
Arti dagli stessi figli tuoi sublimemente trattate. 

Ne’ primi anni che l’illustre Architetto fermò 
sua dimora nella metropoli della Liguria , molti 
e distinti artistici servigi le rendeva, contribuendo 
soventemente al migliore ordine ed alla miglior 
direzione delle pubbliche vie, alia miglior sicu- 
rezza de’ cittadini riparando le urbiche mura; ma 
la maggior gloria, ed una più estesa rinomanza 
egli se r acquistò per molti edificj pubblici e 

J )rivati, che con le invenzioni sue vi s’ innalzarono; 
aonde chi potrebbe dimenticare per avventura il 
sontuoso tempio di s. Maria di Garignano , che 


Digitized by Googte 



29 

ìq quella città si leva come ad incoronare un 
amenissimo colle 7 Se T Arcbitettara, superiore 
alle Arti sorelle, ha da manifestare nelle opere 
sue la grandezza dei re e la doviziosa fortuna 
de' popoli, r Alessi sapea pure che ha da mani- 
festare la maestà della religione ; e la magniG- 
cenza e la ricchezza con cui Galeazzo ideò e 
condusse a termine questo sontuosissimo tempio, 
non ismentirono la grave somma di più milioni 
di lire che vi fu spesa , come narra la ligure 
storia. Il Milizia sempre parco lodatore, se ma- 
gniGco denominò questo tempio , non omise di 
notare qualche imperfezione. Ma fu già massima 
adottata anche nella più estesa severità di giudizio, 
come non vi ha umano prodotto , che soggetto 
ad emendare non presenti, e dimentico delia umana 
condizione sarebbe colui, il quale non condonasse 
qualche difetto alia virtù , e qualche errore al 
talento ; meno che i difetti e gli errori non 
emergano dalia presunzione , dalla noncuranza 
di studio migliore e da pertinacissimo orgoglio. 
Le opere dei genio peraltro sogliono giudicarsi 
più facilmente sulla scorta di certe massime , e 
sullo spirito di certe impressioni adottate Gno 
dalla prima artistica educazione. Un Palladiano, 
a modo d’ esempio, vi dirà che poche linee curve 
adoperate con la possibile parsimonia, che una 
giudiziosa economia d’ ornati e ben ripartiti , 
formano il principale carattere della nobile Ar* 
cbitettura ^ ma che ignobile e povera denomi- 
nerebbe un Borrominesco, perchè non ingombra 
delle sue frastaglierie. 

Destinato 1’ Alessi a restaurare ed abbellire 
la genovese metropolitana , dovea certamente 
affrontare certe dilGcoltà , che nè sempre , nè 
tutti sono gli Architetti a superare capaci. Era 
quel tempio di data antichissima , ed i nuovi 
abbellimenti e restauri non doveano intieramente 
smentire il carattere di prima ediGcazione. Lo 


Digiiized by Google 



30 

Alessi vi disegnò il coro , il presbiterio e la 
cupola in uno stile ideato ed adoperato con una 
certa artistica industria , che alle vecchie forme 
le nuove non fanno odioso contrasto. 

Quanto egli polca non tanto nella civile Ar> 
chitcìtura e nella militare , ma nelle costruzioni 
idrauliche eziandio, c nelle opere di salda e 
sicura difesa , bene lo manifestò nella riedifica- 
zione del porto genovese , e tanto piu singolare 
da esso lui renduto, che sempre , e da tutti fu 
riguardalo come opera lodevolissima. Lo splen- 
dore , r ampiezza di quella città, la dovizia dei 
suoi abitanti , la spessa e continuata affluenza dei 
navigli , un commercio floridissimo che distendea 
le sue branche nelle piazze di tutti i regni , ed 
una rada per la sua situazione importante e nel 
pittorico aspetto suo deliziosissima, dimandavano 
un porlo ampio nella sua capacità, nell’ aspetto 
imponente , forte nella sua costruzione , comodo 
all’ approdarvi , ed ornalo nelle sue forme, perchè 
ivi r ornalo accrescesse decoro ad una città , la 
quale anche nel suo marittimo porto voleva emu- 
lare Alene nei tanto celebrali propilei suoi , e 
volea che il nuovo edilicio dar potesse ai cittadini 
sicurezza c diletto , agli stranieri facile accesso , 
ai nemici spavento. L’ onorevole commissione la 
non si polea meglio dare che alI’Alcssi , come 
quegli che tanto nubilmente avea ornalo ed ornava 
tuttavia quella insigne città, che voi stessi direste, 
o Signori , come fìcnova dei giorni dell’ Alessi 
era div(Miula 1’ Atene dei giorni di Pericle. A ma- 
nifestiire la severa importanza del luogo TArchi- 
telio vi adoperò nel prineipale ingresso la così 
detta opera rustica, la quale è sempre buono in- 
dizio di solidità; come indizio di severità è l’or- 
linc dorico da lui adoperalo nei portico che fa 
)arle dei vasto edifìcio. Con questo apparato avea 
ia compiersi una fabbrica che dovea soventemente 
tfTroiitarc gli urti e le ingiurie dell’ instabile 


Digitized by Google 



31 

elemento , e perfino ie ingiurie degli uomini , 
che dovea anche servire di ricovro sicuro a’ na- 
vigli bersagliati dalle furie de’ venti, e minacciati 
della sovversione fra onde vorticose. L’ avveduto 
Architetto che ben conosceva 1’ uso e le bisogne 
del nuovo edificio, ed a’ quali leggi di buona 
architettura si dovesse assoggettare , costruì per 
modo quel porto che nel tempo medesimo potesse 
difendere la città, minacciare ed offendere il ne- 
mico, cosi doppio scopo ottenendo e doppia utilità. 
La ricchezza, la potenza de’ Genovesi , gli estesi 
loro commerciali rapporti, erano forse causa che 
eglino non si mostrassero intieramente paghi e 
contenti di un’opera che potea dirsi grande e 
gigantesca , e quantunque I’ Alessi avesse pro- 
lungato quel molo oltre ai 600 passi, precipitando 
nel mare montagne di pietre per sostenerlo con 
durevole solidità , sembrava che i Genovesi me- 
desimi mostrassero desiderio talvolta d’ averlo di 
una estensione maggiore. Credete pertanto voi, 
o Signori , che Galeazzo si presentasse alia Si- 
gnoria di quella Kcpnbblica con una farragine di 
disegui senza ragione o senza dettagli , il cui 
apparato privo di sapere , carico di follie , illude 
solamente i meno intelligenti ? Credete voi che 
egli si distillasse il cervello a redigere nuove c 
ripetute perizie , che se ne’ fogli si riducono a 
mere sottrazioni , pure hanno l’attività di rapire 
r oro al pubblico erario ? Credete voi che egli 
s' impacciasse a combinare ripetuti livelli privi 
di buoni calcoli per abitudine d’ errore , che 
perciò o bisogna dimenticarli, od a farne qualche 
uso, bisogna supplirvi con mostruosi compensi ? 
No : imperocché se 1’ Alessi era architetto, mec- 
canico , idraulico ed ingegnere di vaglia , avendo 
ognuno di questi campi valorosamente percorsi , 
era pure artista probo ed onesto , e dicesi che 
rispondesse alia medesima Signorìa, come a pro- 
seguire quell’opera nel modo con cui erasi Ano 


Digitized by Google 



32 

allora condotta , vi voleano almeno mille scudi 
di spesa per ogni palmo di costruzione ; cosi 
esagerando forse un esorbitante dispendio, veniva 
a salvare Toro della Repubblica, piuttosto che 
esagerare una viziosa ingannevole modicità , ma 
che non basta il centuplo a porla ad effetto 

Mentre cosi T Alessi distingucvasi in Genova 
per lo innalzamento di pubblici e grandi ediGzi , 
gli splendidi ed opulenti Patrizj suoi concorrevano 
a gara , onde profittare de' suoi artistici talenti , 
o per innalzare nuovi palagi , o per restaurare 
e migliorare i vecchi ; e tanti e si magnifici ve 
ne operò, che un dotto Viaggiatore svedese dello 
scorso secolo notava negl’ italici suoi odoeporici, 
che Genova é poco meno formata di palazzi con 
le invenzioni e i disegni del perugino Architetto ; 
e codeste grandi opere del nostro Galeazzo {im- 
primevano tanta venerazione e dignità ne’ dotti 
Artisti stranieri, che il celebre pittore olandese 
Pier Paolo Rubens trovandosi in Genova ne trasse 
molti disegni, ed affidandoli a diligente bulino li 
pubblicò in Anversa (1). Se io qui potessi. Giovani 
eletti, schierarvi gli schemi di quelle fabbriche 
ideate dal nostro Alessi, vedreste non esservi cam< 
po che egli non abbia valorosamente percorso. 
Sacri ., pubblici, militari, idraulici, cittadineschi, 
villerecci , fra quali penderebbe la muta vostra 
sorpresa, unitamente al dubbio cui rendere giuria 
maggiore ^ e piuttosto a’ costumi del secolo, che 
a difetto attribuireste voi stessi un certo lusso , 
che potrebbe anche sembrare soverchio nella 
semplice meccanica esecuzione. Sapea ben Ga- 
leazzo, che io fabbriche prendono norma non 
tanto dall’ uso cui sono destinate , ma pure dal 
vivere civile ; e sapea bene come allora la ma- 

(1) Palazzi di Genova colla data di Anversa 
1t622 fol. (ig. E' anche migliore una seconda edi~ 
tigne senza data^ e più copiosa anche nelle tavole. 


Digitized by Google 



gnificcnza dogi’ italiani Patfizj solca posporre 
anche la necessaria domestica comodità allo sfoggia 
maggiore di grandissimi ingressi, d’ ampj cortili, 
all’ estensione delle sale; circostanze tutte per- 
altro che fanno un tacito, ma giusto rimprove- 
ro all’ attuale nostra miseria da che la povertà 
straniera occupò il luogo dell’ antica italiana 
grandezza» E qui a maggior laude del perugino 
Architetto si ricordino così di volo i grandiosi 
palagi eh’ egli ideò iu Genova per i Salvaguo , 
gli Spinola, i Lecari, i Sauli , gli Adorni, i 
Pallavicini, i Grimaldi, i Giustiniani, i Boria per 
dire di pochi ; e quest’ ultima splendidissima 
Prosapia profittava dell’opera dell’Alessi, quando 
tanto grande la rendea quell’ Andrea Boria, della 
milizia, della politica e della storia italiana onore 
grandissimo. Per que’ liguri Magnati si costrui- 
rono pure con le invenzioni sue ville , giardini , 
fontane, grotte , opere tutte che Vasari chiamò 
nobilissime , cui fece eco Raffaello Soprani bio- 
grafo dei genovesi Artisti. 

Biverrebbe quasi impossibile o Signori , 
esporvi per succinta maniera tutti gli artistici 
pregi che le opere del perugino Architetto co- 
ronano , e che mostrano la fecondità dell’ingegno 
suo , alimentato anche alla scuola del Buonarroti, 
di quel grande esemplare, che nelle artistiche 
invenzioni fecondissimo fu similmente. Voi stessi 
pertanto ammirereste nelle architettoniche inven- 
zioni deir Alessi una assai bene intesa distribu- 
zione di parli , che al primo colpo d’ occhio ve 
ne fa conoscere tutto ii composto ^ aggradcvolis^ 
sime proporzioni, buon uso , e non abuso degli 
ordini greci : decorazioni di finissimo gusto ; 
buona e ragionala corrispondenza delle parli ester- 
ne con le interne, e taluno industriose combina- 
zioni a rendere meno sensibili certe inevitabili 
disuguaglianze, che talvolta l’arte moderna per 
difetto di scienza rende più sensibili , ed anche 

3 


Digilized by Google 



34 

più spiacevoli per il mal’ oso de’ compensi. Ma 
il perugino Architetto mercè le invenzioni sue, 
ha rondata si nobile la città di Genova, che pure 
per codeste plausibili ragioni si meritò a buon 
diritto d’ essere chiamata bella e superba, ed il 
lodato Soprani già manifestava con gli scritti suoi, 
che ivi r Atessi forni la nuova strada, da esso 
lui a migliore agiatezza rendala , di tanti mae* 
siosi palagi che la rendono famosissima , anzi 
(usando le espressioni sue) unica al mondo. 

Dopo che Galeazzo avea manifestato tanto 
sapere nell’arte sua , cd in un secolo nel quale 
i ricchi Italiani non si stancavano dì roagnilìca- 
mente editìrare , ed i Mecenati di proteggere le 
Arti , non potea andare di manco eh’ egli fosse 
chiamato altrove, ed invitalo con onorevolissime 
condizioni e con desiderio avidissimo. In ogni 
contrada ne correva la rapida fama; e dicesi che 
egli passasse ad operare in Ferrara, ma non sap- 
piamo quali cose. Maggior sicurezza rimane, che 
egli fosse invitalo a Bologna , ove primamente 
ornò l’ingresso del Decurionale palazzo usando 
la dorica severità in un edificio che, come tanti 
altri, mostra la severità dell’antico potere italiano; 
cd in quelle stesse pubbliche abitazioni si costruì 
con il suo disegno un sacro elegantissimo Sacello; 
e perchè Pellegrino Tibaldi architetto bolognese, 
e dell’ Alessi coevo, non potè condurre al termine 
suo il vasto edificio del felsineo Istituto , 1’ im- 
pegno di compierlo si affidò all’ Alessi. Ma nella 
stessa Bologna dovea il nostro Architetto l’ indu- 
stre ingegno suo adoperare anche nella più grande 
e magnifica fabbrica , nella Petroniana Basilica 
cioè, e nel suo principale prospetto. Egli si pre- 
sentò con le sue invenzioni a concorrenza di altri 
meritevoli Artisti ^ ma forse s’ ignora quale pro- 
fitto dalle invenzioni sue si traesse. 

I grandi Artisti non isdegnarono di cosi stret- 
tamente combinarsi fra loro, di raffrontare scam- 


Digitized by Google 



35 

blerolmente le proprie idee e le proprie dottrine 
per trarne un possibile intiero perfetto ^ il che 
non Tale a sperare quando i maestri d' arti sono 
in continua discrepanza fra loro. Le discrepanze, 
le gare suscitate a mala intenzione, Giorani egregi, 
fomentano il dispregio e l’ invidia , e codeste 
malnate perniciose passioni divengono circostanze 
le più fatali alia pura conservazione ed alla pro- 
sperità delle Arti, che sono le amabili flgliuole 
della pace e delia virtù. 

Il Vasari che chiamò Galeazzo famoso, ec- 
cellente Architettore, celebre c virtuoso, se tacque 
quanto avea egli operato in Bologna, non taceva 
per avventura i pochi, ma sublimi edilicj innalzati 
a Milano con le invenzioni di lui. E veramente 
il prospetto della Chiesa di s. Maria in . s. Gelso 
è invenzione sua ricchissima e lodcvolissima , e 
si meritò di andare ornata dalle statue c dai 
mezzi rilievi de’ celebrati scalpelli di Sloldo Lau- 
renzi fiorentino , e di Annibaie Fontana milanese. 
Ivi la copia degli ornati , gli svariati comparti- 
menti, la ridondanza de’ corpi aggettanti , ed un 
concorso di tante linee da cui emerge gran copia 
di ombre , ma tutto bene ordinato con lodevole 
diligenza di modinature , annunzierebbero forse 
con una certa esagerazione le massime della 
scuola Michelangelesca , i cui precetti erano 
saliti fino d’ allora in altissimo grido; laonde gii 
intelligenti vi bramerebbero probabilmente una 
maggior sobrietà, e quella sobrietà in cui anche 
nelle opere d’ architettura P occhio si ricrea più 
dolcemente , senza il concorso di tante ombre , 
come se mirasse ad una luce tranquilla, che senza 
offendere e senza confondere la vista , sugli og- 
getti placidamente diifundesi. Che se tutte codeste 
cose dall’Alessi adoperale nella facciala del tempio 
milanese cd altrove, e le quali non sappiamo se 
si abbiano tutte da denominare difetti , fossero 
talvolta un risultato infelice di capricciose com- 


Digilized by Google 



36 

missioni ; noi diremo come allora le Arti , i di 
cui maggiori meriti sono la parsimonia e la sem> 
plicità, somigliano all’ avarizia , che tanto è piu 
povera , quanto 1* opulenza è maggiore. A noi 
sembra^però che TAlessi, bastantemente istruito 
nelle matematiche e geometriche discipline, nelle 
copiose linee con le quali tanti corpi divise in 
questo milanese ediGcio, non meno che in altri 
di sontuosissimo aspetto, esponesse buone massime 
di proporzioni armòniche, c certi assiomi non per 
tutti di pronta e facile intelligenza; e cosi pre- 
feriva con bel consiglio le stesse armoniche 
proporzioni alle più semplici geometriche e nu- 
meriche , le quali in opera grandiosissima sareb- 
bero risaltate d’ assai minor nobiltà. Codesto bel 
magistero suo ben dimostra come egli ad una 
pratica perfetta ogni teorica aggiungeva, senza 
di cui non si perviene mai a scuoprire corti ar- 
cani, certi segreti, e la metaGsica delle Arti me* 
desime. 

Lodi eguali si meritò certamente per le nuovo 
invenzioni con le quali si edilìcò nella stessa Mi- 
lano il vasto palagio del patrizio Tommaso Ma- 
rino, il quale avendo conosciuto 1’ Alessi anche 
abile a trattare cose importanti , lo spedì per 
alcune sue bisogne al Duca di Savoja. Ma prima 
che per noi si tolga da Milano 1’ A lessi giovi 
sapere, come Vincenzio d’ Agave, biografo degli 
Artisti milanesi, credeva di potere rivendicare ai 
perugino Architetto altri belli cdiCcj, che Vasari 
attribuiva a Benvenuto Garofalo ; e Carlo Torre 
nel suo Ritratto di Milano lo novera fra quei 
molti Architetti che operarono nella gran fabbrica 
del Duomo milanese, ma in quello scrittore vi 
è probabilmente sbaglio o di date, o di' nome. 

L’ A lessi che non potea condursi per tutto , 
era da per tutto invitato con onbrevoli condizioni. 
Ove non potea recarsi era con avidità ricercato 
de’ suoi disegni , di progetti c rapporti, o si ac- 


Digitized by Google 



37 

coglievano da per tutto con plauso, come nuovi 
trionfi d’ un'Arte nobilissima, che in Italia ai 
giorni suoi non dava più limiti allo splendore ed 
a quella grandezza, che oggi viene smentita da 
noi con tante architettoniche follie. Sappiamo 
pertanto che egli ne inviò soventemente nelle 
Sicilie, in Francia , in Germania, nelle Fiandre; 
e così fossero tutte a noi pervenute quelle sue 
bellissime invenzioni ; ma anche delle produzioni 
de' grandi ingegni può dirsi che il tempo divora- 
tore , la colpevole ignoranza , la malizia degli 
uomini furano le migliori alla posterità, le peg- 
giori solo lasciando. 

Coir aumentarsi all’ Alessi la fama , gli si 
aumentavano gii onori eziandio. Il lusitano Mo- 
narca , ignorandosi per noi se si giovasse della 
opera sua , lo volle distinto di cavalleresche de- 
corazioni. Il grido che per tante opere sue , e 
sempre di felicissima riescila , erasi sparso per 
tutta l' Italia , giunse a farsi intendere perfino nei 
ceitiberi regni. Il monarca di Spagna Filippo II, 
figliuolo ed erede della grandezza di Carlo Y, lo 
invitò alla sua corte per intendere dal maestro, 
e come dall’ oracolo dell* architettura , in qual 
modo più grande e migliore si poteano abbellire 
più pomposamente e più nobilmente le vaste sale 
dei regali palazzi e le regali magnificenze cam- 
pestri. A compiere un solenne sacro voto, volea 
il pio Monarca erigere un tempio, un cenobio, 
ed un reale ospizio nell’ ampia villa dell’ £scu- 
rialc. Fu per la nuova e grande opera ricercato 
anche l’ Alessi, e fra i molti progetti presentati 
a quella corte, furono le sue invenzioni prescelte. 
Cosi le nuovo fabbriche con i suoi disegni ivi 
erette contribuirono a rendere tanto più famosi 
gli edilìcj del lodato Escuriale , che l’ ispanico 
annalista Colmar scrive, essere i più sontuosi e 
magnifici di tutta 1’ Europa. Bella lode a dir vero 
per il perugino Architetto , ed anche più beila 


Digilized by Google 


38 

perchè t' è ogni ragione da credere, che non una 
mal fondata prevenzione, non il raggiro degli 
sfaccendali e dei cortigiani, e meno 1’ abuso di 
quegli impegni che talvolta favoriscono i manco 
meritevoli, pronunciassero il volo a favor dello 
A lessi; ma sì bene la scienza e la riputazione 
sua , e la intelligenza del savio Monarca , che Io 
rimandò in Italia colmo d’ onori e di prcmj. 

La patria che lo bramava , vide forse troppo 
tardi compiere i desiderj suoi. Quando egli vi si 
ricondusse non tornò facile a discuoprirlo, e nella 
ricerca de’ monumenti non vcl troviamo prima 
del 1567. Allora egli segnò le tavole delle ulti- 
me sue disposizioni , e da codeste ci fu facile 
scuoprire, che viveano con esso lui tre germani 
fratelli , fra quali un Orazio che similmente pra> 
ticava con qualche riputazione l'architettura; e 
se ci giunse la notizia d’ una Beatrice sua figliuo- 
la, ci è ascoso ogni suo connubiale rapporto. 

Dopo che r A lessi avea così tanti lodevoli 
impegni compiti con tanta fama e tanta gloria, 
reduce in patria non si distaccò per avventura 
dalle Arti, che anzi le amò sempre come sue di- 
lette; e siccome non veniva dimenticalo dai gran 
personaggi, fu forse allora che Odoardo Farnese 
lo dimandò d’ una sua nuova invenzione per or- 
nare r ampio prospetto del nuovo Tempio Igna- 
ziano in Roma , ma che per la imponente spesa 
che vi occorreva non fu eseguila. Laonde bisogna 
pur credere che il perugino Archiletlo |’ avesse 
ideala nobilissima e grande, e noi stessi ignoria- 
mo se quei disegni esistono ancora. 

Galeazzo pertanto anche negli ultimi anni 
dell’ onoralo e laborioso suo vivere , e non lungi 
dalla patria , dovea impegnare il mollo artistico 
suo sapere in un’ opera veramente grande, e che 
tale ripatavasi fino alla recentissima sua rovina. 
La religione frattanto , la pietà de' fedeli porge- 
vano voli , e tuttavia li porgono, perchè nella sua 


Digitized by Google 



39 

ricdificazioQe, procarata eoa taoto zelo e tanto 
dispendio, non si smentisca quell* antico splen- 
Qore e quella rinomanza di cui andava sempre 
b«lla queir opera stessa, anche mercé I* impegno 
de', perugino Architetto. Dicea io dunque dei ma* 
gnilìco e seraCco Tempio di s. Maria degli An- 
gioli. Decretato dal santo pontefice Pio V. io 
innalzamento di quella basilica , s’ incominciò e 
si proseguiva la gran fabbrica con i disegni del 
celebre Jacopo Barozzi, e con la piena direzione 
dell* Àlessi e dell’ illustre suo concittadino e 
precettore Giulio Danti, anch’ esso valentissimo 
artista. La perfetta riunione di codesti tre celebri 
maestri nei costruire quei gigantesco edificio , è 
pure un bell’ esempio di lodevole artistica civiltà; 
mentre è frequentissima la rapacità con cui si 
tolgono per interesse e per invidia le palme agli 
emuli i più probi e più dotti, cercando perfino 
di sfrondarle con ingiusta critica, che neppure 
regge alle prove più lievi. Ma 1* Alessi sapea 
schivare tutto ciò che potea tornare dannevole 
alle Arti medesime, e si mostrò sempre nemico 
della discordia e della disgustosa rivalità. In- 
grandiva la fabbrica con la direzione del peru- 
gino Architetto, che non pervenne a vederla com- 
pita, perchè prevenuto da morte. £ poiché ci 
cadde in acconcio nominare quel santo Pontefice, 
noi non sappiamo d’ onde il Milizia imparasse , 
che Galeazzo si spedi dalla patria sua in solenne 
ambasceria a quel Monarca, il quale dovea pure 
tenerlo in altissimo conto ; ma in varie amba- 
scerie de’ Perugini spedite a quella cort^ noi non 
troviamo il nome dell’ Alessi , il quale peraltro 
non fu dimenticato dai patrj magistrati, ed anche 
negli ultimi periodi del viver suo fu impegnato 
in qualche patria artistica bisogna; e poco ap- 
presso a nuovi onori destinato, gii renne ofl'erto 
generoso ingresso nel nobile collegio de’ merca- 


Digilized by Google 



40 

danti, da cui a’ tempi migliori traevansi le supreme 
magistrature del municipio. 

Pervenuto l’ Alessi all’ anno settantesimo se< 
condo dell’età sua, era pur giunto nel 1572 
all’ ultimo delia sua onorata carriera. Si meri 
r AIcssi nel secolo stesso in cui rimase orbita 
l’Italia dei Vaniiucci , dei Sanzi, dei Buonarroti, 
e di altri nobili Artisti moltissimi ; e mentre ci 
lasciò tante sublimi immagini dei saper suo , 
ninno scritto di luì giunse alla posterità , e seb* 
bene abbia creduto taluno , che lasciasse qualche 
lavoro intorno a Yitruvio, verso del quale però 
crediamo che fosse devotissimo, supponiamo anche 
equivoco in codesto racconto. 

Si morì r Alessi ! e chi potrebbe credere, o 
Signori, che o per forza di circostanze , o per 
avversità di destino l’ onorata tomba di tanto 
uomo, irrigata allora da sincere e caldissime la- 
grime de’benemerili suoi concittadini, quasi ignota 
lino a noi giugnesse, intieramente spogliata di 
corone e di fiori? Tanto accade anche ai grandi 
talvolta ! ed appena ci giunse la scarsa notizia , 
che le onorate sue spoglio si raccolsero nel nostro 
tempio di s. Fiorenzo, ove il di de’ suoi primi 
parentali fu onorato con elegante discorso dal 
dotto oratore e retore perugino Orazio Carda- 
neto { ma ivi nò parola nè pietra vi additano ove 
il freddo cenere suo riposa. 

L’anno 1572 pertanto ne’ fasti delle Arti 
perugino segna quasi ad un tempo due avveni- 
menti, tristissimo l’uno, lietissimo l’altro. Tri* 
stissimo dicea , perchè la inesorabile Parca troncò 
lo stame d’ una vita preziosa, cara ai buoni, alle 
Arti carissima. Ma se a render vanì gli sforzi 
dell’ invido oblio , poco sarebbe oggi per voi , 
Giovani egregi, onore e letizia di questo bel giorno, 
spargere sul' freddo ceuerè suo sentimenti di ri- 
verenza: se poco sarebbe oggi per voi porre lo 
insegne c le immagini sue sul gelido avello , e 



41 

scolpirvi le meritate lodi di coi privo rimase r 
r Alessi bene altro vuole da voi. Vuole, e lo vo- 
gliamo noi stessi, che infiammati nell’ amore 
della gloria vel proponiate come un perfetto 
esemplare di virtù e di sapere artistico. Noi stessi 
vorremmo, studiosissimi Giovani , che la giusta 
riverenza agli antichi esemplari venduta non vi 
vietasse di rivolgere qualche fiata la mente a 
quelle invenzioni con tanto sapere dall’ Alessi 
ideate. Ma egli vuol pure, che il vostro imitare 
sia conformato alla ragione ed al gusto , e non 
a quella nojosa uniformità , che regna soverchia- 
mente talvolta negli artistici Istituti^ laonde assai 
frequentemente va lungi da essi la beila gloria 
di nobili invenzioni ^ e la troppo servile imita- 
zione inaridisce gl' ingegni, e fa dimenticare quel 
precetto importantissimo, che nelle Belle Arti la 
ragione, la quale malamente si piega ad una so- 
verchia conformità d' imitazione, deve modellare 
le forme, e la esperienza deve insegnare i me- 
todi. 

Vi sia dunque di sprone a sì nobile incita- 
mento la dolce rimembranza dell' avvenimento 
lietissimo di coi vi dicea: della lodevole istituzione 
di questa celebre Accademia cioè , che nasceva 
appunto quando 1’ Alessi cessava d’ esistere ; e 
dalle avventurate origini sue alla morte di lui 
appena due lune vi corsero. Certo che se egli 
fosse giunto in tempo a farne parte, avrebbe ren- 
dalo a questo patrio stabilimento quel lustro 
medesimo, che gli procurò il celebre dipintore 
Orazio Alfani, che ne fu il primo istitutore ed il 
piu sollecito moderatore. 

Questo nobile Istituto pertanto, già da quasi 
tre secoli divenuto adulto e fiorente , dal vostro 
ingegno. Giovani solertissimi, dal vostro zelo , 
dalla, diligenza e frequenza vostra attende la 
desiderata e perpetua sua conservazione , ogni 
prospero incremento , ed una fama maggiore. 


Digilized by Google 



42 

L* impegno rostro accrescerà qaello de* saggi 
Moderatori , dei vigilantissimi 1*rofessori ; accre» 
sccrà le cure de’ generosi Magistrati « i quali 
anche oggi spettatori di nuove gare , tornano a 
guiderdonare le vostre gloriose vittorie. 

E perché gli avventurati primi avvenimenti 
di questo perugino Istituto in unione all’ All’ani 
furono allora tutelati e protetti sopra ogni modo 
da Tommaso S. Felice, prelato degnissimo e 
moderatore di questa provincia ; cosi oggi per 
simigliante guisa nuova tutela e nuovo favore 
attende da voi , Preside degnissimo (1). Siate voi 
apportatore felice de’ nostri voti anche a’ piedi 
dei trono d’ un Monarca beneiico che alle Arti 
accorda protezione e favore. Gli direte che la 
perugina Accademia è una delle più celebri dei 
pontiGcj dominj , si per vecchiezza d’ istituzione, 
si per la rinomanza de’ primi Istitutori , sì per 
i grandi nomi che io tutti i tempi onorarono 
r Albo suo , sì per le industrie amorose de’ suoi 
Professori , si finalmente per i lieti progressi che 
avanzò fino a questo festivissimo giorno , in cui 
voi, ottimo Preside, Magistrati splendidissimi , ne 
ammirate i frutti ubertosi prodotti da queste piante 
novelle , da questi giovani eletti, dolci speranze 
della patria , della nazione , delle Arti, e decoro 
della nostra Accademia ; e così la grata memoria 
dì voi, che siete bello argomento di letizia e di 
amore dui Municipio intiero , onorerà perpetua- 
menio i fasti dcil’artistico perugino Istituto, come 
li onorarono e li onorano tuttavia i belli nomi 
degli Alfani e de’San Felici. 

Prof. Gio. Battista. Vermiglioh 


(1) Monsiq. Domenico dei Conti Savdli Dele- 
gato degnissimo di Perugia che onorò di sua de- 
eiderala presenza la solenne arUstica pompa. 


Digitized by Googte 



DEL 


43 


FORO BON APARTE 

DESCRIZIONE GENERALE 


In questo Iibro|diamo i disegni di un’ opera de- 
gna (per quanto ci pare) dell' antica grandezza 
e della presente felicità. (1) Quello che la greca ele- 
ganza e la romana magnificenza non ride, avrà 
Milano (come speriamo) in un luogo solo, ordi- 
natamente disposta ogni maniera di edifizi che ai 
comodi e ai diletti di popolosa e fiorente città 
possono servire. £ a questo luogo aggiugnerà 
splendore il nome immortale di BONAPARTE 
Augusto , al quale dobbiamo d’ aver potuto sor- 
gere a tanto insperata altezza di pensieri e pro- 
sperità di opere. Poiché avendo egli colla vittoria 
di Marengo ricuprata T Italia, voile che Milano 
ne godesse singoiar beneficio, atterrando la for- 
tezza che gli antichi signori aveano alzata quasi 
giogo sol popolo : il quale, com* egli coi valore 
rassicurava per 1’ avvenire dalle offese de'nemici, 
liberava colla sua umanità da ogni timore di 
molesta dominazione. Per queste gloriose e liete 
ruine del castello di Milano si è aperto uno spazio 
amplissimo; ai quale (considerando noi diligen- 
temente) abbiamo trovato meglio d’ogni altra 
convenire la figura di circolo, che abbia diametro 
di braccia milanesi 1055, ciò sono metri circa 633. 

11 circolo si apre da due parti: Tona guarda 
la città , là dove più strade convengono : 1’ altra 

(1) Questa descrizione fu pubblicata la prima 
volta m Milano con tavole m rama. 

} 


Digilized by Google 


44 

è per diiunetro opposta, verso la campagna : ed 
ambe le aperture oude si entra nel Foro si al- 
largano 192 braccia milanesi. Nel giro del circolo 
(tranne gl’ intervalli delle aperture) sono collocati 
quattordici edilìzi pubblici, ai quali si frappongono 
dodici colonnati con magazzini, botteghe, case , 
giardini privati. Gli ediCzi pubblici sono di tre 
classi. Della prima facciamo le Tenne e la Dogana: 
alla seconda appartengono la Borsa, il Teatro, 
il Panteon, il Musco : assegnamo colla terza otto 
Sale alla pubblica istruzione. 

Per entro il circolo vogliamo che intorno 
corra il canal navigabile , cosa d’ ornamento c di 
vantaggio grandissimo. Perciocché prima n’era 
turbato il corso dalle fortiGcazioni del castello 
demolito , che non lasciavano pur continuarsi le 
mura urbane ; e le merci,, che sul canale si vo- 
levano trasportare alla porta ora detta di Marengo, 
o alla Vercellina, convenivano, con grave incom- 
modo , fare il giro quasi di tutta la città. Alla 
quale volendo noi provvedere di sicurezza, e darò 
insieme agevolezza alla mercatura , che potrebbe 
porre la su^t principal sede nel Foro, intendiamo 
di valerci dell’ acqua , che dal Lario esce col 
nome di Adda pel ramo di Lecco; e prenderemo 
l’acqua sopra la Pescaja di s. Marco; perocché 
derivata da luogo inferiore , non avrebbe suffi- 
ciente discesa nel Foro : dove prima vogliamo 
introdurle questo canale navigatorio nella darsena 
della Dogana; poi condurlo paralollo innanzi ai 
magazzini della mercatanzia ; e per line congiun- 
gerlo all’altro canale, che fa capo vicino al Foro, 
dal lato di porta Vercellina. La qual opera , se 
fia utilissima , sarà non meno dilettevole; perche 
vegeteranno più lietamente gli alberi . dei quali 
sarà ombrata la ripa ; e di quella frescura e di 
quelle ombre verrà nuova amenità a questo luogo, 
che mancando 1’ acqua sarebbe tanto meno pia 
cevole ; e quando la pubblica allegrezza si ino- 


Digitized by Coogte 



45 

strcrà con illaminazioni noUnrne , cresceranno 
inRnila vaghezza allo spettacolo tanti lumi dal- 
r acqua ripercossi. 

Nel mezzo del Foro, quasi centro al circolo, 
starà r edifìcio quadrangolo che avanza dell’ at- 
terrato castello. Nó si è voluto demolirlo , per 
essere di solidezza molto durabile e di oppor- 
tunità a parecchi usi civili : talché all’ Augusto 
NAPOLEONE parve non disconvenevole domici- 
lio del principato. E per verità fu ai Romani e 
ai Greci frequente di porre come centro ai loro 
Fori le Basiliche. 

Nò temiamo che si offenda il gusto di quelli 
cui ragionevolmente dispiacciono inscritte ai cerchi 
le ligure rettangolari ^ quando la molla distanza 
di queste da quelli sembra che non lasci l’occhio 
essere scontento^ ed inoltre gli estremi di questo 
edifìcio non sono acuti, ma largamente curvali 
per quattro torrioni rotondi, ai quali sullo spazzo 
corrisponderanno quattro insigni monumenti, che 
a tutte 1’ età mostrino 1’ animo degl’ Italiani per 

10 valore e la benigna vittoria dell’armi francesi. 

Quelli che dal cerchio del Foro' usciranno 
alla campagna, avranno incontro un’altra piazza, 
terminata (verso il Foro) da un propilèo , che è 
principio alla strada del Sempione. 

Fuori della circonferenza rimangono poi altri 
spazj , nei quali sarà libero alzare edificj, o pian* 
tare giardini , sia pubblici, sia privati. 

t È tanto basti in generale di quest’ opera : la 
quale desideriamo che riesca gradita agi’ Italiani, 
come in Francia ne fu lodato il concetto; di che 

11 giornale dell’Arti al numero 126 dell’ anno IX 
ci diede assai cortese testimonio. 

La prima tavola mostra il prospetto degli 
edifìzi soprannominati uell’inlerno del Foro, adii 
dalla città lì riguardi. 

Ora passiamo a parlar dei medesimi parti- 
colarmente. 


Digitized by Google 



46 


DESCRIZIONE 

DEGLI EDIFICI DI PRIMA CLASSE 

NELLA 

CIRCONFERENZA DEL FORO 

BAGNI 


Pianta de* Bagni. 


prima diremo delle Terme o Bagni, dei quali 
non é certamente necessario discorrere Futilità. 
Non la negano pure i tempi moderni , comechè 
la trascurino. Gli antichi , dei quali vanamente 
ammiriamo la grandezza e la fortuna dimentican* 
done la saviezza , ebbono in grandissimo conto i 
provvedimenti e gli esercizj di che il corpo si 
mantiene sano e robusto ^ e furono appo loro di 
comune uso le Terme , nelle quali posero tanto 
incredibile magnificenza, che ad Ammiano parvono 
più presto provincie che parti di città. Ne appa» 
jono ancora avanzi mirabili di quelle di Caracalla, 
di Diocleziano, di Tito , di Livia , di Agrippa. 
Nè in Roma soltanto o in Antiochia fu assai di 
sì cospicui ridotti: non mancavano alle più me- 
diocri città delle provincie ; come ne mostra Ce> 
cilio Secondo proconsole della Bitinia. Non par- 
liamo dell' Italia , dove tuttavia molti luoghi e 
Pompcja dissotterrata ne fanno testimonio. E fuor 
di dubbio che Milano ebbe i suoi Bagni pubblici 
ne' contorni di s. Lorenzo. E chi voglia dopo 


Digitized by Googl 



47 

si lango intervallo restituire a questa città un 
tanto giovevole ornamento , non potrebbe dargli 
più conveniente luogo che il Foro Bonàparte. 
Ma nell’ ordinare le Terme non abbiamo dovuto 
seguire io ogni parte l’ esempio dell' antichità : 
giacché non ci era proposto di dare come a spet- 
tacolo di erudizione una rappresentanza del fasto 
romano : ma di far cosa ai tempi presenti utile , 
e così a^ moderni costumi non ripugnante. Ve* 
drete pertanto in questi Bagni tal disposizione di 
edifizio quale e la comodità e la convenienza 
deli’ uso destinato richieggono ; troverete quanto 
a mondare, o sanare, o rinvigorire il corpo , e 
ricrear la mente e ornarla si può desiderare. 

Dallo spazzo del Foro per 17 scaglioni ascen- 
derete all’ atrio ^ dal quale passerete al salone, 
dove la gente si raguiia. Ma nel circuito esteriore 
sono due porte e due scalette che nel salone me- 
desimo vi condurranno, senza obbligarvi a passare 
per entro il Foro. Che se le ciance e '1 romor 
del salone vi noino, potrete uscirne per tre por* 
te: e vi daranno quieto e profittevole tratteni- 
mento due appartamenti che trovate fuor del sa- 
lone dall’ una e dall’altra parte d’ un peristilio. 

Ivi biblioteche ^ ivi strumenti varj di studi e 
contemplativi e operosi. Sopra questi appartamenti 
avranno abitazione tisici e chirurghi , all’ uopo di 
quelli che alle Terme vengono per medicina: tro- 
veranno gabinetti ove riposare coloro che escano 
da’ laconici o sudatorii. Nella parte inferiore sa- 
ranno i tepidarii e frigidarii. Due scalette a chioc- 
ciola vi faranno salire e scendere per tutti i luo- 
ghi nominali. 

Quando poi l’ aspettare e Io studiare nelle 
biblioteche vi stanchi , un brevissimo passaggio 
vi conduce ai sudatorii , sotto i quali stanno gli 
ipocausti , dove Tacque si scaldano; e vi sono 
acquidocci che diramate le guidano, e per tulli i 
Bagni le dilToadono : al fumo di quelle si dà per 


Digilized by Google 



48 

mezzo il pavitneuto I' entrata ne'sudatorii; donde 
lo scacccrele a senno vostro , mediante forame o 
valvola nella volta. 

Gli estremi del peristilio, di fianco ai laconici 
e agl' ipocausti, son capo di due scale diritte, per 
le quali scenderete a un largo spazio, coi da tre 
lati circondano i portici , e dal quarto lato le 
scale, gl'ipocausti, le officine de' cibi , e una 
galleria coperta. Questo spazio bislungo sarà di> 
viso in cinque parti. Nella principale che sta di 
fronte al peristilio , facciamo una grande piscina 
per iscuuia di nuotare. £ v’ entrino pure senza 
paura i principianti ; chè a loro sicurezza sono 
scalette per discendervi, e il fondo sta in pendio. 

Altre due parli dello spazio , rimpetto alle 
officine de' cibi , le prendiamo per distendervi due 
stadii : ne’ quali chi cerca alle membra o agilità 
o vigore , si eserciterà nella lotta, nel salto, nella 
corsa , alla palla, alla scherma. £ coloro che più 
nel riposo che nella fatica trovan diletto , avrau 
piacere di guardar le fatiche altrui , pianamente 
passeggiando all’ombra ne’ viridarii, ai quali in 
altre due parli dello spazio già nominato abbiam 
trovalo luogo fra la piscina c gli stadii. E se non 
di muovervi lentamente , nè di veder altri che 
travagliatamente si muovano, vi piacerà^ ma di 
sedere godendo pur 1' aria liberà , e conversare ; 
ponghiamo perciò di là della grande piscina una 
esedra , che avrà in faccia il gran peristilio. Die* 
tro r esedra , alziamo due piani con camere pei 
serbatoi delle acque fredde , e per coloro che 
ministrano ai bagni. 

Ora che vi abbiamo scorti per questa bis- 
lunga spaziosità e per le cinque parli della me* 
desima, potete ritornare al grande peristilio. Le 
quattro scale a chiocciola che vedete partir dalle 
biblioteche , scendono al piano di due piccoli 
pcrislilii. Nel mezzo sì dell’ uno che dell' altro 
ecco due piscine : qui abbiamo voluto che godano 


Digitized by Google 



49 

il beaeficio de' bagni i servi e le ancelle che ac- 
compagnano i signori e le dame, cui fortuna per- 
mette che più agiatamente in proprie e chiuse 
stanze si bagnino. E per essi appunto è 1* ultimo 
ricinto di questo edilìzio : lo rinchiuggotio por- 
tici colonnati : e a dirimpetto sono le camere dei 
bagni. Cinquanta persone potranno ad un tempo 
liberamente lavarsi : entreranno per altrettanti 
Qsci che abbiamo aperti nei portico. Diamo a cia- 
scuno una camera colla vasca , uno stanzino con 
ietto da riposare dopo la bagnatura, uno spoglia- 
toio ; in line ci é 1’ agiameiito. Le acque calde e 
fredde per docce nascoste nelle muraglie vengono 
alle vasche o bagnatole^ sopra le quali da due 
chiavi le prendete a vostro piacere : dalle bagna- 
tole cadono nelle fogne sottostanti , e sono por- 
tate via. Cosi abbiamo provveduto ai più che 
ameranno star soli bagnandosi. Ma saranno alcuni 
che non ricuseranno la compagnia per amichevole 
intrinsichezza ^ la vorranno per gelosa custodia 
delle fanciulle le madri o le parenti , e i padri 
de’ loro garzoni. A questi sono preparati ne’quattro 
angoli del recinto luoghi opportuni , dove tutto 
è simile ai cinquanta sopra descritti , salvo che 
hanno le stanze più larghezza , e le bagoatoie 
non sono ovali ma tonde. 

Nel piano del terreno sono molt’altri luoghi 
che non curiamo di mostrarvi particolarmente : 
quivi si riporranno legne, slovigli, tante cose che 
a tanti usi delle Terme bisognano. 

Ci pare di avervi fornita ogni comodità e 
piacere che poteste desiderare nei bagni. Ma dove 
tanta gente d’età, di sesso, di condizione diversa 
concorre, bisognano senza dubbio certe discipline, 
perché nè la quiete nè la decenza si turbi: e sa- 
ranno prescritte saviamente dall’autorità pubblica. 
Noi ce ne passiamo; che troppo è lungi 1’ ufficio 
deli* architettore da quello del magistrato. 

4 



50 

Spaccato de* Bagni verso i Laconici. 

Le tavole seguenti vi mostreranno le orto- 
grafìe delle Terme in ciascuna delle parti prin- 
cipali che abbiamo sopra descritte. 

In questa sezione si vedono le interne parti 
dei bagni, i portici che stanno innanzi , e i due 
stadii , e i viridarii, e la grande piscina. In Troute 
poi appare un lato del gran peristilio, c disotto 
la galleria coperta : appresso le due scale , per 
cui dal piano de' bagni a quello del gran peristi- 
lio si ascende: sotto il piano gl' ipocausti e sopra 
i sudatorii : in fìne i luoghi per cibarsi. Più lon- 
tano la parte posteriore del salone: e da entram- 
bi i fìanchi alquante delle case private che frap- 
poste sono ai pubblici edilìzi nel circuito del 
foro. 


Spaccato del Salone de' Bagni, 

Non ci è chiaro che modo tenessero i Greci 
nello edificare i loro bagni. I Romani presero 
dalle usanze dc'Greci le delizie della vita, e do- 
vettero averli ad esempio nel fabbricare. Ma come 
in ogni opera d' architettura andarono lontani da 
quella greca semplicità, per seguire una loro fa- 
stosa idea di magnificenza; tanto più ne doverono 
esser lungi nell’ ordinare le Terme. Quelle che 
ci avanzano sono de' tempi imperiali ; quando in 
ogni cosa il lusso strabocchevole prevalse : o 
questo lusso è nemico della purità di stile e della 
vera eleganza , come ne' costumi cosi nelle arti. 
Però noi lodiamo l'acconcia distribuzione delle 
Terme de'Romani , per quello che alle opportu- 
nità dell' uso appartenga ; in che si vede che ser- 
barono un modo costante : nel resto non ci piace 
d* imitarli. La parte men guasta delle Terme Dio- 
cleziane è la gran sala di raunamento ; quella 
che ora é chiesa della Certosa. Otto grandi co- 


Digitized by Google 



51 

]ODne di granito rosso orientale sostengono la 
yolta formata a tre crociate. Ma quel travamento 
ghe sopra tutte le colonne ricresce , con tanto 
j ogombro e carico d’ ornamenti , che danno al- 
i’ occhio fatica senza riposo , a chi può sembrar 
lodevole o imitabile ? A noi no: e ci piacque una 
idea più semplice del nostro salone, il quale nella 
forma consentiamo che al Dioclezianco somigli : 
ma senza colonne. La volta più naturalmente 
sorgerà dalle pareti. Degli ornati non vogliamo 
essere in tutto miseri nè profusi. Tra- lo sfarzo 
romano e l’austerità di Sparta serbiamo un mezzo 
decoroso. 

Lo spaccato ne rappresenta le interne parti : 
e voi scorgete quelle che dal bisogno ci furono 
richieste ^ e quelle che al decoro , o al piacer 
delie genti, o al genio dell’arte concedemmo. 

Spaccato de* Bagni verso V Esedra. 

Di rimpelto al gran peristìlio , ai sudalorìi , 
alle stanze per mangiare , s’ alza la facciata del- 
r esedra , eh’ è luogo di conversevole riposo. 
L’ esedra si attiene ai portici e alle mura de’ ba- 
gni. L’ abbiam formata d’ un nicebiooe con sedili 
d’ intorno. I pareti ve li diamo lisci : e non ri- 
cusiamo se v’ aggrada , che di sculture si ab- 
bcllino. Sulla corda dei seraicircolo ergiamo un 
gran colonnato , che sarà 1’ atrio dell’ esedra^ dal 
quale dominerete i portici de’ bagni. La volta è 
figurata di un quarto di sfera : al che ci ha in- 
vitalo r uso costante de’Romani, come l’abbiamo 
appreso da Palladio, da Serlio, da Ligorio , e da 
ogni altro de’ più famosi, ai quali fu dato di ve- 
der le Terme romane meno disfatte che ora non 
sono. A questa volta diamo ornamento di casset- 
toni ^ e la facciamo aperta , perchè luce v’ entr 
copiosa. 


Digitized by Google 



52 


Facciata de' Bagni 

Nel più basso piano del Foro comincia la 
grande scalea che nnisce all* atrio. Le sorgono 
a’ fìanchi due cortine , che negli estremi hanno 
dalla scultura simboleggiali due fiumi, Olona e 
Ticino. Quanto ha di altezza la scalea , tanto 
hanno i pubblici e privati magazzini circolanti il 
Foro. E quest* altezza è basamento generale, sovra 
cui la facciala s’ innalza: la quale è di un gran 
muro, con ossame di grosse pietre , ricinta di 
cornici, ove sta bene , e di corleccie ad opera 
reticolala. Per mezzo ia facciala è il principale 
ingresso all* atrio , con doppio colonnato di sei 
colonne per fronte, e travamento alla greca: que- 
sto si alza sin dove la volta deli* atrio s'imposta. 
£ la volta di fuori aperta fa campo a un gruppo 
di scultura^ Nettuno sui carro tirato da cavalli 
marini simbolizzante l'acqua, che a questo edi- 
fizio dà principalmente nome ed uso. All’ uno e 
all* altro lato delle colonne avrà il muro inca- 
strate due tavole (sian di marmo o di brouzo) 
che con incise note avvertiranno ia gente che ai 
bagni verrà quale disciplina sia prescritta. Tutta 
la fronte è coronata di cornice e di fregio , che 
s' adornano di simboli. A' fianchi delie Terme si 
aegiungono i minori colonnati, che stanno innanzi 
alle botteghe e case privale. 


DOGANA 

Pianta della Dogana. 


Al tesoro pubblico non isgorgano forse di più 
copiosa vena ie ricchezze che dalla Dogana : ed 
ella è comune emporio delle merci che le iu* 
terne parti dello stato e 1' esterne regioni roa-u 


Digitized by Coogic 



51 

dano. Milano le riceve per via di terra e d’acquaf 
il che a poche città è dato. Quivi dalla Francia 
molle no vengono, e dagli Svizzeri edaiGrigioni 
molte, e in copia ancor dall' Alemagna ; le quali 
il canal di Martesana e il Ticinese trasportano. 
Ambo i canali non altrove che in questo Foro 
da noi disegnato possono concorrere : qui però ci 
sembra opportunissimo luogo alla Dogana di si 
opulenta e comrnercievoie città. Vendendo l'altro 
doganclle , e facondo risparmio in parecchie am- 
ministrazioni, avrà il Comune di che dotare la 
nuova Dogana. E questa ponghiarao io faccia alle 
Terme ; talché si corrispondano i due maggiori 
edilizi di pubblica ragione. 

in quella parte che riguarda l'esterno del 
Foro scaviamo un seno alla darsena. A questa 
per io canale della Martesana guidiamo l'acqua, 
che si deriverà di sopra della Pescàja di s. Mar- 
co : dalla darsena la facciamo uscire nell' interno 
canale dei Foro; e per tutto il giro la condu- 
ciamo alle Terme : quindi si scarica nel canale 
che da porla Verccllina si accosta all' esteriore 
perimetro del Foro. 

li canale navigabile entra nella darsena sotto 
un ponte , col quale congiungiamo le strade di 
fuori , e sostenghiamo una sbarra, che al venire 
e partir delle merci dà ordine e misura. Gii edi- 
fìcj all' imboccatura della darsena di qua e di là 
sono per abitarvi gli ulfiziali delle gabelle e della 
polizia. £ dietro stanno i magazzini per le merci. 
Abbiam preparato ricovero dalla pioggia alle bar- 
che da mercanzia , alle quali ha lieve dalla dar- 
sena scorrere per lo stesso piano sotto i magaz- 
zini, e ricoverarsi in que' voltoni ; di che ci la- 
sciarono esempio Claudio e Trajano Cesari , nel 
porto d’ Ostia alla foce del Tevere Dopo i ma 
gazzini spno due portici , che danno entrata nelle 
camere interne de’ gabellieri , e li guardano dalla 
pioggia quando vogliono riconoscere le mercanzie. 


Digitizod by Google 


54 

A caricarle poi e scaricarle dà luogo la strada 
che interiormente circonda la darsena. L’ edificio 
rettangolo che a quella si attiene , c si volge al 
Foro , comprende il grand' emporio ; magazzini 
sotto e sopra ^ e pei ministri delle gabelle stanze 
di sopra ad abitare , di sotto ad esercitarvi gli 
uffizi loro. 


Spaccato della Dogana. 

Questa sezione che abbiamo delineata sulla 
lunghezza di mezzo della Dogana , vi mostra il 
canal navigatorio che mette nella darsena, coperto 
dal ponte ; i voltoni a ricovero delle barche ; le 
scalette dal piano dell' acqua al piano dei magaz- 
zini ; una delle due fronti delle stanze pei gabel- 
lieri e ministri di polizia ; i magazzini ; uno dei 
portici dove i doganieri esplorano le merci intro- 
dotte , la parte interna del grand' emporio e dei 
magazzini di sopra ; il passaggio del canal navi- 
gabile dalla darsena al Foro; e uno de'ponti che 
al Foro congiungouo la Dogana: 

Facciata della Dogana. 

La facciata della Dogana rassembra in tutte 
le parti architettoniche quella delle Terme. Y'è 
difierenza solo degli ornati, in quanto a ciascuno 
dei due edificj couveugono le sue proprie alle* 
gorie. 


i 


Digitized by Google 



55 


« 


DESCRIZIONE 

DEGLI EDIFICJ PUBBLICI 

DI 

SECONDA CLASSE 

LA BORSA 


Pianta della Borsa. 


.Tanti sono i vantaggi alla nazione e al princi- 
pato recati dal commercio , che favorirlo ed ono- 
rarlo d'ogni maniera possìbile pare argomento 
dì felicità pubblica e di regale sapienza. Coloro 
che procurano il commercio deono avere un luogo 
. dove ne^ giorni e nelle ore destinate convengano 
a trattare negozi : e questo luogo, insino a^noslri 
tempi , manca a Milano , che pure è copiosa e 
splendida di opulente mercatura. Noi perciò nel 
Foro, dove tanti piaceri e tanti comodi invitano 
la moltitudine , vogliamo che abbiano opportunità 
di ragunarsì per le bisogne loro i mercatanti : e 
destiniamo al commercio più agiata sede e più 
magniGca di quella che abbia in Genova, o in 
Firenze, o in Ancona, o in Venezia, o in ve- 
run’ altra parte d' Italia: e la pongbiamo accanto 
la Dogana. Di che le merci, pagalo il debito al 
prìncipe , passeranno con poca fatica ai centro 
de’ traliicbi : al quale diamo il nome di Borsa 
comecbè d’ origine straniera, desiderando pur che 
r Italia lo fornisca di proprio vocabolo. 


56 

All* atrio della Borsa si viene per ampia sca 
lea, che dal piano del Foro monta a quello <Mi 
portici : e per l' atrio si entra nei vasto salove , 
cui stanno a’ lati gallerie e camere ; una trihina 
in line ha cinque porte ad uguali distanze, che 
sono ingresso ad altrettanti uffici di notai, per le 
scritte de* contratti. Due scalette a cbiocciola 
scendono ai magazzini nel piano del terreno , e 
montano sopra , là dove gli archivj si ripongono, 
ed abita il custode. 

Spaccato della Borea. 

Un* ediGcio dedicato alla ricchezza pubblic» 
debbe avere maguilica vista. Però non fummo 
scarsi degli ornamenti che 1' arti nostre possono 
dare : e si vede nello spaccato interno della gran 
sala di ragunamento, la quale é a mezzo la Borsa. 
Le altre parti meno cospicue son anche meno 
adorne , perché la principale meglio appaia. 

IL TEATRO 
Pianta del Teatro. 


Se per molti argomenti si è potuto compren- 
dere l’attinenza dei pubblici costumi alle arti, e 
come alla dissoluzione di quelli consegua il de- 
cadimento di queste , ciò si fa manifesto ne* tea- 
tri ; bella invenzione, e degna di popolo possente 
e ricco e civile, e voglioso di nobili piaceri^ dove 
i ludibri! delle reggie o delle famiglie si rappre- 
sentarono dapprima non 'tanto a solazzo, quanto a 
documento della vita. Perciò a poter ben vedere 
e bene ascoltare ebbero principale intendimento 
quelli che fabbricarono luoghi a scenici spetta- 
coli. Ma poiché d* utile diletto venne sazietà , e 


Dìgilized by Google 



57 

ne* teatri ti cercò non la censura , ma piultusto 
i' esempio e la licenza de* vizi , anche la teatrale 
arcbiteilora fu corrotta e vergognosamente dif- 
formata. Si abbandonò l'ordine mostrato da'Greci 
e da'Romanì , e nella fortunata rislaurazione delle 
lettere e delle arti ripreso. Allora si videro quelle 
6le di stanzini sovrapposti gli uni agli altri , che 
noi chiamiamo palchetti. Dicesi che della nuova 
foggia primo fosse il teatro di s. Grisostomo 
in Venezia nel secolo XVII. e nella città mede- 
sima ebbero siroii forma gli altri dappoi: la quale 
nel teatro di Tordinona in Roma e io quel di 
Fano fu imitala ^ e ora dappertutto si trova , se 
non che Londra e JRadrid riicngon misto al mo- 
derno uso in parte I’ antico. Noi però tenendo la 
mente al savio proposito che 1’ antichità ordina- 
trice de* teatri ebbe di ammaestrare il popolo di- 
lettando, crediamo che sia da severamente sban- 
dire tolto ciò di che Taltenzione si torba : nò ci 
consente I* animo di voler edificare que* palchetti 
dove il frastuono d* oziose ciance si annida. La 
modestia e 1’ attenzione , che ad uno spettacolo 
quasi di civile scuola si dee , tanto sarà meglio 
serbata dove ciascuno da tutti puot* essere vedu- 
to; e dove, quand* anche non fosse 1* occhio dei 
magistrati, il pubblico aspetto impone la vere- 
condia. Né le festevoli donne avranno a dolersi 
d’essere per noi snidale di quelle quasi gabbie , 
in che si stavano rinchiuse e mezzo celate ; se , 
come le spose e le donzelle d’ Atene e di Roma 
collocale io gradi ordinatamente intorno sorgenti, 
faranno le bellezze e le grazie della persona più 
universalmente cospicue. E I* architettura potrà 
lodarsi di un teatro, in coi la ragione e la ma- 
guiticeiiza dell’ arte si mostrerà: e l'occhio- e la 
mente si appagheranno di vedere appoggiarsi a 
vera e manifesta solidità oua tanto ampia e ar- 
dila volta di quanta gli uditorii de* nostri teatri 
si cuoprono* 


Digilized by Google 



58 

L’ atrio di questo Teatro si congiunge al piano 
del Foro per una scala spaziosa. Ne’ canti del- 
r atrio si distribuiscono le tessere per l’ ingresso. 
S’ entra per due grandi porte in due vaste gal- 
lerie « e da quelle in due salotti. Alla diritta del 
salotto sinistro e alla mancina del destro è l’ en- 
trata all’orchestra e a’ primi gradi del teatro. 
Chi vien nell’ uno o uell’ altro dei salotti si trova 
in cospetto una porta , che dall’ uno o 1’ altro 
conduce ad un corridoio , lungo il quale sono 
luoghi di ritiro , guardarobe , stanza per le guar* 
die, scale per discendere al terreno c salire ai 
piani di sopra. Ma lasciando questi luoghi a de- 
stra o a sinistra , e inoltrando , si arriva all’am* 
bulacro , che ad oso di ridotto gira dietro le gra* 
dora , sotto le quali stanno botteghe. Montando 
le scale d’ambo le parti si viene alla loggia, cui 
vanno similmente intorno gli scaglioni. Hanno 
proprio seggio i capi della città e della milizia, 
al quale si congiongono due gallerie e due salotti. 
Sopra il vestibolo è una sala per li dipintori delle 
scene. Le scale che dicemmo, salendo tuttavia 
conducono all’ interna loggia del teatro ^ nella 
quale una moltitudine di spettatori possono af- 
facciarsi nelle lunette delia volta fatta a sembiante 
di velario. 

1 Greci e i Romani ci superarono in quella 
parte del teatro che riceve gli spettatori : ma 
credo che noi abbiamo vantaggio da loro nell’or* 
nare la scena ^ intorno la quale m’ è piaciuto se- 
guitar piuttosto le moderne usanze. 

Al nostro Teatro non sarà tolta la luce del 
sole: di che, oltre a’ notturni spettacoli, potranno 
fervisi diurne ragunanze o per musica , o per 
disputazioui di scienze, o sperimenti di Qsica , o 
per qual altro argomento si voglia. 

La sala dell’ uditorio ha di corda 32 braccia 
milanesi; ciò sono palmi romani 85; piedi frau- 


Digitized by Googte 



59 

cesi 64 : nella quale e nelle logge dei due piani 
cape 1600 persone. 

Spaccato del Teatro per lungo. 

Questa sezione mostra la salila dal Foro al* 
1’ atrio , r interno dell’ atrio , la scena, l’ orche- 
stra , le gradora , il ridotto, le botteghe , la log. 
già inferiore e la superiore, il salone per li pit- 
tori e i sotterranei, dove sono le macchine che 
servono alle scene. 

Spaccato del Teatro per largo. 

In questa sezione si vedono le gallerie sotto 
e sopra : l’ interno verso la loggia e i gradi ; la 
volta a lunette, che tutte al centro si conducono 
a guisa di velario ^ in fine i sotterranei. 


IL PANTEON 

Pianta del Panteon. 


Non è tanto felice nè gloriosa una città per 
edifizj splendidi, per copiose ricchezze, per fe- 
stevoli pompe, quanto per uomini grandi ed esem- 
pi di generose virtù. Ma però che queste non 
altrove sorgono più volentieri che dove son me- 
glio onorate, degno è che ogni studio si ponga 
in far onore a quegli uomini, i quali vivendo me- 
ritarono fama. Però ci è sembrato conveniente 
che i nomi loro abbiano memoria durevole e 
quasi culto glorioso in quel luogo ove più la ci- 
viltà e la prosperità della nazione vogliam che 
si mostri. £ per questa ragione alziamo nel Foro 
alla fama degli eroi un tempio^ ai quale ci con- 
sigliamo di dar nome di Panteon , per quella 


Digilized by Google 



60 

«enteoza di un’ antico savio, ohe disse gli oomi* 
ni sommi esser quasi mortali Iddìi. Dalia mede- 
sima sapienza antica ne viene ricordato che gli 
onori fatti ai passati debbiano tornare in ammae- 
stramento ed invito di ben operare ai viventi : 
secondo il quale avviso Marco Marcello ediiicò 
in Roma un tempio all’ Onore, e lo congiunse al 
tempio che fabbricò alla Virtù, di modo che per 
questo si dovesse in quello entrare. Cosi noi vo* 
gliaroo che nei nostro Panteon gli eroi, che ivi 
ricevono dalla patria il debito culto , invitino i 
generosi spiriti de’buoni cittadini a meritare' al- 
trettanto ; e lutti gli ornamenti dì questo luogo 
lo facciano scuola di magnanime azioni. 

Starà nel centro 1’ ara della Virtù : a qnel* 
lo mireranno, a quello cercheranno, di accostarsi, 
e saranno qual più qual meno vicini i simulacri 
de’ principali Eroi, guidandoli al santo altare il 
merito e la giustizia. A compier questa idea , 
avrà il Panteon figura di circolo: e sulla circon- 
ferenza, per entro a tanti mezzi cerchi , saranno 
con vario ordine disposto l’ effigie scolpile dei 
grandi uomini. In un precìnto più lontano dal 
centro, con busti, vasi, ceppi, iscrizioni si farà 
viva la rimembranza de’ falli cb’ ebbero grido 
minore di fama, quantunque degni di non tacersi. 

A questo tempio di Onore e Virtù andremo 
dal Foro similmente per ampia scala : e passan- 
do per l’Atrio verremo alla Rotonda, la quale 
in otto nicchioni eguali partiranno otto pilastri. 
Due scale nei cauti ci condurranno ai sollerra- 
Dei , e alle gallerie d’ ordine corintio sovrappo- 
ste all’ ambulacro, di qualità che la gente possa 
in quelle affacciarsi alle feste quando si celebre- 
ranno le memorie e le speranze care alla patria. 

Quelli che conoscono l’Arte, e le più famo- 
se opere di quella , si accorgeranno faciimenle , 
che immaginando noi questo Panteon ci stelle 
innanzi all’animo il tempio di Vitale di lla- 


Digitized by Googic 



6i 

▼enoa ; ma doq ci "piacquero alcune parti di quel* 
r arcbitettura , che poteva meno dispiacere al 
secolo di Giustiniauo. 

Spaccato del Panteon 

Questa sezione rappresenta il salire dai Foro 
ali' Atrio; l’ interno dell’ Atrio, della Rotonda , 
degli ambulacri. La parte principale del Panteon 
sovra base circolare si alza 6no al sommo della 
volta semisferica. I nicchioni e i piloni proce- 
dono parimente da terra sino all’ imposta della 
gran volta, per sostenerla : e i nicchioni sono 
parlili in tre altezze ; quella che si appoggia al 
piano, tutta liscia, è campo alle statue; sì che 
nulla confonde all’ occhio i loro contorni. La se- 
conda altezza che comincia sulla prima, é for- 
mata dalle gallerie , le quali si abbelliscono di 
colonne corintie. La terza è composta da’ mezzi 
cappelli, ai quali fanno ornamento conchiglie 
grandiose e semplici. Ne’ rimangono inornati i 
triangoli fra nicchioni, per la Vittoria, la Fama , 
e simili Ggure di basso rilievo. Compartiamo la 
volta in cassettoni, con entro teste o mezzo ri- 
levate o dipinte (io vece di rosoni) che indichi- 
no la deificazione degli eroi. Tutto il sito per un 
lume dall’ alto della cupola si rischiara. 

Facciata del Panteon 

La facciata del Panteon è semplice: un ^an 
muro, senza ornamento, coronato dal cornicione 
del tetto. Spicca un sistilo greco, che sovra larga 
scalea s’ innalza ben compartito e saldo. 

E tale facciata (se togli la cupola ) hanno 
egualmente il Teatro , il Museo, la Borsa. 


Digilized by Google 



62 


IL MUSEO 
Pianta del Museo. 


Il Museo è r ultimo degli edilìzj pubblici di 
seconda classe nel Foro. Furono in tanta rive- 
renza appo gli antichi le arti e le scienze , che 
la invenzione di quelle parve singoiar dono dei 
Numi: e considerato che tutte hanno attinenza 
fra loro e che il concetto di esse si forma nella 
mente per provare e rimembrare di molte cose 
feconda, poi T emulazione io schiude e lo nutre; 
s’ immaginò che le Deità trovatrici delle arti fos- 
sero per comune origine sorelle , e dal padre 
degriddii generate, da Mnemosina ed Antiopa 
avessero nascimento. Nel Foro Bonaparte , che 
dee contenere ogni esempio della felicità e della 
saviezza del secolo , degno è che abbian pubbli- 
co onore le Muse ; c che un Museo o pubblico 
domicilio sia dato alle arti, dalle quali viene ogni 
ornamento e ogni bel diletto al viver civile. De- 
gno è che i monomenti delle arti e delle scien- 
ze ivi alla comune vista continuamente proposti 
manteugano l’amore dell’ eccellenza loro; ed in- 
sieme facciano investigare quello di che si po* 
trehbono accrescere o in vaghezza o in utilità. 
Il Museo pertanto accoglierà tutto quello che le 
arti del disegno , e le meccaniche , e le scien- 
ze sperimentatrici , e lo studio delia natura e 
della vetusta istoria han trovalo e prodotto di 
piu riguardevole. Un atrio sta innanzi la gran 
sala , nella quale si veggono in ordine collocate 
statue, gruppi, busti, iscrizioni, bassi rilievi. 
Ai lati delia medesima due gallerie c due salot- 
ti: da una parte dipinti di figure, di paesi , etc; 
dall’altra disegni d’architettura civile e milita- 
re, di macchine , etc. Le gallerie circolari di 
sotto e di sopra conterranno materie di storia 
naturale distribuite secondo le proprie classi ; 


Digilized by Googic 


63 

medaglie e maDuscriUi antichi. Sul piano dei 
terreno saranno cippi , urne , vasi cinerari , sar* 
cofaghi , magazzini. 

Spaccato del Museo 

Qui si vede le principali parti dell'interno: 
il salire dal Foro all’atrio, il passare dall’atrio 
alla gran saia, e da questa alle gallerie e salotti 
della Pinacoteca : si vedono le due gallerie cir- 
colari, Tinferiore e la superiore: fìnalmeute sopra 
r atrio r abitar del custode. 


PUBBLICI EDIFIZJ 

DI TERZA CLASSE 

NELLA CIRCONFERENZA DEL FORO 

— »e oo e 9 » 

sale;di pubblica istruzione 


P oichà la città di Milano é partita in otto rio- 
ni, abbiamo a ciascuno di essi destinato una saia 
di pubblico ammaestramento nel Foro. La pianta 
di queste otto sale ha , siccome ne’ teatri, due 
parti principali ^ una ò luogo della scena, l’altra 
degli uditori. In quella è un gran nicchione so- 
vra piano che sorge , donde si parte la voce ad 
ammaestrare la moltitudine : la quale perché 
agiatamente possa ascoltare , sederà distribuita 
su ì gradi nella seconda parte. Innanzi a ciascu* 


uà di queste sale ò un atrio ed uo vestlbulo { 
dai lati due gallerie , dove il popolo senza cal- 
carsi passerà , condotto alla sala da tutte le ban- 
de 9 per tante scale che dan largo entrare ed 
uscire. 


Spaccato delle otto Sale* 

Tolte sono uguali: però vale per tutte Tesem- 
pio d^una. E qui si mostra T interno delle parti 
essenziali , che sodo sulla linea dal piano del 
Foro sino alla parte posteriore : cioè la scalea, 
r atrio , il vestibolo. Conviene a questo edifizio 
appagarsi di una grave semplicità, e ricusare ogni 
non necessario adornamento. 

Facciata delle otto Sale 

Gli scaglioni dal Foro montano alPatrio per 
diversi rami. S* alza un muro con arcone coro- 
nato d' una cornice sopra la quale è un cappello 
a coprir T atrio. E questa è la facciata delle otto 
sale , onde si compie il numero de' quattordici 
edìBzi di ragion pubblica nel Forò. 


DODICI COLONNATI CON PRIVATE 
ABITAZIONI 


I piaceri e gli affari che abbiamo sinora 
narrati, chiameranno molta gente ai Foro, di 
guisa però che talora frequenza di popolo vi fia, 
e talora solitudine. Inoltre i quattordici edilizi 
pubblici fin qui descritti, le Terme, la Dogana, 
la Borsa , il Teatro , il Panteon , il Museo, e le 
olio Sale di pubblico insegnamento , sono quasi 
membra grandi d' un corpo grandissimo; le quali 


65 

adflimandano d* essere non solamente con varietàt 
e vaghezza di euritmia distribuite , ma voglion 
pure ac.conciamenle giuguersi insieme, a formare 
un’ iiiiierb e perfetto corpo. Nè questo si vuol 
lasciare senza vita * la quale par che sia conti* 
nuato uso di parte almeno delle membra. Cosi 
fatta intenzione ci è diviso di compiere giugnen- 
do insieme i quattordici edilizi pubblici con do- 
dici colonnati, ai quali si attengono botteghe c 
case private : di die si compone un tutto , per 
forme e per grandezze vario, ma uno per pro- 
prietà di stile architettonico. E questi casamenti, 
dove mercatanti e venditori d’ ogni sorte perpe- 
tuamente albergano , fan che il Foro non sia mai 
solitario. 

Ognuno dei dodici colonnati ha trenta co- 
lonne di granito, con diametro di 15 once ^ e 
commettendosi agli atrii degli edilìzi pubblici, 
continuano due portici per la lunghezza di brac- 
cia milanesi 161 1;4 da ciascuna banda. Il largo 
e di 8 braccia. 

Ogni colonnato ha sei casamenti , i quali 
consistono in due magazzini grandi e due mez- 
zani sul piano del Foro, con porta innanzi e 
addietro : sul piano del portico due botteghe, due 
loggelle , e addietro due camere: e sopra queste 
altrettante camere con fenestre nel portico ^ e 
sopra ancora quattro stanze, due loggelte , e un 
gabinetto. Ogni quartiere, tale che abbiam detto, 
ha soflìlte abitabili , ha cantine ^ e d' ambo le 
parli ha scale di libero uso. 

In questi privati alberghi computiamo che 
possano alloggiare , senza disagio e con decenza, 
mille persone. Fn tutto il circuito saranno due 
cento ottantotto magazzini, cento quarantaquattro 
botteghe , seltantadue cortili. 


Digitized by Google 



66 


DEI MONUMENTI 


Qualora gli antichi per memoria di felici ar< 
yenimenti fabbricavano un (empio , un teatro , 
un portico , vi solevano apporre iscrizioni , che 
all’eia più lontane rammentassero l’ autor del> 
l'edilìzio, e il favore de’ numi , e le prosperità 
della patria. Ora questo Foro fionapnrte è colpe 
un tempio che Milano e tutto il Reame d* Italia 
consacra a quell’uomo unico, dal quale ricono- 
sce libertà e leggi , con certa speranza d’armi 
proprie e di gloria e di perenne felicità. Qui fa- 
ranno ufficio d’ iscrizioni quattro monumenti , 
per arte di Scoltura mostrando ai posteri di quali 
principj si rinnovasse la fortuna d’ Italia. Sino 
dalla vittoria di Marengo il Governo della Re- 
pubblica Cisalpina invitò gli artisti ad immagi- 
nare un monumento di onore e di pubblica grafita* 
dine al trionfatore. Venni a concorso anch’io^ (1) 
e si fece decreto che il mio disegno fosse posto 
in elTetto. Poi fu per legge ordinato che il mo- 
numento si collocasse in (al parte, che spiccasse 
con maestà , e dalla frequenza de’ riguardanti 
avesse onore. Perciò m’ é avviso che debba stare 
nel Foro , e che sia bene accompagnarlo con al- 
tro monumento dedicato ai valorosi eserciti che 
il sommo Duce condusse a' trionfi e alla salute 
d’Italia. Per amore poi dell’ euritmia si faranno 
altri due’ monumenti. Né certo mancherà mate- 
ria ai felici ingegni che vorranno esercitarsi ad 
immaginarli. Intanto non dispiaccia che io qui 
descriva quanto pensai intorno ai primiero mo- 
numento, che fu approvalo dalla Consulta Legis- 
lativa , e in quest’ opera ò da me figurato in di- 
segno. É di forma circolare e quadrata: le quali 
abbiam preferite ad ogni ultra , come quelle die 

(1) Giovanni Ànlolini autore del disegno eletto 
per la cusiraztone dèi Foro Botiaparle^ da> quale fu 
diletta aW Imperatore la preaente ucaci mone. 


Digitized by Google 



67 

danno miglior visla. Comincia alzarsi da terra 
per cinque scaglioni, cui s'intramettono ad uguali 
distanze quattro zoccoli, con sovra ciascuno al- 
trettante sflngi. La scalèa cresce poi di tre gradi, 
e fìnisce in un largo piano ; a mezzo il quale 
sorge un gran cubo, cui s' appoggiano quattro 
bacini ad accoglier dodici canne d' acqua , che 
pollano d'altrettante teste di leoni a basso rilievo 
su i quattro sommi spigoli del cobo. E sovra il 
cubo s’ innalza , con sua base e cornice , un ci- 
lindro avente da opposte parti due iscrizioni. Fra 
queste saranno dodici figure acuite (sei per banda) 
a rappresentare con emblemi proprj leprovincie 
del Bearne. Sul cilindro poserà un tronco di co- 
lonna , con gruppo di Scoltora : NAPOLEONE 

MASSIMO PIO FELICE AUGUSTO PERPETUO INCORO- 
NATO DALLA VITTORIA^ 6 appiè la Sfinge, simbolo 
d* Egitto là dove portò T armi invitte;; e un ro- 
stro di nave che rammenti il maraviglioso ritor* 
no d' Africa a salvar Francia e '1 nostro paese. 

EDIFIZIO DEL CENTRO 

Nella nostra idea si mantiene quasi senza 
mutamento questo antico edilìzio , secondo che 
avea forma regolare , e non disconvenevole allo 
intento presente. La Consulta Legislativa vi asse- 
gnò albergo a' soldati dismessi dall’ arme. Essen- 
do parso al nostro Re che quivi potrebbe por la 
sede il principato , stimiamo che dalla nostr'arte 
debba mostrarsi questo edilìzio con aspetto con- 
veniente a tanta maestà : e per tale invenzione 
ordinammo la facciata che nella tavola con pro- 
prio titolo si rappresenta. 

DEL PROPILEO 

Le mura della città , che prima s’inlerrom 
pevano dalle lorliiicazioni ora demolite , si rag- 
giungeranno : saranno disfatte o chiuse le porte 
delle Porle Ila e Tenaglia. Venendo di Francia 
pur In \ia di Sempioiic si avrà una sola enfiala 


Digitized by Google 



6S 

in Milano c nel Foro : e qaesla entrata sarà di 
forma grandiosa. 

Pianta del Propileo. 

Così abbìam disegnalo 1’ ingresso. Due cdi- 
Tizi e due gran piedistalli in fronte. Gli edìGzi 
accoglieranno gli ulllziali dei dazi e i soldati del- 
le guardie. Finiscono in piramide , per due ian* 
terne doriche a foggia di tempii, (ielle quali dop- 
pio è I' uso ^ mandar d’ alto il lume nell’interno; 
e rischiarar di nulle , quasi Faro, la strada che 
dal Propileo comincia. Doppio ulTìcio è simil- 
mente dato ai piedistalli ; in basso esser vedetta 
per le scolte ; e sostenere in allo due gruppi co- 
lossali , ornamento dell’ ingresso. Appena fuori 
dei Propileo stanno due colonne miliiari , con 
inciso l’itinerario nell’ una dell’ andare , nell’al- 
tra del venire, per avviso e comodo ai viaggia- 
tori. 


STRADA DEL SEMPIONE 

La via di Francia pel Sempione vicino un 
miglio alla città declina dal mezzo del Foro. Per 
allrcltanla lunghezza si rpddrizzerà e si adorne- 
rà con doppi iìlari d’ alberi , e innanzi al Pro- 
pileo si allargherà una piazza; talché l’entrare 
abbia del vago e del maestoso. 

Pietro Giordani 


Digitized by Coogle 



DELLA VITA 


69 


z SZZ.X.Z ovzaz 

DI 

GIUSEPPE SABATELLI 

PROFESSORE NELLE li. E RR. 

ACCADEMIE DI FIRENZE £ DI MILANO 


iSc patria è quella che cooUene la parte miglio* 
re di noi , mia patria é il sepolcro ; nel sepolcro 
il padre amantissimo , e amatissimo ; nel sepoN 
ero gli amici della infanzia ; nel sepolcro ogni 
più cara ricordanza di affetto. Quante passioni 
cadute dal cuore ! quante illusioni repudiate dalla 
mente ! Già presso al verno degli anni io non 
conobbi le tepide aure, la luce gioconda, e le 
rose della primavera della vita. In mezzo al seno 
mi pesa il cuore ; quasi mi sembra essere con- 
dannato a sopravvivere a me stesso. — Dura tut- 
tavia lo intelletto, ma inerte, ma sazio, e vo- 
glioso di chiudere anch' egli le palpebre ; la sua 
fiaccola non agitata mai , immobilmente diritta 
come se metallica fosse, tramanda luce infeconda 


Digilized by Google 



70 

a modo di lampada funeraria. * Certo , quando 
r anima sente che non pnò più amare , e nep* 
pure pnò credere, e forse anche non essere più 
nè credala nè amata , dovrebbe cercare altra pa- 
tria : pietà suprema sarebbe , chiamandola a de- 
stini nuovi , avviarla sopra meno angoscioso sen* 
fiero. — Qual è 1* uccello, che abbia sortito dalla 
natura cosi veemente l’istinto dei canto, che 
voglia sciogliere la voce quando sovrastano lu- 
ridi avvoltoj, e il firmamento vedovo d’ ogni stella 
! pare che pianga perdute quelle sue luci d’ amore? 
Qual poeta mai temperò la lira in mezzo ad un 
campo di morti che non furono mai vivi, rime- 
scolati come grani di sabbia dal turbine del tem- 
po nel deserto dell’ eternità ? Dove sono , o mia 
patria , i tuoi uomini grandi ? Tu non puoi pre- 
sentare altro che cenere.... e cenere sempre? Do- 
ve i tuoi Dii? Che cosa hai fatto degli altissimi 
destini dalla Provvidenza alia tua destra com- 
messi? Come hai conservala l’eredità romana? 
Dove le aquile ? il Campidoglio dove ? La terra 
stessa sembra impaziente di sopportare le codarde 
generazioni, ed emana effluvj pestiferi per ispen- 
gerle tutte. — I cieli soltanto ridono eternamente 
azzurri e sereni , perché le mani dell’ uomo nou 
giunsero a contaminarli fin là.... 

Ma queste cose erano stato dette e replicate 
le mille volte , o nessuno aveva voluto ascoltar- 
le ; parvero appunto singulti di strige sopra una 
terra di morti. Qualcheduno sollevando a mezzo 
il capo dal suo guanciale di pietra, e schiudendo 
gli occhi alcun poco , aveva parlato con voce 
di fastidio : — Ci giova il sonno .... deh ! parla 
basso. (2) — La bocca , stanca di gridare invano, 
si era taciuta , imperciocché neanche s. Giovan- 
ni avrebbe durato a parlare al deserto , non pre- 
sentendo Cristo accorrente a fecondare il seme 
delle sue parole. Allora parve consumata l’acqua 

• Vedasi la Nota (1) i» fine dell'Elogio, 


Digitized by Googte 



71 

de(P amarezza t non sospeDderamo le arpe ai sa* 
lici, però che quando la Tergine di Sion ve le 
appendeva posandosi a piangere sopra le rive del 
6ume di Babilonia , comunque lontana , por le 
arrideva immortale al pensiero la speranza del 
ritorno; ma rottene mandammo disperse le re* 
liquie;' — e le corone anch’ esse andarono con* 
culcate, perchè fatte dolorose alle tempie , come 
quella di spine del nostro Signore. 1 poeti si la* 
sciarono cadere sopra le tombe , e quivi seduti 
co' gomiti appantellali alle ginocchia , le guance 
declinate nel cavo delle palme, stettero muti con 
gli occhi e co' pensieri fìtti nei sepolcro: — erano 
per disperazione sicuri ! (3) 

Ma finché occhio umano beva la luce alma 
del sole, per molto piangere ch’egli abbia fatto 
non isperi avere versato la sua ultima lacrima:-** 
finché cuore umano sia palpitante, non creda 
di avere grondato l’estremo suo sangue. La ma- 
no di ferro del dolore sa spremere con acerbis* 
sima stretta qualche arcana stilla di pianto, e 
qualche novissima goccia di sangue; le viscera 
rinascono sotto il rostro deU’avvoltoio che le di* 
vora. Bisogna immergerci in Lete per acquistaro 
r oblio ; e forse non basta. 

£d io lo so, che mi pareva vivere entro a 
una notte immutabilmente profonda, quando co* 
nobbi come le tenebre si facessero più dense : 
alzai gli occhi al firmamento , e lo contemplai 
orbato d’ una soprema sua stella. Mi percosse 
nna voce che gridava c sventura , sventura ! e 
maravigliando che mi avanzasse sentimento per 
piangere , ne domandai la cagione , e saputala , 
ancora io esclamai : sventura ! e lacrime ardenti 
traboccando dalle palpebre mi solcarono le guance. 

£d ora questo dolore si rinnova ; ora che 
mi viene fatto invito di favellare di cotesta sven* 
tura. 0 Signore, e come lo potrò io? Lo spirito 
é infermo : le immagini mi passano traverso U 


Digitized by Google 



72 

mente fagaci come ombre sopra la parete; Io 
eloquio t che io studiara cooserrare purissimo , 
per esercizio d* iogioconde discipline è fatto sca- 
bro ; armaggiore uopo ogni cosa mi manca; mi 
rimane il cuore soltanto: il cuore che ha sentito 
d’essere vivo per la trafitta del dolore. 

Un’ altra volta, è vero, ( che come piacque 
al cielo sempre amara ed onoràta mi sarà ricor- 
danza ;) un’ altra volta invitato , io mi recava a 
Firenze per rendere I’ ufficio del funebre elogio 
a Francesco Sabatelli, e, come meglio poteva, io 
m* ingegnai onorare quell’ inclito giovane, che sé, 
la patria e i suoi aveva saputo rendere tanto ono- 
rati. (4) La sala era coperta di panni neri ; ci- 
pressi ed emblemi di morte contristavano il luo- 
go ; sentenze piene d’ affanno ricordavano la mi- 
seria e il destino caduco dell’uomo : ma coi ci- 
pressi tu vedevi intrecciato l’ alloro , e copia di 
fiori , quantunque recisi , diffondevano attorno 
una soave fragranza, quasi io simbolo della po- 
tenza che ha l’ uomo d’ infotorare oltre il se- 
polcro la vita , ove lasci dopo sò con qualche 
onesto stadio, o bella laudo , od atto degno di 
mano e d’ ingegno, no profumo di desiderio e di 
amore. (5) Nè tutto favellava di morte costà; im- 
perciocché i bei dipinti, i cartoni e gli studj usci- 
ti dalia mano di Francesco Sabatelli , manifestas- 
sero l’ emanazioni divine dell’ anima , contro le 
quali vien meno la virtù delia morte. 

E poi ne porgeva conforto non mediocre il 
presagio , che la gloria nostra non avrebbe sof- 
ferto interruzione, don augurj migliori che quelli 
di Cosimo il vecchio dei Medici non erano, con- 
siderando i rami dell’ arboscello , dicevamo : — 
per isvellerne d’uno, altro non manca. (6) — 
Fidavamo , e non invano , nei nostri fati, i quali 
non ci assentivano fin qui , che l’ emisfero no- 
stro patisse mai difetto di luce , onde appena 
tramonta in occidente un pianeta, noi, seguendo 


Digitized by Google 



73 

r usato costume , ci Tolgiamu airoriente, ed ecco 
Tediamo sorgerne un altro. Tanta felicità Tollero 
i cieli amici compartirne, che non bene decli- 
nato il crepuscolo , 1’ alba spuntasse : purpurei 
entrambi, entrambi doviziosi di calde tinte d*oro 
e di croco , non sai bene distinguere ove l' astro 
manchi , o dove sia per comparire. La morte in 
questa nostra patria dilettissima non solamente 

f tar bella come sopra il volto di Laura, (7) ma 
ascia eredità di vita : cosi , narra la fama , la 
notte in cui JMichelangiolo si addormentava nel 
seno di Dio , Galileo apriva gli occhi alle glorie 
d’Italia. Intanto una melodia arcana armonizzava 
gii atrii e le saie, e vinti noi da pietosa insania 
credemmo , che 1’ anima di Francesco richiama- 
ta dal suono della laude , o dalla carità del luo- 
go natio , o dall’ amore de’ suoi , o da tutti que- 
sti affetti uniti insieme, ci si aggirasse d’intorno, 
confermandoci nella speranza e nel presagio, con- 
ciossiachè io non dubiti , che le anime sciolte 
dalle membra terrene in altro modo mal possano 
corrispondere con noi mortali , ove non adope- 
rino il linguaggio celeste dell’ armonia. 

Né tutte le angosce trovano poi conforto 
nella parola : all’ opposto le più gravi di silenzio 
son vaghe. Quando Bildad, Elifaz e Sofar ven- 
nero a consolare il povero Giobbe , alzarono la 
voce, e piansero ; quindi si assisero in terra con 
lui per selle giorni e per sette notti, perocché 
videro essere la sua doglia mollo grande. (8) 

Kd invero, o Luigi Sabalelli , che cosa im- 
porta a le miserissimo, che i tigli tuoi sieno di- 
ventali dominio della storia ? Che cosa ti giova , 
che non possa ormai memorarsi arte io Italia sen- 
za che il pensiero ricorra alle opere de* tuoi 
figliuoli ? Che vale , che le ossa di que’ tuoi di- 
lettissimi onorati di sepolcro , aumentino il nu- 
mero dei Grandi , che pur dentro alle tombe 
fremono in colesto tempio amore di patria? Non 


Digilized by Google 



74 

li conforta ponto T idea, che presso a Miche- 
langiolo, ei li riconosce per figli ed eredi della 
immensa anima sua: lotto questo non può con- 
solarli , anzi ti accresce l’ affanno. Tu non redi 
altro , tranne cenere ed ossa. 

Ma dacché sembra pure , che il concetto do* 
lore (rovi un qualche sollievo sfogandosi; poiché 
il tributo della laude ai benemerenti , piuttosto** 
cbè bisogno per loro , sia ufficio principalissimo 
del vivere civile ; poiché il caso presente cosi 
proceda pieno di grandezza , e di sventura , che 
dicendo l'elogio di un giovane speulo da fato 
precoce, si venga a parlare della storia del rarte« 
e di quanto questa patria dolcissima accoglie in 
sé di più onorato e di caro , io farò forza a me 
stesso , e tenterò con parole convenienti celebrare 
la vita e le virtù di Giuseppe Sabalelli. 

E sopra tutto se queste mie carte potranno 
ammollirti il cuore, o povero padre, e farli 
piangere , troppo bene speso io terrò il lungo 
amore , che mi fece cercare i modi facili dell'e- 
loquio italico y avventurosi gli sludj : sarebbe un 
premio , una grazia, una lode piu grande assai 
di quelle che io avessi ardito desiderare , o spe- 
rare. 

£ se gli antichi, come ne fanno testimonianza 
Cornelio Tacito e Marco Tullio, (9) credevano 
che nelle sedi più serene dell' empireo occorresse 
nn luogo, ove le anime di coloro che in bene 
oprare consumarono la vita dimorassero , come 
non dovremo crederci noi, pei quali questa fede 
'é precetto ? Tu dunque, anima beala di Giuseppe 
Sabalelli , dalia sfera celeste ove ti condusse cer* 
(amente la bontà tua, volgi uno sguardo a noi 
che ti amammo tanto , rimasti a tribolarci per 
questo secolo freddo e senza amore ; tu sup- 
plica da Dio misericordioso destini più miti a 
questa terra , da te e da noi cosi caramente di- 
letta. Sia pure questa umana felicità uu monu- 


Digitized by Googte 



75 

inenlo secolare di coi le generazioni compongonv 
le pietre ; ma In fa che si ricordi, io queste pie<‘ 
tre palpitare afletti , e travagliare uo cupo dolo- 
re , perchè ignorano la fine dell* opera, e il di- 
segno non sanno. Deh! Tu ci ottieni, che ne sieno 
svelati , e allora sopporteremo in pace le ingiu- 
rie della fortuna , le ingiustizie degli uomini, le 
angosce e i triboli di cui va cosperso si larga- 
mente questo tristo sentiero. E se negli abissi del 
consiglio di Dìo è destinalo che questo desiderio 
non possa adempirsi , tu allora mandaci virtù , 
che ti assomigli , onde come te durando poco 
nella vita, viviamo molto; però che se la vita si 
misura dalle opere , tale si trattenne quaggiù 
anni ben lunghi , e pur non visse mai. (10) i'a 
maestro , tu guida , insegnaci come noi possiamo 
lasciare desiderj, che per tempo non cessino, me* 
morie che, come cose sacre, si conservino, esempj 
che per norma di virtù, d’amore, di valorosi 
studj , e d’opere onorate ai nepoti si additino. 

Ma ora al maggior uopo , anima bennata di 
Giuseppe Sabatelii , impetrami grazia, che valga 
a consolare il tuo sventurato genitore : infelicis- 
simo , e gloriosissimo padre ! £ tu lo puoi , im- 
perciocché con segno visibile ci fu manifestato le 
essere ormai cittadina dal cielo. La stagione cor- 
reva tempestosa , disoneste pioggie rendevano' 
squallido il cielo , e desolata la terra. Sembrava 
che la natura piangesse, quando nella sera de- 
stinata ad associare le lue relìquie mortali nei 
Chiostri di Santa Croce , ecco cessare il vento « 
sicché gli accesi ceri poterono rompere gli or- 
rori della notte ; mite diventò 1’ acre , il cielo 
sereno , tornava a scinliliare pacata la luce delle 
stelle : e fu ragione ; conciossiaché ai dipartirsi 
di colest’ anima celeste potè dirsi: — in tal anno, 
in tal mese, a tale ora Dio aspiro a sé il divino 
suo alito, e Giuseppe Sabatelli mori. (il) — 


Digitized by Google 



76 

E reramente quando io meco medesimo con* 
aidero il tema poderoso , mi cade vinto ogni ar« 
dire y e se la paura di fare cosa vile non mi dìs* 
suadesse y io del tutto mi rimarrei: imperciocchò 
quale persona, non dirò colla e gentile, ma di 
più rozzo intelletto vive nel nostro paese , che u 
vedendo i dipinti di Giuseppe Sabalelli , o li leg- 
gendo per opera di scrittori valorosissimi illu- 
strati , non abbia appreso ad ammirarne la gloria? 
Quale animo meno aperto alle soavi affezioni, 
udendo meritamenlo levare a cielo dagli amici 
(che molli e buoni l’indole egregia e la fortuna 
gli procurarono) la carità per la patria, l’ amore 
pei parenti, la religione , la verecoudia , e la 
spontanea propensione del giovane di soccorrere 
all’ universale , doli tutte, che ai durissimi tempi 
in cui viviamo , paiono, e sono più presto sin- 
golari che rare , non lo abbia pianto come se 
figlio o fratello ei si fosse ? Come potrei formare 
voci di pietà più profonda di quelle , che usci- 
rono dalle viscere di giovani vergini d’ entusiasmo 
e d’ amore ? Come manifestare il mio giudizio 
nelle arti in modo più retto, o diverso da quello, 
che pei mentovati scrittori venne fatto ? Certo io 
, non potrei; e quindi al mio meglio avvisando, 
trarrò aiuto colà donde a prima giunta pareva 
che la maggiore disagevolezza nascesse: io andrò 
pertanto dalle varie scritture scegliendo quello 
che mi sembrerà più acconcio a comporre questo 
elogio ; e cosi sarà quasi una corona ove ognuno 
avrà messo il suo fiore , un coro ove ognuno 
avrà dato la sua voce. (12) 

Quello che in Roma fu la famiglia degli Sci- 
pioni per la potenza romana , noi vediamo essere 
in Firenze per la gloria delle arti la famiglia Sa* 
batelli: però, quando nel giorno 24 di giugno 
dell’anno 1813 si annunziava al cavaliere Luigi, 
che la consorte dilettissima gli aveva dato io luce 


Digitized by Google 



77 

nn secondo 6glio, e' tornò lo stesso che dirgli : 
un grande artista è nato ! 

Veramente, nè io posso in modo alcuno ne- 
garlo , molto giovano agli uomini le stelle pro- 
pizie, ma ogni virtù di cielo viene meno se i 
benigni influssi non si accolgano gratamente , e 
con amorevoli studj non sieno fecondati. A que- 
sto vigilava solertissimo il padre Luigi, il quale, 
come si narra che Chironc costumasse verso Achil- 
le , nudriva i suoi figliuoli con midolle di lione. 

Nella età in cui i fanciulli , compiacendo ai 
giovanile talento, si sollazzano con giuochi e ba- 
locchi , Giuseppe concepiva fantasie maravigliose 
di cacce di belve feroci , dì affronti e di batta- 
glie , nè le concepiva solamente , ma quanto gli 
balenava al pensiero , tanto la mano balenando 
tratteggiava facile sopra la carta. 

£ qui deposta dair animo qualunque impor- 
tuna jattanza, mi sia permesso affermare, che mal 
si apporrebbe colui, che avvisasse potere Giusep- 
pe Sabatelli apprendere meglio T arte del disegno 
altrove , che nella scuola fiorentina. Questa gloria 
dura da lungo tempo alla patria nostra, e speria- 
mo in Dìo, che sia per durarle lunghissima. 

Cosa degna di molta considerazione si è que- 
sta , che r arto nata fra noi timida e casta , tale 
si rimanesse in mezzo alle discordie cittadine e 
alle stragi. Delle moltissime cause , che sapranno 
rinvenire di ciò gP intelletti usi a speculare sot- 
^ tilmente la ragione delle cose, a me sembra do- 
vere recare innanzi principalmente questa una. 
Le arti, per istinto divino di coloro che le eser- 
citano, si propongono sempre migliorare gli umani 
destini , e simile intento conseguono , o di con- 
seguire si affaticano mercè dei contrasti. Però , 
quando non i luoghi aperti, non il contado sol- 
tanto erano infami per atti nefandi , ma fra i cit- 
tadini chiusi da un medesimo muro inferociva la 
guerra, le strade si asserragliavano lungo le case, 


78 

o piuttosto fortezze , si formavano ali* impror* 
viso aerei ballatoi ore uomini invasati dal demo* 
aio correvano a balestrare saettame, a rovesciare 
sassi e peci liquefatte ed olii) bollenti sopra gli 
assalitori ; le campane poste in alto per laudare 
Dio, con tocchi concitati inasprivano le ire^ (13) 
da presso , da lontano andava il grido t sangue ! 
sangue ! e il fragore delle mazze ferrate percossa 
sopra le barbute, delle piastre di maglia, che rotte 
in frantumi saltavano ai colpi delle spade a due 
mani, o delle lance perforanti gli scudi di ac- 
ciaio , lo strepito dei cavalli catafratti , sia che 
tra loro si urtassero , sia che inviluppandosi, essi 
B i cavalieri andassero sottosopra io un fascio, le 
voci d’ ira la superbia della vittoria , i singulti 
della disfatta « etupivaoo d* ajOTanno , d’ paura e 
.di morte ogni casata : — quando , dico , cotesto 
ed altre piu truci maledizioni accadevano, le arti 
e placare gl* inferociti spiriti fraterni immagina- 
vano beatitudini d’angioli, quiete contemplativa 
Ai santi , e sopra tutto ritrassero soavissimamente 
^uel dolce sipiboio di carità e d’ amore , la Ma- 
dre di Dio. 

Contemplate la Madonna di cotesta epoca , 
decorosa di serena bellezza , ornata di maternità 
di poche linee elette , sembra che ardisca appena 
l'ivelare la interna esultanza di considerare il Sal- 
vatore seduto nel suo grembo come sopra un tro* 
no di gloria ; i Santi e gli Apostoli le fanno co- 
rona godendo di cotesta gioia tranquilla. In verun 
tempo mai come in cotesto apparisce la Madonna 
arca dell’alleanza, consolatrice degli allliiti e ro- 
^ugio dei peccatori , sicché accadde sovente , cho 
jmentre il fiero partigiano salite ansando le scale, 
idi polvere contaminato e di sangue , superbo di 
juna empia gioia , accorreva a narrare le vicende 
4ella strage alla famiglia raccolta , posto appena 
Ù piede sopra il limitare delia sala ove innanzi 
i’ immagine dalla Madonna stavano genuflessi la 


Digitized by Google 



79 

madre e i figli tatti tremanti, supplicandola, che 
miti sensi io ^ei feroci ispirasse , gli odii pla- 
casse , quei che piangevano consolasse , a quelli 
che facevano piangere perdonasse , li si fermasse 
pensoso, e sentisse scendersi all’ anima la rugia- 
da celeste della pietà, una forza interna quasi io 
mosse a prostrarsi anch’egli, e a chiedere mise* 
ricordia alla Vergine; si frugò in seno cercandovi 
l’odio, e maravigliando s’accorse nascervi un 
desiderio di andare verso il nemico , raumiliarlo 
con parole sommesse , fatto delle braccia croce , 
implorare mercé per amore della Madre di Cri- 
sto , di quella madre , che non ebbe mai pari 
nella gloria e nei dolore : poi si spaventò il fe- 
roce per la nuova pietà , si corrucciò con se stes- 
so , la destra aperta sovrappose al cuore , quasi 
sforzandosi ricondurvi 1’ odio che fuggiva ; scese 
brontolando parole interrotte ; propose vendicare 
quel lampo di viltà operando più trucemente che 
mai nel primo scontro co’ suoi nemici, e la pro- 
posta anche adempì; ma intanto quella dura ani- 
ma sua aveva compreso non potersi menare vampo 
di strage là dove mostrava la beata immagine la 
Madre di Dio, e là dove stava raccolta per sup- 
plicarla di pace la sua famiglia: il seme era spar- 
so, e suo malgrado doveva fecondare, e fecondò, 
sicché talora egli e il suo nemico , piegate le in- 
domite cervici avanti gli altari, comunicarono con 
r ostia divisa , e si baciarono in bocca , e si dis- 
sero : pace. Piu spesso si sciolse dal collo le ro- 
see braccia della vergine male repugnante, e preso 
tremando come foglia questo oggetto di quasi in- 
sana tenerezza , questo orgoglio della sua anima, 
la sua gemma, la sua gioia, il suo cuore, lo giltò 
nelle braccia del figlio del suo nemico , e sin- 
ghiozzando forte gli disse : amala per la croce df 
Dio , come io l’ ho amata ; amatevi , figli miei , 
come i padri vostri s’odiarono, e sarete felici! 


Digitìzed by Google 



80 

E ia poesia , delibazìoDe io (erra di celeste 
esultanza , ia poesia , argomento unico per cui 
sia dato all* uomo presentire l’altezza de* suoi 
futuri destini, non seppe mai modulare come ia 
questa epoca soavi inni d’ amore. Parve , e fu al- 
lora ia passione per la donna zelo devoto , ado- 
razione della Divinità rivelatasi nelle apparenze 
del bello fisico : fu creduto I* urna preziosa cor- 
rispondesse al prezioso licore contenuto là dentro; 
che la donna fosse la mistica scala di Giacobbe 
la quale univa il cielo alla terra. Guido Guini- 
celli , Guittone d* Arezzo, Gino da Pistoia, Guido 
Cavalcanti, e degli altri mi taccio, fecero testimo- 
nianza, cantando, come non si pervenga in luogo 
di salute , se il cuore umano non acquisti valore, 
cortesia e virtù col santo amore di bellissima 
donna. Né da loro procedeva diverso il gran pa» 
dre Alighieri : prima che gl' implacati nemici lo 
avessero cacciato dal bello ovile ov’ei dormiva 
agnello, le voci che si piacque sciogliere di poe> 
sia sonarono dolcemente soavi, e somiglio voli alla 
sua cara sembianza giovanile dipinta da Giotto. £ 
chi altri , tranne Dante innamorato , poteva for- 
mare questi versi ? 

Mostrasi si piacente a chi la mira, 

E dà per gli occhi una dolcezza al cuore. 
Che intender non la può chi non la prova; 

£ par che dalle sue labbia si muova 
Uno spirto soave e pien d* amore , 

Che va dicendo all* anima: sospira... (14) 

Certo nè lo stesso Petrarca. Poi inebbriato d’ira, 
prevenne la stagione nella quale Nemesi é forza 
che governi le Muse , non servendo ai tempi, ma 
al suo feroce talento , e stette grande ; imper- 
ciocché nascano uomini, quantunque rari , i quali 
afferrati i secoli, li aggiogano ai proprio carro , 
come dei lioui costumava l’antica Cibale. 


Dìgitized by Google 



81 

Di feroci , i costumi si tramutarono in vili, 
non pervenendo a gentile rettitudine, mercè la 
'maligna sapienza di tali , a cui Dio vendicatore 
ricordi compartire guiderdone condegno ai meriti. 

Allora caddero le ale alP amore, che si ri- 
mase chiuso io seno all' nomo infecondo di bene, 
a modo del tesoro nell’ arca dell’ avaro ; di rado 
oltrepassò quel seno dentro del quale stava con- 
6nato, e non mai la famiglia: non era più patria; 
invece della patria un uomo; ed uomo per uomo, 
giusta cosa ella è, che uno sé ami sopra ogni al* 
tro qualunque- Certo quando anche abbiamo pa- 
tria , noi amiamo prima di tutto noi stessi , sic- 
come insegna Sofocle in quel suo verso monu- 
mentale : — il mio cuore palpita per sé , per la 
patria , ed anche per te ; — ma in lei amiamo la 
rinomanza onorata , la gloria nostra ; la cupidità 
immensa di laude diventa furore, e Codro e Curzio 
per amore soverchio di sé danno la vita per la 
patria. 

Le Mose, mutati i tempi, cangiano costume; 
le arti si avvivano, si atteggiano, prendono moto, 
prendono afictto ; di timide diventate animose , 
concitano a compassione e a terrore : (15) bat- 
taglie , stragi di tiranni e martirj di popolo , e 
popolo che, rotta la gabbia, a modo di tigre si 
scalda le membra irrigidite al fuoco dei palagi 
incendiati, e sazia la sete lunga dell’ odio bevendo 
sangue ; c magnanime imprese , e iniqui fatti , 
sono gli argomenti nei quali si compiacciono 
esercitarsi. Michelangiolo vedendo disegnato da 
certo alunno del Ghirlandaio un groppo di donne, 
prende penna più grossa , e con la nuova maniera 
sopra il disegno stesso ridintorna una di coteste 
femmine , eh' è cosa mirabile vedere per la diffe^ 
rema delle due maniere , e la bontà di un giovai 
netto cosi animoso e fiero, (16) Tra Michelangiolo 
e il suo maestro Ghirlandaio corre un secolo 
intero Ghirlandaio apparisce quasi 1’ ultimo flato 

6 


Digitized by Googtc 



82 

d’ aoa stirpe che maore , ana forma ooDSanla , 
1* estremo istante del crepuscolo di un sole tra- 
montato; Michelangiolo si aonnnzia come una 
scossa, che fa tremare i morti nelle antiche se» 
polture; la sua destra manifesta in arte la legge 
nuova , come la voce di Dio rivelava la sna legge 
sol Sinai fra tuoni e tra fulmini. Egli scolpirà la 
immagine del tiranno sopra il sepolcro , e saprà 
ritrarla pensosa cupamente ; perocché i pensieri 
del tiranno presso il sepolcro sieoo rimorsi. (17) 
Egli dipingerà Cristo e la Vergine , ma non più 
Cristo agnello mandato a levare le colpe dal mondo, 
ma Cristo giudice che condanna , Cristo di cui 
la misura dell’ ira trabocca, Cristo che col cenno 
della mano precipita rovesciate sottosopra le ge- 
nerazioni di coloro che l’odiarono; — e la Ver- 
gine non più avvocata dei peccatori. L’ora della 
misericordia passò. Michelangiolo non la scom- 
pagna dai suo divino lìgliuolo, già cosi dolce, ed 
ora tanto tremendo , ma paurosa si tira indietro 
per non vedere la desolazione infinita di un ge- 
nere dond’ ella nasce , e pel quale ella ha pre- 
gato e pianto mai tanto , o per sospetto che la 
maledizione ardente di Cristo vendicatore non 
l’avvampi.’ — Evvi , scrive Vasari nella vita dei 
Buonarroti , Cristo , il quale sedendo con faccia 
orribile o fiera ai dannati si volge maledicendoli, 
non senza gran timore della nostra Donna , che 
ristrettasi nel manto vede ed ode tanta rovina. (18) — 
Se la sentenza di colui , che disse la vita 
nostra assomigliare ad una battaglia^ si adatta ad 
ogni maniera di condizione , maravigliosamente 
poi si adatta a quella dell’ artista ; imperciocché 
il penoso ufficio delle arti consistesse fin qui in 
andare a ritroso dei tempi a modo di Dio gene , 
che si sforzava entrare in teatro quando gli altri 
ne uscivano. Giorno verrà, e giova sperarlo, che 
tutte le corde della gran lira della Matura ar- 
monizzale soneranno l’inno di gloria al Creatore, 


Digitized by Google 



83 

ma la mano dei fati non le volle accordale per 
ora. Quindi, tiaché il tempo giunca, sia dato alle 
arti esercitare il benefico influsso ! Dio le salvi 
dalle voglie insensate dei polenti , e dalle pre- 
tensioni anche più stupide dei popoli. Quelli or- 
dineranno air artista , come Piero dei Medici al 
divino Michelangiolo , di formare un colosso di 
neve nei cortile , e la mente prodigiosa di lui 
estimeranno a pari del piè veloce spagnoolo, che 
tien dietro al fuggente cavallo; (19) — questi le ^ 
vorranno ebbre, fescennino e peggio; ma pure i' 
primi lasccranno talora che 1’ artista operi a suo 
senno , ma i secondi, contaminando le acque den- 
tro alla sorgente , gli torraono perfino la facoltà 
di sentire il meglio. Potenti civili e popoli co- 
stumali , ove poi lascino , come devono , liberi 
gli artisti di accogliere le ispirazioni che Dio 
manda loro dall' alto , saranno condotti senza fallo 
io parte ove sarà belio lo andare. 

Delle lettere io non parlo , che troppo me- 
nerebbe in lungo tenerne conveniente discorso: 
solo dirò, che alla poesia, dimenticato il suo fine, 
inaridiscono le ghirlande sopra le chiome ; fatta 
imitatrice degli antichi, diventa cortigiana ; però 
subentra la storia ad ammaestrare, spaventando , 
la vita. 

Meile arti nessuno eredita la grande anima di 
Michelangiolo : alla forza vera, che manca, s'in- 
gegnano supplire con forza ostentata , nel mede- 
simo modo che presso i Romani , al grave stoi- 
cismo della repubblica succedeva lo stoicismo da 
gladiatore dell' impero ; chiuso è il libro della 
natura , o chiusi piuttosto gli occhi che avreb- 
bero dovuto leggervi dentro: smarriscono la strada, 
e il bello precipita nelle rovine della maniera. 
Percorsi tutti gli errori della scuola infelice , gli 
ingegni italiani all’ improvviso vergognano della 
propria nudità. Miseri ! Aprono gli occhi , ma 
i’ alba non apparisce ancora ; cosi nel buio non 


Digilized by Coogle 



84 

TÌdero , ma ricordarono, e le opere loro non 
furono ispirazioni di bisogni presenti , sibbene 
memorie di tempi passati. Napoleone stava seduto 
in mezzo a due secoli , ma né figlio del primo , 
nè padre al secondo : egli parve un Romano ad- 
dormentato ai tempi di Cesare e svegliatosi verso 
la fine del secolo decimottavo ; e* fu come un 
sospiro sfuggilo da qualche antico sepolcro , un 
anima obbliala nelle mani del fato: resuscitò le 
aquile , e ne drizzò un' altra volta le penne alla 
rapina del mondo. Grandissima audacia fu quella, 
ma tanto inaspettata, quanto intempestiva ^ e non 
poteva durare, e non durò. 

Pace sia alle genti in quella patria, che loro 
concedeva la Natura ! La ingiustizia non formò 
mai valido fondamento alla potenza. Signore dei 
popoli é Dio. 

Le arti furono pertanto transitorie come i 
tempi , ed apparvero rigide di una certa tal quale 
imperatoria dignità. Molti artisti sopravvivono a 
coleste forme di reminiscenza : ingegno essi eb- 
bero , e grande ; mancarono di cuore. 

Luigi Sabalelli dubitò che quel tremendo 
trambusto fosse la voce vera del tempo ; porse 
attento l' orecchio , e il suo buon Angiolo vi 
susurrò dentro : Cristo e Umanità. Allora per 
subita inspirazione comprese come per servire 
degnamente con 1' arte Cristo e I’ Umanità , fosse 
mestieri tornare indietro , e prendere la forma 
ove Michelangiolo la lasciava. Lo spirito di Mi- 
chelangiolo non aveva mai abbandonala la terra 
a lui tanto caramente diletta ^ quando Luigi Sa- 
balelli si accostò al suo sepolcro , egli disse per 
certo : ecco l’ erede ! E confidatogli il glorioso 
retaggio, allora solo potè salire contento nei 
cieli. Sabatelli continua I’ ammirabile lavoro in- 
terrotto , e dimostra io carte la visione di Eze- 
chiello, (20) quando sotto uu cielo procelloso, al 
chiarore sinistro del sole che tramonta dentro un 


85 

mare di sangae , vide sorgere dalie acqne la ini* 
mane bestia dalle sette teste a lacerare le genti : 
mostri marini e terrestri le contrastano invano ^ 
il veggente per la forza impetuosa del vento fa 
arco della persona : trema di panra , ma non 
fogge, e allorché sembra ogni argomento di salute 
perduto , scendono due mani dall* alto, cheafler- 
rano la bestia per le ale. Chi non rammenta la 
fiera Donna ebbra del sangue dei Santi: ornata di 
barbariche gemme, d’ oro e di perle , che tiene 
in mano la coppa dorata piena delle sue abbu- 
minazioni ? Cbi non comprende la sembianza por- 
tentosa di Cristo , dalla bocca del quale esce la 
spada a due tagli , e stende la destra scintillante 
di stelle ? Bene io la intendo. La parola deve pe- 
netrare come ferro acuto nell' anima , la forza 
deve diffóndere la luce... Qual maraviglia per- 
tanto se i figli di Sabatelli, nati in mezzo a con 
cetti cosi magnifici, e cosi magnificamente dimo- 
strati , non conoscessero fanciullezza d’ ingegno? 

11 concetto pertanto e la forma significata 
per via del disegno, Giuseppe non poteva deside- 
rare apprendere migliore altrove, che nella scuola 
di Micbelangiolo. Non così dei colori , e Miche- 
langiolo stesso si valse di Sebastiano del Piombo, 
il quale sebbene noi contentasse , non per questo 
egli si tenne più avventuroso di lui. 

Come questo avvenga io non saprei dire* 
che se la ispirazione nasce , secondo quello il 
buon Durerò affermava , dalla contemplazione di 
questa terra di azzurro j (21) ma in Toscana ride 
come in qualsivoglia altra parte d’Italia azzur- 
rissimo e serenissimo il ciclo : qui copia di raggi 
scintillanti , qui rosee aurore , qui colli verdi e 
verdi prati: e nonostante nacquero in Venezia o 
vissero quelli , che meglio seppero adoperare i 
colori. E dovendo d’ un simile latto proporre una 
causa , io per me penserei , che la dovessimo 
trovare nella facoltà visiva percossa dall’ azione 


Digitized by Google 



86 

stupenda delia luce sopra il cangiante volome 
dei e acque marine , dacché sembra , che ii soie, 
la una e gli altri luminari si vagheggino nella 
superficie dei mare , come dentro uno specchio. 
Cosi nei ben disposti giardini ogni parte va lieta 
di fiori , comunque di apparenza diversa , tutti 
vaghi a vedersi , e di fraganza soavi; e la nostra 
patria , la quale è pure piacentissimo giardino , 
si mostra in ogni paese ornata di qualche sua 
particolare virtù , che T ottimo artista raccoglie 
per tesserne come una ghirlanda all'arte. Però so- 
vente il nostro Giuseppe, seguendo V interno im* 
pulso e i domestici esempj, all’improvviso, so- 
speso il lavoro a cui stava attorno, volò a Vene- 
zia, ingegnandosi rapire una tinta all’arte o alla 
natura, e stemperarla so^ra i suoi quadri; e mollo 
gli venne agevolmente fatto, dacché l’arte e la 
natura non seppero mai rifiutare cosa alcuna alla 
famiglia Sabatelli. 

Fia qui della parte, che chiamerò teoretica: 
vediamo adesso la pratica tenuta da Giuseppe Sa- 
batelli. lo mi asterrò dal descrivere tutti i suoi 
quadri , non già perché simile ufficio potesse riu- 
scire a me grave e agli altri increscioso, ma perchè, 
come sul principio avvertiva, da eccellenti scrittori 
fu fatto , e perché a me giova considerare la ca« 
pacilà dell’ inclito estinto da lato diverso. 

Le opere sue, che molte sono, e per con- 
durle a fine appena si crederebbero basterò li due 
volte tanti gli anni ch’ei visse , devono partirsi 
cosi : Opere imprese per ispirazione propria , e 
opere di argomento imposto : opere religiose , ed 
opero di soggetto profano. Accennerò , non descri- 
verò le opere di argomento ordinalo ; e comin- 
ciando ad annoverare quelle che condusse per li> 
bera scelta , io trovo le religiose superare le pr^ 
fané , anzi pur trovo come la sua vita di arti- 
sta iniziasse e concludesse con soggetti religiosi, 
invero suo primo disegno fa Giuseppe ebreo 


Digitized by Google 



87 

thè racconta i sogni ai fratelli , e il suo primo di- 
pinto Cmto che libera un ossesso , lavori entrambi 
pregevolissimi non solo per un fanciullo di quin- 
dici anni , qual era Giuseppe Sabatelli allorché li 
condusse, ma per qualunque provetto nell'arte, 
e tali da meritarsi , che nel regio palazzo tra le 
cose più care li conservi I' illustre suo Protet- 
tore; l’ultimo dipinto rappresenta un Anctcoreta 
che sta leggendo , il quale, sia che tu consideri pei 
disegno in ogni sua parte perfetto, o per la espres- 
sione del volto , o per la leggerezza ed eflì- 
cacia del colorito , onde chi troppo bene se ne in- 
tende ebbe a dire che pare dipinto col (iato, di 
leggeri ti accorgerai, come, a modo della Cac- 
cola , prima di spengersi tutte le sue virtù rac- 
cogliesse per tramandare rullimo alito più vivace 
che mai. La religione ebbe grande ascendente so- 

E ra queH’anima solenne , dacché si accorse senza 
•io esser deserto la vita , disperazione la morte. 
Senza Dio manca di conforto la virtù, di spavento 
il delitto , nè più sappiamo a qual Cne indirizzare 
i pensieri, gii affetti e i destini dell’uomo. 

Di anni diciannove Sabatelli dipinse il miracolo 
di s. Antonio per le vie di Rimini sopra un boz- 
zetto del padre Luigi ; poi $. Gaetano che riceve 
da Clemente VII il breve per la istituzione del suo 
Ordine , per commissione del signor Gavazzi , e 
s. Antonio abate per la chiesa di s. Tommaso 
di Milano ; terminò e rifece in parte il quadro la- 
sciato incompleto dal fratello Francesco del s. .4n- 
tonto che risuscita il morto ; per la cappella dei 
signori Giorgi di Lucca lece un s. Girolamo, 
s. Filomena per la chiesa di s. Francesco di 
Pisa ; cominciò un quadro delia Madonna con' 
sciatrice pei signori della Missione; nel paradiso, 
che il p^dre suo dipinge nella cupola dei frati 
dell’Oratorio di s. Firenze, condusse a fresco 
s. Damaso e s. Anna , e s. Giovambattista, e linai - 
mente Saulle pel signore Meredith Cholune della 
Carolina Australe. 


Digilized by Google 



88 

Questi sono soggetti religiosi trattati da Giu- 
seppe , in parte scelti da lui , in parte commessi^ 

10 discorrerò del s. Antonio abate , del Sanile , 
e del $. Antonio che risuscita il morto ; di que- 
st’ ultimo poi non perchè egli scegliesse 1' argo- 
mento, che, come fu avvertito , era stato dipìnto 
in gran parte dall’ inclito fratello , ma perchè di- 
visò terminarlo. 

Sanile è quadro dì sua scelta , cd ordinato 
secondo la ragione dei tempi. La viltà del secolo 
vuoisi correggere col terrore, e colesta tela ma- 
nifesta una tragedia stupenda. Se Alfieri fosse stato 
pittore, non F avrebbe saputo comporre diversa- 
mente. Dentro ad una spelonca oscura alle falde 
del monte Gelboè si rappresenta il fiero caso. In 
mezzo alla caverna arde un tripode davanti a soz- 
zo demonio; la faccia di lui, illuminata da chia- 
rore vermiglio, sembra intrìsa di sangue. A sini- 
stra, dalla terra aperta sorge uno spettro lungo 
lungo, circonfuso di vampa di luce fosforica, per 
modo che non apparisce il termine dei lenzuolo 
nel quale egli è involto, suscitando la idea d’ una 
lunghezza senza fine. Tale ei mostra una sembianza, 
che non possiamo durare a contemplarla lunga- 
mente, e non sentirci presi da ribrezzo. Quanto 
ha di pauroso la morte emana da quel volto scosso 
a forza dai sonno della tomba : il guardo immo- 
bile cade giù come corpo peso ; col braccio scar- 
no , che si alza rigido con moto diverso dal vitale, 
si tira da parte un lembo del lenzuolo che gii 
cuopre la fronte . e mostra la faccia intera nella 
truce sua forma, le labbra tiene aperte per lasciare 

11 varco alla voce , che pare non venga articolala 
da quelle , siccome uscivano i responsi dalla boc- 
ca di granilo degl’ idoli antichi. Lo spettro ha 
pronunziato le parole : — perchè mi turbi nei mio 
sepolcro ? 11 Signore li è nemico ; egli ha straccialo 
il tuo regno ira le lue mani ; tu ed i tuoi figliuoli 
sarete meco domani sotto terra.<^(22)Saulle è ca- 


Digitized by Google 



89 

duto subitamente di tutta la sua lunghezza da- 
vanti lo spettro : il volto ha pieno di paura e di 
rabbia, ma vince il terrore; con la destra si Ta 
puntello per non percuotere la fronte al pavimen- 
to ; la sinistra tiene stretta sul cuore, come se lo 
sentisse fuggir via. In aggiunta di effetto , questa 
.figura viene illuminata sopra il dorso dalla fiam- 
ma sanguigna del tripode, e nella faccia in parte 
dalla luce azzurra della vampa che circonda lo 
spettro, mentre in parte è nell’ombra; il qual 
contrasto di luce dinbudendosi per tutta la caver- 
na , partecipa alia scena qualche cosa di veramente 
infernale. Gli occhi esterrefatti , la bocca anela 
e le chiome rabbuffale dei fiero Beniamita, la 
espressione dello sbigottimento, che tenta con di- 
sperato sforzo di superare , e non può ; la batta- 
glia tra la superbia indomita del re e la viltà del- 
l’uomo , fanno manifesto quale e quanto fosse Sa- 
batelli maestro, e come tragico sommo ; il magi* 
stero solenne dell’arle è la profonda anima sua. 
La Pitonessa neH'aspetto formosa , nuda il seno , 
avvolta di stola segnata di figure arcane , stringe 
nella manca la verga magica , la destra tiene tra- 
verso il corpo atteggiala come donna presa da al- 
tissima maraviglia , conciossiachè non pia , che 
l’ombra di Samuelie aspettasse gli scongiuri di lei, 
ma , consentendolo Dio , sorgesse spontanea a 
spaventare Saulle. Con tutta la persona vacillando, 
ella dà indietro , e par che gridi : — Perchè mi 
hai ingannata? Tu sei Saulle f(23) — 

Questo quadro orna adesso le case del signore 
Meredilh Cholune nella Carolina Australe. Gran- 
dissima querimonia intendo mossa perchè questo 
nobile dipinto sia stato trasportato sotto altro cielo, 
dal nostro tanto lontano, liso a sentire cosi rade 
e fioche le voci d’ amore per la patria, io vorrei 
rispettare questo lamento, comechè mi sembr.'isse 
lontano dai giusto ; ma poiché quello che io penso 
intorno a simile caso può riuscire per avventura 


Digitized by Coogle 



90 

di qualche conforlo agii animi dolenti , cosi mi 
consiglio a manifestarlo. 

Non siamo usi da lunga stagione a diffondere 
pel mondo la gloria del nostro ingegno. Ai tempi 
romani costringevamo i popoli barbari a diventar 
civili col ferro , e davamo loro leggi e costumi. 
Poi tornammo a illuminare 1' universo col con- 
cetto cattolico , con le arti , e co’ trafGci delle re- 
pubbliche del medio evo. Adesso siamo scaduti dal* 
ì’antica gloria ; il nostro retaggio di onore va 
quotidianamente stremandosi ; pure tanto ce ne 
avanza , che nelle arti tuttora ci salutano maestri. 
Perchè con ingrato animo sopporteremo noi, che 
altri venga ad allumare la sua lampada alla no- 
stra fiamma ? 11 fuoco , per accendere che faccia 
un altro fuoco , non rimette punto del primitivo 
suo ardore. Che paure, quali invidie sono queste? 
Non sapete voi sonarmi cosiffatti timori sinistri? 
Vi preme forse sospetto di tenebre imminenti? Né 
tali paure, nè simili querimonie si udivano quando 
i sacri ingegni germogliavano tra noi lieti e co- 
piosi come fiori in primavera. Ora, perchè dubi* 
tate voi dei nostri destini? Poco importa, anzi 
giova , che le opere nostre vadano a fare testimo- 
nianza alle remote regioni dell’ ingegno italiano : 
quello che imporla moltissimo si è, che non man- 
chino gl’ ingegni capaci a produrre incessante- 
mciile i miracoli dell’arte. Evvi una terra donde 
si vieta trarre i diamanti perchè non iscadano di 
pregio^ ma le gemme della intelligenza moltipli- 
cate non inviliscono mai. E che questo ultimo 
vanto non sia per esserci tolto , me ne assicura la 
memoria del Durerò, a cui pareva lasciare sopra 
le Alpi la facoltà di artista ; e Pussino , che ac- 
carezzato in corte di Francia, fugge per tornare 
in Italia, come lo persuade I’ amore dell’ arte ^ e 
Thorwaldsen , che la vita dello iutelletto volle vi- 
vere intera in Italia , riducendosi in patria a lo- 
gorare gli estremi anni della sua vita mortale \ 


91 

ed altri esempj infiniti, che la storia racconta, o 
raccogliamo dalla voce dei presenti. Certo ora più 
che mai dobbiamo studiarci di alimentare la Gam- 
ma, e prenderci cura degl’ ingegni dalla Provvi- 
denza inviati ; e se io , come pur troppo me ne 
corre Tobbligo religioso, devo manifestare la verità 
intera , nel modo che vedo i rettori dei popoli 
con animi pronti disposti a promuovere le arti , 
così mi turba la inerzia dei popoli : e le grandis- 
sime imprese meglio si conducono a Gne col rame 
di tutti, che colToro di un solo. Una volta i no- 
stri municipj ragionavano poco, sentivano molto, 
facevano troppo ; adesso argomentano troppo , 
sentono poco, non fanno nulla. I sentimenti reli- 
giosi oltre che declinati per certo dalla potenza 
antica, sono anch’essi diventati poveri , parchi , e 
direi quasi avari. Popoli e municipj non pensano 
ai loro Grandi , se n’ebbero^ molto meno a quelli 
che potrebbero avere. Milano, che pure ieri a piene 
mani largiva oro e diamanti alla Taglioni, c a non 
so quale altra danzatrice, ha lasciato quasi morire 
di fame Giandomenico Bomagnosi, e lascia quel sì 
caro amico delle Muse, Tommaso Grossi, a fare il 
notajo ! Molti si scusano col dire : doversi prov- 
vedere ai bisogni materiali. 11 quale pretesto in 
primo luogo è bugiardo, perchè se trovate premio 
pei piedi, non si sa come non vi riesca trovarlo 
per le teste. E poi , che Dio v’ illumini ! credete 
voi che Tuomo sia tutto materia ? Nulla è la scien- 
za ? A nulla giovano le arti ? Le discipline gentili 
non contribuiscono nulla ai bene della umanità ? 
E i costumi , e i mansueti spirili , e i temperali 
ingegni, e gli atti onesti, e le imprese magnanime^ 
da che cosa mai pensate voi che sieno creale ? 
Forse da una strada ferrata, o da un ponte sospe- 
so ? Chi reputale voi che abbia apportato luco 
maggiore nel mondo, Galileo, o quattro lampio- 
ni ? — Quando avrete un popolo a cui domandan- 
do : qual è il tuo Gne ? risponda, il milione : Dov’ è 


92 

la taa patria ? Alla banca di sconto ; — che cosa 
vi farete voi di cotesto popolo abbaco? Varrebbe 
meglio formare tanti embrici, che gente inchine- 
vole a cosi basso intento. Certo non verranno più 
i tempi di Cimabue , nei quali gli uomini delia 
città di Firenze reputeranno accoglienza regale 
condurre Carlo d’Angiò ad ammirare la tavola 
della Madonna, ch’egli dipingeva per s. Maria 
Novella, nè i popoli trarranno a vederla facendosi 
festa tra loro , come se di qualche universale 
felicità li avesse la Provvidenza prosperati , vo- 
lendo, che in lieta memoria del fallo le case ov’era 
stata dipinta prendessero il nome di Borgo Alle- 
gri ; nè i Priori andranno a torla a suono di tromba 
per traslocarla processionalmente alla chiesa; (24)- 
ma fra tanto entusiasmo e l’obblio corre pure un 
sentiero mezzano. 

Proteggete le arti , io vi raccomando ; pro- 
teggetele, imperciocché elle formino massima parte 
di civiltà ; e ricordatevi, che anche Cristo ha detto, 
l’uomo non vivere di solo pane , ed abbisognare 
di nobili alimenti per lo spirilo.(25) 

Delle lettere non parlo. Esse proteggono, non 
hanno mestieri di protezione. Il poeta è re del 
pensiero. In questi ultimi tempi aprivano la tomba 
di Achille; i secoli vi avevano divoralo ogni cosa, 
le armi e le ossa; avanzava appena un frammento 
dello scudo d’ Achille ; mentre i versi d’ Omero 
circondano tuttavia di luce quella tomba, e vinsero 
gli anni , e cadranno dalla memoria degli uomini 
quando cadranno le stelle dal Grmamento. — Alla 

f )oesia, quando Dio è con lei, basta la voce onde 
e arrida I’ Eternità. Così essendo ella tanto im- 
mediata maniiéstazione della divioità, tanto piena 
di gioia celeste, e tanto poco bisognosa di aiuti 
terreni , giusta cosa é ancora che meno riguardi 
ai diletti di questo povero mondo. — Quando, crea- 
to l’universo, le varie generazioni degli uomini si 
aUiinnavauo a farsi la parte , li poeta guardava i 


Oìgiiizef : 


93 

mari, P emisfero, le stelle, ed accordava la lira 
terrestre co' suoni arcani che venivano dall'alto: 
all'improvviso chinati gli occhi, conobbe non ri- 
manergli più luogo nel mondo; allora si volse a 
Dio, e gli disse: — 0 Signore, dove mi riparerò 
io? — Ed il Signore a lui : 1 tuoi fratelli hanno 
occupato ogni cosa ; io non posso darli più nulla 
sopra la terra , ma ti coronerò la fronte con un 
bacio della mia bocca immortale, e ti porrò a de* 
sira della mia gloria nei cieli.... — Basta alla poe* 
sia non essere perseguitata ; ma della persecuzio* 
ne ancora poco si affanna. La Divina Commedia è 
iìglia della persecuzione , le pallide stanze della 
Giostra nacquero dalla protezione. L' esigilo fece 
Dante, la corte Poliziano. Figlio di madre infelice 
è colui che contristerà la poesia , imperciocché 
ella stringendolo fra le sue mani potenti gl' im- 
primerà nella fronte il segno di Caino, e con quel 
segno di abbominazione lo darà in balia de secoli, 
che lo porteranno lino alle porte della Eternità. 

Terrò adesso proposito del quadro di s. An- 
tonio aòa le. — Giuseppe Sabalelli meditando co- 
nobbe molle essere le maniere, come molle le cause 
della solitudine. Havvi una solitudine, che deriva 
da infermità del corpo o dello spirito. All' infer- 
mo della prima riesce insopportabile la luce, im- 
portuno qualsivoglia rumore; odia le liete radu- 
nanze e le festevoli brigate , dai piaceri ai quali 
non può partecipare rifugge : all' infermo della se- 
conda , di poco, o di tristo, o di superbo animo , 
concitato a grandissimo sdegno , perchè la vanità 
sua venne offesa da maggiore vanità, o perché an- 
dò in qualche suo disegno deluso, o non fu, come 
gli pareva meritarsi, tenuto in pregio, o ebbe a 
durare la invidia e la persecuzione degli uomini, 
o lo tradi qualche amico, o più di frequente la 
donna che aveva posta de' suoi pensieri in cima; 
ecco lo vedi imitare I' esempio di Sólone , in ciò 
veramente non imitabile punto , il quale non so- 


94 

guitaadolo gli Ateniesi nella guerra mossa contro 
la tirannide di Pisistrato, getta le armi sopra pub» 
blica via, e chiuso nelle proprie case , prorompe 
in maledizioni contro alla patria ; e l'altro di Ti- 
mone, che compreso d’odio maraviglioso contro 
il genere umano, così andava filosofando, secondo 
che ci racconta Luciano : « Comprerò questa terra, 
» c vi alzerò sopra una torre, dimora a me solo 
» nella vita, a me solo nella morie sepoltura; de- 
» liberazione mia ferma non mischiarmi a persona, 
» non la volere conoscere : disprezzare tutti 9 
» ospiti, amici, compagni, e l’ara della Misericor- 

* dia, novelle e scede per me. Ingiustizia suprema, 
» costume corrotto , commovermi al pianto , per 
» supplicazione soccorrere.... amico solo di; me, 
» gli altri insidiatori e nemici. Avrò per infausto 
» quel giorno in cui mi occorra sembiante uma- 
» no, terrò un uomo in conto uguale di statua 
» enea o lapidea ; tra me e lui non pace mai, né 
» tregua ; sacrilegio il consorzio. Popolo, cilladi- 
» nanza e patria , vuoti nomi, cure da stolti. Io 

* solo copioso dei beni della fortuna ; io solo delle 
» delizie mie goditore ; io solo propinante agli 
» Dei , festeggiente io solo : non voglio vicini ; i 
» confinanti lontani da me. Sopra tutti mi suoni 
» carissimo il nome di nemico degli uomini : sieno 
» mici costumi ira, ferocia, ed aspra selvatichezza. 
» Se alcuno, ardendogli il fuoco la casa, mi pre- 
» ghi a spengerlo, io vi getterò sopra olio e pece; 
» se il viandante nel guardare il fiume travolto 
» dalle acque mi domandi soccorso, ve io respia** 
» gerò sotto perché si sommerga. » (26) Timone 
salutato per via implorerà gl’ Immortali , che la 
lingua gli convertano in bastone per rendere il 
saluto convenientemente; Timone morendo legherà 
al popolo Ateniese un albero altissimo onde vi si 
possa impiccare a bell’ agio. Quanto è infelice 
Timone ! Cd anche Tiberio amò la solitudine, in 
Rodi prima, poi più nefanda a Capri : ma io mi 
taccio di lui. 




95 

La seconda solitudine procede da lassezza: lo» 
gorato che Tuomo abbia la forza sortita dalla na- 
tura nell’ esercizio degli ardui doveri, anela il 
riposo negli anni declinanti, siccome preparazione 
di morte. Cosimo il vecchio dei Medici, verso lo 
estremo della sua vita costumava tenere gli occhi 
chiusi, e interrogato della cagione, è fama che 
rispondesse : per assuefarli a morire. (27) — Questa 
è la solitudine di Diocleziano, il quale non repu- 
gnò adoperare la vita al riparo dell’ immane im- 
pero romano, che si sfasciava; provvide alle leggi, 
curò i costumi, vinse popoli ribellanti, e di nuovo 
ribelli li vinse ancora ; ma guerra nasceva da 
guerra : restaurata una parte ne rovinavano cento; 
era uomo che lottava contro l’Oceano in burra- 
sca : ogni giorno più si stringeva la rete tremenda 
della vendetta del mondo; epperò quando senti 
venirsi manco la lena, volle confidato l’ impero a 
forza nascente, scendendo giù volonteroso dal tro- 
no, e riparando nei giardini di Salona. Cosi pure 
Carlo V, concepita 1’ idea della monarchia uni- 
versale , attese a riunire nelle sue mani la forza 
e il pensiero del mondo , ma le braccia gli tor- 
narono corte a tanto amplesso: stanco di percor- 
rere una via che gli riesciva più e più sempre in- 
terminabile, si chiudeva nel monastero di s. Giu- 
sto , ove impiegando ogni suo sforzo a far si che 
due orologi si accordassero puntualmente nel 
moto , e non vi riuscendo , irrideva a sè stesso , 
allorché presunse costringere nelle sue voglie scon- 
finate le passioni e le opinioni di milioni d’uomini. 

La terza è poi generosa solitudine, ed appar* 
tiene all’uomo forte , che si propone onorare la 
patria con le opere del suo ingegno, od illustrarla 
con le armi , o correggerla. Questo uomo nella 
solitudine pensa alle infelicità dei Grandi, alle perse- 
cuzioni immortali dei pessimi, alla tiepidezza dei 
buoni; pensa all’odio che si chiama addosso qualun- 
que superiorità, e medita la legge, che parve repub* 


ye 

blicana, de^li Efusj, la quale condannava all' esi* 
(io il cittadino che agli altri con l’ ingegno avan- 
zasse ; contro la fortuna s' indura^ si esercita con- 
tro la ingratitudine dei suoi ^ conoscerà le calunnie 
e le insidie ; vedrà il suo nome avvilito , contri- 
stalo il suo spirito, forse anche la morte ignomi- 
niosa, e le ossa lungamente lasciate alla campagna 
aperta battute dalla tempesta : — non importa ! — 
Egli vedrà ancora gli stupendi destini della uma- 
nità, che infuturandosi per un tempo senza (ine , 
non istanno certo nel presente o nel volgere di 
cinquanta o cento anni ; penserà al seme sparso , 
c presagirà la messe nelle generazioni che ver- 
ranno ; r anima non costretta dal corpo o dal se- 
polcro , lancerà teso lo sguardo sopra la pianura 
dei secoli , e Dio consolatore gli manderà la vi- 
sione dei nepoti, che emendando la colpa paterna, 
si daranno a raccogliere pietosamente le ossa be- 
nedette e le venereranno come sanie ; terranno il 
nome per esultanza e per giuria, e adorando Dio 
nelle elette creature, lui chiameranno padre , lui 
salvatore, lui auspice, lui degno di preghiera e di 
altari. Cosi Pubblio Scipione nella villa di Lintcrni. 
immaginati i trionfi di Roma, usciva a conquistarla 
Ma a questa maniera di solitudine vuoisi sopra 
tutto attribuire lo studio che mosse i primi Cri- 
stiani a ricercare i luoghi appartati , anzi pure i 
meglio remoti recessi. Era intendimento loro per- 
fezionarsi in Dio , e riformare il guasto dei tempi. 
Ora per gagliarda che un’anima sia, non perverrà 
a conseguire la sua pienezza di forza, ove non 
isnodi i vincoli che la tengono stretta alla comu- 
nanza degli uomini : tanti ci avvolgono i rispetti 
domestici, la convenienza di famiglia, le conside- 
razioni per tutti ; tanto asceudente prendono sopra 
noi, nostro malgrado, le cose circostanti , che rie- 
sce impossibile non deviare dal proposto cammino 
c non rimettere alquanto dei proprj divisainenti : 
egli é come vivere dentro ad una città travagliata 
dal contagio. 


Digitec : 



97 

Cotesti nomÌDÌ ispirati da Dio riparavano per* 
tanto nei deserti , lasciando patria e parenti per 
diventare degni atleti di Cristo. Era mestieri gua* 
rire in sé stessi le infermità che disegnavano poi 
curare negli altri ; e quattro sembrano , e sono , 
le piaghe principali deiruomo, voglio dire super- 
bia, lussuria, avarizia e paura, le quali bisognava 
vincere, e veramente que’solilarj vincevano, non 
affermerò tutti , ma quelli in cui apparve mag- 
giore o la grazia del cielo, o la naturale costanza. 

Come volete voi ch*essi durassero in superbia, 
se con ogni umiltà più repugnante al costume 
qunta febbre dell’anima attutivano ? Come avari, 
se d’ogni sostanza si spogliavano, se ponevano 
cura a disperdere perfino i’erbe e le radici salva- 
tiche, che il bisogno quotidiano avanzassero, se di 
altre vesti non si ammantavano , che non fossero 
pelle caprina o tessuto di palma ! Come lascivi, se 
spegnevano non solo i desiderj , ma si la potenza 
dalla quale i desiderj si generano ? Come paurosi? 

Dei flagelli forse? Delle prigonie? Delle necessità? 

Delle ferite? Della morte? Ma essi si flagellavano 
duramente ogni giorno, le carni co’cilizj strazia* 
vano, nelle palme scavate vivevano, digiuni sop- 
portavano, pietre aguzze all’ altezza della fronte 
appendevano, onde percuotendovi assonnati duras- 
sero in tormentosa vigilia E la morte e i mar- 

tiri erano il fine della loro vita mortale ^ al mar* 
tino, come a porla del paradiso^ anelavano, gui- 
derdone dell’opera, gloria dei cieli, benedizione 
di Dio. — Questi furono 1’ intendimento e lo sco* 
po dei primi Solitarj ; e quindi uscirono s. An* 
tonio , s. Girolamo , s. Basilio , e Benedetto , e 
Macario, e Agostino, ed altri infiniti a illumhiare 
le menti, a predicare l’evangelo, alla riforma in* 
somma del mondo. Non si creda no, che i primi 
Solitarj cercassero i deserti per condurvi vita di 
ozio beata e contenta di gioie segrete : essi vi an* 
davano ad esercitarvùi come in una palestra, a 

3 

« 

.1 

\ 

' L.y. - iOOglc 


farsi gagliardi per quindi tornare all acerbissima 
lotta. Ziminerman, e penso che noi dobbiamo pre- 
stargli fede, come quegli che professava religiooe 
protestante, cosi scrive di questi Solilarj : « L vi 
w furono tali in quei santi ritiri , che acquistarono 
» tanta grandezza d’ animo e nobiltà di sentimeoti, 

» che quantunque volte io li consideri nel silen- 
. zio della mia camera, io ne provo sempre una 
» cara maraviglia , m’ intenerisco 6uo alle lagri- 
» me » (28) Lasciala da parte così esquisita sen- 
sibilità, io vi dico che i primi Anacoreti della no- 
stra religione meritano la grata reverenza dei po- 
steri. Giuseppe Sabalelli , concepito nobilmente 
cotesto argomento, con pari nobiltà lo signilicava. 

Nel mezzo di un antro oscurissimo , sta ge- 
nuflesso il Solitario di Coma accanto a un masso, 
reliquia di antico monumento egizio, sopra del 
quale apparisce un teschio umano; fra le braccia 
nude conserte sopra il petto stringe la croce : nera 
la chioma e la barba, le membra robuste, e con 
savio consiglio, imperciocché dove lo avesse elli- 
gialo attrito dal digiuno e dagli anni, non gli sa- 
rebbe attribuito a volontà la resistenza contro tale 
tentazione a cui gli bastava la fralezza del corpo: 
vesle un rozzo saio, e gli cuopre le spalle la me- 
lole o pelle pecorina : lo sguardo tiene rivolto al 
cielo che gli manda in refrigerio una benedizione 
di luce, con tale una espressione di gioia, di ca- 
rità e d’ amore, che solo è dato rivelare agli eletti, 
usi a vedere faccia a faccia il Signore e a ragionare 
con lui. A destra del riguardante si dilegua vinta 
la tentazione, ed è immaginata sotto le forme di 
donna , aeree e fugaci ; in ogni sua parte ella e 
voluttuosa, proterva sempre, quantunque indarno, 
sdegnosa della disfalla, e seguala in fronte con la 
nota dei reprobi. Una nuvola donde emana torbida 
6amma avvolge celesta forma. Anche m questo 
Quadro occorre mirabile il contrasto del lume, da 
una parte celeste, dall’altra infernale: i pregi del 


Digitfe id b,. ' 


99 

di<;egno, audace a un punto e castigato, il robusto 
colorilo, rendono cotesta tela, insieme con la sa- 
pienza della composizione, opera egregia nell'arte. 

Esposto il quadro , non mancò quella cosi 
strana razza di gente, che sta all' ingegno come 
la ruggine all'acciaio, e si chiama dei critici, che 
non fa mai nulla e di tutto si sbraccia a favellare; 
spesso ignorante , più spesso trista , spessissimo 
ambedue : piante di rovo , o sterili o feconde di 
spini, non mancarono, dico, critici, i quali non 
vedendo il santo Anacoreta circondato dagli attri- 
buti di cui la stupida credulità gli é cortese, ne 
la tentazione Ggurata con le solite forme, si die- 
dero a gridare contro il novatore, dissero la re- 
ligione in pericolo ; piansero le cose sante con- 
taminale da infauste bizzarrie , come se classica 
fosse la Gammella, classico il pastorale col cam- 
panuzzo, o classico l'immondo animale di cui la 
tradizione accompagna quel Santo. Serviva forse 
alla religione nostra il Callotta, quando raccolte 
tutte le inverecondie e burlevoli superstizioni ve- 
nute a noi da tempi grossi intorno a questo So- 
litario, ed altre piu molte oscenissime mettendone 
di suo , compose il quadro della tentazione di 
8. Antonio che noi non possiamo vedere senza 
sentirci commossi a riso inestinguibile ? Di cotcste 
superstizioni muove a buon dritto querela il Pro- 
posto Muratori nel sue libro della regolata devo- 
zione. La religione ne scapita di reverenza ; la fede 
rovina in ridicole sconcezze ; onde il Sabatelli 
operando nel modo in che fece, anche a senso di 
prelati dottissimi e piissimi , condusse un quadro 
non solo maraviglioso per l'arte, ma commenda- 
bile per illuminata pietà , e meritò grandemente 
della patria e della religione. 

Rimaneva imperfetto il quadro del s. An- 
tonio da Padova^ che resuscita il morto onde ri- 
veli il suo vero uccisore e salvi l' innocente ac- 
cusato condotto a guastarsi, opera del fratello 


100 

Francesco. Questo giovane illustre, di cui durano 
perenni il desiderio e il compianto , lo lasciava 
incompleto, e nessuno ardiva toccarlo , come se 
temessero il fatto d’ Ozza quando stese la mano 
alP arca santa. (29) Solo i* egregio padre Luigi 
Sabatelli avrebbe potuto condurlo a fine; ma quante 
volte ei vi si poneva davanti, tante gli si offusca- 
vano gli occhi, e più che d’ altro gii veniva vo- 
glia di piangere. Nè era ponto minore la pietà 
che stringeva l'animo del buon Giuseppe alla 
contemplazione della stupenda pittura : talora si 
sentiva mosso a far prova di tendere cotesto arco 
' d' Ulisse; ma da un lato lo combatteva il timore 
di riportarne taccia di temerario, a Ini modestis- 
simo oltremodo molesta ; dall’ altro I’ affetto cu- 
pidissimo di onorare con ogni suo sforzo la fama 
del fratello defunto. Superando la pietà, egli dava 
animoso di mano ai pennelli. 

Di rado avviene, che imprendendo opera di 
carità non ci riesca a un punto fare opera grande, 
imperciocché i cieli propizino alla intelligenza ge- 
nerosa. Giuseppe si sentiva come agitato da un 
Dio : facile gli scorreva la mano, l’arte gii apriva 
i suoi reconditi arcani, la natura si compiaceva 
a lasciarsi cogliere sul fatto da Ini: non si polen- 
do valere dei modelli adoperati dal fratello Fran- 
cesco , mutò alcune figure, e varie altre modifi- 
cazioni introdusse, e maravigliando egli stesso della 
propria spontaneità, in breve spazio di tempo lo 
ebbe condotto a fine con quella perfezione che 
può oggi ammirarsi da ognuno. Se i cittadini 
aspettavano ansiosi di vedere il quadro, vedutolo 
ne rimasero stupefatti ; si levò un plauso univer- 
sale pel giovane portentoso, che di ventitré anni 
tanto osasse e facesse. Il padre Luigi non plau- 
diva; — abbracciato strettamente il figliuolo, pian- 
geva. 

Ricercando nelle memorie del tempo i quadri 
d* argomento profano, trovo essere questi, Otello 


Digitiznri hy Googlv: 



lOi 

rimproverante Desdemmay figure metà del vero 
e la morte di Socrate, ligure due terzi del vero ’ 
per commissione del signore Barabani di Milano- 
Cornelia , madre dei Gracchi visitata dalla ma- 
/rono fampama; Torquato Tasso, per Tamericano 
Meredilh Cholune , e Farinata degli liberti alla 
battaglia del Serchio. Stava per comporre la tra- 
gedia del Buondelmonte destinalo per la Russia 
ma lo impedì la morte. Ritrattò donna Giuseppi 
Velia Porta con tre fanciulli, due maschi e una 
lemmina, mezze figure grandi al vero: sè stesso, 
il fratello Gaetano, le sorelle Gabriella e Maria 
e questa una seconda volta fino al ginocchio il 
professore Carlo Burci, il nobile Strozzi di Man- 
U»va vestilo alla greca moderna, un giovine di eeii- 
ti e lignaggio , il fglio della duchessa di Casi- 
gliano, Pietro Pollastrini, il Dott. Siiatti , e una 
vezzosa fanciulla pel suo amico Izunnia : aveva 
ricevuto commissione di effigiare in un quadro 
la famiglia regnante in Toscana, ma anche questo 
disegno gli troncava la morte. 

Dei dipinti, eh’ io sono venuto annoverando 
hn qui, si occuparono ugualmente peregrini in- 
gegni ; sicché opera perduta sarebbe rinnovarne 
adesso la descrizione: scerrò, seguitando 1’ usalo 
costume, i meglio notabili, e mi tratterrò piutto- 
sto sopra alcune considerazioni generali che mi 
saranno persuàse daH’argumento. E prima di tutto 
IO non posso astenermi dal fare avvertire , come 
Oiuseppe Sabatelli volenteroso si adattasse a di- 
pingere I rHratli. La più parte degli artisti repu- 
gna da simili opere, e le ha in onta come se la- 
vori servili si fossero : io per me reputo cotesta 
opinione del tutto fallace, o Giuseppe nostro di- 
mostrava col fatto avere al mio pensiero assentito 
Certo io comprendo quanto sia affanno per uii 
valente artista efiìggiare il volto di tale di cui la 
fronte rassembra un appiggionarsi del cranio sgom- 
bro, libero e spedilo da ogni idea di buono e di 


bello; io comprendo V angoscia per lo sciupio non 
che del tempo e dell’ ingegno , ma della tela , e 
perfìno dei colori nel ritrarre cotesta estremità ^ > 
eh’ io non vo’dire testa, di qualunque uomo nuovo, 
che venuto in ricchezza coll’ esercizio de’lraffici 
meschini, e spesso disonesti, ti si fa glorioso da- 
vanti ordinando insolentemente: fatemi il ritratto^ 
come quel villano, di cui racconta il leggiadris- 
simo Franco Sacchetti, che, portato a Giotto uno 
scudo, gli diceva : — io vorrei , che tu mi dipi- 
gnéssi l’arme mia in questo palvese ! (30) Vera- 
mente di volti che meritino la pena di essere 
elBgiali noi non abbiamo copia per ora, ma pure 
se ne danno talvolta, e allora parmi doversi 1 ar- 
lista chiamare contento dell’ impiego del suo 
tempo: inoltre meritano moltissimo cotesti uomini 
i quali, senza andare distinti per altezza d’ inge- 
gno, furono, o amorevoli padri, o teneri figli» o 
leali amici, o cittadini del bene della patria stu- 
diosi, e compiacendo ai domestici affetti, 1 artista 
adempirà a parte non mediocre del suo nobile 
istituto. Ancora 1’ artista osservando argutainenle 
io linee, le rughe e 1’ espressioni della sembianza 
umana, apprenderà come le passioni vi si mani- 
festino, e quali tracce sopra vi lascino; pel mec- 
canismo dell’ arte costretti a rendere con esattezza 
la immagine, si assuefaranno alla verità dei con-' 
torni e alla efficacia del colorito. E simile pratica 
a me sembra che si debba piuttosto con indefesso 
studio seguire, che sconsigliatamente dispreizare, 
quante volte si ricordi che Giotto, Benozzo, Ma- 
sacciò, e tanti altri virtuosi maestri della scuola 
fiorentina, ce ne lasciarono splendidissimi esenapj, 
senza parlare dei Tiziano e del massimo Raffaello, 
e senza pure far motto a quanta altezza di fama 
salisse per questo, la scuola fiamminga. , ^ "/Vi ^ 
Vuoisi discorrere alquanto della tela della 
Morte di Socfàle,. conciossiachè somministri ma- 
teria "d’ un caso che dimostra l’ indole del nostro 


103 

Giuseppe, di coi favellerò più a lungo in altra 
parte. Il sig. Barabatti gli aveva dato per soggetto 
(lei quadro, Achille che si separa da Briseide. Al 
cuore del Sabatelli questo argomento non ispirava 
nulla. Fastidioso fu sempre per lui eflìgiare donne, 
ma soprammodo donne che si tengono in pregio 
di cavalli, o di cani, e forse anche peggio ^ e di 
vero, se togli da Omero Andromaca , soavissima 
immagine di tenerezza coniugale , com' egli non 
ci dimostra basso il destino della donna ? Nè a 
cui ben guarda si fa manifesto dovere essere stato 
altrimenti in quei tempi. Omero canta dell' età 
eroiche, o vogliamo dire della barbarie giovanile 
di un popolo : allora l'uomo più grande è il più 
forte; la forza rappresenta la maggioranza: la vita 
dello spirito incomincia ad epoche più tarde o più 
incivilite del mondo; quindi a che buona allora la 
delicatezza della donna? a che la sua sensibilità? 
a che il sottile intendimento per cui va distinta? 
Frutti sono questi per altra stagione; allora qua- 
lità non intese, meno apprezzate; per Achille la 
donna ha da essere di guancia fiorita, venusta di 
giovanezza e di grazia, sacerdotessa tutta di Ve- 
nere terrena. Il quadro, scrive il signor Montazio, 
andava a modo della tela di Penelope; alla per 
fine Giuseppe lasciò cadérsi i pennelli di mano , 
e chiamatosi vinto, protestò chq non sarebbe an- 
dato più avanti. Pochi giorni dopo trovato il sig. 
Barabani, gli propose ehe invece della male au- 
gurata Briseide gli dipingerebbe la Morte di So- 
crate, e il Barabani rispusegli : che molto bene 
se ne contentava. Allora compreso da grandissima 
allegrezza, Sabatelli si avvia difilato allo studio : 
Briseide, capitata in peggiori mani che dei Greci, 
va io pezzi, e sopra quei frammenti Giuseppe , 
come lo muove insolita ilarità, tratteggia imma- 
gini di fiere e strani ceffi umani, fra i quali quelli 
di femmina tenevano principalissima parte. Con- 
siderando questo caso, eh* io giudico sicuro indi* 


D..,.. 


104 

ZIO di segreta piaga del cuore, mi sembra, dacché 
Giuseppe nella composizione della Uorte di Sacrati 
metterà una donna, molto meglio valesse dipin- 
gere Briseide gaia di giovanile beltà, la quale coi 
suoi blandimenti placava talvolta la feroce ira di 
Achille, che non la moglie rissosa , eh' empi di 
subuglio la casa maritale, e avvelenò la innocente 
anima di Socrate prima assai che i suoi nemici 
gli attossicassero il corpo con la cicuta. 

Parlerò adesso del Torquato lasso. Nessuno 
piò del Sabatelli pareva contemperato a compren* 
dere questo grande infelice. La eccellenza degli 
ingegni rari sono forme celesti, diceva Cosimo il 
vecchio dei Medici; ma questa eccellenza oh come 
caramente è scontata ! (31) Le facoltà del poeta 
derivano da esquisita sensibilità di cuore, il quale 
come se fosse scoperto da qualsivoglia viluppo di 
carne , ad ogni alito di passione che tepidissima 
non sia, subitamente s’ irrita. Il comune degli uo- 
mini presenti repugna da simili generazioni d’in* 
gegni tanto facili a inciprignire, e li ha per fa- 
stidiosi : aggiungi, che 1' altezza della mente re- 
putandosi odiosa superiorità, mentre troppo spesso 
ella è dono infelice, invidiasi e perseguitasi. Gli 
uomini avranno un manto pel nudo, ^vanda per 
Io assetalo, pane per lo affamato , ma nè hanno, 
nè sanno avere consolazione per l’anima del poeta. 
Egli, re del pensiero, stia solo, e regni : dovrà il 
re limosinare il soccorso del mendico ? Eppure 
r anima del poeta sopra ogni altra abbisogna di 
amore ; ella si strugge d’ angoscia non sentendosi 
amata : pur troppo, pur troppo, se potesse accat- 
tarsi r affetto, voi vedreste il poeta supplicarea 
quanti occorresse per via: — deh per carità ama- 
temi, perocché io immensamente vi ami ! — 11 
poeta nasce tutto riso, tutto gioia, e per lo più 
muore di cuore rutto, li poeta , sempre levato 
alla contemplazione delle divine bellezze, le cose 
terrestri o non cura o dispregia ; ma legato alla 


Digitized by Google 



105 

salma mortale, gli è par forza provvedere ai bi* 
sogni della vita. Allora incomincia la vendetta degli 
uomini, che stanno seduti sopra lo scrigno stu- 
pidamente orgogliosi, come il dio Scrapi sul eoe» 
codrillo, e coi cuore chiuso assai più dello scri- 
gno diranno irridendo: — Oh! non ha braccia ga- 
gliarde costui? Oh! non gli dava la natura sanitàdi 
corpo? Faccia come me, lavori. — Ahi tristo! E 
dove sono i tuoi lavori di regnatelo orditi di bava 
per insidiare qualche insetto infelice? £ dove sono 
i tuoi lavori, mercatantuolo insensato, dei quali 
forse il notaro criminale sarebbe degno storiografo? 
E dove sono i milioni di uomini come te , che 
vissero da Orfeo fino a Omero, da Omero fino a 
Dante? Non vedi, che Dio manda in terra di tanto 
io tanto questi spiriti come fari per la notte dei 
secoli passati, e come fiaccole per illuminare le 
tenebre dei futuri? Il poeta con un baleno della 
mente piu scuopre e più insegna, che la esperienza 
*1* Molli anni, e le speculazioni dei filosofi, degli 
uomini di stato e dei reggitori dei popoli ; egli 
guarda le stelle come il pilota della umanità per 
condurre gli erranti a porlo sicurissimo di salute 
e di gloria, lo per me non so se possa mai re* 
vocarsi la legge fatale: sii grande, e infelice; quello 
che di certo conosco si è, che 6no ai giorni nostri 
condizione necessaria parve agli altissimi intelletti 
per e^ere amati, riveriti e compianti, — morire.... 
£ miserissimo fu il Tasso, tristo arnese di cortes 
da tale a cui largiva nome immortale ebbe pri- 
gione ; e siccome non basta a questi potenti d’ uu 
minuto^ fare gli uomini infelici , ma li vogliono 
anche infami, così tentarono contaminarlo con la 
nota disonesta di folle. Guerra da Titani era quella, 
conciossiaché colui che contrista i sacri ingegni 
non paia meno iniquo o meno empio dei figli della 
terra quando mossero guerra al firmamento. Certo 
fu sempre mesto Torquato, e forse, chi sa, che 
più che per altro lo fosse a cagione d’ un senso 


by tjOpgle 


106 

segreto il quale, vincendo ogni rumore di iaudo« 
dicesse al poeta: — mala via hai tenuto ! — Invero, 
con tanta ala d’ ingegno da creare cose nuove , 
compiacendo ai tempi, ricercava penosamente negli 
antichi poeti di che abbellire, o piuttosto guastare 
il suo volume. Mancò quel suo poema , meravi* 
glioso, d' indole originale; e fu più greco e Ialino 
che italiano, più gentile che cristiano. E la lingua, 
eh* egli possedeva efficacissima, gli divenne ritrosa 
per modo, che in mezzo ad artificj spesso ardui, 
sempre inamabili, perse la sua consueta sponta- 
neità. Ed io ricordo essermi capitalo soli’ occhio 
un libro, ove un solennissimo critico aveva tolto 
a notare tulli i passi dì Omero, Virgilio, Stazio, 
Lucano, Lucrezio e simili, che a lui pareva fos* 
sero stati imitati dal Tasso, e questo diceva aver 
fatto in onoranza di quel divino intelletto.... Dio 
abbia misericordia de’ suoi peccati, c soprattutto 
di questo! — Di rado avviene, e forse mai, che 
uomini delia mente del Tasso , quando in arte 
smarrirono la strada, qualche buon genio non li 
ammonisca,- e questo a parer mio doveva essergli 
infestissimo verme nei cuore. Però folle nonera^ 
conciossiachè il folle non ricordi , e non ami ; e 
il povero Tasso, libero appena dalla carcere estense, 
udendo come Bernardo Buontalenti architetto fio- 
rentino avesse decoralo con sue invenzioni e ia- 
termezzi, che furono tenuti stupendi , la rappre** 
seutanza dell’ Aminta, senti prima d* ogni altra 
cosa bisogno di mostrare la gratitudine sua verso 
il benevolo, onde messosi in cammino giunge a 
Firenze, e incontrato il Buontalenti per via Maggio, 
scende da cavallo , Io saluta , io abbraccia , le 
bacia, e poi s’invola lasciando il dabbene uomo 
fuor di sé, come colui che di sembianza non co- 
nosceva il poèta. (32) E corre pur fama, che un 
altro verme lo rodesse, voglio dire l’amore. Ai 
giorni nostri sorse un tale che smentì la cosa, e 
con premio deguu della epoca nella quale vivia- 


Digitized by Google 



107 

mo — un pugno di monete — si offerse sostenere 
falsa la fama contro tal altro che l'affermava vera: 
ma comunque potessero reputarsi coteste armi 
cortesi, per quanto seppi, i campioni non vennero 
alla prova, e il mondo continua a credere questo 
amore, e crede di più, che e’ fosse la vera radice 
della persecuzione acerba durata dal poeta. 

Sabatelli non solo ha creduto , ma consacrò 
in certo mudo questa fama col suo quadro del 
Tasso. 

La pittura rappresenta Torquato declamante 
alla corte di Alfonso i primi canti della Gerusa- 
lemme. Egli apparisce vestito di una veste bruna, 
schietta e modesta, bello nel volto, della persona 
bellissimo: è giunto alia Stanza famosa: 

Colei Sofronia, Olindo egli s* appella, 

D’ una cittade entrambi, e d' una fede. 

£i che modesto è sì com* essa è bella. 
Brama assai, poco spera, e nulla chiede: 
^ié sa scoprirsi, o non ardisce; ed ella 
0 lo sprezza, o noi vede, o non s' avvede. 
Cosi finora il misero ba servito 
O non visto, o mal noto, o mal gradito. 

Qui pare, che male reggendo all' interno en- 
tusiasmo, siasi levato in piedi, lanciando uno sguar- 
do d' amore e un raggio di poesia alla principessa 
Eleonora. Nè la sua voce dolcissima andò dispersa, 
ma giunse a lei, che amata, amore non perdonava 
di amare , e le conturba le viscere. Eleonora 
d'Este; quantunque seduta al fianco del duca Al- 
fonso, immemore dei luogo e dei superbo decoro 
di famiglia, sotto la potenza del fascino che la 
padroneggia, per poco sta che non corra a gittar- 
gli le braccia al collo. L’improvvido Cantore ba 
tradito sé stesso. (33) Alfonso cupo indagatore di 
affetti, nota gli alti e gli sguardi , e turbato in 
volto dimostra assai chiaramente come volga nel* 


108 

r animo il disegno di soffocare con ogni argo- 
mento — e sia qualunque — cotesta passione» che 
coprirebbe d’ onta la sua stirpe» la quale pure 
non adontò del connubio di Lucrezia Borgia » la 
figlia delia Vannozza ! .... Poc* oltre» seduto più 
basso Luigi cardinale di Ferrara porge intentis- 
simo r orecchio ai versi divini, plaudendo, giusta 
il costume dei protettori, nei suo protetto sè stes- 
so : innocentissima vanità! E tra i cortigiani oc- 
corre un giovane animato da simile sentimento » 
mosso però da causa diversa, voglio dire da am* 
mirazione, ed é Ercole Bondinelìi tenerissimo del 
Tasso, e come é la prima innocente vanità » cosi 
questo è laudabile orgoglio. Deve l’ amico per gli 
alTanni dell’amico attristarsi, delle sue gioie ral- 
legrarsi , anzi farsene partecipe , della sua luce 
irradiarsi ; e ben lo merita, dacché dopo la prima 
laude, che consiste nel possedere ingegno, succede 
subito la seconda, la quale sta nel venerarlo io 
altrui. Io lessi già dentro al volume del duca La- 
rochefoucauld, che gli amici non sempre per le 
gioie deir amico rallegransi, nè per i suoi dolori 
rattristansi : sentenza a mio parere durissima e 
falsa, imperciocché que’ tali non si vogliono ono- 
rare con la dignità del nome d’ amico. — Un Pre- 
lato vicino al Cardinale, forse Scipione Gonzaga , 
ammira anch’ egli il poeta, ma per pompa d’ in- 
telligenza, e piuttosto per protesto di spreto pei 
cortigiani cui ostenta sogguardare con compassione. 
Dalla parte opposta del quadro» al Banco d’ Eleo- 
nora d’ Este» siede Eleonora Sanvitale contessa di 
Scandiano: bellezza lusinghiera e invereconda, più 
riguarda all’ uomo che al poeta, più a’ bei labbri 
che alla voce modulata da quelli , e con lo ab- 
bandono della persona e gli occhi protervi si af- 
fanna a palesare sé essere la donna diletta dal 
Tasso, a lei volte le misteriose allusioni dei versi» 
imperciocché Torquato, per quanto ci porge la 
fama, a coprire meglio la vera passione che lo 


Digilized by Google 



109 

accenderà , dava ad intendere sentirsi preso di 
amore per lei. E pari arti narra la storia ado- 
perasse Dante innamoralo di Beatrice : finzioni a 
parere mio non degne di tanti uomini , e della 
altezza della fiamma dentro la mente loro rac* 
colta. 

Qui termina la serie , tranne Alfonso , dei 
benevoli al Tasso , la più parte tepidi e varj , 
che non vorranno , o noi sapranno sovvenire nel 
giorno della sventura. Ecco allo incontro i ma- 
levoli più operosi, e, come succede, meglio con- 
cordi. 11 Pigna prima , che sente strisciarsi sopra 
il petto la mala biscia dell’ invidia ^ in sembianze 
fosche , assorto così in pensieri sinistri , che un 
paggio lo reputando immemore di sé , gli fa atto 
come per dirgli : — favorite le orecchie! E cotesti 
atto e detto chi sa come più profondamente gli 
addentrassero la spina nel cuore? Viene il Guarino, 
col volto appoggiato alla mano , il guardo fìsso 
al pavimento , atterrito della potenza del Tasso, 
quasi sentisse crollarsi sotto il trono sul quale ei 
si teneva sicuro ; e anch’ egli, sciagurato! ebbe a 
provare la invidia , e avvili il sacro ingegno le- 
gandosi co’ malvagi a travagliare il poeta. Ma 
come l’ intelletto del poeta, se talvolta smarrisce, 
però non perde mai il sentiero del bello , cosi il 
cuore scaldato dal fuoco delle Muse non perde 
mai aHallo il cammino della rettitudine; onde 
all’ anima del Guarino riuscì di amarissimo morso 
il fallo commesso, e per quanto stette in lui si 
ingegnò a ripararlo mostrandosi studioso di con. 
forto e di ajuto al povero Torquato, quando lo 
seppe infelice. E Galileo anch’egli procedè avverso 
al Tasso , egli nato ad ammirare e a laudare 
queir anima.... Ma la posterità perdonava al Gua- 
rino , e al Galileo ; al primo perché emendò col 
pentimento la colpa, al secondo perché ebbe non 
meno dure del Tasso a provare la fortuna e la 
ingratitudine degli uomini. Dietro al duca Antonio 


110 

da Mou>.eca(ino, e presso a lui, Maddalò, secondo 
il costume dei tristi di costringersi insieme. Il 
Montecatino nella persona e nel volto accenna il 
maltalento contro il poeta , non derivato già da 
senso di umiliazione , imperciocché nel suo stu- 
pido orgoglio egli s' estimasse molto da più di 
lui , ma piuttosto dà fastidio, che un uomo come 
il Tasso distraesse il principe dalle gravissime 
cure di stato, e sogghigna maligno, accarezzando 
qualche suo iniquo trovato scaturitogli spontaneo 
nella mente a rovina del poeta importuno. Mini- 
stri di principi furono allora la più parte uomini 
di legge, i quali ponevano qnasi una specie |di 
ostentazione a mostrarsi barbari e avversi ai 
cultori delle Muse^ in ciò diversissimi dai ministri 
precedenti , in particolare della corte romana , 
dove, per tacere degli altri, un Bembo e un Sa- 
doleto tìorirono , e dissimili ancora da quelli dei 
nostri giorni presenti , ove vedemmo e vediamo 
ministri, Canning e Brougham nella Inghilterra, 
Martinez Della Rosa in Ispagna , Guizot, Ville- 
main e Thiers nella Francia, in Germania Uumbolt 
e Goethe, audacissimo poeta, ch’ebbe tutte le 
corde alla sua lira i e degli altri non faccio me- 
moria. 

Nò le ligure descritte sono tutte ; chè altre 
femminili e maschili s’ incontrano nel quadro 
atteggiate in varie sembianze, con muti diversi , 
tutte maravigliose a vedersi. Il fondo del quadro 
rappresenta una parete della sala gotica parata di 
sloila di seta a ricami con gli stemmi estensi ; 
dal balcone aperto si mostrano alla lontana alcune 
fabbriche di Ferrara, e azzurrissimo il ciclo. A 
piene mani vi è gettato sopra il colore ricchissimo 
e splendidissimo richiesto dal soggetto , che pre- 
senta sfoggio di stoffe , di broccati , e velluti , e 
trine , e gioie, e catene, e pelli, e armi, e tappeti, 
e simili altri arnesi di corte superba. 11 quadro 
del Tasso , pittura veramente epica , fece audaro 


ili 

pcnso^ii i maeslri meglio sperimentati dell’ arte: 
ma la famiglia Sabalelli ci aveva ormai, assuefatti 
a simili prodigj. 

Ora se lo abbiano gli Americani c sei ten- 
gano in quell' alta considerazione di cui mi par 
degno. Raccontano le storie , come i Fiorentini 
avendo nel 1252 battuto il fiorino dell’ oro, pa- 
recchie di queste monete nelle mani del Re di 
Tunisi capitassero , il quale essendo molto savio 
ed intendente principe, desiderando conoscere che 
città fosse Firenze , e in qual paese di Cristiani 
posta, ne domandò a certo mercante pisano, che 
gli disse, i Fiorentini essere gli Arabi della sua 
terra, quasi volesse significare montanari ; ma il 
Re rispose: cotesta non è moneta da Arabi ; e 
ricercata meglio la cosa, seppe la virtù dei Fio- 
rentini , li chiamò a sè benignamente, e li onorò 
di assai privilegi nel paese. (34) Gli Americani 
savissimi e intendentissimi , prendendo diletto a 
guardare le opere nostre , considerino quale e 
quanta gente noi siamo , che diseredati da ogni 
speranza di grandezza e di gloria, caduti in fondo 
ad ogni miseria umana , presentiamo il prodigio 
di conservare animo disposto ad accogliere ogni 
più cara immagine di bello, e potenza da mani- 
festarlo: questo considerino, e come sono generosi 
volgano alla nostra terra uno sguardo di com- 
passione^ esso ci conforterà degli oltraggi disonesti 
di un popolo che ci ha sempre tradito e sempre 
spogliato , non adonlando poi di rampognarci la 
nudità nostra e il danno del tradimento: popolo, 
che in mezzo a non meritata fortuna, molto maggio- 
re di noi ha la superbia , non la virtù. 

Scornio è villa , quanto alcun' altra italica , 
lieta d' ombre tranquille, e di fresche acquei 
decorosa di verdi laureti , ornata di fabbriche 
egregie j per molli erbe , per le gioconde e varie 
famiglie dei fiori vaghissima, meritevole insomma 
per ogni maniera di delizia di quella rinomanza 


Dig ■ b> -^OOgl 


112 

che di lei corre per le bocche dei popoli : ma 
sopra ogni altra italica va famosa perchè il gentile 
signore che la possiede con animo pronto vi rac- 
coglie quanto o di bello o di buono sa produrre 
la patria. Io troppo bene conosco che la laude , 
quantunque da una parte meritata giustamente , 
e dall'altra compartita lealmente, di rado avviene 
che non si ascriva a vituperevole intento; ma ua 
siffatto timore, siccome troppo indegno di Niccolò 
Puccini e di me, non mi tratterrà di onorare in 
queste mie carte il suo nome ; e così piacesse al 
cielo che pari in me al desiderio corrispondesse 
io intelletto, onde mi fosse dato di locarlo in 
quell' alta parte di cui mi par degno , e primie- 
ramente per conforto di Ini e dei buoni che lo 
assomigliano, e secondariamente in rampogna degli 
ignavi signori cui non punge cura nessuna di 
questa carissima patria. E se qualcheduno av- 
vertisse non muovere tutto da amore di patria 
quanto imprende il Puccini, facile mi occorre- 
rebbe la risposta a rendere vana la malevola os- 
servazione , imperciocché io gli direi ; Quanti 
annoveralo voi gentili signori, che compiacendo 
a piaceri onesti, ad ambizioni innocenti, e a voglie 
eleganti, il bello e il buono promuovono, gl' in- 
gegni proteggono , e la patria onorano? — Ma di 
ciò é stato detto abbastanza. Ora dunque vuoisi 
sapere come, correndo la estate del 1840 , Giu- 
seppe Sabatelli si conduceva alla villa di Scornio 

f )cr portare al Puccini, che gliei'avcva commessa, 
a copia del quadro deli' Eliodoro dipinto dal 
padre suo per lo imperatore d’ Austria , e per 
visitare il cavaliere Luigi, il quale si tratteneva 
in quel tempo nella medesima villa , conducendo 
a fresco il Raffaello presentato a Papa Giulio dal 
sio Bramante . 

Ospitato quivi cortesemente , dopo le prima 
accoglienze , il nobile Puccini , passeggiando con 
Giuseppe Sabatelli all' ombre degli amenissimi 


113 

viali , è fama che in questo modo prendesse a 
favellargli : — Orsù, Giuseppe , ala piu grande 
conviene che adesso ti porli. Potenza di concepire 
il cielo li largiva maravigliosa , gl* insegnamenti 
paterni e la bontà tua li condussero in parte dove 
a nessuno secondo, sei a moltissimi primo. Conviene 
dare uno scopo all’ arte , e lo scopo piu grande 
e il più necessario dei tempi è la storia. Nò la 
storia si scrive soltanto , ma si dipinge e s’incide. 
Grande sconforto mi torna all’anima, se volgendo 
attorno lo sguardo io non vedo sorgere mente 
capace a dettare una storia come la immensità 
delle nostre sventure desidera , ed all’ opposto 
considero ogni giorno stremarsi la eletta schiera 
dei peregrini spirili, che continuarono a sostenere 
r onore italiano : scrittori che vendono libri, che 
io per certo non m’ indurrò mai a chiamare 
storie, a tanto la canna , non altramente che tela 
si fossero, a seconda della commissione del iibrajo, 
ve oc sono pur troppo, ma di loro sarà verecondo 
tacermi \ però tanto conlìdo nelle sorti delia patria 
comune , che un simile ingegno non si farà troppo 
aspettare, e parmi che ai giorni nostri debba pur 
toccare questa grazia. Intanto valghiamoci del 
bene che Dio manda, io vo’ dire della tua mente. 
Tu devi applicare 1’ animo a dipingere quadri di 
storie patrie. 

Giuseppe Sabalelli accolse coleste parole in 
sembianza alleggiala di dolore, e cessato eh’ ebbe 
dal favellare il Puccini , stello lungamente in si- 
lenzio; poi scossa alcun poco la testa, e compri- 
mendo a stento un sospiro , dicesi che cosi ri* 
spendesse : — Tre paionmi , onorandissimo amico, 
l’ epoche della storia dei popoli vissuti in questa 
terra italiana. La prima, eh’ é dei Romani, la se- 
conda dei tempi medii, la terza moderna. Delia 
prima troppo appariscono i costumi dalla nostra 
diversi : diversa la educazione , diversa la fede , 
differente lo scopo , onde possano fruttare a noi 

4 


114 

di cotesta epoca la esperienza e gli esempj. Per 
avvertire che faccia rollimo Giacomo Leopardi 
la sorella sposa : — Tu figli avrai, o miseri o co- 
dardi : miseri scegli (35) — noi non avremo 

più madre , che , visto chiuso alla salute ogni 
scampo , porga al figlio un pugnale per procurarsi 
morte onorata ; non piu avverrà, che sapendo la 
madre il figliuol suo traditore alla patria , ella 
prima porti le pietre per chiudere le porte del 
tempio, ove cercava asilo costui ; o lo vedendo 
armato di scudo , gli dica : torna con questo, o 
dentro questo. Gagliarde nature comparirauuo 
sempre, ma per impeto proprio , non già per 
conseguenza di un principio posto nella educazione 
e nella civiltà d' un popolo. Così non avremo più 
combattimenti di gladiatori e di fiere , cui non 
valse ad abolire la legge di Costantino o Costante, 
ma sibbene il sangue del martire Telemaco; non 
r autorità degl' imperatori , ma la umanità di 
Cristo. 11 concetto romano , che le aquile per- 
corressero quante abbraccia terre il gran padre 
Oceano , oggi saprebbe d’ insania : (36) due oc- 
corrono nazioni, che stendono lunghe le braccia 
per dominare, e a coloro che bene intendono 
sembra che tacciano opera di raguo dei campi , 
la tela dei quali si sparge lontanissima sopra la 
cima delle messi in balia d* ogni poco di vento 
che si metta : — una per diilerire i fatti ultimi 
che sovrastano : V altra a sfogo d’ impeto della 
barbarie giovanile : però il tempo delle conquiste 
è passato, e le nazioni sorelle avanti a Dio de- 
vono esercitare i destini ai quali vennero sortite 
in pace dentro le contrade in cui le collocava il 
Signore. Consiglio inane pertanto panni suscitare 
coteste storie; esse non possono altramente trovare 
corrispondenza con noi : tanto varrebbe ricom- 
porre r alfabeto d’ una lingua perduta, per esem- 
pio r etrusco. La storia moderna, o non é nostra, 
mercé di lui che veneriamo comunque iuXestQ 


1i5 

alla patria , perchè sangue di noi, e sacro di fama 
e di sventura ; o se pur nostra , le generazioni 
che la compongono ci si mostrano tali , che Clio 
piuttosto di registrarle sopra le sue tavole mar- 
moree , parmi che gliele dovrebbe spezzare sul 
capo a modo di Moisè quando scese dal Sinai. La 
storia dei tempi medii è storia di sangue e di 
errore. Considera Firenze : i grandi governano 
prima , poi si dividono , — superbia e ferocia; — 
il popolo turbato dalle perpetue loro discordie li 
vince; poi il popolo a sua posta si divide : — 
ambizione di governo , incapacità di mercanti; — 
supera la plebe , e discorde anch’ essa rimane 
disfatta: — impelo d’ira bestiale, non intento di 
meglio. In tanto e cosi perpetuo ribollimento , 
ogni fazione genera i suoi iuclili personaggi, po- 
derosi in arme, per ingegno eccellenti. Il grande 
sa inclinare alla plebe, il plebeo rompe i denti 
alla plebe ; ma nè questi , nè quegli, travolti da 
troppo gran vortice, riescono a dare forma sta- 
bile agli eventi, a comporre un principio dure- 
vole iu cui il potere si rimanga ad esercitare forte 
e civile reggimento. Ogni fazione , comechè ri* 
dondante di vita , gitta in breve ora fondamenti 
tali, che paiono opera di secoli, ma la forza 
avversa li strugge in un giorno , ed altri ne fab- 
brica , che a posta loro vengono disfatti con pari 
agevolezza dalla fazione sorvegnente: — e’sembra 
la terra di Gerusalemme, tanto santa una volta 
e tanto maledetta poi , che non patisce la rico- 
struzione del tempio , e prorompendo dalle vi- 
scere globi di fuoco, trabalza e incendia opere 
ed operai. Quando una forza esterna minaccia 
Firenze, ecco tutte le fazioni si legano a mudo 
di pezzi di legno stretti da una morsa, o opporre' 
costanza sitralla, da far riuscire invano qualunque 
iatendiinenlo di signoria universale. Certo spesso 
le giova la morte, come quella dell’ imperatore 
Enrico, di Gaslruccio, del re Ladislao e del conto 


116 

di Virlù; pure le valse grandemente il valore. 
Ma nell’ interrompere i disegni altrui efficacissima, 
tu la vedi inetta ad eseguire i suoi. La intelli- 
genza, che altrove feconda semi di vita, tra noi 
la vediamo convertirsi in veleno. Così procella di 
libertà, non maestà d’ impero dentro , valenti ad 
attraversare, incapaci a creare fuori ; virtù pas- 
seggere ed invano ; orrore perpetuo; il Gore della 
cittadinanza sparpagliato nell’ esilio o spento nel 
sangue ; perseguitati i grandi, avuti in dispregio 
i buoni , i tristi sofferti, e dopo una vita d’ af- 
fanno, agonia lacrimale, e tomba invero onorata, 
ma tomba vuota di desiderj, d’ insegnamenti e di 
affetti. Io pertanto d’ ora in poi mi consiglio dare 
opera unicamente a quadri di religione, nella quale 
ho riposto ogni mia iìducia pei giorni che la Prov- 
videnza mi ha contato sopra la terra dei miei 
padri. 

Il Puccini, levata la destra quasi impetrando 
attenzione, con voce mite e non pertanto solen- 
ne : — Serviamo, soggiunse, degnamente Dio ser- 
vendo alla patria. 11 cristiano non si sdegna contro 
gli uomini, ma li corregge. Che il futuro debba 
assomigliarsi al passato fu detto, però non è vero: 
ogni minuto fugge diverso da quello che gli su- 
bentra:ogai germe produce il suo frutto,ogni errore 
sperimento, sperimento sapienza. La perfezione pro- 
gressiva deir uomo, Giuseppe mio, apparisce come 
una piramide sopra la quale posa Dio nella pie- 
nezza della sua gloria. Ora le vite nostre sono 
corte, e lo generazioni e i secoli fanno ufficio di 
pietre a cotesto magniGco edilizio, e l’uomu nella 
sua superbia presumerebbe stringersi dentro il 
pugno 1’ universo, o cominciare e Gnire ogni cosa, 
né ciò potendo conseguire, chiude gii occhi e nega 
il disegno deir eterno Demiurgo. Spesso anche 
l’ uomo nasce in epoche di traviamento , e non 
vedendo davanti a sé diritto il cammino, si lascia 
prendere dallo sconforto, e pousi a sedere in mezzo 


117 

della via ncghUtoso c codardo, esclamando: a che 
giova r andare? — Tu poi, siccome abborri di as* 
somigliare il secondo, più mollo rifuggi di appa- 
rire il primo. Se ai giorni nostri noi procediamo 
traviati, e se tu credendo cosi , male o bene ti 
facci, io non voglio dirti per ora : ma concessoti 
eziandio che tu bene ti apponessi, ricorda come 
il Signore una volta il suo proprio Figliuolo man- 
dasse a richiamare sopra il retto sentiero gli uo- 
mini erranti, e sappi, che dove chieda il bisogno, 
egli manda sempre emanazioni dal cielo nelle 
quali imprime orma vastissima di sè , e queste 
emanazioni sono gli uomini grandi, a cui , se ti 
poni la mano sul cuore , sentirai appartenere. 
Compi dunque i tuoi destini. 1 padri nostri molto 
furono feroci, molto insanguinarono le mani per 
fraterne discordie ; errarono molto: tu svela per- 
tanto ai presenti cotesta lacrimabile storia , e va 
convinto, che come l’esempio della virtù persuade 
al bene, cosi 1’ esempio delia colpa e della pena 
spaventa dal male- Però quanto più posso mi rac- 
comando, aflìnchè tu dia opera a dipinti di storia 
patria \ anzi se come amico ti prego , come cit- 
tadino lo chiedo. Le pareti della casa de’ miei 
padri aspettano un tanto ornamento. Esse tacciono 
adesso ; a te sta renderle eloquenti : tu fa , con 
magnanime invenzioni, che ispirino esempj fecondi 
di rampogna, d’ esperienza e di speranza. 

E Giuseppe allora con sembianza alquanto 
rallegrata conciose: — Tu mi consoli , e del pie* 
toso uilìcio rendali Dio quella mercede che mi è 
dato augurarti maggiore, li mio giudizio certo 
mi pesa, e vorrei pure sbagliare : comunque sia, 
farò come dici, non fosse altro, che per satisfare 
quella tua cortesissima iudule alla quale io mi 
professo legato per la vita. — Ed ecco come ebbe 
origine il quadro di Farinata degli Uòerti. 

Farinata fu il gigante de’suoi tempi, siccome 
è il gigante degli eroi dell’ Inferno di Dante. Egli 


ili 


D 


118 

rappresenta la prima divisione dei Grandi di Fi» 
rciize : uomo delle arti della pace e della guerra 
iiitendentissimo, di lingua prode e di mano, gene- 
roso e magnanimo, cacciato di patria riparava in 
Siena, ove alTaticandosi acremente a riacquistare 
le paterne dimore, dimandava re Manfredi di aiuti, 
che glieli assentiva, ma pochi : i suoi compagni 
sdegnosi volevano rimandarli , ei li rattenne , e 
inebriata la gente d' arme del re, la spinse alla 
battaglia o piuttosto alla morte. Com' egli avvi- 
sava, caddero gli Alemanni del re, le sue bandiere 
furono strascinate per ludibrio nel fango. Manfredi 
commosso a profondissimo sdegno, e volendo vin- 
cere la prova, manda ad esso soccorsi più con- 
venienti al bisogno; i Ghibellini di Toscana in- 
viano copia di cavalli c di fanti, sicché Farinata 
diveuta condottiero di giusto esercito. Ma nello 
indugio slava massimo pericolo. Farinata co’suoi 
accorgimenti attira quasi tutta Firenze a Monte- 
aperti ; e qui, vinti prima i nemici coll' arte , li 
vince con la virtù. Memoranda fu quella rotta , 
orribile lo scempio, sicché le acque dell' Àrbia 
corsero colorate in rosso. Seguendo la vittoria , 
i Ghibellini pervengono in Empoli, e si assem- 
brano a generale congresso. I Ghibellini toscani 
sofferendo molestamente Firenze, propongono de- 
molirne le mura, disperderne il popolo in borgate; 
e questo potevano molto di leggieri conseguire , 
imperciocché i Guelfi avessero sgombrato da Fi- 
renze, c i Ghibellini compagni di Farinata, ciechi 
di rabbia non pure in cotesta sentenza consenti- 
vano, ma la esaltavano, in ciò seguendo l'antico 
costume della plebe, che grida : viva alla morte, 
e morte alla vita : — ma Farinata solo . a viso 
aperto, recatasi in mano nuda la spada, diceva: — 
lui avere il proprio sangue versalo per ricuperare, 
non già per sovvertire la patria : a lui bastare 
1’ animo incontro a tutti difenderla; e se osavano, 
provassero. (37) — Salvala la patria, la guerra con- 


119 

tinlia conino i Guelfi a posta loro fuoruscitiSadcsso, 
c riparali in copia su quel di Lucca. Dopo molte 
avvisaglie, i Guelfi statuirono far testa sopra il 
Serchio, e quivi voltare la faccia alla fortuna; e 
siccome da una parte e dall’ altra animosi erano 
motto, messa mano alle spade, incominciarono a 
ferirsi. Anche per questa volta la fortuna volle 
mantenersi fedele al gonfalone dei Ghibellini: vinse 
Farinata, il quale, secondo che la natura consiglia 
ai magnanimi, deposta l’ ira contro i vinti , pei-'- 
corre il campo studiando che la strage cessi: nel 
pietoso disegno arriva io parte • ove il cavaliere 
Lece, figlio di Messere Rinieri Buondelmonti , 
chiamalo Zingano, sopraffatto da gente ignobile si 
difende a mo’ di verro ferito dalla torma de’cani. 
Vide Farinata la prestanza del giovane, e net 
cuor suo maledisse il destino dei tempi, che spìn- 
geva i virtuosi cittadini a lacerarsi; e quello poi 
che certamente gl’ increbbe , fu la invereconda 
codardia di quei tanti contro un solo animosi: de- 
liberò salvarlo, e spinto il cavallo , sbaratla la 
folla, e’ giunge vicino al giovane, e gli stende la 
mano dicendo : — fa di salirmi in groppa e sal- 
vali ; e quegli fidente saliva; e Farinata sentendo 
cotesta essere la migliore azione e la più piena 
di gloria della giornata, come meglio poteva si 
dilunga dal campo, pur dubitando non gli venga 
la bella fama rapita. Messere Asino degli Lberli, 
fratello di Farinata, ma da lui troppo diverso , 
notò r allo : era costui uomo di corrucci e di 
sangue , diseredato d’ ugni senso gentile ; forte 
nacque e Iurte combatte: nulla cura Dio, la patria 
nulla, só poco; inebriarsi col liquore della vile 
molto gli aggrada, ma più assai smisuratamente 
col sangue del nemico ; e lauta ira lo vinse per 
cotesto alto, che poco mancò , che volto il suo 
rancore contro il fratello, lui non deliberasse uc- 
cidere ; prevalse alla subita ira la inimicizia an- 
tica ; cacciò gli sproni nel fianco del cavallo , 


h- 


120 

giunse alla sprovvista addosso al Buondo/monfe f 
0 tale gli percuote sopra il capo Ja mazza dei' 
Tarme, che lo sciagurato giovaue rimane spento 
sul colpo. 

Questo è il caso rappresentato da Giuseppe 
Sabatelli. 11 cavallo storno di Messere Asino arriva 
dalla sinistra di chi guhrda , e tanto è T impelo 
col quale investe il baio di Farinata, che sembra 
rimbalzare indietro. Messere Asino di già vibrava 
il primo colpo mortale, ma non sazio ancora, eoa 
la manca afVerra nel petto il giovane cadente , e 
la destra solleva a rinnovare il colpo; con tutta 
la persona slanciata e china acconsente a quel 
moto, e per raccogliere forza maggiore si solleva 
orribilmente sopra le staffe. !Nel volto ei rivela 
un misto di abbietto c di feroce , che sconforta , 
come quello che pare nato pel male, e non solo 
nulla sappia, ma che nulla possa sapere che mal- 
vagio non sia : gli occhi aguzzi , bramosamente 
iilti nel moribondo ; adunco il naso , strette le 
labbra sottili, — un Caino senza pentimento ! — 
Ccce riverso sopra le groppe del cavallo di Fa- 
rinata trabocca ; dal capo fesso spiccia larga vena 
di sangue ; con la sinistra tenta liberarsi dalla 
stretta di Messere Asino, con la destra si appiglia 
alla redina dello afferrante di Farinata ; e con le 
gambe stesse, incrocicchiandole con quelle del suo 
salvatore, s' ingegna a non rovesciare. La chioma 
bionda intrisa di sangue, il volto pieno di morte 
contrista l’anima dei riguardante ; ma quello che 
spaventa più sono gli occhi, i quali, raccolto in 
cotesto ultimo istante quanto più possono di virtù 
visiva, lanciano contro il traditore una maladi- 
zioue, che le labbra ormai non valgono a prolle- 
rire. E Farinata 7 Alla dura strappata della redina 
il suo cavallo s’ impenna ferocemente, e balestre' 
rebbe il suo signore fuori di sella , se forte non 
tu afferrasse per la criniera; ma tranne quei molo, 
tutto il suo corpo e tutte le potenze della sua 



DI - .;-XÌ4 ■ ■ ile 


121 

anima stanno rivolte all* acerbissimo caso: piega 
la persona verso Messer Asino con impetuosa mo* 
venza, e spinge, ahi invano! la destra armala di 
spada fra il traditore e il tradito. Stupenda è la 
Caccia madida di sudore, sconvolta d’ angoscia, di 
spavento e di sdegno, e dalle aperto labbra parti 
che n’ esca il grido: ah tristo ! tu m’ hai ucciso 
la bella rinomanza. — Ad accrescere il terrore, 
il sole illumina la scena con gli estremi suoi raggi, 
che sembrano tinti nel sangue di cotesta battaglia. 
La campagna si prolunga lontana lontana , tra'> 
mozzata dal corso sinuoso del Serchio, e per la 
campagna sparsi morti, moribondi e fuggenti. — 
L’ ora del lione per I' uomo è passala ; quella 
della jena adesso incomincia : c vedi i vincitori 
trucidare a man salva i fuggitivi, c spettacolo an- 
cora più infamo, tu vedi uomini intenti a spo- 
gliare cadaveri. Tanto e sifiallo è il terrore che 
emana da cotesto dipinto, che chiunque lo con- 
templi, mosso dalla evidenza del caso, non pensa 
a lodare, ma sente cacciarglisi i brividi addosso. 
Dillìcilmenle saprebbesi indicare altra opera come 
questa capace ad appassionare il cuore , ove non 
avessimo le tragedie di AlGeri. 

Immenso fu V entusiasmo degli amici alTap- 
parire del quadro, grande la maraviglia degli stra- 
nieri, il consenso di laude, universale. Di Russia 
gli venne commesso subito Buondeìmonte. Il Gran- 
duca di Toscana gli allogava tre quadri storici : 
splendidissimo avvenire di gloria si apriva davanti 
a lui. (38; Giunto di trent’ anni a tanta eccel- 
lenza, quale più sublime elevatezza non gli sa- 
rebbe stato concesso attingere, ed anche superare? 
Trent* anni compongono la metà delia vita: mas- 
sima parte dei primi trent* anni noi consumiamo 
a formarci hsicamente, e ad apprendere : dopo i 
treni* anni incomincia la raccolta meglio pode- 
rosa. — Ora la esperienza allarga 1* intelletto^ il 
giudizio modera I’ immaginazione^ il bello é irò* 


122 

vaio meno per impàlso d* isUnto, che consegaìKl* 
per via d* arte, che non pnò mancare* E dire che 
Sabalelli, tocchi appena i treni’ anni, doveva ab- 
bandonare r arie e In vita! Cotesto essere il sno 
ultimo quadro di storia ! Dove gli altri incomin- 
ciano egli (ìnire! Oh Signore, quanto acerbo af- 
fanno è mai questo! 

Tale fu l’artista. — Quale fu l’uomo? Chiun- 
que avesse vaghezza di conoscere di lui quella 
parte, che ha sformalo la terra, sappia come egli 
fosse meno che di mezzana statura ^ scarso nella 
persona, nelle gambe sottile, però di muscoli ia 
grazia del continuo esercizio di ginnastica vali- 
dissimo ^ copioso di chioma scura, le sopracciglia 
irsute, sempre aggrottate, minaccevoli quasi. Di 
colore olivigno, ampi i la fronte , gli occhi scin- 
tillanti; di belle proporzioni la faccia, ma severa; 
mesto sempre e pensoso ; di rado parlante. Vestì 
elettissimo abito, lutto nero io testimonianza di 
un animo aborrente da qualsivoglia letizia; con- 
ciossiacbè una voce arcana lo aminouisse, aspet- 
tarlo presto ia gloria e il sepolcro ; i suoi giorni 
contati ; accanto al suo alloro crescere uguale il 
cipresso: si affrettasse a vivere , perchè la morte 
si affrettava a grandi giornale sopra di lui. 

E quando non fosse stato in arte di quel va- 
lore, che il mondo conosce, non avrebbe lasciato' 
punto minore il desiderio di sé, sia che come 
tìglio, o come amico, o come cittadino si consi- 
derasse ; condizioni tutte ch’egli egregiamente 
adempì. Nessun padre speri avere figlio più osse- 
quioso, più pio, più amorevole di lui; e di que- 
sto fa fede' uon solamente il padre dolentissimo , 
ma chiunque il conobbe, però ch’egli tenesse per 
cosa santa,’ siccome sono davvero, i buoni geni- 
tori. Quando ai spense il suo fratello Francesco, 
quando la madre chiuse gli occhi nel Signore , 
Giuseppe, commosso’ da quel percuotere frequente 
della morte sopra la sua famiglia, turbato da tanta 


Digilized by Googlf 



123 

perdila che non ha riparo, prese in odio l’arle, 
troncò i pennelli, disperse i colori, ed egli stesso 
mollo pielosamcnle lo racconta nell' epistole agli 
amici : ei prese malo a errare in luoghi deserti, 
né per umani sembianti , nè per soavi detti tro- 
vava refrigerio quel suo immenso dolore: alla 
fine cadde infermo, e disperammo di lui; ma non 
era anche giunta la sua ora, sicché gli fu dato 
rilevarsi^ il tempo medicò alquanto, non sanò la 
piaga, ed egli, comechè lardi, riassunse gl’inter- 
rotti lavori. I suoi labbri non profferirono mai 
molleggio che ridondasse a carico altrui : delle 
cose del mondo intendenlissimo, egli conobbe come 
simili festività sovente derivino da animo giocondo, 
ma più spesso maligno, e l’ofleso non distinguendo 
la origine, anzi piacendogli non volerla distinguere, 
avviene che l’ascriva al più tristo principio, onde 
quel seme coltiva nel riposto pensiero, e lo nu- 
drisce di ricordanze acerbe, di rancore e di odio, 
ed un giorno le rende all’ incauto moUeggialore 
come dardi intrisi nel veleno: presso al fonte del 
riso amarissime scorrono le acque del pianto. (39) 

Fosse poi o altezza d’ ingegno , o benignità 
d’ indole, quante volle gli riferivano come i ma- 
levoli suoi (chè tulli abbiamo a sperimentare la 
invidia, la quale né vinse Marone, nè il Cantore 
Meonio) (40) lo biasimassero dì scorretto disegno, 
d' immaginazione indisciplinata , di colorilo stri- 
dente, egli rispondeva pacalo : « Hanno ragione ; 
lunga e dìQìcile è l’ arte : m’ ingegnerò di far 
meglio. » 

£ qui io non posso astenermi di notare cosa 
in cui la esperienza mi ammaestrava, e ch’io re- 
puto degna di attenzione per governo di coloro 
che mi leggeranno. DiQidale di colcsla gente, che 
raccogliendo studiosamente quanto la invidia sa 
spargere a carico vostro, vi si avvicina con faccia 
umana, occhi lacrimosi, e in voce di sospiro si 
adopera a versare nell’ anima vostra un tesoro 


124 

infìniio di amarezza : dice farlo a Gne di bene j 
non le credete: essa lo fa per torturarvi il pen* 
siero, per iseompigliarvi la cara serenità dello spi- 
rito, donde emanano, e nella quale si alimentano 
le ispirazioni della bellezza ; mala erba è cotesta, 
vipere sotto le rose ; rigettatela da voi, abomina- 
tela. L’ ulGcio deir amico consìste nel non patire 
che al proprio cospetto si dica ingiuria dell' ami- 
co, dalle accuse difenderlo se ingiuste, alle giuste 
tacersi, imperciocché noi tutti pur troppo senza 
colpa non siamo, e coito il destro, correggerlo eoa 
parole miti, con virtù non acerba, dovendo ella, 
anzi ella principalmente, sagriGcare alle Grazie. 
Gli altri non sono, e non si hanno a chiamare 
amici; in sembianza di agnelli, lupi rapaci. 

Donatore fu largo^ nel soddisfare alle mercedi 
prodigo quasi; verecondo e modesto. Di frequente 

10 udiva movergli addosso due accuse ; ingiusta 
la prima, la seconda vera, ma in apparenza sol- 
tanto, — ed erano entrambe di poco amore per 
gli uomini e per le donne. Intorno alle quali 
accuse parmi che il debito dcli'uflìcio mi richieda 
distendermi alquanto. Giuseppe Sabatclli , come 
uomo d' indole chiusa e profonda , fu nelle pas- 
sioni veemente: egli non ebbe quella moneta spic- 
ciola di cordialità, che consiste nel fare di cap- 
pello a tutti, nello stringere istancabile delle roani, 
nel prorompere ad ogni momento nei due solenni 
perni sopr«*ì i quali gira tutta la odierna sensibi- 
lità: mi rallegro^ mi dispiace^ e profferiti con tanto 
precipitosa inconsideratezza, che il caso deside- 
rando la prima proposizione avvenne spesso che 
fosse adoperala la seconda. Questo non ebbe, ed 
abborrt possedere.^Amici e amicizie , che ti si 
avvolgono attorno come un vortice di vento che 

11 empie gli occhi di polvere, e passa via. Visioni, 
non affetti sono quelli. Il cuore che si dà a tuUiy 
non è di nessuno. Piacque a lui V amicizia , che 
sembra una fralcruità deli' anima, e che di sagri- 


125 

(ìcj scambievoli e di mutui soccorsi si alimenta ; 
delle amicizie gli talentò cotesla, che nel giorno 
della esultanza dell' amico gii porge franca la tazza 
dicendo: versami un poco del liquore della tua 
gioia ; e nel giorno della sventura all’ opposto 
prega: deh, dammi la tua croce intera ! — Amò 
dunque, e fu molto amalo; e se iodica il vero, 
fatemene testimonianza voi, onorandissimi e vir* 
tuosissimi Artisti, per invilo dei quali io dettava 
queste pagine : — voi fate fede alle genti; con la 
memoria, che come cosa sacra conservate di lui, 
col desiderio di cosi caro capo, col pianto , che 
io non valgo a consolare , e che ove potessi, tanto 
egli è beilo, io consolare non vorrei, qual cuore 
avesse il diletto amico nostro Giuseppe Sabatelli. 

Nè agli amici soltanto, ma, polendo, sovvenne 
a tulli, riverì i meritevoli, degli altri si tacque. 
Che cosa dunque pretendete di più ? Se nel suo 
cuore pose la natura una sorgente segreta e in- 
vincibile di mestizia ; se presago del fine imma- 
turo, lui dominavano i pensieri solenni della tomba; 
perchè gli farete voi culpa se salutasse austero , 
o se di rado le sue labbra si sciogliessero al sor- 
riso ? Credete voi che 1’ uomo goda nel sentirsi 
mancare la vita? Credete voi che sia motivo di 
esultanza sentirsi con la vita mancare la bella 
fama? Giudicale meglio, e se non sapete giudica- 
re, assumete un poco di carità e di verecondia, 
e tacete. 

Narrasi come un giorno di primavera , tra- 
montando il sole all’occaso , poco tempo prima 
di morire, Giuseppe Sabatelli fosse visto nel re- 
cinto del liceo Candeli, ov’egli e suo fratello Fran- 
cesco dipinsero , seduto sopra una pietra. Teneva 
le braccia piegate in croce sul petto , era vestilo 
a lutto secondo il consueto ; nel sommo delle guan- 
ce gli Iraiuceva una tinta purpurea simile a quella 
che colorava le nuvole compagne al tramontar del 
sole ; e come le nuvole rosse uccuuuavauo il sole 


126 

che moriva, cosi il vermiglio delle sue guance ac- 
cennava la vita che si spegneva. Gli occhi , potenti 
delia virtù visiva, che osserviamo in coloro cui tisi- 
chezza lentamente consuma, teneva fissi quasi consi- 
derando qualche cosa di là della vita , quando al- 
r improvviso fragorosa e sviata prorompe la tur- 
ba degl* infanti , che nel medesimo liceo trovano 
asilo, e gii si sparge attorno, rompendogli la me- 
ditazione nella quale stava assorto. Giuseppe si 
levò in piedi , guardò senza gioia alcun poco quei 
fanciulli, nessun baciò, nessuno si tolse in brac- 
cio , a nessuno palpò le chiome ricciute ; ma crol- 
lata alquanto la testa, fuggi via. Ahi! misero; bene 
il mio cuore t’intende. In quell’ora, in quel gior- 
no di primavera che muore , tu consideri ii tuo 
fato ; guardando in faccia la morte , tu vuoi abi- 
tuarvi il pensiero ; ogni giorno t’ ingegni staccarti 
da qualcheduna delle dilette immagini , che avevi 
accolte ed educate nella mente con infinito amore, 
patria , parenti , amici e fama ; imperciocché co- 
me può l’uomo prepararsi alla morte , se non se 
deponendo le passioni che lo fecero palpitare nella 
sua esistenza mortale ? In mezzo agii angosciosi 
pensieri, ecco cadere cento vite feconde di avve- 
nire , potenti di forza , di speranza leggiadre ; egli 
se ne commove giù nel profondo come di uno 
scherno del destino. Pensate quanta mai apportas- 
se amarezza quella turba infantile a lui già chia- 
mato dal sepolcro ! Gli stessi santi uomini volendo 
addomesticarsi con la morte , molte ore del gior- 
no spesero a meditare sopra un teschio; giorno 
e none versarono tra le mani libri che le mise- 
rie dell’uomo , la sua breve durala e il fine im- 
maturo ricordano; di conforti religiosi sovvennero 
ai perituri ; angeli , e santi vollero aiutatori nel- 
l’ord amarissima del transito , conciossiacbè la 
morte , abbiatemi fede , acerba sempre a patirsi, 
turni poi sopra modo dura sul fiore degli anni. — 


Di^t - od by 


127 

C'irlo, io so bone che furono uomini i quali mo* 
renilo auppliuarono gli amici , die freschi fiori e 
odorosi per la stanza spargessero , preziosi prò» 
fumi abbruciassero , ili melodie duicissime faces- 
sero sonare l’aere dintorno , bevande inebrianti ai 
labbri moribondi ministrassero , aperti i balconi , 
ai vividi raggi del sole il varco schiudessero : — 
vanità tremenda era cotesta ; che neppure il se- 
polcro domò ; ostentazione , non forza -, tempi in- 
felicissimi nei quali la virtù non consiste a sop- 
portare rassegnati una leggo irrevocabile , ma a 
sfidarla con inane ardimento ; fine da gladiatori , 
morti teatrali. Forse fu troppo , ma fece miglior 
fede del vero Cario V, quando si apparecchiò alla 
morte componendosi vivo dentro la bara., e can< 
tandosi da sé medesimo la preghiera dei defunti. 

Fd intorno all’ amore, ove noi favelliamo di 
quello che i Greci immaginarono figlio della Ve- 
nere terrena; di cotesto amore, che il nostro dolce 
labbro di Calliope, Francesco Petrarca, disse nato 
da umana lascivia, fatto Signore e Dio da gente 
vana, (41) certamente io credo che Giuseppe ve- 
rccoudissimo o ignorasse, o abborrisse ; ma l’altro 
poi , che i medesimi Greci salutarono figlio di Ve- 
nere celeste, emmi duro pensare che fosse odiato 
da tanto gentile cuore. I padri nostri cantarono, 
amore ripararsi io anima bennata , come augello 
in selva alla verdura ; donna gentile innamorarla 
a guisa di stella , prendere amore luogo in gen- 
tilezza come calore in clarità di fuoco; (42) nel 
modo stesso che gli angioli diventano beati con- 
templando Dio, cosi guardando con amore la donna 
bellissima potere I’ uomo diventare beato. (43) 1! 
Tasso chiamò amore anima del mondo e mente 
che governa le .stelle. (44) Altri nel volgere degli 
occhi della donna amata videro un dolce lume 
che mostrava la via che conduce al cielo; (45) nè 
il solo soave Petrarca, ma lo stesso austero Buo- 


128 



narroti, il quale pure ardendo per inclita persona^ 
non dubitava affermare levarsi col pensiero fino ' 
a Dio se V opera consuonasse al suo Fattore , e 
nel suo nobile fuoco rilucere allora quella gioia; 
cbe ride eterna nel cielo. (46) Soverchie coso 
paionmi queste, e veramente sono, in parte, come 
avvertiva in principio, per la venerazione , eh' io 
non vorrei dire smodata, alla Madre del Signore; 
in parte a motivo delle dottrine di Platone tra 
noi per opera di Cosimo il vecchio dei Medici 
promosse, e con maravigliosa caldezza professa- 
le. — Ma nonostante, io giudico l’ intelletto privo 
di amore, freddo ed esoso come una notte d’ in- 
verno. In qual maniera potremo noi rinnegare 
amore in questa terra, ove l’acqua, e l’aura, -e 
i rami, e gli uccelli, e i pesci, e 1* erbe, e tutta 
la Natura, vanno pregando l’uomo perchè sempre 
ami ? (47) Come poeti ed artisti potranno con- 
vertire il proprio seno in tempio consacrato alla 
divinità, e lasciarlo poi vedovo del Dio ? Questo 
é fama che nel tempio d’ Iside avvenisse ; ma del 
nostro cuore non può darsi. E Giuseppe stesso 
in certa lettera domanda: — cho cosa è 1’ arte 
senza amore? 

L’ arte senza amore è la statua di Prometeo, 
prima che per virtù del fuoco celeste si animas- 
se. Gradevole all’ uomo ride la salute: letiziose 
r ornano la bellezza e la forza: dilettabili i beni 
della fortuna gli tornano; e tutte questo cose senza 
amore sono fiori che aspettano che l’alba nasca; 
imperciocché amore non si ha per avventura a 
considerare come la rugiada dell’anima? E la glo- 
ria, cbe sola vale a confortarci della morte, che 
sola può illuminare lo squallore del sepolcro, senza 
amore si converte all’ uomo in fastidio: 

E vede come aIGne ella gl’ incresce 
i.^tx jSo uu’immagiu d’ amor non vi si mesce. (48) 



129 

Pure è vera cosa , che Giuseppe sofferisse 
molestamente effigiare ne' suoi quadri sembianze 
femminili • con ingrato animo si piegava a dipin- 
gere ritratti di donna ; se i suoi amici di qualche 
disegno rappresentante forme muliebri Io richie- 
dessero, s’ indispettiva: — Vuoi tu un leone, vuoi 
tu una tigre ? esclamava egli, te ne disegno quante 
desideri ; ma donne non so farne , nè voglio. — 
£ penseremo noi ch'egli non sentisse amore por 
questo ? Ben male accorti saremmo, se di ciò an- 
dassimo persuasi. Dove tanto acerbo talento in 
lui si accoglieva, ond’è che di tanto pio, di tanto 
immenso alTelto la madre e le sorelle proseguis- 
se ? E credete voi, che per noi possa amarsi una 
cosa, ed un' altra pur degna d’ amore odiarsi ? 
Questo sarebbe errore , dacché amore sia potenza 
che si dilTonde sopra gli oggetti circostanti a modo 
di sole, a cui manca l’arbitrio di rilucere in parte, 
e in parte nascondersi. 

Vuoisi credere come cosa certa, che a Giu- 
seppe avvenisse quello che suole accadere alle 
anime immaginose, le quali alloraquando veemente 
le preme il bisogno di amare, alla prima femmina 
di leggiadre sembianze che loro occorra davanti 
interi si affidano: compongono una corona di virtù 
splendidissime colte in paradiso, la piu parte su- 
periori a questa nostra umana natura , e gliela 
pongono in capo , scettro le danno e manto re- 
gale, e la salutano regina. Ma cotesta povera donna 
rimane oppressa sotto il fascio di tante magniG- 
cenze, nei modo stesso di Semele coifsumata dal 
suo troppo potente amatore : cotesto fantasie si 
scolorano per forza di quel medesimo ardente af- 
fetto, che le creava nella immaginativa. Un giorno 
poi il giovane innamorato cerca la sua Divinità, 
ed ecco la trova fatta donna: non basta ; talvolta 
mala donna. Allora egli empie di lamenti il creato, 
si reputa tradito, maledice all’ amore , ed estima 
vizio universale e necessario, quello che forse fu 

1 


Digitized by Coogit 


130 

Tizio accidentale, e deir individuo. Qual colpa 
ha la donna, se noi le imponiamo tal peso a cui 
ì suoi omeri non reggono? Perchè la solleveremo 
noi sopra le angeliche nature, o la degraderemo 
sotto le bestie? Con qual consiglio le verseremo 
. noi dentro le orecchie laudi appena convenevoli 
ai santi, o abbominazioni da demoni ? Quando 
noi non pretenderemo delie cose il troppo , di 
leggieri ci verrà fatto conseguire V intento. Cer- 
chiamo, che meritandola noi ia rinverremo; cer- 
chiamo la donna ornata di modestia e di vere- 
condia; cerchiamola decorosa di femminile leg- 
giadria, mansueta di modi, mite di sensi ; cer- 
chiamola di buono intendimento, ma che poco di , 
lettere presuma, e dove sopra i libri trattengasi, 
odii quelli che paiono acqua arzente delP anima, 
ma più dei libri, sia vaga del governo delia buona 
famiglia , cerchiamo una donna la quale , come 
diceva a Tucidide, (49) non dia a favellare di sé 
in bene, né in male, che nella sua serena piace- 
volezza delle cure del mondo ci consoli, che asi- 
lo e riposo ai travagli, alle persecuzioni e alle 
sciagure ci porga nel suo castissimo seno , che 
nessuna gioia più désiderabile conosca di quella , 
che deriva dal nudrire i cari pargoletti col pro- 
prio sangue , o dall’ ammaestrarli a profferire il 
dolce idioma materno, o dalP infondere nel cuore 
infantile ì semi di virtù ai quali poi la intera vita 
serve come di sviluppo, e di comento ; cerchia- 
mola inflne, che i proprj figli ami felici, più che 
felici gloriosi, più che gloriosi onesti, e se scia- 
gurati li pianga, se poi codardi si disperi. Siffatte 
donne vissero un giorno nella patria nostra, e vi 
hanno a vivere anche adesso, e le si troveranno 
quando vogliamo, o sappiamo cercarle. £ Saba-- 
telli , che troppo bene la meritava, avrebbe tro- 
vata la sua consolatrice : ma la infermità gliene 
tolse la vaghezza, ed egli logorò ia vita impres- 
sionata dai primo suo inganno. Nel quale evento 


Digitized byGoogle 


131 

forse é da vedersi un provvido consiglio del cie- 
lo , imperciocché per un* anima tutta amore 
come non sarebbe stato smisurato aflanno abban- 
donare la dolce compagna a cui avesse consacrato 
ogni suo alTetto? 

Ma qual consiglio è il mio , trattenendomi 
in lunghe parole ? Perchè rifuggo a esporre un 
fato che ormai fu sofferto? Uomo mortale, a che 
repugno di raccontare una morte? Patiamo il do- 
lore supremo ; io narrando, voi udendo quale sia 
stato il termine della vita di Giuseppe Sabatelii. 

Perduta ogni speranza , egli giace sopra il 
letto di morte. 11 padre, che dimorando a Milano 
senti un giorno battere sommesso alla porta di 
casa, ed aprendo vide il suo figliuolo Francesco 
il quale lo salutava dicendo: « O padre, io sono 
venuto a morirvi fra le braccia ! » adesso riceve 
r annunzio , che se vuole raccogliere il fiato ul- 
timo del secondo figlio Giuseppe, muova spedito. 
O voi, genitori, che avendo un figliuolo dilettis- 
simo io perdeste nella primavera della vita , dite 
voi qual cuore, qual mente fosse quella di Luigi 
SabatelH allorché solo, correndo la stagione più 
rigida deir anno, si pose in via per assistere alla 
morte del suo figliuolo Giuseppe : ma voi nep- 
pure io potete dire, conciossiaché se tutti si chia- 
mano beati di carissimo, pochi poi lo sono di 
gloriosissimo figlio, e meno ancora di due dilet- 
tissimi e valorosissimi fìglij — ed il dolore di Luigi 
Sabatelii fu unico anche per questo, che per ag- 
giunta gli sanguinava il cuore per la perdita re- 
cente della bene amala consorte. Io veramente, 
considerando tanto e siffatto abisso di angoscia , 
non posso persuadermi come uomo valga a soste* 
nerlo, ove non riponga ogni sua fiducia in Dio , 
c non creda questa vostra vita mortale transito 
alla eterna, nella quale gli sarà concesso di ri- 
vedere quelli che nel mondo amò tanto, tratte- 
nersi con loro, e fruire insieme il premio che 


132 

araoza ogni desiderio, riserbato dalla Bontà Sa- 
prema alle anime degne della cittadinanza dei 
cieii. — Luigi ginnge a Firenze, e dalle sembianze 
disfatte degli amici comprende quanto gli sovrasti 
imminente il danno temuto : non vacilla , noa 
geme, e col piò leggiero tocca e trapassa la soglia 
delta stanza del giacente. Ahi! quale strazio egli 
contempla delle sue povere membra. La testa te- 
neva Giuseppe riversa sopra gli origlieri ; i ca* 
pelli aveva madidi di funereo sudore, sudore ema- 
nava la fronte e il rimanente corpo : la vita gii 
fuggiva per tutti i pori : quegli occhi già cosi 
arguti a discernere colori , adesso chiusi nei buio 
interminabile della morte ^ I’ alito a stento sospi* 
rato dalla gola convulsa faceva testimonianza in- 
felice di vita. L' angiolo della morte gli sta sopra 
librato su le aie. 

Il padre si accosta al letto, e considera me- 
ditando il figliuolo. Il Bgliuolo apre gli occhi ^ 
ali* improvviso, ed incontra rimmagine paterna , 
senza maraviglia però , pacatamente come cosa 
consueta; imperciocché ii cuore gliela porgesse , 
e dice : « Io vi aspettava.» Mé il tempo consen- 
tendo troppo lunghe parole , compresa nel pro- 
fondo del cuore un'amarezza, che non ha attri> 
buio , il padre rispondeva: « Ed io, figliuolo mio, 
x> venni.... venni ad annunziarti, che giova ormai 
» apparecchiarci a quel viaggio di cui meta é 
» Dio, e viatico il corpo e ii sangue del Reden- 
» tore.... » — «Dunque, riprese Giuseppe, io non 
dipingerò più! » 

Se la passione non mi vincesse lo intelletto, so 
l’acerbità del caso non m’invogliasse più presta 
a piangere, che a scrivere , oh come io vorrei 
manifestare quanto di sublime comprendesse in 
sé cotesta breve sentenza ! sublime di fiducia di 
gloria goduta, sublime di speranza , e di gloria 
perduta, e di volontà tenace, di nobile intento , 
della grandezza del sagriiìzio, sublime finalmente 


Dìgitized by Google 



della rassegnazione dei Santi: ma oggimai io non 
posso altro che , precipitando la storia , rac- 
contarvi che Giuseppe Sabatelli , adempiti i riti 
della religione, appressandosi T alba del ventisette 
febbraio 1843, declinato il capo, — spirò!.... 

Allora i fratelli, e gli amici circostanti, i quali 
avevano fino a qnel punto trattenuto le lacrime 
per non turbare l’ ora solenne del transito , pro- 
ruppero in pianto irrefrenato , ed empirono di 
strida miserabili la casa : il padre poi non pianse, 
perocché il suo dolore superasse anche il pianto, 
li padre non pianse 5 ma egli fu che sopra 
la morta fronte del figlio ravviò i capelli rab- 
buffati per la smania dell’agonia; egli gli chiuse 
gli occhi, egli gli compose le braccia in croce sul 
petto i — egli — - il padre, ogni altro estremo uffi- 
cio gli rese, poi si pose in ginocchioni al piede 
del letto, appoggiò la fronte sopra la coperta , e 
pregò «••0 Ahimè, povero padre! 

Francesco Domenico Guerrazzi 




Digitized by Google 



134 


NOTE 


♦ 


(1) Questo concetto è ricavato daìV ultimo canto 
di lord ByroUf che recato in versi italiani dice cosi; 

È ver, posarsi ornai dovrebbe il core 

S' è mal gradito, nè più gli altri infiammai 
Pur non amato serberò dr amore 
Viva la fiamma • ••• 

Come vulcano solitario splende 
NelV alma il foco , e mi consuma, e spirai 
Non altra fiamma, che la estrema, incende 
Funerea piraì 

E mi gode V animo avvertire come questa tra~ 
dazione appartenga alla signorina Giuseppina Tur-- 
risi Colonna, nobile fanciulla siciliana, che imprese 
a poetare maravigliosamente di quindici anni. Oggi 
ne annovera ventuno, e già pervenne a queir alto 
grado a cui di presente vediamo giungere appena 
due 0 tre famosi tra noi. 

Riceva questa giovane prodigiosa i miei augurj, 
e li abbia cari , perchè muovono da tale , che non 
si crede a nessuno secondo in amare le glorie del 
suo paese. 

(2) Giovami il sonno, e più V esser di sasso. 
Mentre che *t danno e la vergogna dura-, 

Non udir, non veder m ’ è gran ventura; 

Però non mi svegliar, dehl parla basso. 

Epia romma misterioso posto da Michelangiolo 
sopra I labbri della sua Notte, in replica all'altro 
di Alfonso Strozzi. 

(3) Per disperazion fatte secare. 

Trionfo della Morte. 


Digilized by Google 



135 

(4) V onore unico che mi è stato reso nel mondo^ 
che meriti di essere ricordato^ e che io rammemoro 
spesso con grato animo , mi venne da Firenze , e , 
dagli Artisti deW Accademia fiorentina^ quando vi 
andai a elogiare il defunto Francesco Saòatelli» Sul^ 

V uscire del Liceo^ mi era consegnata la bella me* 
duglia con la venerata sembianza di Michetangiolo^ 
intorno alla quale lessi incisoi Al D. F. D. Guer- 
razzi, per r orazione funebre di F. Sabalelli. 
compagnava la medaglia uno scritto concepito cosh 

« Degnissimo Signore» 

» V egregio nostro Presidente^ che ci onora di 
» sua presenza^ ha voluto che la sua autorità in^ 

» tervenisse al nostro compianto» E per attestarlo 
» sempre meglio^ ci ha consegnato una delle me- 
» daglie destinate ai premj accademici^ presago che 
» noi ve V avremmo offerta in segno di gratitudine 
» per V affettuosa cura che vi siete dato di spar- 
» gere fiori sopra la tomba del tanto desiderato 
» confratello» Accettatela con quelV animo stesso con 
» cui r avete mer itata^ e cW è concorde ai sentì* 

» menti di chi ve ne prega^ ringraziandovi e pian* 

» gendo» » — Questa medaglia sarà sepolta con 
me quando a Dio piaccia» 

(5) . , , . in qualche atto più degno^ 

O di mano o d* ingegno^ 

In qualche bella lode^ 

‘ ir» qualche onesto studio si converta: 

Cosi quaggiù si gode^ 

E la strada del del si trova aperta» 

Petrarca. Par. IV» C» IV» 7. 

(6) Allude al ritratto di Cosimo il vecchio dei 
Medici^ quadro a olio di Giorgio Vasari , che lo 
rappresenta in atto di guardare un arboscello in* 
torno al quale si legge quel verso di Virgilio:*-^ 
uno avulso non deficit alter. 

(7) Morte bella parea nel suo bel viso» « 

Petrarca. 


1?6 

(8) E sedettero con ita in terra per sette giorni^ 
« per sette notti , e nessuno gli disse alcuna parola^ 
perciocché vedevano che la doglia era molto grande. 

Job. cap. 2, v. 13. 

(9) Vita di Agricola , in fine. Sogno di Sci- 
pione. 

(10) Ho letto in qualche parie., che i Tartari 
contano la vita co' giorni che /’ uomo godeva o fe- 
lici , 0 gloriosi^ onde presso loro era notabile un 
epilaffioy che diceva cosi ; « Qui giace tate, che duri 
nella vita ottanta anni, e visse un giorno. » 

(11) Raynat, nella Storia 6losotica delle due 
' Indie, parlando di Anjinga, prende argomento di 

scrivere intorno a Elisa Draper questo elogio elo- 
quente: 0 contado di Anjinga , tu nulla sei, ma 

tu davi nascimento a Elisa. Un giorno verranno a 
mancare questi fondachi di commercio stabiliti dagli 
Europei per le coste dell' Asia Li ricoprirà l'erba, 
e l' Indiano vendicato avrà fabbricato sopra i ru- 
deri loro prima che sieno trascorsi secoli. Ma se i 
miei scrini avranno virtù di durare per qualche 
tempo , il nome di Anjinga rimarrà nella memoria 
degli uomini. Coloro che mi leggeranno, coloro che 
t venti spingeranno a questi lidi, diranno: colà nacque 
Elisa Draper : e se tra loro si troverà qualche in- 
glese, aggiungerà con alterezza i e da genitori in- 
glesi. — Oh, mi sia concesso sfogare qui il mio 
dolore, e le mie lacrime l Elisa fu mia amica. O 
lettore, qualunque tu sii , perdonami questo moto 
volontario. Lasciami occupare di Elisa. Se io qualche 
volta ti commossi sopra le sventure della specie 
umana, ti prenda compassione adesso della mia 
propria sventura. Io ti fui amico senza conoscerti^ 
or sii tu il mio. La mia mercede sarà la tua com- 
passione. 

^^\Elisa terminò la sua carriera nella patria dei 
suoi ^enttort di trentatre anni. Un' anima divina si 
separò da un corpo divino. 0 voi , che visitale il 
luogo dove riposano le sue ceneri, incidete sul marmo 


Digilized by Google 



137 

che le copret — in tale anno , in tal iwese, m tal 
giorno e in tale ora , Dio trasse a sè il suo soffio^ 
ed Elisa mori. » 

(12) Invece di citare ad ora ad ora i varj lo- 
datissimi scrittori^ che dettarono articoli , biografie 
e opuscoli intorno a Giuseppe Sabalelli , mi piace 
avvertire , che assai mi giovarono : P. 'fanzini , 
MontaziOj Guidi^ Mauri, ed altri non pochi, mi 
valsero ancora le lettere del Puccini ^ del Piatti j 
di Luigi Sabate Ili, e quelle stesse che scrisse Giu~ 
seppe, mentre gli durava la vita. 

(13) ÌN'^ senza squille si comincia assalto. 

Che per Dto laudar fur poste in alto. 

Petrarca. 

(14) Dante Sonetti. 

(15) Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari j 
V atteggiai, l' avvivai, le diedi moto, 

Le diedi affetto : insegni il Buonarroto 
A tutti gli altri, e da me solo impari. 
Epigramma sotto il ritratto di Alasaccio. 

(16) Vasari. Vita di Micbelangiolo lluonar- 

roli. 

(1?) Gio. Battista Niccolini. Del Sublime 
e di Michelangiolo. 

(18) Vasari. Vita di Michelangiolo Buonar* 

roti. 

(19) Condivi. Vita di Michelangiolo Buonar. 

roti. 

(20) Composizioni bibliche del Cav. Luigi 
Sabatelli. 

(21) Durerò chiama V Italia, la terra delVax~ 
zurro. 

(22) Ha stracciato il regno d' infra le tue mani, 
e lo ha dato a David tuo familiare. Samuele, 28, 
V. 17. 1. 2. 

(23) Samuele, 28. I. 2. 

(24) Vasari. Vita di Cimabue. 

(25) L'uomo non vive di pan solo.,.. 

S. Matteo, cap. 4. 4. 


138 

(26) Luciano Timone. 

(27) Machiavelli. Storie. 

(28) ZiMMERMAMN. Delia Soliludine. 

(29) E Vira del Signore s' accese contro ad 
Oxxoj e Iddio lo percosse qum per la tua temerità. 

Samuele, 1. 2, c. 6, 7. 

(30) Franco Sacchetti. Novella 63. 

(31) La eccellenza d^gV ingegni rari sono forme 
celesti^ e non asini da vetturini, Vasari. Vita di 
Fra Lippo Lippi. 

(32) Lastri. Osservatore fiorentino. Via Mag> 

gio. 

(33) V improvvido cantor • — Tradì sè stesso. 

Berchbt. 

(34) Gio. Villani. Storie fiorentine. — Sci- 
pione Ammirato. Storie fiorentine. 

(35) Leopardi. — Canti. 

(36) Nota 29 al Canto IV del Pellegrinaggio 
del giovane Àroldo — Gladiatori — dove si citano 
Baronio ad an, et in notis Martjrol. Bom. 1. 
Gen. — e Marangoni, Delle memorie sacre e pro- 
fane dell’ Anfiteatro Flavio. 

(37) Gio. Villani. Storie fiorentine. 

JUa fu* io sol colàf dove sofferto 

Fu per ciascuno di tor via Fiorenza , 
Colui che la difese a viso aperto. 

Dante, inf. A, 91. 

(38) Niccolò Puccini ha ceduto il quadro del 
Farinata a 5. A. I. e B. il Gran Duca di To- 
scana i a ciò {egli mi scrive) lo muoveva , oltre il 
desiderio di compiacere al princwfla persuasione 
che questo quadro rimanesse in Italia ; lo studio , 
che ricevesse maggior lustro comparendo nelle sale 
splendide d* una reggia ; e perché gli pareva^ spet- 
tasse al protettore di Giuseppe Saoatelli^ che finché 
visse lo pensionò di scudi 30 al mese^ e volle pos- 
sedere di lui tre quadri grandiosi. Un altro con- 
cetto del Puccini fu, che la famiglia del defunto 
ne ricavasse partito maggiore di quello^ che poteva 


Dìgitized by Google 



139 

ricavare da lui. Ed invero^ le sue previsioni ( <«• 
eondo ch'egli medesimo ne avverte) andarono pis‘ 
namente compite , perchè il cav. Luigi Sabatelli ne 
ebbe il compenso generoso di scudi duemila. — Al 
Puccini il cav. Luigi volle donare la mezza figura 
dell' Anacoreta , ultimo e bellissimo lavoro del figlio 
Giuseppe. 

(39) Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio 

Che mortali perigli in se contiene. 
Dissero : Or qui frenar nostro desio. 
Ed esser cauti motto a noi conviene. 
Gerusalemme c. 15 st. 57. 

(40) ché nè Maron la vinse, 

Nè il Meonio Cantar. 

AIo»ti, Epistola di prefazione aU’À- 
minta, stampata dal Bodoni. 

(41) Ei nacque d'ozio e di lascivia umana > 

Nudrito di pensier dolci e soavi ; 

Fatto signor e Dio da gente vana. 
Trionfo d’ Amore, cap. 1, 82. 

(42) Al cor gentil ripara sempre amore 

Siccome augello in selva alla verdura. 

E prende amore in gentilezza loco 

Cosi propriamente 

Come il calore m clarità di fuoco. 

Foco d' amore in gentil cor si apprende 
Come virtute in pietra preziosa. 
*••«•#•••• 

C osi lo cor, che fatto è da Natura 
Schietto, puro e gentile, 

• Donna a guisa ai stella lo innamora. 
Guido Guinicelli Canzone in 
lode di Amore. 

(43) A guisa d’ Angel, che di sua natura 

Sopra umana fattura 
Divien beato sol vedendo Dio-, 

Cosi estendo umana creatura, 


Digitized by Goog[e 



140 


Guardando la figura 

Di questa donna^ che tiene tl cor mtaf 

Poiria beato divenir qui io. 

Gino da Pistoia. Madrigale. 

(44) Amore alma è del mondo^ amore è mente ^ 

Che volge in del per corso obliquo il Sole* 
• *•••••••«••• 

Pur benché tutto creij tutto governi^ 

E per tutto risplenda^ e in tutto spiri ^ 
Più spiega innoidisua possanza amore* 

Tasso Sonetti. 

(45) Gentil mia Donna^ t’ veggio 

Nel muover de^vostr^ occhi un dolcelume^ 
Che mi mostra la via ch'ai del conduce. 
Petrarca Parte L Canzone VII. 

(46) La forza di' un bel volto al del mi sprona 

(Ch* altro in terra non è che nii diletti) 
E vivo ascendo fra gli spirti eletti : 
Grazia che ad uom mortai raro si dona. 
Si ben col suo Fattor Vopra consuona^ 
Che a lui mi levo per divin concetti^ 
E quivi informo i pensier tutti e i detti j 
Ardendo e amando per gentil persona. 
Onde se mai da due begli occhi il guardo 
Torcer non so^ conosco in lor la luce 
Che mi mostra lavìa^che a Diomi guide. 
E se neh lume -loro acceso io ardo 
Nel nobil fuoco mio dolce riluce 
La gioia^ che nel cielo eterna ride. 

MiCHELANGiOLo. Sonetti. 

( 47 ) r acque parlan d^ amore e Vora e i rami 

E gli augelletti e i pesci e i fiori e V erba j 
Tutti insieme pregando qh'i'sempr'' ami. 
Petrarca. Parte IL Sonetto XIL 

(48) Grossi. 1 Lombardi alla Prima Crociata.^ 

(49) Plutarco. Della virtù delle Donne. 


DESCRIZIONE 


141 


DEL 

PONTE SULLA DORA RIPARIA 
A TORINO 


lia città di Torino è posta assai vicina al luogo 
ove la Dora Riparia sbòcca nel Po: sopra que- 
st’ ultimo fiume un bel ponte di pietra composto 
di cinque archi gettarono i Francesi negli ultimi 
tempi della dominazione loro sul Piemonte ; il 
primo si è valicato sino a questi ultimi sei anni 
per un cattivo ponte di legno sorretto da pile di 
mattoni. Il quale non é a dire quanto sconvene- 
vole fosse allo scopo di offerire sicuro e comodo 
il passo, sia ai Piemontesi che dalle provincie più 
doviziose e più commercianti della monarchia sarda 
venivano alla capitale di lei, sia alle genti stra- 
niere , le quali dalla rimanente Italia o dalla Ger- 
mania vi arrivavano , sia tinalmente a quelle che 
d’ oltre Senna e d’olire Oceano venute e per at- 
traverso le Alpi in Piemonte discese verso le al- 
tre italiane contrade, a visitarne le udite bellezze, 
s’ indirizzavano. Quale infatti non dovea essere lo 
stupore d’ un Inglese o d’ un Francese all’ ab- 
battersi in si fatta meschinità , posto il piede in 
Italia, in quella Italia ch'ei si era nella mente 
figurata ricca di grandiosi monumenti ? £ chi , 
1’ Italia tutta attraversata e le grandi e stupende 
opere, che sì spesse vi s’ incontrano, co'materiali 
occhi dei corpo, anziché con la immaginativa ve- 


Digitized by Googte 



142 

date e ammirate, giagneva alla Dora Riparia , 
quanto alla vista di qael vilissimo ponte di le- 
Kname dovesse stimare i Piemontesi agli altri 
Italiani nell* amore delle arti belle e del decoro 
della patria inferiori, niuno sarà di certo che non 
pensi. Dì che non minore del bisogno era il de- 
siderio nei Piemontesi di vedervi un altro ponte 
più dicevole e di pietra sostituito. A questo desi- 
derio volendo rispondere il governo sardo, com- 
mise il formar progetti e disegni intorno a que- 
st' opera al chiarissimo cav. Carlo Mosca Ispet- 
tore nel Corpo reale del Genio civile, (1) uomo il 
cui valore a degnamente lodare , e l' ampiezza e 
possanza dell’ ingegno a esattamente descrivere 
molte si vorrebbono le parole, e delle mie migliori 
e più autorevoli. E però mi basterà I' accennare 
a’ leggitori come sin dalla fanciullezza e’ si chia- 
risse precocemente ingegnoso, e in ogni elemen- 
tare stadio si segnalasse, come ne’ matematici 
poscia maravigliosamente si avanzasse, come, te- 
nendosi dai Francesi l’ Italia , fosse concesso ai 
suoi meriti un posto gratuito nel liceo d* Ales- 
sandria , e come finalmente ammesso alia scuola 
politecnica di Parigi , come che non avesse pe- 
ranco toccato il sedicesimo anno dai regolamenti 
voluto, fra quei tanti giovani ch’orano pure il 
fiore dei begli ingegni di quell’io allora vastis- 
simo impero , e che secondo il merito loro per 
numeri si distinguevano , a lui fosse il secondo 
numero assegnato. Un si fatto nomo chiamato a 
proporre un progetto per un’ opera cosi impor- 
tante d’ architettura non poteva immaginar cosa 
che grande e singolare non fosse. Il trovarsi la 

(1) Il cav. Mosca è ora primo architetto di 
S. M. il Re di Sardegna , cavaliere dell' Ordine 
militare de' ss- Maurizio e Lazzaro e di quello 
del merito civile di Savoja , membro della Acc«- 
demia di belle arti di Torino. 


Digilized by Google 



143 

linea direttrice del letto del Game Dora obliqua 
alPasse della Via d'Italia, in prolungamento 
all’ asse della qual ?ia doveasi costruire il ponte) 
faceva nascere ( ove si costruisse un ponte di 
parecchi archi ) le seguenti diGìcoltìi. Se l’ asse 
del ponte fosse stato lo stesso che quello della via 
d’ ingresso nella città , le acque avrebbero urtato 
obliquamente nelle pile del medesimo -, se fessesi 
fatto il ponte perpendicolare all’asse del Gume 
per evitare l’urto lungo le pile, esso ponte ca- 
dendo a sbieco sulla via d’ ingresso , avrebbe 
sconciamente offeso la vista; se per isfuggire que- 
sto inconveniente , si fosse formato un ponte 
obliquo ) questo genere di costruzione non avreb- 
be corrisposto allo scopo d’ innalzare un monu- 
mento degno per la sua magnificenza della città 
capitale d’ una monarchia italiana. Tutte queste 
diGicoltà furono tolte di mezzo dal pensiero, che 
venne nell’ animo al Mosca ; di fare un ponte di 
un solo arco di cerchio di 45 metri di corda con 
5.50 metri di saetta. Che arditezza di pensiero ! 
Che difficoltà a eseguirlo ! Da questa difficoltà 
appunto presero alcuni invidiosi argomento e oc* 
casione a fare opera che il Mosca non effettuas- 
se il suo bel progetto , e ciò perché loro incre- 
sceva assai il pensare che per questa spesa a 
quelle degli antichi Romani di certo non infe^ 
riore, sia che all’ eleganza, sia che alla gran- 
dezza e alla solidità di essa abbiasi riguardo, che 
per quest’ opera , dico , ardita e stupenda egli 
tramandasse glorioso il suo nome agli avvenire 
per molte e molte età. 1 quali invidiosi assai 
adoperaronsi affine che il Governo sardo ai dise- 
gni del Mosca non si appigliasse ; ma , reggente 
gli alfari interni il Conte Roget di Cholex, caldo 
e perspicace amatore del bello e del grande , 
r autore del ponte trovò in lui un giusto e utile 
difenditore. L’ anno 1823 cominciavasi il ponte di 
Dora, e nei primi giorni del mese di Agosto del 


Digitized by Google 


144 

1 830 si conduceva a termioe. lo , che non sono 
artista , e però noo abile a farne una giusta de* 
scrizione , riferirò quella pubblicata nel volume 
43 deir Antologia di Firenze e dettata dall’ in* 
gegnero idraulico Raimondo Buzzani « Il ponte 
per le ragioni addotte » (le medesime da me so* 
prammentovate ) » venne composto di un solo 
arco di cerchio di 45 metri di corda , con 5,5U 
metri di saetta. Le faccio dell* arco presso T in- 
tradosso sono tagliate a sbieco e formano due 
ugnature , o cornea de vache , come diconsi dai 
Francesi , le quali mentre aumentano con molta 
grazia la leggerezza dell* arco , riducendone la 
saetta apparente a 3,75 metri, cioè al duodecimo 
della corda , possono eziandio nelle straordinarie 
piene, ove le acque oltrepassassero il livello mas- 
simo finora osservato , servir come d’ imbuto pel 
più facile loro sfogo ; per lo che si scòrge che 
si fatta costruzione non venne punto adoperala 
per ismania d’ imitare le invenzioni d*oltremonti, 
ma sì per vera utilità dell* opera. Nè pare sia da 
schifare quella invenzione solo perchè un altro 
popolo e non il nostro I* ha il primo usata : chè 
sarebbe pur tempo che si persuadessero le genti, 
essere vana e ridicola cosa nelle scienze e nelle 
arti la gelosia di nazione a nazione. 

» Mirando al medesimo scopo di formar un 
imbuto alle acque e di rompere sempre 1* urlo 
laterale di esse , le coscie del ponte sono for* 
mate da un quarto di cilindro : il quale incontra 
tangenzialmente le teste del ponte e si prolqoga 
sino ad incontrare le sponde rettilinee , le quali 
determinano la vera larghezza del fiume, e ven- 
gono terminate da un pilastro di base quadrata. 

» Corona l’edificio un cornicione magnifico 
a modiglioni, disegnato a somiglianza di quello 
che ornava già la grande parete circondante la 
piazza del tempio di Marte vendicatore in Roma^ 
mostrando cosi il valente architetto che, se alla 


Digitized by Google 



145 

parie scienlifìca dell’ arte di costrurre seppe far 
uso dì quanto i moderni trovati suggerivano di 
migliore, sapeva eziandio adornare all’uopo Fope* 
ra sua col gusto antico. Il cornicione viene sor- 
montato da un parapetto formato da un filare di 
pietra coronalo da una fascia che termina iu forma 
convessa superiormente. 

» Sbocca la strada, che è sol ponte, su due 
piccole mislilinee formale sulle leste d’esso, che 
si allargano da una parte e dall’altra in quarto 
di cerchio , mettendo da una parte alla via che 
dà l’ingresso nella città e gli si apre in fronte, 
e dall’ altra alla strada che conduce a Milano » 

Terminerò notando che la celebrità , di cui 
gode in tutta Europa questo ponte , 1’ avida cu- 
riosità colla quale i forestieri s’ affrettano , posto 
il piede in Torino, di andarlo a vedere, 1’ ammi« 
razione onde , vedutolo , rimangono compresi , 
sono ad un tempo pjova certissima delia singo- 
larità e della eccellenza di quest’opera, e argo- 
mento ai Torinesi di consolarsi della povertà di 
monumenti , di cui giustamente, si accusa la loro 
città, col pensiero di possederne uno finora in 
Europa non che superato, neppure uguagliato. 

MARCH. F. CARBONE DI S. TOMMASO. 


2 


Digilized by Coogle 


146 


DELLE PITTURE 


DI 

F. FILIPPO LIPPI 

E DI 

MAESTRO 

GIOVANNI ISPANO 




9 

L antica Spoleto capitale dell’ Umbria fra i suoi 
cospicui monumenti si gloria possedere un’ opera 
classica ’d’ italiano pennello. Parlare intendo degli 
affreschi del Lippi, per cui va da più secoli ri- 
nomatissimo il suo duomo , e l’ entusiasmo che 
in noi risveglia questa bellissim’ opera di toscano 
artefice, richiama 1* attenzion nostra sopra alcune 
altre preziose dipinture , che spolctine ne piace 
chiamare , volendo in oggi rivendicato 1’ onore 
di annoverare fra’ nostri più celebri concittadini 
Giovanni di Pietro Ispano ragguardevolissimo e 
gentil pittore del secolo XV. E siccome ambe- 
due molto contribuiscono al decoro della spole- 
tina provincia, e singolarissimi sono i rapporti 
di alcune pitture del secondo col primo , cosi 
r opportunità m’ induce a dover d’ ambedue in- 
sieme tener discorso , sebbene in epoca fra loro 
assai lontana vivessero. 

F. Filippo Lipjpi nato in Firenze nel ISSI 
mori in Spoleto nel 1438. Studiò indefessamente 
le opere di Masaccio, e lo imitò fedelmente iu 


Digitized by Google 



147 

sulle prime ^ quindi nel vigore dell' età, dopo le 
sue vicende amorose e la sua schiavitù in Bar- 
beria, abbandonatosi al proprio ardilo genio, portò 
la pittura ad un carattere di tale grandezza, per 
cui il Vasari così ne scrive — Fu egli tale , che 
ne' tempi suoi niuno lo trapassò , e ne' nostri po- 
chi. E Michelangelo l' ha non pur celebralo sem- 
pre , ma imitalo in molle cose. — E nessuna invero 
più chiara testimonianza del suo raro ingegno 
può addursi quanto il maestoso spettacolo di quel 
dipinto , di che ornala vedesi la cattedrale di Spo- 
leto : vasto e nobile tempio, che presenta riunite 
di più secoli le produzioni ed il gusto ne' suoi 
antichi musaici , nelle sue torri , nel suo atrio 
esteriore, de' più eleganti e magnìGci , e nelle sue 
pitture: E precisamente in questo tempio il fio- 
rentino pittore ebbe deposta la sua spoglia mor- 
tale , dove il più grande de’ suoi lavori innalzar 
lo doveva alla immortalità. Bade volle s'incontrano 
nelle cupole e nelle tribune de' sacri templi pit- 
ture , che chiamino da lungi l' attenzione , ed 
arrestino in un subito la vista dello spettatore ; 
ma gli affreschi del Lippi che empiono il fondo 
d' altissima tribuna , appena posto il piede sul 
limite della chiesa, li corrono portentosamente 
agli occhi con gigantesche immagini sì vere , sì 
vive , che all'altezza del cielo ove sono elligìate 
sembran rapirli. Quale magnifico compartimento! 
Che immensità di spazio si apprescnia fra t’ em- 
pireo e la terra! Che larghezza di luminosi partiti! 
Che nobile c grandiosa disposizione ! Quale e 
quanta evidenza di soggetti! Ed ove pur uianchi 
alquanta leggiadria d' andamento, mollezza di con- 
torni, bellezza o giocondità di tisonomia , suppli- 
scono mirabilmente la sublimità del concetto, la 
maestà dei caratteri, la dignità dell' espressione 
ben convenieate a quei divini personaggi ivi raf- 
figurali. 


Digilized by Google 



148 

Nfìila sommità dell' abside in mezzo a un 
disco Bammeggiante di luce vedesi la Madre Yer^ 
gine salita al cielo , che genuflessa ai piedi del 
suo Creatore, ne riceve aurea corona. Del Dio 
Padre la veneranda canizie, la severità del ciglio* 

I* alzar maestoso della destra in atto di benedire 
la modestissima Vergine, sono imponenti. Un la • 
cidissimo azzurro é vasto campo alle principali 
figure. Genuflessi sulla prima linea dell’ abside, 
in atto di protenda adorazione stanno i patriarchi, 
i profeti e le eroine dei vecchio testamento ^ al 
disopra brillano festive le angeliche gerarchie, e 
a tutti sovrasta assiso in regai soglio e circon- 
dato d’astri risplendentissimi il Re de’ cieli nella 
sua più alta e tremenda maestà. Rivolgendo poi ' 
lo sguardo alla sovrana protettrice dell’ umao ge- 
nere , qual religiosa commozione non desta la più 
santa delle umane creature assunta al trono del- 
r Altissimo! La magniiiceuza del suo vestire can- 
dido come neve ed asperso di gigli d’ oro , non 
fa onta al candore ed alla modestia del bel volto, 
di cui r espressione ed il contegno la manifestano 
per la più virtuosa fra le vergini, 1’ Ancella del 
Signore, la Regina degli Angeli. 

Nel coro semicircolare veggonsi tre diverse 
istorie con figure minori di quelle dell’ abside , 
ma sempre d'assai maggiori del vero, ed in stile 
del pari grande e non mai tentato sino a quel- 
r epoca, sebbene nel Campo santo di Pisa e al* 
trove veggansi dipinte anteriormente al Lippi 
figure colossali si, ma prive afl'atto del vero ca- 
rattere di grandiosità. Nel primo quadro a destra 
evvi il mistero della Incarnazione. La Vergine è 
sedata nell' atrio d’ un nobilissimo edifizio, l’an- 
gelo annunziatore se ne sta di fuori genuflesso ; il 
Padre Eterno comparisce dall’ allo ; ed in gene- 
rale il soggetto è trattato sulla maniera gotica 
de’ trecentisti ; e forse questa sarà la parte che 
lasciò imperfetta il Lippi , ^condotto all’ «stremo 


Digilized by Google 



149 

de* suoi giorni prima di darle I’ ultimo compi- 
mento. E ancorché a questo (ine impiegata fosse 
r opera d’ un suo favorito discepolo, come ci dà 
Juogo a credere ii Vasari, non perciò dobbiamo 
considerare questa composizione priva di merito 
e d' interesse , come quella che in grandiosità le 
altre pareggia. Nella parte opposta vedcsi l'Ado- 
razione de' Pastori : forse poco lodevole si trova 
ii costume delle figure introdotte in questa isto- 
ria : ma quei Ire angeli genuflessi in sulle nuvole 
bauno volti di paradiso, e per intelligenza di di- 
seguo e gusto di composizione non la cedono a 
quanto si fece di più bello nell' aureo secolo sus- 
seguente. 

L' arte poi del pittore spicca più luminosa 
nella invenzione e disposizione del gran quadro 
di mezzo, dove è rappresentato il Transito di 
Nostra Donna. Giace Maria Santissima in bianchi 
lini ravvolta , distesa so nuda baracco volto ve- 
ramante divino , sebbene di persona veramente 
morta ^ ai lati del feretro si veggono sole e se- 
dute in terra due meste donne in austero e no- 
bile contegno, c si dottamente raccorciate che 
meglio noi poteva far Micbelangiolo. È questo il 
gruppo più signilicante di tutta I' opera, e ne for- 
ma il centro. La semplicità del concetto è resa 
sublime per 1' energia de’ caratteri ed elevatezza 
dello stile. La povertà e freddezza apparente di 
queste tre Bgure toccano ii sommo della patetica 
espressione , per la convenienza appunto di lor 
situazione , resa importante e dignitosa dai con- 
corso di molte altre sfoggiate immagini seconda- 
rie, ma opportunissime al maggiore sviluppo del- 
r azion principale. E perciò lodevolissima consi- 
derazione del Lippi si fu io arricchire la compo* 
sizioue y introducendòvi folto stuolo di apostoli , 
discepoli e di vario popolo -, i quali tutti con na- 
turalezza e gravità atteggiati prendon parte al fu- 


Digitized by Coogic 



150 

ncroo corippgio e fan corona all’ intatta verginale 
spoglia. 

Grande come il vediamo ne’ suoi concetti, 
profondo e (iero disegnatore e senza alTellaziouc, 
grandioso sempre nel panneggiare, intelligente 
nell’ architettura , può dirsi Filippo Lippi il Mi- 
chelangelo del suo secolo ; e come il Buonarroti 
aborri la ricercatezza del dettaglio, e non curante 
dell’amenità del paesaggio, si contentò accennare 
con larghe tinte alti gioghi di monti, vaste e nude 
campagne , onde coprire e dar riposo al fondo 
de’ suoi quadri. Le leggi però della prospettiva , 
sebbene accennate nella rappresentazione delle 
fabbriche , ed i sistemi del chiaroscuro non veg* 
gonsi del pari a buon partito condotti, né il po- 
tevano essere in quell’ epoca, di maniera che il 
Lippi nelle sterminale figure dell’ abside conservò 
lodevoli proporzioni, ma alla vivezza de’ colori, 
all’ equilibrio delle masse, al buon elVetlo dell'in- 
sieme , più che alle regole della prospettiva e 
alla giusta graduazione de’ piani , si attenne. Di- 
fatti que’due angeloni che iiancheggiano il Padre 
Eterno, i quali posano i piedi sulla bassa terra , 
ergendo il capo in mezzo agli astri , se contri- 
buiscono a piramidare i gruppi laterali , a bilan- 
ciare con quelli de’ piani inferiori la imrnisurabil 
grandezza delle due principali figure , ciò però 
non passa senza offesa della verisimiglianza , per- 
chè negletta la prospettiva e la naturai gradua- 
zione, errore che non si scorge nelle altre tre 
istorie, e principalmente in quella di mezzo, dove 
l’invenzione, la distribuzione sono, come vedemmo, 
magnilìcho e giudiziose. E per verità il pensiero 
di quel misterioso Transito è parlo di dantesca 
immaginativa. £ se alla sublime mestizia del pa- 
tetico soggetto ed alla sfortunata condizione del 
dipinto profondamente si rifletta, ne corre aH’ani* 
mo un sentimento di ammirazione miato a dolore, 
nel vedere tanta maraviglia deirarlc ormai guasta 


Digilized by Coogle 



151 

e malconcia. E non è cosa indecente nel bel mezzo 
della parete del coro quella gran macchia ovale 
mancante adatto di colore ? £ come se ciò non 
bastasse a danno della povera pittura, essa è tra^ 
fitta da due cardini che sostengono alcuni serici 
apparati , i quali tolgono la veduta della princi- 
pale figura phe è V immagine di Maria Santissima, 
formando cosi uno squarcio sanguinoso nel mezzo 
della fisonomia del gran quadro. Confidiamo però 
nelle chiarissime persone addette alla custodia del 
tempio, che si adopereranno alla riparazione di 
tale monumento , e basti dal canto mio questo 
cenno sulla importanza delT esposte pitture,- la- 
sciando ai più degni apprezzatori delle glorie pa- 
trie la compiacenza di tesserne compiuta istoria 
e convenevole elogio , dovendo io rivolgere il 
mio discorso , come promisi , alle opere dello 
Spagna. 

Di maestro Giovanni di Pietro Ispano detto 
lo Spagna ignoti sono i natali. Contemporaneo di 
Pietro Vannucci abitò lungamente Perugia, si sta- 
bili quindi in Spoleto ove mori circa il 1530 la- 
sciandovi onoratissima e per molti anni superstite 
la discendenza. Nè ad errore mi si attribuisca il 
classificarlo fra pittori del decimoquìnto . secolo , 
. sebbene lo sopravvanzasse di molti anni vivendo, 
perché gli studi dello Spagna e la, forza del suo 
talento più in là non si estesero dell’ antico me- 
todo diligente e timido di que’ maestri che il pre- 
cedettero. Le notizie sue, che troppo oscuramente 
ci tramandò il Vasari e poi l’ Orsini , speriamo 
veder richiamate al più presto mercè le indagini 
del nostro zelantissimo sig. gonfaloniere Pietro 
Fontana , membro della deputazione ausiliaria 
delle belle arti in patria. 

Rarissime sono le pitture dello Spagna , .e 
però in sommo pregio aver debbonsi. Certamente 
sue sono quelle menzionate dal Vasari nella chiesa 
della Madonna degli Angeli sotto Assisi, e le altre 


152 

molte per asserliva del suliodalo cavalicr Fontana 
esistenti nella spoletina rocca e nelle vicine ca- 
stella di Arone e Morgnano, oltre le due applau* 
dilissime tavole, t’una di Monlesanlo in iodi , 
r altra ai Zoccolanti di Narni. Ma quelle che in 
autenticità ed interesse storico superano a mio 
credere le altre, sono le pitture a fresco nella 
tribuna della parrocchia di s. Giacomo poche mi- 
glia lungi di Spoleto ; e di questo capolavoro a 
maggior fama dell'artehce desidererei partitameiite 
farne la descrizione : tanto più che in oggi ve- 
diamo per lo indefesso zelo di quel reverendo 
parroco ristorala ed abbellita la chiesa , e che le 
pitture stesse, sebbene deteriorale dalia umidità e 
da spessi ritocchi , ponno sperare di ricomparire 
ben presto avvivate alla pubblica devozione. 

L'omaggio però che io debbo al lodevole zelo 
deir illustre magistrato spolelino , il quale si ma- 
nifestò animatissimo per la ricerra e la conser- 
vazione delle pitture dello Spagna . esige che io 
parli primieramente di quella bellissima imma- 
gine della Madonna con varii Santi, tolta, loro 
mercè , all' obbrobrio dell’ insolente soldatesca, 
distaccandola da un muro della rocca ove peri- 
colava , e posandola venerata e sicura nell' aula 
comunale del pubblico palazzo. La poca riflessio- 
ne che negli anni addietro si era posta alle opere 
dello Spagna, fece nascere molte questioni sulla 
mano originale di questa pittura , attribuita un 
tempo a Pietro Perugino , e che noi ci gloriamo 
restituire all' autore di cui si parla. 

Quando mi c dato osservare nella provincia 
dell' l'mbria pitture di tal carattere e di ammi- 
rarne l'eleganza dello stile e l'ingegno degli au- 
tori di cui ignoriamo le scuole e persino i nomi, 
ma riconosciamo per coetanei del perugino Van- 
nucci , io mi adirerei contro l' Orsini , il quale 
imitando il parzialissimo Vasari forma di tali ar- 
tefici un albero genealogico di scuola perugina , 


Digitized by Coogle 


153 

fondandone lo stipile sul cervello del Vannucci, c 
dilatandone ì tortuosi rami per le varie provincie 
d' Italia e direi quasi d’ Europa , condotto in er* 
rore il rispettabile biografo da una certa confor- 
mità di stile, che sul cader del secolo decimo- 
quinto praticato vedesi da molli pittori e de’mi- 
gliori. Tale somiglianza però non provenne in loro 
dall’ aver lutti studialo alla stessa scuola, ma 
dal gusto generale d’ una nazione in queU’epoca 
sopra le altre cultissima: gusto fondalo sulle dot- 
trine egualmente dilTuse ed approfondite per tutta 
Italia. Avvegnaché una stessa poesia , un medesi- 
mo raQiuamenlo di costumi regnava nelle capitali 
c nelle provincie : e col lusso delle belle arti le 
faville del genio vedevansi risplenderc in tutta la 
estensione del nostro classico suolo. Mi si perdoni 
questa digressione in favore di tanti eccelleuli 
pittori, i quali nati e formati soli’ umile tetto, 
vissero quasi oscuri nell’ interno delle provincie, 
arricchite e rese illustri un tempo per le loro 
fatiche mediante la generosità de’ nostri avi .- le 
quali provincie , mi si permetta il dirlo , or ve* 
diamo per malaugurato consiglio d’ avarizia ogni 
di più squallide e spogliale di que’modelii d’arte, 
allo sviluppo de’ nascenti ingegni delia studiosa 
gioventù nostra tanto proGcui. E se mi son fatto 
ardilo di mostrare che la conformità dello stile 
pittori di quell’ epoca non costituisce confor- 
mità di scuole e di maestri , ciò feci per acqui- 
stare allo Spagna quel pregio d’ originalità che 
gli si (orrebbe , considerandolo pedissequo del 
Vannucci, alla coi perfezione convengo non giunse 
mai , sebbene più morbido, più sciolto e più gen- 
tile io talvolta lo ravvisi. Non intendo perciò iu 
verun modo diminuito il merito del Vanoucci, che 
bastò solo a creare e sostenere una celebratissima 
scuola ; come non sono per contrastare una certa 
analogia dello Spagna col Perugino , ma più iu 
via d’ imitazione che in conformità di stile j ana- 


Digitized by Googte 


154 

lu$!ia però non costante a segno di doverlo cre- 
dere suo discepolo. E per tal modo sceglieva lo 
Spagna forme differenti da quelle di Pietro , che 
nelle due sopraccitate tavole di Todi e di Narni, 
da me vedute alla sfuggita, c che trovai bellissi- 
me sebbene ne ignorassi allora I' autore, volendo 
io indagare a caso qual fosse , non certo nella 
scuola perugina mi sarebbe corso il pensiere a 
rintracciarne il nome: tanto lo stile generale del 
brillante e largo dipinto me ne sembrò da quei 
priucipii lontano. 

Quanto pregevole dello Spagna fosse lo stile, 
sempre più robusto ne' lavori ad olio, dovrà ri- 
cercarsi a luogo a luogo nel percorrere ì suoi 
dipinti. Parti caratteristiche in generale ne sono 
colori vivaci e teneri , per lo più chiari sopra 
altri chiari , poche tinte brune, saporite e calde; 
modica la forza dell' ombre ; carnoso nei nudi, 
molle nelle giunture, alquanto esile nelle sagome 
dei putti. Ai volti soavi e pieni unisce tenere e 
bionde carnagioni, gialle e lunghe capigliature. 
1 suoi panneggiamenti sono bene scelti e variati, 
con pieghe facili. Non azzarda svolazzi , ma si 
studia con fascie e bende gettate al vento dare 
una maggior libertà e movimento agli oggetti. 

Tale si mostra Io Spagna nella pittura a fre- 
sco collocala nella sala del pubblico ove rappre- 
senta in figure naturali , fin sotto il ginocchio , 
s. Girolamo dal Leone , s. Antonio dal Giglio , 
s. Caterina dalla Ruota , ed il vescovo s. Brizio, 
con in mezzo la Madonna che tiene sulle ginoc- 
chia in piedi il Bambino Gesù , il quale con la 
sinistra stringe il globo ceruleo, e intorno ai lombi 
gli svolaz/a una leggiera benda. Mirabile è la soa- 
vità delle lìsonomie, la vivezza delle carnagioni; 
sebben troppo tendenti al biondo , come le capi- 
gliature al giallo. Le sacre immagini non man- 
cavano dei soliti nimbi d’ oro , che sono stati 
raschiali. Nella parte supcriore ossia timpano del- 


Digitized by Google 



155 

r ornalo architettonico , il qnale rinchiude le 
figure , vi sono due genietti alati , di forma al- 
quanto tisicuzza : essi sostengono uno stemma 
gentilizio. Il lume è aperto, le ombre quasi per- 
dute, e sopra chiarì fondi, panneggiamenti chia- 
rissimi danno al dipinto una vivezza e una soa- 
vità impareggiabile. In questa pittura, come in 
quella della surriferita cappella della chiesa degli 
Angeli, non bisogna cercare un portentoso rilievo, 
nè molta vivacità d’azioni, o forza d’interi co- 
lori; ma quella grazia insinuante, che risulta 
da movimenti moderali, facili, amorosi e più umili 
che ardili. E qui, come in altre delle sue mi- 
gliori opere, costante nella diligenza del lavoro, 
nella semplicità del contorno, mostrasi lo Spagna 
tutto garbo e morigeratezza , con quel lior di 
dolce espressione, qual si ammira nelle opere del 
Vinci e del giovinetto Raffaele. 

Un carattere alquanto più libero e grande 
spiega il nostro maestro Giovanni negli affreschi 
della chiesa parrocchiale di s. Giacomo. La tri- 
buna del tempio , la coi erezione rimonta al se- 
colo XllI, è in lutto simile per la forma a quella 
del duomo di Spoleto , non Io è però nelle pro- 
porzioni , d’ assai minori ; per cui poteva lo Spa- 
gna essere più misurato nella grandezza delle fi- 
gure troppo al disopra del vero, e che vedute 
da vicino sembrano pesanti , essendo la luce di 
quest’arco quattro volle minore di quella della 
grande tribuna del duomo. Un fóndo azzurro stel- 
lato d’ oro serve di campo alla vasta composizione 
distribuita dallo Spagna ad imitazione del Lippi 
in tre grandi masse. Nel centro il disco fiammeg- 
giante serve a dar risalto alle candide vesti della 
Vergine incoronala dal Redentore. Elìtlica è la 
zona , o iride a doppio circolo rosso-verde-giallai 
che rinchiude le due principali figure ; le qual, 
posano non sopra uno strato azzurro , ma 
sopra una striscia di nubi che tàglia 1’ iri- 
de piena di testine di Cherubini con quattro 


Digilized by Coogle 



156 

alette intorno al capo. Sei angeli in età bambina 
servono di base al gruppo, e sette altri che na- 
scondono la metà del corpo fra le nuvole formano 
r ornato dell’ apice superiore della zona, e pira- 
midano il gruppo di mezzo. 1 putti hanno teste 
bellissime e sono d’ una floridezza angelica , ma 
le braccia e le gambe mostrano alquanta secchezza. 
Alcuni d’ essi hanno intorno ai lombi lunghissi- 
me svolazzanti bende, che nulla cuoprono , per- 
chè r innocenza deve esser nuda. Nel formar 
quindi i due gruppi laterali ha pur seguilo il suo 
prototipo , distribuendo uno stuolo di dodici ligure 
per lato. E se più regolare è nello Spagna la gra- 
duazione prospettica , quei due ordini di Ggure 
inginocchiale con un terzo di' figure in piedi 
ai disopra, producono un efl’eilo simmetrico e non 
lodevole. Sei immagini di Santi, a cui 6 capo il 
Battista , son quelli genuflessi sulla linea interiore 
deir abside dalla parte destra , schierali e genu- 
flessi sopra di loro tre angeli , e questi sormon- 
tali da due altri angeli iti piedi c tulli il più leg- 
giadramente vestili , graziosamente alleggiali, che 
mai possa idearsi. Uno stesso numero di figure 
forma il gruppo contrapposto dalla parte sinistra^ 
ove in luogo de’ Santi veggonsi le Eroine del nuovo 
testamento, e ragion voleva che essendo qui in- 
coronala la Saulissiraa Vergine dal proprio Figlio, 
i discepoli e seguaci di lui, piutlostochè i patriar- 
chi aulichi, fossero ivi rappresentali dallo Spole- 
lino dipintore. Ed ecco una notevole varietà 
introdotta , senza cangiare le veslimenla e la ri- 
posata altitudine della principale gigantesca figura 
del Padre Eterno , e si é lo avergli mutato il volto 
in quello del Nazareno Redentore, il quale con 
ambe le mani stende una corona d’ oro di rilievo 
sul capo della Vergine^ ed ebbe sagace avvertenza 
(nuir altro variando in questa bellissima imma- 
gine) di silnare le mani della medesima non giunte 
insieme in alto di umile preghiera , come nei 


Digitized by Coogle 



157 

Lìppi , ma incrociale c spianate sul pelto con 
«spressione modestissìraa ed afTelluosa qual si con- 
viene a madre Vergine in faccia al suo figlio e 
Signore. E per tal guisa il soggcllo ha un’ espres- 
sione di maestà , di devozione e di giubilo che 
incanta ^ nè più lieti potrebbero apparire quegli 
angeli in atto di cantare e di suonare varii islro- 
memi. Dopo considerati i rapporti di codesti capi- 
lavori che r uno all’ altro accrescono pregio ed 
interesse , e vedutane la conformità d’invenzione, 
di distribuzione, di masse, di colori locali, e le 
variazioni con libertà di siile , e vaga immagina- 
zione introdottevi dallo Spagna , e volendo dar 
luogo ai confronti, sembra rilevarsi la composi- 
zione del Lippi più spaziosa, riposata ed aperta , 
e questa dello Spagna alquanto più affollata dalla 
moltitudine dei piccoli angeielli e cherubini. Seb- 
bene per la scioltezza delle ligure e per la gen- 
tilezza di alcuni particolari sia il secondo supe- 
riore al primo, come le grazie giovanili lo sono 
talvolta a paragone di placida e senile venustà. 

La cornice che ricorre sotto il Catino separa 
ie anzidetto pitture da quelle delle pareti del coro 
divise in tre compartimenti ; e queste non hanno 
nulla di comune con lo stile del Lippi, e piutto- 
stoebé crederle pitture di scuola perugina , alla 
maniera del Sodoma e del Franciabigio volentieri 
si ascriverebbero , se non si sapesse per fatto sto- 
rico che di tutte queste pitture fu incombenzato 
lo Spagna intorno al 1525 , il quale potè forse 
impiegarvi altri suoi condiscepoli. Fatto è che le 
ligure del coro, ancorché sieno dello stesso mae- 
stro, non sentono di quella grazia e morbidezza che 
rendono ammirabili gli affreschi della Kocca e del 
Palazzo pubblico che abbiamo encomiato^ ma per 
non passarle sotto silenzio, ne faremo breve men- 
zione insieme alle altre , che nella stessa chiesa 
a Giovanni si attribuiscono. 


Digitized by Googte 



158 

La cornice o basamento dell’ abside è soste- 
nuta da quattro pilastri compositi , le cui faccie, 
fregio e archivolto , sono dipinti con grotteschi 
a chiaroscuro. Fingon rilievi di stucco ove dorali, 
ove coloriti^ li diresti del Pinturicchio odel Pe- 
ruzzi ; vero è però che sentono del profano pel 
miscuglio di animali, uomini, mostri favolosi , cd 
utensili addetti al culto pagano ; vizio prodotto 
dall’ uso inveterato de’ prischi operai di far ser- 
vire gli avanzi de' tempii profani ad ornamento 
delle cristiane chiese. 1 quattro pilastri formano 
tre compartimenti; ne’ due laterali vi sono, come 
dissi , espresse le gesto prodigiose del Santo tito- 
lare ; in quello di mezzo campeggia una bella 
Ggura di s. Giacomo maggiore, isolata e maestosa, 
che allo stile del perugino non sembra certo con- 
forme uè per il tono del colorito assai vivace, nè 
per il getto de’ panneggiamenti. Vero è che que- 
sta nobile Ggura ha notabilmente sofferto , e del 
color vergine e primitivo- vi è rimasto ben poco. 
E qui cade in acconcio il far riflettere che un 
cattivo ristauro ricuopre quasi tutto il centro 
deir abside , per cui il disco dietro la Vergine 
che doveva esser d’ oro, ora è giallo ; e non più 
bella la testa del divin Redentore , e opache le 
tinte delle sue veslimenta. -Ne so se alcuni altri 
restauri sono stali fatti ad olio ; ovvero , se quel 
lucido che manifesta una parte dell’ abside pro- 
venga da vernice. Certo sì è che tutto quello che 
di monotono e di troppo biondo nelle carnagioni 
s’ incontra in queste pitture, sono rislauri soprap- 
posli all’antico dipinto che porta scritta l’epoca 
del 1525, epoca la più sublime dell’arte, la cui 
eccellenza però era in mano di pochi che l’ ave- 
vano miracolosamente attinta. 

Da quanto si é detto sembra potersi ricono- 
scere nello Spagna una maniera graziosa e sem- 
plice nelle forme, e piena di soavità ne’ colori ; 
sebbene il suo stile non abbia 1’ eleganza del- 


Digitized by Google 



159 

r antico, e molto meno la pompa d’ un disegno 
risentilo; e quando egli si è fatte sue le inven- 
zioni e per dir così le ligure stesse del Lippi, non 
perciò si é innalzato alla grandiosità del suo mo- 
dello , ma questo studio d' imitazione (producendo 
in lui ciò che forse la vista delle opere del Buo- 
narroti fece in Raffaele) lo distolse da quella sec- 
chezza e timidezza di stile , che caratterizza i 
pittori quattrocentisti. E seguendo poi gl’impulsi 
del proprio genio , Io Spagna nella leggiadria 
delle figure , scelta dalla semplice natura, e nella 
dolcezza delle tìsonomie eguagliò ogni contempo- 
raneo. £ volendolo porre al confronto del Peru- 
gino , se non ò al par di lui profondo nella co- 
noscenza dell* arte , e manca di quel ben ordinato 
metodo di comporre , e di arricchire di accesso- 
rii e prospettive i fondi de’ suoi quadri , lo su- 
pera , come vedemmo, per la graziosa foggia dei 
leggieri panneggiamenti , per l’amenità delle tinte, 
per la bellezza delle carnagioni , e per la lar- 
ghezza e facilità del pennello. E si potrà negare 
un posto eminente fra i valenti italiani maestri 
dei suo tempo alio Spagna quantunque estero dì 
nazione? A lui che, succhiatoi! miglior latte della 
toscana scuola, si addomesticò sì bellamente alla 
maniera di Pietro , che ne furono talvolta fra 
loro confusi i nomi ? A quell’ egregio dipintore 
che seppe tratto tratto accoppiare con sovrana 
maestria alle fine bellezze dell’ Angelico da Fie- 
sole il più elevato e grandioso stile di F. Filippo 
Lippi ? £ per verità si die’ a conoscere intelli- 
gentissimo e generoso estimatore dell’ arte sua in 
questo appunto , che per onorare la memoria e 
i talenti del sommo fiorentino artefice, vedendo a 
lui allogata la suddetta pittura da eseguirsi in 
8. Giacomo, volle ivi ripetervi l’istesso soggetto che 
aveva nei duomo rappresentato il Lippi; introdu- 
cendo nel proprio lavoro la stessa composizione, 
senza mostrarsi in tallo il rimanenle uè copista 


Digilized by Google 



160 

servile, né plagiario. Uno degli esempi ben rari 
d’ imitazione è codesto, nè so che di tal genere 
se ne dieno molti di quel tempo, poiché il plagio 
nelle opere di pittura non introdusse che dopo 
la morie dei sommi classici. E su tale proposito 
un intelletto del mio più sagace quante critiche 
e giudiziose riflessioni potrebbe trarre dair argo- 
mento! 

Lateralmente appoggiato ai fìanchi della tri- 
buna maggiore sussistono due cappelle in forma 
di nicchia, le cui pitture di sacre immagini si 
decantano per buone cose dello Spagna , ma io 
vi trovo un pennello piu largo e più negligente. 
Sotto una ben pasciuta immagine di s. Sebastiano 
evvi segnato il 1526; i pessimi e ripetuti ristauri 
ne hanno forse cancellato il buon carattere pri- 
mitivo. Bellissime dovean pur essere le pitture 
di prospetto nella facciata esteriore delTarco della 
tribuna , ma è impossibil cosa il darne ora esalto 
conto perchè troppo insucidite. Diverse altre an- 
tiche pitture da vecchiezza offuscate si mostrano 
nelle più antiche pareti della chiesa. Meritano 
essere religiosamente conservate quelle sul muro 
interno della facciata e deH’annessa piccola vasca 
battesimale , dove vedesi il Redentore nelle acque 
del Giordano, col Ballista da un lato e s. Cri- 
stoforo dall’ altro ; le proporzioni , il carattere 6 
i panneggiamenti delle flgure meritano osserva- 
zione ; sembrano lavoro del secolo decimoquarto 
e nulla tengono dello stile giottesco. 

Dopo aver dimostrato l’ importanza delle an- 
zidetto pitture , e la necessità di restaurarle, ben 
mi si porgerebbe materia di andar col discorso 
più a lungo. Poiché V amore eh’ io porlo all’in- 
signe città , che ( come piacque alla fortuna ) io 
debbo tenere in conto di seconda mia patria, e la 
viva sollecitudine che io provo per lutto ciò che 
riguarda il maggior lustro di quella , mi spinge- 
rebbero ad intrattenermi intorno a molli altri 


\ 


Digitized byGoogle 


16i 

ragguardevoli oggetti d* arte che na adoroan o i 
pubblici e privati editìzii. £ primieramente mi vi 
chiamerebbero i belli avanzi di romane antichità, 
e le preziose reliquie di squisito scalpello nei 
marmi che si ammirano nella chiesa del Santissimo 
Crocifisso , e mi fermerei più a lungo a couside- 
rare il bell' atrio del duomo; se pure mi con* 
venisse, dopo ciò ebe ne ha scritto nella vita di 
Bramante il chiarissimo P, M. Pungileoni ; nò 
tacerei del palazzo Aroni, e delle sue monocromo 
pitture egregiamente condotte sopra i disegni di 
Giulio Romano. Vorrei più conosciute le barbare 
pitturo del sotterraneo di s. Ansano, che dairim- 
perfezione loro traggon pregio infinito presso gli 
eruditi. Proporrei un migliore collocamento a 
quella preziosa non meno che antica tavola , or 
chiusa fra V ombre della chiesa di s. Lucia, e che 
meriterebbe distinto luogo nelle sale del palazzo 
comunale , unitamente a quella bellissima di un 
certo Jacopo da Norcia , non so se plagio o copia 
della famosa tela attribuita a Raffaele , la quale 
(già son molti anni) fu tolta dalla Badia di Fé* 
rentillo, e depositata nella nobile cappella Anca- 
jani. Ma 1’ obbligo che mi sono imposto di non 
uscire dai limiti del primo assunto , e la mala- 
gevolezza di stendere il mio discorso degnamente 
alla gravità de' soggetti che amerei trattare , me 
lo impediscono. Talché questa ricca messe potrà 
più facilmente raccorsi da alcuno de' nostri stu* 
diosi e culti concittadini di cui ve n'ha pur molti 
fra gl'industriosi Spoletini , i quali or veggo si 
fattamente accesi nel desiderio di accrescere con 
nuove fabbriche decoro alla patria , che al certo 
non isdegneranno renderla maggiormente adorna 
facendo andar del pari le meraviglie della pittura 
con le più sensate e lodevoli opere architettoni* 
che. E si che le circostanze favoreggerebbero in 
singolar modo questo generoso intendimento: mercé 
la munificenza della Santità di Nostro Signore 

3 


Digitized by Googte 



162 

PAPA LEONE XII , il quale non cessa di versare 
a larga naano i suoi benerizii sopra un popolo 
che si gloria di superare ogni altro nell’ esser 
devoto e riconoscente all’ augustissima sua per- 
sona. Della qual sovrana munificenza sarà eterno 
e Principal testimonio la nuova porta di s. Gre- 
gorio , da lungo tempo desiderata , ed ora libe* 
ralissimamente a noi conceduta. E nel vero al- 
lorché fu posta la prima pietra di tal monu- 
mento , lutti quanti i cittadini si sentirono bril- 
lare il cuore per la' speranza di poter presto far 
sorgere qui d’ intorno nuovi ed utili edifizii che 
abbellendo questa disadorna, sebben più commoda 
e popolala parte della città , ricordino ai posteri 
che essa fu patria d’ un gran Principe , d’ un 
ottimo Padre, d* un amatissimo Sovrano. 


POMPEO BENEDETTI 

Dttca di Ferentillo 


Digitized by Googte 



f • 


FAVOLA 


163 


D’ AMORE E PSICHE 

DIPINTA 

DA RAFFAELE D’ URBINO 

NELLA LOGGIA DELLA FARNESINA 
ALLA LUNGARA 


t 



INTRODUZIONE 


IN OD r immensità delle fabbriche, non la molta 
profusione dell' oro giovano ad un Principe per 
rendere splendore a se stesso, e- lasciare a'posleri 
1’ esempio della sua muniiìcenza^ poiché se l’opera 
magnilica è priva dell’ industria dc’nobili artetìci, 
non ha potere alcuno di tirare gli occhi ad am« 
mirarla , ma solo resta alla vista in ostentazione 
delle ricchezze e de' tesori consumati invano. 
Il Tempio d'Efeso non fu celebre per l' immensa 
grandezza , ma Dinucrale celebre architetto , e 
r arte de’ più illustri scultori lo resero ammira- 
bile ; ove le gran Piramidi di Memfi con insano 
stupore dimostrano finora la vanità dei re di 


Digitized by Coogle 



164 

Egitto , e la superbia di avvicinarsi co* loro se* 
polari al cielo. Ma senza fermarci negli antichi 
tempi y ci gioverà ora la memoria immortale di 
Agostino nobilissimo cittadino della Senese 

Repubblica, il quale con regio animo sormontando 
la privata fortuna , ci lasciò della sua religiosa 
pietà sempre memorabili esempj , non con I* alte' 
rezza de* preziosi marmi , ma con la rarità del- 
l’arte del più sublime artefice Raffaele. Impe- 
rocché Agostino dimorando nella Corte di Roma, 
e godendo il favore , prima di Papa Giulio li. , 
dopo di Leone X, con la dignità de’ suoi splen- 
didi costumi si conciliò l’ amore e la stima di 
tutti i prelati , e di uomini onorati per virtù e 
per dottrina , de* quali più di ogu’ altro abbondò 
quell* aureo secolo. Tra questi fu egli affeziona- 
tissimo a Raffaele , partecipando seco la gloria di 
tre stupendissime opere , che con la fama di sì 
grand* artefice fanno durare insieme il suo nome. 
L* una s’ammira nella Chièsa di s. Maria del Po- 
polo, ed è la sontuosa Cappella dedicata alla Ver- 
gine , con profusa munificenza edificala dal mede- 
simo Agostino , ricca in vero di marmi peregrini, 
ma molto più preziosa per 1’ arte di Raffaele , 
non solo nell* architettura e ne* disegni de’ mu- 
saici , ma ancora ne* modelli e nel pulimento 
della statua di Giona^ fra le moderne la più per- 
fetta , rendendosi questo artefice glorioso in tutte 
tre le arti. Illustre ancora é la pietà di Agostino 
e *1 pregio insieme di Raffaele nell’altra Cappella 
di s. Maria della Pace, ove i Profeti e le Sibille, 
afflate da divino spirito, vaticinano nel colore. Noi 
tralasciando ora le forme di queste sacre imma- 
gini a più divota contemplazione , volgeremo il 
passo e lo sguardo alla terza opera nel Palazzo 
del medesimo Agostino, entrando nell’ aureo por* 
tico dipinto da Raffaele , e sedendo quivi alla 
mensa dagli Dei per gustare le nozze d’ Amore 


Digitized by Coogle 



i65 

e di Psiche , giacché (aalo ci concede la loro 
inimagine. 

Edificò Agostino un* elegantissimo palazzo in 
Boma nella regione di Trastevere, di cui fu ar- 
chitetto Baldassarre Senese , e V arte che lo di- 
spone c adorna , pare che contenda con la va- 
ghezza naturale del sito per renderlo più com- 
mendabile. Dair oriente quasi in augusto teatro 
riguarda Boma e i suoi colli intorno , c con gli 
orti Esperidi di sempre verdi aranci , carichi di 

E orni d’ oro , alle ripe del Tevere si distende. 

>air occaso vagheggia le deliziose falde del Gian- 
nicolo in boschereccia scena , e d’ ogn' intorno 
ben lungi spazia la vista. Quivi sa la via della 
Lungara si offerisce il Palazzo colTaureo portico, 
o loggia in cinque archi co’ pilastri che reggono 
la volta. Altrettanti incontro sono fìnti e risai* 
tati sul muro , e due in ciascuna testa. Ne'trian- 
goli , ovvero peducci, Jja. l’uno e l’altro arco 
sono colorite fìgure maggiori del naturale appar*^ 
tenenti alle favole di Psiche; e nelle lunette si 
aggirano varj Amoretti volanti , i quali portano 
le spoglie degli Dei per trionfo e gloria di Cu- 
PiDiME , a cui la loggia e l’opera è dedicata. 
Nella sommità della volta sono fìnti due grandi 
arazzi, che riempiono lutto il vano; nell’uno 
si rappresenta il Concilio degli Dei, e nell’ altro 
il Convito, e le nozze d’ Amore, e tutte sono 
figure grandi sopra la proporzione naturale. Noi 
cominceremo prima dagli Amori coloriti nelle 
lunette , e seguiteremo appresso le fìgure de’trian- 
goli , c nell’ ultimo i gran componimenti degli 
arazzi ; sicché entrando nella loggia , volgiamoci 
a mano sinistra. 


[ , ‘ bvLiOogU 


168 


AMORE VINCITORE , 

CON I TROFEI DI TUTTI GLI DEI. 


M^e spoglie degli Dei , che gli alati fanciulli por- 
tano per il Cielo in trionfo , rappresentano il va- 
lore e la nobiltà dello sposo Cupidine , che ce- 
lebra le nozze e ’l convito. Sono questi suoi 
minori fratelli nati d’ una istessa madre Venere^ 
e volano per 1’ aria , sormontando le nubi per far 
riconoscere a Psiche i pregi del marito, che do- 
mina le stelle e gli elementi. 

Cominciandosi dalla lesta sinistra della loggia 
all' entrala, nella prima lunetta vedesi uno di 
loro schiera, il quale piegandosi per l’aria, con 
una mano tiene l’arco, volge l’altra sopra la 
faretra pendente da una spalla, e col dito tocca 
la punta d’ uno strale, accennando I’ acutezza e 
la puntura , con che Amore trafigge e ferisce 
senza riparo. A’ suoi piedi scherzano due lascivi 
passeri. 

Nella lunetta compagna il primo trofeo dei 
soggiogati Numi ò quello di Giove , il quale più 
volle ferito e vinto dalle quadrello d’ Amore, 
trasformatosi in toro ed in cigno , a lui cede le 
sue fiammeggianti saette. Onde un’ altro fanciul- 
letlo compagno porta il fulmine ardente su le 
spalle , abbracciandolo dietro il collo con 1’ una 
e r altra mano. Cosi egli scherza , e tratta per 
giuoco incendj ed ardori , poiché sono più co- 
centi quelli, che Cupidine avventa con la sua face 
fin su nel Cielo e contro il Tonante. Vedesi sotto 
1’ aquila senza il fulmine , disarmati gli artigli. 

Nella prima lunetta dalla sinistra faccia la- 
terale segue il trofeo di Nettuno. Mirasi un’ altro 
deir amorosa schiera, il quale portando su la spalla 
il gran tridente , curva per giuoco il tenero dosso, 


Digitized by Google 



167 

quasi egli senta e si afTatirhi al peso , mentre 
ad Amore nulla è pesante. Così vantasi Cupidire 
di aver tolto lo scettro al Dio del mare , da lui 
ora in cavallo , ora in montone trasformalo; e si 
gloria dell' imperio che tiene ancora nell’ eie* 
mento dell' acque le quali bollono d’amoroso 
fuoco. Vola per 1’ aria una bianca garzutta con 
alcioni appresso che amano il lido. 

Seguono due altri fanciulli , I’ uno di sopra 
con ambe le mani impugna il bidente di Plutone^ 
e volge la punta verso terra , quasi voglia scuo- 
tere il centro di essa per l’imperio che Amore 
tiene nel basso regno , avendo alla beltà di Pro- 
serpina ammollito e vinto il crudo lie deU’uin- 
bre. L’ altro fanciullo compagno frena sdito il 
Irifauce Cane , il quale apre una bocca ai latra- 
li ; e volano intorno pipistrelli ed infausti not> 
turni uccelli. 

Dopo le maggiori spoglie de’ tre figliuoli di 
Saturno, segue un’ altiero garzonetto , il quale 
distendendosi lungo per I’ aria a volo , con una 
mano tiene sotto la spada di Marte ^ con l’altra 
impugna avanti lo scudo. Sono queste le spoglie 
del bellicoso Dio ; poiché Amore spesso lo disar- 
ma con la beltà di Venere^ e si vanta delie vitto- 
rie di questo Dio, eh' è Dio di vittorie e di 
trionG. Yeggonsi sotto due falconi rapaci e Geri 

10 contrassegno della violenza e rapacità di J/ar/e. 

Succede appresso un’ altro volante Arcieru , 

11 quale solleva sopra il capo la faretra ol'arcoy 
spoglie opime dei sagittario Apolline. Gode Amo- 
re più di questo , che di ogn’ altro suo trionfo, 
io memoria della disGda di chi di loro in colpire 
fosse il più possente. Amore lo traGsse, e vinse 
con la beltà di Dafne fuggitiva. V’ é l’Ippognfo 
ad Apolline consacrato. 

Termina da questo lato l’ ultima luna con 
UQ altro Amoretto, il quale ritto per l’aria, eoa 


Digitìzed by Google 



168 

la destra mano porta il cadùcèo, con fa sinistra 
il galero , o sia cappelletto alato di jlfercurto, sol- 
levandolo per suo maggior vanto. 

Queste sono le spoglie del messaggiere di 
Giove^ che per amore mutò anch’egli il divino 
sembiante, trasformato in capro. Lo seguitano tre 
garrule loquaci piche, le quali imitano Fumana 
favella , in contrasegno della loquacità e facon- 
dia di questo Dio, la cui verga s’ impenna con 
l’ ali dell’ istcsso uccello. 

Trapassandosi ora all* altra testa della loggia, 
si oflcrisce prima il trofeo di Bacco , Gguratovi 
un’ Amore , che impugna il tirso avvolto di pam- 
pini e d’ uve rubiconde. Àrse questo Dio alla 
beltà di Arianna , e di si bel foco s’ accese in 
Cielo corona di stelle. 

Nella luna compagna un* altro Amore tiene 
con ambe le mani la sampogna del Dio Pane, 
composta di sette canne in memoria dell’ amata 
Siringa. Osò questo rustico Nome contendere con 
Apolline del canto , e per beffa del suo stolto 
ardire vi é dipinta la civetta schernita intorno 
da giocosi uccelli. 

Seguono 1’ altre lune della faccia destra sopra 
gli archi aperti all’ ingresso. 

Nella prima è dipinto un fanciullo , che coi- 
Tona e l’altra mano sostenta sopra il capo uno 
scudo di acciajo, e sopra lo scudo un’elmo d’oro. 

Nella seconda il compagno , piegandosi per 
r aria , porta un’ altro scudo , ed un’ altro elmo 
allacciato e pendente dal braccio, dupplicando 
i trofei di Marte, e degli eroi guerrieri soggetti 
alle sue armi. 

Veggonsi appresso le spoglie d* Ercole do- 
matore di mostri, domato dalie forze d’ Amore, 
colia rocca e’I fuso cangiato io femminii sembiante. 
Due teneri Volanti sostentandosi sull’ ali, portano 
la clava pesante : 1’ uno abbraccia il manico grate, 


Digitized by Google 



169 

r altro sottomette il colio al noderoso tronco , 
reggendolo dietro con ambe le mani. Verso di 
loro si volge T Arpìa da. questo eroe abbattuta e 
vinta. 

Dopo viene portato il trofeo di Vulcano^ ed 
un’altro Amoretto con ambe le mani abbraccia 
le forbici e ’i martello, con cui l’ affumicato 
Dio fabbrica nella sua fucina dardi e saette a 
CupiDiNE istesso , il quale poi senza riguardo le 
volge a’ suoi danni , e lo ferisce coH'aspetto delia 
beltà di Venere e di Minerva. In contrassegno di 
questo Dio vi é figurata la Salamandra , che vive 
sopra le brage ardenti. 

In ultimo rapido scorre per 1’ aria un Gar- 
zonetto domator superbo : frena questi un ram- 
pante leone, ed un marino cavallo, il quale can- 
gia le zampe in squamme , ed aggira la tortuosa 
coda- Quasi auriga vola egli nel mezzo fra l’una, 
e r altra belva ; stringe le redini, e pare si vanti 
di reggere 1’ uno e T altro elemento , la terra 
e r acqua. 

Dovendosi ora seguitare le figure grandi nei 
triangoli, ovvero peducci, con l’ altre due imma* 
gini sopra nella circonferenza, le quali insieme 
appartengono alla Favola di Psiche, prima ne 
accenneremo 1’ argomento per facilitarne l’ in- 
telligenza. 


Digitized by Google 



170 

ARGOMENTO 

DELLA 

FAVOLA DI PSICHE 


Finsero Psiche una reai fanciulla di si ammira-' 
bile budlezza , che i popoli lasciando il cullo di 
Venere^ a lei sola olTerivano voli e sacrifìcj. Sde- 
gnatasi per ciò la Dea , comanda a Gupidine suo 
(ìgliuolo , che la renda infelice amante del più 
vile de’ mortali. Psiche intanto non trovando uma- 
no sposo, in ris<iposta dell’ Oracolo fu portata sa- 
la cima d’ un monte , e quivi lasciata in abban- 
dono alle funeste nozze di orribil mostro. Mentre 
ella afflitta e soia attende la morte , ecco che 
da' soavi Zeffiri sollevata alla reggia d’ Amore 
diviene sua sposa, con questa. legge, ch’ella non 
cerchi di vederlo quando nell’ ore notturne viene 
invisibile a ritrovarla, Vivendo cosi Psiche beala, 
cade in miserie e disastri ; poiché dall’ invide 
sorelle spaventata colla risposta dell’Oracolo, con- 
travicne al divieto ^ e mentre incauta colla lucer- 
na in mano mira, ed ammira in letto l’alato sposo 
in placido sonno , ecco dal lucignolo una bollente 
stilla cade sull’ omero di Gupidine, il quale desto 
da lei si fugge e s’ invola. Resta Psiche esposta 
a disgrazie c perigli agitata dall’ ira di Venere 
ma r istesso Gupidine occultamente la soccorre , 
finché alle sue preghiere Giove^ convocali gli Dei 
e placala Venere , fa Psiche immortale, e si ce- 
lebrano le nozze in Cielo. 

Nel descrivere i suddetti triangoli seguite- 
remo 1’ islessa disposizione delle lunette con due, 
o tre figure per ciascuno , cominciando a sinistra 
dalia lesta della loggia , ove fra due archi s’ in-* 
terpene il primo triangolo. 


FAVOLA DI PSICHE 



I^rima dunque rappresentasi Venere^ la quale 
cedente sopra una nube , addila sotto a terra , 
quasi accenni l’odiata Psiche, e comandi al fi- 
gliuolo che punisca la superba fanciulla dei sito 
gran Nume emula e nimica. Volgesi la Dea in 
profilo irata e torva , e Cupidine appresso il 
fianco materno attende al cenno ed alT imperio 
di lei che parla e addita. Di già impugna il dar- 
do per ferire, sebbene inchinando alientameiilc lo 
sguardo si arresta , quasi divenga amante della 
soprumana forma di Psiche. Non si vede la fan- 
ciulla ; ma questa è una supposizione delia pit- 
tura , che coir espressione degli affetti fa vedere 
ancora quello che non si vede , colia relazione 
a qi^llo che si vede, come dice Filostrato. 

Seguitandosi la faccia sinistra incontro V in- 
gresso , nel primo triangolo veggonsi tre donne 
celesti di soprumana forma : sono queste le tre 
Grazie ancelle di Venere , colle, quali Amore al 
servigio della madre si accompagna Se contem- 
plando vorremo /intendere la mente del pittore , 
certamente che Amore mostra loro la divina bel- 
lezza di Psiche. Vedi cum’cgli addita a terra 
colla destra mano , e come accenna insieme colla 
sinistra ; e quasi esprima sensi c parole , volge 
indietro verso di loro la faccia , e pare che le 
inviti ad ammirare la reai fanciulla. Seggono in- 
sieme le tre figlie di Giove sopra le nubi disve- 
late ed ignude: La prima non si vede in faccia, 
ma espone il dosso e l’uno e T altro fiancò, 
distendendo soavemente la gamba e ’l piede , e 
quasi al cenno di Cupidine si pieghi a mirar 
Psiche in lena , con raro artificio ueirinchinare 
il volto asconde la metà della guancia , si che 
appariscono solo gli occhi e la fronte, e parte 


172 

del naso occnltandosi la bocca, e ’l resto del sem- 
biante. Al lato di costei seggono i’ altre due so- 
relle: L' una incontro ad Amore si volge intenta 
ad udirlo : ha questa cinto d’ un cerchio d' oro 
il braccio , e due treccie dal capo disciolte pen- 
dono di quà e di là dal collo , e si uniscono in 
un nodo fra le mammelle. La terza delle tre Suore 
t nel mezzo non apparisce intiera alla vista, e sem- 
bra anch’essa alle parole di Gvpidine intenta. 

Nel secondo triangolo veggonsi Venere^ Cere- 
re e Giunone. Si parte Venere dall’ altre due 
sdegnata , poiché le occultano Psiche fuggitiva , 
ed arridono alle nozze del figlio. Nel partire ella 
volge indietro crucciosa verso di loro la faccia , 
colia destra mano ritiene il velo ondeggiante , e 
colla sinistra 1’ accoglie sotto il seno. Incontro a 
lei siede Giunone^ la quale apre le braccia , e la 
prega a sedare lo sdegno contro l’ innocente fan- 
ciulla , scusando con placido sorriso la disubbi- 
dienza del Gglio. Nel mezzo di loro apparisce al- 
quanto Cerere , e questa mal potendo placare 
r irata madre di Cupidine , volge verso di lei la 
faccia , quasi la riprenda che voglia inquietare la 
Terra e ’l Cielo per si lieve fallo. 

Ma Venere non avendo potuto aver in Ter- 
ra novella alcuna di Psiche , ansiosa ed im- 
paziente sale al Cielo ad impetrar mercede dal 
padre Giove. 

Non siede essa , ma in piè ritta nel carro 
ascende le nubi. Stende una mano avanti , cou 
cui frena le candide colombe , e coll’ altra indie- 
tro ritiene il lembo del roseo velo, che alle spalle 
si scioglie e s’ inarca. D’ oro è il carro fregiato 
di rose e mirto , e scolpilo di teneri Amori , 
che si esercitano alla lotta ed al corso , mentre 
uno di loro solleva la corona di lauro , premio 
del vincitore. 

Nel triangolo che segue , mirasi Venere^ la 
quale salita al Cielo, parla al padre Giove , e si 


Digitized by Google 



173 

lagna che le sia celata e tolta la sacrilega ne- 
mica del saoNume. Apre essa le braccia, e chie- 
de r opera del Messaggiere celeste, che bandisca 
in Terra l’editto, e ’l premio a chi le darà nelle 
mani Psiche, o di essajalmeno saprà novella. Siede 
Giove intento ad ascoltar la lìglia, e con occhio 
sereno pare la consoli ed approvi la domanda , 
tenendo con destra amica il fulmine. Di sotto 
r aquila apparisce dalle nubi. 

Nell’altra testa della loggia si oQerisce in 
faccia Mercurio^ che volando per P aria, pubblica 
r editto di Giove, e ’l dono di Venere a chi riveli 
Psiche, li nunzio celeste distende colla destra 
mano la tromba , e quasi abbia chiamati i po- 
poli al suono, solleva all’annunzio la sinistra. Nello 
sciogliere la gran voce apre le labbra e gli oc- 
chi , anela il petto , e pare che intuoni l’aria in- 
torno. Egli si espone tutto in faccia svelato dalla 
clamide d’ oro sotto il colto annodata e venti- 
lante , e da lieve aura portato distende una gamba 
avanti e l’altra indietro, alate le piante. 

Volgendoci ora agli altri triangoli sull’in- 
gresso delia loggia , nel primo vedesi Psiche, la 
quale avendo eseguito I’ aspro comandamento di 
Venere , fa ritorno dall’ Inferno , e riporta alla 
sdegnata Dea il belletto ricevuto in dono da Pro- 
serpina. La fanciulla poggiando sopra al giorno , 
viene da tre vaghi Amoretti soavemente portata 
in alto , e sollevando la mano col vaso , 1’ uno 
di sotto le regge il braccio , 1’ altro sottopone la 
spalla all’ altro braccio , e colla mano le regge 
la mano. 

Cosi tornata Psiche dal regno dell’ ombre , 
e condottasi avanti Venere, si piega umilmente al 
fianco della Dea, e le porge il vaso col dono di 
Proserpina. Apre Venere le braccia , e si mera- 
viglia del ritorno di Psiche giù dal basso Inferno, 
onde non è concesso ad alcuno de’morlali ritrarre 


Digilized by Google 



174 

il piede ; e vivo e 1’ atto della Dea coronata di 
diadema di raggi. 

Dopo varj perigli e disastri sofferti dall’ in- 
felice Psiche all’ ira dell’ implacabii Dea, Cupidi- 
NE per dar fine a tanti affanni , salito in Cielo , 
supplica e si lagna avanti Giooe della troppa 
acerbità della Madre nell’ impedire le sue nozze , 
e perseguitare la sposa. Siede Giove sopra una 
nube , e piegandosi verso Gupidine, lo accarezza 
e lo bacia , premendogli con due dita della mano 
le gote e le labbra. Cosi lo consola e lo placa, 
temendo per prova le saette dell’infido garzone 
armato di strale e d’ arco. Dietro sta intenta a 
rimirarlo 1’ aquila col fulmine nel rostro. La figu- 
ra di Giove si avanza alla perfezione di questo 
Dio ;scuopre la superior parte del corpo, e so- 
prapponendo al ginocchio una gamba mozzo ignuda 
dai manto pavonazzo, si distacca dalla superficie 
col piede. 

In ultimo Psiche vien portata in Cielo da 
Mercurio. Il nunzio di Giove avendo ritrovato la 
fuggitiva fanciulla, con una mano tiene la tromba, 
coir altra 1’ abbraccia, ed in alto la solleva per 
farla immortale e Diva. Essa poggiando sopra , 
piega le braccia e le mani al petto, ed obbliando 
il duolo ed i perigli, sembra lieta e bramosa 
di avvicinarsi allo sposo Cupidine , che in Cielo 
r attende. Vola sopra una pavoncella. 

Gli Amori descritti avanti nelle lunette, e le 
presenti favole de' triangoli rappresentano azioni 
reali , come se nell’ aria , e fra le nubi apparis- 
sero veramente alia vista. Di sopra nella sommità 
della volta il Concilio e ’l Convito degli Dei 
non sono di apparenza reale, ma finti in due gran 
panni di arazzo, riportati ed affissi su la mede- 
sima volta. Tutte insieme queste figure , come in 
festa solenne , sono circondate da’ festoni intesti 
di frutti e fiori di mano di Giovanni da Udine 
discepolo di Raffaele ^ cosi nelle lunette e trian- 


Digilized by Coogic 



175 

goli , come negli arazzi , ai quali servono di 
fregio e d* ornamento. 

Resta ora che noi solleviamo lo sguardo prima 
al celeste Concilio , ove sono adunali gli Dei ; 
poiché Giove in questo giorno vuole stabilire 
i’ eterno decreto di far Psiche immortale e Diva, 
e cou legittimo nodo sposa d’ Amore. Volgiamoci 
dunque al celeste Concilio, mentre la pittura ci 
apre e disvela le nubi , ed ecco già Amore parla, 
e dice la sua causa avanti Giove. 


IL CONCILIO DEGLI DEI 


A ireditlo di Giove pubblicato da Mercurio, ecco 
iu Cielo convocali gli Dei^ e già pieno il Senato, 
ciascuno di loro siede al proprio luogo , intento 
ad udire Amore , il quale supplichevole avanti 
Giove si difende dalle querele della Madre , che 
l'accusa de’ suoi falli, come disubbidiente e con- 
tumace per le nozze dell’ odiala Psiche. Da capo 
il primo siede il gran Padre degli Dei , di qua 
Giunone, e di là Nettuno , Plutone e gli altri 
Numi in lungo ordine disposti, ravvisandosi cia- 
scuno alia sua propria forma ed al portamento. 
Volgesi Giove ad Amore, ed attento ad udirlo, si 
appoggia in cubito con la guancia su la destra 
mano , e disvelata la superior parte del corpo , 
diOonde 1’ altra sotto il manto pavona/zo , ove 
assiste 1 aquila, e tiene il globo del Mondo sotto la 
pianta. 

Intanto l’ alalo fanciullo fermatosi avanti il 
gran Padre, senza benda, senz’arco e senza face, 
disarmato dalla Madre, apre la destra inano in 
alto supplice , e si difende dall'acerbità e rigore 
materno per le nozze vietate. Il suo puerii volto 
nel mirar sopra si adombra in profilo , e pare 


Djpitized by Googte 



176 

che preghi iosieme , e si discolpi: vivo ogni tratto 
nella fecondia del pennello. 

Venere intanto comparsa anch’ella aranti il 
Tonante ad accasare il figlio , si dimostra impla- 
cabile e severa , e additando dietro Cupidine , 
r incolpa trasgressore al materno divieto de’mor* 
tali imenei della mal vista Psiche. La beltà di 
questa Dea corrisponde al suo celeste Nume; l’ac- 
conciatura del crine è degno lavoro delle Grazie, 
dupplicate le trecce d’oro in due nodi nella som- 
mità del capo. Svelalo è il petto, e sotto le mam- 
melle spiegasi la veste, ch’ella a se ritira coll’al- 
tra mano, tanto che si scoprono ignude le piante. 

Sin qui l’azione principale di Venere e di 
Amore , a cui stanno intenti gli Dei ; ma noi 
avanti di affissarci altrove , rimiriamo di quà 
Giunone^ esposta la prima al fianco sinistro del 
marito , la quale emula antica di Venere favori- 
sce la causa di Cupidine , e riguardandolo, pare 
che arrida alle sue nozze pronuba e felice. Ei la 
volge il regio volto in profilo , e qual Nume 
deir aria colorisce di sereno azzurro la veste, ed 
annodato un zendado dietro le spallo , rilascia m 
su la coscia il braccio ignudo, li pavone sotto 
dispiega in giro 1’ occhiute piume. 

Dietro Giove appariscono , non assise, ma in 
piedi , Pallade e Dianax questa scopre solo il 
profilo dei volto e la lunata fronte , e vergine 
e casta par che derida 1’ amorose curo : quella , 
armato il petto, si appoggia all’asta, e travol- 
gendo la faccia, sorride anch’ essa alle contese 
della Madre e del figlio. Se noi bene intendiamo 
il senso della pittura , essendo queste Dee saggio 
e pudiche , non sono qui disposte a sedere , ne 
intervengono arbitro e consigliere nella causa 
d’ Amore e delle sue nozze , ma se ne stanno 
io disparte , e prendono a giuoco le vane contese. 

Di là dal fianco destra di Giove seggono Net‘ 
tuno e PLutom suoi minori fratelli. 11 Dio del 


Digitized by Googte 



4 

té/ 

Mare tenendo il secondo regno dciracqac, siringe 
con arabe le raani il Iridenle , con cui sin dal 
fondo scuole i flutti e le tempeste. Sembra egli 
irato e crudo , aspre ha le ciglia e la fronte, 
irsuti e rosscggianti i capelli e la barba in 
contrassegno del suo concitalo temperamento. Se- 
gue col suo biforcato scettro P/utone, a cui toccò 
r ultima sorte dell’ Inferno e dell’ ombre, orrido 
in volto, rabbulTato e racslo^ e sotto di lui vigila 
il Irifauce cane minacciante. Raffaele ne ll’efll giare 
questi tre fratelli, emulò 1’ ingegno e la gloria 
degli antichi pittori i più illustri , e dcH’islcsso 
Timanle, che ne’ concetti della mente avanzò cia- 
scun’ altro e r istesso Apelle\ percioccbò avendo 
dipinto i tre fratelli di vario aspetto e natura, 
mesto Plutone , fiero Nettuno, benigno Giove, in 
tale sembianza li finse, che nella loro dissimili* 
tudine ritengono la simiglianza fraterna , non di- 
scordando dalla loro origine , e riconoscendosi 
tutti tre nati di un medesimo padre Saturno: tanto 
potè Raffaele col suo eccellente ingegno. 

Dopo questi tre Dei per breve spazio succe- 
de Marte armato: tiene in mano l’asta', a’ piedi 
lo scudo, e sull’ elmo d’oro è scolpito un drago 
alato minacciante. Seguono Apolline e Bacco , e 
con essi Ercole, essisi insieme incontro Giove. Il 
Dio del giorno crinito u biondo , raccogliendo 
la sinistra mano su la lira , travolge la faccia 
verso Bacco, e gli addita Venere , quasi trattino 
le ragioni del materno sdegno. 11 Dio della ven- 
demmia si riconosce alla corona di pampini c di 
uve, ed alla giocondità del sembiante, rivolto vi- 
cendevolmente ad Apolline, che seco parla e gli 
accenna. Ercole coronato di quercia si appoggia 
in cubito sopra la clava , e sotto di lui giacciono 
due fiumi , il Tigre dell’ Asia e ’l Nilo afri- 
cano di Egitto quegli disteso piega il braccio 
sopra una fiera ircana, aspro il dosso ed umidi 
i capelli ; questi si appoggia alla Stinge , e di- 

4 



178 

scopre V ignota faccia con lunga e canuta 
barba. 

Dietro Ercole volge le spalle il bifronte Già- 
no\ con la faccia canuta e bianca mira indietro 
verso Giove j e con I’ altra giovanile e bionda 
guarda avanti , e posa la mano sopra una prora 
di nave in memoria della sua venuta in Italia e 
deir ospizio di 5a(ur«o. S’ infrappone Vulcano 
col pileo in capo c con la' forbice su la spalla, 
discoprendosi appena il busto con la mano. 

Mercurio intanto avendo innalzata Psiche al 
(]ielo , a lei porge la tazza col nettare per farla, 
immortale. Tale é il decreto di Giove per com- 
piacerne Amore , ed acchetar Venere , la quale 
sdegna nuora mortale ed umana sorte al suo 
figlio. Il Messaggiero celeste fermasi in faccia 
svelato dall' aurea clamide: tiene il caduceo con 
una mano, con l'altra porge a Psiche la bevan- 
da degli Dei. Stende essa la destra, e lietamente 
prende la coppa d'oro, e la mira per avvicinarla 
alle labbra, mentre un'alato fanciullo l'abbraccia 
puerilmente sotto il seno , la mira , e per sua 
signora la riconosce. 

Così fatta Psiche immortale , diviene sposa 
d' Amore , e si apprestano le nozze in Cielo , 
come dimostra la seguente immagine, già ai con- 
vito celeste sedenti gli Dei. 


IL CONVITO DEGLI DEI NELLE NOZZE 
D’ AMORE E PSICHE 


Primo d' ogn' altro mirasi Bacco^ il quale non 
siede al convito , ma per gralilicarsi Amore, serve 
alle sue nozze, e s' impiega ài ministero del net- 
tare , eh’ è r imrportal bevanda degli Dei. Me- 
sce egli il soave liquore, e versandolo da un’urna 


179 

d' alabastro , d' empie una tazza ad un fanciul' 
letto , il quale con ambe le mani la sostenta, ed 
intanto il compagno porge un' altra tazza per 
empirla. 

Quindi volgendosi la vista al convito, si stende 
in lungo la mensa , che vagamente termina in 
giro. Kicco intaglio d'oro la fregia intorno, eia 
sostengono vicciMlevoliuenle leoni e tigri , che 
cangiano il petto in frondi , e posano gli artigli 
sul pavimento delle rubi ; tale fu uno scherzo 
di Vulcano, che la fabbricò nella sua fucina. Su 
la mensa islessa sono imbandite le vivande, due 
bacini, due saliere in torma di piccole mete, in- 
tendendosi che il sale sia degno cibo della sar 
pieiiza degli Dei , e che in se contenga la sostanza 
delie cose. 

Seggono alla mensa convocati i Numi , e 
si distendono sopra morbidi letti , che appari- 
scono alquanto fra le nubi, esponendosi io faccia, 
quasi in regio teatro. Gli sposi da capo tengono 
il primo luogo , e prima si colca Amore, il quale 
piegando un braccio sul molle strato , asconde 
r altro dietro l’ omero della sposa, e l'abbraccia 
placidamente. Gode Psiche l'amoroso amplesso 
dei marito Cupidike , avvicina verso di lui la 
faccia, e lo riguarda amorosamente -, e fermando 
la destra mano sotto la manvmeila sinistra, esprime 
l'interna passione dell’alma, e ’l cuore ardente 
di soave foco. Intanto si accresce l’ilarità e la 
giuja , mentre le Grazie, ancelle di Venere, solle- 
vandosi in piedi dietro il letto, felicitano gTime- 
nei, ed Aylaja prima distende la mano, e versa 
preziosi balsami odorati sopra gli sposi. 

Mentre cosi godono, e si abbracciano Amore 
e Psiche , volgiamoci a rimirare Giove, Nettuno, 
Giunone e gli altri Dei venuti con le loro mugli 
a celebrare il convito, godendo anch' essi soavi 
amplessi fra suoni e balli ad imitazione de’ no- 
velli sposi. Giove il primo appresso la sua G/u- 
none siede e si colca , e distendono il braccio 


Dìgilized by Google 



180 

e la mano a Ganimede^ e da lui prende la tazza 
per bere il nettareo liquore. 11 celeste Coppiero 
di qua dalla mensa piega un ginocchio su le nubi, 
e distendendo anch'egli il braccio e la rnano , 
porge riverente la bevanda. Il leggiadro garzone 
nel volgersi a Giove^ adombra il proGlo del volto, 
cìnto di regia fascia il biondo crine che scende 
su le spalle, velate in parte dalla clamide ver- 
deggiante. 

Cosi intento Giove al soave nettare, Giunone 
sua moglie , sedendogli a iato. Tabbraccia e Toc- 
carezza, e nel tempo istesso piega in dietro la 
faccia, e riguarda Nettano^ che vicendevolmente 
abbraccia la moglie Anfitrite^ e così agli amplessi 
di CupiDiNE ardono anch’ essi- d’ amoroso fuoco. 
Succede il terzo Plutone , Dio del lutto e del 
duolo , il quale in volto mesto si arresta , nè si 
volge alia sua Proserpina^ non rallegrandosi nem- 
meno in Cielo alle disusate per lui armonie del 
canto. 

DalT altro capo della mensa succedono Ercole 
e Dejanira: questa sedendo su morbido origliere, 
si piega con un braccio sul letto , e rivolta 
con la faccia indietro a Venere , che viene dan- 
zando , addita avanti gli sposi. Vago è T aspetto 
di questa fìgura : poiché nel volger la spalla ignu- 
da ,più delicata sembra appresso il ruvido marito 
prostralo sotto la pelle del leoue , e deposta la 
clava. 

Dietro Ercole sì scopre* alquanto Vulcano : 
non siede egli , ma assiste al convito ; tiene uno 
schidone in mano , quasi al suo focolare abbia 
cotte le vivande e condite in quel festivo giorno. 

Ma intanto che fra giocondi scherzi amorosi 
si trattengono insieme gli Dei, già TOre spargono 
sopra la mensa rose e fiori odorali. Sono queste 
tre vaghe fanciulle , che dividono il tempo ed i 
giorni a' mortali : ma esse mai vengono meno, e 
con Tali di farfalla volano e ri volano iinmuc* 


181 

lalmcnfe in vita , assistendo a vicenda alle porle 
del Cielo E ben’ ora si affrettano per (erniinar 
la mensa , e conciliare dolce sonno agli sposi. 

Ed ecco Venere istcssa madre di ClJPlDI^E, 
la quale deposta l’ira e placala, viene danzando, 
e conduce seco le Muse, che cantano nuziali 
carmi in lode de’ felici amori. Ella inghirlandata 
di bianche e di vermiglie rose , svelate le brac- 
cia ed una mammella, solleva la sinistra mano, 
e ritiene dietro il velo gonfio dall’ aure, con 
r altra mano ritira la veste , e scopre le gembe 
e ’l piede più spedilo al bailo sull’estremità delle 
piante. Alla Dea che festeggia , precede un vago 
Amoretto suo minor figlio , il quale con ambe 
le mani porta su la spalla la faretra vuota senza 
strali, promettendo in questo giorno di non ferire; 
e svelati gli occhi , benda la fronte ; ma non sia 
chi si (idi dell’ infìdo garzone. 

Appresso Venere succede Apolline , il quale 
toccando le sonore corde, accompagna il bailo 
nuziale. Nel volger le spalle ignudo , gli pende 
il manto d’ oro dall’ uno all’ altro banco , e 
sollevando un ginocchio, vi posa sopra la lira 
concorde alia danza. Fra di loro s’ interpongono 
due Muse : I’ una apparisce alquanto con la ma- 
schera al petto, e cou l’eroica tromba appoggiala 
alla spalla per cantare le prove e le vittorie di 
Amore , 1’ altra dietro scopre solo la faccia con 
le labbra aperte ai soavi accenti. lucontro ad 
Apolline scopresì il selvaggio Pane ; ispide td 
irsute ha le caprigne membra, e tenendo presso 
le labbra la saiupogna , dà il (iato alle sonore 
canne. 

Questa favola descritta da Apuleio viene in- 
terpretata da Fulgenzio nel suo mitologico in 
scuso allegorico, poiché s’ intende l’aiiima umana, 
la quale cade in disgrazie e disastri qualora 
incauta all’ incitamento de’ sepsi con la lucerna 
ardente del desiderio riguarda i diletti , o lascia 


Digitized by Google 



182 

•l’ Amore divino invisibile egli orchi corporei , 
penando infelice finché pargaia col divino ajulo 
beve il nettare immortale , ed a Dio si ricon- 
giunge eternamente in Cielo a godere la beati- 
tudine. 

Oltre le presenti immagini , tutta questa fa- 
vola , come vien narrata da Apulejo istesso , ve- 
desì espressa da lìajfaele in trentadue invenzioni 
e disegni intagliati al bulino in un libro che va 
per le mani degli arteiiri e di chiunque è inspi- 
rato dal buon geiùo della pittura, lu questa log- 
gia con diverse invenzioni egli tramutò l'ordinet 
e si conformò ai vani de' triangoli , dispostevi 
alcune parli principali della favola al numero di 
due o tre ligure per ciascuna , cominciandosi 
dallo sdegno di Fenere, e terminandosi nelle nozze 
di Psiche. 

Il dipinto di si grand' opera fu eseguilo nella 
maggior parte dal suo gran discepolo Giulio Ro- 
mano, cd insieme dall' altro discepolo Gio: Fran- 
cesco detto il Fattore. Si riconosce la maniera di 
Giulio più fiera e risentita , e congiunta ad una 
gran pratica di colorire a fresco senza ritocchi , 
come nei gran Concilio si ravvisano i dintorni 
e le tinte -, laddove nel Convito pare che abbia 
piò dipinto Gio: Francesco, perdutisi i lumi e 
le mezze tinte co' ritocchi a secco. Nè altro sog- 
giungo sopra ciò , essendo varie l’opinioni. Toccò 
in piu luoghi Rajfaele , ma di sua mano non ab- 
biamo di certo altro che il triangolo delle tre 
Grazie, particolarmente quella rivolta in isebiena, 
mirabile nei suo colore, a fresco più che ad olio 
condotto. In essa Raffaele ci lasciò l’ esempio di 
quanto si può dipingere nell’ unire una somma 
tenerezza di carne con la somma perfezione e 
ricercamenlo del disegno , spirando grazia ogni 
tratto del suo graziosissimo pennello. Tutti con- 
corrono iu questo parere , eccettuando 1’ Amore 
che aadita iu terra, attribuito a Giulio. La bel- 


Digilizod by Google 



183 

icztn di questo triangolo con 1’ altro appresso 
delle Ire Dee Venere , Cerere e Giunone , tirò 
r occhio studioso di Annibali Caracci a copiarli 
di sua mano , essendosi veduti da ciascuuu in 
Roma nel palazzo Farnese coloriti in due gran 
tele. Gli stessi triangoli furono intagliali da 
Marc' Antonio insieme con l’altro di Giove che bacia 
CupiDiNE, e sono carte ben note agli amatori 
del buon disegno. Quanto ai soggetto ed inven- 
zione poetica, é insigne 1’ argomento degli Amori 
con le spoglie degli Dei, il quale argomento uoii 
poteva meglio adattarsi , cbe alta celebrità delle 
nozze di Cupidine , per oflerire i suoi Irionti 
alla sposa in contrassegno della potenza e valore 
dello sposo vincitore di tutti gli Dei. Raccngliesi 
in esso la somma erudizione del saggio arletice, 
che trattò sì bene ed altamente un soggetto trai* 
lato dagli antichi. Ne dimostra una pittura Fi- 
lipvo greco poeta io un epigramma cosi tra- 
dotto : 

Vedi come spogliando il del gli Amori 
S' ornano d' armi, e portano te spoglie 
Degl' immortali Dei , di Febo V arco , 

JL' elmo di Al arte e 'I fulmine di Giove. 

Con simile elogio il nostro Tasso introduce 
Amore in scena nell’ Aminta , il quale cosi van- 
tasi e parla di se stesso: 

Che fa spesso cader di mano a Marte 
La sanguinosa spada , ed a Nettuno 
Scuotitor della ferra il gran tridente , 

Ed il folgore eterno al sommo Giove. 

Io penso cbe Raffaele sommo estimatore e 
seguace dell’ arte degli antichi, raccogliesse dalie 
ruitie qualche vestigio di questa invenzione, aven- 
done veduto no disegno latto nella sua scuola con 


Digilized by Googl 



184 

(hic Amori sopra un trofeo composto d’ armi e 
di spoglie degli Dei. Uno simile se ne vede nel 
Alu.seo della Biblioteca Barberina appresso una 
piccola statuetta di Venere antica di metallo. Nel 
qual trofeo sono scolpiti il delfino di Nettuno, il 
martello di Vulcano, la clava à' Ercole , la si- 
ringa del Dio Pane, il serpe d' Eaculapio , l’arco 
e la faretra d’ Apolline, il timpano e ’l cembalo 
di Bacco, con due Amoretti nella sommità , che 
celebrano il trionfo della IVladre e Dea della bel- 
lezza: onde so alcuno ha mai bramato di giungere 
con la vista all’ opere degli antichi Greci , ailissi 
pur gli occhi in queste immagini , ed ammiri in 
esse quei famosi Zeusi, Parrasio ed Apelle. 

lo tal guisa Bafl’aele adornò ed accrebbe 
la poesia di Apulejo , uè con minore industria 
egli trattò questo soggetto favoloso , di quella 
che usò nel soggetto sacro delle Camere Valica- 
ne, essendo anche in questo stato il primo a torre 
dalle ingiurie di lunghissime etadi le belle forme 
degli antichi, con donare alla pittura tutto Ponore 
delle statue. Gli antichi artefìci costituirono le 
proprie formo a ciascuno de’ loro Dei , confor- 
mandosi alia natura e temperamento di essi ^ o 
però figurarono molle c tenero Bacco, agili e 
snelli ApolVtne e Diana , e così gli altri Numi 
Goti da essi, seguitando le loro idee e l’ imma- 
ginazioni de’ poeti. Nella qual laude gli uomini 
eruditi della pittura tengono , che Bajfaele ag- 
guagliasse la fama del gran Timante, che ne'con- 
cetti della mente superò l’ istesso Apelle : osser- 
viamo però un segnalalo esempio della sua su- 
blime idea. Nel Concilio degli Dei rappresento , 
come si disse avanti, i tre fratelli Gioie, Nettuno 
e Plutone con lineamenti così proprj , che rite- 
nendo dissimili alletti e temperamento , nulladi' 
meno si riconoscono alla simigliauza fraterna , e 
sembrano nati d’ un istesso genitore, i'iiise il gian 
Padre ne’ Celesti mite e benigno cen regio ono- 


Digitized by Google 



1P5 

re f conforme V inflasso del suo pianeta. Finse il 
Dio del mare immite e crudo , aspre le ciglia , 
e la fronte in aspetto cruccioso e minacciante. 
Finse ancora Plutone orrido e fìsso , il quale in 
volto severo esprime la mestizia del suo afflitto 
regno. In tale dissomiglianza di affetti e di li- 
neamenti y ritengono nondimeno una sola sembian- 
za , e si ravvisano tutti tre fratelli nati d’ uno 
istcsso padre Saturno. Ora per comparare con gli 
anticiii la recente gloria di Raffaele , proponiamo 
qui un bellissimo ritratto delineato da Ovidio nelle 
Metamorfosi, da lui copiato nelle greche scuole, 
e descritto in persona delle fìgliuole di Doride , 
scolpile per mano di Vulcano su le porte d' ar> 
genio della reggia del Sole, le quali nella varia 
loro bellezza non erano dissimili, ed al volto 
istcsso si ravvisavano sorelle: 

Facies non omnibus una est^ 
Nec diversa tamen , qualem decet esse So- 
rorum. 

E dopo nella pittura tessuta in tela da Jft- 
sìerva in concorrenza di Aracne: 

Bis sex Coelestes medio Jove sedibus alUs 
Augusta gravitate sedente sua quemque Deorum 
Inscribit facies , Jovis est regalis imago. 

Le quali avvertenze comprenderà meglio chi 
contempla il Concilio e '1 Convito descritti , o 
le ligure de' triangoli disposte fra l’acutezza degli 
angoli e la circonferenza degli archi : altre in 
piedi, altre a sedere in sili svantaggiosi e disu- 
guali , senza apportare disturbo, anzi con grande 
armonia alla vista. Chi non ammirerà il volo di 
Mercurio per 1’ aria , il quale aprendo le braccia 
c le mani, e distendendo sotto le gambe, da ogui 
iato riempie tutto il triangolo, distaccandosi dalla 


Digitized by Google 


1?6 

superficie con (ania energia , che spira le parole, 
e parla con ctii gii si fa incontro , e si fernaa d 
riguardarlo? lo mi voglio astenerc di prolungare 
il presente discorso con ripetere queste ammira* 
bili immagini , alle quali non è sufficiente la mia 
penna per iscoprire tutti i sensi e tutta l'indù- < 
stria del pittore , recando sempre nuovi argo-* 
nienti alla considerazione. In fine ci resta a dire 
deir azione principale della favola, che dovevamo 
dire avanti. 

Finge Afinlejo che fjtdue, commosso alle pre- 
ghiere di CuPiD.NE, chiamasse in Cielo gli Dei , 
ed esponesse loro le cagioni delle sue nozze ; e 
che placata Venere, egli stesso , e di sua mano, 
porgesse a Psiche la tazza dell’ambrosia, e la 
facesse immortale. Il pittore diversamente espone 
questo fatto , e finge Amore supplicante avanti 
Giove, e Venere appresso che l’accusa , con J/er- 
curio in disparte, che porge a Psiche la bevanda 
immortale. A tal mutazione Raffaele si accom- 
modo per più cagioni : I’ una fu il riunire le parti 
diviso della Fabula, e ’l dar contezza agli Dei 
delle cagioni, per io quali erano stati chiamali al 
Concilio, dovendosi stabilire l’ eterno decreto dei* 
r immortalità di Psiche. Alle quali ragioni si 
aggiunge la necessità del soggetto, cheto custrinso 
ad istuggire due azioni simili in due immagini 
esposte alia vista nellu stesso luogo, senza quella 
varietà, che tanto si ricerca, li che certamente 
sarebbe avvenuto, se nel Concilio egli avesse finto 
Giove io atto di porgere la bevanda alla sposa, e 
poi nei Convito egli stesso un’altra volta i^vesse 
ricevuta da Ganimede , come favoleggia Apulejt, 
COD replicare il medesimo soggetto. Dal che si 
comprende quanta licenza cd autorità abbia il 
pittore, quando sia erudito ed ingeguoso , di al- 
lontanarsi dal poeta nell’ azione ed espressione 
della favola, variando i mezzi, ed unendo le parli 
per conseguire l’unità sua, poiché egli cuuveiiga 


Digilized by Google 



187 

con r immagine ncllMslessa rappresentazione (iel- 
la poesia. Alla qual laude dopo la scuola di iia/*- 
faele è suc(edulo Annibaie Caraccio come nella 
sua vita abbiamo abbastanza palesato. 

Con questa licenza istessa Baffaele nell' uno 
dcMriangoli finse le tre Grazie con Amore, che 
addila loro a terra la beltà di Psiche , la quale 
azione tace Apuleio , nè parla delle Grazie , se 
non quando esse nel Convito versano i balsami 
sopra gli sposi nel modo che abbiamo descritto. 
Non però il pittore usci dairargomcnto della poe- 
sia , ma intraprese a rappresentarle per vaghezza 
6 varietà delle sue ligure , le quali essendo rap- 
presentate in più vedute ed attitudini , in faccia 
ed in proGlo, mancava una che volgesse le spallo, 
per dimostrare da tutte le partì V artiGcio d’ un 
perfetto corpo , al quaf effetto elesse di dipingere, 
e dipinse di sua mano le Grazie nelT atto che si 
sogliono Gngere , dalle quali egli riportò il cogno- 
me di grazioso e di venusto. 

GIO. PIETRO BELLORI 

IL CORO DEGLI ANGELI D’ INVENZIONE 
DI FILIPPO BRUNELLESCHI 


La Rappresentazione, ovvero Festa della Nun- 
ziata che anticamente si costumava di fare nella 
piazza detta di s. Felice in Firenze, dimostrava 
V ingegno e T industria del Brunelleschi che se 
ne dice inventore , perciocché si vedeva in alto 
un cielo pieno di Ggure vive moversi, ed una ioGnità 
di lumi quasi in un baleno scoprirsi e ricoprirsi. 
Non voglio che mi paia fatica raccontare come 
gr ingegni di quella macchina stavano per appun- 
to, atteso che ogni cosa é andata male , e sono 


1S8 

gli uomini spenti che ne sapevano ragionare per 
esperienza, senza speranza che s' abbiano a rifare, 
abitando oggi quel luogo non più monaci di Ca> 
maldoli, come facevano, ma le monache di s. Pier 
Martire ; e massimamente ancora essendo stato 
guasto quello del Carmine , perchè tirava giù i 
cavalli che reggono il tetto. Aveva dunque Fi- 
lippo per questo effetto fra due legni, di quei 
che reggevano il tetto della chiesa , accomodata 
una mezza palla tonda a uso di scodella vola , 
ovvero di bacino da barbiere , rimboccata all’in- 
giù , la quale mezza palla era di tavole sottili e 
leggieri confìtte a una stella di ferro che girava 
il sesto di della mezza palla, e strignevano verso 
il centro che era bilicato in mezzo, dove era un 
grande anello di ferro, intorno al quale girava la 
stella dei ferri che reggevano la mezza palla di 
tavole. E tutta questa macchina era retta da un 
legno di abeto gagliardo e bene armato di ferri, 
il quale era attraverso ai cavalli del tetto ; e in 
questo legno era confìtto l’anello che teneva so- 
spesa e bilicala la mezza palla, la quale da terra 
pareva veramente un cielo. E perchè ella aveva 
da piè nell’ orlo di dentro certe basi di legno , 
tanto grandi e non più che ano vi poteva tenere 
i piedi, c all’altezza di un braccio pur di dentro 
un altro ferro , si metteva in su ciascuna delle 
delle basi un fanciullo di circa dodici anni, e coi 
ferro, aito un braccio e mezzo , si cigneva iii 
guisa che non arebbe potuto, quando anco avesse 
voluto , cascare. Questi putti , che in tutto erano 
dodici , essendo accomodati come si è detto sopra 
le basi, e vestili da angeli . con ali dorale e ca- 
pelli di matasse d’ oro , si pigliavano , quando 
era tempo, per mano l’un l’altro, e dimenando 
le braccia pareva che ballassino, e massimamento 
girando sempre e movendosi la mezza palla, den- 
tro la quale sopra il capo degli angeli erano tre 
giri ovver ghirlande di lumi , accomodati con 


Digitized by Google 



189 

certe piccole lucernine che non potevano versare; 
i quali lumi da terra parevano stelle , c le men- 
sole , essendo coperte di bambagia , parevano nu* 
vole. Dal sopraddetto anello usciva uu ferro gros* 
sissimo, il quale aveva accanto uu altro anello , 
dove stava appiccalo un canapetto sottile che t 
come si dirà , veniva in terra. £ perche il detto 
ferro grosso aveva otto rami che giravano in arco 
quanto bastava a riempiere il vano della mezza 
palla vota, e il fine di ciascun ramo un piano 
grande quanto uno tagliere , posava sopra ogni 
piano un putto di nove anni in circa, ben legato 
con un ferro saldato nell' altezza del ramo , ma 
però in modo lento , che poteva voltarsi per ogni 
verso. Questi otto angeli retti dal detto ferro , 
mediante un arganetto che si allentava a poco a 
poco, calavano dal vano della mezza palla sino 
sotto al piano de' legni piani che reggono il tetto 
otto braccia , di maniera che erano essi veduti , 
e non toglievano la veduta degli angeli che erano 
intorno al di dentro delia mezza palla. Dentro a 
questo mazzo degli otto angeli (che cosi era pro- 
priamente chiamato) era una mandorla di ramo 
vota dentro, nella quale erano in molli buchi 
certe lucernine messe in' sur un ferro a guisa di 
cannoni, le quali , quando una molla che si ab- 
bassava era tocca , tutte si nascondevano nei voto 
della mandorla di rame , e come non si aggra- 
vava la detta molla, tutti i lumi per alcuni buchi 
di quella si vedevano accesi. Questa mandorla, la 
quale era appiccata a quel canapetto , come il 
mazzo era arrivalo al luogo suo, allentato il pic- 
ciol canapo da un altro arganetto, si moveva pian 
piano e veniva sul palco, dove si recitava la fe- 
sta; sopra il qual palco, dove la mandorla aveva 
da posarsi appunto , era un luogo alto a uso di 
residenza con quattro gradi , nel mezzo del quale 
era una buca dove il ferro appuntato di quella 
mandorla veniva a dirìtlo ; cd essendo sotto la 


Digilized by Google 



190 

della residenza un uomo , arrivala la mandorla al 
luogo suo, metteva in quella senza esser veduto 
una chiavarda , ed ella restava in piedi e ferma. 
Dentro la mandorla era a uso d’angelo un gio- 
vinetto di quindici anni in circa, cinto nel mezzo 
da un ferro , e nella mandorla da piò chiavar- 
dato in modo che non poteva cascare ; e perché 
potesse inginocchiarsi era il detto ferro di tre 
pezzi , onde inginocchiandosi entrava I’ un nel- 
r altro agevolmente. E cosi quando era il mazzo 
venuto giù e la mandorla posala in sulla resi- 
dL'nza , chi metteva la chiavarda alla mandorla 
schiavava anco il ferro che reggeva l’ angelo , 
ond’ egli uscito camminava per lo palco, c giunto 
dove era la Vergine la salutava e annunziava. 
Poi tornato nellà mandorla , e raccesi i lumi che 
al suo uscirne s’ erano spenti, era di nuovo chia- 
vardato il ferro che lo reggeva da colui che sotto 
non era veduto, e poi allentato quello che la 
teneva , eir era ritirala su , mentre cantandogli 
angeli del mazzo e quelli del cielo che giravano, 
facevano che quello pareva propriamente un pa- 
radiso ; e missimameute che oltre al detto coro 
d’angeli ed al mezzo, era accanto ai guscio della 
palla un Dio Padre circondalo da angeli simili a 
quelli detti di sopra e con ferri accomodali ^ di 
' maniera che il cielo , il mazzo , il Dio Padre , 
la mandorla con iniìniti lumi e dolcissime mu- 
siche , rappresentavano il paradiso veramente. A 
che si aggiugneva che per potere quel cielo aprire 
e serrare , aveva fatto fare Filippo due gran 
porle di braccia cinque I’ una per ogni verso , 
le quali per piano avevano certi canali corti di 
ferro ovvero di rame , e i canali erano unti tal- 
mente , che quando si tirava con un arganetto 
un sottile canapo , eh’ era da ogni banda , s'apri- 
va o riserrava secondo che altri voleva, rislri- 
giiendosi le due parli delle porle insieme oallar7 
gaudosi per piano mediante i canali, E queste 


Digitized by Google 



191 

cosi fatte porte facevano due cfTetli ; P uno che 
quando erano tirale , per esser gravi , facevano 
rumore a guisa di tuono, P altro perchè servi* 
vano , stando chiuse , come palco per acconciare 
gli angeli e accomodar P altre cose che dentro 
facevano di bisogno. Questi dunque cosi fatti in* 
gegni, e molli altri , furono trovali da Filippo ; 
sebbene alcuni altri affermano clP essi erano siati 
trovati molto prima. Comunque sia, è stato ben 
ragionarne, poiché in tutto se n' è dimesso l’uso. 

GIORGIO VASARI 


GIOTTO AL CASTELLO DELL* UOVO 
A NAPOLI 


f ece Giotto nel Castello delP Uovo a Napoli 
molte opere, e particolarmente la Cappella che 
molto piacque a quel re Ruberto tanto lodato e 
famoso, e dal quale fu tanto amato che Giotto 
multe volte lavorando si trovò essere trattenuto 
da esso re, che si pigliava piacere di vederlo la* 
vorace, e d'udire i suoi ragionamenti. E Gioito, 
che aveva sempre qualche molto alle mani e qual- 
che risposta arguta in pronto, lo tratteneva con 
la mano dipingendo e con ragionamenti piacevoli 
motteggiando. Onde dicendogli un giorno il re; 
Che voleva farlo il primo uomo di Napoli, rispose 
Giotto: E perciò sono io alloggiato a Porta Reale 
per esser il primo di Napoli. Un’ altra volta di* 
cendogli il re : Giotto, se io fussi in te, ora che 


Digitized by Google 



192 

fa caldo tralascierei an poco di dipignere. Bn 
spose; Ed io certo, s’ io fossi voi. Essendo dunque 
al re molto grato , gli fece in una saia che il re 
Alfonso I. rovinò per fare il castello , e cosi nel- 
r Incoronata, buon numero di pitture ; e fra le 
altre della detta sala vi erano i ritratti di molti 
uomini famosi , e fra essi quello di esso Giotto ; 
al quale avendo un giorno per capriccio chiesto 
il re che gli dipignesse il suo reame, Giotto, se- 
condo che si dice, gli dipinse un asino imbastato 
che teneva ai piedi un altro basto nuovo, e fiu- 
tandolo, faceva sembiante di desiderarlo, ed in sa 
l'uno e l’altro basto nuovo era la corona reale 
c lo scettro della podestà. Onde dimandato Gioita 
dai re, quello checotal pittura significasse, rispose: 
Tali i sudditi suoi essere e tale il regno , nel 
quale ogni gioruo nuovo Signore si desidera. 


DELLO STESSO 


Digitìzed by Google 



DELLA POTENZA DEL GENIO 


i93 


NELLE BELLE ARTI 

RAGIONAMENTO 


Lello nella I. E. R. Accademia delle Belle Arti 
di Firenze per la solenne distribuzione 
dei premi maggiori dell'anno 1831 


M monumenti e le storie ci fanno fede che la 
natura nell' ordine intellettuale raddoppia le sue 
forze in tempi preGssi , e a privilegio d' alcune 
genti più fortunale. Àlolliplica allora l’ azione 
della sua vitalità sopra alcuni uomini prescelti : 
gli scalda d’ un fuoco celeste, li feconda, gli spira, 
c li dispone ad opere maravigliose. 

Gii antichi Sapienti considerando questa po* 
lenza, la credettero non solo emanazione divina, 
ma un Dio stesso venuto ad albergare ne' nostri 
petti : quelli che n* erano invasi dissero spiriti, o . 
demoni .* Alene ebbe il suo demone: Poiignoto io 
dipinse. Locarono Piatone c Apulcjo fra il cielo 
e la terra Enti invisibili: Proclo e Porfirio ap- 
pellarono Dei coloro che ii’ erano agitati: ebbero 
onore di altari gli spiriti di Pittagora c di Platone: 

1 



194 

g)i Smirnei eressero un tempio ad Omero: gli 
Ateniesi uno a Sofocle. 

£ anche per noi s* estimò divino questo dono 
che rompe dall* arcano seno della natura, e si 
chiamò Genio , vocabolo cognato di Demone. 
Ovunque il suo Nume si manifesta fa pullulare 
le creazioni: misura il passato: rischiara l’avve- 
Dire : anticipa i fati, e affretta migliori genera- 
zioni. Ei s' esprime con segni nuovi , forti , su- 
blimi : se il suo secolo non lo aggiunge : se la 
mediocrità non lo intende : se la malignità lo 
calunnia, si ripara negli avvenimenti: la posterità 
giudice e vindice franca gli accordai debiti onori. 

Tutte le cose sono sotto la sua possanza: ma 
specialmente egli stende impero ed arbitrio sulle 
Buone Arti. Laonde , Ascoltatori prestantissimi, 
essendomi questa inclita Accademia stata graziosa 
deir onore eh' io vi ragionassi in questo giorno 
consacrato alla gloria dell' Arti, proposi parlare 
del Genio: il quale argomento , q^uantunque sia 
disadatto alle mie debili forze, mi parve nondi> 
meno accomodalo alla vostra grandezza. 


IL GENIO CREO' LE ARTI PRIMITIVE 


Iddio racchiuse i semi del Genio nel petto 
di alcuni uomini nati a dominare, e sparse nella 
natura i mezzi atti a sviluppare quei semi. Colui 
che primo ne fu investilo s' affacciò, al grande 
spettacolo delle cose visibili : ne scorse l’ esten- 
sione: ne penetrò la profondità; ne comprese l 
beneGcj: mirando ai bisogni umani anelò ripararli, 
e s' avvide poterlo, fare co’ mezzi della natura 
medesima. 

Conobbe per ispirazione il fine che si pro- 
ponea essere 1* utilità , e la via per giungervi il 
diletto. Coadnsse perciò fonti copiose in luoghi 


Digitized by Google 



195 

fertili e ridenti' y e coll' amenità del posto i primt 
selvaggi raunò : incavò rupi con mano ardita, e 
fa novità e 1' opportunità di quell* opera popolò- 
i ricoveri : intrecciò capanne d’ arbusti, e la fede 
e r amore dei primi matrimonj v’ accolse.- innalzò 
sepolcri di rudi pietre e d’arene, e la pietà dei 
figli vi pose stabili dimore : la cima d’ un colle,, 
ove meglio I* anima si apriva alla maravigliosa 
pompa del cielo , fu ordinata tempio alla Reli- 
gione r salde , immense roccie trasportate in più 
luoghi designati furono nionumeuli di pubblica 
gratitudine ai generosi : e uu’ arsa foresta stette 
segno di vittoria , rogo agli estinti , spavento ai 
nemici. La fiamma del Genio valendosi de’grandr 
materiali della natura eccitò' cosi la sua sless» 
creazione.- 


GENIO DELLE ARTI ASIATICHE 


Poi si diffuse piu- sempre- in ragione dell’in- 
eremento dei bisogni ^ delie brame, degli affetti , 
degli onori e de’ doveri: e siccome la sfera di 
queste relazioni si ampliò primamente nell' Asia, 
perciò il Genio dell’ Arti surse colà ad una gran- 
dezza portentosa : la natura medesima qui pure 
offerse mezzi all’esecuzione di concetti, che par- 
vero le umane forze trascendere. 

Ferace di combinazioni e di creazioni, sem- 
brò al Genio asiatico ignoranza lo scibile scorsor 
sdegnò- la povertà delle imitazioni: dannò la me- 
diocrità^ ed estimò armenti i popoli non inven- 
tori. Laonde scuotendo i timori, rompendo i freni 
dell’ uso costrusse il maravrglioso edificio d’ una 
nuova esistenza , e schiuse- un’ età di Giganti. 

La sapienza lo aitò :- con essa personificò ie- 
intelligenze r dié corpo a tutte le nozioni utili 
corno che astratte : vide le mosse dei popoli^ vo- 



196 

lere agire e poco pensare , e creò tanti idoli , 
specie e immagini delie influenze dei cielo, delle 
costellazioni , e di tulli i fenomeni della natura: 
i fiumi, i mari, i boschi , le montagne , le invi- 
sibili potenze propizie e funeste veuuero figurale 
per simboli. 

E siccome i soggetti idoleggiati erano per 
loro qualità immensi , altissimi , infiniti , cosi 
tutta quella creazione di emblemi prese un aspello 
colossale: cosi tutte I’ opere delia mano, passando 
con ardila licenza i segni del vero, minacciarono 
drittamente la sola immaginazione , c assunsero 
un carattere gigantesco. Città da vincere ogni 
fervida mente : monumenti da atterrire 1’ animo 
più sicuro : mura , baluardi , templi , palazz da 
credersi appartenere ad una generaziune più chu^ 
umana. I soli bacini di Tiro, Gaza , Sidone ac> 
colsero le dovizie e le flotte del mondo. 

L* Egitto , che per la sua prossimità ail'Àsia, 
e per l’ immensa via dulia civiltà che percorse , 
si mesce alle Arti orientali, l’ Egitto perché con- 
serva splendidi avanzi della grandezza del suo 
Gonio , testiraonj d' infinite età , e consapevoli, 
d’ interminabili volgimenti di fortuna , prescrive, 
ancora alle nazioni europee un obbligo di animi-, 
rarlo , un'ambizione di studiarlo. 

Un popolo che si commendò alla posterità 
con una storia mistica, sapiente, e scritta su 
pagine di granilo ^ un popolo che converse le 
montagne io statue ed obelischi , e che cogrim- 
mensi quadrali delle sue piramidi trionfò del de- 
monio delle catastrofe mortali e della forza dei 
secoli , dimostra a quale altezza nel Genio delie 
Arti sali. 


Digilized by Google 



197 

GENIO DELLE ARTI GRECHE 


Tuttavia se la grandezza dell* uomo sta nel 
suo Genio, la sua perfezione dipende dalla ragione 
che dee dirigere quel Genio medesimo , e dal 
gusto che dee ordinario. Le Arti orientali im* 
presse di grandiosità , di magtiilicenza e di (erri-* 
bilità , poterono coll’ imponente loro robustezza 
rappresentare la smisurata possauza degl’ imperj 
dell’Asia, ma non ebbero però il condimento 
della grazia, della gentilezza, dell’eleganza, e di 
quel (allo squisito e ragionalo proprio d’ una 
gente giunta all’ultima civiltà deH’inlellelto e dei 
sentimento. Le Arti non si fanno belle, dice Tor*> 
quato , cogli eccessi della mente , e col solo spa- 
ziare per le divagazioni d’ una bollente imma- 
ginativa. 

Alla Grecia aveano serbato i destini il com 
pimento del Genio. Il nome di questa nazione ò 
quello dell’ eccellenza d’ ogni Arte. Una gente 
viva , espressiva, immaginosa e tutta fuoco, con 
un’ anima veloce e feconda, con un gusto nobile 
e misurato , e con una inesauribile forza poetica, 
trovò ne’ suoi diversi elementi tutti gli accidenti 
della umana fantasia , tutte le combinazioni del 
Genio. 

Poiché le cose mortali pel loro esser vane 
non ci appagano , provvide a questo difetto , e 
creò anch’essa un nuovo mondo pieno di fanta* 
smi, adatti mirabilmente alla bellezza delle Arti: 
immaginò brillanti menzogne, dolci illusioni, pru- 
denti inganni, lìnzioui leggiadrissime, nuovi idoli, 
nuove immagini , che recarono i voti umaui in 
una creazione simbolica , piena di consolazioni, 
di bellezza e di letizia inspirala. 

Gli Artisti volsero colà purea loro prò que- 
sta granae Teogonia, la hguraroau , la presenta- 
rono sotto tutti gli aspetti dell’Arte: diedero corpo 


Digitizod by Google 



198 

« parola alle eose arcane,, invisibili, « meglio elio 
^li Orientali , sollevandosi all* idea , composero 
dalle cose vedute Enti novelli, e trovarono beltà 
maggiori di quelle offerte dalla Natura. Questo 
solo Genio nelle Arti tanto la Grecia difese di 
non perir tutta , che quando pure serva soggia* 
eque , fu gloriosa del suo nome, e impose ai suoi 
dominatori e alle future età un seulimeolo di 
venerazione , un obbligo d' imitazione. 


GENIO DELLE ARTI ITAUCHE 


Ma comecché questi vanti del Genio greco 
fossero grandi e dovuti , non poterono però nulla 
detrarre all'anteriorità c alla grandezza del Ge* 
dìo italiano. E stremo d' amore di patria e po* 
vero di lettere chi non sa , o disconosce e ri- 
fiuta il pregio delle nostre Arti. Se gli olimpici 
scanni echeggiarono le glorie elladiche , noo la 
scuola jonia , non la sicionia , non l' attica fecero 
si che r Italia , nel seno della quale si occulta- 
vano i destini della terra , non vedesse anch'essa 
prevalere la nobiltà delle sue Arti per tutto il 
tempo indefinito della grandezza del Lazio. 

Plinio un'epoca anteriore alla perfezione 
delle Arti nella Grecia alle Arti italiane concede. 
Ad Ardea erano pitture famose prima della fon- 
dazione di Roma. Gli antichi nostri getti e le 
figuline furano ammirate fra le migliori opere 
greche. La bella maniera italica di ediiicare saliva 
a tempo remotissimo : i monumenti di Ceri ten- 
nero prova coir argiva venustà , e una somma 
bellezza decorò le antichissime figure d' Elena e 
d' Alalantu in Lanuvio. 

Pittagora dopo la sua iniziazione ai menfitici 
arcani , venuto in Italia , trovò nell' Apulia iu 
Croloue le Arti io seggio njbilissimo. Le storie, 


Digilized by Google 



I bronti, le tnedaglie, i rasi A“ ogni tnanìera o 
d' ogni bellezza attestano la vetustà e TecceU 

lenza delP Arti sicule. 

\ 


GENIO DELLE ARTI ETRUSCHE 


Ma se il tanto cielo d* Italia stese l’ ali glo* 
riose il Geno delle Arti , ei prese nondimeno 
il suo volo maggiore da queste tosche contrade. 
Di qua cope a trionfare nell’ altre regioni. Di 
tutte le setole delle Arti, dopo 1’ orientale , po-* 
sero i doti per seconda l’ antica italica , volsca 
ed etroso. Le Arti etrusche essere incominciate 
da Sesosti y molti presero a dimostrare : e fra i 
minuti uinnroenli egizj ed etruschi darsi alcuna 
vicinanz!) altri consentirono. 

Teooro Ricchio y lo Schoell y il Gori y il 
Padre Dlla Yalley 1* illustratore del Museo Bor- 
ciano y < con altri molti ultimamente lo studioso 
Niebuhiy addussero delle sentenze e de’fatti testò 
accennai prove solenni. 

É el Borgianoy fra gli altri monumenti 
cospicuy una statua muliebre della più remota 
antichii etrusca con tale grazia di lineey e tanta 
cleganz di culto da potersi riferire allo scalpello 
di Praiitele. Il dottissimo Padre Paoli nelle sue 
disserttioni sulle mine di Possidonia , sublimi 
monutenti d’ arte d’ ogni genere essere cola esi* 
stili pma anche dell’eccidio di Troja, e operati 
dagli etichi Toscani, solidamente dimostrò. 


Digilized by Google 



200 

IL GEMO ETRUSCO RECO’ LE ARTI 
' ' ' IN ROMA 1 

Chi fondò Roma ? Chi la fece grande e bel» 
la ? Chi la compose a quell’ alto sm destino di 
dovere , come fu detto , in se racco<re gli sparsi 
imperi , e sorgere madre comune ddie nazioni ? 
Nou furono certamente i Greci, coire dal volgo 
si crede : il Genio etrusco la creò. Dee Dionisio 
d’ Alicarnasso Romolo avere ediiicato templi e 
delubri, consacrandovi le immagini de^i Dei: ma 
soggiunge Cassiodoro avere egli tolto V arte di 
quei simulacri dai Tusci. Plinio stesso racconta 
che Numa accordò la cittadinanza allc^tietru- 
sche, e il settimo collegio pc’modellatori etruschi 
inslitui. Questi operavauo hguiiue di mar^iglìoso 
artifìcio atte a, resistere alle intempeiie \cd allo 
età , e d’ una composizione traente a qnUla che 
poi Luca Della Robbia restaurò. Tarquiui^Prisco 
eziandio chiamò a Ruma Tuviano etruscol e gli 
allogò la statua di Giove da dedicarsi in lampi» 
doglio: e Tuviano operò in quella sua listura 
lavoro di tanta fìoitezza che ottenne di indellare 
le quadrighe da collocarsi sugli acroteri d| tem» 
pio. Nota finalmente Varrone tutti i temili ro» 
mani di quella età non essersi fregiati ne di 
etruschi adornamenti. 1 


GENIO DELLE ARTI LATINE 


Fondate cosi dagli Etruschi le Arti s Te» 
bro, vi crebbero poi sempre. E il Genio e a tal 
fiamma, che dove si apprende si dilata, cappi» 
gliasi a preferenza agli animi generosi. Con : può 
egli credersi gli antichi Romani tanto des erosi 


Digitized by Google 



t 


201 

dci!a gloria , avere abborrifo dalle Arti che a 
quella possunlenieDle coiiducono? Le storie smen - 
tiscono questa ingiuria calunniosa. Dessi sprezza- 
rono le Arti strumento di mollezza, d’ adulazione 
e d' inganni , non quelle che i nobili animi ad 
opere di valore sospingono. 

Il Genio nato e nudrito in queste terre, ove 
Io spiro della vita è più puro , l' estasi della 
immaginazione più rapida, e lo slancio del cuore 
più ardente , trionfò anche a Doma , in quella 
demenza di cielo e benignità di natura , uella 
ferocia dell' armi e della sabina severità. 

Le statue di Boinolo , di Tulio , di Marzio 
tur poste Gno dai primi tempi: quelle de'Cunsuli 
le Seguirono : il simulacro iu bronzo di Giunio 
Bruto, citato da Plutarco, tutelò colla spada 
sguainata la latina libertà. Tutto l’Aventiuo fu 
sacro a Roma : la casa di Numa , per la sua 
saldezza, si appellò monumento : il Palatino fu 
sparso di sontuosi ediiìzj : Ibndossi il Campidoglio 
sede della gloria. Poi Marco Pacuvio uni le Muse 
alla Pittura. 1 FaLj del cognome gloriaruiisi di 
dipintori : Valerio esprimeva in tavole la guerra 
di lerone : Lucio Scipione disegnava le Vittorio 
deir Asia: Ostilio limava il piano di Cartagine: 
Ludio , Amalio, Papirio, Vitale, Càjo Muzio, 
e uomini gravissimi, Labeone, Manilio e i Geli 
di Paolo Kmilio si volgeauo alla pratica delie 
Arti. 

Non accennai che la parte sterile del Genio 
latino : chi aggiunge la grandezza, la ricchezza , 
la maestà delle Arti imperiali ? I prodigj che 
Lipsio ne racconta destano l' invidia dell’uni- 
verso. 


Digilized by Google 



202 

DECADIMENTO DELLE ARTI 


Se non che la Fortnna pentita degli aceor* 
dati favori depresse, ahimè, la gente italiana in 
tanta bassezza quanto io aito 1* avea levata ! GII 
nomini inviliti, ignari , scordevoli di se e della 
patria , si sottomisero a ferree dominazioni , che 
in troni di sangue regnarono fra le ceneri e le 
ruiue. I popoli che più non ebbero che un vano 
fantasma di vita si offersero ad essere calpesti da 
orde vicine alia natura delle belve , le quali ai* 
tate anche da quanti erano di mala condizione 
e nefandi , estinsero la ragione e il sentimento , 
e le Arti Belle del tutto contaminarono. 

In sì compiuta ferità, in servaggio cosi duro, 
in tanta orrendezza di mali, e nell abbiezione dei 
nuovi ordini , e nei buio di tremende dottrine 
abbrutita l’ umana specie, niun monumento d'Arte 
venne caro fuorché la tomba. 


RISORGIMENTO DE* BUONI STUDI 


Ma chi circoscrìve la potenza del nostro Ge< 
nio ? nella disperazione d’ ogni salute il soffio 
della vita spirò ancora in questa bella Eiraria y 
e campò gr intelletti dalla morte. Il suo splen- 
dore sfolgorò nell’ orrore di quella notte: chiamò 
a nuova esistenza il pensiero : secondò le imma- 
ginazioni: divinizzò le ispirazioni, e quelTenorme 
calamità mitigò. 

Avea appena incominciato ad ammansarsi la 
ferità di un vivere cosi disonesto, che sagaci in- 
gegni ristorarono 1’ uman cuore della perdita degli 
antichi simboli poetici e pittoreschi : crearono 
anch’ essi un nuovo mondo di più certe rivela- 
zioni: altre speranze, altri desiderj si destarono} 


Digitized by Google 



203 

« una misticità spiritala V umana desolazione 
«occorse. 


IL GENIO TOSCANO RESTADRA 
LE ARTI BELLE. 


Uno dei piu sorprendenti Genj scesi snlla 
terra quei grande sistema abbracciò : lo veslì di 
nuove immagini e visioni sublimi : lo accrebbe 
di quadri caldi d' ogni affetlo, e dì maravigliosa 
luce poetica lo abbellì. La Divina Commedia fu 
la dimostrazione dell' onnipotenza del Genio uni- 
versale. Dante con un volo eterno , fecondatore 
a ogni passo ^ come T^abito della Primavera, so- 
stenendo colla celerà il doppio peso della Filoso- 
fia e della Religione, con un carme figurato , 
efficace , armonioso creò una nuova lingua , una 
nuova sapienza, una nuova età. Nel tempo stesso 
un fermento d’ animi inusitato , e la potenza di 
moti smisurati scosse le masse inerti, e produsse 
un cozzamenlo e un attrito fecondo di nuove 
meraviglie. 

£ siccome T umana ragione e inspirazione 
procedettero sempre per le stesse vie , qui pure 
il Genio artistico, armato della forza virile di 
Dante , nudrito della sua sapienza , arricchito 
della sua dovizia, prese quella Ideologia, e 1* of- 
ferse agli sguardi col linguaggio dei colori, e dei 
suoi monumenti T onorò. La freschezza della fe- 
condazione, come accenna un profondo scrittore 
fatiomisi cortese delia scorta del suo senno, ger- 
mogliò suir italico deserto : una gioia universale 
ammantò T aspetto delle cose: ogni atomo della 
umana polve prese forma di dignità : e tutto in- 
vase un impelo di gioventù , e un copiosissimo 


204 

schiudersi d' invenzioni e d' idee nate nell* inlì- 
ni lo. 

Dovrò smarrirmi nel pelago degli esempi ? 
Ciraabue, Arikoifu e il Pisano le tre Arti maggiori 
restituirono : il Tali rinnovava l’ arte musiva: 
Giotto rapia In bellezza ^ la gcutilezza e il mulo 
alla natura : gli Angeli slessi coiiduceano il pen- 
nello d' Angelico ad una devozione di mirabile 
dolcezza: Masaccio logliea dai beati Cori l' aria 
de’ volti, r umiltà degli alti, la soavità degli af- 
fcllire Donatello c Ghiberii cosa fosse espressione 
di natura c divinità d’idea insegnavano. 

Ma qual astro si avanza sul cielo toscano , 
immenso e tremendo nella sua luce? Spunta ap* 
pena, e viene ugni luce minore. 1 suoi raggi in- 
vestono tutte le discipline ; tutte d’ una vita di 
fuoco ei le avvalora : parlo di Michelangelo: nome 
eterno che esibisce il tipo dei Genio possibile in 
creatura mortale : nome che si confonde con una 
intelligeuza sovrumuiia. Sdegnoso di mendicale 
imitazioni, ei discctrse per vie non tocche: la 
forza e il terrore lo trassero: maggiore deU’arle, 
ei la recò oltre i termini suoi j ,e ne fece una 
nuova creazione- 


INFLUENZA DELLE ARTI TOSCANE 


L’ impulsione data agli umani studj da questi 
nomini preclari , stese in ugni regione dell’Italia 
r eccellenza delle opere inspirate. Leonardo com- 
posto a magnilicenza stabiliva sui fondamculi di 
un vasto sapere una mauiera sublime: a Correg- 
gio ministravano le Grazie una originalità inar- 
rivabile. La Natura , piu che ad altri, rivelava i 
suoi colori e i suoi palpili al parlante Tiziano: 
la numerosa romana scuoia colla perfezione del 
diseguo e colla sapienza dct comporle occupava 


Digilized by Google 



205 

il mondo del sno grido : e il sovrano magistero 
di KaiTaello, accumulando in se ogni pregio, de-, 
stava grande e amorosa maraviglia , e con tutti 
gli esempi della bellezza mercavasi nel Vaticano 
titolo di divino. 


CONCLUSIONE 


Giovani egregi, adulta speranza della patria, 
tentai accennare le glorie del Genio delle Arti 
vostre : strinsi in brevi lince un argomento di 
molli volumi: la sola copia mi fece ostacolo: fe- 
lice impedimento! 

Se alla vista de* portenti degli antichi Mae' 
stri gli occhi vi si riempiono di lacrime : se il 
core piu veemente vi palpita: se un sacro fuoco 
vi alTalica, e un’ occulta potenza vi domina , af- 
ferrale r Arte: il Genio è vostro. 

Largo campo di gloria vi si apre: a voi non 
manca sovrano favore emulo della medicea mu- 
nificenza, che osa romane imprese e le compie. 

A voi, bella schiera d’ illustri Professori, of- 
fre r esempio della nobiltà dell’ arte e di una 
fraterna benevolenza. Tutto propizia I’ ardore 
de’ vostri voti. Qui gelo non si sparge sulle fiam- 
me del Genio: non torbido nembo d’ inetta igno* 
ranza offusca la luce dei prodi : nè soffio maligno 
i voli generosi ritarda. 

Rammentate che oltre i primi luminari delle 
Arti, fra i tanti che a questa inclita terra il nome 
di classica vendicarono, qui rinacque Platone a 
mostrarci le bellezze intellettuali per invaghircene: 
surse Macchiavello ad additarci le bruttezze della 
terra, per detestarle: e Galileo spiegò le ali a di- 
scovrirci le meraviglie del cielo, per meritarle. 

Ampio retaggio nel nome loro , vi tocca: ma 
le antiche glorie solo colle nuove glorie si tu- 



206 

telano. La coscienza della patria grandezza ri 
comanda rinnovare le prove della domestica ce*' 
lebrilà.' 


HELCHIORRE MI5SIR1R1 


IL MAUSOLEO DI CLEMENTE XIV 
DEL CAV. ANT. CANOVA 

AL CORTE FRANCESCa DA SARGIOVANRE 

LETTERA 


Fenomeno singolare, sig^. Conte 'amabilissime.. 
Che proemio ! In questa chiesa de'ss. Apostoli ,, 
sulla porla della sagrestia, rimpetto- ad una delie 
due navate laterali , lo scultore Canova veneziano* 
ha eretto un mausoleo a papa Gnnganclli. Basa- 
mento liscio , diviso in due grandiosi scalini. Sul- 
r inferiore siede una beila donna , la Mansuetu- 
dine , mansueta quanto l'agnellino che le giace 
accanto in ritirala. Nel secondo scalino è un’urna 
sopra cui dalla parte opposta si appoggia un’altra 
bella giovane, la Temperanza. Si alza indi un 
plinto, sopra il quale ò un sedione all’ antica ,, 


Digitized by Google 



207 

dove sta a sedere il Papa vestito pontificalmente 
e stende orizonlale il braccio destro e la mano 
in alto d' imporre , di pacificare, di proteggere : 
atto maestoso, simile a quello di Marc’ Aurelio 
equestre sul Campidoglio. Questo è il mausoleo, 
tutto di marmo bianco , eccettualo io zoccolo 
inferiore c il plinto colla sedia , che sono di lu« 
inachellu. L’ accordo è grato ^ il lume che viene 
dall’ alto é temperato , onde tutto spicca con 
dolcezza. Fin la porla che gii è di sotto contri- 
buisce alla convenienza sepolcrale. La composi- 
zione è di quella semplicità che pare la facililà 
stessa, ed é la stessa dilBcoltà. Che riposo! che 
eleganza! che disposizione ! La scultura e 1’ ar< 
chileltura sì nel tutto che nelle parti è aH’antica. 
Non centinature, non risalti , non frastagli , non 
acutangolismi , non cartocci , non lumache , nà 
contorsioni, nè smorfie , nè svolazzi , né scogli , 
nè arrabbiamenti , neppur fiorami: festoni, dura- 
ture, varietà di marmi , oibò. Il Canova è un an* 
lico, non so se di Alene o di Corinto. Scommetto 
che se io Grecia, net piu bel tempo di Grecia , 
si avesse avuto a scolpire un papa, non si avrebbe 
scolpito diverso da questo. Ma niun difetto? uep- 
pur nei? Oh quanti e quanti! £ un divertimento 
1’ udirne le censure sperticate , e la infastidirei a 
riferirle. Un pittore intelligente trova da ridire 
sui piedi delta Temperanza : sofisticherie degli 
artisti indiscernibili dagli amatori. Taluno non 
trova il perchè il Papa abbia da stare a sedere 
sopra la sua urna nel suo sepolcro ; perchè si 
voglia che un papa morto stia in mezzo a delle 
donne ; perchè le virtù si effigiano in donne, e le 
effigiano uomini che dicono tanto male delle don- 
ne. In somma si pronunzia quidquid in buccam 
venti, ma generalmente in ventisei anni ,• da che 
io sono in questa urbe dell’ orbe, non ho veduto 
mai il popolo di Quirino applaudir niun’ opera 
tanto «ome questa^ e gli artisti più intelligenti « 


Digitized by Coogle 



208 

gnlanluomtai la giudicano fra (uUe le scnKure 
moderne la più vicina all’ antico. U nostro 
sior Pietro Vitale no sta lavorando 1* inci- 
sione. Io mi congratulo dunque con tutti i Ve- 
neti, e desidero che i giovani artisti si mettano 
sul buon sentiero di Canova e che le Belle Arti 
linai mente risorgano. Desidero molto , ma spero 
poco. Spero bensì che il Canova si comporterà a 
maraviglia anche nel mausoleo che farà a s. Pie- 
tro per papa Bezznnico. E spero altresì che il 
sig. Conte stimatissimo mi conservi la sua grazia 
0 mi onori dei suoi comandi , mentre pieno di 
stima c di amore mi raffermo. 


Roma 21 Aprile 1787 


FRiNCESCO MILIZIA. 


Digilized by Google 


ELOGIO 


209 


o 1 

ANDREA ORGAGNA 


Il sublime f quell'arcano sentimento che gli ani- 
mi nostri percuote , signoreggia ed esalta , per 
coi tanto si disputò dai Filosofi , e s' insegnò dai 
Retori , io mi penso , Accademici ornatissimi , 
che nelle vostre discipline possa più dall' Archi- 
tettura destarsi che dall’ altre due Arti che sono 
a questa sorelle. Essa piu splendidamente attesta 
colle sue opere la maestà della religione , la for- 
tuna dei popoli , la possanza dei re, e sollevan- 
dosi nell'iinitazione al di sopra degli oggetti creati, 
non dà luogo a quel paragone che nella Pittura 
e nella Scultura facciamo tra la finzione ed il 
vero. Qual v' ha cosi timido intelletto che, ce^ 
sato 1* istante delTammirazione, non vada nei di- 
pinti e nelle statue ogni parte confrontando colla 
natura ? Ma troppo dal modello che questa gli 
oltre r opere dell’ architetto s’allontanano perchè 
soggiacciano a questo paragone , che se accresce 
il diletto , scema pur la sorpresa. Il giudicare 
della utilità e della durata d’ un edilìzio , se il 
luogo ne sia ben scelto , so le parti abbiano pro- 
porzione fra loro , se negli ornamenti varietà e 
parsimonia ad un tempo si trovi , a pochi e ad- 
dottrinali ingegni è coucewo. Sembra allora che 

2 


Digitized by Googte 



210 

r Architettura sottoponendosi a rigido esame si 
rimanga dall’ esser Bell’ Arie , e assuma tutta la 
severità delie scienze. Ma lasciando di svolgere 
maggiormente questo mio pensamento, qual animo 
è così basso che dinanzi alla Loggia (1) che si 
architetto dall’ Orgagna non si sublimi , e non 
ammiri la magnanima audacia della mente che la 
ideò, e del secolo in cui fu innalzata? E il nostro 
giudicio esser non può ingannato dall’ ammirazio- 
ne : n’assicura per lutti il suffragio del Buonar- 
roti (2). Quindi mi cadde nell’animo d’offrire 
alla memoria d’ Andrea Orgagna (3Ì un omaggio 
di riconoscenza e di lode ^ nè mi sgomentò la 
censura degl’ ingrati disprezzatori delle patrie an- 
tichità che con dotta nausea tutto riprendono , 
dimenticando che i progressi dell’ Arti risultano 
dal movimento eh’ esse ricevettero nei loro prin- 
cipj , come quelli delia mente umana dalle prime 
idee, che l’educazione , o il caso v’impresse. E 
i’ esempio di tanto uomo non accenderà, o Gio- 
vani valorosi , quelli soltanto fra voi che atten- 
dono all’ Architettura : ad ornarlo concorsero le 
tre Arti , ed io nelle lodi di esso seguirò quell’or- 
dioe che la loro antica divisione m’addila. Ma 
prima è prezzo dell’ opera il narrarvi quali fos- 
sero ai tempi dell’ Orgagna i costumi , i gover- 
ni (4) , che così potentemente influiscono sul de- 
stino delle Lettere e dell’ Arti , innanzi che 1’ uue 
e r altre ridotte a certe regole parlano più da 
qnesle che dal sentimento, e la natura al metodo 
e non il metodo alla natura s’ adatti. Ecertoniun 
secolo più di quello che a descrivere io prendo , 
ricco sembrerebbe di colpe e di sventure , se 
le querele dei contemporanei, ripetute ognora dai 
posteri , sovente non fossero più libere che giu- 
ste. Ma nei mali veramente grandi o inevitabili 
per r uman genere una voce appena trovasi pel 
dolore, e mille per la lode* 




Digitìzed by Google 



2ii 

Dopo la pace di Costanza non posò la misera 
Italia , ma i piccioli stali nei quali era divisa , o 
schiavi , o discordi soffrirono 1’ onte della servitù, 
0 i furori della licenza. Non pietà dell’ offesa 
giustizia, ma gara d* ulTicj e furore di parli re- 
gnava negli accesi animi dei cittadini di quelle 
Repubbliche, lacerate dall' incomportabile orgoglio 
di Grandi corrutti e superbi , e dall’ arrogante 
viltà di plebei timidi e loquaci. Le fazioni non 
ancor vincitrici , erano già discordi : rimedio si 
chiamavano i delitti, e 1’ esiglio , o la morte pu- 
niva coloro che da' brevi ed infausti amori del 
popolo traevano infelice 'baldanza. Quindi fra lu- 
dibrj e pericoli incerta fortuna , affannosa po- 
tenza e uguale necessità pe’ buoni e pei rei di 
uccidere , o di perire. A quei feroci sembrava 
sventura il vincere senza sangue nelle guerre ci- 
vili , e stanchi d' esser crudeli divenivano avari. 
Ogni città racchiudeva famiglie alla quiete del 
popolo fatali , e dalle loro inimicizie nasceano 
nuovi ordini , nuove sette, nuove colpe e nuovi 
nomi. In quello spazio di tempo in cui visse 
rOrgagna (5), i Fiorentini soltrallisi appena alla 
soggezione del Re di Napoli , e alla rapace cru- 
deltà di vilissimo straniero (6) , diedero sul loro 
sangue e sulle loro fortune autorità al Duca di 
Alene , e a mantenersi concordi per viver liberi 
furono indarno dalla sua breve tirannide ammae- 
strali. Tanto poi crebbero gli odj , tanto si mol- 
tiplicarono le fazioni fra i cittadini, dei loro vizj 
e dei rimedj d'essi ad un tempo insofferenti, che 
quello impero che dai Grandi era passato nel po- 
polo, allin cadde nella plebe, che inopia, coscienza 
de’ commessi delitti e speranza d' impunità agi- 
tavano a gara. Le altre città d' Italia offrivano 
esempio d’ uguali vicissitudini, e in tutte la ri- 
bellione concedea , o strappava il governo a di- 
verse parti del popolo , alle quali era più cara 
la loro licenza , che la libertà di tutti. Le ric- 


Digitized by Coogte 



321 

animaTano i versi anici di qaetl* ingegno mera-* 
Tiglioso. Maestro di puri affetti e di più soave 
armonia il Petrarca nuovi sospiri insegnava agli 
amanti ; ma pur suoni degni d* Alceo uscivano 
dalia sua lira , quando agl' Italiani rimproverava 
le loro civili discordie , e il suo lungo sonno al> 
r antica regina dell' universo. Qual petto fu più 
dalla santa carità della patria infiammato, in qual 
maniera di studj non si esercitò quella mente , 
chi più giovò alle Lettere, e in chi le Lettere ot* 
tennero più straordinario trionfo? Seco gareggiava 
nell’ amor della patria e delle muse l' altro som- 
mo Toscano che di modi e di voci arricchì la 
prosa del nostro idioma , ma ritraendo nella sua 
maggior opera con licenziosa fedeltà i vizj , i 
caratteri e le passioni de* suoi tempi, spesso le 
incoraggiò , di rado le corresse , e rese incerto 
se più nuocesse ai costumi di quello ch'egli gio* 
Tasse alla gloria della volgare eloquenza. Mentre 
in questi Grandi, da cui 1* Europa riconosce ogni 
sapere , mostrava quello che potea la nostra lin- 
gua, il Genio dell’ Arti addormentato fra le mae- 
stose mine d’Italia già s’era riscosso. 

Dobbiamo alla Scultura la creazione d’un 
nuovo stile. Nicola Pisano scosse il giogo del- 
l’ imitazione , dissipò le tenebre della barbarie ^ 
mercè sua altre massime, altri modelli guida- 
rono gli Artisti , e vi fu tra essi gara d’ingegno, 
come fra le loro città di potenza. 11 disegno , la 
composizione, 1’ invenzione ebbero dallo scultore 
Pisano nuova vita. Andrea, il maggiore fra i suoi 
discepoli , espressione , grazie, verità per siffatto 
modo congiunse da sembrar che in alcuna delle 
sue opere abbiano i bronzi ed i marmi vita e 
loquela. E mostrò tanto magistero nel fondere i 
primi che solo al Ghiberti di vincerlo fu dato (7): 
ma se il peregrino rapito nel nostro Baltisterio 
dalla bellezza di quelle porte , che Micbelangiolo 
giudicò degne dei Paradiso , appena all’ altra ri- 


Digitized by Google 



214 

Tolgo lo Sguardo , pare in essa lodando , e me* 
ravigliando si arresta I' artefice, e ben s’ accorgo 
che forse scuza Andrea a tanta altezza venuto 
non sarebbe il Ghiberti (8). L* Orgagna, tiglio 
d* oreGce insigne, (9) portò nella scuola del Pisano 
maestro un animo dalia piu tenera età alla gran- 
dezza di tali studj disposto: ma tratto dall’ar- 
dente fantasia c dall’ esempio fraterno, sdegnò 

S ter allora un' arte che in troppo determinati cou- 
ini ristringe il potere dell’ invenzione. Il tempo 
ne ha invidiato in s. Maria Novella i primi ten- 
tativi della sua mano giovinetta: ma gli sia lode 
il dire che sembrarono degni d’ imitazione a Do- 
menico Griilandajo, quando nella stessa Chiesa (10) 
ridipinse la storia di Nostra Donna. Ed ivi dan- 
teggiò (11' dipingendo le glorie del Paradiso e 
le pene della gente perduta: ma per alcuno s’av- 
visa che dell’imitazione del sovrano Poeta egli 
troppo si compiacesse, dimenticando che il decoro 
e le leggi delia pittura non concedono d’ oHrire 
alia vista ciò che alla fantasia rappresenta il poeta, 
Nò fuggi questo biasimo , ch’egli divide con Giot- 
to , quando nel Gamposanto di Pisa trattò lo stesso 
argomento. £ senza eh' io tolga a difenderlo , 
che forse male il potrei, gli perdonerò per amore 
deir Alighieri questo difetto , considerando che 
l'altissimo Cantore ha con Omero comune la glo- 
ria d' aver influito non solo sullo stile poetico 
della sua nazione, ma pure sulla poesia dell'Arti. 
Nè aspettate che io diuuovo a descrivere im- 
prenda i dipinti dcli'Orgagua che ammirali avrete 
ìu quel celebre mouumeulo che ricorda gli alti 
spiriti della pisana Repubblica , e serba vive le 
glorie della pittura nascente. £ ben sterile indu- 
stria il ridirc^con nuove parole ciò che per altri 
fu detto (12), e narrar quello che cosi bene espri- 
me l'arte per cui la fama deli' opere vostre si 
propaga a tutte le nazioni, e li ionia (kl tempo. 
Sul mi appagherò di nflellcre che l’ Orgagna vi 


Digitized by Google 



215 

npiegA 6loso(ìa e ricchezza nell* invenzione, biZ‘« 
zarra fecondità nell’ idee , intelligenza nel collo- 
care le figure sul piano, energia nelle loro azioni) 
varietà cd espressione nelle teste, tali pregi in* 
somma, che volentieri gli sì perdonano quei di- 
fetti che son forse più del tempo che suoi. 
ste doti particolarmente risplendono nel nostro 
Pittore allorch’ei mostra il breve uso delle vanità 
mortali nei trionfo dì colei che le corone sor 
prende e strappa dalla fronte dei re , fugge dai 
miseri che indarno la invocano , e ogni mortale 
disegno coi termini prescritti interrompe. Ma se 
la pittura mercè dell'Orgagna avanzasse io non 
oso affermarlo : l’ insigne storico di quest’ Arto 
notò (13) che nel comporre , nelle torme , nel 
colorire cede ai seguaci di Giotto, da cui 1’ arte 
fino a Masaccio fu dominata. £ certo egli avviene 
nelle vostre discipline quello che nelle Lettere : 
un solo crea , molti imitano, e dal trionfo di certe 
massime desunte dall’esempio di questo, nasce la 
servitù dei discepoli e la tirannide delle scuole. 
A me sembra che dal confronto dell’ opinioni di 
coloro che scrissero intorno all’ Orgagna , argo- 
mentare si possa , cb’ egli nella pittura maggiore 
de’ suoi contemporanei signoreggiali da una cieca 
ammirazione per Giotto, mostrasse ingegno quanto 
originale nell’ invenzione, tanto grande nell* altre 
parti, ove si ponga mente che l’Arte allora p. r- 
goleggiava. Se le sue figure abbiano maggior no- 
biltà che quelle de’ Giotteschi, se meno taglienti 
sieno le pieghe de' suoi panneggiati , se lidie ta- 
vole appaia miglior maestro che nei dipinti a 
fresco (14), io non sono cosi dotto, o cosi ardito 
da giudicarne (15). Tornalo I’ Orgagna alla patria 
replicò con miglior disegno e più diligenza quello 
che dipinto avea nel Gainposauto pisano : la pit> 
tura è perita, ma la memoria ne vive nel Bio- 
grafo aretino. Intanto rArchileitura che i Greci 
chiamarooo di tulle l’ Arti regina e maestra , 


Digitized by Google 



216 

innamorato avea colla severa beltà dei suoi studj 
quell' ingegno che ad accrescere la loro giuria 
era nato : ma famose sventure e la grata pietà 
de’ Fiorentini, parchi allora in casa, e nel cullo 
divino pomposi , occasione gli furono di segnalarsi 
prima nella Scultura , che lo educò giovinetto al 
grande ed al bello. Dopo quella mortalità che il 
principe degl’ italiani prosatori con tanto splendor 
d’ eloquenza descrisse, si decretò che un magni- 
fico monumento attcstasse in Orsaumichele la pub- 
blica riconoscenza verso quella, che nella sua 
umiltà sovrasta a tutte le creature, e unisce al* 
r innocenza di Vergine 1’ affetto di madre. L’Or- 
gagna per la sua eccellenza neH’Arti , a questa 
impresa era già destinalo dalla fama : elettovi dai 
suoi concittadini potè Gnalmente con uno dei tanti 
suoi disegni appagarli. Àflidate in quei faticoso 
lavoro a diversi maestri le cose di mìuor conto , 
egli alle figure, ove deH’Àrle è posta la prima 
lode (16), rivolse l’ ingegno. Altri commendino 
r industre artifizio col quale uni le parti dell’opera 
in guisa, ch’ella in un sol pezzo di marmo sem- 
bra scolpita (17); e la sottigliezza dell’intaglio 
e la profusione di finiti ornamenti e la propor- 
zione e le grazie che compensano i difetti della 
maniera tedesca : io in quel 'i abernacolo loderò 
Jo scultore. Non potea essere ignoto 1’ antico a 
chi ebbe i primi rudimenti dell’Arte dal discepolo 
di Nicola Pisano : ma l’autorità dei vetusti mo- 
numenti, rari in quell’ età, né illustrali dalle fati- 
che do* dotti non era si grande che per lo studio 
di essi fosse la natura corretta , o dimenticala. 
Quindi forse può dirsi che la Scultura di quel 
tempo abbia pregi e difetti che son tulli suoi : 
r espression che vi regna nulla d’ ideale lenendo 
è da lutti sentita , perché da tulli intesa ; spesso 
vi desideri il bello, il vero non mai: il core in- 
segna a lutti quegli alleggiamenti, quegli alleili , 
e io quelle figure, come lu uno specchio, rìco- 


Digitized by Google 



217 

posciamo noi stessi. Mancherà nell’esecuzione la 
scienza, ma non il senlimento: l’Arti, come fan* 
dalle timide e innocenti non mai v’ arrischiano 
per vaghezza di pompe lo schietto candore e 
l’ingenne bellezze della nalnra. Fedele a tanta 
maestra , il nostro ArteGce espressione mantenne 
e verità nelle sue sculture condotte con quella 
facilità e sicurezza , coi sol giunge la mano 
quando obbedisce all’ intelletto. Qual’ angelico 
pudore non regna nelle sembianze della Vergine 
allor che al giusto mortale la uniscono purissime 
nozze, e qual riverenza e dignità nel volto dei 
Magi che adorano nell’ umil capanna Iddio par- 
goletto ? £ allorché la Genitrice al Tempio lo 
presenta , alla gioja , alla maestà dilTuse ncU’ispi* 
rate sembianze del parlante Sacerdote, ben fu detto 
ch’egli sente d’accogliere frale sue braccia tutto 
il Paradiso (18\ Ma nella condotta dello scalpel- 
lo e nell’ espressione degli affetti primeggiò POr- 
gagna quando nello stesso Tabernacolo in dimcn* 
sioni più grandi e mezzo rilievo rappresentò gli 
Apostoli accorsi intorno al ietto funebre della 
madre di Cristo , dir non saprei se defunta , o 
sopita. Quanti e diversi aspetti non prende nei 
loro volti il cordoglio 7 Quale scultore lieto e 
superbo non andrebbe d’aver effigiato quella figura 
che ivi colle mani giunte* e col volto dimesso 
manifesta ad uu tempo rassegnazione e dolore ? 
Ma come gareggiar possono le mie parole colla 
muta eloquenza di quei marmi? Superalo dal mio 
subbiello e pieno d’ ammirazione , vorrei, o Gio' 
vani studiosi , che la riverenza ai greci esemplari 
non vietasse che qualche volta rivolgeste lo sguar- 
do a questi splendidi monumenti dell’ingegno to- 
scano. Perdonate questo timido volo all’ amor 
della patria. ]Nei fasti di essa eternar dovea l'Ar- 
chiletlura il nome dell’ Orgagna, poiché coll’Arli 
che le sono compagne rappresentò le ricompense, 
le pene e i misteri della religione (19). Già nelle 


Digitized by Coogic 



218 

sue fabbriche Arnolfo preferita area un’ austera 
povertà al lusso de’gotici fregi, dai quali per l'in- 
nanzi erano più oppresse che ornale. Egli nel 
nostro maggior Tempio ordinò le varie parti del- 
rArchitettura in prima confuse , e con tanta so- 
lidità posò le fondamenta di questa chiesa , che 
Briinetlesco potè sopra innalzarvi quel miraeoi 
dell’Arte , cui nell’ antiche età mancava un mo- 
dello , e che paragone non teme nelle moderne. 
E Giovanni da IMsa, e Giotto, e il Gaddi, ed 
altri avean fallo prova del loro ingegno in diversi 
edilicj, nei quali se non lodi il buon gusto , li 
sorprende l’ audacia e una certa maestosa roz- 
zezza , per cui sembra ebe il genio di quell’ età 
generosamente feroce fra quelle mura pur sempre 
respiri. E quel severo carattere che fu proprio 
del secolo mantenne Arnolfo nel suo stile, co- 
struendo un Palagio ai magistrati della fioreotiua 
Kepubbiica : l’Orgagna eletto ad ornare quel loco 
ove tanta mole sorgeva, rispose coll’ industria agli 

alti pensieri de’ cittadini ; ma l’Arte al pari di 
essi ingentilita , unì per la prima volta nella log- 
gia del nostro architetto alla maestà I eleganza (20). 
Alla vista di questo portico, il più bello del mondo, 
rimane l'animo commosso, l’occhio occupalo e 
soddisfatto , 1’ unità ngn vi genera noia : e quan- 
tunque nei pilastri decorati d’ un ordine corintio 
di barbara maniera , poco il nostro Arlelice si 
discosti dallo stile de’ suoi contemporanei, pure 
le roodinalure, gli aggetti, gl’ intagli son cosi bene 
accomodali alla massa generale ^ che ne risulta 
queir armonica quiete per cui 1’ anima s’ appaga» 
Commendarono alcuni l’Orgagna, come il primo 
che adoperasse gli archi semicircolari in luogo di 
quelli a sesto acuto (21): ma se 1’ esame di mo- 
numenti anteriori al suo portico ne vieta di con- 
cedergli questa lode , mal potrà , se l amor della 
patria non m' inganna, negarsi, eh egli solo fra i 
moderui con ardimcuio felice i arco romano ar- 


Digitized by Google 



219 

rischiava nei vani di tanto straordinaria larghezza: 
Nel resistere al tempo , per quanto é dato alle 
cose mortali , è collocata gran parte della gloria 
d un architetto , e 1' opere della loro Arte legi- 
slatrice , come i governi ordinati dalla sapienza 
politica de' fondatori di repnbbliche e di regni, 
si lodano in proporzione della durata. 1 prede- 
cessori del!' Oìgagua (22) usarono una provvida 
sollecitudine nello scegliere, disporre, commet- 
tere , alternare i materiali dei loro edifìcj : ma 
la solidità non è diOìcile ove non si cerchi ad un 
tempo la bellezza. L' Orgagna mostrò il primo 
nella sua loggia quest'accordo felice, alto pre- 
ludio a quello che nell' età dappresso eseguito 
avrebbe l' immenso genio del Bruneilesco. Osser- 
vate i due grand' archi , i quali appoggiati agli 
esterni pilastri percorrono la larghezza della log- 
gia. Essi dal lato opposto non posano sul vivo 
della muraglia , ma da essa sporgendo in fuori 
s'appoggiano principalmente su due figure cur* 
vate in quell' attitudine che Dante nella sua se- 
conda Cantica espresse 

Come per sostener solaio , o tetto 
Per mensola talvolta una figura 
Giunger si vede le ginocchia al petto, 

La qual fa del non ver vera rancura. 

O amor di quella lode che nasce da superata 
diflicultà movesse l'Artista , o fosse da locale ne- 
cessità a lui tolto 1 arbitrio dell' elezione, ^23) ei 
non perdò di mira il suo scopo , e serbò una 
grandiosa leggerezza, onde in quell' edifizio, ben- 
ché velale di maschio vigore, a sorrider comin- 
ciano le grazie dcU'Arte. In tolta la costruzione 
si scorge un architetto che nell ardire non ubLlia 
le cautele, ma pur va franco e animoso , pieno 
in somma di quella fiducia che ispira ai sommi 
ingegni la coscienza delle loro forze. Quanta ac- 


Digilized by Coogle 



220 

cortezza adoperò perché la rolla iaperiore non 
fosse d’ un soverchio peso aggravala (24), e l'azione 
orizontale ne rimanesse diminuita? Con qual ar> 
tiGzio egli, non men sagace ma più cauto d' Ar- 
nolfo, assicurò la sua fabbrica dall' ingiurie dei 
cielo , e r acque raccolse , frenò c condusse nelle 
viscere della terra (25) ? Invidiò la morte ali Or- 
gagna che compita ei vedesse quest' opera che un 
epoca segna nella storia della risorta Architettu- 
ra : ma vi è nell' animo de' sommi (dubitarne la- 
sciale ai vili adoratori della sorte) vi è un pre- 
sentimento del futuro. Torquato all' ultim' ora 
vicino prevedea la fama , che malgrado i clamori 
deir invidia , l' ingratitudine delie corti e si co* 
stante malignità di fortuna , venuta sarebbe dai 
suoi scritti al secolo in cui visse. E a questo 
pensiero serenarsi io veggo quel suo pallido aspet- 
to , ed asciugarsi le lacrime in quegli occhi sem* 
pre al cielo rivolli. Tu pure, Orgagna, sotto i colpi 
di quella inesorabile le cui vittorie effigiasti, avrai 
detto : finché la patria di Dante, del Boccaccio ^ 
di Giulio, la maestra di gentile idioma e d' al* 
tissime idee sarà visitata dagli stranieri, essi pur 
volgeranno lo sguardo a quel portico, ov’ io cit- 
tadino consacrando gli ultimi giorni della vita 
alia mia repubblica , cosi augusto seggio innal- 
zava pe' suoi magistrali. Nè s' ingannava: chi bar* 
baro e tanto da non chiedere qual fu rarcbiteitu 
di quella loggia? Si, Orgagna, il tuo nome si uni- 
sce sulle labbra di tulle le genti a quello dei 
Grand: che il tuo genio nell' opere sue vaticinava^ 
a quello del Brunellesco, di Donatello , del Buo- 
narroti : il tuo edilizio, dopo tanto volger d'anni, 
non tanto è sacro alla maestà dell' impero, quanto 
alla gloria dell Arti : il popolo per cui esse na- 
cquero , sempre giura fede in questo loro Tempio 
a chi ne regge il freno e ne governa le sorti. 
Giovani egregj , se col suono di quella lode, onde 
celebriamo la memoria dei trapassali , desiar uoa 


Digitized by Google 



22 i 

■i potesse emulazione nei presenti, annoverar do* 
vremnio gli elogj frale tante fastose inutilità ai* 
r ombra della scuola da'Retori insegnate. Né io 
tenuissimo dicitore nutro la superba speranza , 
che pel mio dire questa sacra fiamma nei vostri 
petti si desti : ma vaglia almeno il ricordarvi 
quanto poveri d' csempj e di dottrina , se coi no- 
stri si paragonino , erano i tempi in cui visse 
1 Orgagna ; pure l'età più lontane ripeteranno il 
suo nome. Sarà egli vero che la mente isterilisca 
in tanta luce di sapere, in questa felice abbon- 
danza d' ogni mezzo necessario ai vostri studj, 
dalla muniiìcenza d' ottimo Principe alimentati u 
protetti? Ah rammentate che non giova bontà di 
precetti e studio di sommi esemplari senza quelle 
virtù , per cui I' animo non é vinto dall invidia, 
né addormentato dalla lode. Non dubitate , ve ne 
scongiuro, della preminenza dell’ Arti Italiane ; 
cercate fra noi le norme ed i giudici ^ qui si 
sente, altrove si dispu'a; non s' accresce , ma si 
contamina colie vantate ricchezze straniere la sa- 
cra eredità de' nostri maggiori. Concittadini del 
Vinci e dei Buonarroti calpesterete voi ia gloria 
delle vostre antiche corone? Mancava ali' opere 
nate sotto questo cielo il vanto e il pericolo di 
un esteso paragone con quelle d' altre genti , e 
P ottennero ; diede loro sulla Senna involontario 
trionfo la cieca superbia de' vincitori. Deh non si 
dica da' nostri nemici , che mentre quei sacri in- 
telletti , che qui vivi e parlanti miraste nelle 
loro immortali fatiche, altrove militando e vin* 
cendo per noi nella guerra innocente e gloriosa 
dell'ingegno compensavano l'Italia di tante sven* 
ture, adesso, come peregrini ritornati dopo lungo 
esigilo, appena ravvisino la terra natia, e gema- 
no, c rampognino coll’ esempio discepoli traligna- 
ti. Ma vani sono i miei timori : voi eccita emu- 
lazione , accende amor di patria e di lode : in 
questo giorno, in questo loco sacro ai vostri 


Digilized by Google 



m 

(rionfì, per T ambite corone che fi brillano salta 
fronte , di serbare da ogni servile oltraggio 1' an- 
tico genio delle vostre discipline inviolato, giu- 
rate. 


eio. BàTTISTi HICCOLIItt 


NOTE 


(1) iPetta loggia de' Lanzi dai soldaU tviz“ 
zeri che nei quartieri ad essa contigui ebbero il loro 
soggiorno, (r. U Osservator Fiorentino. T. F.) 

(2) È noto che, richiesto il Buonarroti da Cosimo 
I, d' un disegno per la fabbrica de' Maaisirati, gl* 
scrisse che tirasse innanzi la Loggia dell' Orgagna^ 
e con essa circondasse la piazza , perché non «i 
potea far cosa migliore. Ma quel Principe fu at- 
territo dalla spesa : e per isgomentare un P, ledici , 
e che tanto si studiava di compiacere a Michelan- 
giolo , convien credere che fosse enorme. Francesco 
Milizia nelle Memorie degli Architetti antichi 
e moderni {Parma 1J8l) dice che questa fabbrica 
avea costato 86 mila fiorinù ma io credo che questo 
Scrittore che sempre abbonda di bile e d' ingegno, 
ma sovente manca d' esattezza , confonda la Loggid 
col Tabernacolo d' Orsannùchele che importò la 
somma indicata. 


Digitized by Google 



223 

(3) Si disputa intorno al casato del nostro Ar- 
tista. Il Baldiiiucci sostiene eh' egli debba chiamarsi 
Orcagna , e non Orgagna, fondandosi sopra un 
frammento di ricordo scritto in quel tempo che si 
trovava nella Libreria Strozzi. L' Editore delle Vite 
del Vasari stampate in Roma nel 1759 contradice 
all' autorità del citato MS. rilevandone gli errori:^ 
mentre il Baldinucci ad esso appoggiato , e com- 
piacendosi delle miserie etimologiche ci uvea infor- 
mato che Orcagna significa cambiatore d' oro. Mi- 
lita contro il Baldinucci anche il P. della Valle , 
e dice d' aver veduto in una tavola d' Andrea scritto 
di sua mano Orgagna , e il Manni anch' esso sta 
pel g, onde il povero c. messo in fuga da tre po- 
tentissimi eruditi supplica qualche Grammatico dei 
nostri tempi a venire in suo soccorso , prometten- 
dogli in compenso del sonno che perdesse nel difen- 
derlo quattro copie delle Veglie piacevoli del suo 
dottissimo nemico. 

(4) V. la: Cronica di Dino Compagni^ gli An- 
nali del Muratori , e la Storia delle Repubbliche 
Italiane del medio evo scritta recentemente in fran- 
cese dal celebre Signor Sismondi. 

(5) L' Autore dell' Elogio dell' Orgagna che si 
legge nel III. Tomo dell'Opera intitolatai Serie di 
Bitratii d' Uomini illuslri toscani con elogi isto- 
rici stampata in Firenze dall’ Allegriui nel 1770, 
pone la nascita del suo encomiato verso il 1350, 
e rileva ciò dal tempo della sua morte avvenuta 
secondo il Vasari e il Baldinucci nel 1389. Ignoro 
come dall' epoca della morte si possa congetturar 
quella della nascita quando non si determini il nu‘ 
mero degli anni che un uomo ha vissuto : ma la- 
sciando da parte la nuova Logica del panegirista, 
come mai senza dare alla preposizione verso il senso 
il più lato , potrà dirsi che Orgagna nacque verso 
il 1 350 , e quel eh' è più , farsi forte della testi- 
monianza del Baldinucci, in cui si legge in bel ca- 
rattere corsivo e per consolazione dei galantuomini 


ized by Google 


224 

cAc non voU$sero annojarst\ in fronte delle sue no’- 
tizie Andrea Orgagna nato nel 1320. {V. l'edizio^ 
ne del Baldinucci del 1686). E quanto eoli dice 
in appresso si riferisce al tempo in cui VOrgagna 
fu descritto nella Compagnia dei Pittori , perché 
se il Baldinucci aoesse creduto che Orgagna fosse 
nato nel 1350, o verso il 1350, non avrebbe soggiunto: 
aiutò Bernardo l’anno 1350 a dipingere \ né in 
appresso parlando del Tabernacolo d' Orsanmichelez 
lo dié compito nel 1359; e questa data di mano 
deir Autore ancora vi si legge , come quella del 
*357 nella sua tavola dell'altare della Cappella 
Strozzi in s. Maria Novella. Quanto al tempo della 
morte dell' Orgagna rilevasi da certi Rogiti Nota- 
riali pescati nell' Archivio dal Manni che questa 
era già successa nel 1375. Nè io gli riporto anno- 
iatissimo di scrivere a manritta quella che leggo a 
mancina. 

(6) Landa da Gubbio. V. V Jstor. F. 

(7) Parlando delle porte d* Andha Pisano io 
non faccio che ripetere quella che dal celebre sig. 
Cicognara è stalo detto nel primo Voi. della sua 
Storia della Scultura ec., opera colla quale egli 
altamente provvide alla gloria dell' Arti Italiane 
e alla sua. E mi piace di rammentare queato insi- 
gue monumento,, perchè chiunque lo paragoni col 
Tabernacolo scolpito dall' Orgagna, vedrà quanto 
egli gareggiasse col suo Maestro nel rappresentare 
gli enti allegorici, e particolarmente la Speranza 
e la Prudenza , figure ammirale con tanta ragione 
dal sopra lodato ìslorico della risorta Scultura. 

(8) Chi mai crederebbe che si potesse ignorare 
da chiunque imprende a scrivere intorno alle Belle 
Arti, che l'Autore di queste porte tanto da Miche - 
langiolo ammirato è Lorenzo Ghiberti ? Pure nel 
primo Tomo del Dizionario dell' Arti del Disegno 
che Francesco Milizia estrasse in gran parte dal- 
T Enciclopedia Metodica, e fu impresso Milano 
uel t802 si legge alT articolo Scultura modernat 


Digitìzed by Google 



225 

Le porte di bronzo del Battisterio di Firenze che 
Michelaogiolo diceva che poleaiio servire per porte 
al paradiso sono attribuite al Donatello: raa Bai- 
dinacci le vuole di Luca Della Robbia. È impos- 
sibile di racchiudere in poche parole più spropositi: 
ed io li noto per avvertimento di coloro che dalla 
lettura dei Dizionarj sorgono repente maestri di 
tutto. E nel novero de' moderni scultori il nome del 
Ghiberti v' è con solenne ingiustizia dimenticato. 

(9) Discese da schiatta d' orefici insigni , poi- 
ch' egli fu figlio di quel famoso Maestro Clone che 
cesellò tanta parte dell' altare d' argento del s. Gio- 
vanni di Firenze , e fra i suoi allievi ebbe Forzare 
di Spinello Aretino , e Lionardo di Ser Giovanni 
Fiorentino autore d'insigni lavori nell'altare d'ar- 
gento di s. Iacopo di Pistoja. Non fu però Clone 
che lavorò nella testa cT argento che racchiude il 
cranio di s. Zanobi , come riporla falsamente il 
Vasari soggiungendo che questa fu tenuta allora 
per cosa bellissima che diede gran riputazione 
al suo ÀrteGce. Esaminato questo lavoro di largo 
stile per quei tempi e di non complicata esecuzione y 
vt si legge chiaramente scritto in un bel cartellino 
Andreas Arditi de Florenlia me fecit l^Cicogn.. 
Stor. della Scult. T. 1. pag. 460.) 

(10) V, Vasari Ed. di Siena del 1791. 

Òl) Così pensò il P. Della Valle nelle sue 
note alla sopraccitata edizione : il sig. Cicognara 
nel primo Tomo dell' opera mentovata ampiamente 
discute questa opinione. 

(12) La curiosità di coloro che professando^ o 
amando le Belle Arti pur veduto non hanno il 
Camposanio Pisano , può esser soddisfatta anche 
riguardo all' Orgagna dalle tavole cosi maestrevol- 
mente incise dal celebre sig. P. Lasinio y e dalle 
lettere colle quali il eh. sig- P. Gio. Basini y de-, 
scrivendo con tanta eleganza e precisione quelle 
pitture y porge al rinomatissimo sig. Gherardo De^ 


Digitized by Google 


226 

Rotti occations nelle tue ritpotte di tagaci otter» 
nazioni ttUfArti. 

(13) Lanzi nella sua Storia Pittorica, Ho se- 
guitato V opinione di esso, e del mentovato sig. De' 
Rossi parlando del merito d' Orgagna come pittorei 
se avrò errato sono almeno in Suona compagnia. 

(14) Così opina il P. Della Valle nelle sue 
note al Vasari. 

(15) Nel Vasari e in altro elogio dell' Orga~^ 
gna contenuto in un' opera intitolata Serie degli 
uomini più illustri nella pittura , scultura e ar- 
chitettura con i loro elogj e ritratti. Firenze 1759, 
vengono indicate le pitture in tavole dell' Orgagna 
che si conservano nelle chiese , e nei conventi di 
Firenze. È malagevole dopo tante mutazioni il rin- 
tracciare di tutte il destino. La Guida di Firenze 
attribuisce all' Orgagna la tavola che nella nostra 
Cattedrale ricorda le sembianze dell' Alighieri e 
r ingratitudine di Firenze in quei versi di Coluccio 
Salutati che in essa si leggono. 

(16) Lavorò unitamente al fratello., secondo il 
Vasari: il Baldinucc‘- forse per amor di brevità 
tralascia questa circostanza. V Orgagna secondo il 
Biografo Aretino prima di lavorare nel Tabernacolo 
(T Òrsanmichele avea fatto nel suo soggiorno in 
Pisa alcune sculture di marmo con multo suo 
onore nella Chiesa della Madonna sulla coscia del 
Ponte Vecchio. Quanto alle figure di marmo di 
mezzo rilievo che si veggono sulla facciata della 
Loggia de' Lanzi , il Baldinucci opponendosi al 
Vasari dice, che furono intagliate da certo Iacopo 
di Pietro circa gli anni 1368, e nella vita di esso 
lo prova con irrefragabili documenti. Convien cre- 
dere che gli accessori fossero fatti prima dell' edi- 
fizio , perchè , come vedremo in appresso , solo nel 
1374 fu decretata la compra d'alcune case, le quali 
■per la costruzione della Loggia era necessario de- 
molire. Si noti che le Virtù le quali nel portico 
architettato dall' Orgagna si veggon tuttora, non sono 


Digitized by Google 



227 

ielle come tmeriscoM il Vasari e il Baldinucci ^ 
ma sei : nell' altra figura posta sotto il Tabernacolo 
è rappresentata la Vergine. Il Milizia nelle sue 
memorie sugli Architetti, delle quali ho già fatta 
menzione , osservò esser questo Tabernacolo cosa 
piccola , e di gusto tedesco , ma mirabile per il 
lavoro e per la cura straordinaria nelle commissure 
de marmi, nelle quali non si usò nè malta , nò 
mastice, ma ramponi di rame al di dentro, e placche 
di piombo. 

(17) Il Vasari, il lialdinucci , e più di tutti 
il P. Ricca nelle sue notizie storiche delle Chiese 
Fiorentine si ferma sulle particolarità di questo 
Tabernacolo t ma, come ben si riflette dall'autore 
dell' elogio che ho citato nella nota num. 4, quello 
eh' essi ne dicono non ne dà una perfetta idea a 
chi da se stesso non l' osserva, il costo di esso 
Tabernacolo insieme con la Loggia fu di 85 mtla 
fiorini d' oro , cioè d' altrettanti dei nostri zecchini. 

(18) Son parole del sig. Cicognara. Se la sua 
storia per la meritala celebrità di cui gode ormai 
no ri fosse fra le mani di tutti, riporterei per l'intiero 
le sue osservazioni sul pregio delle sculture del- 
l'Orgagna, poiché plenum ingenui pudoris opus 
est lalcri per quos profeceris. 

(19) Avrei parlato prima della Loggia detta 
dei Lanzi , e poi del Tabernacolo d' Orsanmichele 
se fossi andato dietro al Vasari che nella vita 
dell' Orgagna scrive : Dopo si diede con tutte le 
sue forze agli studj dell’ architettura, pensando 
quando che fosse avere a servirsene. Nò lo falli 
il pensiero, poiché l’anno 1335 avendo il Comune 
di Firenze compero appresso il palazzo alcune 
caso di cittadini ec. ec. Ma dalle deliberazioni 
della Signoria che in questo Archivio delle rifor- 
magioni si conservano risulta, che le case delle quali 
parla il Vasari non furono acquistale che nel 1374 
e che nel 1377 la Loggia non era ancor terminata, 
perché fu deputato Romolo di Bianco di Firenze 



228 

pnde al sollecito compimento di questa fabbriccs 
presedesse. Queste notizie communicatemi dalyig. 
Filippo Brunetti, noto alla repubblica delle lettere 
pel suo Codice Diplomatico , pongono in evidenza 

10 sbaglio del Vasari il quale afferma, che Andrea 
Orgagna, compiuta quest'opera (cioè la Loggia) fece 
alcune pitture in tavola che furono mandate al Papa 
in Avignone, e poco poi si mise all' impresa del 
famoso Tabernacolo. E in compagnia del Vasari 
ètra l' Ammirato che pone la fondazione della Loggia 
nel 1356, ma più di tutti V Opera che ha per titolo: 

V Antiquario Fiorentino , stampata dal Cambiagi 
nel 1781, la quale c'informa cK essa Loggia fa 
fabbricata col disegno d' Andrea Orgagna nel 1282, 
vale a dire trentotto tspni avanti eh' egli nascesse. 
Possiamo ancora (fermare sulla fede degli enunciati 
documenti, che l' Orgagna non vide compiuta quel-' 

V opera cui deve maggiormente la sua celebrità, se 
pure il notaro nominato dal Manni non faceva alla 
rovescia di Gianni Schicchi. E per la gloria del- 

V Orgagna, e per conforto degli eruditi avrei vo- 
lentieri qui riportato il Decreto col quale egli sarà 
stato scelto in architetto della Loggia : ma (proh 
superi !} vi è un' interruzione nelle provvisioni della 
Signoria. 

(20) Non citerò in favore del mio asserto nè 

11 Vasari, nè il Baldinucci accusati d' esser liberali 
di superlativi coi loro concittadini, ma bensì Mengs 
giudizioso e parchissimo lodatore. Finalmente i 
Fiorentini per mezzo dell’ Orgagna incominciarono 
ad abbandonare quel deforme stile (parla di quel 
gusto d' architettura che perabuso si chiama gotico, 
e che veramente è tedesco) e Brunellesco fu il primo 
che ricondusse le menti. (Vedi le sue opere stam- 
pate in Bussano V anno 1783). 

(21) Chi amasse una folla cf esempj d'arcate 
a tutto sesto in tutti i secoli , e V unione sino di 
4ue genesi d' archi nei medesimi edifizj , e volesse 
vedere ciò essere stato indistintamente praticato 


Digilized by Googl 



... 229 

Éécóndo il capriccio , la moda , o la persuasiòrie 
degli architetti^ non avrebbe che a consultare Voperd 
del sig, D' Agincourt^ nella quale si ritrova una 
lunga serie di questi esempj singolarmente notabili 
nelle Chiese toscane del X/// secolo , nel Duomo 
d' Orvieto e in molli altri edifizj di tutte le na^ 
zioni. (Cicogn. Stor. della Scu Li. J. 1. paa. 461). 
Alcuni attribuiscono àd Orgagna gli archi semi* 
circolari della Loggia d' Orsanmichele^ dimenticando 
che fu edificata per Arnolfo^ e che Taddeo Gaddù 
anteriore al nostro architetto^ vi fece senza alterarne 
il disegno un palazzo con due volte per conserva 
delle provvisioni del grano che faceva tl popolo e 
Comune di Firenze* ( V. Vasari nella vita di Taddeo 
Gaddt), Potrei , se lo riputassi necessario^ confutar 
Vittoriosamente questa opinione^ la quale ha sita base 
in wn’ espressione equivoca di Leopoldo Del Migliore. 
(F. la Firenze illustrata)^ 

(22) Quantunque non toccassé al nostro Andrea 
di veder terminata la sua Loggia^ voglio credere che 
il suo successore per riverenza alla jamct di tanto 
uomo ne avrà interamente adottate le idee ^ molto 
più se sarà stato il suo fratello Bernardo^ il quale^ 
secondo il BaldinUcùi , gli sopravvisse , effinì molte 
tavole che alla morte di lui eran rimaste imperfette^ 
Andrea Orgagna [ebbe per maestro nella pittura 
Angiolo Gaddi ^ e lasciò molti discepoli^ irai quali 
ricordati sono dal Vasari , Mariottó suo nipote , 
Bernardo Nello di Gio^ Falconi pisano ^ è Tom^ 
maso di Matteo Fiorentino x ma il più eccellente di 
tutti fu Francesco Traini^ Prescelto V Orgagna 
alV impiego d' architetto della Bepubblicct in luogo 
di Taddeo Gaddi presedè alla fabbrica della nostra 
Metropolitana , non ostante che non si sappia ciò 
che colla sua direzione fosse fatto in questo magnifico 
1 empio. È pure suo aisegno la Chiesa di s. Mi* 
chelinò Visdomini ove dipinse a fresco il Paradiso i 
ma nella ristaurazione di questa fabbrica fatta da 
Mtchelangiolo P acini dopo il 1655 poco restai io 


230 

tredo , della sua architettura , e nulla per certo 
de' suoi dipinti : cosi può dirsi della Zecca contigua 
ulta Loggia do' Lanzi : dopoché il Vasari costruì gli 
Vfjizj^ vengo assicurato che non rimanga dell' Or’ 
gogna che un gran sotterraneo^ il quale egli ricopri 
con una volta che livella il piano della Loggia , 
elevato dalla piazza all' altezza di sei scalini situati 
unicamente nell' arco di mezzo , mentre gli altri 
vani non sono accessibili perchè chiusi da un con- 
tinuo imbasamento che loro serve di sponda. L'Or- 
gogna lavorò pure nel Duomo d' Orvieto, come ri- 
levasi nella storia di questa Chiesa scritta dal P, 
Della Valle , e dalle note da esso apposte alla 
sanese edizione del Vasari. 

(23) Forse egli ciò fece per non'^ interrompere 
con un ribattimento di pilastro, o con altro verticale 
sostegno i sedili della Loggia , che per gli usi cui 
serviva ben fu dall' Osser valor Fiorentino paragonata 
ai rostri della Romana Repubblica. Cosi probabile 
sembra al sig. Giuseppe Del Rosso professore di 
arch'itettura in questa Accademia , e celebre per 
molti suoi scritti sopra quest' arte eh' egli con tanta 
lode esercita ed insegna. Debbo alla gentilezza di 
lui quelle osservazioni e notizie architettoniche che 
intorno a si lodato monumento nelle seguenti note 
si leggeranno. 

(24) Usò per V indicato oggetto leggerissimi 
rinfianchi : quindi per sostener la copertura oriz* 
zontale che forma un piano passeggiale sopra la 
volta, costruì a uguali distanze sul dorso di essa 
piccoli muri paralleli fra loro. R pavimento della 
voltafè composto di lastroni, e in guisa che lo spazio 
posto fra (essa e la superficie messa in piano con 
detti lastroni è tutto praticabile, potendovisi discen- 
dere mediante l'apertura di alcune lapidi visibili 
sul pavimento, 

(25) Lo spirito di quei tempi esigeva di mo- 
strare una certa singolarità e un certo ingegno 


Digitìzed by Google 


231 

nello $colo dell' acque piovane^ e di mettere dell'im^ 
portanza nell' occultare i mezzi per raccoglierle e 
indi farle discendere. Il sig. Giuseppe Del Rosso 
ha il primo ^ non ha guarii scoperto il metodo che 
per quest' oggetto Arnolfo tenne in Palazzo Vecchio^ 
rinvenendo alcuni canali nell'asse delle colonne. 
Nella Loggia dell' Orgagna tutte l' acque che cadono 
sull' ampia terrazza scorrono in un canale molto 
profondo , situato nel mezzo di esse pel lato della 
lunghezza fra la volta e il piano formato dai 
lastroni sui quali si passeggia, A questo canale., 
costruito di pietre con molto artificio commesse, ab- 
baccano due altri rami simili situati sopra gli archi 
i quali intersecano la Loggia , 'e coruiotti fino al 
muro posteriore ad essa , ove sono occultati altri 
canali verticali che guidano questi scoli fino sotto 
terra. Le pietre componenti questi occulti canali 
essendosi per V età dilatate, e in parte corrose, ca- 
gionarono degl' inzuppamenti notabili nelle volte 
che misero tn qualche apprensione. Un architetto, 
deputato per conoscerne la causa, ed apporvi riparo, 
s' avvisò che d' altronde derivasse , e con lavori 
inutili e dispendiosi aggravò imprudentemente le 
volte. Il sopra lodato stg. Del Rosso ritrovò l'ori- 
gine di questo danno , e vi rimediò stabilmente col 
rivestire i canali indicati con fodere di piombo , e 
(^on un nuovo lastrico formato a guisa di grandi 
embrici di pietra con un piccolo orlo ove attestano 
le commettiture per le quali non può penetrare 
l' acqua che scorre sopra di essi . Questa pratica 
ricavata da' monumenti romani fu rimessa in uso 
la prima volta dal celebre Paoletti antecessore del 
sig. Del Rosso in questa scuola d' architettura. 
Verso la metà del secolo decorso il ricco parapetto 
di questa terrazza lavorato a traforo usci fuor di 
piombo', e minacciò di rovesciarsi sulla piazza. Si 
consultò molto dagli architetti sopra questo caso, 
ma prevalse l' opinione del Senator Gio. Battista 


Digitized by Google 



232 

JNelli, e fu eseguita. Egli armò di legname il fio* 
minato parapetto , e situati due argani nella parte 
interna della Loggia^ movendo lentamente t medesimi, 
riportò il parapetto nella sua antica situazione : 
indi V appoggiò, e lo strinse ad alcuni pali di ferro, 
come tuttora esiste. Quanto alle catene che si osser- 
vano nella Loggia dell' Orgagna, esse erano quasi 
indispensalnli in opera di tanta arditezza , e Ar- 
nolfo le avea già praticate negV% archi delle grandi 
navate del nostro Duomo. Dovea però cessarne l'uso 
dopo il risorgimento della buona architettura -, e a 
tutti coloro che professano quest' arte è nota la ri- 
sposta data dal Vignala al Pellegrini: che le fab- 
briche bene intese vogliono reggersi da se stesse^ 
e non stare attaccate colle stringhe. 


STRAVAGANZE E MASCHERATE 

DEL 

PITTORE PIER DI COSIMO 

E SUA VITA 


ifl enlre che Giorgione e il Correggio con gran- 
de loro loda e gloria onoravano le parti di Lom- 
bardia, non mancava la Toscana ancor ella di be- 
gl’ ingegni, fra i quali non fa de’ minimi Pietro 
figliuolo d’ un Lorenzo orafo ed allievo di Cosimo 
Rosselli , e però chiamato sempre e non altri- 
menti inteso che per Piero di Cosimo; poiché iil 
vero non meno si ha obbligo e si debbe riputare 
per vero padre quel che c’ insegna la virtù e ci 
dà il ben essere , che quello che ci genera e dà 


Digilizod by Google 



233 

l'essere seiuplicemeote. Qaesti dal padre, che 
vedeva nel ligiiuolo vivace ingegno ed inclina- 
zione al disegno, fu dato in cura a Cosimo, che 
lo prese più che volentieri , e fra’ molti discepoli 
eh’ egli aveva vedendolo crescere con gli anni e 
con la virtù, gli portò amore come a figliuolo, e 
per tale lo tenne sempre. Aveva questo giovane 
da natura uno spirito molto elevato, ed era mollo 
strallo e vario di fantasia dagli altri giovani che 
stavano con Cosimo per imparare la medesima 
arte. Costui era qualche volta tanto intento a 
quello che faceva , che ragionando di qualche 
cosa , come suole avvenire , nel fine del ragiona- 
meato bisognava rifarsi da capo a raccontargliene, 
essendo ito col cervello ad un’ altra sua fantasia. 
Ed era similmente tanto amico della solitudine , 
che non aveva piacere se non quando pensoso, da 
se solo, poteva andarsene fantasticando'e fare suoi 
castelli in ariaj onde aveva cagione di volergli 
ben grande Cosimo suo maestro , perchè se ne 
serviva talmente nelle opere sue, che spesso spesso 
gli faceva condurre molte cose che erano d’ im- 
portanza, conoscendo che Piero aveva e più bella 
maniera e miglior giudizio di lui* Per questo lo 
menò egli seco a Roma, quando vi fu chiamato 
da Papa Sisto per far le storie della Cappella, in 
Una delle quali Piero fece un paese bellissimo, 
come si disse nella vita di Cosimo. E perchè egli 
ritraeva di naturale molto eccellentemente , fece 
in Roma di molti ritratti di persone segnalate, e 
particolarmente quello di Virginio Orsino e di 
Ruberto Sanseverino , i quali mise in quelle islo- 
5Ì®* ®*l*’^**® ancora poi il Duca Valenliuo figliuolo 
di Papa Alessandro VI, la quale pittura oggi, che 
IO sappia, non si trova , ma bene il cartone di sua 
mano , ed é appresso ai reverendo e virtuoso 
messer Cosimo Rartoli Proposto di 8. Giovanni. 
*ece in Fiorenza molti quadri a più cittadini 
«parsi per le loro case , che &e ho visti de’moiio 


Digitized by Google 



234 

baoni, e così diverse cose a molle altre persone. 
K nel noviziulo di s. Marco in un quadro una 
Nostra Donna ritta col figliuolo in collo colorita 
a olio^ e nella Chiesa di s. Spirilo di Fiorenza 
lavorò alla Cappella di Gino Capponi una tavola 
che v’ è dentro una Visitazione di Nostra Donna 
con s. Niccolò e un s. Antonio , che legge con 
un par d' occhiali al naso che è molto pronto. 
Quivi contraffece un libro di cartapecora un po’ 
vecchio che par vero, e così certe palle a quel 
s. Niccolò con certi lustri, ribattendo i barlumi e 
riflessi l’ una nell’ altra , che si conosceva in fin 
allora la stranezza del suo cervello, ed il cercar® 
eh’ ei faceva delle cose difficili. E bene lo dimo- 
strò meglio dopo la morte di Cosimo, ch’egli 
del continuo slava rinchiuso , e non si lasciava 
veder lavorare, e teneva una vita da uomo piut- 
tosto bestiale che umano. Non voleva che le stanze 
si spazzassero^ voleva mangiare allora che la fame 
veniva , e non voleva che si zappasse o potasse i 
frutti dell’orto, anzi lasciava crescere le viti e 
andare i tralci per terra , e i fichi non si pota- 
vano mai, nè gli altri alberi , anzi si contentava 
veder selvatica ogni cosa , come la sua natura , 
allegando che le cose d’ essa natura bisognava 
lasciarle custodire a lei senza farvi altro. Reca- 
vasi spesso a vedere o animali, o erbe, o qualche 
cosa che la natura fa per istranezza ed a caso di 
•molle volte, e ne aveva un contento e unasati- 
sfazionc che lo furava lutto a se stesso, e repli- 
cavaio ne’ suoi ragionamenti tante volle , che ve- 
niva talvolta, ancorch’ ei se n’avesse piacere, a 
fastidio. Ferma vasi talora a considerare un muro 
dove lungamente fosse stato spulato^ da persone 
maiale , e ne cavava le battaglie dei cavalli e le 
più fantastiche città e i più gran paesi che si ve- 
desse mai : il simile faceva de’ nuvoli dell aria. 
Diede opera al colorire a olio, avendo visto certe 
cose di Lionardo fumeggiale e finite con quella 


Digitized by Google 


235 

dìligeo2a estrema che solerà Lionardo quando ei 
voleva mostrar V arte ; e cosi Piero , piacendogli 
quel modo, cercava imitarlo , quantunque egli 
tosse poi molto lontano da Lionardo, e dalie altre 
maniere assai stravagante , perchè bene si può 
dire eh' e’ la mutasse quasi a ciò che faceva. E 
se Piero non fosse stato tanto astratto, e avesse 
tenuto piu conto di sé nella vita eh’ egli non 
fece , avrebbe fatto conoscere il grande ingegno 
eh’ egli aveva , di maniera che sarebbe stato ado- 
rato, dot’ egli per la bestialità sua fu piuttosto 
tenuto pazzo , ancorch’ egli non facesse male se 
non a se solo nella fine, e beneficio e utile con 
le opere all’arte sua. Per la quai cosa dovrebbe 
sempre ogni buono ingegno ed ogni eccellente 
artefice , ammaestrato da questi esempi, avere gii 
occhi alla fine. 

Nò lascerò di dire che Piero nella sua gio- 
ventù , per essere capriccioso e di stravagante 
invenzione , fu multo adoperato nelle mascherale 
che sì fanno per carnovale, e fu a que’ nobili 
giovani fiorentini molto grato , avendogli molto 
migliorato e d’ invenzione e d’ ornamento e di 
grandezza e pompa quella sorta di passatempi. 
£ si dice che fu de’ primi che trovasse di man- 
darli fuori a guisa dì trionfi, o almeno li migliorò 
assai con accomodare l’ invenzione della storia , 
non solo con musiche a proposito del subbielto , 
ma con incredibile pompa d’accompagnatura di 
uomini a piedi ed a cavallo , di abiti e abbiglia- 
menti accomodati alla storia : cosa che riusciva 
molto ricca e bella, e aveva insieme del grande 
e dello ingegnoso* £ certo era cosa molto bella 
a vedere di notte venticinque o trenta coppie di 
cavalli ricchissimamente abbigliati , coi loro si- 
gnori travestiti secondo il soggetto dell’invenzione, 
sei o otto staffieri per uno, vestiti d’nna livrea 
medesima , con lo torce in mano , che talvolta 
p.issava il numero di 400, e il carro poi o trionfo 


Digitized by Google 



236 

pieno ornamenti , o di spoglie e bizzarrissimé 
fantasie: cosa che fa assottigliare gl* ingegni e dàì 
gran piacere e satisfazione a* popoli. Fra questi, 
che assai furono ingegnosi, mi piace toccare bre- 
vemente d* unOf che fu 'principale , d* invenzione 
di Piero già maturo d’anni, e non come molli 
piacevole per la sua vaghezza, ma per il contra- 
rio per una strana, orribile ed inaspettata inven- 
zione di non piccola satisfazione ai popoli ; chè 
come ne* cibi talvolta le cose agre, così in quelli 
passatempi le cose orribili , purché siano fatte 
con giudizio e arte , dilettano maravigliosamente 
il gusto umano : cosa che apparisce nel recitare 
le tragedie. Questo fu il Carro della Morte da lui 
segretissimamenle lavorato alla sala del Papa, che 
mai se ne potette spiare cosa alcuna ^ ma fu ?e- 
duto e saputo in un medesimo punto. 

Era il Trionfo un carro grandissimo tirato 
da bufoli , tutto nero e dipinto d’ ossa di morti 
e di croci bianche , e sopra il carro una Morte 
grandissima in cima con la falce in mano, ed 
aveva in giro al curro molti sepolcri col coper- 
chio ^ ed in lutti que* luoghi che il Trionto si 
fermava a cantare*, s’aprivano e uscivano alcuni 
vestiti di tela nera , sopra la quale erano dipinte 
tutte le ossature di morto nelle braccia , petto , 
rene e gambe , che il bianco spiccava sopra quel 
nero, ed apparendo di lontano alcune di quelle 
torce con maschere che pigliavano col teschio di 
morto il dinanzi e ’i di dietro, e parimente la gola, 
oltre al parere cosa naturalissima, era orribile e 
spaventosa a vedere. E questi morti al suono di 
certe trombe sorde e con suon roco e morto usci- 
vano mezzi di quei sepolcri , e sedendovi sopra , 
cantavano in musica piena di malinconia quella 
oggi nobilissima canzone : Dofor, pianto e peni^ 
tenza ec. Era innanzi e dietro al carro gran nu- 
Hiero di morti a cavallo , sopra certi cavalli con; 
diurna diligenza scelti de* più secchi e più slruU» 


237 

che si potessero trovare, con covertine nere pieno 
di croci bianche , e ciascuno aveva quattro staf> 
Aeri vestiti da morti con terce nere ed uno sten- 
dardo grande nero con croci ed ossa e teste di 
morto. Appresso al Trionfo si strascinava dicci 
stendardi neri , o mentre camminavano , con voci 
tremanti ed unite diceva quella compagnia il Mi- 
serere , salmo di David. Questo duro spettacolo 
per la novità , come ho detto , c terribilità sua 
mise terrore e maraviglia insieme in tutta quella 
città : e sebbene non parve nella prima giunta 
cosa da carnovale , nondimeno per una certa no- 
vità , e per essere accomodato tutto benissimo , 
satisfece agli animi di tutti ; e Piero , autore ed 
inventore di tal cosa , ne fu sommamente lodato 
e commendato , e fu cagione che poi di mano in 
mano si seguitasse di fare cose spiritose e d' in- 
gegnosa invenzione , che in vero per tali sogget- 
ti , e per condurre simili feste non ha avuto questa 
città' mai paragone , ed ancora in quc'vecchi che 
lo videro ne rimane viva memoria, nè si saziano 
di celebrar questa capricciosa invenzione. Sentii 
dire io ad Andrea di Cosimo, che fu con lui a 
fare quest* opera , ed Andrea Del Sarto che fu 
suo discepolo , e vi si trovò anch’ egli , che fu 
opinione in quel tempo che questa invenzione 
fusse fatta per signilicare la tornata della Casa 
de' Medici del 12 in Firenze ; perchè allora che 
questo Trionfo si fece erano esuli , e come dire 
morti che dovessino in breve resuscitare ^ ed a 
questo (iue interpretavano quelle parole che sono 
nella Canzone; 

Morti siam^ come vedete^ 

Cosi morti vedrem voi: 

Fummo già come voi sete^ 

Voi sarete come noi, ec. 

volendo accennare la ritornata loro in casa , e 
quasi come una resurrezione da morte a vita, e 


Digitized by Coogte 


238 

la cacciata ed abbassamento de’contraij loro; op> 
pure che fosse , che molti dall' effello che segui 
delia tornala in Firenze di quella illustrissima 
Casa, come son vaghi gl’ ingegni umani d* appli- 
care le parole ed ogni atto che nasce prima agli 
cOelti che seguono poi , che gli fu dato questa 
interpretazione. Certo è che questo fu allora opi- 
nione di molti, e se ne parlò assai. Ma ritornando 
all’ arte ed azioni di Piero, fu allogata a Piero 
una tavola alla Cappella de’ Tedaldi nella Chiesa 
de’ Frati de’ Servi , dov’ eglino tengono la veste 
ed il guanciale di s. Filippo lor frate, nella quale 
finse la Nostra Donna ritta che è rilevata da terra 
in un dado , e con un libro in maoo senza H 
figliuolo, che alza la testa al cielo e sopra quella 
è lo Spirilo Santo che la illumina. Né voluto 
che altro lume che quello che fa la colomba 
lumeggi e lei e le figuro che le sono interno , 
come una s. Margherita ed uua a. Caterina che 
r adorano ginocchioni , e ritti sono a guardarla 
s. Pietro e s. Giovanni Evangelista , insieme con 
s. Filippo frale de’ Servi e s. Antonino Arcive- 
scovo di Firenze ; oltre che vi fece un paese biz- 
zarro e per gli alberi strani e per alcune grotte. 
E per il vero ci sono parti bellissime, come certe 
teste che mostrano e disegno e grazia , oltre il 
colorito molto continuato: e certamente che Piero 

f possedeva grandemente il colorire a olio. Fecevt 
a predella con alcune storielle piccole molto 
ben fatte ; e in fra l’ altre ve n’ 6 una quando 
s. Margherita esce dal ventre del serpente, che per 
aver fatto quello animale e contraitallo e brutto, 
non penso che in quel genere si possa veder me- 
glio, mostrando il veleno per gli occhi, il fuoco 
e la morte in un aspetto veramente pauroso. E 
certamente che simili cose credo che nessuno le 
facesse meglio di lui , nè le immaginasse a gran 
pezzo , come ne può render testimonio un mostro 
marino , eh’ egli fece e donò al magnifico Giu- 


Digilized by Google 



239 

fiano de* Medici , che per la deformità sua è tanto 
stravagante bizzarro e fantastico , che pare im- 
possibile che la natura usasse e tanta deformità 
e tanta stranezza nelle cuse sue. Questo mostro 
è oggi nella guardaroba del Duca Cosimo De’Me- 
dici , così come è anco pur di mano di Piero un 
libro di animali della medesima sorla , bellissimi 
e bizzarri, tratteggiali di penna diligentissima- 
menle e con una pazienza inestimabile condotti, 
il qual libro gii fu donato da messcr Cosimo Bar- 
foli Proposto di s. Giovanni mio amicissimo e di 
futi’ i nostri arletici , coihe quegli che sempre 
si è dilettato e ancora si diletta di tale mesliero. 
Fece parimente in casa di Francesco Del Pugliese 
intorno a una camera diverse storie di ligure pic- 
cole , nè si può esprimere la diversità delle cuse 
fantastiche ch’egli in tutte quelle si dilettò dipi- 
gnere , e di casamenti e d’ animali e d’ abiti o 
strumenti diversi ed altre fantasie che gli sovven- 
Dono.per essere storie di favole. Queste istorie 
dopo la morte di Francesco Del Pugliese e dei 
figliuoli sono siale levate, nè so ove siano capi- 
tate. E cosi un quadro di Marte e Venere con i 
suoi amori, e Vulcano fatto con una grand’ arte 
e con una pazienza incredibile. 

Dipinse Piero per Filippo Strozzi vecchio un 
quadro di figure piccole , quando Perseo libera 
Andromeda dal mostro, che v’è dentro certe 
cose bellissime, il qual è oggi in casa del sig. 
Sforza Alineni primo cameriere dei duca Cosimo, 
donatogli da messer Giovanni Ballista di Lorenzo 
Strozzi, conoscendo quanto quel signore si diletti 
della pittura e scultura; ed egli ne tien conto 
grande, perché non fece mai Piero la più vaga 
pittura né la meglio finita di questa , atteso che 
nou è possibile veder la più bizzarra orca marina, 
nè la più capricciosa di quella che s’ immaginò 
di dipignere Piero con la più fiera attitudine di 
Perseo che ia aria la percuote con la spada. Quivi 


Digttized by Google 



240 

fra '1 timore e la speranza si vede legata Andro« 
meda di volto bellissima, e qua innanzi molto 
genti con diversi 'jiti strani sonando e cantando, 
ove sono certe teste che ridono e si rallegrano 
di vedere liberata Andromeda , che sono divine. 
Il paese è bellissimo , e un colorito dolce e gra- 
zioso , e quanto si può unire e sfumare colori , 
condusse quest’ opera con estrema diligenza. 

Dipinse ancora un quadro dov’ è una Venere 
ignuda con un Marte parimente che spogliato nudo 
dorme sopra un prato pien di fiori, e attorno son 
diversi Amori , che chi in qua chi in là trapor- 
tano la celala , i bracciali e l’altre arme di Marte. 
Evvi un bosco di mirto e un Cupido che ha paura 
d’un coniglio ; così vi sono le colombe di Venere 
e r altre cose d -uore. Questo quadro è in Fio- 
renza in casa Giorgio Vasari , tenuto in memoria 
sua da lui, perchè sempre gli piacquero i capricci 
di questo maestro. Era mollo amico di Piero lo 
Spedalingo degl’ Innocenti , e volendo far fare una 
tavola che andava all’ entrata di chiesa a man. 
manca alla Cappella del Pugliese, 1 allogò a Piero, 
il qual con suo agio la condusse al fine ; ma 
prima fece disperare lo Spedalingo , che non ci 
fu mai ordine che la vedesse se non finita; e quanto 
ciò gli paresse strano e per 1’ amicizia, e per il 
sovvenirlo tutto il dì di danari , o non vedere 
quel che si faceva , egli stesso lo dimostro , chè 
all’ ultima paga non gliela voleva dare se non ve- 
deva r opera. Ma minacciato da Piero che *gaa- 
slerebbe quel che avea fatto fu forzalo dargli 
il resto e con maggior collera che prima aver 
pazienza che la mettesse su; ed in q^uesla sono 
veramente assai cose buone. Prese a fare per una 
cappella una tavola nella Chiesa di s. Piero Gat- 
lolini e vi fece una Nostra Donna a sedere con 
ouallro figure intorno e due Angeli in aria che 
la incoronano ; opera condotta con tanta diligenza, 
che n’ acquistò lode e onore , la quale oggi s\ 


Digitizecfby Google 



241 

Tede in 8. Friano, sendo rovinata qnella chiesa. 
Fece una tavoletta della Concezione nel tramezzo 
della chiesa di s. Francesco di Fiesole, la quale 
è assai buona cosetta , sendo le ligure non mollo 
grandi. 

Lavorò per Giovanni Yespucci che stava di> 
rimpelto a s. Michele della via de’ Servi , oggi 
di Pier Salviati , alcune storie baccanarie che sono 
intorno a una .camera , nelle quali fece sì strani 
Fauni, Satiri e Silvani e Putti e Baccanti che è una 
maraviglia a vedere la diversità de’ zaini e delle 
vesti , e la varietà delle cere caprine, e con una 
grazia e imitazione verissima. Evvi in una storia 
Sileno a cavallo su un asino con molli fanciulli; 
chi lo regge e chi gli dà bere , e si vede una 
letizia al vivo fatta con grande ingegno ; e nel 
vero si conosce in quel che si vede di suo uno 
spirito molto vario c astratto dagli altri , e con 
certa sottilità nello investigare certe sottigliezze 
della natura, che penetrano, senza guardare tempo 
o fatiche , solo per suo diletto e per il piacere 
dell’ arte ; e non poteva già essere altrimenti , 
perchè innamorato di lei, non curava de’suoi co- 
modi , e si riduceva a mangiar continuamente ova 
sode , che per risparmiare il fuoco le coceva 
quando faceva bollir la colla , e non sei o otto 
per volta , ma una cinquantina , e tenendone in 
una sporta , le consumava a poco a poco ; nella 
qual vita cosi slratlamente godeva , che l’ altre 
appello alla sua gli parevano servitù. Aveva a 
noia il pianger de’ putti , il tossir degli uomini , 
il suono delle campane , il cantare de’ frati , e 
quando diluviava il cielo d’ acqua aveva piacere 
di veder rovinarla a piombo da’ tetti e stritolarsi 
per terra. Aveva paura grandissima delle saette , 
e quando tonava straordinariamente s’inviluppava 
nel mantello , e serrale le finestre e l’ uscio della 
camera , si recava in un cantone fin che passasse 
la furia. Nel suo ragionamento era tanto diverso 

16 


Digitized by Google 


242 

e vario che qualche volta diceva si bolle cose 
che faceva crepar dalle risa altrui; ma, per la 
vecchiezza , vicino già ad anni 80 , era fatto si 
strano e fantastico che non si poteva piu seco. 
Non voleva che i garzoni gli slessìno intorno, di 
maniera che ogni aiuto, per la sua bestialità, gli 
era venuto meno. Vcnivagli voglia di lavorare, e 
ner il parietico non poteva , ed entrava m tanta 
collera che voleva sgararc le mani che stessero 
ferme ; e mentre eh’ ei borbottava , o gli cadeva 
la mazza da appoggiare , o veramente i pennelli, 
eh’ era una compassione. Adiravasi con le mosche, 
e gli dava noia sino l’ombra; e cosi, ammala- 
tosi di vecchiaia , e visitato pure da qualche ami- 
co era pregato che dovesse acconciarsi con Dio; 
ma* non gli pareva avere a morire, e tratteneva 
altrui d’ oggi in domane : non eh’ ei non fusse 
buono e non avesse fede, ch’era zelantissimo, 
ancorché nella vita fusse bestiale. Ragionava qual- 
che volta dei tormenti chh per i mali fanno di- 
struggere i corpi , e quanto stento patisce chi 
consumando gli spiriti a pow a poco si muore, 
il che è una gran miseria. Diceva male dei me- 
dici. degli speziali, e di coloro cha guardano gli 
ammalati e che li fanno morire di fame ; oltre 
ì tormenti degli sciroppi , medicine , cnstcrj e 
altri martori , come il non essere lasciato dor- 
mire quando tu hai sonno , il far testamento , il 
veder piagnere i parenti , e lo stare in camera 
al buio : e lodava la giustizia , eh era cosi bella 
cosa andare alla morte , e che si vedeva tani aria 
e tanto popolo che tu cri confortato con i con- 
fetti e con le buone parole , avevi il prete ed il 
popolo che pregava per te, e che andavi cogli 
Angioli in paradiso ; che aveva una gran sorte 
chi n’ usciva a un tratto ; e faceva discorsi , e 
tirava le cose a’ più strani sensi che si potesse 
udire. Laonde per sì strane sue fantasie , viven- 
do stranamente , si condusse a tale, che una mal- 


Digitized by Google 



243 

lina fa trovato morto a piò <T una scala , l’ anno 
1521 , 0 in s. Piero Maggiore gli fu dato sepol- 
tura. 

Molli furono i discepoli di costai , e fra gii 
altri Andrea Del Sarto ebe valse per molti. Il 
suo ritratto si à avuto da Francesco da Sangallo 
che lo fece mentre Piero era vecchio, come mol- 
to suo amico e domestico ; il qual Francesco au* 
cora ha di mano di Piero (che non la debbo pas- 
sare) una testa bellissima di Cleopatra con un 
aspido avvolto al coilo , e due ritratti , 1’ uno di 
Giuliano suo padre, l'altro di Francesco Giam- 
berti suo avolo che paiono vivi. 

GIORGIO VASARI. 

LA GALLERIA DI VERRE 


DISSERTAZIONE 

Lunghi anni dopo la sua fondazione si stet- 
te Roma senza pigliarsi alcun pensiero , e senza 
trarre diletto dalle Buone Arti ; né giunse a rav- 
visarne intieramente il pregio se non di poi che 
Marcello , (1) Scipione , Flaminino , Paolo Emi- 
lio e Mummio ebbero esposto a'suoi occhi le più 
perfette e leggiadre opere dell’Arte, che si ve- 
desser mai nell’Asia , in Siracusa , in Corinto , 
nella Macedonia , neli’Acaja e nella Beozia. Ri- 
mirò essa allora di maraviglia ripiena, i quadri, 
i bronzi , i marmi , e tutte le altre cose, che so- 
gliono adoperarsi per adornamento de’ tempj , o 
delle pubbliche piazze. 

Questo spettacolo inventato già dal lusso e 
dalla magnificenza de’ Greci infuse a un tratto ne- 
gli animi de’Romani l’amore del lusso e della ma- 
gnificenza , e dapprima andarono a gara qual di 
loro facesse adorne le proprie case e in città e in 
villa più pomposamente. Il modo men reo che 


244 

osassero per giungere a questo fine si era di com> 
perare a vii prezzo cose d* inestimabile valore , 
offerendone loro opportuna occasione i paesi con* 
quistati. (2) Fino die non si corruppero i costu* 
mi y era vietato a’Guvernatori il comperare cosa 
alcuna da* popoli, al governo de’ quali erano dal 
Senato mandati. Ma quando incominciarono a can- 
giarsi i costumi , felici i popoli se altro piu fat- 
to non si fosse, che violare intorno a ciò le or- 
dinazioni della Repubblica; che cosi coloro, ch’era- 
no spediti per governare avrcbber puro avuto al* 
con limite ne’desiderj loro, e ne’ modi di sod- 
disfarli. L’avarizia (3) di alcuni Governatori rapi- 
va ogni cosa , nè si ricordava per sogno neppure 
il nome di pagamento* altri, più moderati nel lo- 
ro contegno con bei pretesti chiedevano in presti- 
to dalle città , o da’privati, le migliori cose pos- 
sedute da questi e da quelle, e se eravi pure al- 
cuno , che si pigliasse il pensiero di renderle, la 
maggior parte d’essi soleva ritenerle per se- 

Verro, accusato e convinto di concussione, 
dicea di non aver tolto, nè pigliato ad imprcslito 
cosa alcuna ; ma dì aver comperalo con grandis- 
sime ^ese tutte quelle, che si vedevano nella sua 
casa. E quali mai ivi mancavano! 1 gusti soglio* 
DO esser differenti. (4) 

Rune capii argenti splendor^ stupet Albius aere. 

Quello di Verro abbracciava tutto ; (5) oro , 
argento , avorio , diamanti , perle , statue , qua- 
dri , arredi ricchissimi ; non c’era cosa che fossa 
soverchiamente bella per lui; così casa nonsive- 
dea più superbamente adorna della sua; nei cor- 
tile e ne’giardini ogni canto era pieno di statue. 
Ma si è poi cosa ragionevole il pensare , che le 
cose più pregiate stessero chiuse nella sua Gal- 
leria. 

(6) E questa si é quella Galleria , di cui io 
ho riputato dileltevoi cosa il ragionare a quesl’Adu- 
nanza; potendo ben essa starsi al paragone di quel* 


Digitized by Googl 



245 

le che leggiamo ad ogni tratto descritte ne’ libri. 
Lasciamo Cicerone , che rende famose le primizie 
della sua eloquenza con una strepitosa accusa ; 
lasciamo che sostenga contro Ortensio, che Ver- 
te è un pubblico ladrone , e godiamo intanto di 
Uno spettacolo così convenevole a'studj nostri. 

Giusta cosa é rincominciare da Giove, la cui 
statua era una delle più osservabili che ci fos- 
sero nella Galleria di Verrc ; rappresentava essa 
Giove soprannominato (7) OYPIOS dispensaiore di 
venti propizj. Tre sole statue di Giove si conosce- 
vano con questo titolo in tutto il mondo. Una era 
nel Campidoglio, ove Quinzio Flaminino Cavea 
consacrata delle spoglie recate dalla Macedonia ; 
altra se ne vedeva in un antico Tempio fabbricato 
nel più stretto luogo del Bosforo Tracio ; e la 
terza nella Galleria di Verre, ove era stata por- 
tata da Siracusa. Questo Giove soprannominato 
da’ Greci 0YP102 , fu da’ Romani, senza riguardo 
alcuno al soprannome che avea in Grecia, chia- 
mato IMPERATORE; e beo si pud credere, che 
volendo Flaminino attribuire alla protezione de- 
glTddii i vantaggi riportali nella Macedonia, con- 
sacrasse con questo titolo quella statua di Giove, 
ch’era il frutto della sua vittoria. 

Ugualmente degna di osservazione era la (8) 
Diana di Segeste, eh* era una grande e ricca sta- 
tua di bronzo , e rappresentava la Dea velata ai 
modo delle Deità maggiori; (9) pedes vestii deflu- 
xit ad imos. Ma quantunque fosse essa cosi gran- 
de , e ravvolta in cosi maestoso panneggiamento, 
scorgevasi in rimirandola tutto il brio e tutta la 
giovani! leggerezza ; avea la faretra sogli omeri , 
nella mano diritta l’arco , e nella sinistra una fa- 
celia accesa. Solevano gli Antichi adoruare di sim* 
boli , quanto più potevano , le immagini de’ loro 
Dei per ispiegare cosi i diversi attributi di quel- 
li ; nel che fare non sempre ebbero attenzione a 
prevedere quali sconvenevolezze ne doveano poi 


Digilized by Google 



246 

seguire dal soverchio numero di tanti sìmboli. 

11 Petrarca conservò meglio il verisimile, non de- 
scrivendo mai Amore con facelle alla mano; e di 
fatto a che servir possono archi e frecce a chi ha 
una mano impedita? 

Questa statua fino daUempi più remoti era sta- 
ta posseduta da que'dì Segeste, città di Sicilia fon- 
data da Enea. Era essa il più beirornamento di 
quella città , e veneravasi colà più di qualunque 
altra. 1 Cartaginesi l'aveano un tempo rapila; ma 
passati alcuni secoli, Scipione il giovane, vinti i Car- 
taginesi, la rendette a Segeste; ed ivi fu riposta so- 
pra la sua primiera base con una iscrizione in gran- 
di caratteri , che indicava e il beneHcìo c la pie- 
tà di Scipione. Tanto più degna della nostra cu- 
riosità rendesi questa statua di Diana, quauto che 
le medaglie di Segeste non ci porgono il meno- 
mo indizio di essa. 

Due statue di Cerere erano il fiore di quan- 
te altre adornassero i tempj della Sicilia già go- 
vernata da Yerre per lo spazio di tre anni. L'una 
era collocata in Catania, Tallra in Enna; (10) cit- 
tà solite a coniare le monete loro con la impron- 
ta della testa di Cerere. 

Quella di (1t) Catania era stata sempre vene- 
rata fra le tenebre di un luogo santo , dove era 
vietalo agli nomini Tenlrare. Era ullicio delle don- 
ne e delle fanciulle il celebrare colà i mislerj del- 
la Dea. 

Degna ancora di magglorriverenza si era quel- 
la di Enna ; era questa una statua di bronzo di 
mezzana grandezza, ma di squisito lavoro. Rap- 
presentava questa la Dea con due facelle alle ma- 
ni , che indicavano quelle accese da essa al fuoco 
del monte Etna , quando iva cercando la figliuola 
rapitagli da Plotone. 

ifcgli anni di Roma 622, dopo che perPas- 
sassinio di Tiberio Gracco ebbero origine le tur- 
bolenze e i timori nella Repubblica , si pubblicò, 


Digilized by Googic 



247 

che ì tersi SibilIiDl comandavano , che si placas* 
se ia Dea Cerere: (12) Cererem piacari oportere. I 
Legali dei Collegio de'Sacerdoli si porlaroiio ad En- 
na a'piedi di questa statua, e rimasero di tal mo- 
do commossi da interna religione come se si fos- 
sero presentati innanzi alla stessa Dea. 

(13) N6 a Mercurio già mancava il suo luogo 
nella Galleria di Yerre ^ anzi era quello stesso , 
cui i Tindaritani olTerivano ogni anno i solili sa- 
grilìzj. Questa statua era cosa di gran prezzo , 
signum magnae pccuniae-^ restituita già da Scipio- 
ne il vincitore dell’Africa al culto di que’Popoll, 
le medaglie de’quali , portando impresso un cadu- 
ceo , somministrano manifesta prova della vene- 
razione in cui avean essi Mercurio. 

(14) L'Apollo era quello, che in somigliante 
modo era stato ricuperato dagli Agrigentini , ed 
era colà collocato nel Tempio d'Esculapio. Miro- 
ne famoso statuario , avea in esso posto in ope- 
ra tutta l’arte sua, anzi per rendere eterno il pro- 
prio nome , avealo impresso con piccioli caralle* 
ri d’argento sopra una coscia di quella statua, quan- 
tunque fosse vietato di così fare. Fidia , dice Ci- 
cerone (15), sapendo, che non gli era permesso di 
porre il proprio nume sopra lo scodo di Miner- 
va , trovò modo di scolpirci entro il proprio ri- 
tratto : sui similem speciem inclusit in clypeo Mi- 
nervacy cum inscribere non liceret. Io lascio pen- 
sare altrui quanto il nomedi Mirone scolpito coa- 
tro la legge in alcuna parte di quella statua, quan- 
to , dico , le accrescesse di prezzo nella fantasia 
de’ curiosi. 

(16) Del medesimo arleCcè era l’Èrcole. Avea- 
lo Yerre avuto a Messina da un certo C. Uejo , 
che fra i suoi Dei domestici possedeva quanto eravi 
di più bello e di piu singolare in quella città. 

Di là avea egli tratto ancora il Cupido di 
Prassilelc, somigliantissimo a quello, che solevasi 
andar a vedere a Xespia , Quello di Verro però 


Digitized by Google 


?48 

era già stato vedalo a Roma; e (17) Piinio Io an- 
novera fratle eccellentissirae opere di Prassitele. 

(18) Dopo queste Deità venivano leCanclorc, 
che aveano tanta parte nella pompa delle feste lo- 
ro. Si chiamavano Ganefore in Atene alcune fan- 
cinlle y che rivestite superbamente , givano nelle 
processioni solenni portando in capo, e sostenendo 
colle mani i panieri empiuti di cose destinate al 
culto degl'lddii. Tali appunto si vedevano colà ; 
eran due figure di bronzo di mediocre grandezza; 
ma così leggiadre e belle, che ben dimoslravauo 
di esser opera del valentissimo e famosissimo 
Policleto. 

Ora passiamo ad osservare le immagini di Ari- 
steo , di Peone e di Tene. (19) Quella di Aristeo 
veniva di Siracusa, ove soievasi venerare insieme 
con Bacco nel tempio isicsso. Era costui, o al- 
men credeasi che fosso , un Scmideo , figliuolo di 
Apollo e della Ninfa Girelle : rappresciitavasi in 
figura di un pastorello , e presiedeva alle cose di 
campagna, come £ dire de'greggi, delle api e de- 
gli ulivi ilvea egli insegnato agli uomini l'uso del 
latte, del miele e dell'olio. Dopo le cose accu- 
ratamente ricordate da Pindaro (20) in descrivendo 
il nascimento, Teducazione, il sapere , e la gloria 
di costui, non accade maravigliarsi, che i miglio- 
ri e più valenti maestri deH’arle si sieno studiati 
di scolpire belle statue che lo rappresentassero. 
Spesso i poeti destarono alle belle opere i pitto- 
ri e gli scultori. 

Il Peane , ovvero Peone veniva dalla stessa 
città, ma era stalo tolto dal Tempio di Escnlapio, 
con cui divideva gli onori divini. Era questi il me- 
dico degITddii , e il più beato di quanti medici si 
vedesser mai. L'austerità del volto e delle membra 
di esso facevano un bel contrasto con T Aristeo , 
che ora si può creder che fosse o come 1’ Anti- 
noo , oppure come il S. Giovambattista di Raf- 
faello. 


Digitized by Google 


2A3 

Ma più di lontano veniva il Tene; avendolo (21) 
tolto Verve in passando a Tenedo. Avea già quella 
statua fatto uu altro viaggio a Roma , dov' era 
stata esposta nel Comizio ; ma era stata poi re- 
stituita alla sua città , di cui quei Nume tcneva* 
si per fondatore ^ e dove era venerato come Dei- 
tà tutelare : Apud Tene deos sanclissimus Deus. E 
si conviene pur confessare ch’è cosa molto buona 
il sapersi conciliare il favore di un popolo intero. 
Questo Tene fu uno scellerato uomo , cb’essendosi 
reso noto nella sua patria per certi suoi disonesti 
amori con la matrigna, rifuggiossi in quella diserta 
Isola, e la rese famosa per essersi in essa ricove- 
rato , e per una città ivi da lui fabbricata: 

Tenedos (22) nolissma fama 

Jnsuìa—-- 

Pensano alcuni Antìquarj di ravvisare in al- 
cuna medaglia di Tenedo la testa di Tene accop- 
piala a quella di sua matrigna, ovvero di sua so- 
rella. 

Ma se cade dubbio , che le monete di Ti ne- 
do rappresentino la testa di Tene , non è poi co- 
sì di quella di Saffo rappresentata in quelle di Mi- 
tilene sua patria. Il singoiar suo valore nelle co- 
se poetiche l’avea resa nell’opinione de’ suoi con- 
cittadini poco dissimile agli Iddii; e perciò fra le 
Deità d’ogni sorte, che si vedevano nella Galleria 
di Verve , ammiravasi la Saffo di bronzo del ce- 
lebre statuario Silanione. Era questa statua per- 
fettamente lavorata in ogni sua parte di modo 
tbe poteasi dire con verità , che altro aggiunge- 
re non vi potesse Tartefice; cd (23) era stata tolta - 
da Vcrre dal Pritaneo di Siracusa. Racconta (24) 
Plinio , che Silanione , avendo gittato in bronzo 
la statua di Apollodoro suo confratello, uomo vio- 
lento, e che talvolta per soverchia collera mette- 
va in pezzi i proprj lavori, lo rappresentò cosi al 
vivo, che parca a’riguardanli di vedere non Apol- 
iodoro, ma la collera in propria persona: no» Ao- 


Digilized by Google 



250 

minem ex aere feeit sed iracundiam. Traendo adan- 
que esempio da questa per la nostra, giudicar con- 
> 1000 , che la Saffo di Verro non paresse già una 
poetessa, ma la istcssa Poesia, non una donna ri- 
piena di affetto , ma l'affetto istesso. (25) L' epi- 
gramma deir Antologìa sopra il ritratto di Saffo 
gli attribuisce ugualmente e la nobiltà delle Mu- 
se e le grazie di Venere. 

£ queste si erano le statue ritrovate da Ci- 
cerone in casa di Verro , quando , come suo ac- 
cusatore, vi si condusse per assicurarsi delle car- 
te di lui. Del rimanente molle e molte altre an- 
cora ne avea Terre. (26) Scio, Samo, Aspende , 
Perga, la Sicilia e il mondo tutto servito aveano 
alla sua curiosità. Diceva (27) Cicerone, che la cu- 
riosità di Verre avea costato maggior numero di 
Dei a Siracusa, di quello che le costasse d'uo- 
mini la vittoria di Marcello. Verre, alTaccoslarsi 
di Cicerone , ne avea mandale alcune a'suoi ami- 
ci, acciocché gliele custodissero, alcune altre an- 
cora ne avea donato loro, come pure a'suoi pro- 
tettori; testimonio la Slinge di Ortensio cosi nota 
por lo scherzevoi detto di Cicerone. E'già nota la 
figura della Sfinge : questa era di metallo di Co- 
rinto. Ortensio , cui era stata donata da Verre , 
la Tacca portare ovunque andava , né la perdeva 
giammai di vista; da questo si può dedurre la sin- 
goiar sua bellezza. (2b) Plinio, che racconta que- 
sto Tutto, soggiunge, ch'esscndo Ortensio c Cice- 
rone nei calore della disputa nella causa di Ver- 
re, sTuggi di bocca ad Ortensio questo motto: (29) 
tn quanto a me t io non ho giammai imparato a 
sciogliere enigmi. E pure^ soggiunse Cicerone , tu 
dovresti saperlo ; hai la Sfinge appresso di te, lo 
non so poi donde (30) Plutarco abbia tratto , che 
questa Sfinge posseduta da Ortensio Tosse d’avorio, 
conira la precisa testimonianza di Plinio e di 
Quintiliano. 

Ma il pezzo singolarissimo , e non mostrato 


Digilized by Googlc 


2"1 

da Verro ad alcono, faorchd a'saol più cari amici, 
si era la statua del Suonatore di lira , dal cui 
modo di suonare avea avuto origine fra* Greci 
questo proverbio: Il suonatore d'Aspenda, che non 
suona se non per se stesso , poiché, siccome pare* 
va , che colui che nella statua rappresentavasi , 
non curandosi di chi lo stesse ascoltando, suonasse 
solo per se stesso , così solevano paragonarsi 
a lui coloro, che soltanto del proprio particolare 
interesse si piglian pensiero. Aspenda era antica 
c famosa città della Pamhlia; Yerre avea fatto 
colà un’abbondante raccolta, ma ninna cosa ap- 
prezzava egli oltre il Suonatore di lira , ed a se 
solo riserbava il mirarlo; nel che, dicea Cicerone, 
superava I’ accortezza del Suonatore , che facea 
sembianza di suonare soltanto per se stesso. 

Passiamo ora ad esaminare gli altri pezzi, che 
non aveano già Tultimo luogo fra le cose possedu* 
te da Verre.(31)lo annovero in quest'ordine alcu- 
ne picciole Vittorie, come quelle appunto , che 
veggiamo coniate sopra le medaglie fra le mani 
delle Deità. Una fra le altre eravene bellissima 
spiccata ad Enna da Verre dalle mani di una gran- 
de statua di Cerere. Ne avea di avorio, tratte da 
un antico Tempio di Giunone eretto sopra il pro- 
montorio di Malta ; e questa probabilmente si è 
quella Giunone, che vedesi effigiata sopra le meda* 
glie puniche di quella isola. Era cosa consueta 
l’adoperare l’avorio ne’ lavori di scultura Ano da* 
primieri tempi della Grecia. (32) Omero ne fa men* 
zione, quantunque non faccia parola in luogo alcuno 
degli elefanti. Lunghi anni dopo fece Fidia in avorio 
la statua di Minerva con quello scudo maraviglioso. 
di cui leggesi la descrizione appresso Plinio. (33) Il 
vecchio Dionigi (34) non avea immaginabii riguardo 
di togliere dalle mani degl’ Idoli , che parea che 
gliele presentassero , somiglianti Vittorie d* oro : > 
Io non le lo/^o, diceva egli, io le accetto, 

(35) Un gran vaso a modo di urna , hydria « 


Digitized by Googlc 



252 

Adornaya ona magnìfica mensa di legno di cedra. 
Era questa di Boelo Cartaginese, di cui (36) Plinio 
ci ha conservata la fama colla lista delle sue opere 
più eccellenti. Era costui oltremodo valente ne1a- 
Tori d'argento , dal che dedur si può, che questa 
hydria fosse d'argento, e ciò tanto più è vcrisimile 
quanto che Cicerone fa molto caso del peso: hy-^ 
driam Boelhif manu factam^ grandi pondere. Benchó 
però bellissimo si fosse questo vaso , quello che 
gli stava allato era ancor più mirabile. Era (37) 
questo composto di un sol pezzo dì pietra preziosa 
scavata con maravìglìoso artifìcio e con singoiar 
lavoro. Era staio recato dall'Oriente, e giunse nelle 
mani di Verre insieme col ricco candeliero di cui 
ragioneremo più sotto. Non eravi famiglia in Sicilia, 
che fosse alcun poco agiata de'beni di fortuna, e 
non avesse i suoi arredi di argento per servire al 
culto degli Dei domestici. Consistevano questi io 
patere, ossieno larghe tazze d'ognì grandezza, che 
servivano per le offerte e per le libazioni, e in 
acerre o incensieri .per i profumi; ed erano tutti 
questi vasi più preziosi per il lavoro , di quello 
che si fossero per il metallo. Soltanto in rimiran- 
dogli , (38) si poteva giudicare, che le Arti nella 
Sicilia fossero giunte ad alto grado di perfezione. 
Ajutato Verre da due Greci, che s’erano dedicali 
al suo servigio, l'uno pittore, l'altro statuario, avea 
scelto, fra tante ricchezze, quelle cose, che più si 
convenivano airornamento della sua Galleria; come 
a dire, (39) coppe di figura ovale , scaphia adorne 
di figure dì rilievo , sigiUis , e d' altri lavori , 
emblematis\ vasi di Corinto sopra mense di marmo 
sostenute da' trìpodi, a modo del sacro Tripode di 
Delfo, chiamate per ciò mensae Delphicae. Se nna 
piacevano a Verro i vasi intieri , ei ne toglieva 
almeno i manichi, le picciole statue e i pezzi di 
Cesellatura in e'ssi incastrali, per servirsene poi in 
altri vasi più ricchi e meglio lavorati. 

Vi ha ad essere d'ugui sorta di cose appresso 


253 

un curioso conie Verro* Vi erano colà elmi é 
loriche di metallo corintio cesellato; grandi urne 
delio stesso metallo e lavoro; denti di elefante di 
incredibil grandezza, sopra de’ quali si leggeva in 
caratteri punici, che il Re Massinissa aveagli ri ♦ 
mandati a Malta nel Tempio di Giunone, di dove 
tolti aveagli il Capitano della sua armata navale. (40) 
Eranvi fino i foro imcnti del Cavallo del Re Erone (4i j 
phaleras.e a canto a questi, due (42) piccioli cavalli 
d’argento posti sopra due piedestalli, offerivano un 
novello spettacolo agli occhi degl’ intendenti di si 
faUe cose. Le cose antiche non abbisognano di ma- 
teria preziosa per essere ammirate , ma hanno il 
particolar pregio loro appunto nciressere antiche, 
e nell'ottimo gusto con cui sono lavorale. I vasi 
d’oro in gran copia posseduti da Verre, erano mo- 
derni, ma avea egli saputo renderli e nelle bellezze 
e nel pregio uguali agli antichi. (43) Radunò nel- 
l’antico Palagio de’Re di Siracusa tutti gli artefici 
d’ oreficeria, e lutti coloro ancora che aveano che 
• fare con quest'arte, sia per disegnar vasi , sia per 
aggiungervi adornamenti , e per lo spazio d’ otto 
intieri mesi li foce lavorare solo per sé; niun altro 
metallo adoperando, fuorché oro: cum vas nullum 
fierelnisi aureum. Consisteva la grand’arte di costoro 
ùella vaghezza del disegno, e iu una bella propor- 
zione de’ pezzi antichi che si aveano ad incassare 
ne’nuovi, staccati a bella posta da Verre da lutto 
l’antico vasellame, che gli era passato per mano. (44) 
Detto avrebbesi in vedendo que’lavori, che quelle 
dilTerenli parli erano state falle ad un tempo stesso 
per unirle appunto come si stavano; tanto eran esse 
ingegnosamente e pulitamente ordinate e connesse. 

Le tappezzerie erano fregiate con oro; moda 
inventata da Alalo Re di Pergamo. (45) Il rimanente 
degli arredi non era men prezioso, e risplendea in 
ogni canto la porpora di Tiro. Avea Verre , per 
tutto il tempo che durò il suo governo , stabilito 
nelle migliori città della Sicilia; c io Malta ancorai 


254 

no numero di operaj, i quali ad altro nonatten* 
dc?aoo fuorché a lavorare le sue suppellettili. (45) 
Tutte le lane , che s’ adoperavano in essi erano 
tinte in porpora; somministrava egli la materia , 
ma non ispendeva un quattrino nel lavoro. 

Kendesi impossibile a' giorni nostri il poter 
X sapere quali si fossero quegli antichi re , (46) ov- 
ver tiranni di Sicilia, i ritratti de'quali al numero 
de’ ventisette collocati una volta nel Tempio di 
Minerva a Siracusa, erano poi passati e posti per 
ordine nella Galleria di Verre. A gran fatica se 
ne ritrovano otto, o nove nelle medaglie di Sicilia. 
In altri quadri poi di grande antichità tratti da 
lui fuor di questo (47 1 Tempio medesimo, vedovasi 
un combattimento di Cavalleria di Agatocle, quel 
tiranno^ di Siracusa, che dalla feccia della infima 
plebe s’era sollevato alla somma potestà della sua 
patria. La testa di questo Agatocle vedovasi nelle 
medaglie. 

La porta della Galleria vedovasi riccamente 
istoriata. Avea già Verre tolta dal suo luogo , o 
recata a Roma quella del Tempio di Minerva a 
Siracnsa, la più vaga e magnifica di quante mai 
se ne vedessero in alcun tempio. Molti famosi 
autori greci ne aveano fatto menzione ne’ scritti 
loro, e tutti convenivano che fosse una maraviglia 
dell’arte ; e in vero conveniva essa ugualmente 
bene tanto al Tempio della Dea delle Buone Arti, 
qnanto ad una Galleria che racchiudeva quanto 
di più prezioso prodotto aveano le Buone Arti. 

Una bellissima testa di Medusa adorna de’suoi 
serpenti, e squisitamente lavorata, riempiva il mez- 
zo; il rimanente era coperto d’avorio scolpito con 
diversi soggetti tratti dalla favola. Virgilio nella 
> esposizione del Tempio che promette ad Augusto, 
descrive una porla in certo modo a questa rasso- 
migliante. 

(48) In forièus pugnam ex auro , solidoque 
elephanto 

Gangariduntf faciam. 


Digilizad by Google 



255 

Verre (49) inoltre avea tolto dalle porte di 
qnel famoso Tempio grossi chiodi colle teste d’oro, 
bullas aureaSj e ne avea fatto adorno l’uscio della 
sua Galleria. A’iati di esso vedeansi due grandi e 
belle statue rapite da Verre dal Tempio di Giu- 
none a Samo. E chi sa che non fossero lavoro 
di un certo Teodoro (50) di Samo, valente pittore 
e statuario ricordato da Plinio, e in qualche luogo 
da Platone ancora? 

Questa (51) Galleria inoltre era illuminata da 
molte lumiere di bronzo, ma sopra lutto da un 
maraviglioso candeliere destinato già da due Prin- 
cipi d’Orienle al Tempio di Giove Capitolino. Sic- 
come questo Tempio era stalo ridotto in cenere 
dal fulmine , e Q. Catulo facevaio rifabbricare 
più superbamente di prima , cosi i due Principi 
vollero aspettare che la fabbrica fosse terminala 
innanzi di consacrargli la offerta loro. Uno d’essi, 
che recava a Roma il candeliere, passò per la 
Sicilia , "per indi ritornarsene nella Comagene ; 
governava allora Verre la Sicilia, vide il cande- 
liere , lo ammirò , lo chiese in prestilo , e Io 
ritenne per sò. Era dono infatti degno e de’Principi, 
che divisavano di offerirlo al Tempio di Giove, e 
di quel Tempio ancora , che, trattone quello del 
vero c sommo Dio, poteva chiamarsi il più au- 
gusto luogo che ci avesse in terra: (52) Candelài 
brum e gemmis opere mirabili perfectum» 

Io mi credo cosi di aver presentalo a que- 
st’Adunanza un numero di cose antiche degnis- 
sime di essere considerale da essa almeno per 
pochi momenti. Che se pure alcun dubitasse 
della somma bellezza di que’ pezjsi , io rispon* 
derei in primo luogo , che non si può , per 
mio avviso , aver dubbio alcuno sopra di quelli, 
de’ quali son noli gli artefici , Mirone , Boeto , 
Prassilele, Silanione e Policleto. Per i rimanenti 
poi, intorno a’quali non abbiamo se non la lesti* 
mouianza di Cicerone, dirci in secondo luogo non 


256 

essersi egli potuto ingaaoare iatomo a cose, delle 
quali gli occhi di Roma tutta poteauo dar giudi- 
ciu. Sarebbesi bensì reso sospetto inloroo’a quel- 
le, il giudicar delie quali era e più difficile e di 
maggior peso. 

Ma s'intendeva egli di si fatte cose? Ei s'in- 
tendeva certamente; le sue azioni, è i suoi scritti 
bastevolmente lo provano; in quanto alle sue azioni, 
è già noto (53) con quale istanza egli pregasse Attico 
di comperargli in Atene e bronzi e marmi per la 
sua Libreria, Che se poi vogliasi giudicare del 
suo buon gusto da'suoi scritti , converrà tenerlo 
per uno de'migliori conoscitori di cose antiche. 

x> (54) Pare a me , dice egli , che Canaco , 
» nelle sue statue , abbia una maniera secca e 
» dura. Calami, quantunque duro, non lo è però 
» tanto quanto lo è Canaco. Mirane non imita la 
» natura quanto si conviene; ben'ffiè, assolutamente 
» parlando, le cose , che escono delle sue mani, 
» possano chiamarsi belle. Policteto gli avanza 
» d'assai, e, a mio credere, giunge alla perfezione. 
» Lo stesso può dirsi della Pittura: Zeusi, Poli- 
» gnoto, Timante, e tutti gli altri valenti maestri, 
» che adoperarono soltanto quattro colori , sono 
» degni di lode e pel disegno, e per i contorni; 
» ma nelle opere di Echione , di Nicoraaco , di 
» Protogene, di Apelle ogni cosa è perfetta. » 

Ed ecco il mudo con cui suol ragionare un 
buon conoscitore ; nè io debbo più oltre temere 
di sminuire il pregio delle cose da me ricordate; 
quando dirò colle parole di Terenzio , (55) che 
Cicerone fa sicurtà per me. 

Vestrum judicium fecit; me actorem dedita 
Sed hic actor tantum potuit a facundia^ 
Quantum Uh potuti cogitare commodof 

AB. rRAGVlEBL 


Digitized by Google 



257 

ANNOTAZIONI 

(1) Lucius Scipio transtulit in triumpho argen- 
ti cadati pondo MCCCCL.et vasorum aureorum 
pondo MD. an. conditae urbis 565. PI in. J. 33. p. 
72. Vide , si lubet , locum ipsum^ hoc est sect. 53. 

La donazione d'Attalo eccitò nel Popolo Ro- 
mano il diletto delle cose curiose y 

(2) Verr. 4. 7. 191. 

(3) Cic. prò domo sua. p. 395. R. S. collat, 
cum Verr. n. 4 pag. 189* Grae?. 

(4) Horat. Satyr. 4. L. 1. 

(5) Verr. 4 c. 1. 

(6) Pinacotheca. Vitruv. Plin. 

Vedi nel Vitrovio del signor Parrault la ta- 
vola posta a car. 206. per il cap. 5. del lib. 6, 
Vide Plin. lib. p. 238. quorum tabulae Pinaco- 
thecas implent. 

CJ) Verr. 4. p- 279. c. 57. 58. 

(8) Verr. 4. p. 241. 

(9) AEneid. ì, 408. 

(10) Paruta. 

(11) Fierr. 4. p. 25. 

(12) Ibid..p. 265. 

(13) Ib. p. 249. 

(14) Verr. 4. 254. 

(15) Cicer, 1. Tusc. n. 54. R. S. 

(16) Verr. 4. p. 187. 

(17) Plin, lib. 36. p. 275. 

(18) Verr. 4. p. 188. 

(19) Verr. 4. p. 279 280. 

(20) P indar. Pythion. \4. 

(21) L. 1, in Verr. p. 455. 

(22) Vide Serv. ad hunc, Vers. 

(23) Verr. 4. p. 277. 

(24) Plin, lib. 34. p, 126. 

(25) Anthol, l. 4.p. 507. 

(26) Verr, 1. p. 454. 455. 458. 459. 460. Verr, 
3. p. 9. 10. 

17 


Digilized by Google 



2S8 

(27) y»m, 4. Pf 210. 

(28) Plin- 1. 34. p. 108. 

(29) Quin^. L 6. p. 180. 

(30) Fiutare, i Cie, 

(31) Verr 4. n. 49. 50. 

(32) Omer, OcUss. d. v. 73. 

(33) Plin, Lib, 36. p. 274. 

(34) PlcU, Hip. Maj, p. 290. Cie. 3. de Hat. 
Deor. D. 121. R. S. 

(35) Verr. 4. p. 211. 217. 

(36) Plin. Ub. 33. p. 34, 75. p. 127 

(37) Verr. 4. p. 232. 

(38) Verr. 4. p. 206. 219. 

(39) Ibid. p. 221. 

(40) Verr. 4. p. 261, 

(41) De significatione hujm voeie phnleraevi" 
de Plin. lib. 33. p. 12. et noU Hard. 

(42) Verr. 4. p. 215. 

(43) Ibid. p. 225. 

(44) Ib. p. 217. 219. 220. 223. 

(45) Veri. 4. p. 203. Plin. lib. 8. eeet. 74. 
C. 33. p. 39. AUalicii jampridem aarum intexi- 
tur, invento Regum Asiae. 

(46) r«rr. ‘4. p. 228. 229 161. 

(47) Ibid. 4. p. 275i 

(43) Ibid. p. 2J4 Giustin. Ub. 22. Spanh. pag* 
252., et ex eo Mar. inSicil. Verr, 4. p.j|275. 276. 

(49) Georg. 3. 26. 

(50) Verr. 1. p 467. 

(51) Plin, lib. 34. p. 127. et Ub.%Z5. p. 237. 
Plato in Jone p, 533. A. 

(52) Verr. 4. p. 230. Ibid. n. 27. 

(53) Verr, p* 233. 

(54) lÀb. 1. ad. AU. patiim. addelejàtt. 24. 
1. 7. od Fam. 

(65) Cie. de dar. Orator. o. 35. p. 22?. R. S. 
(56) Teren. Prolog, Heavtont. 




Digitized by Google 


m 


259 

IL GABINETTO DI CICERONE 

DISSERTAZIONE 

PRESEIITATA ALLA NOBILE ACCADEMIA 
ETRUSCA DI CORTONA 


Poiché le Tnioime circostanze delia vita degli 
uomini grandi servono a darci un’ idea compita 
del loro carattere, e a giustificare la stima che 
la posterità ha concepita in loro favore , voi mi 
permetterete , o Signori , d’ intrattenervi qualche 
piccolo spazio di tempo intorno alla passione, che 
Cicerone aveva per le Belle Arti, e per le AntU 
chità. Quando fra molti famosi Genj della Gre> 
eia e di Roma , i quali hanno avuto questo me- 
desimo gusto , io prescelgo Cicerone , vi metto 
avanti agli occhi , per servirmi dell* espressioni 
di Seneca , qwW uomo che potè solo agguagliare 
col suo ingegno V estensione dell'impero del po- 
polo romano (1). Questi conquistatori dell* uni- 
verso , uel mestier della guerra coutinuamenle 
occupati , quest* arte sola conobbero a fondo , e 
quella dell* Agricoltura (2). li gusto delie Lettere, 
e delle Belle Arti venne loro solamente col lusso 
deli’ Asia e con le ricchezze dell* Oriente (3). Si 
sa quanto modesti eglino fossero per l’ avanti , 
per non dir meschini, ne* loro mobili, nelle loro 
ville, ne’ loro templi medesimi, consacrati alle 
Divinità maggiori della lor patria. Tutto vi re- 
spirava semplicità e parsimonia. Nulla vi era di 
splendido, se non loro medesimi (4}. Gli scrittori, 
della storia loro ci hanno tramandato un fallo 
curioso , concernente 1’ ignoranza che avevano 
delle Belle Arti , accaduto dopo la calebre presa 
di Corinto (5). Il console Lucio Mummio aveva 
data commissione a certi impresarj di far tra- 


Digitized by Google 



260 

«portare a Roma molte statae e pitturo , opere 
di eccellenti artefìci, conquistate sopra i nemici ; 
nel raccomandare loro la cura di questo prezioso 
bottino , li minacciò seriamente , che se le sta- 
tue ed i quadri , di cui essi s’ incaricavano , ve- 
nissero a perdersi o a guastarsi per istrada, esso 
gii obbligherebbe a farne lare de’ simili a loro 
spese (6). 

Stracchi alGne , per cosi diro , di vincere, e 
riposandosi sotto l’ombra de^ mietuti allori, sic- 
come eglino credevano di sorpassare in dignità i 
maggiori re della terra , cosi vollero imitare la 
magniGcenza de’ loro palazzi , assaporare le de- 
lizie dei loro lusso, e superarne alcuna volta lo 
splendore, o l’ostentazione. Non vi citerò su que- 
sto proposito ciò che voi di già sapete di Siila , 
di Lucullo, di Grasso, di Scauro , di Pompeo, di 
Cesare, di Marc’ Antonio , e di tanti altri. Una 
tale rivoluzione dalla frugalità al lusso eccessivo 
(ciò che par sorprendente) si fece nel corto spazio 
di quarantanni. È vero che negli ultimi tempi' 
della Repubblica molte furono le leggi pubblicate 
contro del lusso, ed in particolare la famosa Legge 
Suntuaria di Cesare Dittatore ; ma queste o fu- 
rono neglette , o molto male osservate. Si videro 
le più belle produzioni degli arteGci asiatici pas- 
sare negli ediGcj si pubblici che privati de’ ito • 
maui, e con la comparazione giudiziosa di queste 
rarità , si venne ad acquistare un gusto squisito 
universale, se ne conobbe il valore ed il merito, 
e ciaschedun volle averne. Ciò che l’oro non 
aveva potuto acquistare , la violenza ' l’ ottenne ; 
e vi fu più d’ un Yerre , che spogliò sfacciata- 
mente lo provincia di tutto ciò che avevano di 
più raro e di più prezioso in statue e pitture , 
per ornarne le proprie case e le ville (7). 

Cosi Roma ripiena delle ricchezze dell’ uni- 
verso vide nascere a gara ne’ suoi cittadini questa 
passione per i più bei pezzi di scultura e di pit* 


f 


Digilized by Google 


261 

tura de’ gran maestri dellla Grecia : passione, che 
ol trapassò sovente i limili d’ un onesto piacere , 
e che loro fu rimproverata bene spesso dai Itlo- 
sofi , e fin da’ poeti. Questo desiderio di reixiersi 
padrone del bello, questa smania d’ ottenerlo a 
qualunque prezzo, questa idea di farne tutta la 
sua occupazione , può alcuna volta addivenire 
pregiudichevole alla società ed allo stato. Certa- 
mente lo è sempre , allorcliò si allontana dalle 
regole della giustizia. Cosi devesi interpretare 
quel passo dei Paradossi di Cicerone , dove pare 
eh’ egli condanni il gusto per le curiosità (s) : 
gusto , al quale io vi farò vedere eh’ egli seppe 
dare il giusto equilibrio di moderazione c d’ af> 
fello , che elleno addimandano. 

Sembra che Cicerone non pensasse se non 
dopo i quarantadue anni di sua vita a formarsi 
una libreria , e una raccolta di Antichilà (v^). Era 
egli allora uscito con onore dalle cariche le più 
splendide della Repubblica ^ decorato di cento 
corone, acquistategli dalle sua eloquenza ne’ tri- 
bunali sul pùnto di ottenere il consolato^ opro* 
vedendo le inevitabili disgrazie che minacciavano 
la libertà di Roma, oppressa sotto il peso della 
tirannia , ben si sovvenne , che vi é nella vita 
destinato un tempo alla vecchiaja ; tempo , nel 
quale il ritiro e la quiete non sono un semplice 
consiglio, ma una pretta necessità. Penso egli 
adunque a procurarsi un sollievo per quell’ eia , 
che potesse essere di qualche ornamento e con- 
tento al suo spirito , e incominciò dal comporsi 
una biblioteca. Tito Pomponio Àttico , che da 
molti anni dimorava in Atene, città da cui egli 
aveva preso il cognome , grande amico di Cice- 
rone (10), aveva raccolta una quantità considera- 
bile di libri, della quale volle in seguilo disfarsi. 
Non eh’ egli volesse precisamente vendere la sua 
libreria , dice l’Abate Mongault nelle sue eccel- 
lenti uolQ su le Lettere ad Attico (11), poiché no 


262 

Letterato, com’ egli era, Don s* indace facilmente 
a spogliarsene ; ma si trattava di libri , eh* egli 
faceva copiare da’ snoi servi per vendere; essendo 
per vero dire, Attico nn poco inclinato ad un 
simile traffico. Quel che ei ne sia , volle Cice- 
rone approfittarsi di questa occasione , e scrisse 
al suo amico in questi termini. » Guardatevi bene 
» di promettere ad alcuno la vostra biblioteca , 
» quantunqoe troviate un buon compratore e vo- 
» glioso : poiché io fò tutte le mie piccole riserve 
» per procurarmi questo sussidio nella mia vec- 
» chiaja (12). Gli aveva di già scritto su questo 
proposito cosi. » Pensale, come me l’ avete pro- 
» messe , a compormi una bibliotcce; la mia spe* 
» ranza del piacere eh' io proverò quando potrò 
» godere deii’ ozio , é tutta fondata nella vostra 
cortesia (1 3). 

L* intenzione di Cicerone era di situare la sua 
biblioteca nella villa, eh' egli aveva vicino a Tu» 
sculo, piccola città del Lazio (14). Questa villa 
era appartenuta al Dittator Siila , e per conse- 
guenza era di già molto bella quand’ egli com- 
prolla ; ma vi fece tante aggiunte e abbellimenti 
si considerabili, che T autore àcAT Invettiva at- 
tribuita a Sallustio ci assicura, ch’egli vi aveva 
impiegato somme eccessive ; anzi pare da una 
lettera del medesimo Cicerone , ch^ egli vi ag- 
giuguesse una bella casa , eh’ era già stata del 
Cousole Catulo. (15) Colà egli soggiornava 'il piu 
delle volle con suo gran piacere, o sia per la sua 
situazione , o sia per la vicinanza di Roma. Nos 
Tusculano , die’ egli, ila delectamur , ut nobisme- 
tipsis tum denique cum illovenimus,]alaceamus 
Ed altrove : Mirum quam ipsius loci non modo 
usus, sed eliam cogitalio deleclat (17). Egli aveva, 
se non m‘ inganno, ragione. La campagna è il solo 
asilo degno delle persane studiose; l’aria pura, 
la libertà , la tranquillità , il silenzio, sembrano 
invitarcele; una libreria loro tien luogo con grande 


263 

Qson delle conrenazfoni cUtadinesche , rara* 
mente aggradevoli , e per lo più fastidiose. Non 
é dunque da stupirsi se questo savio Romano 
reiteri le sue istanze all’ amico coor' tanto calore, 
fino aiirgli, che quando vedrassi possessor de’snoi 
libri, 8> crederà più ricco di Crasso (18) e avrà 
in dispregio tutte le tenute e le possessioni del 
mondo (I9). Egli dichiara con termini ancora di 
maggior energia la voglia di acquistarli. Voglia, 
die’ egli , cAe agguaglia la noja, che ho pre$enie- 
tnente per egni altra cosa (20). Sopra di che si 
vuole osservare, che Cicerone quando iiT tal guisa 
scriveva , era più attergato di quello che coma* 
Demente si crede -, o se era nel tempo delle bri- 
ghe del suo consolato, verso I’ età di quaranlatré 
anni, ei non parlava con sincerità , dicendo che 
era annodato di tuUto. Era egli vicino di già ad 
ottenere quella dignità , unico oggetto di tutte 
le sue cure e di tutte le sue speranze -, dignità, 
che doveva metterlo alla testa della Repubblica 
con una autorità, la quale non aveva altri limiti, 
che le leggi e T immensa estenzione dell’impero 
romano. Giusto precisamente in quel tempo , 
egli aveva la mente ripiena di mille idee di go- 
verno , di dignità , di vigilanza in favor della 
patria. Ma Cicerone era , come tanti altri , più 
filosofo in parole che in fatti. 

lo quanto al gusto deciso pe* libri di cui si 
parla, ei comparisce a maraviglia nella lettera 
scritta dalla villa d* un amico suo ad Attico: 
» lo mi sazio qui, die’ egli, nella libreria di Fau- 
» sto (21)»esoggingne» Le lettere sono la mia 
» ricreazione e il mio sostentamento; ed ho più 
» caro di sedere in quel tuo sgabello posto sotto 
*> la statua d’ Aristotile , che nella Sedia Curulo 
» di questi ambiziosi (22). p Forse Cicerone parlava 
qui con più sincerità deir ordinario, poiché eschra 
appunto da una disgrazia molto sensibile: avendo 
io premio de’ servigi venduti alla Repubblica 


Digitized by Google 



264 

perduto tutti i suoi beni, e sofferto ingiù sta mio te 
un esilio. 

Ai suo ritorno però ebbe di che copsaarsi. 
Trovò che gli avanzi della sua biblioteca eran 
maggiori di quello eh’ ei si pensava (23) ^ le rac- 
colse le reliquie nella sua villa di Cavo d' Anzo, 
e si può facilmente credere, che poco tempo dopo 
la ristabilisse in quella di Tusculo. Per $oa mag- 
gior fortuna , io questo tempo medesimo un ga • 
lantuomo suo amico, chiamato Lucio Papirio Peto^ 
gii fece un regalo di tulli i libri , che un certo 
Servio Claudio gli aveva lasciato per testamen- 
to. (24) Questo Servio Claudio era al dir di Sve- 
tonio (25) un gran letterato ; così Cicerone aveva 
ragione di credere, che i di lui libri fossero scelti 
e copiosi; onde non potea tenersi dall’ allegrezza, 
e affrettandosi a renderne Attico informalo, me- 
scola il serio col piacevole , dicendo : » Ciucio 
» vostro amico (era questi procuratore d’ Attico) 
» avendomi assicurato che la legge che porta ii 
» suo nome (26) non mi proibiva di ricevere simili 
» donazioni, ho risposto, che io accetterei questa 
» volentieri ogni qual volta me la portasse. Vi 
» prego dunque , se mi amale , e se credete che 
» io vi ami, d’ impiegare i vosiri amici , clienti, 
» ospiti, liberti e servi tulli , acciocché non se 
» ne perda neppure una pagina, lo ho gran bisogno 
» de’ libri greci, che spero trovarvi , e de’ Ialini, 
» che so che vi sono, lo mi abbandono ogni giorno 
» più a questa sorta di studj , che mi ricreano 
» dalie fatiche del Foro (27). Osservate il lin- 
guaggio d’ un uomo, che ama i libri con gran 
passione : ei lo ripete in un’ altra lettera al me- 
desimo , dove gli dice : lo vi ho fallo sapere, che 
» Peto mi ha regalato tutti i libri, che gli ha 
» lascialo il suo fratello: acciocché io possa goderne 
» miò assolutamente necessaria la vostra diligenza. 
» Se voi mi amale, abbiate cura che non se ne 
» perda veruno, e che mi sieoo tutti portati: voi 


Digitized by Google 


265 

> nou potrete farmi maggior piacere: conservaicini 
» i greci , e sopra tutto i latini ^ io ve n' avrò 
» lanf obbligo, come se foste voi , che me gii 
» avesse donali (28). 

Non bastò a Cicerone di avere arricchito il 
suo Tusculano di una biblioteca di libri scelti : 
volle ancora allogarli con arte e disegno, ed ag- 
giuguervi tulli quei fregi , che esigevano da lui 
l’ opulenza ed il gusto (ino e delicato d’un Senalor 
di Roma. Crederanno alcuni , che sia ciò super- 
fluo e vano in un’ uomo di lettere ; ma costoro 
non conoscono al certo il piacere dell’ ordine e 
della simelria, il quale suol far sovente una dolce 
violenza a quei medesimi, che non hanno il co- 
stume di leggere. Io non vi parlo qui , se non di 
semplici ornali; non degli ori, degli ebani e degli 
avoi j di que’ ricchi fastosi, Agli della cieca fortuna, 
i quali hanno una biblioteca , di cui neppur co- 
noscono i titoli; ma dotti si credono, perchè vivon 
co’ do Ili, o perchè le opere loro posseggono (29). 
Tantali son costoro, che muojon di sete in mezzo 
. dell’ onde più chiare. 

L’ ornamento principale che distingueva fra 
le altre la biblioteca del Tusculano^ era un bello 
ediuzio aggiuntovi da Cicerone , e da lui chia- 
malo ora Ginnasio^ ora Accademia, l Ginnasj ap- 
presso i Greci erano pubblici luoghi, o particolari, 
ove la gioventù esercitavasi tutta ignuda alla lotta, 
e agli altri eserci/j del corpo. L’ Accademia era 
un luogo da passeggiare in Atene , ove i (llosoiì< 

f uatonìci ed ì loro discepoli disputavano per sol- 
azzo di fisica , o di morale. (Questi due nomi 
furon dappoi impiegali con indiflerenza in signi- 
lìcazioue di qualunque luogo consccrato alle scien- 
ze ed agli csercizj intellettuali. Cicerone in questo 
suo nuovo progetto prese certamente l’esempio 
dal celebre Lucullo, che in quel tempo medesimo, 
cioè dopo il suo trionfo, avendo risoluto di pas- 
sare il rimaueote della sua vita io un dolce ritiro, 


266 

c ÌD mezzo ad una corona di nomini letterati e 
spiritosi , chiamati dalla Grecia, e da Roma, fece 
ancor egli fabbricare nna biblioteca con portico 
e gallerie , ad uso delle letterarie conrersa- 
ziooi (30). 

1 Ginoasj, o Palestre erano ornati di portici 
e di statue : queste statue erano per T ordinario 
fatte a foggia di piedistallo quadrato , che dimi- 
nuendo uè’ lati, finiva io una testa di Mercurio ; 
si chiamavano fferme, o se ne deve l’ invenzione 
agli Ateniesi (31). Si mettevano io altri luoghi 
ancora , come ne' bagni , in cima alle grandi 
strade, ed altrove (32). Spesso portavano la testa 
di qualche uomo illustre , o di qualche filoso» 
fo (33) : e non di rado vedevansi cou due facce, 
r nna opposta all’altra, rappresentando Mercurio, 
e Minerva , o Mercurio ed Ercole , o Mercurio 
e l’ Amore , e allora chiamavansi Hermatkene 
Hermeracle^ Hermerote , delle quali se ne vede 
ancora in oggi appresso i dilettanti di antichità. 

Cicerone non risparmiò veruno degli orna- 
menti, che egli chiama yofivMi^n , cioò a dire , • 
che convenivano al suo Ginnasio , ed alia sua 
biblioteca. » Se voi potete , scriveva egli ad At- 
» tico , trovarmi delle rarità proprie per ornare 
» un luogo di studio, come quello che voi cono- 
» sede, vi prego di non lasciarle andare (34). Ed 
in un altra lettera gli dice: » Questa é in oggi la 
» mia passione ^ io raccolgo tutto ciò , che può- 
» adornare una biblioteca (35). Indirizzossi a que- 
sto efietto ad altri amici ancora , e fra gli altri 
a Fabio Gallo , dicendogli » lo ho costume di 
» comprare tutte le statue, che possono ornar 
» r edifizio mio fatto a foggia di paléstra (36).. 
Attico però fu il primo ad annunziargli la sco- 
pèrta da Itti fatta d' una bella statua , che ac- 
coppiava insieme le teste di Mercurio e di Mi- 
nerva. Cicerone ne provò gran piacere , e cosi’ 
glielo espresse. » Il Mercurio~Minermì di cui mi 


i 


Digitized by Google 



267 

parlate ,mi è stato carissimo ; sarà egli nn or- 
» Dameuto molto proprio della mia Accademia ;; 
» poiché i Mercurj si pongono in tutti i ì luoghi 
» d’ esercizio ^ la Minerva conviene parlicolar- 
» mente a questo , che è destinato allo studio. 
» Continuate dunque, vi prego, come me lo pro- 
» mettete , a ragunarmi la più gran quantità che 
» potete di simili ornamenti (37). E per vero 
dire , nulla era più proprio ad un luogo dove 
ragionar si dovea d'eloquenza, e di Blosona (Arti, 
alle quali presiedevano particolarmente Mercurio 
e Minerva) che una simile statua. Ateneo c'inse- 
gna, che mettevasi appresso i Greci in tutti i 
Ginnasj la statua di Mercurio con questa iscri- 
zione. A Mercurio signore delV Eloquenza (33). 

Ebbe appena Cicerone in suo potere questa 
desiderata statua , che 1' allogò nel mezzo del suo 
Ginnasio , ove ella faceva un maraviglioso effetto, 
simile allo splendore di quei scudi d'oro, che nei 
templi dedicati al Sole esponevansi (39): nella qual 
cosa egli non si allontanò dall' uso ordinario , 
espresso dai versi di Giovenale. 

Eie libros dahit , et Forulos^ mediamque 
Minervam. SaU HI. 

Volle altresì che alla sua biblioteca un listo 
o portico sì aggiuguesse , dal quale si entrasse in 
un vestibolo (40) il tutto ornato di statue di marmo 
e di bronzo , opera de' più bravi scultori della 
Grecia. Attico che dimorava in Atene era a por- 
tata di fargli simili acquisti, e Cicerone scriveagli 
spesso sopra téle articolo , e ne aspettava le ri- 
sposte con quella impazienza , che io conosco in 
più d' un antiquario ; ne sollecitava l' invio, e ne 
facilitava i mezzi tutti e le occasioni ; » Man- 
» datemi, gli die' egli, vi prego più presto che 
» potrete ciò che voi mi avete comprato per la 
» mia Accademia. Non posso dirvi quanto sia 


268 

» graadc il mio piacere , non solamente quando 
» mi ci ritrovo, ma quando ci penso (41). » La 
» sola idea , soggiugne egli in altro luogo , che 
» mi rappresenta quei Termini di marmo penlelico 
» con le leste di bronzo, de'quali mi avete scritto 
» ultimamente, mi fa di già un piacere infinito. 
» Perciò vorrei che voi faceste in maniera , che 
» questi , ed altre statue, o cose che vi parranno 
» proprie all’ oruamento del mio Gabinetto , mi 
» fossero mandate quantoprima , od in gran co- 
» pia. lo me ne rimetto alla vostra amorevolezza 
» e al vostro buon gusto. Soprattutto mandale 
» quello che vi parrà più adattato pel raioGin- 
» nasio e per la mia Loggia ^ poiché io sono 
» trasportato da tal passiono per simili rarità , 
» che io merito il vostro soccorso, e quasi forse 
» la critica altrui (42). Potea Cicerone fidarsi con 
tutta sicurezza al buon gusto di Attico ; aveva 
egli poco tempo avanti fatta fabbricare una su- 
perba villa in Epiro , alia quale egli aveva dato 
il nome di Amaltea^ poiché era piena di cécel- 
lenti cose, e squisite in ogni genere di ornamento, 
di comodità e dì lusso (43). In quanto poi alle 
statue di marmo pentciico conia testa di bronzo , 
questa era un'antica inveuzione, della quale ci 
restano ancora magnifici e perfettissimi esempli^ 
e tufo le teste di metallo che si trovano in oggi 
senza busto, certamente a questo genere di statue 
appartenevano. Il marmo pentelico era cosi chia-. 
mato da una montagna dell' Àttica , dalla quale 
cavavasi. Suida pretende che fosse così detto per- 
chè era composto di cinque diCTerenli colori (44). 

Ricevè Cicerone ancora delle statue da Me« 
gara, antichissima città deU'Attica, vicino alla quale 
era una cava di una specie di marmo, di cui non 
se ne trovava il simile in tutto il resto della Gre- 
cia. 1 popoli di questa città avevano spesso in- 
nalzato delle statue a quei, che riportato avevano 
la vittoria in que’ famosi giuochi celebrati dai 


Digitized by Google 



269 

Greci (45). Ed è mollo vcrisiraile , che quello 
provvedute da Attico fossero di questo numero, 
avendole egli avute per ventimila quattrocento 
sesterzi (46); prezzo mediocre, se si vuol credere 
a Cicerone medesimo , il quale ci assicura di 
aver veduto nc'pubblici incanti vendere una statua 
di bronzo di mediocre grandezza fino a cento 
veniitnila sesterzi (47). Non cessava dunque Ci- 
cerone di rendere grazie al suo amico : » Sono 
» stale sbarcate, die' egli, a Gaeta le statue che 
» mi avete comprate; siccome non son potuto 
» escir di Roma, io non le ho ancora vedute. 
» Ho mandato a pagar la vettura, c vi sono multo 
» obbligalo di avermele falle avere sì pronlamen- 
» te , e a così buon mercato (48). Ma la curiosità 
di questo grand’ uomo non era ancor soddisfatta, 
quindi seguita a dirgli: » Vi prego d’imbarcare 
» nella prima congiuntura , come me lo promet* 
» tele , le mie statue con gli Ermeracli , e lutto 
» ciò che voi troverete idoneo al luogo che voi 
» sapete , che io voglio abbellire , e sopraltulto 
» la Palestra, ed il Ginnasio (49)* Ed altrove: 
» Mandatemi senza esitare tutto quello che tro- 
» verete in questo genere degno del mio Gabinetto, 
» e iìdalcvi nella mia borsa (50). Tale è il lin- 
guaggio di un dilettante dotto e appassionalo ; 
nulla gli costa il danaro, quando si tratta di far 
nuovi acquisti ; e rin del necessario si priva, per 
aver di che soddisfare a questo lusso erudito. Si 
sa che un dotto prelato di casa Strozzi volendo 
comprare a Roma un’ antica pietra intagliata di 
una bellezza straordinaria , perchè da altri non 
gli fosse tolta, lasciò al venditore in pegno la sua 
carrozza c i suoi camalli , e tornossene a casa a 
piedi, sovrammodo contento dell’ acquisto delia 
sua anticaglia. 

Ma mi si dirà: perchè Cicerone non faceva 
egli lavorare lo statue dagli scultori del tempo 
suo in mezzo di Roma? Avrebbe con ciò beu piu 


270 

presto soddisfelto alla sua tmpazienxa. Egli è fo- 
cile di ricoDosceme la ragioae: ad aa uomo, come 
Cicerone, troppo era noto il merito de’grao prò* 
fessoti della Grecia ; e noi ancora sappiamo dalle 
notizie tramandateci dagl* istorici , che quantun- 
que al tempo di Pompeo e di Cesare vi fossero 
a Roma pittori , e scultori , non ostante ri man* 
cava mollo, eh* eglino agguagliassero la perfeziona 
dell* arte che si ammirava io que* gran maestri , 
che lungo tempo avanti avevano tanto superio- 
reggiato in Atene. Solo nel tempo dell* impero 
d* Augusto avvenne, che le Belle Arti , le quali 

E er tolto seguitano le tracce del destino delle 
.ettere, e regnano solo nelle corti di principi ge« 
nerosi e benefici , si stabilissero in quella capi- 
tale del mondo; e quivi allora pervennero ai più 
allo grado di perfezione. 

lo quanto poi al gusto delicato , e al Gno 
discernimento , che aveva Cicerone in materia di 
scultura e di pittura , non mi sarà difficile di 
provarvelo. Non voglio altra testimonianza che 
quella , che si legge ne* suoi scritti 'nedesimi : 
» Io trovo, die* egli nel suo libro de*celebri ora- 
» tori , che Canaco è nelle sue statue secco e 
» duro più di quel che conveoga all’ lir dazione 
» del vero. Calamide bench’abbia lo stesso difetto, 
» è un poco più tenero di Canaco. Mirane non 
» entra ancora abbastanza nel vero, benché niuno 
» si può vergognare di chiamar belle le opere 
» sue. Ma più beile certamente sono quelle di 
» PolicletOi e se io non m* inganno, hanno già 
» toccato il segno della perfezione. Lo stesso ac- 
» cade nella pittura. Zeusi, Poiignoto , limante , 
» e quegli altri buoni artefici, che non hanno im- 
» piegato se non quattro colori , son degni di 
» lode nella parte del disegno e de* contorni; 
» ma in Eckione^ Nicomaco , Prologene , Apelle , 
» tutto è maraviglioso e perfetto (51). Egli aveva 
dunque vedute, considerate ed esaminate le opere 




Digitized by GoogU 



271 

di questi grand* nomini, e ne dara nn gindizio 
giusto e da conoscitore, quale appunto ne avrebbe 
potuto dare Rafiaello , o Micbel*Angelo , se fos- 
sero vissuti in que* tempi. 

Allorché un virtuoso, a forza dì studio, di 
buoni libri e di giudiziose riflessioni sa farsi un 
simile capitai di buon gusto, è a lui permesso di 
chiamarsi Antiquario. Ma senza di questo , mal- 
grado le sue gran raccolte, si può con Cassiodoro 
chiamare altrettanto statua, quanto le statue che 
egli va comperando (52). \ 

Mi si replicherà per avventura, che Cicerone 
Istesso ne* suoi paradossi sembra disapprovare 
questo genio per le pittore e per le sculture degli 
antichi: » Un quadro d*Echione, die* egli, o una 
» statua di Policleto vi mettono quasi in estasi 
» per lo stupore. Io non vi domanderò di dove 
» le avete cavate , e come ne siate addivenuto 
» possessore; ma quando vi veggo strabilire e get- 
» tar grida di gran maraviglia, io son tentato di 
9 credervi uno schiavo vile di tutte queste ba- 
li gattelle. E che? non son elleno queste cose gio- 
» conde? SI certo ; poiché noi ancora abbiamo 
» per loro occhi eruditi ; ma per vero dire , si 
» vuol considerarle non come catene di uomini 
» savj, ma come baiocchi di fanciullini (53). Si si' 
gnori ; questi è Cicerone che parla; ma Cicerone 
che si picca di filosoGa, Cicerone che è alla testa 
deila Repubblica, Cicerone Analmente di politica 
ridondante. Ci non si era scordalo che nel libro 
suo delle leggi (53) aveva con una specie di sot- 
til vanità esaltata la mediocrità della casa del- 
1’ Avolo suo ; onde qui nasconde con arte la sua 
passione, che poi non ha diflìcoltà di scoprire in 
particolare ad Attico suo conGdente : gli basta di 
mettersi al coperto dalla critica fastidiosa del volgo; 
onde accumula io segreto quel eh’ egli biasima 
in pubblico. Nel sostenere il sistema .de’ Stoici , 
pretende 1* nomo libero da ogni servitù e iodif* 


Digitized by Google 



272 

ferente per ogni cosa. E an Seneca, che declama 
contro r amor delie ricchezze nel tempo medesi* 
mo che con maggiore avidità le raguna. Puerile 
in vero e ridicola ipocrisia! Noi abbiamo veduti 
nel secolo passato, e ne veggiam nel presente , 
uomini gravi ed illustri , incaricati de' piu aiti 
alTari di stato, occupati nel governo delia Chiesa, 
ricrearsi in seno della bella antichità, e fra le de* 
lizie della culta letteratura senza scrupolo, nè ver- 
gogna. Potrei addurvene degli esempj, se non cre- 
dessi di fare ingiuria alla loro modestia. 

Dall' altro canto credo , che voi siate ben 
persuasi , che lo studio delle antichità può rea* 
dersi in mille rincontri giovevole e vantaggioso 
alle arti tutte, e all'eloquenza principalmente. 
Che uso non ne fece egli nel Foro il nostro ro- 
mano Oratore? Basta leggere le sue orazioni contro 
di Verre per esserne convinti, e vedere come 
egli fa risaltare tutte le sue cognizioni antiquarie; 
com' egli piange amaramente l’ estorsioni , le ro- 
vine , le dissipazioni degli antichi monumenti, che 
quei Pretore , o per dir meglio , quel ladro pub- 
blico aveva fatte in Sicilia. Descrive egli con sua 
gran compiacenza le cose rare, che sparse vedevansi 
da pertutto in quell' isola, e con la sua stima più 
preziose le rende. Nelle sue Tusculane poi , che 
allegrezza, che contento non manifesta egli per 
la fortunata scoperta da lui fatta del sepolcro di 
Archimede I Questo ha troppa connessione con 
quello che io vi ho detto Cuora di lui , per nor. 
ridurvelo a memoria più specialmente, ponendovi 
davanti le sue medesime espressioni, degne certa- 
mente della vostra attenzione. 

» Nel tempo, die' egli, che io era Questore 
» in Sicilia la curiosità mi spinse a far ricerca 
» del sepolcro di Archimede, lo lo ritrovai, non 
» ostante i bronchi e le spine , dalle quali era 
» quasi del tutto coperto, e malgrado riguorauza 
» de' Siracusani , che volcan sostenermi che io 


Digitize^ by 


273 

j> facera inatilmente nna tàl ricerca , e che essi 
» non avevano questo monumento appresso di loro. 
» Io però sapeva a mente certi versi senarj, che 
a> mi erano stati dati per quelli che erano scoi* 
» piti su quella tomba, e ne' quali era fatta inun- 
» zione di una figura sferica e di un cilindro , 
» che dovevano parimente vcdervisi. Essendo io 
» dunque un giorno fuori delia porta che con- 
» duce ad Agragas, e voltando gli occhi diligen* 
» temente per tutte le parti, mi accorsi che fra 
» un gran numero di sepolcri che sono in quel 
» luogo, spuntava una colonnetta un poco piu 
» alta degli sterpi e bronchi che la circondavano, 
» e vi notai la figura appunto di una sfera e di 
» un cilindro. In un tratto voltandomi a' princi- 
» pali delia citta che erano meco , dissi loro , 
» che mi pareva di vedere il sepolcro di Archi- 
» mede. Furono subito spediti uomini che sbro- 
» gliarono il luogo con falci, e ci fecero la via , 
» sicché accostandoci, vedemmo l’inscrizione, che 
» durava ancora , benché la metà de' versi fosse 
» quasi distrutta dal tempo. In questa maniera la 
» maggior città della Grecia, e che era stata an- 
» ticamente la più florida nello studio delie Lettere, 
» non avrebbe mai saputo il tesoro che possedeva, 
» se un uomo di Arpiuo non fosse stalo da loro 
» per iscoprire il sepolcro d'uno de'suoi cittadini, 
» cosi famoso per giustezza di mente e peuctra- 
» zione di spirito. 

Kitorno al Ginnasio e al Gabinetto di Cicero- 
ne. Fra i rari ornamenti, ch’egli aggiugner voleva 
al vestibolo della sua Biblioteca , aveva pensato 
d’incastrare ne’ scompartimenti delle soffitte , che 
erano di stucco, de’pezzi di scultura a bassorilie- 
vo ; ordinò dunque ad Attico amico suo di farli 
fare in Atene, o di trovarli belli e fatti di una 
medesima misura (55). Gli domandò ancora due Al- 
tari scolpiti con piccole figure per mettersi nel 
mentovato vestibolo, lo così spiego quel passo 

18 


Digilized by Google 


274 

della sua lettera, che ha tanto imbarazzato i com- 
mentatori. Alcuni di essi hanno creduto, che per 
Puiealia sigillata duo , si dovesse intendere due 
coperchi da pozzo scolpili in basso rilievo (56). 
Eglino si appoggiano invano suirautorità di Cice- 
rone medesimo, il quale in una delle sue Orazioni 
contro di Verre ha rammentato Scyphos sigillatosi 
e su quella di Giovenale, il quale nomina T Ar- 
gentum vetus , et stantem extra pocula caprum , e 
di Ovidio nelle Metamorfosi, che loda Cratera al- 
tius extantem signis. Tolto questo non fa nulla 
contro la mia spiegazione. 1 Puteali non erano 
certamente altra cosa che Altari: chè ornamento 
ridicolo sarebbono stati per un vestibolo di Bi- 
blioteca due Pozzi con coperchi scolpiti? L’imma- 
ginarselo solo è fare ingiuria al buon gusto di 
Cicerone. Non è egli più giusto e più naturale 
1’ aver ricorso in questa occasione ad una nota 
Medaglia battuta in tempo d’ Augusto (57) , nella 
quale sta scritto Puteal Scriòoniiì 

Per la spiegazione di questa Medaglia fa di 
mestieri osservare, che quasi lotti gli Anliquarj si 
sono ingannati volendo trovarci un’allusione al fa- 
moso Puteal fabbricato da NaoiOi a piè del quale 
ei sotterrò il suo rasojo e le sue pietre^ islrumenli 
che gli avevano servilo per fare quella bella prova 
che passò per uo miracolo appresso que’primi Ro- 
mani (58). Ma in tempo di Giulio Cesare un tal 
monumento era di già stato distrutto da certi sol- 
dati in congiuntura di farsi i giuochi de’Gladiatori; 
ed in tempo di Augusto se n’cra di già perduta 
ogni memoria (5t)). Quel eh’ ei ne fosse , egli é 
certo che il Puteal Scribonii Ltòonis non era altro 
se non un’Ara o Cappellina (59) e noi ne abbiamo 
una esatta descrizione ne’Frammenli di Pesto. » Il 
» Puteal di Scriboiiio, dic’egli, era posto davanti 
» il Portico del Tempio di Minerva. Scribonio , 

» ch’ebbe la commissione dal Senato di far ricerca 
» delle auliche Cappelline tocche dal foliniDc, fece 


Digitized by Goògle 



275 

» fabbricare questa qui, uel luogo dorè ve n’era 
» stata altre volte una, sopra della quale si dice 
» chi^ vi era caduto il fulmin del cielo; e perchè 
V s'ignorava in che parte di quel luogo fosse stato 
» seppellito il fulmine; la qual cosa quando si sa, 
» è gran peccalo il cuoprire quel luogo, ma vi si 
» fa un'apertura nel centro dell'Ara , dalla quale 
» si scuopre il cielo. » Questo passo di Pesto è 
stato differentemente letto e spiegato da altri; ma 
mi pare che possa dedursene chiaramente , che 
gli Altari fabbricati sopra il luogo tocco dal ful- 
mine erano incavati, traforati, ed aperti nei centro 
perpendicolarmente; che questa forma d'altari alzati 
dalla superstizione degli Auguri aggradisse e fosse 
trovata assai gentile; onde molti ve ne fossero da 
poi nella città di Roma, facendo Sesto Rufo men- 
zione di un Quartiere nella Regione settima dove 
si vendeva questa specie di Are, e chiamavasi Kt- 
cus Putealium ; lo che è più probabile di quello 
che sia il credere, che fessevi in Ruma una strada, 
dove altro non si vendesse che coperchi da Poz- 
zo (61). Questo mi par sufficiente per prova che i 
Putealia sigillata addiraandati ad Attico da Cicerone 
altra cosa non erano, se non due Are di rappre* 
sentanza, vuote al di dentro e scolpile al di fuori, 
fatte per esser poste ne'due lati del vestibolo della 
sua Biblioteca- 

Oltre gli ornamenti esteriori prese Cicerone 
ancora gran cura che l’interiore del suo Gabinetto 
corrispondesse alla dignità di un Consolare ; cosi 
servissi egli a quest effetto di tre valent’ uomini 
procuratigli da Attico, i quali satisfecero maravi- 
gliosamente alla loro commissione. Uno di essi era 
un dotto Grammatico uomii-ato iiranniune , del 
quale io non so dirvi se fosse il medesimo , che 
lu in seguito precettore del nipote di Cicerone e 
maestro di Strabono il Geografo, parlandosi di lui 
in Plutarco (62). Costui fu dunque incaricato del- 
l’ordiine e della disposizione de libri; cosa che ri* 


Digitized by Google 



276 

corca piu giudizio di quello che comuoementq si 
crede: Gli altri due , uno chiamarasi Dionisio , e 
l'altro Menofilo^ i nomi de'quali denotano bastan* 
temente la loro origine greca, e la loro condizione 
di Servi o di Liberti. Noi sappiamo da Cornelio 
Nepote, che ha scritto la vita lii Attico, che quel- 
l'uomo dotto aveva la sua casa piena di domestici 
virtuosi, de'quali gli uni erano lettori , e gli altri 
copisti o lìbraj , sicché non vi fosse neppure un 
lacchè, il quale non sapesse fare molto bene l’uno 
e l’altro di questi mestieri (63). Si parla ben spesso 
nelle lettere ad Àttico di un precettore del giovine 
Cicerone (64), ed è chiamato uomo maravigiioso : 
era egli Liberto di Attico (65); ma io lo giudico 
diflereute da quello , di cui qui si tratta. Questi 
due artisti erano del numero di coloro che chia- 
mavansi Pictores et Glutinatores , cioè che dipin- 
gevano le scansie de’Gabinetti, e sopra a ciaschedun 
libro che allogavano, mettevano le sue cartelline. 
Fu Cicerone così contento dell’ opera loro , che 
scrìvendone al suo Amico non ebbe tema di dire, 
Che eglino avevano resa l'anima e la vita alla sua 
Casa (66) soggiugnendo: nihil venustius quam illa 
tua pcgmala postquam Sitlgbis libros illustrarunt 
valile (67).In proposito di questo passo, noi troviamo 
i commentatori in gran dìsputa fra di loro sulla 
parola SiUgbis, la quale era stala ripetuta in una 
lettera anteriore a questa (68). Hanno voluto mu- 
tarla in Syttabis, per disegnare le coperte fatte di 
pelle di capra (69). Ma non bi.sogna giudicare della 
forma de’ libri degli antichi da quella de’ nostri. 
Non legavano essi i fogli insieme come facciamo 
noi, ma grincollavano uno appiè dell’altro , e ne 
facevano un solo rotolo, che chiamavano volume 
o volvendo, perchè si arrotolava o avvolgeva, onde 
non avevan bisogno di altra coperta, quando que- 
sta non fosse qualche specie di stuccio. 11 (ìrevio 
ha stimalo meglio mutare la parola Sitlgbis ìu 
SyllibiSf la quale egli spiega per Etichette u Car- 


:''ztd i;y CjOO ’Ic 


277 

telle^ mésse a tergo de’iibri per notare le materie 
e gli autori (70). L’ Abate Mongauli passa molto 
leggiermente sopra di questo, dicendo : » Io non 
» mi fermerò ad esaminare se bisogni leggere Syl~ 
» tibiSf o Sittyòis. Ognun sa che queste due parole 
» signiGcano quasi la medesima cosa, cioè a dire, 
» la coperta de’ libri, o le strisele di pelle sopra 
» delle quali si scrivevano i titoli. » Ma la coper- 
ta e le cartelle sono elleno la medesima cosa? Mi 
sembra che polevasi molto meglio ricavare la de* 
cisione della questione da Cicerone medesimo, se- 
guendo la correzione immaginala dal Grevio. » Io 
» vorrei ancora , die’ egli ad Attico , che voi mi 
» mandaste due de’ vostri librarini per lavorare 
» sotto di Tirannione ad incollare i libri. Voi di- 
3> rete loro di portare di quella cartapecora lina, 
y> di cui si fa uso per mettere l’ etichette, le quali 
» voi altri Greci chiamate , se non m’ inganno , 
j» Syllaòus (71). » Non è egli evidente che dopo che 
Tirannione aveva disposto i libri per materia, gli 
abbisognava gente che mettesse con proprietà delle 
cartelline [Syllabus) a ciaschedun volume? Questo 
è quello che Cicerone ha chiamato poco sopra , 
Libros illustrare^ far conoscere i libri. Ma di questo 
abbastanza e forse un poco troppo, trattandosi di 
minuzie grammaticali. 

Dopo tutto quello che vi ho esposto intorno 
alle magniticenze della Villa Tusculana e del 
Gabinetto di Cicerone , voi non avrete dillicolta 
di credere , che ciò gli costasse somme immense 
di danaro, per le quali egli fosse quasi abissato 
da debiti. » lo son contentissimo , dic'egli al suo 
» caro Attico, della mia Villa Tusculana, se non 
» che io mi sono caricato di debiti per fabbricai - 
» la ; queU’io che già una volta ho impedito il 
» fallimento generale della Repubblica. » Vi c nel 
resto uno scherzo di parole che non si può tra- 
sportare in italiano, c che mi do ad intendere che 
non valesse multo in latino (72). Nou ostante pe* 


Digitized by Google 


278 

rò una sì fatta spesa, e malgrado rimpazieoza che 
egli aveva avuta di terminar qacsta Villa , e a 
dispetto de*bei progetti di riposo e di Glosofìa di 
cui vi ho sopra parlato , Cicerone scrisse negli 
ultimi tempi : Che mi si racconci la Villa For- 
miana , io ho intieramente proscritta la Tuseu- 
lana (13). 

Non devesi però tacciare di leggerezza que* 
sto grand’uomo senza sentire le sue ragioni. Egli 
parlava io tal guisa dopo di essere stato richiama* 
to alla patria dal suo celebre esìlio. I furori di 
Clodio avevano nella sua assenza tutto distrutto : 
era stata rasa la sua casa di Roma , e tutte le 
sue case di campagna erano state quasi intiera* 
mente abbattute. Il Senato ordinò che la prima 
fosse rifabbricata , e le altre risarcite a spese del 
tesoro della Repubblica. Fu d’uopo perciò dì ve- 
nire ad una stima generale de’suoì beni^ e la com- 
missione delle riparazioni fu data ad alcuni im- 
presarj. Il suo palazzo di Roma fu stimato due 
milioni di sesterzj ("4)^ la Villa Tusculana cinque- 
centomila sesterzj (75); la Forraiana dugento cin- 
quantamila sesterzj (76) ; Egli fu contento della 
stima della sua casa di Roma; ma si lamenta al- 
tamente che avessero messo a si basso prezzo le 
sue case di campagna (77); ciò che aveva fatto 
gran specie ad ognuno , e fino alla plebe i?8). In 
una colai situazione di cose sprovveduto di da- 
nari e sotto a’ debili è egli straordinario che dis* 
pcrasse di poter rimettere la sua Villa Tusculana 
nel primo suo lustro? Non era poco d’averne una 
competente nelle vicinanze di Roma, della quale 
ei non poteva assolutamente far di meno (79). 

Ma egli avviene tuttora, chele prime impres- 
sioni fatte in noi da aggradevoli oggetti sì risve- 
gliano , e facilmente facciamo la pace con loro. 
Da molte lettere scritte ad Attico (80) si sa che 
Cicerone ritornando in Italia dopo la battaglia di 
Farsaglia, si ritirò nel suo caro lusculaBu. Colà 




Digitized by Google 



219 

regolò «gli 11 trattato di pace che fece con Gin- 
Ito Cesare: colà ebb'egli voglia dMnnnlzare quel 
Tempio y opera immaginala da uu folle dolore, e 
consacrarlo alP apoteosi di Tullia sua liglia: e seu- 
la dubbio bisogna che questa Villa fosse allora ia 
ottimo stato, poiché invìtovvi il suo amico Aria > 
rate figlio di Ariobarzane Re di Cappadocia , il 
quale era stato obbligato di venire a Roma per 
alcuni suoi affari. (81) 

Finalmente allorquando dopo la morte di 
Giulio Cesare tutto si ridusse in . Roma in un spa- 
ventevol disordine, Bruto capo de’congiurati fece 
r offerta a Cicerone che s' era dichiarato dei suo 
partito, di genti armate per mettere la sua Villa 
Tusculana al coperto delle violenze d*Antonio. (82) 
Ma nulla potè far argine al furore di questo po 
tento nemico. Cicerone fu alla fine costretto di 
abbandonare questa sua Villa per involarsi alla 
persecuzione de'suoi aggressori , e fu ammazzato 
su la strada di Gaeta il medesimo eiorno della sua 
fuga, in età di anni 64. ancor non uniti. Fortunato 
ancor maggiormente per aver termiuata la sua vita 
colla Repubblica, prima di esser testimonio degli 
orrori del Triumvirato! (83) 

MONS. FILIPPO VENUTI. 

annotazioni 

(1) Ilìud ingenium^ quod solum Popului Ro- 
manus par imperio tuo habuiL 

(2) Hae libi eruni artes, Virg. AEneid. lib. IV. 

(3) Due trina Graecia nos^ et omnt litterarum 
genere super abati in quo erat facile vincere non 
repugnantes, Cic. Quacst. Tusc. lib. 1. 

(4) Quorum in Villa ^ ac Domo nihil splendi^ 
dum^ nihil ornatum fuitj praeter ipsos. Cic. Para« 
dox 5. 

(5) L’anno dalla fondazione di Roma (M)6* 

(6) Vellei Patere, lib* 1. n. 13. 


280 

• (7) Cicerone rimprovera ad Appio di avere 
spogliala la Grecia e l’ Isole circonvicine di tutti 
i loro ornamenti, per fare de’spcttacoii magnifici 
in occasione della sua Edilità. Omnia Signa^ Ta- 
bulasi ornamentorum quod superfuit in Fanis , et, 
communibus Locis , loia e Grascia , atque Insulis 
omnibus^ honoris Populi Romani caussa deportavit- 
Orat. prò Domo ad Pontif. 43. ^ 

(S) Quid enim censesì Si L. Nummius aliquem 
istorum vidsret Matellionem Corinthium cupidissime 
tractantemi cum ipse totam Corinthium conlempsisset, 
Paradox 5. 

(9) Cicerone era nato Panno dalla fondazione 
di Roma 647. 

( 10 ) Cicerone in età di 28 anni essendo andato 
in Atene per istudiare le scienze, strinse i nodi di 
questa amicizia che durò sempre. 

(11) Devo avvertire che io ho fatto grand'uso 
delle note e del testo di questo eccellente tra* 
dutlore. 

(12) Bibliothecam tuam cave cuiquam despon- 
deaSi quamvis acrem amalorem inveneris: nam ego 
omnes meas vindemiolas eo reservOf ut illud subsi- 
dium senectuti parem. Ho mutato VAmatorem ia 
Fmptorem. L'Ab. Slongault ho tradotto in tal senso, 
quelque prix qu'on vous en offre- Lib. 1. Ep. 7. 

(13) Libros vero tuos cave cuiquam tradas^ no- 
bis eoSi quetnadmodum scribis^ conserva. 

(14) Si pretende che questa Villa fosse dove 
è oggi Grotta Ferrata. 

(15) Ad Attic. lib. 4. Ep. 5. 

(16) Ibid. lib. 1. Ep. 6. 

(17) Ibid. lib. 5. Ep. 11. 

(18) Ognun sa che Crasso diceva, che per cre- 
dersi ricco bisognava poter mantenere un esercito 
a spese sue. 

(19) Ibid. lib. 1. Ep. 4. 

(20) Ibid. lib. 1. Ep. 11. 

(21) Ihc ego pascor Bibliotheca Fausti. Ibid. 


Digitizefl by Google 



281 

Irb. 4. Ep. 10.^ Qaesli era apparentemente L. Cor- 
nelio Siila Fausto, ligliuolo del celebre Siila Dit- 
tatore: Qaest’ullimo, dice Plutarco , aveva levato 
da Alene molle migiiaja di volumi , e V intiera 
libreria dì Apeliicone Tejo , neiia quale erano le 
Opere di Aristotele e di Teofrasto , ignote fino a 
quel tempo in Italia. 

(22) Litteris suslentor ac recreor ; maloque in 
illa tua sedicula^ quam habes sub imagine Arislotelis, 
sedere^ quam in tstvrum Sella Curuli. Ibid. 

(23) Quorum reliquiae multomeliores sunt^quam 
putaram. Ibid. lib. 4. Ep. 4. 

(24) L. Papirius Paetus vir bonus ^ amatorque 
noster^ mihi libros eos quos Ser. Claudius reliquie^ 
donavit. Ibid. Ep. 20. 

. (25) De Claris Oratoribus, 

(26) La Legge Cincia limitava le donazioni di 
certo valore, fatte a quei, che non eran parenti , 
per mettere un freno alTavarizia de’Senatori, che 
si facevan donare tutto da'lor clienti. 

(2^) Quum mihi per Legem Cinciam capere 
posse ^ Cincius amicus tuus dicerei ^ libenler dtxi me 
accepturum si attulisset, Nunc^ si me amas^ si te a 
me amari scis^ enitere per Amicos , Clientes , Ho^ 
spites, Libertos denique^ ac Servos tuos, ut scida ne 
qua depereat, Nam et graecis his libris quos suspicor^ 
et latinis , quos scio illum reliquisse^ mihi vehemen^ 
ter opus esL Ego autem quotidie magis^ quod mihi 
de Forensi labore tempons datur^ in iis studiis con* 
quiesco» Ibid. 

(28) Paetus, ut antea ad te scripsi, omnes libros, 
quos frater suus reliquisset, mihi donavit. Hoc il^ 
iius munus in tua diligentia positum est. Si me amas, 
cura ut conserventur^ et ad me perferantur. Hoc mihi 
nihil potest esse gratius. et cum uraecos, tum Lati^ 
nos vero diligenler ut conserves velim. Tuum esse 
hoc munusculum putabo. Ibid. hb. 11. Ep. l. 

V • (29) Aa/Wi perfectissimus horuin est, 

Si quis Aristolelem similem,vel P Hlacon emit\ 

Mi jubet Archeiypos pluleum seri are Cleanthas, 


282 

JuveD. Sa(. 11. Vedi qnel che dtce di costoro il 
Petrarca nel libro De remed. utriusq/fortunae iib. 1. 
p. 53. ediz. di Basilea fol. 

(30) Plutarco nella Vita di Lucullo. 

(31) Vedi Snida in questa roce , e lo Sport, 
Mise. Anliquit. Sect. 1. pag. 10. 

(32) Bonarroli Osservaz. a'Medagl. ec. Prefaz. 
pag. 26. 

(33) Vedi Museum Capitolinum. Tom. 1. 

(34) Tu velim si qua ornamenta yviivauTiuSn re- 
perire poteris , quae Loci sint ejus , quem tu note 
ignorasi ne praetermittas. Ibid. Iib. 1. Ep. 6. 

(35) Genus hoc est voluptatis meae , quae 
yufivcLffi^rt maxime sunt^ ea quaero. Ibid. Iib. 1. Ep.9. 

(36) Ea enim signa emere soleo, quae ad simi- 
litudinem Gymnasiorum exornent mihi in Palaestra 
Locum. Familiar. Iib. 8. 

(37) Ornamentum Accademiae proprium meae ^ 
quod et Hermes commune omnium, et Minerva sin- 
gulare est insigne ejus Gymnasii. Quare velim, ut 
scribis, ceteris quoque rebus quamolurimis eum Lo- 
eum ornes. Ad Attic. Iib. 1. Ep. 4. 

(38) tì» Xoyov wpotoTwn. Athen. Iib. 13. 

(39) Éermathena tua valde me delectat, et po- 
sila ita belle est , ut 'totum Gymnasium ijnXior 
eci/d'^tipLo. esse videatur. Questo passo ha angustiato 
molto i Commentatori. Alcuni io hanno spiegalo, 
Che la Statua valeva quanto tutto il Ginnasio in- 
sieme. L'Abate Mongaull seguita la correzione dei 
Casaubooo, e di SanteaL mutando la parola greca 
Ti^tou , nella voce Ialina illius, e traduceudo: ii est 
si òien piaci, quele lieu où il est , semble n' avoir 
e/e fait que pouf luy. Come se Cicerone avesse 
voluto dire , che gli pareva che il suo Ginnasio 
fosse come un Tempio consecrato a Minerva. Il 
che non mi piace. Lib. 1. Ep. 1. 

(40) Atriolum. Ib. lib. 1. Ep. 10. 

(41) Tu, velim, ea quae rtohis emisse et parasse 


a 


\ 


Digitized by Google 



2«3 

srriòtSf des operam ut quamprimum habeamus. Ib. 
Kp. 7. 

(42) Bermae lui Pontelici cum capitibus aeneis^ 
de quibus ad me scripsisliy jam nunc me admodum 
delectant. Quare velim ut eos ^ et celerà quae libi 
ejus Loci esse videbuntur., quamplurima^ quampri- 
mumque miUas\ et maxime quae libi Gymnasii Ky- 
stique videbuntur esse: nam in eo genere sic studio 
efferimur^ ut abs te adjuvandi, ab aliis pene repre- 
hendendi simus. Jbid. lib. 1. Ép. 8. 

(43) Di queste si fa menzione oeirEpislole di 
Cic. ad Atticum. 

(44) Snida in quella voce. 

(45) Vedi le Odi di Pindaro. 

(46) Cioè, secondo la tavola di Rol Un, da 446. 
scudi romani 

(47) In Auclione Signum aeneum nonmagnum 
H. S* cxx minibus ventre non vidimus ? In Verr. 
4 . 7. cioè da 1750. scudi romani. 

(48) Signa que nobis curasti , ea sunt ad Ca- 
jetam exposita ; nos ea non vidimus , neque enim 
exeundi Roma polestas nobis fuit. Misimus qui prò 
vectura soloeret. Te multum amamus , quod ea abs 
te diligenter , parvoque curata sunt, Ibid. lib. 1. 

(49) Signa nostra , et Hermeracles , ut scribis, 
cum commodissime poteris , velim imponas , et si 
quid aliud otxùov ejus Loci ^ quem non ignoras , 
reperies^ et maxime quae libi Palestrae^ Gymnasii- 
que videbuntur esse. Ibid. lib. 1. Ep. 6. 

(30) Quidquid ejusdem generis habebis dignum 
Academia , tibi quod videbitur , ne dubitaris mitte- 
re, et arcae nostrae confidito, Ib. 

(5l) Quis enim eorum , qui haec minora ani- 
madvertunt , non intelligit Canacbi Signa rigidiora 
esse quam ut imitentur veritatem ? Calamidis dura 
.illa quidemy sed tamen molliora quam Canacbi. Non- 
dum Mj^ronis satis ad veritatem adducta \ jam ta- 
men quae non dubites pulcra dicere. Pu/ckriorajam 
Poljcleii , et jam piane perfeeta , ut miki quidem 


Digilized by Google 


284 

videri solent. Similis in Pictura ratio ett , in qua 
Zeusim et Polignotum et Timantem , et eorum qui 
non sunt usi plus quam quatuor coloriòus formas 
et lineamenia laudamus\ at in Echione (al. AElio> 
ne) Nicomacho , Protogene, Apelle , jam perfecta 
sunt omnia. Cic. de Gl, Orator. 

(52) Quapropter talia virum peritìssimum su- 
scipere decet ; ne inter illa nimis ingenìosa prisco- 
rum , ipse videalur esse Metallicus , et intelligere 
non possiti quae in illis Artifex, Antiquitas ut sen- 
tirentur effecit. Et ideo det operam libris Antiquo- 
rum , Jnstructionibus vacet ^ ne quid ab illis sciai 
minus , in quorum locum cognoscitur subrogatus. 
Cassiod. Var. iib. vii. cap. 15. 

(53) Echionis Tabula te stupidum detinet , aut 
Signum aliquod Polycleti. Omitto unde sustuleris 
et quomodo habeas^ intuentem te, admirantem^ da- 
mores tollentem cum video , servum te esse ineptia- 
rum omnium judico. Nonne igitur sunt ista festi- 
va ? Sunt ; nam nos quoque oculos eruditos habe- 
mus, sed obsecro te., ita venusta habeantur ista, non 
ut vincala virorum, sed ut oblectamenta puerorum, 
Farad, v. 

(54) De Legib. ad Brut. 2. 1. 2. 3. 

(55) Praeterea 'Jypos Ubi mando, quos in te- 
ctorio Atriuli passim includere, et Putealia sigilla- 
ta duo. Ibid. iib. 1. Ep. 10. 

(56) Ecco la spiegazione delPAb. Mongaultz 
Cherchez moi aussi, je vous prie, des figures mou- 
lees que je puisse [aire appltquer auptafond de mon 
vestiSule, et denx couvercles de puits releves enbos- 
se. 11 Sig. Midleton nella sua nuova Vita di Gì* 
cerone parlando di Attico dice: Gli mandò anco- 
rai disegni delle cime de' suoi Pozzi, o sieno Fon- 
tane, che erano ornate secondo l'uso di quel tempo 
con -figure di rilievo , e tirate da' migliori modelli. 

(57) Secondò l’opinione di Ferizonto e di JEfa* 
vercampio. 

(58) Cotem autem illam et novaculam defossam 


Digitizad by Google 



285 

in Cornino, Putealque imposilum aceepimus. Cic. 
de Divinai- lib. 1. 

(59) Plin. lib. XXXIV. cap. 5. dice che il Pu- 
teal di Navio era in Comilio ante Curiam. 

(60) In Dionigi é Bw/iSs, Ara , un Altare. 

(61) Non ubi puteus , ibi Puteal , quia puleal 
est operculum palei ; imo ideo putealia dieta quia 
sine puteo. Ubi puteus , non puteal dicitur , sed 
puteus , in quo compre he nctitur operculum putei. 
Hoffmann. in Lexico. Quest’Autore non sa mollo 
quello che qui si dica. Il Puteal non era altro 
che il luogo dove era caduto il fulmine , il qual 
luogo si copriva per religione con un’Ara falla a 
foggia di corona di pozzo , ed i coperchi non ci 
hanno che far nulla. Vedi Disserta/, di Cortona 
Tom. V. pag. 185. 

(62) in vit. Luculli. Cic. lib. 2- Ep. 4. ad Q. 
fralrem, e ad Altic. lib. 12 Ep. 6. 

(63) In ea erant Pueri litteratissimi, Anagno- 
stae optimi , et plurimi Librarii', ut ne pedissequus 
quidem quisquam esset , qui non utrumque horum 
pulchre facere posse t. Nep. in vii. Altic. Librarius 
è propriamente un Copista , che si chiamava an-> 
cora Amanuensis. 

(64) Nos hic voramus litteras cum homine mi- 
rifico, ita mehercule serUio , Dionysio. ad Alile, lib. 
IV. Ep. II. 

(65) Ibid. lib. VII. Ep. 4. 

(66) Postea vero quam Tyrannio mihi libros 
disposuit, mensa addita videtur meis AEdibus-, qua 
quidem in re mirifica opera Dionysiì, et Menophi- 
li tui fuit. Ibid. lib. IV. Epist. 8. 

(5J) Ibid. Io vorrei prendermi la libertà di mu- 
la quella parola valde in vale , e finir la lettera 
coH’apostilla lino alla parola g e ssere , e ricomin- 
ciar un’ altra lettera con la parola Apenas. Altri 
ancora hanno pensato che di questa lettera biso- 
gnava farne due. 


Digilized by Google 



(68) BibUotheeam mihi tui pinx$rufU contiru 
ctione et Sittybis: eos velim laudes» Ib. fib. iv. £p. 5. 

(69) Sunt enim Syltabae^ scortea librorutn iute» 
gutnenta , et veste s è corio , -rrapà rS» (ytxTwv, a Ca* 
pris ^ quarum pelle 8 adhiòeòaniur- 

(70) Intel Itgo de membranulis cum nominibus 
Scriptorum tergis voluminum affixisL Grae?. 

(71) Etiam vellem mihi mittas de tuis librario^ 
lis duo8 aliquos ^ quibus Tyrannio utatur glutina* 
toribus , ut sumant membranulam ex qua indices 
fiant , quos vos Grae ci , ut opinar , cvWa^o'jq ap» 
peltatis. Non si IraUa qui di Tavole^ o Cataloghi^ 
come ha spiegalo T Abate Mongauit, per questi 
non era necessaria cartapecora lina, Membranula 
La parola Indice viene da indicare^ cioè dinotare , 
insegnare T Autore , il che si la colle cartelline^ 
aggiunte e incollate dietro a^ libri. Ibid. lib. 
£pist. 4 

(72) Tusculanuni valde me delectat : nisi quoi 
me illum ipsum vindicem aeris alieni^ aere non Co^ 
rinthio , sed hoc circumforaneo , obruerunt, Ib. lib. 
II. £p. I. Fa allusione alla congiura di Calilina 
che aveva pensato di rubare il Tesoro Pubblico. 

(73) Reficiatur Formianum^ Tusculanum prò-- 
scripsi, Ib. lib. IV. Ep. 2. 

(74) Da 32550. scudi romani in circa. 

(75) Da 8137. scudi romani io circa. 

(76) Da 4068. scodi romani in circa. 

(77) Valde illibera liter, 

(78) Quae aestimalio non modo vehementer ab 
optimo quoque^ sed etiam a Plebe reprehenditur» Ib. 

(79) Suburbano non facile carco. Ibid. 

(80) In tutto il lib. XIII. Vedi ancora lib. xii* 
£p. 37. e il lib. x»v. e xv. 

(81) Ibid. lih. XIII. Ep. 2. 

(82) Ibid. lib. XV. £p. 8 

(83) Vellej Pateicul. bist. lib. ii.' S* 
ad usuai Delpbini. 


Digitized byGoogle 


287 


LA. PRIMA PSICHE 

BI PIETRO TENERANI 

A MADAMA ADELAIDE CALDERARA BUTTI 

ILSWISlEii 

Firenze 1 l^ovembre 1826 

Io casa deila signora Carlona de’ Medici Leo- 
zoni ho conoscìuia , ed ho più vohe veduta una 
giovinetta di quattordici in quindici anni , bellis- 
sima : che proprio è falla per essere contemplala. 

altro si può che mirarla con ammirazione, 
con affezione, con desiderio di rivederla: ma non 
. potete sperare eh’ ella vi ascolti \ mollo meno che 
vi risponda , tutta occupala da una malinconìa , 
che per verità in quel grazioso e caro volto vien 
bella e cara. Noi parliamo di lei mollo : niuno 
oserebbe parlarle ; perché niuno presume di sa- 
perla consolare. Tanto beila e tanto giovinetta 
aver già gustato V amaro delia vita ! Or quali 
speranze debbe avere dell' avvenire ? Possiamo 
prometterle che s’ ella non sarà felice ne dolerà 
a molti ; ma chi può rassicurarla che prospero e 
lieto continuamente le correrà il lungo viaggio 
che le rimane ; se già sui primieri passi la colse 
Tavversilà ^ e non fu punto pietosa a cosi nuove 
bellezze, che ogni uom vorrebbe adorare? Quan- 
te volte ho desideralo che voi la vedeste, buona 
e .bella Adelaide; certissimo che voi. gentile tan- 
to ed egregiamente buona , le diverreste pietosa 
e amica subito. £’l desiderio mi si é rinnovalo in 
questi giorni più forte ; poiché , per cortesia ed 
amicizia della medesima dama, ho potuto cono- 
scere, venuto di Roma, il padre della fanciulla; 
il quale ho trovalo (come già e un mio ragione- 


288 

Tole immaglDare e'I dire di molli me lo figaravano) 
degno veramente di gloriarsi di tanto maravigliosa 
e amabile figliuola: eccellente uomo d'ingegno e 
d' animo Pietro Tenerani , che diede al mondo 
quesfangiolelta col nome di Pàiebe. ' ^ 

Né crediate , cara Adelaide, cirio abbia co- 
mincialo per giuoco parlandovi di lei, non come 
di statua , ma come di persona viva : perchè io 
vi giuro ch'ella parrebbe a voi come a noi pare 
creatura vera , e non simulacro: né per aspetta- 
re , 0 certo bramare da lei le parole vive chie- 
dereste ch'ella si animasse (che mostra non biso« 
gnarie); ma solo che da lei partisse, cagione ma* 
nifesta del silenzio, la malinconia. Pochi vera- 
mente furono gli scultori che , di:>caccialo dalle 
figure il rigore freddo del sasso , sapessero porvi 
una molle e tepida carne , con quelle delicate 
apparenze del moto intcriore, le quali certificano 
presente la vita. Come una eccellenza d'ingegno 
e d'arte ciò possa io mostrò più di tulli il divino 
Canova : nò voi avrete dimenticalo uno stupendo 
esempio che ne vedeste meco in Ginevra quan« 
do invidiavamo il nobile uso della ricchezza al 
generoso e dotto signor Fabre : il quale per ot- 
tenere quel gruppo d’ Adone e Venere (che già 
fu dei Berio napolitani) e ornarne la patria, ven- 
ne allo spendere più animoso che l'imperatore 
Alessandro. Ora credereste viver l'anima del Ca- 
nova in questo successor suo giovane ; così an* 
ch'egli non ci mette innanzi marmi efiigiati , ma 
proprio persone ; che mostrandosi partecipi di 
sensore però tragittando più eliicaccmente in noi 
gli alTetti che rappresentano , c' invogliai! quasi 
di signilìcare a loro quel che ci fanno sentire. E- 
gii lavorò a lume notturno questa Psiche^ e l'a- 
moroso ricercare della raspa, facendo scomparire 
ogni intaccatura di scalpello e'I salino luccicare 
del marmo , indusse la pelle rugiadosa d'una don- 
zellella. ‘ \ 


DIgitIzed by Google 


Ella é danque vera e vivente agli occhi no- 
stri f com'cila era nella creatrice fantasia del Te* 
neraoi : al quale appariva cosi smarrita e dolo- 
rosa come allora che da Amore , ch'ella amava 
tanto , e che mostrava d’ averla tanto cara , si 
trovò d'improvviso abbandonata. Siede la scon- 
solata tra dolente e stupita che il suo amico , 
senza niuna offesa nè colpa di lei , abbia potuto 
aver cuore di fuggirla. Le bellezze , delle quali 
fu gelosa Venere e Amore fu innamoralo , co- 
m’elle uscirono del fallace letto sono ignude; se 
non quanto le coscieo la destra gamba ricuopre 
il regai peplo. Fatta dal dolore paurosa in tanta 
solitudine (poiché perduto il suo unico bene , 
ella sì sente sola nel mondo) com'è proprio delle 
afflitte e tementi ristringendosi tutta in sè , pie- 
ga la destra gamba dietro la sinistra; la quale dal 
ginocchio a tutto il piede è nuda: delle mani ò 
abbandonatamente distesa sulla destra coscia la 
mancina , e sovra lei posa la diritta. La testa è 
mollemente piegata a quella parte ove sospetta 
che fuggisse l'ingrato. Ingrato , e assai ingiusta- 
mente crudele. Potè sprezzare tale bellezza! Po- 
tè offendere tanta innocenza ! Oh veramente se 
accade spesso che troppo e malo vegga il deside-’ 
rio y è pur da dire che si accieca la sazietà. 

Ben sapete, ingegnosa giovane, quanto vana- 
mente uom presuma di rappresentare la bellezza 
con parole : nè io voglio darvi di tale vanità fa- 
stidio col discorrervi quanto è delicata e squi- 
sita ed avvenente ogni cosa , dai capcgli all' un- 
ghie de'piedi , in questa Psiche. Voi tanto esper- 
ta del disegno e tanto bene esercitala al dipin- 
gere , conoscete qual finezza di parti , e quale 
convenienza dì lutto insieme è richiesto ad una 
perfetta formosità : di che potete con piu dotto e 
sicuro giudicio figurarvi , quel che anche ì rozzi 
delle arti sogliono (secondo sua indole,e sue con- 
sueludiDì ciasGooo ad un suo modo) immaginare 

19 


Digitized by Google 


2 ^ « . ■ 
del bello che non vedono. Per avventura sara men 
vano a dirvi degli affetti che appajono in questa 
bellissima , e quelli che da lei s incuorano in chi 
la euarda. Qui è dolore, mia buona Adelaide; do- 
lore di amori sfortunati : ma non d Arianna di- 
sperata, non’^di Medea furiosa, non di Fedra ti- 
ranna • bellezze arroganti, che dalla vita impa- 
rarono r offendere , non il sopportare le offese. 
Timido e tenero è il dolore di costei; bellezza 
tanto non insidiosa o superba, e tanto semplice, 
quanto è tenera l’età: non saprebbe ancora d es- 
ser bella , se primieramente no credeva alt uni- 
amato , che poi la tradì : ella viene a questo 

affanno Gero novissima ; poiché era '“‘J- 

soerta di patire quanto di offendere; e nella 
mmle confusa da questa prima c improvvi^sa per- 
cossa va cercando trasognata come e perche tante 

care dolcezze fuggirono. Ella taciturna e a ca- 
L chino pensosa, spenta ogni allegrezza che n- 
ruceva in quell’angelico volto, e in vista piu vo- 
eliosa che ardita di piangere, nè al Cielo ne agli 
dòmini chiede vendetta, neppure aiuto o pietà 
E cerò maggior pietà ne incuora la rea fortuna di 
qÌa?sta cara innocente. Oh veramente nata al do- 
lore povera generazione umana, chi presumerà di 
i^er essere dalla natura e dagli uomini pr.vile- 
„ RP costei , degna d’esser delizia degl im- 
mortaìi, è cosi presto offesa ed infelice ? Iremen- 
d!> mistero di dolore è la vita ! ed invano è vo- 
lerlo intendere; invano volere scansarlo. Dunque 
comporterò il destino comune , senza 
S : e a confortarmi nel cammio cieco ed af- 
fannoso alzerò la mente alle idee del bello. A 
Queste mi chiama l’animo , che senza viltà e pa- 
?“ente; e continuo mi avvisa dì contrapporre alla 
mahgnità di natura e di sorte, e alla iniquità de- 
Si uomini, la non domabile potenza del mio pen- 
siero - a queste mi richiama spesso 1 ufficio pie 
toso • santo degli artisti; veri benefattori, vena- 


K 


Digitized by Google 


291 

timi e consolatori e maestri del genere ttmnno. 1 
quali non mi annoiano con precetti, nè declama- 
zioni ^ mi fanno ammonitore di me stesso , crean- 
do uno spettacolo che mi attragga , e dal quale 
mi discenda al cuore un affetto, che per entro 
dilatandosi e durando vi faccia germinare savi ed 
operabili pensieri. Essi m'insegnarono a compor- 
mi d' idee un mondo migliore ; nel quale coila 
miglior parte deiranimo posso ripararmi , e go- 
dere una vita intcriore, separata al possibile da 
questo mondo miseramente stolto, il quale flagella 
di me cotidianameute la vita esterna, che io per 
necessità, ma senza resistenza gli abbandono. Oh 
quanto odioso e da non tollerare ci diverrebbe il 
vivere , se mai le arti del belio ci fuggissero! E 
sarà credibile , sarà possibile viver oggi in Eu- 
ropa chi vorrebbe sterminarle? 

Ora vedendo lui (1j dover essere levato da 
giusta fama tant’ aito , che farà le genti curiose 
de’ suoi principii, reputo opportuno di avvertire, 
che la Psiche della quale vi ho parlato fu delle 
sue invenzioni la prima ch’egli ponesse in mar- 
mo. Certamente non gli era nuovo il lavoro del 
marmo ; nel quale ricopiando altre opere si era 
esercitalo : e come avesse appreso a condurlo si 
vede in questa ; che non mostra mano di princi- 
piante , ma di maestro : fatta da lui nel 1816, a 
due anni dappoi eh’ era passato dalie strettezze 
carraresi a Roma. La quale opera avendo veduta 
il Metternic , desiderò possederla. Ma l’ artista , 
che già l'aveva promessa alla dama Lenzoni, sti- 
mò giusto che Sua Altezza aspettasse , Gnch’egli 
avesse soddisfatto alla fede e aH’amicizia : e per 
lui fece una seconda Psiche nel 1819. Un’ altra 
n’ebbe poi il principe Estherazj : nna quarta ri- 
mane presso il facitore. Tutte tre , con poche a 
leggeri differenze nella testa e nel drappo , somi- 

( 1 ) Il Ttntrtmi> 


Digitized by Google 



292 

gliano cosi la prima che non appaiono copiate, ma 
ripetale. 

Certo Ti parrà, baona Adelaide, bello ed 
amabile argomento dell* indole di questo artista 
Taver preso per sao primo subbietto a figurare la 
prima af&zione di un cuore innocente. Nè dob- 
biamo credere che solo intendesse ad uno sfogo 
dell’animo proprio^ ma anche a darci ulti documen* 
to , provocandoci a quelle considerazioni, che la 
dolorosa esperienza già dee averpiùvolte suggerite 
ad uomo per natura affettuoso e per consuetudine 
meditativo. Ond’é afflitta ed infelice questa garzo' 
netta ? dallo avere collocata troppo gran parte di 
sua felicità fuori di se stessa, e abbandonatala in 
arbitrio altrui. Nè poteva , per la età , conoscere 
questo pericolo comune e danno certissimo a tutti 
ì buoni { a’ quali vien da natura il confidarsi e 
l'abbandonarsi. Nè questa caduta la preserverà dal 
ricadere ; perché la semplicità della mente non 
raggiunge le origini del male. Oh se per tempo 
un savio ed esperto della vita le avesse amorevol- 
mente detto: Anima sincera e bisognosa di amare, 
io voglio che tu possa godere di tua bontà , nè 
debba aver cagione di pentirtene^ io ti sarò scorta 
per lo cammino sdrucciolevole nel quale entri, e 
ti mostrerò l’arte di esser buona, cioè la circospe- 
zione e misura di usare bontà senza tuo nocumento. 
Sappi che per malvagità naturale di molti , e per 
leggerezza di moltissimi , a chiunque è benefico e 
amante occorre inevitabile l’ingralitudinc. Di que- 
sta è una maniera che il savio può non curare ; 
e un’altra che l’alTettuoso non può sopportare: Nè 
farebbe per l’uman genere povero e travagliato 
che , per non provare ingrati, il buono si privasse 
del sommo piacere di operare il bene: ma nè anco 
6 degno che per altrui profitto si sottoponga il 
buono a fierissimi tormenti. L’ingratitudine a be- 
nefìzi non turba il savio, che già se l’era pronosti- 
cata, e sa condonarla allafuota e non medicabile 


293 ■ 

inrcrmìlà della oatare umana, la quale é immersa 
nella malvagità della natura universale: e può egli 
facilmente usare questa indulgenza , perché nel 
beneficare esercitò e non minui sé stesso. Ma ben 
si può causare, ossia prevenire l’ingratitudine agli 
alletti ; la quale è tanto ingiuriosa e tanto dolente 
al cuor generoso, che per altrui non cura sé me* 
desimo. Ti studierai dunque di essere ai benefizi 
facile e pronta ; ma dello aggiungere all’ opera 
servigevole una più speciale affezione verso colui 
cui sovvieni, sarai lenta e circospetta e misurata. 
Per fare benefizio cercherai se altri sia veramente 
bisognoso , e ti basterà che non sia straordinaria* 
mente tristo: ma per porre amore guarderai molto 
bene che sia degnissimo ; nè ciò crederai legger* 
mente alle apparenze , nè al giudizio altrui , nè 

f mre leggermente a te stessa. Troppo ti costerebbe 
’ingannarti.Gosì godrai una contentezza nobilissima 
di elevarti verso la natura divina; alia quale (se- 
condo l’aurea parola di quel sovrano dell’ antica 
sapienza italiana) niente piu ci accosta che l’essere 
veritieri e benefici ; e non ti avverrà di perdere 
il tuo massimo bene per sollecitudine imprudente 
dello altrui. Ma dov’è l’avveduto' e pratico , il 
quale dimostri con semplici ed efficaci ragioni que* 
st’arte si necessaria all’esercizio di bontà? £ cosi 
abbandonata l’umana generazione a cieche voglie 
ed esempi dannosi, la maggior parte ha di se uni- 
camente gran cura, di tutti gli altri disprezzo ; 
un’altra parte non per superba durezza lugge di 
soccorrere a’necessitosi , ma per timore di essere 
offesa da ingrati ; una molto minor parte , pre* 
ziosa ed infelice , mentre incautamente si abban- 
dona a* movimenti del cuore spontanei, si preci- 
pita ad affanni si violenti che la sforzano di por- 
tare invidia non che a’ miserissimi anche a’ scelle- 
rati. Gonciossiachè qual mai iniquo provò sì acuti 
morsi della sua rea coscienza, che assai più cru- 
delmente non trafiggano un cuore amoroso i di* 


Digitized by Google 



294 

spregi della sconoscenza ? E di qui trionfano e di 
maglia sapienza si esaltano i vilissimi egoisti; ed 
insultano alla follia misera de' buoni che della 
bontà (o piuttosto dell' incautela) colgono si ve- 
lenosi frutti. £ tale è la condizione del mondo ; 
oceano tempestoso di mali ; non veramente inna* 
vigabile , ma a cui manchi animo e scienza pre- 
paralo naufragio. 

Ritornò un'altra volta il Tenerani alla bellis- 
sima e sfortunata nuora di Venere ; ma (credo) 
non per altro intendimento che di glorificare la 
sua arte , col superare una estrema difficoltà , 
rappresentando un’altra non meno miserabile ma 
assai strana sventura della povera Psiche: quando 
ritornante da'regni infernali , dove l’aveva man- 
data una perfida commissione della suocera im- 
placabile ; e riportandone I' arcana pisside che le 
aveva data Perséfonc , si lascia vincere da curio- 
sità (chi non la perdonerebbe al sesso e a tanta 
giovinezza?) e scoperchialo il bossolo, sopraffatta 
dal tartareo vapore uscitone, cade svenuta. Nella 
quale opera dicono mirabilmente vinto dallo sta- 
tuario un difficile sommo , con islupore di chiun- 
que vede e si accorge che la donzella , giacente 
senza niun molo né segno di vita, non è morta, 
non è addormentata , ma tramortita. 

Non vi parlerò delle altre opere che il Tene- 
rani , dappoiché si fece palese al mondo come 
artista , ha condotte in questi dieci anni , varie 
di subbietto, varie di forma, varie di stile; bassi 
rilievi, statue, monumenti sepolcrali : e dirò so- 
lamente che a tutti quanti la videro è paruta ma - 
ravigliosa non che bellissima la tavola rappresen- 
tante in mezzo rilievo il martirio (1) , che poco 
innanzi vi accennai. La quale istoria , a petizio- 
ne di Madama Recamiera , prese dal romanzo in- 
titolalo de’Marliri dal visconte di Chateaubriand: 


(t) Di Eudóro t di Cimodoce. 


295 

e si portò egregiameale , sì a«ila fina bellezza 
de* corpi e sì nella polente dimostrazione degli 
animi : perché incontro alla stupida ferocia dei 
bestiario, come di animale assuefatto agli spet- 
tacoli atroci , il quale schiuse la fiera, che furiosa 
di fame si avventa agli esposti; si vede tutta tre- 
mare la giovane , e chiusi gii occhi all’ orribil 
morte imminente ristringersi ai suo fedele , qua* 
si domandandogli o scampo o coraggio; e lui dar- 
le colle braccia estremo segno di amore , poiché 
aiuto non può ; ed alzare gli occhi e tutta l’ani- 
ma al cielo y donde aspetta forza e premio. Nè 
basta al Tenerani il travagliarsi nelle diverse o- 
pere che gli vengono domandate ; che lo diletta 
pascere il fecondo ingegno coU’immaginare di varie 
invenzioni , degnissime certo di passare ad effet- 
to : tra le quali ci parve assai nobile e ricco di 
poesia il suo concetto per un mausoleo al Tasso. 

Ora , se volete , dell’aspeUo suo , dell’indo- 
le , de’costumi , dirò brevemente quello che ho 
veduto e udito. Statura giusta , di corpo magro 
e agile , complessione delicata. Fronte ed occhi 
azzurri d’ uomo che è ricco di nobili pensieri ; 
bocca d’uomo che abbonda in bontà. Come di buo- 
no e pensoso non lieta la faccia ; oel sorridere 
più affettuoso che allegro. Maniere semplici, con 
decoro e soavità. Parole poche, modeste, gravi , 
credibili testimonii d’animo pienamente sincero , 
e non mezzanamente erudito. Non cupidità, non 
ambizioni : tutto dell’arte ; degno di averla spo- 
sata. A’mali altrui tenero , non debole ne’ pro- 
pri!. Pronto e largo a’ benefizi ; delicatissimo e 
sovrabbondante nella riconoscenza de’servigi rice- 
vuti. Ne’mali pubblici tacito , ma non già indo- 
lente. Dall’adulare o biasimare altrui , dal cercar 
lodi a sé stesso parimente lontano come chi si 
sente fatto ad opere da durare , e' non a vane 
transitorie opinioni. E uon per ciò con parole ve 
io raffiguro abbastanza : forse era meglio dirvi 


Digitized by Google 



296 

eoo più brevità , che la cara Adelaide assuefatta 
sino dagli anni di puerizia a vivere familiarmente 
con uomini di primaria fama e grandezza, al ve* 
dere il Tcnerani lo stimerebbe degno di riverenza 
e di amore : e trovando in tanto valore tanta 
bontà , compatirebbe cordialmente alle sue sveu> 
ture. Chè dolentissimo gli 6 stato perdere un fra- 
tello , giovane ch’egli allevava con grande amore 
e grandi speranze nell’arte. Nè la invidia nè la 
ingratitudine sono mancale (come potevano man- 
care 7) a chi ha tanto d'ingegno , e tanto di bon- 
tà. £ alle fatiche e ai travagli del corpo e della 
mente non è abbastanza valida, e spesso cede a 
sanità. Ma gliene speriamo pur tanta ch'egli possa 
mantenere all’Italia quel principato delle arti, che 
invano le invidiano c vorrebbero contenderle altre 
genti meno sfortunate , ma non piu ingegnose, 
lo gli auguro, poiché somiglia di bontà e d’in- 
gegno al mio Canova , che non gli sia dissimile 
in quella parte di fortuna la quale fu al divino 
Canova più cara. Non mancò alla sua felicità 
Tessere donatore di premii giusti a meriti gran- 
di : uè mancò alla gloria di Giorgio Wasington 
l’avere dal buon Canova una statua , e quelle 
memorabili parole : questa /’ ho fatta di cuore , 
perchè era buono. Finché non ricuopra per una 
quinta volta le nostre terre Toccano, dureranno 
congiuntamente gloriosi i nomi di Canova e Wa- 
sington. Io auguro che il nome di Pietro Tenera- 
ni passi all’età future unito e amato col nome di 
Simone fiolivar. 

Non vi dispiaccia , gentile e verecon da gio- 
vane, questo insolito di avervi io parlato pubbli- 
camente. Mi perdonerete se , nou per vanità , 
ma |jer affetto , ho divulgato che mi concedete 
nome di vostro amico. Né divulgandolo vi fo di- 
sonore, quando si può sapere ch’io cerco l’ami- 
cizia di pochi; e non mai per adulazione . . . 

Pietro Giordani 


Digiti^ by Googfe 



297 


LA CERTOSA DI BOLOGNA 

DESCRIZIONE 

fatta nel l835 

^uel cullo che i’aomo di tutte le età e di tut- 
te le regioni della terra prestò sempre alle tom- 
^ be degli estinti , deriva da innato sentimento , 
che la morte congiunga questa terrena esistenza 
,'id altra cui ci chiamano più aiti destini. Codesto 
culto nobilita I' umana natura sopra quanf altro 
esiste nella creazione , perocché nonhavvi bruto 
che raccolga e veneri le ccueri del padre suo ; 
ma l’uomo soltanto si prostra devotamente innanzi 
alla polvere dei trapassati perchè una segreta voce 
gli dice, non esservi per lui sonno che duri neppur 
dentro la tomba. 

La religiosa pietà verso gli estinti forma, può 
dirsi , un carattere che grandemente onora il 
popolo bolognese ; e se questa pietà fu in ogni 
tempo manifesta , certamente si appalesò oggi vi- 
vissima per la frequenza di persone accorse alla 
funebre anniversaria funzione nei nostro Cimitero 
Comunale della Certosa. Questo monumentale re» 
cinto, che lo straniero guarda compreso della più 
alla meraviglia , e che prova di quale stupenda 
tenerezza i nostri concittadini amino i defunti loro, 
ha ricevuto in qnesl'anno nuovo e condegno de- 
coro , per essersi compiuto il magniGco porticato 
che , lungo la strada di Saragozza , congiunge, 
pel tratto di un miglio e mezzo , le mura della 
Città con quelle del Cimitero ; oltre a ciò ora 
vediamo darsi opera ad ultimare un altro magni 
fico chiostro, e predisporsi la maestosa mole di 
un vasto edilìzio, ove riposeranno Tossa degli 


Digitized by Google 



2S8 

uomini , che levarono alta fama di se , o che si 
resero benemeriti della città nostra e dell’ ita* 
iia. (1) 

Le meraviglie che gli oltramontani ci nar- 
rano del Cimitero dei Padre Lachaise, osiamo 
dirlo apertamente , mal reggono al confronto di 
ciò che il genio italiano ha saputo ideare nel 
Campo Santo di Bologna. Monte-Luigi, fuor della 
parigina barriera di Aalnay , è una vasta campa- 
gna sepolcrale, sparsa di avelli, ricoperta di om- 
brose piante e di fiori , che certamente si presta 
a poetiche ed animate descrizioni , le quali pos- 
sono darne a’ioutani più grande del vero l’idea. 
Le lapidi , le urne e le memorie di nomi celebri 
collocate fra gli anemoni e le viole , o fra i cardi 
e le ortiche ^ que’ salici piangenti , que’ platani 
giganti , que* funebri cipressi in un terreno ora 
erto , ora piano . ora scosceso , più spesso rat- 
tristato dalle nebbie settentrionali , che ravvivato 
dal nostro soie, formano un indefinibile spettacolo, 
cui manca però quella pompa dignitosa che le 
Arti seppero dare in Italia ai grandi monumenti 
della religione. 

Il Cimitero di Bologna offre per lo contrario 
rimponeute aspetto di una vera Necropoli ; di 
una città di defunti, racchiusa da un recinto di 
mura di circa 3,400 metri di circuito^ la idea di 
questo monumento vastissimo non potrebbe ri- 
trarsi che adoperando il linguaggio della scienza 
e dell’arte , né sarebbe dato alia fantasia descri- 
verlo, superando ciò che esiste in realtà. Per dir 
tutto in una parola : il Cimitero parigino è ud 
vero concepimento romantico, mentre quello di 
Bologna , al suo confronto , é il tipo del classi- 
cismo. [ 2 ) 

Proponendoci noi di dare qui un cenno bre- 
vissimo del nostro Cimitero , non avemmo certa- 
mente in animo d’iutrattenerci su quelli di altre 
città, e solamente abbiamo premesso la nostra 


i 


Di(^‘ized by Coogle 



299 

opionione sul Cimitero di Parigi , perchè l’onore 
italiano ne persuade a non istarci silenziosi su 
ciò che gli stranieri sogliono rammentare con 
orgoglio. (3) 

Il Cimitero felsineo sorge alle falde del ver- 
deggiante Appennino , sul terreno medesimo ove 
sino dal 1333 ionalzavasi all’ ammirazione delle 
genti r austera dimora dei figli di Bruno , resa 
poscia nel 1450 quanto più imponente ideare po- 
tessero e il munificente Pontefice ^'icolò V. e 
la mente sublime del certosino Niccolò Albergati, 
Vescovo di Bologna, innalzato dopo morte aU’ooor 
degli altari. 

Questo monumento , fondato in origine dal 
celebro Giovanni D’ Andrea, Dottor decretale 
amico di Gino da Pistoja, del Petrarca e di molti 
letterati del suo tempo , era già prima del nostro 
secolo salito a tale rinomanza che veniva conside- 
rato come uno de’più sontuosi Monasteri , attal- 
chè attraeva Tammirazione degli esteri per l’am- 
piezza del fabbricato , per la gradevole amenità 
del sito , e per le belle opere di rinomati dipintori 
che concorsero a gara per decorarlo , e vi la- 
sciarono specchiatissime memorie del loro sape- 
re. (4) 

11 Cimitero si distende per lungo tratto fra 
nna vasta fertilissima pianura, ricoperta di ubertosi 
campi, fecondati dalie acque del piccini Beno, ebe 
placidamente scorrono lambendo le mora di quella 
dimora degli estinti. Il passeggero uscendo di città , 
sia che tenga la strada piu breve di Porta Pia , 
o quella più solinga e remota lungo il perenne 
canale del Beno , oppure la via fastosa dei porti- 
cati, scorge ognora la veduta di amena campagna, 
e di lieti colti , ebe in poca distanza, alla sini- 
stra , s'alzano sparsi di venerandi edilizi e di vil- 
lerecci casamenti. (5) 

Le mura che circondano il Cimitero furono 
interamente costruite nell’ anno 16Q3 dai monaci 


ri 


Digitized by Google 



300 

certosini , e nel Iato che costeggia la pubblica 
strada Tu aperto Panno 1802 un magnidco can- 
cello di ferro diviso in (re parti , sostenuto da 
quattro grandi pilastri. Posano alla sommità di 
questi altrettante statue colossali, opera dello 
scultore Giovanni Putii ^ le due più grandiose 
figurano donne avvolte in ampio manto , che le 
cuopre dal capo sino ai piedi , e che , inclinate 
in atteggiamento di dolore, spargono lagrime sulle 
urne cinerarie che strettamente abbracciano. Le 
altre rappresentano due Geuii sotto le forme di 
giovanetti: l'uno, appoggiantcsi col destro gomito 
ad una lapide , sorregge con la mano la sua testa 
in atto di duolo ^ l'altro , mesto in volto , posa 
parimenti le braccia ad una lapide. Su queste la- 
pidi sono in basso rilievo scolpite l'arme del Co- 
mune di Bologna. Questo magnifico cancello scuo- 
pre la parte più grandiosa del Cimitero , peroc- 
ché corrisponde al gran viale , che parte in due 
Timmenso campo mortuario e il chiostro dei mo- 
numenti , ed offre in prospetto la veduta della 
grande tribuna , detta Cappella dei suffragi , che 
fu già innalzata con architettura di Ercole Ga~ 
sperini. Questo punto di vista è poi reso anche 
più imponente per la decorazione architettonica 
costruita sul disegno di Giuseppe Tuberlini^ e che, 
dirimpetto al detto cancello d’ingresso, congiunge 
il campo mortuario col chiostro succitato. La 
costruzione di questo megnifico chiostro risale al- 
l'anno 15S8 , ma il porticato , che circonderà il 
campo mortuario , ideato in questi ultimi tempi, 
non è per anche compito. 

L’ aspetto maestoso che dal rammentato 
cancello presenta il nostro Cimitero doveva por- 
tarsi , secondo il concetto primitivo e mercè una 
grande strada di fronte , a traverso dei campi , 
fin sulla via Flaminia ^ ma forse questa gigante- 
sca intrapresa formerà la gloria di un’ altra età. 

'In questo campo vastissimo riposauo tutti 


cy lod by Google 



301 

iadistiotamente gli adulti cittadini, che non yao- 
tarono titolo ad un appartato recinto, o che non 
ereditarono nn gentilizio sepolcro , o non lascia- 
rono tanto da comperarsi Tenore di una lapide. 
Il gran viale su accennato divide a destra cd a 
sinistra il campo in due, per gli uomini e per le 
donne , che giacciono separatamente. Larghi sen- 
tieri e siepi attorniano gli assegnati terreni, su’ 
quali si alzano due colonne con croci ed ai lati 
meste piante di cipresso. 11 grande quadrato di 
terreno racchiuso dall’antico porticato del chio- 
stro , forma pur esso un campo diviso dal sud- 
detto viale, ove hanno sepoltura i fanciulli di 
età non per anche settenne, li terreno che li rac- 
chiude è cinto da sempre verdi siepi , ed ornalo 
pur esso di cipressi, 

L’ingresso al Cimitero si ha mediante il grande 
cortile circondato da portici attiguo alla Chiesa, 
al quale si accede per un largo viale ombralo 
da pioppi e cipressi io belTurdine disposti (ino ai 
grande vestibolo, architettalo nel 1768 con dise- 
gno di Gio. Giacomo Dolti. Entro il cortile , e 
prima di arrivare alia Chiesa, sono le abitazioni 
dei Cappellani , del Custode e degl’impiegati del 
Cimitero: poi Tudìzio mortuario ed altri locali. 
Gl’impiegati tutti vestono TuniformedeilaComunc, 
e le discipline , che regolano l'Amministrazione 
Ecclesiastica di questo Stabilimento , altamente 
onorano l’ Eminentissimo sig. Cardinale Carlo 
Oppizzoni Arcivescovo nostro zelantissimo , che 
le dettava (in dal 1816, quando sottratto ad acerba, 
ma per Lui gloriosa cattività in terra straniera, 
veniva ridonato a questa nostra metropoli. 

La Chiesa di s. Girolamo del Cimitero è 
ricca di antiche pitture , di statue , di stucchi 
dorali , di marmi pregevoli e di pietre dure. 
Sembra che le sue mura siano quelle medesime 
che i cenobiti certosini innalzarono alla metà del 
XIV. secolo, e che furono benedette il 2 di giugno 


Digitized by Google 



302 

1359 dal Vescovo di Bologna Giovaoni de^Naso 
di Galerata. L'architettura è di lodevole propor- 
zione , ma in quella foggia tedesca che dominava 
sul principio del secolo XV. Gli stalli del curo 
sono adorni di stupendi lavori d’ intarsiatura e 
d'intaglio, eseguili nel 1538 da Biagio Marchi 
bolognese, e nel 1612 da Gio. Batt. Natali e àat. 
Antonio Levati. 

Da questo magnifico tempio sì passa ad altri 
Santuari , ove i cenobili ulfiziavano in privato , 
c che ora raccolgono una serie di venerande im- 
magini tolte dalle varie chiese soppresse durante 
i trascorsi deplorabili avvenimenti del nostro se- 
colo. 

L'ingresso ai sepolcrali recinti si ha per una 
porta di rimpello al succitato vestibolo o porti- 
cato esterno , e si entra da prima nell' aula che 
racchiude i monumenti anteriori al secolo XIV; 
poscia sonori altrettante sale quanti scorsero se- 
coli dippoi fino al nostro , e veggonsi adorne dei 
monumenti dell’epoca rispettiva; e cosi, passando 
pe'recinti ove riposano Possa dei padri nostri, si 
arriva a quelli che vengono destinali per noi. 

I Genobiti dell'ordine certosino , secondo la 
loro regola , vivevano a guisa di Solilarj, quasi 
sempre rinchiusi nelle separate celle, a cui erano 
annessi altrettanti piccoli orti. Riuniti insieme 
alcuni di questi recinti, sonosi ottenute parecchie 
sale regolarmente disposte e cimiteri disgiunti , 
ove sono sotterrati i ministri del Signore ; le ver- 
gini a lui sacrate ; i fanciulli > degli orfanotrofi ; 
i militari; i pubblici impiegati; gli abitanti delle 
parrocchie rurali appodiate alla Comune di Bolo- 
gna. (6) 

A mezzo poi dì grandi corridoi e loggiati 
si uniscono fra loro diverse aule grandiose e ma- 
gnifiche di varia forma e denominazione. La gran- 
de sala, delta delle Tombty fu ridotta ad uso se- 
polcrale uell'anno 1816, con disegno dell’ archi- 


Diottized by Googk 



3C3 

(etto Angelo Yenturoli^ e io essa le tombe innaizansi 
una sopra l’altra lungo le pareti , ma in guisa 
che i cadaveri s'introducono entro i sepolcri dal 
lato esterno. Essa, può dirsi, imita nel suo aspetto 
que’ colombari antichi , entro cui ripouevansi le 
ceneri dei trapassati. Altra stupenda sala con suo 
vestibolo è quella detta delle Catacombe^ e fu com- 
pita ultimamente con disegno dell’attuale archi* 
tetto del Cimitero sig. Marchesini. Quella poi che 

f iresentemente serve a sepoltura degli nomini il- 
uslri fu architettala dal Tubertint, ed una quarta 
se ne sta ora tabbricando. L’ aula detta della Pietà 
prende nome per le sculture di Angelo Gabriello 
Pio , le quali esprimono Cristo morto in grembo 
alla desolata sua Madre , ed un s. Francesco , 
che invita a cumtemplare se hawi dolore simile 
a quello della Vergine. Nel mezzo di quest’aula 
è una scala a quattro gradinate , per le quali si 
discende a’ sepolcri sotterranei. Fu costruita nel 
1816. con ingegnosa invenzione delsullodato ar- 
chitetto Venturoli. Qui serbansi gli avanzi di an- 
tichi cimiteri , e una numerosa serie di ossa e 
di crani simmetricamente disposti culla designa- 
zione dei nomi ; fra quali alcuni se ne leggono 
di onorevole o di gloriosa memoria. Queste sono 
le parti principali dei Cimitero, oltre le due più 
grandiose superiormente accennate del gran campo 
mortuario e del chiostro dei monumenti. Una 
cosa però , sul l'insieme di questo vastissimo edi- 
lizio, non deve sfuggire all'occhio deH'osservatore, 
ed è questa: che dalla porta della città si accede 
fino alla Certosa col non interrotto riparo di un 
porticato, e le commuoicazioni interne dei Cimitero 
sono ideate per guisa, che si può fare il giro di 
tutti i sepolcrali recioti sempre al coperto, an- 
che allorché imperversasse la stagione. 

Tutto il porticato del chiostro, e quello d^l 
campo mortuario, le interne sale, i loggiati, sono 
pieni di avelli , che io due classi possono gene- 


Digitized by Google 



0 


301 


raimcate sceverarsi. I primi sono monamenli ma- 
gnifici , in gran parie gentilizi, eretti nelle facce 
degli archi ; alcuni sono dipinti, altri di marmo, 
e gran parte di scagliola , quasi tutti lavorali da 
viventi artisti bolognesi, e lodatissimi per l'inven> 
/ione e per l’esecuzione; molli onorano la memoria 
di estinti personaggi, che si distinsero per virtù , 
per dignità, o per sapere. I secondi poi sono più 
modesti , perocché non occupano , nelle sale , o 
sul limitare esterno dei porticati , che il terreno 
necessario ad un cadavere, e lo spazio occorrente 
perlina lapide Lunga cosa sarebbe ed inopportuna 
il volere descrivere le immagini , i simulacri , i 
simboli e le epigrali ; noi volgeremo sempli- 
cemente lo sguardo intorno , e paleseremo un* 
idea. 

Se sorprendee commuove la vastità del Campo 
Santo, e ne piacciono a buon diritto i monumenti 
innalzali agli estinti , c quelli fra i tanti dov’ è 
maggiore pompa e magistero di belle arti , fra 
questi poi muovono senza dubbio a maggior ri- 
spetto e venerazione pel luogo e pei trapassati 
quclli'che ci porgono idea dc'nostri costumi e della 
nostra religione, mostrandoci senza equivoco l’im- 
pronta del secolo. Egli è perciò che mentreguar- 
do al monumento Caprara dell’esimio professore 
Demaria, mi piace l’arte e la facilità onde il marmo 
c condotto, c nulla più; quanto invece mi sento 
commosso alla vista della morte d’un Tìnti, rap- 
presentata in bassorilievo dal medesimo professore, 
c ciò senza dubbio perchè i Genii e le urne delle 
ceneri non sono di noi nè della nostra religione, 
ma lo sono gli uomini della nostra età , i sacer- 
doti della nostra fede. Ecco il perche sentiamo 
tanta commozione riguardando il monumento Bru- 
netti , dipinto dal celebre professore Fruiti , e 
alcuni altri di questo egregio , evarj dell’esimio 
Fancelli , quando aH’inconlro restiamo freddi di- 
nanzi alla tomba Sampieri , dove il dotto Palagi 



30S 

fece pittura deirEliso , che non è cosa per noi , 
nè mai ^trà sul nostro cuore, sul nostro intellet» 
to. — £ che mai possono i Genii scolpiti da Gio- 
vanni Putti a fronte delle sue Carità ? — Che 
ottenne il Franceschi coi suo Genio della guerra 
nel monumento Persiani , con quello della mer- 
catura nel sepolcro di un Giacomelli ? Nulla, o 
ben poco ; quando al contrario ne tocca mesta* 
mente mostrandone la Gloria de’buoni e la bene- 
dizione di Giacobbe sulle tombe che scolpi per 
Castagnoli e per Bartoli. Ma quella Speranza 
quella santa Speranza nel monumento Zambeccari; 
e quella donna che si strugge in lagrime abbrac- 
ciando e contemplando Teffigie dell'estinto marito; 
e quel marito che è tratto lungi dalla moglie mo* 
riente; e quella sposa che tanto ha perduto colla 
perdita del suo diletto , che priva pur anche del 
conforto di vederne Timmagine, è spossata, smar- 
rita, in istato di pieno abbandono, senza il sollievo 
d'una lagrima sola, presso favello del consorte: 
questa Speranza , queste donne , questo marito 
non ti parlano al cuore, alla mente; non ti muovono 
a pietà , non t’inducono a religione ? E avessero 
pur vantato tutta Parte e tutto il magistero che 
vantano ; ma se non erano sculture pe’ nostri 
giorni, non avrebbero potuto nulla su di noi. — A 
provare i miei detti riporterò un altro fatto • 
non più. V’ha nel nostro Cimitero un monumento 
eseguito in marmo dallo scultore Litovischi, A 
questo si fermano tutti quelli che hanno anima 
e cuore, e lo riguardano con venerazione religiosa. 
£ ciò non già perchè una tale scultura porti 
vanto di bellissima, ma perchè v’ha la Fede presso 
il vessillo della Redenzione, e un Angelo che reca 
in petto il nome di Cristo. 

V’ha un caso però in che si ammirano con 
rispetto alcune tombe, quantunque non adorna 
dall’Artì, o se adorne , non del tempo e del ca- 
rattere nostro ; ed è allorquando gli estinti che 

20 


306 

vi giacciono bastarono in vita a sé stessi per durar 
vivi anche morti nella memoria dc'posleri. Infatti 
quel Zambeccari che studiò e seppe fìsica, e che 
fu celebre ed infelice pe’tentativi che fece cogli 
areostali, non ha se non l etligie in medaglia che 
alle genti lo mostri , e ciò basta. E, vedi, s’ode 
susurrare dinnanzi a un altro monuineutu, vedi; 
questa è la tomba d’un cigno, la tomba del soave 
Savioli. E riguardando al busto di Clultlde Tam- 
broni , cui stanno scolte nella fronte e nel ciglio 
la dottrina e la veglia, 

» Par di veder Clotilde , 

» Di toga un di vestita , 

» Salir sui rostri ardita 
» E in greco favellar. (7) 

E A' Albergati che vedi ? Un marmoreo prolilo • 
ma questo abbastanza ti dice, che s' ha a rispel 
lare in lui un letterato , un filosofo ; quegli 
che fece più casta quella Commedia, che dal 
Plauto Veneziano era stata poco prima rifor- 

. ... 7 7 . 

E quando sarà eretta la grand Aula per gl\ 
Uomini Illustri, qual bisogno avranno essi di mo- 
numento ? che importerà il lusso delle Arti ? - 
- La sola effigie dei celebri e il nome chela mo- 
stri varranno per un panegirico e pel più ricco 
mausoleo. E in vero , quando si vegga quel caro 
aspetto del Padre Stanislao Mutui , non vi tro- 
veremo una gloriosa pagina della Storia della Mu- 
sica sapendo noi com’ egli fosse maestro a un 
Rossini, a un Donizetti, a un Piloni, a un Donelli, 
e a tanti altri di que’ chiari Maestri onde Bologna 
è fastosa? E quando si scorga l’austero volto del 
Yaleriani , non basterà questo a rammemorarci 
un ingegno, quasi direi enciclopedico, e un pub- 
blico Economista celeberrimo ? E 1’ effigie del 
Magnani non ci darà tutta l’idea del sommo Giu- 
reconsulto ? E non sarà altrettanto di quella del 
Ganzarti — In un Aldini vedremo l'uomo di 


Digilized by Goo<^lc 


307 

Stalo , nell' altro un laboriosissimo Fisico , cbe 
applicò le scoperte della scienza a pubblica uiililà. 
Ricorderemo aellMt/t , l'emulo del Berlinghieri ^ 
il sommo chirurgo che vantava Bologna sui primi 
anni di questo secolo. Canterzani, Sebastiano Can- 
ter zani ci parlerà delle glorie delle Malicmatichc. 
e della fisica sapienza, che diceva in Bologna del 
potere dcll’clellricilà sui fenomeni delia natura e 
segnatamente sul terremoto, quando la Fisica era 
pur anche bambina, e più che in altra sua parte 
in quella del fluido elettrico. E l'architetto Ven- 
turati non ne farà l'elogio della bontà , ramme- 
morandoci com’ egli istituisse dei proprio un 
Collegio per educarvi giovanetti alle Beile Arti 
dei disegno ? Godesti uomini celebri che uopo 
hanno eglino di monumento e d’elogio ? Si , ri- 
petiamolo; un busto ed un nome , e basta. 

Ma che sono mai le glorie di questa nostra 
età fra i monumenti che per primi si uiTrono alio 
sguardo in questo Cimitero? Ivi leggiamo le lapidi 
e vediamo i sepolcri di que’sommi Leggìsti europei, 
che fin dal i300 illustrarono dei loro venerandi 
nomi il nostro studio, e qui lasciarono le onorate 
ceneri. Ivi scorgiamo i monumenti di que'grandi 
concittadini, che meritarono già a Bologna titolo 
di dotta e di sapiente città. Ivi fino le tombe di 
quc'Santi, che primi diradarono fra noi le tene- 
bre deirignurauza, dilTondendo lo splendore della 
nascente cristiana civiltà. Fra i monumenti anti- 
chi , la semplice cassa marmorea che racchiude 
i corpi de'ss. Zama e Faustiniano, primi vescovi 
e martiri della Chiesa bolognese , è senza meno 
sublime quanto l’elevato deposito di Papa Ales- 
sandro V. scolpito da Niccolò Aretino nel 1410. 
Il busto dei Capitan Francesco de' Marchi non 
attrae meno lo sguardo che il monumento fastoso 
postogli accanto coll’eflìgie di un Duca di Baviera, 
scolpito nel 1537 da Domenico Aimo. E le sem- 
bianze di una Principessa Barberini , ritratte nel 


Digitized by Google 



30S 

1621 dal Car. Gio. Lorenzo Semino^ non offuscano 
certamente il nome , che si legge sopra una vi- 
cina lapide, del Generale Ferdinando Marnigli . 

Né qui potrò tacermi di Guido^ del patetico 
Guido , gloria di Bologna , gloria dell’ arte di 
Apelle ! Il Campo Santo ne serba il teschio: ma 
non sepolto, non illustrato d’epigrafe. 11 suo nome 
gli sta scritto sulla fronte; e quel nomee quella 
fronte dicon tutto. 

Ma il Cimitero di Bologna ha un altro pregio 
carissimo. Quand’anche le tombe non fossero in 
buona parte ragguardevoli o per artistica pompa, 
o per le ceneri illustri che racchiudono. Io sono 
quasi tutte per le soavi dignitose epigrafi dello 
Schiassi, erudito professore d’Antichità, sacerdote 
esemplare , venustissimo scrittore dell’ antica e 
della nuova lìngua del Lazio, emulo illustre del 
Morcelli e del Lanzi , ed appellato dal parco 
laudatore Pietro Giordani: celebre, e degnamente 
celebre. 

1 nostri costumi e la nostra religione santis- 
sima non c’impongono di coltivare i giacinti o le 
rose sulla terra che ricuopre gli estinti , nè di 
appendere corone di sempreviva ai monumenti 
che serbano la memoria dì nomi gloriosi, ma in 
ogni anniversaria ricorrenza di questa giornata 
delia Commemorazione dei Defunti , il nostro 
Cimitero risplende tutto per migliaia di cerei che 
ardono dinanzi ai sepolcri. La religiosa pietà 
de’nostri concittadini concorre a dare il più grande 
ed imponente decoro alle sacre funzioni , ed i 
fedeli , ne’quali si risvegliano le ricordanze dei 
perduti amici o de’ parenti , vengono a deporre 
un tributo di preci presso le loro tombe in questo 
giorno 2. novembre. 


Digilized by Google 


300 

ANNOTAZIONI 

(1) Fino dalVanm il Senato di Bologna 
decretò Vereùone di quattro cimiteri^ e Varehitetto 
Dotti ne diede % disegni. Anche nel 1797 Vincisore 
bolognese Mauro Gandolfi diede un progetto per 
la erezione di un grande cimitero sub urbano. Questo 
della Certosa è dovuto alla Commissione diparti-^ 
mentale di Sanità dèi Reno nell' anno 1 800 in 
que* momenti ne' quali mostrarono d' infierire in 
Italia epidemiche malattie. Esso fu benedetto e cou^ 
sacrato neWanno 1801. 

(2) Veggansi le due collezioni^ che si pubbli^ 
cano ora contemporaneamente in Parigi e in Boìo^ 
gna , dei monumenti dell'uno e delVcUtro cimitero, 

(3) Pel nostro cenno attingeremo in gran parte 
le notizie dalla DescrizioDe delia Certosa di Bologna 
ne//'anno 1828 dettata dall'erudito sig, Gaetano Gior^ 
danù che trovasi unita alla collezione dei monumenti 
pubblicata dal calcografo Zecchi, 

(4) Dopo le ultime vicende del passato secolo 
esuli ne andarono i monaci^ e la Certosa di Bo-^ 
logna rimase deserta e messa ad alloggi militari. 
Forse per non curanza^ o per privata speculazione 
si sarebbe anche perduta se non veniva prescelta a 
Cimitero comunale. L'architettura delle parti prin^ 
cipali degli eUifizi antichi è del Padre Galgano 
di Maggiano , presso Siena , architetto del secolo 
XIV, Daremo qui la distinta dei nomi degli Artisti 
antichi Ai cui si ammirano le opere nella Certosa 
di Bologna, Fra i pittori: D, Marco da Venezia - 
- Il Galasso da Ferrara — Lorenzo Costa — Il 
Leonardino — Lippo Dalmasio — Muzio Rossi da 
Napoli Guido Reni — Lodovico Carocci — Gio, 
Andrea Sirani — Elisabetta Sirani — Lucio Mas^ 
sari — Orazio S amacchini — il Pasinelli — il 
Canuti — il Gessi — il Bibiena — Bartolomeo 
Cesi — Ercole Graziani ec, ec. Fra gli scultori 
poi accenneremo: Giacomo e Pietro Paolo Veneziani 


Digitized byGoogle 


310 

nel 1393 — il Casari nel i ^00 — Simone Fioren» 
fino — il Lombardi — l' Aimo — il Bernini - 
- Niccolò Aretino — ilFormigine — Gabriello Bru- 
nelli — Angelo Pio — Clarice Yasini — Filippo 
Scandellari — il Mazza ec. ec. 

( 5) Alla cima de' felsinei deliziosi colli fanno 
bella mostra di se il celebratissimo Monastero di 
s- Michele in Bosco degli Olivetani , il Convento 
novellamente rifabbricato de'PP. Minori Osservanti 
riformati y ed il Tempio sontuoso della Madonna 
delta di s. Luca, al quale si ascende per un lungo 
porticato di 635 archi , che per lo spazio di quasi 
tre miglia s' inoltra pittorescamente all' altura del 
eolie , che prima era appellato Monte della Guar^ 
dia : edificio mirabile a vedersi, e non minore della 
straordinaria sua fama. 

(6) Fuor del sacro recinto, e precisamente sulla 
sinistra del grande vestibolo d ingresso , esiste il 
Cimitero che accoglie i morti non ricoverali in se- 
no alla Chiesa cattolica. Un muro aperto da un 
cancello lascia vedere alcuni monumenti e lapidi 
sepolcrali. All'ingresso ed ai lati interni del mesto 
luogo alcuni salici piangenti cogl'mcliriati rami 
fanno ombra alle mortali spoglie di quegli stranieri , 
che forse desiderarono invano una tomba nella loro 
patria. 

(7) Improvvisi della signora Taddei. 


S 


Digilized by Google 


NOTIZIA 


SII 


SOPRA 

Ua eithatto m dante 

DIPINTO 

3)ji ©2D85SI) 

t^periamo che piacerà ai lettori di questo libra 
il trovarvi il ritratto di Dante Alighieri (1) disegnalo 
diligentemente da quello che Giotto, suo contem- 
(luraneo ed amico, dipinse in una delle pareti della 
Cappella dell’antico palagio del Podestà in Firenze^ 
essendo quell’opera doppiamente preziosa ai veri 
amatori dell’arte e della gloria italiana, si per 
essere di un’uomo della medesima età, e che po- 
teva aver lutto l’agio di contemplar le sembianza 
del gran poeta per ritrarle colla maggior verità ; 
come perchè queU’arlisla fu primo fra i pittori 
del tempo suo , e nella parte più spirituale del- 
l’arte , nell’espressione degli aR'etli , da pochi o 
da ninno fu superato anche nei tempi a lui po- 
steriori. A quelli poi tra i nostri lettori che non 
sapessero esattamente , come quella pittura per 
l’ingiuria de’tempi restasse miseramente perduta, 
e come ai nostri giorni fosse nuovamente discoperta 
per lo zelo di alcuni gentili , teneri dell' arte e 
delle memorie italiane, non sarà discaro il trovarne 

(1 ) La presente notizia è ricavata dalla Strenna 
Fiorentina Kicordati di me del 1842. ove trovasi 
ancora utoyrafalo tl ritrailo di ifanle che forma 
il suggello di queste parole. 


Oigitized b; Googl( 


312 

in queste carte alcun cenno. — La cappel'a del 
palagio del Podestà della Repubblica iìoreatina , 
fù col mutarsi de'tempi riserbata ad uso troppo 
dal primo diverso , giacché posta in non cale e la 
eccellenza delle pitture, e la santità delle memo- 
rie , fu la parte superiore della stanza divisa 
dalPinferiore mediante un nuovo palco, e le pareti, 
oltre le molle buche in esse scavate e i guasti 
cagionati dal martello degli operai , furono del 
tutto imbiancate; c così rìmaser celati agli occhi 
de'nìpoti i volti dell’Alighieri, e di molti altri che 
furono grandi nella fiorentina Repubblica , e le 
immagini piene di celeste soavità del pittor tre* 
centista ; e la parte inferiore del tempio divenne 
dispensa , la supcriore , prigione. Ma benché in 
tempi miseri per I' arte c per la patria grandezza 
gli uomini invogliati di strane fantasie volesser 
chiudere gli occhi alle prime meraviglie dell'arte 
italiana, che graziosa e forte ad un tempo sorgeva 
per le ispirazioni del pittor fiorentino ; benché 
nc’petti italiani fosse raffreddato l'amore a colui 
che non di vanità volea pasciute le menti, ma si 
di maschi c generosi pensieri ; pure nou tacevano 
le carte che conservano agli uomini la memoria 
delle cose immeritevoli di dimenticanza. Si leggeva 
nelle vite di Giotto scritte da Filippo Villani e 
da Giorgio Vasari, che quell'artista aveva effigiato 
nella cappella dell'antico palazzo Dante Alighieri 
insieme con Brunetto Latini e Corso Donali , e 
secondo il Villani , anche se stesso coll’ajuto di 
specchi. Lungamente anche queste testimonianze 
degli scritturi rimasero inutili. Ma nei tempi a 
noi più vicini le menti italiane divennero vergo- 
gnose di quella barbara e stolta opinione che 
voleva escluso dai nostri studi , e dichiarava 
indegno della nostra venerazione colui che fu la 
prima mente di questa terra sopra ogni altra 
feconda d'ingcgui privilegiati, accusando il cantor 
de'tre regni di durezza, d'oscurità, di stranezza 

t 


Digitized by Google 



31i 

di fantasie , di poco men che barbarie. Allora 
diacceodendosi ne'pelti italiani l’amore a colni che 
ronò alla patria una letteratura uguale in eccel- 
lenza alle antiche, ma originale, libera da servile 
imitazione , sorgeva naturalissimo il culto delle 
memorie , il desiderio di contemplare la vera 
immagine del primo poeta delie nazioni caristiane. 

Il prof. Uissirini con un suo libro stampalo nel 
1330. fu il primo a rammentare agl’ Iteliani le 
testimonianze del Villani e del Vasari, e a far 
voti perchè l’ indegno velo fosse tolto all’antica 
pittura , citandone altre che feliremedte erano 
state liberate dagli oltraggi di un età barbara e 
sconoscente. Non mancò in appresso chi procurò 
che quel volo non rimanesse sterile : e primo ci 
piace di rammentare il pittore inglese Seymour 
Kirkup, il quale si adoperò per quanto gli fu pos- 
sibile perchè fosse riparata tanta ingiuria de’tem- 
pi. Anche un dotto Americano Enrico Wilde nou 
volle esser da meno nell’ amore delle memorie 
della terra italiana , e stimolava continuamente 
gli amici suoi perchè un sì bel divisamento non 
restasse senza effetto. Ma il compimento di tanti 
voti era riserbato al dotto Piemontese Giovanni 
Bezzi , air eccellente scultore Lorenzo Barlolini 
e a Paolo Peroni, a niuno secondo nella cultura 
c nell’amore delle buone arti. Questi tre ultimi 
chiesero al B. Governo di potere a proprie spese 
fere alcuni sperimenti sulle ormai dimenticale 
pareti, dichiarando di non volere acquistare alcun 
diritto sopra quanto potesse scoprirsi. Fu accolta 
graziosamente la generosa domanda , e S. A. l 
e B. Leopoldo 11. volle che il lavoro fosse fatto 
a spese del B. Erario. Fu allora istituita una de- 
putazione composta de’ tre promotori, del Pre- 
sidente dell’Accademia delle Belle Arti e dei 
Direttore delle BB. Fabbriche sig. Girolamo Bal- 
lali Nerli , il quale si adoperò con uro zelo me* 


Digitized by Google 



Y14 

ritevol'e d'ogni lode perché il perdalo monumento 
fosse restiluito alla pubblica ammirazione. 

La esecuzione del lavoro fu aftidala al pittore 
Antonie» Marini, già nolo per i restauri delle au* 
lidie pillare nelle Calledrali di Pisa e di Prato, 
ed egli sd pose ail'opera con ogni diligenza e con 
quel l'amore che in lui é vivissimo verso i primi 
padri defrarte italiana. Già i primi sperimenti 
corrispondevano felicemente alla infaticabile dili- 
genza dell artista. Teste e ligure di maravigliosa 
bellezza, animale d'un' affetto, d' una speranza 
ignota ai Greci e ai Romani allegravano quelle 
pareli luride per tanto tempo. In quella ove 
anticamente fu situalo l'aliare si ammiravano molle 
figure di Sauti poste in vaili ordini , nell'opposta 
un'Inferno in cui si trovano molte delle fantasie 
Dantesche, e dai iati pietose istorie di penitenze, 
di miracoli, di quanto informava la vita di quegli 
uomini I a cui la religione veracemente e forte- 
mente sentita non impediva d'amare la patria , 
d'esser forti dell'ingegno e del cuore. Ma il primo 
desiderio che aveva mosso i generosi a tentare 
l'onorala fatica rimaneva per anco infrutluusu. La 
testa dell'Alighieri non sorgeva fra le tante re- 
stituite alla luce. L'animo del valente artista era 
lieto di tante nuove e inaspellale bellezze, e tristo 
perchè pareva che alle sue mani fuggisse quella 
immagina che sopra tutte era desiderala. Già sem- 
bravano mendaci le testimonianze de’ biografi , 
ingannatrice la fama. Quando , confortato ad 
estendere le sue diligenze anche alla parte infe- 
riore della parete deH'altare nel punto ove pareva 
che terminassero te pitture, fra multe figure che 
sembrano certamente ritratti de'conlemporanei di 
Dante, anche le sembianze di lui si offersero agli 
occhi del buono e diligente operatore. Non è 
quella faccia quale spesso ci fu mostrata, e quale 
(love essere, negli ultimi aoui delia travagliata vita 
dell'esule venerando, offesa dalle rughj di prema- 


Digilized by Googte 


315 

tara ▼•cchiezza; non è quella fronte oppressa da' 
pensieri della iiigratitndine cittadina, della povertà 
immeritatao Lieta di florida gioventù è quella 
guancia, mossa da un leggiero sorriso rivelatore 
della serenità della mente , della purità degli 
alTetti. Uu libro sotto il braccio lo dimostra ini- 
ziato agli arcani della sapienza. Un frutto che 
alla forma rassembra una melagrana i nella de- 
stra. Da tutta la figura traspare una soavità che 
non è di questa terra. E tali dovevano essere al- 
lora i pensieri del giovine magnanimo. Libera in 
quei tempo la patria dall’oltraggio straniero, lieta 
della pubblica prosperità, delle rionovellale arti , 
de 'canti di un’amore che sembrava volesse puri- 
ficare gli uomini da quanto loro impedisce di 
salire aireccelleoza concessa dalla natura, volesse 
far mezzo della creatura per sollevarsi al Creatore. 
E al cantore del nuovo stile d’amore non era osta- 
colo la poesia alle gravissime ambascerie, alle 
dignità della repubblica ^ forse perché que’ buoni 
antichi non reputavano stollo colui il quale alia 
manifestazione d’ altissimi veri , di alletti non 
comuni , sente inadeguala l’espressione comune^ 
forse perchè stimavano che la vita dell'uomo non 
deve comporsi di sterile contemplazione , o di 
sconsigliata azione , ma che 1’ animo cresce e si 
fortifica mediliindo insieme e operando. 

Noi non contristeremo ranimo nostro e quello 
de’nostri lettori col rammentare quali tempi se- 
guissero a que’giorni dì pace e di gloria cilladiua, 
benché , anche a quelli pensando , ci potrebbe 
conforlare I immagine di un’uomo maggiore de'iem- 
pi e della fortuna^ ma piuttosto finiremo il nostro 
dire con parole di ringraziamento ai gentili che 
non patirono che un munumeulo degno di tanta 
venerazione restasse elernameule perduto aU'italia, 
prupouenduiì ad esempio a quanti amano la patria, 
a quanti pensano che non sìa tatica inutile il 


Digilized by Google 



r 


316 

rinnoreilanaeatp delle memorie dell* antica gran- 
dezza. 

Pensino gl'italiani che Timmagine di Dante é 
ritrovata ; che nna ricchezza dì più è aggiunta 
alle tante deii’arte e delia patria , ma che tatto 
non è fatto. Molte preziose opere d'arte richiedono 
ancora nna cura amorosa e diligente per riacqui- 
stare una parte almeno dell'antico splendore : 
giacciono dimenticati molti manoscritti che po> 
Irebbero spargere nuova luce sulle più grandi epo- 
che della Storia nostra , sulle azioni di uomini 
cui fu nemica I’ età loro , e che non trovarono 
neppure giustizia nella posterità. Nella terra delle 
memorie , della grandezza , delle speranze nulla 
può essere trascurato. Dove passarono i grandi 
uomini le orme non possono essere leggiere o 
fugaci. Ad ogni passo possiamo dire: qui un gran* 
,de aprì gli occhi alla luce , qui amò , qui soffri 
da forte e fu maggiore della fortuna , qui mori 
combattendo per la giustizia e pel vero , qui 
pensò cose che lungamente erano state nascoste 
al senno degli nomini. Se cosi nutriremo il forte 
ingegno di memorie e d’ affetti nostri, potremo 
anche ritrovare l'aniica originalità , far cessare 
le querele intorno aila lunga sterilità, alla servile 
imitazione , e mostrare che la natura non può 
mai spogliare del tutto un popolo, cui sopra ogni 
altro fu larga donatrice e madre amorosa. 

r. 


A 


Digitized by Google 


317 


QUADRO DI APELLE 

&AWaX8EIffTANTX EA CALWNIA 


Hipinse Apeile nella destra banda a sedere an uo- 
mo con orecchie lunghissime , sitnigliaoti a quelle 
di Mida (1), in atto di porgere la mano alla Ca- 
lunnia , che di lontano s’ inviava verso di lui. 
Stavangli attorno due donnicciuole , ed erano , 
s’io non erro, Tlgnoranza e la Sospezione. Dall* 
altra parte venia la Calunnia tutta adorna e liscia, 
che nel fiero aspetto e nel portamento della per- 
sona ben palesava lo sdegno e la rabbia eh’ ella 
chiudeva nel cuore. Portava nella sinistra una 
fiaccola , e con 1' altra mano trascinava per la 
zazzera un giovane, il quale elevando le mani al 
cielo, chiamava ad alta voce gli Dii per testimoni 
della propria innocenza. Facevaie scorta una figura 
squallida e lorda , vivace ed acuta nel guardo , 
nel resto simigliantissima ad un tisico marcio ; e 
facilmente ravvisavasi per l’ Invidia. Poco meno 
che al pari della Calunnia eranvi alcuno femmine, 
quasi damigelle e compagne , il cui ufficio era 
incitare e metter su la signora , acconciarla , 
abbellirla; e s’interpretava che fossero la Doppiezza 
e le Insidie. Dopo a tutti veniva il Pentimento 


(1) Mida avendo stimato Apollo men valoroso 
nel canto di Pam , fu da quel Dio punito con 
orecchie asinine , simbolo di sua ignoranza. Qoid. 
Aittam. lib- XI. 


Digilized by Google 



31S 

colmo di dolore , rinrollo in lacero brano , il 
quale addietro volgendosi, scorgea venir da lungi 
la Verità, non meno allegra che modesta, nè meno 
modesta che bella. Con questa tavola scherzò 
Apdle sopra le proprie sciagure (1), mostrandosi 
egualmente valoroso pittore e bizzarro poeta in 
esprimere favolosamente i veri effetti della ca- 
lunnia. 

CARLO DATI 




« 


fi 










' - S-f- ! Vift 









■ ^ : m < *, 


, ' * fJ' i- ‘ ii f, f& 

■' •' ' :fì> 

4i.r> 

-^^£4 ì - - * » 

^ vJ 


(1) Apelle falsamente accusato di complicità in^ 
una congiura contra Tolomeo re d'Egitto, avrebbe 
senza meno perduta la vita , se uno de"* congiurati ^ 
non palesava e provava 'l'innocenza di 


319 


asmcil llSiILIS 

CONTENUTE NEL, PRESENTE VOLUME 


CoNTRi cci PIKTRO - Le Virtù senile ed effigiate d« 

Luca Delia Robhia nella facciata dello Spedale 

di Pistoia. Illustrazione pa*- * 

Vermiglioh Prof. GtovANNi bATTiSTA-Elogio di Ga- 
leazzo Alessi Perugino. Recitato nel ^omo là 
^ Rpitpmhre 1839 nella solenne distribuzione 
de’premj deirAccadcmia di Belle Arti di Pe- 
rugia . . • • • • * 

r.ioRntNi Pietro - Del Foro Bonaparte. Descrizione.. » 
Gijerrazzi Francesco Do.wenico - Della Vita e delle 
Opere di Giuseppe Sabatelli Professore nelle 
11. e RR. Accademie di Belle Arti di Firenze 

e di Milano. Commentario * 

Carrone DI s. Tom-Maso M\rch. Francesco - Descri- 
zione del Ponte sulla Dora Riparia a Torino. » 141 
Benedetti Pompeo Duca di FerentUto - Delle ^ Pittu- 
re di F. Filippo Lippi e di Maestro Giovanni 

Ispano. Discorso * 

Bellori Gio. Pietro - Favola d'Amore e Psiche di- 
pinta da Raffaele d’Urbino nella loggia della 
Farnesina alla Lungara. Descrizione . . . » 168 

Yasari Giorgio - 11 Coro degli Angeli d’invenzione 
di Filippo Brunelleschi . • • • • • • • * 

Dri.i.o STESSO - Giotto al Castello dell'Uovo a Napoli. » IVI 
MigsiRiM MELCHionRE- Della potenza del genio nelle 
Belle Arti. Ragionamento letto nellT. e R. Ac- 
cademia delle Belle Arti di Firenze per la so- 
lenne distribuzione de’premj maggiori dell’an- 
no 1831 

Milizia Francesco - 11 Mausoleo di Clemente XIV. 
del Cav. Antonio Canova. Al Conte Francesco 
di Saiigiovanni Lettera • • • • • • • • * 306 

Niccolini Gioì Battista -Elogio di Andrea Orgagna 
letto nell’Accad -mia delle Belle Arti difirenze 
il giorno del solenne triennale concorso del 1S16 » 209 
Vasari Giorgio . Stravaganze e mascherate del piltore 


Fraglirr ab. -La Galleria t,di Verre Dissertazione . » 243 



Pier di Cosimo e sua vita 


» 232 


V 


Digiiized by Google 


320 

TiiniTi MoNiifi. Faiwo - 11 Gabinetto di Cicerow. 
Disgertaiione presanUU «11» nobile Acoademia 
di CortoM . • • • • • ; _• • t pag. SIt 
Giordani Fibtbo - La prima Psicb» di Pietro Tene- 
rani. À. Madama Adelaide Calderara Butti 

Lettera . . ; > 237 

N. N. - La Certosa di Bologna. Descrizione fatta 

nel 1838 . . . . . IflI 

F. - Notizia sopra il ritratto di Dante dipinto da 

Giotta ■ ■ ■ . , » 211 

Dati Cablo - Quadro di Apelle rappresentante la 

calannia .............. 211 


IMPRIMATTR 

F. D* Bultaoni O. P. S. P. A. Mag. 
IMPRIMATUR 

Joseph Canali Patr. Constant. Viccsf. 




Digitized by Cix.yle 


’N 

«>N ^ f * s 




\»i V' 

>..;. V 


Digitized by Gopgle 



Digilize<l.by t 



I 


I 

i