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Full text of "Giornale dell'ingegnere-architetto ed agronomo"

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605 
GIO 

v.3 


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in  2012  with  funding  from 

University  of  Illinois  Urbana-Champaign 


http://archive.org/details/giornaledellinge03cava 


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THE  UBKMN 
OFTHE 
UNIVERSITY  OF  ILLINOIS 


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(ilO- 


SalutaiKlo  l' aurora  del  secondo  anno  di 
sua  esistenza,  questo  Periodico  si  compia- 
ceva di  riandare  i  benefìcj  che  la  scienza 
dell'1  ingegnere  sparge  in  Italia.  E  ben  do- 
veva il  primo  saluto  alla  mente  in  cui  si 
informa  il  complesso  delle  pratiche  dalle 
quali  la  penisola  riconosce  il  grado  di  pro- 
sperità che  potè  conservare  fra  le  vicende 
che  tante  volte  la  disastrarono  e  le  tolsero 
le  antiche  industrie  ed  i  suoi  commerci. 
Ora  valga  lo  stesso  amore  per  gli  studj  di 
nostra  predilezione   a  concederci  che  ad 
inaugurare  il  suo  Anno  III,  il  nostro  pen- 
siero si  rivolga  alla   classe   agricola,  che 
sarebbe  la  più  nobile  se   questo  titolo  si 
applicasse  all'utile  che  ne  viene  alla  società. 
La  storia  industriale  ricorda  come,  prima 
che  le  nostre  fatali  gare  di  municipj  e  fu- 
neste ambizioni   chiamassero   le  armi  di 
Francia,  di  Germania  e  di  Spagna  a  pre- 
valere sulla  bilancia  degli  incauti  partiti, 
le  città  italiane  fiorissero  nelle  industrie, 
a  quale  grado  di  perfezione  innalzassero' 
le  loro  manifatture,  e   quanta  ricchezza 
apportassero  dai  loro  traffici.  Il  sospettoso 
dominio  spagnuolo  tutte  successivamente 
le  spense,  ed   ultima   la  metallurgia  che 
alimentava  tante  migliaja  di  famiglie,  e  che 
ora  e  la  vita  della  nazione  inglese.  Estinta 
da  un  tratto  di  penna  che  vietava  l'espor- 
tazione delle  armi,  fu  esempio  di  quanto 
una  cattiva   legge  è  più   ruinosa  per  un 
popolo  che  un'infausta  guerra. 

Gli  stranieri  che  nelle  invasioni  avevano 
appreso  ad  ammirare  le  nostre  arti,  e  ad 
invidiarci  le  agiatezze  e  la  civiltà  che  esse 
ci  arrecavano,  cercarono  di  attirarle  a  se 
colle  seduzioni  della  protezione  e  degli 
onori,  e  quando  furono  oppressi  e  dispersi 
i  nostri  artefici  si  trasferirono  in  Francia' 
m  Germania,  in  Inghilterra,  e  vi  diffusero 
e  tradizioni  del  genio  italiano. 
Ora,  quando  lo  straniero  ci  ritorna  quelle 
Voi  IH. 


arti  migliorate  per  tre  secoli  di  naturale 
sviluppo,  per  il  concorso  delle  scienze  in- 
tanto progredite,  per  gli  studj  dei  dotti  di 
tutte  le  nazioni  discussi  nelle  accademie, 
e  avvicendati  dalla  stampa  ,  promosse  e' 
sovvenute  dai  governi,  e  a  noi  le  rivende 
a  patti  esosi,  e  con  superbo  ghigno  ri- 
guarda lo  stentato  risorgimento  di  esse 
nella  loro  patria,  chi  può  rintuzzare  con 
pari  alterezza  il  suo  sarcasmo? 

Fra  le  umiliate  classi  artigiane  sta  ritta, 
modesta  e  sicura  quella  degli  agricoltori', 
ed  allo  straniero  addita  le  sterminale  pia- 
nure dalla  sua  pazienza  di   secoli  ridotte 
a  lento  pendio  livellato  dalle  aque  che  come 
un  tesoro  ricercò  lontano  nelle  viscere  della 
terra,  o  trasse  dai  grandi  canali   e  guidò 
per  misurate  pendenze  in  innumerevoli  rivi 
che  come  flessibili  nastri  d'argento  scre- 
ziano il  verde  suolo,  s'incontrano,  proce- 
dono a   lato,  si  invitano  ,  si   attraversano 
senza  commescersi,  o  commiste  si  separano 
conservando  integra  la  propria  marsa,  si 
suddividono,    e  nell'estate  scendono  per 
mille  solchi  ad  arrecare  ai  colti  il  bene- 
ficio delle  frequenti  piogge,  o  si  versano 
in  ampj  bacini  ridotti  a  perfetto  orizzonte 
a  fecondare  il  riso,  e  nel  verno  si  svol- 
gono in  un  velo  da  opposti  declivi  a  per- 
petuare la  vegetazione  delle  erbe  :  poi  in- 
dica  i   suoi    avanzi    raccolti    con    gelosa 
sollecitudine    e    con  eguale  accorgimento 
ripartiti  di  nuovo  sulle  campagne  inferiori, 
finche  rimane  una  stilla  di  quell'elemento 
che  la  sua   industria    seppe   rendere  più 
produttivo  delle  miniere  d'oro. 

E  questa  è  l'opera  della  classe  agricola 
nei  distretti  dove  è  più  abbandonata  a  sé 
stessa,  e  neppure  gli  ingegni  sono  i  me- 
glio svegliati.  Non  pertanto  udiamo  di  so- 
vente da  altre  classi  deplorare  acerhamente 
la  sua  ignoranza,  la  indifferenza,  l'inerzia 
come  se  alcuna  avesse  la  coscienza  di  get- 
Lìiglio  1855.  j 

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GIORNALE   DELL'  INGEGNERE 


tarlo  contro   la   pi-imo    pietra,  e  sapesse 
produrre  opere  cosi   meravigliose  ;   come 
se  dove  la  coltivazione  è  diretta  dai  pro- 
prietari, la   ruotazione  agraria  fosse  me- 
glio intesa,  i  concimi  meglio  preparati,  la 
-viticoltura  e  la  fabbricazione  dei  vini  più 
intelligenti,  e  la  silvicoltura  più  accurata. 
Se    in    generale   le  cognizioni   dell'agri- 
coltore  sono   ristrette   alla  pratica    degli 
avi,  di  chi  è  la  colpa?  quali  mezzi  d' istru- 
zione gli  si   sono  procurati ,  quanta  lar- 
ghezza o  remissione  di  fitto  gli  si  accorda 
per  incoraggiarlo  e  per  ristorarlo  dei  rin- 
novati o  falliti  tentativi  di  nuovi  metodi? 
chi  all'effetto  delle  accademie  prepose  la 
missione   di    ricercarlo   ne'  suoi   campi  e 
ne'suoi  tugurj  per  porgergli  utili  esempj? 
qual  voce  penetrò  nelle  sue  solitudini  che 
non  fosse  il  comando  del  lavoro,  e  la  sua 
stessa  ignoranza  e  i  pregiudizi  ribaditi  e 
approfittati?    Volgiamo    un   momento    lo 
sguardo  air  Inghilterra  a  cui  ci  occorrerà 
di  richiamare    la   nostra   attenzione   ogni 
volta  che  alle  dotte  teorie  vorremo  accop- 
piare  lo  spirito    pratico.   Le   innovazioni 
agricole  sono  cola  iniziate  dai  grandi  pro- 
prietarj.  Ministri,  generali,  ammiragli,  lordi 
e  rappresentanti  allettano  i  loro  ozj  cam- 
pestri esperimcntando  le  recenti  scoperte, 
che  sancite  dall'esito  sono  ben  tosto  imi- 
tate e  propagate  dai  minori  possidenti  e 
dai  fittajuoli. 

Siccome  in  Francia,  in  Germania,  nel- 
l'Inghilterra, in  Isvizzera,  in  America,  an- 
che in  Italia  si  pensò  all' istruzione  del- 
l'agricoltore. Nel  Piemonte,  in  Toscana, 
nel  Ducato  di  Parma,  a  Mantova  ed  al- 
trove si  istituirono  scuole  pratiche  d'agro- 
nomia: in  Lombardia  sono  otto  anni  che 
il  dottor  sig.  Carlo  Cattaneo  espose  una 
proposta  di  latifondo-modello,  e  il  sig.  in- 
gegnere Antonio  Reschisi  ne  concretava 
il  progetto  per  un  esteso  insegnamento; 
ma  da  una  parte  la  grandezza  del  con- 
cetto, dall'altra  i  tempi  fortunosi,  e  sem- 
pre la  fatalità  che  il  numero  di  coloro  i 
quali  si  tormentano  il  cervello  per  esage- 
rare le  difficoltà  ncirelfettuazionc  di  qua- 
lunque opera  che  s1  elevi  sulle  comuni,  è 
maggiore  di  quelli  che  ne  usano  per  cer- 
care il  modo  di  superarle,  sono  le  cagioni 
per  cui  non  e  finora  attivato  quel  progetto 
degno  in  vero  di  un  paese  eminentemente 


agricolo,  a  cui  promette  un  immenso  pro- 
gresso materiale  e  morale,  e  che  dovrebbe 
avere  il  concorso  anche  di  possessori  degli 
stali  vicini  cui  sarebbero  comuni  i  vantaggi. 
Gli  Stati-Uniti  già  si  compiaciono  del 
profitto  che  hanno  da  questo  genere  d'isti- 
tuzione. Il  collegio  di  Mountairy  in  vici- 
nanza di  Filadelfia,  in  cui  s'accolgono  i 
fanciulli  a  dieci  anni,  siano  destinati  alla 
coltivazione  dei  campi,  o  appartenenti  alla 
borghesia  ed  alle  classi  più  ricche;  gli 
istruisce  negli  studj  letterarj  e  nel  modo 
di  coltivare  le  terre ,  di  formare  i  vivai, 
nell'orticoltura  e  nell'allevamento  degli  ani- 
mali domestici.  Provveduti  di  falce,  di  ra- 
strello, di  zappa  e  degli  altri  arnesi  rurali, 
nella  bella  stagione  frequentano  i  campi, 
gli  orti,  le  stalle  che  circondano  lo  stabi- 
limento, e  ritornati  alle  sale  di  studio  fanno 
annotazione  di  quanto  hanno  osservalo,  e 
così  s'abituano  per  tempo  a  riflettere,  a 
concretare  i  proprj  pensieri  ed  a  scrivere. 
Ne  avviene  che  appena  hanno  terminato 
questa  educazione,  gli  allievi  di  quel  col- 
legio sono  ritenuti  capaci  di  dirigere  le 
aziende  agricole,  d' impiegarsi  nelle  indu- 
strie e  nel  commercio. 

Anche  in  Francia  le  scuole  d'agricoltura 
alla  Saulsaie,  a  Grand-Jouan  ed  a  Grignon, 
istruiscono  i  figli  dei  possidenti  nelle  scienze 
fisiche,  neh'  orticoltura  e  nella  botanica-, 
nell'economia  e  nella  legislazione  rurale, 
nella  geodesia  e  nella  contabilità;  e  dopo 
tre  anni  gli  alunni  escono  da  quegli  istituti 
capaci  di  amministrare  il  loro  patrimonio, 
e  diffondono  intorno  a  se  i  più  utili  si- 
stemi di  coltivazione. 

Dato  l' impulso,  il  movimento  agricolo 
in  Francia  va  sempre  più  distendendosi. 
Molte  società  e  comitati  concorrono  col 
governo  a  promoverc  quegli  studj,  asse- 
gnando rimunerazioni  e  premj  ai  maestri 
che  più  si  distinguono  nel  propagarli.  La 
Società  di  Normandia  domandò  la  facoltà 
d'istituire  un  corso  nomade  d'agricoltura 
nel  dipartimento  :  varj  consigli  municipali 
appellarono  il  sig.  prof.  Du-Brouil  a  dare 
nelle  loro  città  lezioni  d'innesto  e  d'alle- 
vamento degli  alberi  fruttiferi ,  e  da  per 
tutto  fu  ressa  ad  ascoltare  i  suoi  precetli 
a  gara  nell'applicarli.  L'arcivescovo  di  Bor- 
deaux, convinto  che  l' istruzione  e  egual- 
mente vantaggiosa  alla  moralità  del  con- 


ARCHITETTO 

ladino  che  alla  prosperità  dello  Stato,  rac- 
comandò fervorosamente  ai  parrochi  della 
sua  diocesi  che  insinuassero  agli  istitutori 
di  uscire  di  sovente  ai  campi  insieme  agli 
alunni  per  indicar  loro  nell'atto  pratico  i 
migliori  mezzi  di  coltivazione. 

Né  i  soli  libri  possono  in  alcun  modo 
tener  luogo  delle  lezioni  che  si  appren- 
dono dalla  viva  voce  del  maestro  dinanzi 
gli  apparati  di  chimica  e  di  fisica.  Di  libri 
se  ne  scrissero  assai,  e  già  da  secoli,  ep- 
pure quest'arte  che  è  la  più  diffusa  di  tutte, 
per  la  mancanza  di  scuole  è  quella  che  ha 
meno  progredito.  Chi  non  ha  mai  posto 
piede  nel  gabinetto  del  naturalista,  non 
saprà  rendersi  conto  di  elementi  ignoti  ai 
suoi  sensi  :  ed  il  libro  che  ne  parla  gli  sarà 
un  bujo  antro  in  cui  non  potrà  discernere 
nulla,  e  dal  quale  rimoverà  il  passo  ap- 
pena al  limitare.  I  più  bei  trovati  dei  dotti 
rimarranno  curiosità  scientifiche  e  senza 
vera  applicazione.  Questo  fatto  fu  com- 
preso in  Inghilterra  ,  e  la  Società  Reale 
d'Agricoltura  impiega  una  parte  delle  sue 
rendite  all'istituzione  di  laboratorj  per 
esperienze  agricole,  nei  quali  i  coltivatori 
incapaci  di  farle  da  se,  nonostante  i  molti 
precetti  che  trovano  nei  libri,  possano  con 
una  tenue  retribuzione  far  riconoscere  la 
natura  e  la  composizione  delle  loro  terre, 
dei  prodotti,  dei  concimi  che  comperano, 
ed  avere  consigli  e  norme  concrete  pei 
diversi  casi. 

All'incontro,  dalla  creazione  delle  scuole 
agricole  e  dei  latifondi-modelli,  i  libri  ed 
i  giornali  d'agronomia  riceveranno  tutta 
l'efficacia  che  si  era  proposto  l'autore;  e 
l'allievo,  famigliarizzato  con  tutti  i  prin- 
cipj  della  coltivazione,  saprà  adattare  op- 
portunamente le  nuove  invenzioni  alla  na- 
tura delle  sue  terre,  e  far  suo  prò  degli 
studj  degli  agricoltori  di  tutti  i  paesi. 

L'affetto  del  proprio  suolo  e  l'umanità 
non  s'accontentano  però  dell'insegnamento 
di  quelli  soli  che  nati  in  migliori  condi- 
zioni, possono  istruirsi  alle  scuole  di  città 
e  nei  convitti  de' fondi-modelli.  Pertanto 
negli  istituti  agrarj  di  Francia  ,  si  volle 
formare  maestri  da  distribuire  per  tutto 
il  territorio  ,  e  lo  stesso  beneficio  potrà 
venire  all'Italia  quando  si  attuasse  il  pro- 
getto del  sig.  Reschisi. 

Quale  attitudine  abbiano  i  nostri   con- 


ED  AGRONOMO  3 

ladini  per  apprendere,  lo  dicono  i  nostri  in- 
gegneri ed  i  proprietarj  che  le  tante  volte  eb- 
bero a  rincontrare  in  essi  il  genio  che  avanti 
si  tentasse  in  grande  scala  e  si  riducesse 
a  scienza,  iniziò  l' idraulica  agricola  nelle 
opere  che  abbiamo  discorse,  e  lo  ammi- 
rarono nella  sensatezza  delle  viste  e  dei 
riflessi  dei  fattori  e  dei  campari,  i  quali 
scelti  fra  i  più  intelligenti  lavoratori,  bene 
spesso  contribuirono  della  propria  intelli- 
genza a  raddoppiare  il  patrimonio  dei  loro 
padroni.  Ma  prima  di  richiedere  dippiù 
dal  contadino,  ragion  vuole  che  sia  rile- 
vata la  sua  condizione,  che  fra  i  disagi  e 
le  privazioni  troppo  difficilmente  penetrano 
istruzione  e  progresso.  Se  non  annoveriamo 
poche  eccezioni,  che  fortunatamente  da  per 
tutto  non  sono  sconosciute  giustizia  e  uma- 
nità, ed  anzi  alcuni  pubblici  stabilimenti 
e  coscienziosi  proprietarj  già  introdussero 
patti  d'affitto  che  guarentiscono  il  ben  es- 
sere dei  loro  coloni  contro  l'avidità  de'fit- 
tajuoli,  ritornando  alle  generali,  per  nes- 
suna classe  la  società  fece  cosi  poco  come 
per  questa.  Dove  una  maggior  sollecitu- 
dine per  il  filogello  non  ristaurò  o  non 
coslrusse  abitazioni  più  ventilate  e  più  salu- 
bri, là  appunto  dove  l'opera  sua  è  più  ammi- 
rata, ed  il  suolo  più  produttivo,  il  colono  na- 
sce sul  fangoso  terreno  e  sotto  le  nude  tegole 
di  fosco  casolare,  è  nutrito  di  un  latte  cor- 
rotto dall'alito  degli  armenti  che  la  madre 
respira  il  verno  confinata  nell'  angolo  di 
una  stalla  senz'  aria  e  senza  luce  :  ancor 
fanciullo  abbandona  il  letto  di  lei  per  ri- 
posare delle  precoci  fatiche  sullo  strame 
dall'aperto  fienile  circondato  dalle  esala- 
zioni del  fieno,  delle  risajc  e  delle  mar- 
cite, dove  non  può  curare  la  mondezza 
del  corpo;  beve  un'aqua  putridità,  e  lo 
scarso  cibo  e  poco  nutritivo  appena  basta 
per  stentare  la  vita  e  continuare  nel  la- 
voro finche  la  troppo  frequente  pellagra 
non  gli  assegni  un  letto  all'  ospitale  ,  o 
stremato  dalle  fatiche  e  dalle  febbri  non 
termini  anzi  tempo  la  immatura  vecchiaja. 
Nò  per  migliorare  la  condizione  del  con- 
tadino della  bassa,  è  necessario  di  soppri- 
mere le  risaje  e  le  marcite.  Vediamo  i 
fìttajuoli  e  benestanti  di  quei  medesimi 
distretti  esser  robusti  ed  arrivare  a  tarda 
vecchiezza;  e  la  taglia  tarchiata,  la  fiso- 
nomia  paffuta  e  rubiconda  delle  fìttajuole 


4  GIORNALE  DRU, 

sono  in  proverbio  nelle  nostre  città  per 
esprimere  l'aspetto  della  più  florida  salute. 
Ma  la  vita  laboriosa  di  questi  è  protetta 
da  abitazioni  meglio  riparate  o  da  cibi  più 
sostanziosi  (*).  Che  se  dopo  il  sudato  rac- 
colto il  colono  cercherà  in  qualche  di  l'e- 
stivo un'ora  d'obblio  alla  sua  miseria,  la 
poca  carne  sdegnata  dal  cittadino,  e  il  poco 
vino  che  ritempra  le  sue  forze  e  gli  esi- 
lara lo  spirito,  gli  saranno  acerbamente 
rimproverati  da  coloro  stessi  ai  quali  il 
suo  ingegno,  il  suo  lavoro,  la  sua  perse- 
veranza, la  sua  miseria  forniscono  gli  agi 
di  una  vita  di  mollezza  e  di  godimenti. 

Nò  a  questo  abbandono  liniscono  tutti 
i  suoi  mali;  che  come  sentissimo  il  biso- 
gno di  acquietare  la  nostra  coscienza,  si 
suole  accusare  quella  classe  intiera  delle 
colpe  dr  pochi,  troppo  sconsideratamente 
generalizzandole,  e  non  si  sa  invece  com- 
piangerla, che  diffidente  per  la  propria 
inesperienza  e  per  l' ignoranza  tante  volte 
approfittata  anche  da'suoi  detrattori,  talora 
si  fa  sospettosa  e  reagisce  (2). 

Soddisfatti  i  primi  bisogni  del  contadino 
per  farne  il  braccio  intelligente  dell'agro- 
nomo istrutto,  si  avrà  ancor  più  grande 
giovamento  dalle  scuole  agrarie  e  dai  fondi- 
modelli,  scegliendo  fra  gli  allievi  di  questi 
istituti   i  maestri   delle   scuole  comunali., 

(1)  Vedasi  nelle  Notizie  il  valore  nutritivo  di  varj 
cibi.  Nell'occasione  che  si  costruivano  le  strade 
ferrate  ai  due  tali  della  Manica,  si  ebbe  l'oppor- 
lunilà  di  confrontare  il  lavoro  degli  operaj  delle  due 
nazioni.  Emerse  d'assai  superiore  quello  dell'in- 
glese, e  la  sua  robustezza  è  attribuita  al  più  ab- 
bondante uso  di  carne.  Inoltre  in  Inghilterra  la  vita 
media  è  più  lunga  che  in  Francia,  e  in  questa  più 
che  in  Itali;»,  benché  il  nostro  clima  sia  più  salubre. 

(2)  Lo  scrivente  che  un  giorno  attraversava  una 
piccola  terra  in  paese  non  abitalo  che  da  coloni 
e  poveri  artigiani,  allo  speziale  del  luogo  che  Irovavasi 
seco,  e  che  gli  aveva  indicata  una  sua  casa  colonica  per 
due  o  tre  famiglie  da  poco  ricostruita,  e  poi  la  sua 
abitazione,  osservò  che  anche,  questa  aveva  bisogno 
d'essere  rislaurala.  Avrei  rifabbricala  anch'essa,  ri- 
spose lo  speziale,  se  non  fosse  sì  prcslo  cessata  la 
maialila  del  (;rip.  —  lo  pure  la  ebbi,  disse  lo  seri- 
venie,  e  risanai  senza  medicamento.  Per  i  signori 
è  cosi,  soggiunse  lo  speziale,  ma  ai  villani  si  fanno 
prendere  le  medicine  e  le  si  fanno  pagare.  Contro 
quest'unico  fallo  si  possono  opporre  mille  tratti 
di  carità  e  di  generosa  beneficenza  per  parte  di 
quelli  che  sono  in  più  immedialo  conlallo  dei  con- 
tadini, e  perciò  non  vogliasi  avere  questo  aneddolo 
che  come  un  altro  esempio  che  i  vizj  di  pochi  non 
devonsi  generalizzare  a  lulla  la  classe. 


'liSC.F.GNEKK 

coll'obbligo   d'insegnare  oltre   le  materie 
solite  anche  le    migliori   pratiche  rurali, 
l'avvicendamento  dei  prodotti,  la  prepara- 
zione dei  concimi,  l'innesto  degli  alberi, ecc. 
Cos'i  in  Francia  il  ministro  dell'  istruzione 
pubblica,  nel  1852  istituì  una  commissione 
incaricata   d'introdurre   i  lavori  di  agri- 
coltura nel  programma  delle   scuole  pri- 
marie. Si  tratterebbe  di  scegliere  maestri 
capaci  e  di  somministrare  loro  i  mezzi  per 
prendere  ad  affìtto  uno  o   due    ettari   di 
terreno  da  essere  esclusivamente  lavorato 
da'  suoi  alunni.  Di  mattino  insegnerebbero 
a  leggere,  scrivere,  a  far  conti,  e  verso 
sera  gli  inizierebbero  nel  lavoro  dei  campi, 
ed  il' prodotto  rimarrebbe   all'istruttore, 
dapprima  come  premio,  in  seguito  come 
onorario,  al  modo  d'Inghilterra. 

Nò  questa  istituzione  è  nuova.  Fino  dal 
1750  un   negoziante   del  Debbialo  fondò 
una  scuola  gratuita  d'industria  e  d'agri- 
coltura, il  primo,  leggiamo   nel  Comlitu- 
tionnel  da  cui  caviamo  questi  cenni ,  che 
risolse  il  grande  problema  dell'avvicenda- 
mento del   lavoro   manuale  e  degli  studj 
elementari.  Fornito  di  alto  spinto  indaga- 
tore, Aubert  aveva  rimarcato  che,  chiuso 
fra  quattro  pareti ,  l' insegnamento   delle 
scuole  primarie,  di  una  monotonia  da  far 
morire,  non  inspira  ai  fanciulli  che  una 
profonda  avversione  all'applicazione,   e  li 
prepara  all'infingardaggine;  che  le  lezioni 
troppo  prolungate  offuscano  l'intelletto  in- 
vece di  avvivarlo  ;  che  le  prette  teorie  non 
svegliano  le  disposizioni  e  le  attitudini  per 
le  varie  professioni ,  onde  all'uscire  delle 
scuole  i  giovani  s'avviano  per  carriere  che 
poi  dovranno  abbandonare.  Aubert  propose 
agli  Stati  di  Bretagna  d'instituire  in  quella 
provincia  sessanta  scuole  di  lavoro  all'e- 
sempio di  quella  che  egli  aveva  organizzala 
a  Cresi,  provvedute  in  guisa  che  ognuna 
potesse  somministrare  ai  privati  qualunque 
specie  di  cereali,  di  piante,  di  agnelli  di 
pura  razza  pel  miglioramento   della  lana, 
propagare  la  coltivazione  del  gelso  e  l'al- 
levamento del  baco  da  seta,  formare  capi- 
operaj  intelligenti,  mandriani  instrutti  nel 
buon  governo  degli  armenti.  Le  spese  di 
impianto  avrebbero  ammontato  a  100,000 
franchi,  e  dopo  cinque  anni  riteneva  Au- 
bert che  il  solo  lavoro  degli  alunni  avrebbe 
bastato   a   continuare   l' istituzione    senza 


ARCHITETTO 

altro  aggravio  ili  quegli  Stati.  Ma  il  suo 
pensiero  non  fu  compreso,  e  la  Bretagna 
è  ancora  povera  e  metà  coperta  di  lande 
e  macchie. 

Più  tardi  si  tentò  lo  stesso  esperimento 
in  Svizzera.  Il  Pestalozzi,  nato  a  Zurigo 
nel  1746,  fin  da  giovine  si  dedicò  a  ri- 
levare la  sorte  dei  poveri  fanciulli  ch'egli 
voleva  preservare  dall'ozio  e  dal  vizio  con 
un'educazione  che  avesse  a  hase  F  agricol- 
tura. A  Neuchof,  a  Stanz,  e  Yverdun  fondò 
scuole  nelle  quali  s'insegnava  a  leggere, 
a  scrivere  l'aritmetica,  e  si  alternavano  gli 
studj  teoretici  coi  lavori  manuali.  Gli  alunni 
apprendevano  le  nozioni  elementari  d'agro- 
nomia, l'allevamento  del  bestiame  e  l'in- 
dustria rurale  :  erano  alloggiati ,  vestiti , 
nutriti  come  coloni,  e  per  isviluppare  in 
essi  la  facoltà  delle  iniziative  s'affidava  loro 
successivamente  la  direzione  dei  varj  ser- 
vizj  del  podere. 

I  mezzi  finanziari  rimasero  inferiori  al- 
l'animo generoso  del  Pestalozzi;  ma  ridotto 
povero,  questo  filantropo  ebbe  almeno  il 
conforto  che  non  aveva  confortato  l'agonia 
di  Auberl,  di  vedere  prima  di  morire 
raffermata  la  sua  istituzione. 

Presso  Berna,  Fellenberg,  dopo  avere 
nel  1806  creato  l' istituto  agronomico  di 
Hofwyl ,  vi  uni  una  scuola  gratuita  per  i 
poveri  fanciulli.  La  difficoltà  era  di  trovare 
chi  sapesse  instruirli  e  dirigerne  i  lavori 
agricoli.  Se  ne  assunse  l'incarico  l'inge- 
gnoso Wehrli,  e  per  ventiquattro  anni  di- 
resse quella  scuola  con  tanto  profitto  della 
Svizzera,  che  il  suo  nome  è  rimasto  a  tutti 
gli  asili  agricoli  della  repubblica. 

In  Prussia  i  maestri  di  scuola  fanno 
professione  del  taglio  e  dell'  innesto  dei 
frutti,  insegnano  l'economia  rurale  e  il  go- 
verno degli  armenti,  e  sono  assistiti  dagli 
alunni  neh'  allevamento  dei  bachi  da  seta. 

II  sig.  Cruttcnden,  maestro  di  scuola  in 
un  villaggio  del  Kentshire  iscriveva  nel 
1842:  «  Ho  venti  alunni,  ai  quali  dalle 
nove  alle  dodici  della  mattina  insegno  a 
leggere ,  a  scrivere,  a  far  conti  ed  il  ca- 
techismo sotto  la  sorveglianza  del  parroco, 
ed  essi  mi  corrispondono  10  centesimi  per 
settimana  e  tre  ore  di  lavoro  per  giorno 
dalle  due  alle  cinque  dopo  mezzodì.  Ncppur 
uno  si  allontanò  scontento  dalla  mia  scuola, 
ed  ho  la  compiacenza  di  vederli  aiutarmi  colla 


ED  AGRONOMO  O 

miglior  volontà  nel  lavoro  del  mio  campo. 
Il  fondo  che  coltivo  ò  di  due  ettari  (per- 
tiche milanesi  due  e  mezza,  circa),  per  il 
quale  pago  375  franchi  di  fìtto,  e  per  la 
casa  che  ìio  a  pigione,  franchi  250,  in  tutto 
franchi  62o  all'' anno.  Non  ho  nò  prati  nò 
pascoli  e  tuttavia  nutro  tre  vacche,  una 
giovenca  ed  un  vitello.  Pascendoli  nella 
stalla  posso  alimentare  il  doppio  d'animali 
che  se  pascolassero  in  campagna  ».  L'anno 
dopo  che  fu  di  grande  arsura,  il  sig.  Crut- 
tenden  scriveva  che  ciò  non  ostante,  ì  due 
ettari  di  terra  gli  avevano  dato,  oltre  il 
fìtto  e  la  pigione,  P  alimento  ed  il  vestilo 
perse,  per  la  moglie  e  per  quattro  figli, 
anche  un  avanzo  di  mille  franchi. 

Riconosciuta  l'utilità  d'impiegare  le  forze 
perdute  degli  alunni  a  profitto  dell'agri- 
coltura, lo  spirito  pratico  che  distingue 
l'inglese  doveva  condurre  l'idea  fino  alle 
ultime  sue  conseguenze.  Un  comune  presso 
Willingdon  aveva  a  carico  un  invalido  con 
moglie  e  sette  figli,  pei  quali  pagava  all'o- 
spizio di  Eastbourne  in  cui  vivevano,  l'an- 
nua pensione  di  1800  franchi.  Un  pro- 
prietario della  parrocchia  che  aveva  vi- 
sitato la  scuola  di  Cruttenden,  propose  al 
comune  che  prendesse  ad  affitto  una  casa 
e  due  ettari  di  terra  e  vi  collocasse  l'in- 
valido in  qualità  di  maestro  di  scuola. 
D' allora  questi  e  la  sua  famiglia  non  fu- 
rono più  a  carico  del  comune:  campano 
abbastanza  bene  tutti  nove  ed  anche  fanno 
qualche  avanzo. 

Poiché  gli  istituti  agricoli  non  potranno 
essere  frequentati  dai  figli  del  contadino, 
scuole  come  queste  che  abbiamo  accen- 
nate della  Svizzera  e  dell'Inghilterra  ponno 
facilmente  attuarsi  in  qualunque  villaggio. 
Non  vi  ha  forse  un  solo  comune  in  cui 
non  si  trovino  alcune  tavole  di  terreno 
incolto,  una  brughiera,  una  strada  abban- 
donata, che  non  si  possano  dissodare  e  ri- 
durre a  campo,  ad  orto,  ad  albereto,  che  gli 
alunni  coltiverebbero  nelle  ore  di  ricrea- 
zione, diretti  dal  maestro  che  gli  istrui- 
rebbe nelle  più  razionali  pratiche  agricole 
e  dal  loro  lavoro  trarrebbe  il  compenso 
delle  sue  lezioni,  ed  in  poco  tempo  anche 
un  profitto  che  solleverebbe  il  comune  di 
ogni  corrisponsione.  E  perchè,  come  assai 
di  frequente  avvicn  delle  cose  meno  co- 
muni, alcuno  non  creda  quest'idea  un' u- 


0  GIORNALE   DELL'  INGEGNERE 

topia,  la  correderemo  di  un  esempio  di 
fatto  tolto  alla  biografia  di  un  nostro  ita- 
liano. Nella  vita  di  so  stesso  che  l'abate 
Denina  inserì  nella  sua  opera  La  Prusse 
Httéraire  sous  Frederic  II,  lasciò  scritto  : 
«  J'appris  les  élémens  de  la  langue  latine 
»  d'un  maitre  d'école  qui  avoit  si  bien  cul- 
»  tivé  quelques  toises  d'un  rocher  attenant 
»  à  son  habitation,  que  le  produit  auroit 
»  suffì  à  l'entreticn  d'une  petite  famille. 
»  Avant  lui  ce  rocher  ne  rapportoit  pas 
»  de  quoi  nourrirun  moineau.  J'  ai  ce- 
»  pendant  vu  le  cure  du  lieu  imiter  le 
»  maitre  d'école,  et  tirer  un  aussi  bon 
»  parti  d'un  coin  de  roc  qui  rapportoit 
»  par  an  autant  que  le  fonds  lui  avoit 
»  coùté  en  l'achetant  ». 

L'attuazione  delle  scuole  agricole  e  di 
estesi  fondi-modelli,  la  diffusione  dell' in- 
segnamento per  mezzo  delle  scuole  co- 
munali, crediamo  siano  le  condizioni  senza 
le  quali  le  nostre  terre  non  potranno  mai 
raggiungere  la  massima  quantità  e  la  mi- 
glior qualità  di  prodotti  colle  minori  spese. 
Conseguenza  ne  verrà  l'aumento  della  po- 
polazione della  campagna  che  in  alcuni 
distretti,  anche  di  Lombardia,  è  scarsa, 
ed  il  suo  miglioramento  morale.  Il  suo  ben 
essere  si  comunicherà  alle  classi  cittadine, 
e  quelle  istituzioni  inaugureranno  una 
nuova  epoca  di  prosperità  e  di  grandezza. 

Intanto  la  Redazione  del  Giornale  del- 
l'' Ingegnere  e  dell'  Agronomo  continuerà  a 
raccogliere  memorie  originali  e  straniere, 
delle  novità  e  dei  perfezionamenti  nelle  varie 
coltivazioni.  Il  distinto  grado  d'istruzione 
delle  persone  alle  quali  esso  è  destinato, 
saprà  applicarli  al  nostro  suolo  che  tanto 
grato  corrisponde  alle  cure  di  chi  lo  lavora 
con  intelligenza  e  con  perseveranza.  In 
Francia,  ed  in  Inghilterra  massimamente. 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO 

protetta  dai  governi  e  dalle  società  agrarie, 
l'agricoltura  prese  in  questi  ultimi  anni 
un  incremento,  che  ad  onta  della  predi- 
lezione del  nostro  sole,  siamo  minacciati 
che  l'arte  prenda  sulla  natura  il  solo  primo 
posto  che  ancora  non  ci  è  contestato,  se 
noi  non  approfitteremo  degli  studj  e  degli 
esperimenti  che  si  intraprendono  altrove. 

Nò  però  trascureremo  le  arti  mecca- 
niche, più  incoraggiati  che  mai  dal  pro- 
gresso che  assunsero  fra  noi.  Quale  atti- 
tudine abbia  anche  in  esse  il  nostro  popolo, 
lo  indicano  le  principali  officine  che  da 
pochi  anni  fondate  e  quasi  esclusivamente 
condotte  coli' opera  dei  nostri,  ci  promet- 
tono non  lontana  la  nostra  indipendenza 
dalle  fabbriche  straniere.  Oltre  alcune  in- 
dustrie di  largo  impianto  ,  nella  passata 
Esposizione  di  Milano  ebbimo  ad  ammirare 
la  perfetta  esecuzione  delle  macchine  del- 
l'Elvetica; e  la  grandiosa  officina  dall'I.  R. 
Strada  Ferrata  Lombardo-Veneto  annessa 
alla  Stazione  di  Verona  ,  sotto  l' esperta 
direzione  dell'Ingegnere  sig.  Cappelletto, 
non  solo  seppe,  appena  creata,  rifondere 
qualunque  parte  di  locomotive,  ma  dopo 
qualche  anno  anche  costruirne  intiera- 
mente di  nuove  e  tali  da  non  lasciare 
nulla  desiderare  al  confronto  delle  migliori 
straniere. 

Neppure  dimenticheremo  l'architettura 
civile  ed  idraulica,  la  nuova  scienza  delle 
strade  ferrate,  quella  dei  canali  di  navi- 
gazione, l'arte  del  capo-mastro  e  le  pro- 
prietà dei  materiali  di  costruzione  e  la 
carpenteria,  Te  quistioni  sui  combustibili, 
i  processi  d'illuminazione,  le  principali 
innovazioni  nella  telegrafia ,  infine  tutto 
quanto  ha  rapporto  alla  scienza  dell'In- 
gegnere architetto  e  dell'agronomo. 

I.  L.  V. 


MEMORIE   ORIGINALI. 


Cenno  Illustrativo  dciri.  R.  Strada 
Ferrata  da  Verona  a  toccagli© , 
aperta  al  pubblico  esercizio  il 
giorno  22  aprile  1854. 

(Vedi  le  (avole  1  alla  7.) 

Andamento  topografico  ed  altimetrico 
della  linea. 

l.°  Linea  da  Verona  a  Desenzano. 

Si  dirama  questa  strada  ferrala  in  curva 
dalla  linea  per  Mantova  presso  il  Forte 
Wralislaw  ad  un  kiloraelro  dalla  Stazione 
di  Porta  Nuova  di  Verona ,  e  corre  lungo 
il  ciglione  della  bassa  di  S.  Lucia  lino  al 
punto  ove  ha  origine  la  Strada  Ferrata 
Veneto-Tirolese  ora  in  costruzione ,  ed 
indi  retta  prosegue  fino  alla  Valle  di  Sona, 
il  cui  piano,  alto  sopra  la  sua  origine  a 
Verona  metri  42,  viene  raggiunto  con  va- 
rie modiche  salite  non  mai  maggiori  del 
5  per  mille,  posando  sopra  sodo  terreno 
ghiajoso. 

A  questa  valle  ivi  si  offre  opportuno 
varco  attraverso  la  cinta  di  Colli  che  cir- 
colarmente si  protende  dall'  Adige  alla 
Volta  Mantovana,  a  Lonato  ed  oltre  fino 
in  Tirolo.  In  detto  varco  giace  la  Stazione 
di  Sommacampagna ,  da  dove  per  altri 
successivi  intervalli  attraverso  ad  altre  mi- 
nori catene  di  colline  giunge  a  S.  Giorgio 
in  Salici,  spaccando  quell'altura  con  due 
tratti  di  trincea  (  presidiati  da  muri  di 
sostegno),  la  cui  massima  profondità  giunge 
a  metri  24,00;  e  soltanto  sotto  il  vertice, 
presso  cui  giace  il  caseggiato,  venne  ese- 
guita a  perforamento  un  galleria  lunga  ap- 
pena metri  62,  50.  Dalla  detta  trincea  fino 
a  Peschiera  fu  rinvenuto ,  dopo  diversi 
tentativi,  un  terreno  le  cui  frequenti  on- 
dulazioni sono   disposte   in  declivio  uni- 


forme, cosicché  adequando  le  depressioni 
colla  materia  levata  dalle  alterne  promi- 
nenze, risultò  una  discesa  continua  del  5,60 
per  00/00,  quasi  totalmente  retta  a  partire 
dalle  Cà  Nove  a  levante  di  S.  Giorgio, 
ov'è  il  piano  culminante,  alto  sul  punto 
di  partenza  metri  56,  e  da  esso  distante 
kilomelri  13  i/s. 

Le  stazioni  di  Castelnovo  e  di  Peschiera 
stanno  Puna  sul  detto  pendio,  l'altra  ol- 
tre l'estremo  del  medesimo,  sopra  un  piano 
orizzontale  elevato  dal  detto  punto  di  par- 
tenza metri  12,00.  Prima  di  quest'ultima 
e  dopo  della  medesima  venne  conciliato 
cor  riguardi  alle  condizioni  altimetriche 
divergenti  delle  fortificazioni  di  Peschiera 
un  sistema  di  Ire  curve  a  flesso  contrario, 
che  gira  tra  la  Fortezza  ed  i  suoi  forti 
esterni ,  attraversando  il  fiume  Mincio  e 
costituendo  una  nuova  linea  di  difesa.  Ab- 
bandonato  il  raggio  fortilizio,  dopo  una 
breve  salita  del  5  per  ou/00 ,  discende  di 
nuovo  al  detto  piano  e  va  retta  ed  oriz- 
zontale fino  alla  stazione  di  Pozzolengo, 
verso  il  qual  paese  appunto  si  piega  onde 
cogliere  un  terreno  più  alto,  su  cui  diri- 
gere poi  la  linea  senza  altre  inflessioni 
lungo  i  colli  di  S.  Zeno  e  delle  Residenze 
fino  alla  stazione  di  Desenzano,  con  pen- 
denze del  2  %  del  5  e  del  6  per  00/00,  es- 
sendo la  stazione  di  Desenzano  alta  sul 
ripetuto  punto  di  partenza  metri  51,00:  e 
distante  da  esso  kilometri  35  1/2. 

Il  tratto  di  terreno  attraversato  dalla 
linea  da  Peschiera  al  colle  di  S.  Zeno, 
denominato  la  Lugana,  presentò  diverse 
anomalie  nelle  fisiche  sue  qualità,  e  delle 
gravi  difficoltà  che  si  dovettero  superare 
a  forza  d'insistenza,  come  si  accennerà 
in  appresso  per  ciò  che  si  riferisce  al  La- 
ghetto di  Peschiera,  al  Feniletto  ed  al 
Venga. 


2.°  Linea  da  Desenzano  a  Brescia. 

La   Stazione   di  Desenzano  è  collocala 
sul  vertice  del  colle  delle  Residenze,  alta 
sulla    massima   piena   del   lago  di  Garda 
metri   50.  Quest'altezza  si  è  dovuta  con 
replicati  studj  raggiungere,  onde  rendere 
poi  possibile   una  Stazione  fra   i  colli  di 
Lonato   (  la  cui  altezza ,  che  corrisponde 
al  punto   culminante  di  tutta  la  linea ,  è 
di  metri  90,  47  sul  punto  all'origine  presso 
il  Forte  Wratislavv),   senza   ricorrere  a 
pendenze  maggiori  del  10 per  00/00,   come 
si  è  conseguito  infatti,  adottando  una  sola 
curva,  ed  il   viadotto  sulla  valle  di  Rio- 
freddo   presso  Desenzano  (di  cui  si  dirà 
più  sotto),  trincee  di  moderata  profondità 
ed   una   galleria  di  soli  metri  224  a  le- 
vante della  Stazione  di  Lonato.  Le  trin- 
cee prima  e  dopo  la  detta  galleria  hanno 
muri  di  rivestimento,  e  la  stazione  circonda 
il  borgo  di  Lonato  a  mezzogiorno,  ove  fra 
le  colline   si  offre  una  valletta  al  giusto 
livello  della  Strada  Ferrata. 

Da  Lonato  corre  questa  rettilinea  fino 
a  Ponte  S.  Marco  ed  in  discesa:  indi  con 
due  inflessioni  opposte  laterali  al  fiume 
Chiese,  lo  varca  normalmente  in  una  sua 
svolta,  con  livelletta  orizzontale,  ed  all'al- 
tezza di  metri  73  circa  sul  principio  della 
linea.  A  sinistra  del  Chiese  sta  la  Sta- 
zione di  Ponte  S.  Marco. 

Dopo   la  curva  a  destra  del  medesimo 
si    procede  alla  Stazione  di  Rrescia   con 
mitissime    pendenze  non    mai    superiori 
al  4  per  00/00,  e  con  due  sole  inflessioni  con- 
trarie, Tuna  tra  S.  Eufemia  e  Rrescia  e 
l'altra  a  levante  di  quella  Stazione,  ta- 
gliando con  piccola  trincea  il  colle  di  Ci- 
liverghe.  A  metà  circa  dell'estesa  di  questo 
tronco   si  eresse  la  Stazione  di  Rezzalo. 
La   linea  fu   condotta  a  toccare  l'unghia 
dei  Ronchi  di  Rrescia,  onde  eliminare  in 
gran  parte  la  sinuosità  e  conseguente  con- 
tropendenza cagionata  dalla  valle  del  tor- 
rente Garza  e  del  Naviglio  che  si  attra- 
versano ai   cigli  della  Regia   Postale  per 
Mantova.  L'imo  punto  di  questa  contro- 
pendenza è  inferiore  al  piano  orizzontale 
della  Stazione  di  Rrescia  di  metri  9,80: 
mentre    il  detto  piano  della  Stazione  sta 


GIORNALE   DELL' INGEGNERE 

sopra  il  punto  di  partenza  della  linea  me- 
tri 72,43. 

La  Stazione  dista  dalla  porta  di  S.  Na- 
zaro  di  Rrescia  soli  metri  250;  e  la  lun- 
ghezza complessiva  della  strada  fin  qui 
descritta  e  di  kiiometri  03,  81040.  Il  ter- 
reno attraversato  da  Desenzano  a  Rrescia 
è  generalmente  ghiajoso,  ed  irrigatorio  da 
Lonalo  a  Rrescia. 

3.°  Linea  da  Brescia  a  Coccaglio. 

Il  terreno  che  si  estende  da  Rrescia  a 
Coccaglio   presenta  anomalie  altiraetriche 
che  non  si  potevano  economicamente  su- 
perare  che   coli'  andamento   della   linea , 
quale  fu  dopo  diversi  studj  di  confronto 
detcrminata,  in  modo  di  correggere  colla 
pendenza   generale   dal   suolo  lombardo, 
in  discesa  dal  nord  al  sud  ,  le  forti  pen- 
denze   accidentali  e  lungamente  protratte 
dall'  est  all'  ovest   e  viceversa ,  trovando 
cioè  quelle  risultanti  diagonali  che  offri- 
vano le  più  modiche  pendenze  con  insi- 
gnificanti movimenti  di  terra.  Infatti  il  ter- 
reno dal  fiume  Mella  discende  fortemente 
fino    al  torrente  Gandovcre.  epperciò  ivi 
la  linea   piega  verso   il  nord  fino  a  rag- 
giungere la  Regia  Postale  Lombardo-Ve- 
netaf  indi  riascende  rapidamente  dal  Gan- 
dovere    ad   Ospitalelto ,  causa  per  cui  la 
linea  ripiega  verso  il  sud  fra  Ospitaletto 
e  Travagliato.  Con  questo  sistema  si  ot- 
tennero livellette  generalmente  non  mag- 
giori del  3,  e  solo  talvolta  del  4  per  00/0Q> 
ed  un  movimento  di  terra  in  volume  mi- 
nore   della  metà    di   quanto  importavano 
studj  precedenti. 

Il  Molla  si  varca  a  metri  2,72  sotto  il. 
piano  della  Stazione  di  Rrescia.  Ha  luogo 
una  Stazione  ad  Ospitaletto  all'altezza  di 
metri  18,29  ed  altra  a  Coccaglio  di  me- 
tri 21,78  sopra  il  detto  piano  della  Sta- 
zione di  Rrescia.  La  terra  è  ghiajosa,  ed 
il  territorio  attraversato  quasi  totalmente 
irriguo.  La  lunghezza  del  Tronco  Rrescia  — 
Coccaolio  è  tli  kiiometri  19,00301;  ed  in 
complesso  dal  Forte  Wralislaw  a  Coccaglio 
vi  sono  kiiometri  82,87341. 

Il  prospetto  allegato  A  denota  pei  sin- 
goli nominati  Troncbi  la  loro  composizione 
di  rettilinei  e  curve,  ed  il  prospetto  al- 
lenato B  denota  il  sistema  delle  livellette 


ARCHITETTO    ED    AGRONOMO 


!» 


Difficoltà'  occousl<:  e  superate  nei 
movimenti  ih  terra. 

1.  Da  Verona  a  Desenzano. 

a)  Alla  Trincea  di  S.  Giorgio  in  Salici. 
Quivi  oltre  le  trincee  già  prescritte,  con- 
venne sostituire  una  trincea  a  parte  della 
galleria  che  in  progetto  crasi  ideata  della 
lunghezza  di  metri  200,  in  causa  delle 
copiose  acque  che  rendevano  estremamente 
difficile,  dispendioso  e  pericoloso  il  lavoro 
sotterraneo  degli  escavi  e  de'presidj  per 
la  costruzione  della  volta  e  dei  piedritti 
della  galleria,  specialmente  verso  l'estremo 
di  levante,  ove  per  la  pendenza  non  pote- 
vasi  ottenere  uno  scolo  naturale;  ed  il 
fondo  era  fracida  torba,  mista  a  mobilis- 
sima argilla  deliquescente. 

Il  livello  del  pelo  d'acqua  dei  pozzi  del- 
l'attiguo e  soprastante  paese  di  S.  Giorgio 
era  dieci  metri  più  elevato  del  piano  car- 
reggiabile della  galleria  :  epperciò  anche 
la  sostituita  trincea  non  poteva  andar  esente 
da  peripezie;  mentre  l'acqua  de' pozzi  fil- 
trando per  sottili  strati  di  sabbia  frapposti 
a  quelli  d'argilla  e  di  torba,  che  si  erano 
resi  scorrevoli  l' un  sopra  l'altro,  ingene- 
rarono considerevoli  frane,  le  quali  furono 
poi  vinte  con  grosse  murature  di  sostegno, 
incominciandosi  agli  estremi  delle  singole 
frane,  e  procedendosi  verso  il  centro  di 
esse,  come  suolsi  praticare  nel  dare  la 
strella  alle  rotte  de' fiumi:  talmente  liquida 
era  la  materia  che  ne  scorreva  ad  ingom- 
brare la  sede  stradale.  Superiormente  alle 
murature  furono  eseguite  scarpe  rivestite 
di  fascinaggi.  con  posteriori  ciottoli  e  stra- 
tificazioni di  zolle  erbose  e  gramigna. 

E  perchè  fosse  tolto  ogni  dubbio  che 
anche  nelle  altre  parti  delle  trincee  di 
S.  Giorgio  si  manifestassero  simili  frane, 
la  scarpa  saliente  dell'I  per  1,  ch'era 
stata  prescritta  da  principio  sopra  le  mu- 
rature di  rivestimento,  venne  divisa  a  metà 
altezza  con  una  banchina,  e  fatta  dell'I  i}k 
per  1  =  la  parte  superiore,  con  pianta- 
gioni, e  la  parte  inferiore  rivestita,  come 
sopra,  con  ciottoli,  piote  erbose,  ecc. 

b)  Nella  Lugana  e  specialmente  nelle 
seguenti  località: 

=  Al  laghetto  di  Peschiera,  ove  per  un 


Voi.  111. 


tratto  di  80  e  più  metri  di  strada  s'in- 
contrò una  torbaja  profonda  circa  metri  12. 
Quivi  si  apersero  due  fosse  laterali,  ove  fu- 
rono eseguiti  due  casseri  con  palafitti  e  riem- 
pimenti di  pietrame,  onde  contenere  pos- 
sibilmente la  terra,  che  si  derivava   dalle 
vicine  trincee  e  da  un  promontorio  pros- 
simo alla  Zanetta,  e  che  mano  mano  si  spro- 
fondava scacciando   la    materia  liquida  e 
molle   che   in  parte   sollevava  manifesta- 
mente le  campagne  adjacenti.   Su  queste 
fu  opportuno  estendere  grandi  banche  di 
terra  sporgenti  dall'argine,  onde  aumen- 
tarne la  base.  Dopo  due  anni  di  continuato 
ed  intenso  lavoro,  il  fondo  si  rese  immo- 
bile e  l'argine  potè  raggiungere  il  prescritto 
livello   alto  sul   piano  circa   metri  8,00. 
=  Al    Feniletto  ,   il    fondo    naturale , 
non  esposto  al  contatto   dell'aria   e  del- 
l'acqua, è  argilla  mista  a  calce  talmente 
compatta  da  pesare  perfino  duemila  e  due- 
cento chilogrammi  il   metro   cubo,   e   da 
distinguersi  assai  difficilmente  dalla  pietra. 
Esposto  invece  lungamente  all'azione  del- 
l'aria e  dell'acqua  si  liquefa  con  efferve- 
scenza e  scorre  semiliquido.   Già  da  un 
anno  dalla  sua  costruzione  slava  immobile 
l'argine  del  Feniletto,  alto  sulla  campagna 
adjacente    circa    metri   9;   ma   le  grandi 
piogge  della  primavera  1853  cominciarono 
a  discioglierlo:  e  ad  onta  dell'immediato 
tombamento  delle  laterali  cave  e  della  loro 
riduzione  a  coltivo,  e  formazione  di  ban- 
che laterali  all'argine,  durante  le  non  in- 
terrotte piogge  dell'estate  successiva  e  del- 
l'autunno, desso  continuava  a  scorrere  dai 
fianchi,  seco   trascinando   anche   la  terra 
vegetale  di  riempimento  delle  cave.  Sola- 
mente allorché  si  è  potuto  formare  tor- 
tuosamente   un    armamento    provvisorio, 
onde  col  mezzo  delle  locomotive  traspor- 
tare da  Castelnovo  e  da  S.  Zeno  sul  luogo, 
da  una  parte  grandi  e  numerosi  treni  di 
ghiaja  e  pietre,  dall'altra  di  sabbia,  si  co- 
minciarono ad  ottenere  parziali  riposi.  Ma 
l'espediente  definitivo,  che  consolidò  e  rese 
praticabile  la  strada,  fu  quello  di  allargare 
la  sede  stradale  fino  a  metri  12,  e  di  am- 
massare accanto  all'armamento  due  gran 
cumuli  di  pietre,  i  quali  mano  mano  che 
s' incassavano    scomparendo  nel   rilevalo, 
venivano   rimessi,  finché  col   loro  primo 
strato  raggiunto  il  fondo  vergine,  poterono 


Lualio  1855. 


'2 


|Q  GIORNALE   DELL 

costituire  come  duo  muri  a  secco  sepolti  , 
nell'argine,  e  rifiancati  dalla  terra,  che  ne 
t'orma  le  scarpe,  da  per  se  dispostesi   in 
dolce  declivio. 

La  base  della  terra  costituente  l'argine 
di  Feniletto  domina  eziandio  nell'altre 
parti  della  Lugana,  sebbene  possa  giudi- 
carsi alquanto  migliore;  e  ne  fece  prova 
specialmente  l'argine  allo  scolo  Scrmana, 
quello  tra  FenileUo  e  la  stazione  di  Poz- 
zolengo,  ed  alla  Refìnella,  dove  si  mani- 
festarono diverse  frane,  e  screpolature  lon- 
gitudinali nell'argine,  che  furono  risarcite 
con  ghiaja,  ciottoli  e  strati  di  terra  ve- 
getabile alternati. 

=  Al  fiumicello  Venga  presso  S.  Zeno  si 
incontrarono  non  minori  ostacoli,  laddove 
il  fondo  a  qualche  profondità  è  in  gene- 
rale di  sottile  e  mobilissima  sabbia  azzurra, 
basato  sopra  uno  strato  d'argilla  impermea- 
bile, disposto  in  piano  inclinato  verso  tra- 
montana. La  parte  superficiale  è  sabbia 
giallognola,  ossia  mista  ad  argilla. 

Quest'ultima  materia  fu  impiegata  per 
la  formazione  dell'  argine  in  altezza  di 
circa  metri  15  e  vi  riesci  opportuna.  Se 
non  che  giunto  l'argine  presso  il  suo  com- 
pimento e  resasi  più  pesante  la  materia 
componente  per  le  continuate  piogge,  che 
vi  filtrarono,  succedeva  lo  squilibrio  fra  il 
semiliquido  sostenente  ed  il  sostenuto,  e 
quindi  scoscendendosi  la  metà  dell'argine 
a  nord,  si  sprofondava  in  gran  parte  in 
quello,  con  sollevamento  dei  fondi  laterali 
e  specialmente  del  letto  delle  cave  che 
avevano  somministrata  le  materia  di  co- 
struzione. Il  letto  del  fiumicello  Venga 
ch'era  incassato  fra  le  sponde  di  quasi 
metri  2,  si  era  alzato  a  guisa  d'argine  di 
altrettanto  sulle  sponde  medesime. 

Anche  in  questa  località  il  miglior  ri- 
medio, che  si  trovò  del  caso,  fu  in  primo 
luogo  l'imbonimento  delle  cave  con  terra 
vegetabile  e  la  loro  riduzione  a  coltivo, 
onde  caricarne  il  fondo  e  metterlo  in 
asciutto;  indi  la  formazione  di  una  grande 
banca  lungo  il  fianco  di  tramontana  del- 
l'argine, sìcchè  ne  fosse  fortemente  au- 
mentata la  base  in  confronto  dell'altezza 
e  del  peso  dello  stesso,  e  col  rifare  la  parte 
franata  con  isperoni  interni  di  ciottoli  e 
ghiaja  trasportati  perfino  dalla  trincea  di 
'tonato  con  locomotive;  con  che  l'argine 


/ingegnere 

restasse  rifiancato  e  l'acqua  di  pioggia, 
raccogliendosi  in  essi  speroni,  venisse  por- 
tata a  fossetti  sotterranei  riempiuti  di  ciot- 
toli lungo  l'argine  stesso  e  scaricanti  negli 
scoli  attigui.  Con  tal  provvedimento  non 
ebbesi  più  ulteriormente  alcun  dissesto. 

2.°  Da  Desenzano  a  Brescia. 


a)  A  levante  del  viadotto  di  Desenzano 
l'argine  è  disposto  sopra  un  piano  forte- 
mente inclinato  verso  ponente,  e  formato  di 
terreno  affatto  simile  a  quello  anzidescritto 
di  Lugana  a  Feniletto.  Assai  difficilmente  si 
rompe  e  si  collega  per  comporre  una  diga 
compatta  allorché  è  asciutto;  imbevuto  di 
acqua  si  rende  invece  semiliquido  e  scorre 
sforzando  ogni  ostacolo.  Qui  l'argine  alto 
metri  23  minacciava  frane  ai  lati,  ma   si 
è  potuto  contenerlo  con  presidj  di  muro 
a  secco  all'unghia.   Durante  però   il  suo 
costipamento  arrecò  danno  alle  vicine  opere 
del  viadotto,  esercitando  una  incalcolabile 
spinta  contro  la  sua  spalla  orientale  e  le 
ali  di  sostegno  delle  scarpe,  che  quantun- 
que presentassero   in    base   la   grossezza 
perfino  di  metri  17,50,  furono   spostate. 
La  potenza  di  tale  spinta,  i  cui  limiti  assai 
difficilmente  si   avrebbero   potuto  preve- 
dere, indusse  ad  adottare  il  ripiego,  di  cui 
più  sotto  si  fa  speciale  menzione,  di  ot- 
turare  con   muratura   il   primo  arco  del 
viadotto,  attiguo  alla  spalla,  e  di  affrontare 
alle  ali   secondanti   le  scarpe  due   quarti 
di  cono  formati  di  materia  più  scelta  pro- 
veniente nella    maggior  parte   fino   dalla 
trincea   di   Lonato.  In  generale  tutta   la 
valle  di  Riofreddo,  sulla  quale  fu  eretto 
l'accennato  edificio,  si  presentò  malagevole, 
sia  per  le  suddette  sfavorevoli  condizioni 
e  specialmente  per  un  forte  banco  di  torba, 
che  si  scoperse  al  luogo  della  fondazione 
delle  quattro  pile  di  mezzo. 

b)  Alla  trincea  di  Lonato  profonda  da 
metri  8  a  12,  per  le  copiose  filtrazioni 
rinvenute,  s' incontrarono  in  parte  le  diffi- 
coltà superale  a  S.  Giorgio,  anche  per  ri- 
guardo ai  muri  di  sostegno. 

e)  A  Ciliverghe  l'escavo  della  trincea 
nel  colle  si  è  eseguito  in  parte  nella  roccia; 
ma  il  lavoro  procedette  colla  maggiore 
regolarità. 


ARCHITETTO 

3.°  Da  Brescia  a  Coccaglio. 

In  questo  tronco,  stante  la  bontà  del 
fondo,  generalmente  ghiajoso[,  e  le  tenui 
altezze  dell'argine,  senza  trincee,  nessuna 
circostanza  merita  particolare  menzione. 

MANUFATTI    E   SPECIALI    LORO    DIFFICOLTA' 
d'  ESECUZIONE. 

1.°  Da  Verona  a  Desenzano. 

Tra  grandi  e  piccoli  manufatti  at- 
traverso alla  strada  ferrata  se  ne  con- 
tano      N.  120 

oltre  i  manufatti  esterni,  di  circa  j 80 

Totale  N.  200 

Tra  questi  sono  compresi  i  seguenti 
principali: 

a)  Diversi  cavalcavia  e  sottopassaggi,  tra 
cui  quelli  pella  postale  Lombardo-Veneta  ; 
il  primo  a  Cavalcasene,  lungo  metri  55, 60, 
sotto  il  quale  a  foggia  di  galleria  passa  obbli- 
quamente  la  strada  ferrata,  e  l'altro  mi- 
nore a  Peschiera  che  sostiene  invece  la 
ferrata. 

b)  La  galleria  di  S.  Giorgio  lunga  me- 
tri 62,50,  di  luce  larga  metri  8,40  ed 
alta  metri  7,50.  La  sezione  è  ad  arco 
circolare  a  tre  centri  compresi  i  piedritti, 
grosso  metri  1,  con  volta  rovescia  al  piede. 

e)  Il  ponte  sul  fiume  Mincio,  che  segue 
la  curva  della  strada  ferrata  volgente  la 
sua  concavità  verso  la  fortezza  di  Peschiera. 
Ha  la  lunghezza  sviluppata  di  metri  195 
e  descrive  in  pianta  una  linea  spezzata  a 
cinque  lati,  ciascuno  de' quali  comprende 
un  arco  a  segmento  circolare,  la  cui  proie- 
zione orizzontale  è  un  rettangolo,  ed  ha 
la  luce  di  metri  22, 25  di  corda,  e  di  me- 
tri 3,  75  di  saetta. 

Le  pile  sono  più  larghe  sotto  corrente 
che  non  sopra,  ossia  da  metri  4,  42  a  me- 
tri 4,08:  giacche  in  esse  è  raccolta  tutta 
la  divergenza  dei  raggi  della  curva  della 
strada,  onde  conservare  parallele  le  facce 
delle  pile  fra  loro  attigue:  sicché  risulti 
rettangola  la  base  delle  luci. 

Questo  ponte,  come  venne  stabilito  in 
concorso  colla  Direzione  del  Genio  Mili- 
tare, serve  a  tre  scopi: 


ED   AGRONOMO  4  1 

1/  Pel  transito  della  strada  ferrata. 
2.°  Pel  passaggio  dei  carri  comuni. 
3.°  Per  il  perfetto  chiudimento  del  Min- 
cio, od  emissario  del  lago,  in  caso  d'as- 
sedio o  in  caso  di  pencolo  d'innondazione 
a  Mantova  per  la  piena  contemporanea  del 
Po  e  del  lago  di  Garda. 

Al  primo  degli  accennati  scopi  si  e  sop- 
perito coi  detti  cinque  archi,  il  cui  piano 
superiore,  difeso  da  parapetto  di  ferro  con 
pilastrini  di  pietra,  asseconda  la  curva  della 
strada  del  raggio  di  metri  700. 

Al  secondo  serve  un'impalcatura  di  le- 
gno con  carreggiata  in  ghiaja  sostenuta  dalle 
spalle  del  ponte,  dalle  quattro  grandi  pile 
suddescritte,  traforate,  e  da  N.  10  pile 
minori  che  suddividono  ciascuna  delle  cin- 
que luci,  fino  al  piano  dell'impalcatura 
poco  superiore  alla  massima  piena,  in  tre 
campate  eguali.  Ha  parapetto  pure  di  le- 
gname con  pilastrini  di  vivo  sulle  pile  mi- 
nori. Nella  campata  di  mezzo  del  terzo 
arco  l'impalcatura  è  fatta  a  ponte  levatojo, 
onde  possa  prestarsi  alle  viste  di  futura 
navigazione  del  fiume,  quando  fosse  espur- 
gato e  sgombro  delle  frequenti  pescaje  che 
nel  suo  corso  lo  inceppano.  Per  accedere 
a  questo  passaggio,  nelle  testate  sono  pra- 
ticati due  locali  a  base  semicircolare  co- 
perti da  una  mezza  calotta  sferica,  e  ser- 
vono anche  d'attraversamento  alla  strada 
.  ferrata  per  la  continuità  degli  accessi  lungo 
le  ripe. 

Le  platee  dei  tre  archi  di  mezzo  sono 
a  metri  3  sotto  la  massima  piena,  e  quelle 
dei  due  laterali  a  metri  2.  La  suddetta 
profondità  di  metri  3  fu  cosi  assegnata, 
onde  il  ponte  si  presti  appunto  al  suenun- 
ciato  espurgo  del  fiume,  ed  anche  all'intento 
che  il  lago  di  Garda  mantenga  il  suo  pelo 
d'acqua  ordinario  ad  una  minore  eleva- 
zione; offra  poi  una  maggiore  capacità, 
onde  far  fronte  alle  escrescenze  che  av- 
venissero durante  l' intervallo  di  tempo  in 
■  cui  resterebbe  intercettato  il  corso  del- 
l'emissario,  mediante  la  chiusura  delle 
trenta  porte  sottoposte  alla  detta  impal- 
catura che  si  chiudono  ed  aprono  alla 
maniera  di  quelle  delle  conche. 

Sui  rostri  delle  grandi  pile  si  ergono  dei 
semicilindri  che  rifiancano  il  ponte,  eli- 
dendo le  spinte  obblique  prodotte  dalle  di- 
vergenze dei  lati  in  cui  stanno  gli  archi, 


12 


GIORNALE  DELL  INGEGNERE 


e  coprono  lo  divergenze  stesse,  rimanendo 
tangenti  a  curve  concentriche  coli' asse 
stradale. 

Il  piano  supcriore  ai  rifianchi  delle  volte 
è  coperto  di  cappa  d'asfalto,  e  lo  stillici- 
dio si  fa  per  quattro  docce  attraverso  a 
ciascuno  degli  archi  1.°,  3.°  e  5.",  collo- 
cale presso  l'imposta. 

Le  fondazioni  furono  basate  sopra  pala- 
fitti e  grigliati,  onde  consolidare  il  terreno, 
che  in  parte  era  torbóso  ed  instabile.  Gli 
asciugamenti  furono  eseguiti  prima  per  le 
due  estremità,  indi  per  la  parte  di  mezzo, 
con  coclee  d'Archimede  a  più  ordini,  messe 
in  movimento,  mediante  due  sistemi  di 
ruote,  dalla  stessa  corrente. 

La  muratura  è  generalmente  in  pietra 
da  taglio  delle  cave  del  lago  di  Garda,  di 
color  roseo,  con  riempimenti  di  muro  in 
pietrame,  cotto  e  cemento  idraulico.  Gli 
archi  però  ed  i  timpani  sono  in  cotto. 

L'armamento  della  strada  sul  ponte  è 
all'americana  con  travi  longitudinali. 

Appena  gli  archi  furono  compiuti,  se  ne 
dovette  tosto  far  uso  straordinario  con 
locomotive  e  carri  di  sterramento ,  sopra 
un  armamento  provvisorio,  onde  provve- 
dere di  ghiaja  le  grandissime  estese  d'ar- 
gine che  affatto  ne  mancavano,  ed  onde 
fornire  i  rimedj  suindicati  agli  argini  di 
Feniletto  e  di  Lugana;  e  ciò  durante  una 
stagione  perversa.  Queste  circostanze  sfa- 
vorevoli portarono  qualche  pregiudizio  al 
regolare  assettamento  dell'arco  ultimo  a 
destra  corso  d'acqua,  del  quale  si  è  dal- 
l'Impresa fatta  rinnovare  la  costruzione, 
perchè  non  restasse  vestigia  d' irregola- 
rità, od  apparenza  di  minore  solidità.  Una 
tale  ricostruzione  venne  fatta  senza  inter- 
rompere il  transito  delle  materie  di  co- 
struzione. 

d)  Al  Laghetto,  al  Feniletto,  al  Venga  le 
tombe  per  la  continuità  delle  acque  si  dovet- 
tero prolungare  sotto  le  banche  di  rinfianco 
dell'argine,  e  rafforzare  coli' inserzione  di 
un  piccolo  tunnel  a  canna  cilindrica. 

2.°  Da  Desenzano  a  Brescia. 
Il  numero  complessivo  de' manu- 
fatti attraverso  la  ferrata  da  Desen- 
zano a  Brescia  ascende  a      .     .  N.  220 

Oltre  gli  esterni »     CO 

In  complesso  IS\  280 


I  manufatti  più  importanti  sono: 
a)  Il  viadotto  sulla  valle  di    Riofreddo 
a  Desenzano. 

Questo  grande  manufatto  consta  di  17 
archi  a  sesto  acuto,  16  pile  grosse  me- 
tri 4, 50,  e  due  grandi  testate  con  ali 
alquanto  divergenti  per  sostegno  delle 
scarpe  dell'argine.  Gli  archi  sono  rampanti 
in  causa  della  pendenza  della  strada  del  10 
per  00/00,  ed  insistono  ad  un  triangolo  equi- 
latero coi  lati  di  metri  17,  50.  La  sua  lun- 
ghezza complessiva  è  di  metri  400,  e  l'al- 
tezza del  piano  carreggiai/ile  sulla  parte 
più  depressa  della  valle,  che  corrisponde 
alla  mezzaria  dell'edificio,  è  di  metri  30. 
Ha  parapetti  a  merlature. 

Le  fondazioni  posano  sopra  terreno  ar- 
gilloso generalmente;  sotto  però  le  quattro 
pile  di  mezzo  vi  e  un  fondo  di  ghiaja,  ma 
alla  profondità  di  metri  14  dal  piano  della 
campagna,  essendovi  per  una  tale  altezza 
un  banco  di  torba,  come  si  è  retro  indi- 
cato, e  terra  biancastra,  glutinosa,  mobi- 
lissima. Ovunque  si  è  consolidato  il  fondo 
con  palafitti  ed  in  tutte  le  pile  anche  col 
grigliato,  estendendo  la  base  di  esse  ed 
aumentando  la  lunghezza  delle  colonne  di 
larice  a  norma  della  qualità  del  fondo; 
e  specialmente  per  la  base  delle  suddette 
pile  di  mezzo  si  sono  più  che  raddoppiate 
le  dimensioni,  ed  impiegate  colonne  lunghe 
oltre  i  metri  12,  con  doppia  coronella  a 
contatto;  ed  il  muro  di  fondazione  per 
l'altezza  di  metri  3  venne  eseguito  quasi 
totalmente  in  pietra  da  taglio  a  grandi  sca- 
glioni, mentre  per  le  altre  pile  e  per  le 
spalle  bastò  una  muratura  di  pietrame. 

Lo  zoccolo,  gli  angoli  delle  pile  e  delle 
spalle,  le  fasce  d'imposta  e  di  coronamento, 
e  le  serraglio  degli  archi  sono  in  pietra 
calcarea  da  taglio  del  lago  di  Garda  ed 
in  poca  parte  di  Rezzato. 

Le  facce  esterne  delle  pile,  delle  testate 
e  dei  timpani  sono  rivestite  per  la  rien- 
tranza mediagli  metri  0,80  in  cotto:  il 
riempimento  interno  di  tali  parli  è  in  mu- 
ratura di  pietrame  con  istrali  di  cotto. 

Le  volle  a  sesto  acuto,  sono  totalmente 
in  cotto  e  sono  rifiancate  a  muro  pieno  fino 
ad  un  terzo  della  loro  altezza;  e  sopra  tale 
rifianco,  oltre  i  detti  timpani  esterni  grossi 
metri  2  ne  sorge  un  terzo  lungo  l'asse 
stradale,  grosso  metri  1,  totalmente  in  cotto; 


ARCHITETTO 

lasciando  così  due  capacità  nel!" interno  dei 
timpani  larghe  metri  2  e  coperte  da  due 
voltine  longitudinali  che  si  estendono  quasi 
da  un  vertice  all'altro  degli  archi  acuti. 
Lateralmente  ai  detti  vertici  per  una  estesa 
di  metri  2  per  parte,  in  testa  alle  dette 
voltine,  si  è  eseguita  una  muratura  piena 
per  V intera  larghezza  dell'edificio,  onde 
aumentare  il  peso  della  serraglia.  Il  pa- 
rapetto a  merli  è  di  cotto  con  coperte  di 
pietra. 

I  suddetti  vani  sono  praticabili  per  mezzo 
di  aperture  sussistenti  nel  piano  stradale 
presso  il  parapetto  di  tramontana  e  per 
occhi  circolari  lasciati  nella  suaccennata 
tramezza  dei  timpani. 

II  piano  superiore  è  coperto  di  cappa 
d'asfalto  e  lo  scolo  succede  per  due  docce 
di  pietra  collocate  presso  il  vertice  di  cia- 
scun arco.  Anche  per  questo  edificio  fu  ese- 
guito l'armamento  della  strada  all'ameri- 
cana con  longoni. 

Oltre  alle  indicate  difficoltà  di  fonda- 
zione causate  dalle  sfavorevoli  condizioni 
del  terreno,  durante  l'erezione  di  questo 
gran  manufatto,  altre  se  n'ebbero  a  supe- 
rare, onde  conseguire  la  stabilità  dell'opera 
col  minor  possibile  dispendio. 

Il  sistema  superiormente  descritto  dei 
vani  nei  timpani,  fu  appunto  adottato  onde 
assegnare  il  minor  carico  possibile  alle 
pile,  perchè  costruite  queste  di  tre  diverse 
murature,  come  è  superiormente  enunciato, 
prima  che  fosse  completo  l'assettamento  del 
pietrame  e  del  cotto,  dovevano  porsi  in 
funzione  le  pietre  angolari  delle  pile,  le 
quali  per  la  loro  natura  subivano  delle 
superficiali  scagliature,  che  furono  rimar- 
ginate, sostituendosi  ben  anco  ove  si  trovò 
più  opportuno  il  granito. 

Ed  onde  viemeglio  resistere  alla  ten- 
denza degli  archi  acuti  a  rettificarsi  con 
sollevamento  delle  serraglio,  invece  di  ri- 
correre a  mezzi  che  sarebbero  stati  col 
loro  peso  in  opposizione  al  suindicato  prov- 
vedimento, fu  trovato  del  caso  di  caricare 
sui  vertici  degli  archi  il  peso  delle  mura- 
ture dei  timpani  stessi,  mediante  tre  po- 
tenti tiranti  di  ferro  accavallati  alle  ser- 
raglio di  pietra,  sulle  quali  si  è  incassata 
una  grave  barra  di  ferro  che  ne  collega 
i  pezzi  e  distribuisce  su  di  essi  l' effetto 
dei  detti  tiranti.    Questi   si  affrancano  ai 


EU   AGRONOMO  li? 

tre  muri  dei  timpani  ed  alla  parte  infe- 
riore degli  archi.  Ed  oltre  ciò  si  collo- 
carono per  ogni  timpano,  nel  senso  della 
lunghezza  dell'edificio,  quattro  simili  ca- 
tene di  ferro  orizzontali  a  2/3  dell'altezza 
dell'arco,  le  quali  collegano  fra  loro  a  due 
a  due  le  falde  opposte  degli  archi  attigui 
e  mantengono  cos'i  costante  la  forma  dei 
timpani  e  degli  archi  stessi. 

Questi  presidj  e  gli  jaltri  legamenti  di 
ferro  posti  trasversalmente  negli  archi  du- 
rante la  loro  costruzione,  ed  all'imposta 
delle  voltine  longitudinali,  che  costituiscono 
il  piano  carreggiabile,  si  trovarono  effica- 
cissimi durante  l'uso  di  questo  edificio  in 
condizione  ancora  plastica,  appena  com- 
piuto, e  contro  i  danni  che  venivano  ar- 
recati da  treni  di  ghiaja  composti  di  rozzi 
carri  di  sterramento  lungo  un  armamento 
affatto  provvisorio  ed  irregolare  sulla  pen- 
denza del  IO  per  tì0/00,  come  occorse  per 
le  forniture  alla  stazione  di  Desenzano  e 
lungo  i  colli  delle  Residenze  e  di  S.  Zeno, 
ove  tale  materia  totalmente  difettava. 

Ma  gli  incidenti  che  posero  in  maggiore 
attenzione  durante  la  esecuzione  di  questo 
edificio  procedettero  dalla  scorrevolezza, 
che  si  è  superiormente  enunciata,  della 
materia  costituente  il  grand' argine  a  le- 
vante, che  esercitando  uno  sforzo  incalco- 
labile contro  le  ali  e  la  testata  di  levante, 
ad  onta  che  le  prime  fossero  state  presi- 
diate con  isperoni  interni  non  che  scarpate 
e  rinforzi  esterni,  aveva  generato  il  par- 
ziale rovescio  di  una  di  dette  ali  e  suc- 
cessivamente uno  spostamento  nella  me- 
desima dopo  ripristinata,  e  lo  strapiombo 
della  spalla,  che  fu  comunicato,  sebbene 
quasi  insensibilmente,  anche  alle  attigue 
parti  dell'edificio,  generando  qualche  leg- 
gera fenditura  nelle  murature,  che  furono 
tosto  rimarginate. 

Il  rimedio  che  si  rese  necessario  per 
togliere  di  mezzo  ogni  progresso  ad  una 
tale  prepotente  spinta  fu  quello  di  otturare 
l'arco  attiguo  alla  testata  di  levante  con 
muri  di  pietrame  rivestili  in  cotto,  posanti 
sopra  una  grande  platea  di  quadri  di  pietra, 
e  di  opporre  alle  ali  i  due  quarti  di  cono 
di  terra,  dei  quali  si  è  detto  superior- 
mente. Con  ciò  ha  luogo  il  progressivo 
sensibile  assettamento  dell'argine  senza 
aversi  più  alcun  segno  nelle  attigue  mu- 


14 

rattirc,  che  dall'apertura  della  strada  in 
poi  si  conservarono  illese  da  qualsiasi  mo- 
vimento, ad  onta  dei  grandi  trasporti  di 
granaglie  fattisi  sul  primordio,  e  sebbene 
cogli  ardori  estivi  fossersi  affatto  allentate  e 
resesi  inoperose  le  centrature  degli  archi, 
che  per  semplice  precauzione  intanto  si 
mantengono  in  opera,  finché  la  coesione 
delle  murature  sia  completa. 

b)  La  galleria  di  Lonato  lunga  met.  204,25, 
larga  ed  alta  come^uella  di  S.  Giorgio  me- 
tri 8,40  e  7,50,  ha  piedritti  con  iscarpa 
verso  la  luce  grossi  metri  1,30  all'im- 
posta dell'arco,  e  metri  1 ,  50  sulla  fonda- 
zione. 

e)  Diversi  cavalcavia  e  soprapassaggi. , 
fra  i  quali  il  soprapassaggio  della  regia  po- 
stale Lombardo-Veneta  a  Lonato  che  co- 
stituisce in  sommità  una  piazzetta  esagona, 
essendosi  condotta  la  postale  ad  attraver- 
sare la  ferrata  sotto  un  angolo  di  60°. 

d)  Il  ponte  sulla  Roggia  Calcinata  con 
due  cavalcavia  laterali  a  sesto  acuto. 

e)  Il  ponte  sul  fiume  Chiese  con  luce 
della  corda  di  metri  30,  saetta  di  met.  4, 60 
e  grossezza  dell'arco  al  serraglio  di  me- 
tri 1,25.  Le  spalle  di  questo  ponte  sono 
fondate  sopra  soda  puddinga,  e  sono  co- 
stituite da  uno  strato  in  base  e  da  rive- 
stimento di  marmo  di  Rezzato,  della  quale 
pietra  sono  pure  le  fasce  d'imposta  e  di 
coronamento,  i  pilastrini  e  le  coperte  del 
parapetto.  La  volta,  i  timpani  ed  il  para- 
petto sono  di  cotto. 

f)  Due  ponti  obbliqui  della  corda  di 
metri  7, 20  pel  naviglio  di  Rrescia  e  pel 
torrente  Garza  in  cotto  e  pietra. 


GIORNALE  DELL'  INGEGNERE 

3.°  Da  Brescia  a  Coccaglio. 


Il  numero  de' manufatti  attraver- 
santi la  strada  ferrata  è  di     .     .     -  175 

Oltre  quello  degli  esterni  che  am- 
monta a  non  meno  di  ...     .     •    55 

Totale  N.  230 

Gli  unici  manufatti  che  hanno  qualche 
importanza  in  questo  tronco  sono: 

a)  Il  ponte  sul  Mella.  Questo  fiume,  per 
la  sua  elevatezza  tra  arginature  sul  piano 
della  campagna,  e  per  la  continua  sua 
tendenza  ad  imbonirsi  di  ghiaja,  ha  ri- 
chiesto un  ponte  obbliquo  a  sei  luci  da 
metri  10  ciascuna  misurate  lungo  l'asse, 
con  pile  e  spalle  di  marmo  di  Rezzato  e 
con  impalcatura  di  legno  larice.  Nelle  te- 
state vi  sono  due  cavalcavia  pure  a  palco 
di  legno  per  la  continuità  degli  accessi 
lungo  le  ripe. 

b)  Il  ponte  sul  torrente  Gandovere  in 
un  solo  arco  della  corda  di  metri  10 
in  cotto. 

DELLE   STAZIONI. 

La  stazione  di  Rrescia  è  di  IL  classe. 

Quelle  di  Peschiera,  Desenzano,  Lonato 
e  Coccaglio  sono  di  III.  classe. 

Quelle  di  Sommacampagna,  Castelnovo, 
Ponte  S.  Marco,  Rezzato  ed  Ospedaletto 
di  IV.  classe. 

A  Pozzolengo  non  evvi  che  un  doppio 
casello  da  guardiano  per  semplice  fermata. 

Seguono  i  prospetti  dei  rettilinei,  delle 
curve  e  delle  livellette,  allegati  A  e  B. 
G.  R.  Rossi,  I.  R.  ing.  in  capo, 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO 

PROSPETTO 

dei  Rettilinei  e  delle  Curve. 


15 


(Allegato  A) 


RETTILINEI 

CURVE 

INDICAZIONE 
DEL  TRONCO 

Numero        L      h 

progress.! 

iza 

Numero  1 
progress.! 

Ango 

Io 

n                1     Lunghezza 
maggio        1  del|0  SviiUppo 

I 

132° 

30' 

715 

—  1     592 

75 

TRONCO  I 

II 

160° 

28' 

1,370 

52        590 

17 

dall'  incontro 

I 

8204 

54 

colla  strada  di 

III 

164° 

— 

1,200 

— 

335 

10 

Mantova  pres- 

II 

2062 

44 

so  Verona  fino 

IV 

153° 

— 

1,400 

— 

659 

71 

a  Desenzano. 

III 

4317 

35 

V 

173° 

50' 

1,000 

— 

107 

62 

IV 

3615 

85 

VI 

112° 

40' 

800 

— 

940 

16 

V 

390 

80 

VII 

107° 

20' 

700 

— 

887 

79 

VI 

1315 

67 

Vili 

146° 

— 

1,000 

— 

593 

41 

VII 

4965 

75 

IX 

118° 

38' 

1,000 

— 

698 

13 

dell'  vili 

5251 

80 

TRONCO  II 

da  Desenzano 

dell'vin 

1081 

78 

6333 

58 

a  Rrescia. 

IX 

2010 

32 

X 

139° 

45' 

1,100 

— 

1,178 

16 

• 

x 

4802 

50 

XI 

128° 

42' 

1,000 

— 

895 

83 

XII 

154° 

1' 

1,000 

— 

453 

50 

XI 

2000 

14 

XIII 

144° 

50' 

2,000 

— 

1,225 

00 

XII 

10923 

08 

XIV 

151° 

41' 

1,500 

— 

734 

92 

XIII 

1622 

75 

XV 

164° 

27' 

2,000 

— 

542 

25 

del  xiv 

811 

13 

TRONCO  III 
da  Brescia  a 

del  xiv 

14 

50 

825 

63 

Coccaglio. 

XV 

2159 

00 

XVI 

166° 

1  45' 

1,000 

— 

231 

25 

XVII 

158° 

34' 

800 

— 

299 

26 

XVI 

2581 

80 

XVIII 

149° 

— 

2,000 

— 

1,082 

10 

XVII 

6426 

28 

i 

XIX 

163° 

7' 

1,000 

— 

294 

67 

XVIII 

3743 

15 

XX 

159° 

20' 

1,000 

— 

360 

52 

XIX 

1105 

39 

XXI 

168° 

9'  1  1 ,000 

— 

207 

94 

XX 

557 

15 

1 

ir» 


GIORNALE  DELL'INGEGNERI-. 

PROSPETTO 

delle  Livellette. 


(Allegato  li.) 


ARCHITETTO   ED  AGRONOMO 


47 


Fisica   sintetica 

(Vedi  pag.  257,  376,  517,  576  e  621.) 

VI. 

Esistenza  di  due  principii  opposti  già  cono- 
sciuta agii  antichi.  —  Memoria  mitologica 
del  cav.  conte  Fra  Filippo  Linati  di  Parma, 

A  Giuseppe  Mozzoni  (*). 

Quando  gli  uomini  della  presente  età 
considerano  la  dovizia  de' beni  e  la  gran- 
dezza de' trovati,  onde  va  fastosa  la  pre- 
sente civiltà,  e  considerano  quale  era  il 
mondo  primitivo  dei  tempi  storici  e  fa- 
volosi, mentre  con  pietà  e  disprezzo  ri- 
corrono alle  condizioni  di  quello,  e  delle 
condizioni  proprie  si  sentono  lieti  e  su- 
perbi ,  non  solo  rispingono  la  possibilità 
di  una  civiltà  primitiva,  ma,  lungi  dal  cer- 
care negli  avanzi  di  quella  un  materiale 
di  progresso,  stimano  di  non  avere  altro 
modo  al  progredire  clic  quello  usato  fin 
qui,  vale  a  dire  il  metodo  prettamente  spe- 
rimentale accumulando  fatti  sopra  fatti  con 
accrescimento  non  già  di  scienza,  ma  di 
scientifiche  applicazioni. 

Se  alle  tendenze  sintetiche  ed  ordina- 
trici dello  .  spirito  umano  potessero  pre- 
valere in  perpetuo  sì  fatte  forme  di  pro- 
gredimento ,  e  se  la  Divina  Provvidenza 
abbandonasse  le  sorti  della  umanità  ai  tra- 
scorsi dell'intelletto,  il  nostro  progresso 
sarebbe  verso  il  caos,  cioè  verso  uno  stato 
nel  quale  le  molteplici  forme  della  natura 
più  non  ci  rappresenterebbero  l'unità  del- 
l' universo  e  il  concetto  moltiplice  ed  uno 
dell'Essere  che  lo  creò. 

Ma  perchè  una  Sapienza  Ordinatrice  le 
governa ,  le  varie  civiltà  repugnare  non 
ponno  invincibilmente  alla  verità  unifica- 
trice, e,  dove  il  tentino,  sono  annichilate 
anche  per  vie  straordinarie. 

Nasce  da  ciò,  che  anche  gli  errori  parziali 
sono  talora  lasciati  fruttificare  se  prepa- 
rano la  via  al  vero  progresso  'rimovendone 
gli  ostacoli  od  apparecchiandone  i  mezzi. 
Era  d' uopo  al  progresso  delle  odierne  so- 


(*)  Veggasi  la  seconda  delle  noie  a  p.  261  (art.  1.) 
Fot.  lì 1.  Luglio 


cictà  che  fosse  tolta  la  barriera  frappostagli 
dall'antico  dogmatismo  scientifico:  perciò 
sorsero  Bacone,  Galileo  e  Cartesio  inse- 
gnando come  si  apprenda  alla  scuola  dei 
fatti.  Ora  che  questi  fatti  denno  essere  or- 
dinati a  produrre  una  scienza  vera,  vede 
la  patria  nostra  sorgere  in  Voi  Colui  che 
raccoglie  ed  unifica  le  sparse  foglie  della 
Sibilla,  e  vi  sceme  e  scuoprc  le  forinole 
della  scienza  universale,  una,  semplice,  e 
magnifica,  promettitrice  di  nuovi  fatti  e  di 
nuove  condizioni  all'umana  natura. 

Come  colui  che,  scendendo  la  china  di 
un'  erta  montagna,  si  volge  ad  ora  ad  ora 
cogli  occhi  a  vagheggiare  la  bellezza  dei 
campi  sottoposti  dove  è  il  termine  del 
suo  desiderio  e  delle  sue  fatiche,  o  meglio 
come  colui  che,  percorrendo  col  guardo 
un  diffìcil  sentiero  a  lui  proposto,  si  av- 
valori al  calcarlo,  scoprendovi  le  orme  che 
altri  v'impresse,  cosi  Voi  nel  nobile  arin- 
go, che  vi  siete  dischiuso,  fate  sosta  un 
istante,  e  infiammatevi  a  percorrerlo  nel 
consenso  dei  secoli  mediante  il  culto ,  i 
simboli  e  la  tradizione.  E  in  vero  il  con- 
cetto scientifico  da  Voi  proposto  non  è 
solo ,  come  Voi  indicate ,  lo  sviluppo  di 
principii  oscuramente  traveduti  dai  nostri 
maggiori  ;  esso  è  la  riproduzione  della 
scienza ,  onde  furono  ricchi  i  primordi 
del  genere  umano,  e  la  memoria  delle^cui 
mirabili  applicazioni  vive  nei  simboli  e  nei 
miti  delle  età  più  prossime  a  quelli. 

I  popoli  tutti,  procedenti  da  uno  stesso 
ceppo,  ebbero  tutti  una  scienza  comune, 
che  più  o  meno  poi  si  corruppe  per  po- 
litici, religiosi  e  cosmici  rivolgimenti.  Se 
un  popolo  solo  avesse  serbato  intatto  il 
tesoro  delle  proprie  tradizioni,  noi  sa- 
remmo oggi  posseditori  della  primitiva 
civiltà:  però  ora  è  solo  coli' unire  i  mo- 
numenti dispersi  di  essa  sotto  la  scorta 
di  un  unico  scientifico  concetto,  che  è  pos- 
sibile lo  scoprirvi  il  riflesso  di  quella  luce 
primiera.  Pure  è  fatto  assai  comunemente 
noto,  che  le  teologie  di  pressoché  tutti  i 
popoli  della  terra  riconobbero  la  esistenza 
di  due  principj  opposti,  uno  organizzatore, 
l'altro  disorganizzatore,  dal  cui  conflitto 
emergevano  le  contingenze  mondane.  Que- 
sto concetto  ha  poco  spicco  nelle  mito- 
logie dei  Greci  e  dei  Romanìiper  risultare 
esse  dall'accozzamento  di  varii  culli  in- 
1855.  3 


18 


tonni  rsel  un  qualche  principio.  Nella  prima 
cosmogonia  degli  orfici,  si  vede  perù  un 
Ofioneo  contrastante  a  Crono  la  sua  crea- 
zione. Loke  tra  gli  Scandinavi,  collegato 
al  serpente,  come  Ofioneo  ò  in  conflitto 
perpetuo  con  Odino. 

In  Africa  e  nell'America,  dove  niuno 
potrà  affermare  che  potessero  giungere  le 
dottrine  di  Zoroastro,  era  riconosciuta,  e 
lo  e  tuttora,  la  coesistenza  e  la  lotta  dei 
due  principii;  prova  ne  fanno  il  Zacar  e 
l'Angag  dei  Medecassi,  il  Niparaia  e  To- 
paran    dei    Californesi ,  Meulin  e  Uecub 
degli    Araucani,  Calimana   e  Jucco  degli 
Orenochesi    ecc.   Benché    l' avere   presso 
questi    popoli   il    principio  del  male  una 
sede  ignea  e  sotterranea  ce  lo  mostri  im- 
medesimato  col   fuoco  o  meglio  dire  col 
lenebrico,  pure  il  concetto  meglio  spicca  in 
altre  mitologie;    tra   i    vecchi  Slavi,  per 
esempio,  Be'lbog  e  Kzernibog  erano  detti 
il  Dio  bianco  e  il  Dio  nero.  Gli  Egiziani 
avevano  rappresentato  in  Osiride  per  co- 
mune consenso  dei  mitologi  la  forza  ani- 
matrice, ed   in  Tifone  la  forza   opposta: 
ora  al  primo  fu  dato  per  simbolo  il  sole, 
al  secondo  il  serpente,  che  è  difettante 
di  forze  lucide,  come  quello  che  assorbe 
una  ben  piccola  quantità  di  ossigeno,  e  qui 
ricorderò   come   Apollo,  Ercole  e  Crisna 
neUquali  vien  figurato  il  principio  lucido 
animatore    dell'universo,    esordiscano  la 
loro  mitologica  vita  colla  vittoria  ottenuta 
sul  serpente.  Questo  carattere  ha  ancora  la 
lotta    dei  Giganti  (che  hanno  piedi  ser- 
pentini e  vomitano  fuoco)  con  Giove,  l'Etere 
celeste ,    1'  Olimpo    personalizzato.  Non  è 
difficile  dietro  tali  vedute  il  darsi  ragione 
del  famoso  simbolo  cosmogonico  dei  Sa- 
motraci  e  dei  Celti  consistente  in  un  uovo 
cinto  da  un  serpe  fiancheggiato  da  ali  di 
uccello;  ora,  siccome  l'uccello  è  di  tutti 
gli  animali  quello  che  consuma  più  ossi- 
geno, come  ce  lo  mostra  l'alta  temperatura 
del  suo  corpo,  così  viene  per  questa  parte 
ad  essere  l'antagonista  del  serpente. 

Più  agevole  ancora  riesce  a  dimostrare 
come  gli  uomini  antichissimi  consideras- 
sero la  luce  quale  principio  attivo  della 
creazione:  così  nelle  Indie  Siva,  mediante 
l'azion  della  luce,  sviluppa  il  germe  di 
tutte  le  cose  deposte  dal  Lingam  nel  grembo 
di  Bavani  :  così  pure  la  prima  manifesla- 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 

zionc  di  Knef  è  una  luco  che  si  diffonde 
in  un'  aura  tenebrosa  e  nel  cui  mezzo  cam- 
peggia la  forma  del  Leone,  del  Serpente 
e  dell'Uomo:  così  parimenti,  secondo  la 
terza  cosmogonia  degli  orfici,  la  tenebrosità 
primitiva  è 


diradata  da  Egle,  l'alta  luce, 
che  scende  in  tre  raggi,  Moti,  Zoe,  e  Fos; 
cioè  il  pensiero,  la  vitalità,  e  la  luce  or- 
dinaria, d'onde  poi  la  restante  creazione. 
Dietro  siffatte  vedute,  allorquando  si  formò 
il  linguaggio  simbolico  e  geroglifico,  il  se- 
gno della  potenza  con  cui  Dio  creò  e  go- 
vernò l' universo  dovette  essere  il  Sole , 
che  è  la  più  ampia  ed  apparente  sorgente 
di  luce  a  noi  sensibile. 

Il  Sole  fu  quindi  appo  tutti  i  popoli 
espressione  della  virtù  con  cui  Dio  si  ma- 
nifesta. Tali  furono  Iperione  ed  Elio  ri- 
spetto ad  Urano,  Febo  ed  Ercole  rispètto 
a  Giove,  Fre  rispetto  a  Knef,  e  via  discor- 
rendo. Talora,  come  nel  Tien  dei  Chinesi, 
in  Giove ,  fatto  figlio  di  Etere ,  nel  Baal 
dei  Fenici  e  dei  Sirii,  e  nel  Giano  degli 
Etruschi,  il  Sole  significò  Dio  stesso,  im- 
medesimando così  1'  artefice  col  suo  stru- 
mento; più  spesso  però  il  sole,  emblema 
di  luce,  fu  considerato  in  atto  di  meschiarsi 
alla  materia  e  di  modificarla  o  modificarsi 
in  essa:  onde  vidersi  aggiunti  Cibele  ed 
Ati,  Venere  ed  Adone,  Astronoe  ed  Esmun, 
Iside  ed  Osiride,  Siva  e  Bavani,  Bacco  e 
Cerere,  ed  altri  infiniti,  ne' quali  il  sog- 
getto maschile  unisce  al  segno  solare  quello 
del  Fallo,  quasi  a  torre  ogni  dubbio  che 
il  principio  luminoso  non  fosse  identico 
al  principio  della  vita  animale. 

Nel  modo  medesimo  che  il  sistema  ri- 
gido della  luce  modulata  dal  calorico  si 
modifica  in  sette  suoni  e  in  sette  colori, 
il  sole,  che  lo  simboleggiava,  emanava  in 
enti  siderei  componendo  il  sistema  dei  sette 
pianeti. 

Ogni  nazione  dell'antichità,  dal  fondo 
delle  Indie  alle  paludi  meotidi ,  onorò  i 
sette  pianeti,  ed  è  singolare  il  vedere  come 
i  nomi  loro  assegnati  si  possano  ridurre 
a  pochi  gruppi,  il  che  ci  manifesta  come 
un  tal  culto  risalga  .ai  primordj  delle  na- 
zioni. Di  necessità  il  numero  sette  doveva 
essere  numero  sacro  e  simbolico,  signifi- 
cativo della  plenitudine  delle  forze.  Da  ciò 
in  tutte  le  forinole  mistiche  csso_  viene 
riprodotto,  e  però  sette  sono  i  Cabiri  Fé- 


ARCHITETTO   ED 

nici,  Samotraci,  Egizii,  satte  sono  le  gopi 
o  lattaje  compagne  deir  infanzia  di  Crisna, 
sette  sono  le  colombe  nutrici  di  Giove 
bambino;  e  lilialmente  la  memoria  di  questo 
numero  fu  resa  indelebile  col  (issarlo  ai 
periodi  del  tempo,  tanta  fu  ih  quelle  età 
la  sollecitudine  di  rendere  perpetua  la  co- 
noscenza delle  più  essenziali  verità  fisiche. 
Fra  i  Greci  e  i  Romani  non  si  trovano 
che  poche  traccie  della"  settimana  ,  ma  il 
numero  settenario  vi  tiene  però  un  alto 
grado  simbolico.  Cosi  i  sette  duci  a  Tebe, 
le  14  figlie  di  Niobe  (la  Luna),  le  sette 
notti  di  voluttà  assegnate  ad  Ercole ,  le 
sette  teste  dell'Idra  ne  sono  alcuni  pochi 
esempi.  Che  poi  gli  antichi  annettessero 
al  sette  i  concetti  ottici  ed  acustici ,  si 
trae  da  molti  passi  de' medesimi.  Pitagora 
ci  insegna  che  i  sette  pianeti  mandavano, 
percorrendo  gli  spazi  celesti ,  un  suono 
tanto  più  acuto  quanto  maggiore  era  l'or- 
bita da  ciascuno  percorsa,  quindi  quanto 
maggiore  era  la  sua  velocità.  Saturno  dava 
il  suono  più  acuto,  e  la  Luna  il  più  grave. 
È  noto  che  la  lira  terrestre  modellata  sulla 
celeste  aveva  sette  corde,  ed  incorse  grave 
biasimo  colui  che  pel  primo  accrebbe  un 
tal  numero,  quasi  che  difformasse  un  tipo 
di  perfezione  scientifica. 

L'idea  di  luce  settemplice  emanante 
dagli  astri ,  come  maritata  al  suono  ,  ci 
viene  simboleggiata  nei  miti  di  Memnone 
e  di  Nareda  ministro  di  Sarasvuati,  l'ar- 
monia universale  dei  Bramaiti;  e  come 
semplice  ci  è  dimostrata  nel  mito  indiano 
d'Agni,  il  dio  fuoco-luce,  che  avendo  se- 
dotte le  sette  mogli  di  Richis  se  le  tra- 
sporta ne'  cieli  e  le  trasforma  nei  sette 
pianeti. 

Quegli  che  in  un  solo  simbolo  avesse 
voluto  significare  i  due  grandi  agenti  di 
natura,  altro  non  poteva  fare  che  trasce- 
gliere la  fiamma,  risultando  essa  da  una 
concentrazione  dei  medesimi.  Quando  gli 
uomini  confusero  le  forze  coll'autorc  loro, 
la  fiamma  dovette  essere  divina,  e  cosi  fu 
appunto  presso  tutti  i  popoli.  Cos'i  il  fuoco, 
che  arse  sugli  altari  di  Fta,  di  Vulcano, 
di  Efesto,  di  Sidic,  di  Lacmi,  di  Baiva, 
e  neh'  Uisneac,  fra  gli  Egizii,  i  Romani,  1 
Greci,  i  Fenici,  gl'Indiani,  gl'Irlandesi  e  i 
Lapponi,  venne  confuso  colle  divinità  stesse. 
Questo  fuoco  non  solo  era  il  principio 


AGRONOMO  19 

della  vita  cosmica,  ma  lo  era  ancora  della 
vita  animale,  un  principio  trasmissibile  e 
produttore  di  vita  e  di  sanità  ;  e  però  si 
è  col  fuoco,  che  Iside  tenta  di  fare  im- 
mortale il  figlio  del  re  di  Biblo,  che  Cerere 
tenta  il  simile  con  Trittolemo:  e  d'onde 
nasce  Esculapio  se  non  che  dal  fuoco  che 
consuma  Coronide,  la  figlia  di  Flegia,  l'uomo 
del  fuoco,  l'amico  d'Apollo,  il  principio 
lucido  per  eccellenza  ?  Non  è  col  fuoco  ce- 
leste rapito  agli  Dei  da  Prometeo,  ch'esso 
comunica  all'uomo  l'intelletto  e  la  vita? 
Non  è  Vulcano  il  fuoco  universale  che  fa 
uscir  Minerva  dalla  testa  di  Giove?  Questa 
Minerva,  adeguato  greco  dell'indica  Sa- 
rasvuati ,  della  Freja  scandinava ,  della 
Durga  dei  Purana,  della  Neit  egizia,  non 
è  forse  la  volontà,  l' energia,  l' intelligenza 
del  Dio  Supremo?  Chi  non  vede  che  na- 
scere per  opera  di  Vulcano  non  è  che  essere 
un  prodotto  della  luce  e  del  calorico,  d'onde 
il  fuoco  e  la  fiamma? 

A  provare  come  l'alta  antichità  repu- 
tasse forze  iniziali  di  natura  il  lucico  e 
il  tenebrico ,  io  non  andrò  più  a  lungo 
accumulando  esempi  svariati,  bastandomi 
per  tutto  il  dare  un  rapido  sguardo  sulle 
credenze,  i  riti,  e  i  simboli  dell'Iran.  L'Iran, 
ossia  quella  regione  che,  posta  al  nord-ovest 
dell'Indie,  corre  dal  Caucaso  all'Eufrate, 
è,  per  comune  consenso  degli  studiosi  del- 
l'antichità, concordi  in  ciò  coi  Libri  Santi, 
reputata  la  culla  dell'umanità  pos -dilu- 
viana. Là  fu  istituita  quella  simbologia 
siderea,  che  ancora  s'impronta  nei  nostri 
planisferi:  là  fu  ordinata  quella  società  di 
dotti  e  di  sacerdoti  che  sotto  i  varii  nomi  di 
Bramini,  di  Cureti,  di  Coribanti,  di  Anaci 
di  Cabiri,  di.Jerofanti,  di  Druidi,  di  Scal- 
di, ecc.,  conservarono  il  tesoro  dell'antica 
civiltà,  e  adoperaronsi  a  custodirlo  tra  l' al- 
ternarsi dei  civili  e  cosmici  rivolgimenti, 
sia  colla  parola,  sia  coi  segni  geroglifici, 
i  quali  perciò  ci  appajono  identici  nella 
forma  e  nel  senso  presso  tutte  le  lontane 
e  divise  popolazioni. 

Le  tradizioni  dell'Iran,  quali  ce  le  tra- 
smise Firdusi,  ci  mostrano  che  Zoroastro, 
lungi  dall'  istituire  un  culto ,  non  fu  che 
un  riformatore  inteso  piuttosto  a  purificare 
il  senso  morale  dei  popoli  che  a  distrug- 
gere i  vecchi  istituti.  Infatti  gli  oggetti  da 
lui  proposti  al  culto  dei  Persiani  son  quegli 


20 


GIOITALE   DELL'INGEGNERE 


stessi  che  adoravano  e  continuarono  ad 
adorare  i  popoli  lor  coniìnanti,  Armeni 
ed  Assiri.  E  neppure  del  culto  del  fuoco 
si  faceva  egli  autore,  dandone  anzi  la  gloria 
al  re  favoloso  Dchemchid.  Le  poche  parti 
del  Zcnda  Vesta  che  ci  sono  rimaste  ci 
insegnano  che  nel  principio  dei  tempi  l'es- 
senza prima,  Zervane  Achcrene,  volendo 
produrre  l'universo,  si  emanò  in  due  al- 
tri enti,  Orrauzd  ed  Arimanc:  alla  com- 
parsa del  primo  l'universo  fu  inondato  di 
luce  e  fu  la  luce  il  suo  regno  :  il  secondo 
rispinto  dalle  sedi  della  gloria  e  della  vita 
si  creò  nel  punto  opposto  dello  spazio 
un  regno  al  pari  di  lui,  tenebroso. 

Di  questa  divisione  delle  due  maggiori 
forze  in  due  regni,  posero  segni  i  Persi 
nel  loro  planisfero,  imperocché  ad  Ormuzd 
consacrarono  i  segni  zodiacali,  che  dal 
mezzo  segno  d'Ariete  corrono  al  mezzo 
segno  di  Libra,  e  i  restanti  segni  li  dis- 
sero segni  d'Arimane;  cosicché  apparten- 
nero al  primo  tutti  i  mesi  dell'anno  che 
son  resi  lieti  e  fecondi  dell'azione  lumi- 
nosa del  sole,  e  al  secondo  quelli  in  cui 
questa  azione  è  scemata  e  in  cui  può 
quindi  supporsi  la  prevalenza  di  un  opposto 
principio.  Di  tale  distribuzione  de"  segni 
ci  dan  pure  indizio  alcuni  miti  greci  e  più 
di  tutti  gli  egiziani. 

Ormuzd,  padrone  assoluto  dell'universo, 
nel  principio  dei  tempi,  fisso  il  guardo 
nello  Onovcr  o  sia  nella  propria  porzione 
intellettuale,  crea  dapprima  i  Ferveri  ossia 


Fuochi 


Delle  Rocce  . 
Degli  Astri  .  , 
Del  Sole  .  .  . 
Del  Folgore  , 
Dei  Metalli . 
Della  Vitalità 


Lor  nomi 


.e  imagini  di  tutte  le  possibili  esistenze; 
questi  Ferveri  sono  supposti  avere  una 
forma  eterea  ma  percettibile  ;  cos'i  il  Fer- 
verò dell'  istesso  Ormuzd  è  il  sole,  vale  a 
dire  la  pienezza  della  luce.  E  chi  consi- 
deri che  ogni  forma  ideale  è  dipendente 
da  una  unione  di  luce  e  di  calorico,  che 
concreta  l'imagine  e  costituisce  una  forza, 
vedrà  quanto  acuta  e  profonda  fosse  questa 
concezione.  Crea  dappoi  successivamente, 
Ormuzd,  gli  enti  intelligenti  ed  animati 
dell'universo.  Dopo  l'Albordi  o  centro  em- 
pireo e  dopo  la  creazione  del  Toro  Cosmico, 
esso  produce  gli  Amcasfandi,  ossia  le  sei 
forze  maggiori  dell'universo.  Posto  a  capo 
dei  medesimi,  egli  compie  la  Plejade  dei 
sette  spiriti  superiori  d'onde  ha  origine 
ogni  vita  ed  ogni  esistenza.  Ecco  i  nomi 
loro  coi  relativi  attributi. 

Ormuzd,  principio  d'ogni  bene  e  d'ogni 
virtù. 

Baman.  luce  illuminatrice. 

Ardibeesc,  fuoco  vitale. 

Ciariver,  metalli. 

Sapandomat,  la  terra. 

Cordad,  le  acque. 

Amerdad,  la  virtù  vegetativa. 

A  meglio  esprimere  le  sette  modifica- 
zioni del  principio  attivo  in  altrettante 
Torze  secondarie,  disposero  i  Persi  una  tri- 
plice simbolegia  d'astri,  di  metalli  e  di 
fuochi,  di  cui  il  seguente  specchio  esprime 
le  corrispondenze. 


Berecccing 
Gucasp  .  . 
Mir  .  .  .  . 
Berzin .  .  . 
Bcram .  .  - 
Ncrioccng  •. 


Astri  corrispondenti 


Metalli  corrispettivi 


Saturno Piombo. 

Venere Stagno. 

Sole Oro. 

Giove Rame. 

Marte Lega. 

Mercurio Ferro. 

Luna Argento 


Il  settimo  fuoco  doveva  mancare  in  tal 
quadro,  poiché,  sia  che  in  questi  fuochi  si 
consideri  il  principio  lucido  o  il  tenebrino, 
esso  è  presente  in  ogni  modificazione,  ed 


è  quindi  implicitamente  espresso  in  ognuna 
delle  sei  forme  che  produce.  E  perciò  che 
tanto  Ormuzd  quanto  Arimanc,  rappresen- 
tanti dei  due  grandi  agenti,  vennero  pre- 


ARCHITETTO 

sentati  come  i  creatori  degli  altri  sei  genj 
nccessarj  a  compire  il  mistico  settenario. 

Avverto  però  che  il  quadro  mitriaco 
della  Villa  Albani  ci  presenta  sette  fuochi 
fiammeggianti  sopra  altrettanti  altari,  il  che 
toglie  la  possibilità  d'ogni  obbiezione  alle 
nostre  vedute. 

I  misteri  mitriaci  consacravano  eziandio 
il  numero  sette  nelle  classi  degli  iniziati 
nel  numero  degli  animali  sacri,  delle  virtù 
morali  e  degli  stati  oltramondani  di.  bea- 
titudine. 

La  luna,  che  nei  libri  Zendici  è  detta  la 
depositaria  dei  semi  del  Toro,  non  è  che 
la  materia  invasa  dal  principio  lucido,  e 
quindi  appare  degnamente  rappresentata 
dall'argento,  metallo  impregnato  di  luce  e 
a  lei  simile  nelle  lucide  reazioni.  Sotto  i 
sette  Amcasfandi  si  delineano  i  28  izedi 
o  genj  di  seconda  classe,  rappresentanti 
d'altrettante  for/;e,  ossia  d'altrettante  mo- 
dificazioni del  principio  dinamico  univer- 
sale. E  qui  ricorre  subito  al  pensiero  il 
calcolo  fatto  da  voi  delle  forze  musicali, 
in  cui  il  numero  28  rappresenta  quello 
delle  forze  accresciute  dalla  luce,  e  però 
mentre  il  numero  7  implica  il  3  ed  il  4, 
ultima  espressione  di  rapporto  fra  le  due 
forze  a  conflitto,  cosi  il  28  implica  il  21  che 
ò  un  nuovo  rapporto  delle  forze  stesse. 

A  cosi  falle  produzioni,  altrettante  ne 
oppone  il  principio  tenebroso:  esso  pure 
si  emana  in  sei  genj  principali  e  in  28  altri 
secondarj:  esso  si  crea  una  sede  ed  un 
sistema  di  pianeti  e  di  stelle.  Più  volte, 
ma  sempre  indarno,  irrompe  Arimane  nel 
regno  del  suo  luminoso  avversario  :  allora 
soltanto  che  la  terra  è  costituita  è  dato 
al  medesimo  d'introdurvisi  in  forma  di 
serpente.  Dalle  più  cupe  latebre  del  nostro 
globo  sale  alla  superficie  il  serpente  ed  uc- 
cide il  Toro,  ma  da  esso  uscirono  Caio- 
morti  il  primo  uomo,  e  Goscorun  l'anima 
degli  animali:  il  primo  uomo  o  uomo  ti- 
pico, diede  origine  ad  una  prima  coppia 
che,  dal  serpente  sedotta,  perdette  la  natia 
grandezza  e  perfezione.  Se  il  serpente  è 
vero  simbolo  di  Arimane,  di  Tifone  e  di 
quanti  enti  mitici  sono  emblema  del  tene- 
brico,  è  manifesto  che,  secondo  la  mitologia 
zendica,  la  caduta  pel  primo  uomo  fu  dovuta 
ad  una  prevalenza  del  tenebrico  sulla  luce. 
Non  è  ora  il  tempo  di  esaminare  e  svol- 


ED   AGRONOMO  21 

gere  il  mito  del  Toro  e  l'antica  sua  lite 
col  Serpente,  nò  dimostrare  il  perchè  il 
primo  sia  simbolo  della  forza  che  produce 
e  il  secondo  della  forza  che  distrugge,  come 
perciò  sia  l'uno  collegato  a  tutti  gli  enti 
solari  e  l'altro  al  fuoco  e  alla  terra;  mi 
basti,  quanto  al  secondo,  l'indicare  come 
il  serpente  non  significasse  già  la  distru- 
zione, ma  il  principio  che  distrugge  o  piut- 
tosto che  decompone:  il  Serpente  perciò 
è  bensì  il  più  delle  volte  il  nemico  del- 
l'uomo della  natura  e  del  Toro,  ma  talora 
nasce  dal  toro  e  lo  produce,  ed  è  attri- 
buto d'Esculapio,  di  Serapide,  di  Bacco, 
delle  Muse,  di  Mercurio  e  di  pressoché 
tutte  le  deità  dell'Egitto,  certo  ad  espri- 
mere il  possesso  e  l'uso  in  esse  di  una 
forza  fìsica  che  possa  usarsi  ad  utilità  come 
a  nocumento. 

I  magi  persiani  adoravano  il  fuoco  come 
la  più  perfetta  imagine  di  Colui  che  è  ori- 
gine di  tutte  le  cose.  Il  fuoco,  come  sacro, 
doveva  anche  da  un  legno  sacro  essere  ali- 
mentato, e  perciò  spedivansi  ogni  anno 
nel  Cherman  dei  sacerdoti  a  provedere  il 
legno  dell'albero  di  Om,  albero  della  vita, 
necessario  in  ogni  sacrificio,  e  di  tanta 
virtù,  che  poca  parte  di  esso  immerso  nel- 
l'acqua la  rendea  capace  di  dare  l'immor- 
talità. 

Che  il  fuoco  sacro  dei  Persi  fosse  poi 
il  fuoco  della  vita  cosmica,  oltre  alle  prove 
addotte  sin  qui,  risulta  ancora  da  lutle  le 
rappresentazioni  simboliche  del  magismo  ; 
cos'i  il  vigoreggiare  della  vegetazione  è 
espresso  da  un  albero  verdeggiante  avente 
ai  piedi  una  fiaccola  rovesciata,  dimostrante 
che  deriva  ogni  fecondità  dall'azione  dei 
due  agenti  sulla  terra;  una  face  rivolta 
verso  il  cielo  aveva  un  opposto  significato. 
Non  tacerò  per  ultimo  che  tutti  coloro  che 
in  antico  pretesero  di  dominare  e  vincere 
con  arti  occulte  le  forze  della  natura,  ri- 
cavarono dai  magi  e  dal  magismo  il  nome 
loro  assegnato  di  Maghi  e  quello  di  Magia 
dato  alle  lor  pratiche;  e  se  è  vero  che  il 
culto  del  fuoco  avesse  nella  Media  il  suo 
culto  speciale,  non  sarebbe  difficile  l'in- 
tendere il  porcile  comincino  colla  sillaba  med 
i  nomi  di  Medea,  di  Medusa,  di  Medi- 
cina ecc.,  nomi  tutti  che  ricordano  o  pre- 
suppongono la  conoscenza  e  P  uso  delle 
forze  recondite  di  natura. 


22 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 


Dalle  quali  cose  risulta  aperto  che  fu- 
rono note  al  mondo  vetusto  non  solo  le 
due  primarie  forze  in  cui  si  effettua  il  la- 
vorio della  vita  cosmica  e  le  leggi  che  le 
governano,  ma  altresì  le  vie  e  i  modi  di 
usare  di  sì  fatte  forze  ad  utilità  degli  uomini. 

Gli  ultimi  vestigi  di  tale  conoscenza  pe- 
rirono colla  idolatria  e  co'suoi  misteri,  e 
quando  la  luce  di  un  novello  incivilimento- 
comincio  a  diradare  le  tenebre  degli  scorsi 
secoli,  non  si  trattarono  che  con  pietà  e 
disprezzo  le  favole  e  le  credenze  degli  an- 
tichi, e  non  si  seppe  dare  ai  loro  miti 
che  spiegazioni  strane,  erronee  e  puerili. 

Reputate  sogni  di  fanciulli  le  maraviglie 
di  quelle  età  remote,  gli  uomini  avvezza- 
ronsi  a  sentir  bassamente  di  loro  e  delle 
loro  forze,  e  a  non  trapassare  giammai  coi 
voli  dell'immaginazione  e  della  speranza 
gli  angusti  confini  della  vita  animale. 

Oggi  mercè  i  fatti  accumulati  dalla  scienza, 
mercè  il  Vostro  genio,  che  seppe  raccoglierli 
ed  ordinarli,  l'umanità  è  rimessa  sull'an- 
tico sentiero.  Conoscitrice  delle  leggi  che 
muovono  la  materia,  essa  potrà  dominarla, 
imperocché  sua  è  questa  materia  e  sue 
sono  le  forze  onde  è  mossa.  Osi  adunque, 
osi,  e  tutto  le  sarà  possibile;  e  ferma  nella 
credenza  che  un'antica  generazione  di  uo- 
mini fu,  mercè  un  simile  ardire,  dotta  e 
potente,  accresca  a  sé  nella  conoscenza 
del  passato  la  fede  nell'avvenire. 

Fra  Filippo  Linàti. 

Sull'esame  (runa  Memoria  di  magnetismo 
animale  presentata  al  concorso  del  premio 
proposto  dalla  Società  d'incoraggiamento 
in  Milano,  per  l'anno  1853 

Dieci  furono  le  Memorie  presentate  a 
questo  concorso,  fra  le  quali  veniva  pre- 
miata quella  del  doti.  Edwin  Lee;  ebbe 
però  a  fermarci  l'attenzione  il  modo  con 
cui  giudicossi  la  Memoria  avente  per  epi- 
grafe «  Non  è  men  vero  il  ver  che,  novo, 
innova.  »  —  «  Essa  è  un  trattato  di  fisica 
parziale  (dice  il  rapporto)  versante  special- 
mente sulla  luce  e  sul  calorico,  che  l'autore 
ritiene  le  basi  costitutive  e  fondamentali 
di  ogni  materia  e  di  ogni  forza  del  creato. 
ldea°singolare  invero  1  ma  né  ammessa  dalla 
scienza,  nò  dimostrala  punto  dall'  autore, 


il  quale  si  scusa  di  non  addurre  le  prove, 
per  gli  angusti  confini  dell'opera.  In  causa 
di  questo  difetto  essenziale,  tutto  lo  scritto 
si  volge  sopra  una  base  istabile,  e  quasi 
dir  potrebbesi  nessuna  base;  imperocché 
un'  ipotesi  gratuita  non  sostenuta  nemmeno 
da  forte  probabilità  ,  non  può  essere  ac- 
cettata come  fondamento,  o  come  punto  di 
partenza  di  una  teoria  ». 

All'annunciarsi  di  tale  Memoria,  la  cui 
base  è  una  fisica  versante  sulla  luce  e  sul 
calorico,  siccome  costituenti  ogni  forza  del 
creato,  qualunque  de'  nostri  lettori  avrebbe 
sicuramente  desiderato  che  la  Commissione 
giudicante,  anziché  chiamare  una  tal  fisica 
ipotesi  gratuita  non  sostenuta  nemmeno  da 
argomenti  di  forte  probabilità,  ci  avesse  in- 
dicata la  relazione  esistente  fra  esso  trat- 
talo di  fisica  parziale  e  quello  del  Mozzoni, 
pubblicato  nel  1850,  che  nessuno,  e  tanto 
meno  la  Società  d' incoraggiamento,  poteva 
in  vcrun  modo  ignorare.  Ma  che  dirà  que- 
sto nostro  medesimo  lettore  udendo   che 
la  Memoria  in  quistione  fondavasi  preci- 
samente sulla  sintesi   Mozzoniana ,   come 
venivaci  comunicato ,    ancor  pendente  il 
giudizio,  da  un  membro  della  Commissione 
medesima  ?  Che  dirà,  ripetiamo,  di  quella 
subdola  esclamazione:  «  idea  singolare  in- 
vero »;  esclamazione  che  deve  farci  forte- 
mente dubitare  se  l'autore  siasi  realmente 
iscusato  di  non  addurre  le  prove  per  gli  angitsti 
confini  dell'opera,  non  potendo  egli  certo 
dubitare  che  la  Società  non  avesse  il  testo 
nei  proprj   scaffali?  Ammettiamo   ch'essa 
non  è  ancora  la  fisica  delle  scuole  (benché 
non  pochi  professori  già  la  raccomandino 
ai  proprj  scolari);  ma,  non  nata  nò  a  Parigi, 
nò  a  Londra,  né  a  Berlino,  bensì  in  questa 
Milano,  i  cui  giornali  in  vario  modo  l'an- 
nunciarono, perchè  volerla  di  nuovo  di- 
mostrata dall'autore  della  Memoria?  E  forse 
giustificazione  il  premettere  cha  questa  idea 
singolare  non  è  ammessa  dalla  scienza"!  Se 
per  non  ammessa  s'intende  non  universal- 
mente conosciuta,  anziché  subdolamente 
disconoscerla  così,  non  sarebbe  stato  obbligo 
d'una  Società  d'incoraggiamento  il  farla  sog- 
getto di  esame  ed  il  giudicarla,  perchè  fosse 
universalizzata  se  vera,  o  tantosto  soppressa 
se  erronea  ed  assurda?  Chi,  di  grazia,  1  ha 
combattuta,  chi  l'ha  trovata  gratuita,  chi 
solo  osò  porre  in  dubbio  la  razionalità  dei 


ARCHITETTO 

suoi  grandi  enunciali,  comechè  stravol- 
genti ciò  che  ora  ti  misi  per  scienza,  ma 
che  in  fondo  non  è  che  un  saper  relativo 
alle  cognizioni  del  giorno,  il  cui  nesso  ò 
confusione,  eterogeneità,  complicatissimo 
problema?  Gli  era  forse  statuilo  nel  pro- 
gramma che  pei  giudizj  si  starebbe  a  questa 
scienza  del  giorno,  come  farebbesi  a  codice 
civile  o  penale,  anziché  a  sintesi  coordinante 
le  cognizioni  sparse  della  scienza  medesima? 
Chi  non  iscorge  in  questo  conlegno  della 
Commissione  giudicante  un'idea  singolare 
òmero,  che  non  sapremmo  giustificare  se 
non  coli1  asserire  che  anch'essa  Commis- 
sione non  trovò  né  il  tempo,  né  la  voglia, 
né  l' interesse  di  leggere,  o  di  occuparsi  di 
proposito  come  era  suo  debito,  d'onde  stimò 
meglio  fingersi  ignorante  che  non  entrare 
in  merito  sopra  le  grandi  verità  sintetiche 
enunciate?  (*)  Eppure  dopo  avere  dichia- 
rata questa  mancanza  di  dimostrazione  nella 
Memoria  un  difello  essenziale,  soggiunge  che 
tutto  lo  scritto  si  volge  sopra  una  base  insta- 
bile !  Or  come  può  dirsi  instabile  una  base 
non  esplorata,  ignota,  e  di  cui  si  pretende 
la  dimostrazione?  L'  instabilità  non  e  piut- 
tosto il  carattere  essenziale  della  scienza 
in  genere,  onde  democratiche  vengono  dette 
dal  Verulamio  ?  E  questa  medesima  insta- 
bilità conosciuta  non  doveva  consigliare  la 
Commissione  a  penetrar  meglio  neh'  e- 
nunciato  sintetico,  eh'  è  poi  tutt'altro  che 
un'idea  singolare,  non  da  pochi  già  pre- 
conizzato, ed  in  ogni  tempo  sentito?  Se 
domandassimo  ad  uomo  idiota  che  ritenga 
pel  movente  universale  della  natura ,  ci 
risponderebbe:  «  il  sole  »  (che  la  scienza 
del  giorno  chiama    massa   incandescente, 


(l)  Fata  meraviglia  il  seulire  come  la  Società 
d' incoraggiamento  non  siasi  ancora  degnala  rispon- 
dere ad  una  lettera  scrittale  dal  Mozzoni  il  3  mag- 
gio 1854,  colla  quale  offrivasi  ad  esperimenti  di- 
mostranti come  colla  vibrazione  si  ottenessero  i 
colori  a  guisa  dei  suoni,  mediante  il  qual  fatto  (già 
interessante  per  se  stesso)  vedrebbersi  confermate 
le  principali  verità  sintetiche  dell'opera  da  lui 
pubblicata  sulla  luce  ed  il  calorico.  L'apparecchio, 
con  cui  si  proponeva  così  interessanti  esperimenti, 
è  la  camera  sintetica  or  ora  descritta  in  questo 
giornale,  ed  il  cui  fenomeno  applicalo-  al  caleido- 
scopio formava  la  speciale  attenzione  dei  visitanti 
l'Esposizione  d'industria  ch'ebbe  luogo  giorni  sono 
in  questa  Milano.  Anche  per  questa  lettera  adunque 
la  Società  d' incoraggiamento  non  poteva  ignorare 
l'opera  sintetica  del  Mozzoni. 


ED   AGRONOMO  23 

perciò  luce  e  calorica),  come  mai  un'idea 
cosi  facile,  cos'i  universale  e  quasi  innata 
fece  tanto  stupore  ad  una  dotta  Commis- 
sione giudicante?  Ma  la  sintesi  Mozzoniana 
è  ormai  una  necessaria  verità  generale  (4),  e 
poco  ci  duole,  sia  o  no  ammessa  dalla  So- 
cietà d'incoraggiamento;  ci  duole  che  forse 
vada  impubblicata  la  Memoria  il  cui  au- 
tore, anziché  arrossire  della  scienza  vera, 
la  prese  per  base,  locchè  dà  indizio  di  acume 

(i)  Ecco  come  si  esprime  il  chiarissimo  doti.  Fi- 
lippini-Fanloni,  direttore  dello  Spedale  maggiore  di 
Cremona,  in  quella  Gazzella  provinciale  (20  giu- 
gno 1855,  N.  25): 

«  Frutto  di  dieci  anni  di  assidui  sludj,  di  accu- 
rate comparazioni,  di  osservazioni  pazienti,  di  squi- 
siti e  diretti  esperimenti  ella  è  la  sintesi  fisica 
che  Giuseppe  Mozzoni  nel  1850  pubblicava  armo- 
nica e  facile  nel  suo  libro  intitolalo  La  luce  ed 
il  calorico  esclusivi  agenti  della  natura.  11  la- 
voro del  nostro  strenuo  Autore  vedeva  la  luce  in- 
compreso da  tanti,  misconosciuto  da  lanli  altri, 
compreso  da  pochi,  e,  doloroso  a  dirsi!  avversato 
e  deriso  da  molli.  Eppure  quel  libro  consta  di  prin- 
cipi e  «li  proposizioni  risplendenti  per  precisione 
ed  evidenza  :  espone  conclusioni,  nelle  quali  risalta 
irrefragabile  il  vincolo  legittimo  che  ai  principj  le 
congiunge  :  insomma  quel  libro  è  una  dottrina 
vera,  ne  in  lui  sono  que'  vaporosi  fantasimi  che  si 
sollevano  in  allo  a  seconda  degli  effetti  instabili 
della  moda,  od  i  quali  altro  pregio  non  hanno  tranne 
quello  della  parola,  o  della  scorza,  di  cui  veggonsi 
estrinsecamente  informati.  Che  anzi  il  libro  del  Moz- 
zoni, appunto  perchè  dettalo  coll'aurea  semplicità, 
di  cui  ordinariamente,  anzi  sempre  s'ammanta  il 
nilido  vero,  incontrava  la  noncuranza  ed  anche  lo 
scherno  derisore  dei  pseudo-filosofi,  che  altri  lavori 
apprezzare  non  sanno  tranne  quelli  che  sopraffanno 
la  mente ,  che  nessun  lume  diffondono  ,  che  non 
attingono  la  convinzione  d'alcune  Se  non  che  la 
importanza  del  libro  e  della  sintesi  lei  Mozzoni  era, 
come  dissi,  conosciuta  e  preconizzala  dai  pochi,  i 
quali  vi  seppero  ravvisare  un  asserto,  od  una  tesi 
avente  l'appoggio  dei  fatti ,  od  altrimenti  vi  scor- 
sero una  necessaria  verità  generale,  il  cui  merito 
eminente  gli  è  quello  di  armonizzare  e  conciliare  nella 
fisica  e  nella  medicina  —  che  è  fisica  in  modo  super- 
lativo —  la  scienza  delle  scuole  antiche  coi  principj 
e  colla  scienza  delle  scuole  moderne.  Il  quale  me- 
rito si  rende  oggimai  evidentissimo  da  uno  dei  più 
utili  corollari  induttivi  che  il  Mozzoni  giunse  a 
ritrarre  dalla  sua  fatica  ;  intendo  dire  dal  recentis- 
simo Opuscolo  o  Memoria  Che  sicno  il  choléra  e 
le  febbri  tifoidee,  dal  quale  emana  l'esilarante  si- 
curezza esservi  alla  fin  fine  una  scienza  ed  un'arte 
per  curare  questi  insidiosissimi  morbi  :  e  per  assi- 
curare la  umanità  languente  sotto  i  colpi  di  essi, 
qualmente  l'arte  e  la  scienza,  se  furono  talvolta 
inceppale  nei  loro  benevoli  e  benefìci  conati  dall'urlo 
e  dalla  dissonanza  degli  strani  sistemi,  possedevano 
e  posseggono  dei  cardini  e  delle  risorse  a  coppella 
di  ragione  ». 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


c  di  lealtà,  che  piccolo  è  lo  spirilo  che  ar- 
rossisce della  verità!  Lode  al  Presidente 
della  Commissione  giudicante  che  seppe 
eccitare  la  Società  d'incoraggiamento  a 
dare  compimento  al  concorso  che  lunga- 
mente giacque  in  forse,  pentita  di  avere 
proposto  un  problema  di  magnetismo  ani- 
male ;  contrattempo  che  chiaro  appare  dal- 
l'introduzione del  rapporto,  il  quale  consola 
la  Società  di  non  aver  avuta  la  mortifica- 
zione che  pur  incoglie  talvolta  i  corpi  scien- 
tifici in  simili  occasioni,  di  attendere  invano 
chi  risponda  agli  offerti  programmi.  E  con 
esso  Presidente  lode  agli  altri  ingegni  ro- 
busti e  ben  intenzionali  che  tentano  soste- 
nere l' impulso  che  si  sono  prefissi  i  bene- 
meriti istitutori  dell' incoraggiante  Società; 
ma  che  ponno  i  pochi  contro  i  più  che 
non  vogliono?  Essi  devono  accontentarsi 
che  il  fuoco  animatore  non  si  estingua. 

X. 
VII. 

Lettera  alt  autore.  Relazione  fra  il  diamante, 
la  grafite,  il  carbone,  i  carburi,  ecc.;  e 
sulla  probabilità  di  ottenere  il  diamante 
artificiale. 

Sicuramente    al    nostro  invilo   ai   dotti 
(pagina  528)  noi  andiamo  debitori  d'uno 
scritto  direttoci  dal  signor  P.  M.  S.,  nel 
quale  sono  passati  a  rassegna  i  nostri  ar- 
ticoli sintetici  colla  compiacenza  di  chi  si 
convince  d'una  verità  lungamente  deside- 
rala; ma  chiamando  in  ultimo  la   nostra 
attenzione  sulla  memoria  del  prof.  Luigi 
Magrini  letta  il  9  novembre  (1854)  all'I. 
R.  Istituto  Lombardo,  ci  obbietta  come  mai 
il  diamante,  corpo  lucido  per  eccellenza, 
si  ritenga  essere  puro  carbonio,  corpo  per 
eccellenza  tenebroso,  e  nel  primo  de'  no- 
stri articoli  fatto  da  noi  derivare  precisa- 
mente dalle  tenebre,  il  calorico  de' nostri 
primi  padri.  Se  l'obbiettantc  avesse  letto 
il  nostro  testo,  non  ci  avrebbe  chiesti  schia- 
rimenti in  proposito;  tuttavia  essendo  in 
certo  modo  una  rifusione  del  testo  me- 
desimo, che  andiamo  qui  operando,  gliene 
sappiamo  buon  grado  come  di  quesito  no- 
vello e  che  non  può  a  meno  di  interes- 
sare la  pluralità  de' nostri  lettori.  Per  il 
che  noi  non  faremo  che  tradurre  nel  Im- 
pilaggio sintetico  i  passi  più  importanti  della 


memoria  del  prof.  Magrini,  perchè  veggansi 
in  un  sol  punto  di  vista  i  due  studj  di- 
versi, l'analitico  ed  il  sintetico,  si  che  il 
criterio  possa  giudicarne  e  la  verità  con- 
cretarsi. 

Sugli  effetti  dell'arco  voltiano  nell'olio  di 
trementina,  ceco  il  titolo  della  memoria  Ma- 
grini (Giornale  dell'I.  R.  Istituto  ecc.,  pa- 
gina 264).  »  Esistono  corpi  composti  (egli 
dice)  che  non  cedono  al  potere  scompo- 
nente della  pila  voltiana,  qualunque  ne  sia 
la  forza,  se  venga  adoperata  nel  modo  or- 
dinario. Siffatti  corpi  sono  cattivi  condut- 
tori della  elettricità.  De  la  Rive  e  Faraday 
provarono  anzi   con  rigorosi  esperimenti 
che  la  conducibilità  e  l'elettrolisi  dipen- 
dono assolutamente  l'uno  dall'altro:  per 
cui  avviene  che  i  buoni  conduttori  sono 
sempre  scomposti  agevolmente,  mentre  i 
cattivi  conduttori  resistono  alla  separazione 
dei  loro  elementi,  e  viceversa  ». 

Questa  premessa   del  sig.  Magrini  ri- 
porta un  fatto  importante,  cioè  {"elettrolisi 
(la  proprietà  di  sciogliersi   in  elettricità) 
dipendere  immediatamente  dalla   conduci- 
bilità.  Or   che  dice   la  fisica  sintetica    in 
proposito?  «  I  corpi  si  possono  distinguere 
in  due  serie,  quali  aventi  molecole  in  cui 
la  materia  inerte  prevalga   sul  materiale 
dinamico,  e  quali  non  aventi  di   materia 
inerte  che  una  semplice  velatura  a  fronte 
del  materiale  dinamico  che  tengono  in  com- 
binazione, per  cui  il  loro  tessuto  presenta 
una  vera  elettricità  consolidata.  —  L'elet- 
tricità cerca  ridurre  le  proprie  forze  con 
quelle  di  questi  ultimi  corpi  (i  quali  sembra 
perciò  che  la  scarichino)  e  diconsi  condut- 
tori, ed  è  indifferente  pei  primi,  per  cui 
fanno  l'ufficio  di  isolatori  (art.  II,  pagi- 
na 385)  ».  Queste  brevi  parole  ci  insegnano 
non  poter  essere  conduttore  che  un  corpo 
proveniente  da  una  elettricità  consolidata, 
e  la  conducibilità  di  esso  non  essere  altro 
che  l'attitudine  alla  riduzione  delle  proprie 
forze  solide  colle  forze  fluide  assalitici,  il 
che  equivale  alla  scomposizione  delle  prime 
per  fatto  delle  seconde.  Ora,  siccome  la 
riduzione  delle  forze  dinamiche  e  minima 
e  difficoltosa  ove  il  corpo  cimentato  consti 
di  molecole  in  cui  la  materia  inerte  prevalga 
sul  materiale  dinamico,  è  chiaro  che,  se  non 
è  impossibile  lo  scomporre  siffatti  corpi, 
è  però  non  agevole  per  l'ostacolo  che  in 


ARCHITETTO   ED 

ogni  punto  il  materiale  non  dinamico  frap- 
pone air  incontro  dei  rispettivi  materiali 
dinamici,  cioè  delle  forze  tisse  in  essi  corpi 
colle  forze  assalitaci.  Né  ciò  è  tutto.  Per 
materiale  dinamico  noi  qui  intendiamo  una 
combinazione  elettrica,  cioè  uno  dei  rap- 
porti con  cui  la  luce  ed  il  calorico  pos- 
sono unirsi  a  molecola  elettrica,  mediante 
una  semplice  velatura  di  materiale  etero- 
geneo che  impedisca  loro  di  repellersi,  per 
non  essersi  compiuto  il  contatto;  ma  al  di- 
fuori di  tali  rapporti,  cioè  ove  abbiasi  ec- 
cesso di  luce  sul  calorico  od  eccesso  di 
questo  su  di  quella,  la  riduzione  indicata 
delle  forze  non  è  possibile,  perchè  dalla  spro- 
porzione degli  elementi  non  può  ottenersi 
un  insieme  proporzionato  o  senza  residui. 
Ne  consegue  pertanto  che  non  solo  un  corpo 
estremamente  lucido,  come  il  diamante,  la 
porcellana,  il  vetro,  ecc.,  ma  che  anche  un 
corpo  estremamente  calido  sia  un  cattivo 
conduttore,  e  perciò  non  agevole  a  scom- 
porsi, come  lo  sono  le  essenze  leggiere  da 
noi  classificate  fra  le  sostanze  calide  per 
essere  in  genere  una  proprietà  del  calo- 
rico quella  di  far  leggieri  i  corpi.  Il  si- 
gnor Magrini  accenna  infatti  che  «  i  liquidi 
più  resistenti  all'azione  della  pila  sono 
gli  olj  grassi,  gli  olj  essenziali,  l'etere, 
certi  cloruri,  ecc.  Se  non  che  (prosegue) 
il  signor  Melly  fece  vedere  fino  dal  1841 
che  anche  i  succitati  corpi  possono  essere 
facilmente  scomposti  dalla  pila,  qualora 
invece  d'impiegarla  nel  modo  ordinario, 
cioè  col  circuito  aperto  entro  la  loro  massa, 
si  chiuda  il  circuito  mettendo  a  contatto 
gli  elettrodi  metallici,  e  poi  lo  si  apra  se- 
parando gli  elettrodi  medesimi,  per  chiu- 
derlo di  nuovo  e  riaprirlo  in  guisa  di  far 
scattare  con  rapide  alternative  continuate 
scintille  .  ...  ad  ogni  scarica,  ad  ogni 
interruzione  del  circuito  voltiano  i  liquidi 
anche  più  cattivi  conduttori  si  scompongono, 
e  si  vedono  comparire  piccole  bolle  gasose 
che  salgono  attraverso  la  massa  e  si  rom- 
pono alla  sua  superficie  ».  In  base  a  questi 
fenomeni  il  signor  Magrini  volle  cimentare 
gli  elettrodi  di  carbone  d'una  pda  di  64 
coppie  alla  Bunsen,  nell'olio  di  trementina, 
specialmente  allo  scopo  di  vedere  se  im- 
pedirebbe esso  il  trasporto  della  materia 
attenuata  e  il  logoramento  delle  punte  dei 
carboni.  Quei  fenomeni  si  ripeterono;  se 

Voi    III.  LUgUo 


AGROiNOMO  25 

non  che  l'arco  luminoso  durò  pochi  istanti, 
ed  osservali  »  gli  elettrodi  per  trasparenza 
mi  sono  assicuralo,  egli  dice,  che  essi  erano 
ridotti  a  conlatto  per  deposito  di  materia 
solida.  In  allora  facendo  forza  colla  vite 
micrometrica  staccai  gli  elettrodi,  l'arco 
luminoso  si  riprodusse  e  con  esso  l' elet- 
trolisi. Dopo  pochi  minuti,  i  due  fenomeni 
della  luce  e  dell'elettrolisi  scomparvero  per 
altre  concrezioni  formatesi  e  ricomparvero 
col  distacco  dei  carboni.  —  Frattanto  l'olio, 
limpidissimo  al  principio  dell'esperimento, 
s' intorbidò  in  seguito,  colorandosi  legger- 
mente in  giallo  negli  strati  sovrastanti  agli 
elettrodi;  inferiormente  conservò  la  sua 
limpidezza.  Continuata  l'azione  della  pila 
per  oltre  un'ora,  il  liquido  prese  una  tinta 
cosi  scura  da  lasciare  appena  appena  visi- 
bile la  scintillazione.  —  Terminalo  l'espe- 
rimento, il  liquido  tenuto  tranquillo  rese 
prima  uniforme  la  sua  tinta  per  tutta  la 
massa,  e  poi  depose  sul  fondo  del  reci- 
piènte una  polvere  nera  estremamente  fina, 
avente  l'aspetto  della  polvere  di  carbone. 
L'olio  però  non  ha  potuto  mai  più  riacqui- 
stare la  primitiva  sua  trasparenza,  e  restò 
anzi  molto  oscurato.  —  Esaminati  i  coni 
di  carbone  che  servirono  da  elettrodi,  trovai 
che  rimasero  intatti,  non  rinvenendosi  in 
essi  traccia  alcuna  né  di  combustione  (come 
era  ben  naturale  per  la  mancanza  dell'ossi- 
geno), né  di  logoramento  per  trasporto  di 
materia. — Per  l'opposto,  sovra  ambedue 
le  punte,  cioè  tanto  sull'elettrodo  positivo 
che  sul  negativo,  si  formarono  concrezioni 
affatto  identiche,  in  guisa  di  far  credere 
che  la  scomposizione  dell'olio  non  succe- 
desse colle  condizioni  della  polarità,  cioè 
che  gli  elementi  non  si  separassero  ridu- 
cendosi eslcusivamente  l'uno  al  polo  posi- 
tivo, l'altro  al  negativo;  ed  è  questo  un 
fatto  veramente  singolare!  »  Riguardo  ai 
caratteri  di  questa  concrezione  ottenuta  in 
questo  primo  esperimento,  fra  i  quali  no- 
tiamo il  color  giallastro,  rimandiamo  il  let- 
tore alla  memoria  di  questo  fisico  distinto, 
il  quale  trovandola  in  rapporto  colla  gra- 
fite si  credette  in  diritto  di  considerarla 
come  un  consolidamento  del  carbonio  (co- 
stituente coli' idrogeno  l'acqua  ragia),  e 
perciò  come  un  primo  passo  verso  la  pos- 
sibilità di  ottenere  un  corpo  più  duro 
che  intacchi  il  vetro  o,  più  precisamente, 
1855.  ì 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 


il  diamante,  sapendosi  che,  trattato  il  dia- 
mante ad  elevatissima  temperatura,  prima 
di  fondersi  si  converte  in  grafite.  Se  non 
che,  pensando  egli  «  che  il  diamante  e  tutti 
i  corpi  cristallizzati  che  ci  offre  la  natura 
sono  effetti  finali  di  azioni  minime  costan- 
temente esercitate  forse  per  molti  secoli  » 
e  che  può  essere  «  concesso  all'espcrimen- 
tatore  di  aspirare  ad  una  più  o  meno  fe- 
lice imitazione  tutte  le  volte  gli  riesce  di 
avvicinarsi  un   poco   alle   condizioni   che 
sembrano  essersi  adempiute  nelle  produ- 
zioni naturali  »,  prese  ad  assoggettar  Folio  , 
di  trementina  all'azione   di  una  corrente 
mollo  più  debole  e  continuata  in  modo  di 
eccitare  e  mantenere  possibilmente  costanti 
esse  azioni  minime,  si  che  il  consolidamento 
Rescisse  più  regolare  e  perciò  più  com- 
patto, più  duro  e  possibilmente  una  cri- 
stallizzazione. A  tale  effetto  egli  congiunse 
gli  elettrodi  coi  poli  di  una   pila  di  sole 
otto  coppie  alla  Bunsen,  più  ritenne  uno 
solo  degli  elettrodi  di  carbone,  formando 
l'altro  con  una  piccola  spirale  di  platino. 
Egli  ottenne  con  questo  mezzo  sulla  punta 
del  carbone  concrezioni  egualmente  gial- 
lastre ma  più  grandi  e  più  numerose,  in- 
contrandovi, ben  distinto,  qualche  corpu- 
scolo bianco  molto  levigalo,  trasparente  e 
che  rifrange  potentemente  la  luce. 

«  Ora  questi  solidi  giallastri  (domanda 
egli)  sarebbero  ancora  concrezioni  di  puro 
carbonio  in  islalo  nascente,  sarebbero  per 
avventura  l'effetto  di  quella  speciale  ag- 
gregazione di  atomi,  che  determina  la  cri- 
stallizzazione; sarebbero  nuovi  corpi,  nuove 
combinazioni,  nuovi  editìcj  chimici  di  carbo- 
nio ed  idrogeno,  oppure  concrezioni  resinose, 
tuttavia  singolari,  perchè  formate  in  seno  ad 
un  liquido  caldissimo,  che  ha  il  potere  di 
sciogliere  le  resine  anche  a  freddo?  »  Egli 
termina  per  ultimo  la  sua  memoria  inte- 
ressante citando  le  parole  invero  sconfor- 
tanti del  dottor  cav.  Ascanio  Sobrero  in 
punto  al  produrre  artificialmente  il  dia- 
mante, ma  soggiungendo  però  ad  esse,  che, 
se    la   cristallizzazione   del   carbonio   non 
venne  finora  tentata  che  per  mem  delle 
varie  specie  di  carbone,  i  carburi  d' idro- 
geno, per  quanto  egli  sappia,  non  furono 
ancora  con  tale  intento  esplorati  mediante 
Parco  voltiano,  e  perciò  aversi  aperto,  a 
parer  suo,  un  nuovo  campo   di   ricerche 


interessantissime.  Fin  qui  noi  abbiamo  espo- 
sta la  quistionc  del  diamante  col  linguaggio 
dell'analisi;  ora  la  scorreremo  colle  viste 
della  sintesi,  la  quale  non  riconosce  che 
quattro  elementi  assoluti,  la  luce  ed  il  ca- 
lorico, siccome  materiali  dinamici,  e  l'acqua 
e  la  calce  (prese  in  senso  assoluto),  sic- 
come materiali  non  dinamici,  cioè  per  sé 
stessi  inerti  e  materiali  veicoli  dei  due 
esclusivi  agenti  suddetti. 

Ricordiamo  che  quanto  colpisce  i  nostri 
sensi  è  necessariamente  materiale,  e  che 
perciò  materiali  noi  chiamiamo  cos'i  la  luce 
come  il  calorico.  Ricordiamo*  che  i  metalli 
sono  appunto  consolidamenti  ottenuti  dalla 
natura  legando  in  proporzioni  diverse  que- 
sti due  grandi  agenti:  per  cui  essi  sono 
i  migliori  conduttori,  e  nella  loro  rapida 
decomposizione  scioglionsi  in  luce  e  calo- 
rico, oltre  ad  un  leggiero  deposito  etero- 
geneo che  costituisce  una  velatura  inter- 
mediaria, senza  della  quale  i  due  agenti 
si  sarebbero  repulsi  anziché  unirsi  a  mo- 
lecola. Queste  premesse  vengono  dunque 
ad  avvertirci  che  quando  un  corpo  qual- 
sivoglia sia  sforzato  a  scomporsi  per  fatto 
d'uno  dei  medesimi  agenti,  riducendo  con 
esso  le  proprie  forze,  è  pur  assurdo  il  pre- 
tendere ch'egli  abbia  solo  cambiato  di  forma 
e  resti  nell'intrinseco  quello  che  era.  Pro- 
prietà della  luce  sono  l'astringibilità,  1 in- 
flessibilità, la  rigidità,  l'incompressdnhta, 
la  chiarezza,  la  luminosità,  la  diafanità,  la 
cavità:  or  queste  proprietà  si  riscontrano 
nel  diamante,  per  cui  nessuno  vorrà  con- 
trastarci essere  desso  un  corpo  lucido  per 
eccellenza,  anzi  pressoché  tutta  luce   con- 
solidatasi nel  principio  dei  tempi  per  co- 
smiche combinazioni  che  non  possono  ri- 
petersi;  e   diciamo  pressoché    tutta   luce, 
perchè  cssendovene  di  color  giallo,  bleu, 
verde,  bruno,   rosa,   né   tutti   essendo  di 
egual  lucidezza  i  bianchi;  è  d'uopo  con- 
venire che  il  suo  aggregato  non  e  senza 
atomi  tenebrici,  cioè  non  senza   calorico 
forse  già  causa  immediata  dell  aggregato 
medesimo,  perchè,  quantunque  sia  1  astrin- 
oibililà  una  proprietà  della  luce,  s  intende 
da  sé  ch'essa  l'esercita  sul  materiale  non 
proprio.  Ora  supponiamo  adunque  che  un 
diamante  consti  di  10  parti  di  luce  ed  1 
di  calorico  (disprezzando  qualunque  altra 
velatura  eterogenea  che  la  chimica  non  ha 


ARCHITETTO 

ancora  apprezzato);  essendo  la  gravità  pro- 
prietà esclusiva  della  luce,  noi  ammettiamo 
che,  trattato  quel  diamante  con  una  tem- 
peratura saturante,  quelle  10  parti  di  luce 
possano  sciogliersi  e  combinarsi,  ad  esem- 
pio, con  100  parti  di  calorico,  e  il  corpo 
risultante  otTrire  perciò  il  medesimo  peso 
del  diamante;  ma  se  il  calorico  è  un  effet- 
tivo materiale,  con  quale  logica  diremo 
noi  il  nuovo  corpo  costituitosi  essere  nel- 
T  intrinseco  il  diamante  di  prima?  Quali 
proprietà  essenziali  ha  desso  conservate  e 
riportate  in  questo  nuovo  stadio  preteso? 
Precisamente  nessuna,  e  nemmeno  la  gravità, 
tanto  diversi  sono  i  relativi  pesi  specifici: 
anzi  il  nuovo  corpo  è  precisamente  una 
combinazione  di  materiali  diametralmente 
opposta  a  quella  del  diamante,  poiché  ove 
in  questo  abbiam  supposto  trovarsi  la  luce 
ed  il  calorico  nella  ragione  di  10  :  1,  in 
quello  si  troverebbero  come  10  :  100,  cioè 
come  1  :  10.  Se  pertanto  nell'ultimo  stadio 
di  divisione  otteniamo  dal  diamante  il  car- 
bonio, mediante  la  combinazione  de'  suoi 
atomi  con  una  quantità  disponibile  di  ca- 
lorico (che  è  per  sé  stesso  senza  peso),  la 
tisica  sintetica  non  potrà  però  mai  ammet- 
tere che  il  carbonio  abbia  a  che  fare  più 
che  tanto  col  diamante,  perchè  noi  non 
avremmo  ottenuto  che  uno  dei  corpi  più 
facili  ad  aversi  dal  calorico  combinandolo 
colla  luce  che  costituiva  il  diamante;  locchè 
proverebbe  meglio  il  nostro  assunto,  essere 
il  diamante  un  puro  aggregato  di  luce  ed, 
in  certo  modo,  più  semplice  del  carbonio 
medesimo  se  per  costituir  questo  con  quello 
abbisognò  un  nuovo  concorso  di  calorico. 
Questa  maniera  razionale  di  vedere  non 
esclude,  per  vero,  la  possibilità  che,  eli- 
minato nuovamente  il  calorico,  debba  nel 
residuo  trovarsi  ciò  che  costituiva  il  dia- 
mante; ciò  è  razionale,  ma  non  tutti  i 
possibili  sono  probabili.  Tutti  i  corpi 
duri,  inflessibili,  rigidi  contengono  più 
o  meno  luce  in  dose  preponderante  su 
gli  altri  materiali  primi  della  natura  in 
modo  da  costituire  una  famiglia:  1' abile 
esperimentatore  saprà  in  ogni  cimento 
concretarci  alcuno  di  questi  corpi  duri; 
ma  come  asserire  che  Parte  possa  superare 
la  natura  ottenendo  in  modo  diretto  e  pre- 
ciso ciò  ch'essa  medesima  ottenne  con  tanta 
parsimonia  e  difficoltà  trattandosi  di   ob- 


ED    AGRONOMO 


2/ 


bl'igare  alla  coesione  un  numero  quasi  esclu- 
sivo di  atomi  simili  che  dovrebbero  da  soli 
infallantemente  repellersi  ?  Ma  qui  gli  anali- 
tici ci  opporranno  che  ciascun  atomo  ha  poli 
dissimili,  e  che  per  tale  dissimiglianza  essi 
possono  aggregarsi.  Questa  è  pure  l'opinione 
ripetuta  dal  signor  Magrini  nella  Memoria 
in  quistione;  ma  la  fisica  sintetica,  men- 
tre accorda  in  genere  questa  proprietà  alle 
molecole,  la  nega  agli  atomi  dinamici.  Se 
la  polarizzazione  dipende  da  elettricità  di- 
verse, e  se  le  due  elettricità  dislinguonsi 
per  aver  l'una  in  eccesso  la  luce,  e  l'altra 
in  eccesso  il  calorico,  quale  sarà  la  pola- 
rizzazione degli  atomi  puramente  lucidi  o 
degli  atomi  puramente  calidi  ?  Non  entriamo 
qui  in  una  ripetizione  di  principj  preten- 
dendo elettricismo  compiuto  in  uno  degli 
elementi  medesimi  dell'elettricismo?  Più, 
un  atomo  primo  qualunque  è  necessaria- 
mente un  solido  sferico;  ora  chi  non  sa 
aver  Coulomb  dimostrato  aver  poli  magne- 
tici i  soli  corpi  oblunghi,  e  non  mai  i  corpi 
isterici,  sottintesa  l'omogeneità  dei  tessuti? 
Ciò  posto,  un  diamante,  quanto  più  è  chiaro 
e  brillante,  constando  d'atomi  dinamici, 
fu  un'operazione  altrettanto  più  difficile  per 
la  natura  medesima,  ed  è  questo  il  mo- 
tivo per  cui  è  altrettanto  raro  a  trovarsi, 
e  prezioso  sopra  i  neri  ed  i  colorati.  Con 
quale  coraggio  ne  tenteremo  noi  dunque 
la  fabbricazione  pensando  che,  ove  pur  ne 
ottenessimo  di  colorati,  avremmo  ben  altre 
difficoltà  per  ottenerlo  chiaro  e  brillante? 
Ad  ogni  modo  vediamo  intanto  come  colla 
fisica  sintetica  si  spieghino  le  concre- 
zioni dure  ottenute  dal  professor  Magrini 
sulla  punta  del  carbone. 

Noi  non  abbiamo  che  a  svolgere  i  me- 
desimi principj  enunciati  e  ripeterne  le 
deduzioni.  Noi  abbiamo  abbastanza  pro- 
vato che  il  diamante  ed  il  carbonio ,  e 
perciò  anche  il  carbone,  sono  corpi  dia- 
metralmente opposti  nell'intrinseco,  quindi 
dissimili  a  tutto  rigore  di  termini.  Se 
questo  è,  dev'essere  dunque  razionale, 
che ,  sotto  un'azione  chimica  che  chiama 
a  conflitto  i  quattro  elementi  assoluti,  la 
presenza  del  carbone,  che  è  un  vero  ag- 
gregato di  calorico,  chiami  a  sé  per  in- 
duzione aggregati  di  luce;  ossia  dei  corpi 
duri,  fra  i  quali  non  neghiamo  anche  la 
possibilità  di  qualche  scheggia  di  diamante. 


28 


GIORNALE  DELL  INGEGNERE 


Questo  fallo  mode  Mino,  cioè  le  concrezioni 
formatesi  sulla  punta  del  carbone  (e  non 
su  quella  del  platino),  è  anzi  un  argomento 
eloquente  per  sé  stesso   a  dimostrare   il 
diamante  esseri  tutt'altro  che  carbonio,  e 
distare  l'uno  dall'altro  precisamente  come 
dista  la  luce  dalle  tenebre  (il  calorico),  cioè 
come  due  corpi  fra  loro  rigorosamente  sup- 
plementari. La  spiegazione  di  queste  concre- 
zioni bassi  dunque  dai  medesimi  principj 
animanti  la  fisica  sintetica,  per  cui  non  è 
punto  ad  istupirsi  che  nel  primo  degli  espe- 
rimenti enunciati  il  sig.  Magrini  abbia  sco- 
perta una  eguale  concrezione  sopra   am- 
bedue gli  elettrodi  di  carbone  in  onta  alla 
legge  invariabile  della  polarità.  Il  signor 
Magrini  trovò  anzi  queste  concrezioni  aventi 
molta  analogia  colla  grafite,  locchè  gli  sem- 
brerebbe un  buon  innanzi  alla  soluzione 
del   nuovo    problema    ch'egli   si   propor- 
rebbe dietro  questi  inopinati  risultamenti. 
Ma  quanto  non  dista  ancora  la  gratile  dal 
diamante?  Gli  è  vero  che  il  diamante  prima 
di  sciogliersi  in  carbonio  si  metamorfizza 
nella  grafite;  ma  a  questo  punto  noi  ab- 
biamo già  annientale  cos'i  le  proprietà  ca- 
ratteristiche del  diamante,  che  non  si  sa- 
prebbe  più   come   riprodurle.    In   questa 
metamorfosi  il  corpo  ha  evidentemente  per- 
duto tanti  atomi  lucidi  quanti  atomi  tene- 
brici Thanno  già  compenetrato,  verificandosi 
la  terza  delle  nostre   leggi,  ne' corpi  iso- 
lali i  due  agenti  dominare  in  ragione  inversa 
l'uno  dell'altro  (pag.  625).  Occorrerebbe 
pertanto  tale  operazione  che  fugasse  per 
intiero  gli  atomi  calidi   col   rientramento 
di  altrettanti  lucidi;  operazione  forse  solo 
possibile  allora  in  cui,  impadronitasi  la  sin- 
tesi degli  elaboratoj,  ci  avrà  fatti  i  padroni 
del  dinamismo  elementare.  Ad  ogni  modo 
crediamo  congratularci  col  prof.   Magrini 
che,  se  v'ha  modo  ad  ottenere  (fosse  anche 
una  sol  volta  in  moltissime)  qualche  prova 
felice  di  diamante,  egli  avrebbe  scoperta 
nell'impiego  del  carbone  per  elettrodo  un 
modo  immediato  di  ottenerne  la  concrezione. 
Ma  da  questi  medesimi  risultamenti  non 
s'induca  aver  noi  solidificato  il  carbonio, 
che  neppur  esiste,  a  rigore,  nel  medesimo 
olio  di   trementina,   poiché  ci   accorderà 
ognuno  che  P  annerimento  di   esso  ed   il 
nero  deposito  trovatovi  dopo  l'esperimento 
è  pur  un  chiaro  indizio  che  il  tenebrico  lo 


ha  invaso,  cioè  quel  calorico  che  si  svi- 
luppò dallo  sciogliersi   dello   zinco  costi 
tuente  il  piliere,  e  che  perciò  tanto  l'idro- 
geno come  il  carbonio  che    sviluppasi  da 
siffatti  corpi  trattati  sotlo  l'effetto  dell'arco 
voltiano,  «non  sono  altro  che  nuovi  corpi 
formatisi  sulle  rovine  di  essi  coll'aggiunta 
o  di  calorico  o  di  luce.  Noi  potremmo  dire 
altrettanto  sulla  natura  d'altri  corpi  natu- 
rali od  artificiali,  rispetto  ai  quali  ritiensi 
erroneamente  per  earbonio  ciò  che  è  una 
pura  combinazione  di  luce  con  uno  degli 
altri  materiali  primi,  e  che  perciò  vengono 
erroneamente   classificati  per  carburi;  ma 
per  chi  ci  tenne   dietro   in   questi  rudi- 
menti  di   scienza   razionale   sarà   agevole 
l'intendere  più  di   quello   possiam   dire, 
perchè  sempre,  e  facilmente,  hassi  il  vero 
dal  vero.  Se  non  che  essendo  il  calorico 
un  nuovo  materiale  che  viene  a  far  parte 
di  nuove   combinazioni  ove  s'impieghi  a 
decomporre,  i  nostri  lettori  saranno  presti 
a  domandarci  che  ne  diremo  delle  55  so- 
stanze con  tanta  cura  ordinate  e  procla- 
mate per  elementari  dalla  chimica  moderna, 
se  un  corpo  trattato  ad  alta  temperatura 
può  metamorfosarsi  in  un  altro  il  cui  di- 
namismo non  è  più  in  alcuna  relazione  con 
quello  che  lo   costituiva?   Noi   l'abbiamo 
già  detto  altrove,  che  molti  di  questi  corpi 
così  detti  elementari  furono  fabbricati  e  si 
vanno  tuttodì   fabbricando  nei  laboratori; 
corpi  perciò  che  non  servono  a  nulla  perchè 
la  natura  non  gli  ha  compresi  come  ele- 
menti necessarj  al  metamorfismo  della  vita 
cosmica  in  ispeciale,  o  viceversa.  Miserabile 
la  scienza   pertanto  che   crede  costituirsi 
sopra  nozioni  così  dubbie  ed  arbitrarie,  se 
pur  scienza  può  dirsi  un  sapere  così   re- 
lativo ed  indeciso,  così  circoscritto  ed  in- 
sciente dei  proprj  mezzi  che  pur  possiede 
potentissimi  per  ogni  ramo  di   progresso 
ove  venissero  una  volta  capitanati  dal  cri- 
terio e  dalla  ragione!  Sposiamo  il  presente 
col  passato,  cioè  sposiamo  fra  loro  i  veri  di 
tutti  i  tempi,  e  si  genererà  un  avvenire  fe- 
condo di  progresso  e  di  felicità:  ecco  quanto 
ripetiamo  e  non  lasceremo  mai  di  ripetere. 
Le  cose  dette  in  questo  articolo  ci  ob- 
bligano a  far  conoscere  il  modo  con  cui 
la  fisica  sintetica  ordina  i  corpi  in  ragione 
al  proprio  dinamismo;  noi  lo  faremo  nei 
numeri  successivi.  G.  M. 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO 


-2(1 


ALESSANDRO  SID0L1 

Una  povera  bara,  sorretta  da  quattro 
artisti,  usciva  il  pomeriggio  del  25  del 
cadente  luglio  dalla  chiesa  di  San  Marco 
della  nostra  città  per  avviarsi  al  Cam- 
posanto di  PortA  Comasina  ed  ivi  deporre 
un  cadavere. 

Seguivano  quella  bara  i  migliori  de' 
nostri  artisti:  pittori  e  scultori,  ingegneri 
ed  architetti,  professori  del  corpo  Acca- 
demico di  Brera ,  uomini  di  lettere , 
amici  e  parenti,  in  numero  ben  oltre 
il  mille,  mesti  e  tacitamente  oranti,  come 
è  costume  degli  uomini  veramente  pie- 
tosi (')• 

Tanto  onore  di  pianto  e  di  voti,  era  per 
un  illustre  artista  =  Alessandro  Sidoli 
=  architetto,  professore  aggiunto  alla 
cattedra  di  prospettiva  presso  l'I.  R.  Acca- 
demia di  Belle  Arti  della  nostra  città, 
morto  alla  Casa  di  Salute  di  S.  Angelo, 
alle  ore  undici  della  notte  21  di  questo 
mese,  in  seguito  ad  una  infiammazione 
cerebrale,  appalesatasi  tosto  mortale. 

Noi  non  ritesseremo  la  vita  di  questo 
illustre  architetto  che  tanto  desiderio  di 
sé  lasciò  addietro  nell'arte  e  negli  arti- 
sti, cui  fu  sempre  generoso  di  consiglio 
e  d'opera;  perocché  le  parole  delle  alla 
tomba  di  lui  dal  pittore  Salvator  Mazza  e 
dall'  avvocato  Pier  Ambrogio  Curii  = 
rappresentanti  il  dolore  dell'arti  e  delle 
lettere  =  compendiano  quanto  del  Sidoli 
si  potrebbe  per  noi  memorare,  e  che 
perciò  crediamo  far  opera  gradita,  ri- 
portando. 

La  emozione  divenne  per  queste  due 
commemorazioni,  se  pur  si  poteva,  mag- 
giore, e  produsse  utili  frutti  a  vantaggio 
della  desolata  famiglia;  e  noi  vogliam 
ciò  notare  a  giusta  ed  a  dovuta  lode 
di  questo  spirito  di  corpo  dagli  artisti 
nostri  manifestato. 

La  Redazione. 


C1'   ì'ii  orant  tacite. 


AD 


ALESSANDRO    SIDOLI 

NECROLOGIE 

LETTE   SULLA   SALMA    IL   23   LUGLIO   4855. 

Convenuti  nell'ora  della  sventura  in 
questo  sacro  ricinto,  mentre  da  voi  si 
rendono  gli  ultimi  tributi  dell'amicizia, 
della  stima  e  del  compianto  all'esanime 
spoglia  di  chi  pur  ora  era  lanlo  in  vita, 
discare  non  vi  siano  queste  parole  di 
una  luttuosa  commemorazione,  poche 
pur  troppo  e  fiacche  per  l'alto  ingegno 
cui  vengono  destinate,  ma  quali  l'am- 
mirazione le  inspira,  quali  il  core  le 
detta. 

Una  troppo  severa  fatalità,  nel  vol- 
gere di  breve  spazio  di  tempo,  ne  ra- 
piva tre  de'  nostri  più  cari,  togliendoli 
alle  più  belle  speranze  dell'arte,  all'o- 
nore e  al  vanto  della  nostra  patria!  In- 
perscrutabile e  grande  è  la  volontà  del 
Signore  ;  ma  quando  l'immatura  messe 
vien  dalla  morte  troncala,  quando  dei 
lunghi  anni  di  studio  e  di  aride  fatiche 
toccavasi  il  frutto,  e  giungeva  forse  il 
tempo  delle  ricompense,  vedere  a  un 
tratto  ogni  illusione  svanita,  abbattuta 
quella  niente  che  di  così  grandiosi  pen- 
sieri era  capace,  inerte  quella  mano  che, 
cara  all'arte,  segnava  già  il  suo  nome 
fra  quelli  cui  l'obblio  non  tocca...  ne  è 
pur  forza  chinare  a  terra  la  fronte  umi- 
liata chiusi  nell'abbattimento  e  nel  dolore. 

Alessandro  Sidoli,  nato  in  Cremona 
il  30  Luglio  del  1812,  appena  ebbe 
aperto  l'intelletto  al  sentimento  del  bello, 
sentiva  la  vocazione  dell'Arte  che  sopra 
ogni  altra  cosa  lo  trascinava;  perciò  l'ar- 
dore dello  studio,  i  sagrificj  e  le  notti 
vegliate  non  erano  per  lui  uno  sforzo, 
bensì  quasi  una  necessità  onde  aggiun 
gere  la  difficile  meta  che  lo  stesso  in- 
fantile animo  suo  erasi  proposta. 

Trasferitosi  a  Milano,  attendeva,  se 
possibile  era,  con  alacrità  anche  mag- 
giore, ad  approfondirsi  negli  studj  del- 


30  GIORINALE   DE 

l'arte  ornamentale,  della  Prospettiva  e 
dell'Architettura.  Conoscere  quanto  nel 
lungo  giro  dei  secoli  ebbe  crealo  il  ge- 
nio dell' uomo;  dalle  rovine  delle  pri- 
sche città,  agli  splendidi  avanzi  della 
Grecia  e  di  Roma,  dall'epoca  aurea  di 
Michelangelo  e  Bramante  ai  monumenti 
della  passata  generazione,  e  farsi  ricco 
dell'altrui  senno,  ella  è  questa  già  ardua 
intrapresa,  per  molli  somma  delle  spe- 
ranze; ma,  invece,  prendere  il  già  fallo 
per  punto  di  partenza  onde  aspirare  a 
nuove  vedute,  onde  conseguire  nuovi 
ritrovati,  è  talento  dei  pochi,  è  dote 
soltanto  di  alcuni  esseri  privilegiali  dalla 
natura. 

Ora ,  chi  oserà  tacciare  di  arrischiata 
o  spinta  ammirazione  la  nostra,  se  an- 
noverar possiamo  fra  questi  l' insigne 
defunto  che  ancora  ne  sta  presente  ? 

La  sua  adolescenza  prometteva  già 
quanto  avrebbe  in  gioventù  conseguito. 

A  diciassett'  anni  appena,  otteneva  il 
premio  negli  ordini  architettonici,  ed  a 
diciotto  quello  della  Prospettiva.  D'allora 
in  poi  le  scuole  della  nostra  Accademia  lo 
viddero  sempre  il  distinto  fra  i  distinti 
ed  ogni  concorso  meritar  gli  doveva 
l'ambita  corona. 

Nel  1834  instituitosi  un  nuovo  pre- 
mio dal  benemerito  nostro  concittadino 
Girotti,  ed  essendone  soggetlo  il  disegno 
scenografico  di  un  mausoleo,  il  Sidoli 
deslava  la  meraviglia  di  chi  osservava 
il  suo  concorso;  e,  tanta  ne  era  l'ardi- 
tezza del  pensiero ,  1'  esuberanza  della 
fantasia,  che,  giudicato  allora  meritevole 
del  premio,  rinnovava  nel  seguente  anno 
sullo  slesso  tema  un'altra  scena  forse 
più  ancora  immaginosa  della  prima. 

Coronalo  così  nel  1855,  lo  veniva  pure 
nel  1856  pel  grande  concorso  di  Ar- 
chitettura; e  qui  egli  ne  si  presenta  in 
tutta  la  sua  capacità  e  fecondità  di  con- 
cetto, giacché  in  soggetto  quasi  identico 
a  quei  due  primi  egli  seppe  ognora  di- 
stinguersi talmente  da  sempre  riportar 
la  palma  sui  suoi  competitori. 

Cosi  nel  1859  nel  grande  municipale 
programma  di  un  Camposanto  per  que- 


ll'iisgegneke 
sta  Capitale,  sopra  i  25  dei  concorrenti 

il  suo  progetto  veniva  dalla  nostra  Acca- 
demia giudicato  e  confermalo  il  migliore. 
Ma,  poiché  al  candido  animo  suo  pareva 
quasi  sopruso  il  riportare  nuovi  trionfi  so- 
pra novelli  studiosi,  non  più  alla  sua  ma 
all'altrui  fama  coadiuvava,  illuminando 
ed  assistendo  gli  altri  che  si  arrischiavano 
alla  difficile  intrapresa.  Credo  inutile  l'ag- 
giungere come  questi  fossero  sempre  i 
prescelti  nel  giudizio  pel  premio. 

Né  tanto  bastava  all'altezza  ed  alla  fe- 
racità della  sua  mente.  Immaginando 
edificj  e  monumenti  ai  quali  la  critica 
la  più  severa  altro  non  trovava  fuorché 
l'impossibilità  d'una  dovizia  capace  a  tra- 
durre le  sue  idee  in  fatti,  egli  obbediva 
allo  slancio  di  quella  potenza  artistica  che 
collocar  lo  doveva  in  così  eminente  posto 
nella  storia  dell'arte  moderna;  ma,  scen- 
dendo pure  ai  particolari ,  ai  dettagli 
delle  sue  inspirazioni,  seppe  nella  parte 
decorativa  aprirsi  tale  una  via,  che  pre- 
scindendo dalle  rigide  e  meschine  linee, 
caratteristiche  del  principiar  di  questo 
secolo,  e  richiamando  la  ricchezza,  senza 
le  aberrazioni  del  secolo  XVII,  si  affa- 
ceva  talmente  al  buon  gusto  ed  alla  ele- 
ganza da  segnare  un'  era  affatto  opposta 
alla  precedente.  Perciò  lo  stucco  orna- 
mentale diventò  grandioso,  slanciato  e 
acquistò  quella  importanza  che,  dietro 
suoi  disegni,  troviamo  in  alcune  magni- 
ficile sale  di  patrizj  palazzi  della  nostra 
città.  (*)  Perciò  l'arte  dell'intaglio  in  le- 
gno, abbandonata  la  primitiva  grettezza, 
si  prestò  di  modo  al  lusso  civile  da  chia- 
marla con  tutta  la  sicurezza  rinata  ai 
giorni  nostri.  Perciò,  dai  più  importanti 
ed  appariscenti,  venendo  agli  clementi 
sussidiarj  della  interna  decorazione,  egli 
somministrò  in  tanta  abbondanza  mo- 
delli ed  argomenti  di  perfezione  alle  arti 
minori,  da  rendere  la  nostra  metropoli 
iniziatrice  di  un  gusto  libero,  elegante 
e  affatto  nuovo  alle  altre. 

Ma  il  genio  dell'innovatore  pur  troppo 

(*)  Citeremo  fra  Io  altre  quelle  del  durale  palazzo 
Visconti, 


ARCHITETTO    ED    AGRONOMO 


31 


non  arriva  nò  toslo,  né  facilmente  alla 
sua  mela. 

Dei  triboli,  delle  privazioni  e  delle 
ambagi  sofferte  da  obi  vuol  ergersi  d'in 
su  la  l'olla  ,  il  mondo  non  fa  caso;  gli 
amici  soltanto  e  i  compagni  d'arte  dal- 
l' impallidir  delle  guaneie  e  dal  solcarsi 
della  fronte  comprendono  il  cruccio  se- 
greto di  chi  al  sublime  scopo  aspira; 
da  essi  soltanto  egli  può  aspettarsi  rin- 
cuoramenlo  e  conforto,  giacebè  il  mondo 
non  guarda  ebe  al  risultalo ,  se  pure 
sempre  lo  fa.  E  (piando  appare  l'esito  fe- 
lice delle  lunghe  meditazioni,  dalle  astra- 
zioni dell'  immaginare  la  creazione  si 
concreta,  ottiene  egli  forse  allora  il  ge- 
nio ricompensa  e  riposo? 

Ahimè,  pur  troppo  confessar  ci  biso- 
gna come,  sia  incuria,  sia  fatalità,  non 
di  rado  nel  nostro  paese  la  fortuna  deride 
gli  sforzi  degli  spirili  eletti;  non  di  rado 
matrigna  li  abbandona,  e,  se  non  alla 
dimenticanza,  alla  sventura  li  affida  ed 
alla  miseria! 

Allora,  l'ignoranza  che  non  comprende, 
l'invidia  clic  tarpa  le  ali,  il  bisogno  clic 
lacera  sono  le  sue  ricompense;  allora 
alla  inlima  fiducia  succede  l'abbattimento, 
alla  gioventù  l'anticipata  vecebiaja. 

Dopo  quello  splendido  esordio  nella 
sua  artistica  carriera  ognuno  avrebbe  as- 
sai bene  augurato  della  sua  fama  e  del 
suo  benessere  futuro;  ma  invece,  dirlo  ci 
è  forza  sulla  sua  tomba,  egli  non  raccolse 
quasi  sempre  nella  breve  sua  vita  fuor- 
ché amarezze  e  bene  spesso  umiliazioni. 

Se  nelle  contrade  della  nostra  città, 
ove  pure  egli  crebbe  e  sviluppò  il  raro 
suo  ingegno,  giriamo  lo  sguardo,  fatta 
appena  qualche  eccezione,  non  troviamo 
edilìcj  cui  la  pubblica  o  la  privata  mu- 
nificenza affidato  gli  avesse  ad  erigere; 
neppure  quel  Camposanto,  ambizione 
della  sua  giovinezza,  che  eternare  po- 
teva la  sua  gloria,  e  dove  tranquillo  al- 
meno egli  avrebbe  potuto  dormir  l'ul- 
timo sonno,  neppure  quel  monumento 
sorge  a  ricordarlo  ai  posteri ,  se  la  pietà 
degli  amici  qui  ora  non  gli  porrà  una 
pietra.   Privo  di    mezzi  e   stretto   dalle 


urgenti  circostanze,  se  togliamo  qualche 
mausoleo  di  poca  imporlanza,  egli  scen- 
dere doveva  dal  sublime  dell'architettura 
onde  prestarsi  ai  minuti  accessorj  del- 
l'arte ornamentale  e  del  lusso  privato. 
Non  pertanto  scemavansi  in  lui  la  vi- 
goria e  la  fecondità  del  pensiero,  come 
lo  attestano  infinite  serie  de'  più  sva- 
riati disegni  onde  ancora  abbonda  il  de- 
relitto suo  studio.  Ma,  se  non  per  se,  af- 
farsi doveva  a  quelle  pochezze,  mal- 
grate  certamente  alla  sua  vocazione,  per 
le  crescenti  strettezze  della  sventurata  e 
numerosa  sua  famiglia. 

Anche  il  paterno  amore,  del  quale  egli 
era  tenerissimo,  fatalmente  tornar  gli  do- 
veva in  amarezza.  Otto  figli,  che  stali 
sarebbero  la  gioja  della  sua  vita,  se  la 
sorte  fallo  gli  avesse  una  prospera  ed 
agiata  esistenza,  erano  invece  una  fitta 
all'ottimo  e  troppo  sensibile  suo  cuore; 
né  il  confidar  nell'avvenire  giovava,  poi- 
ché ogni  giorno  clic  svaniva  strappar  gli 
doveva  un'illusione. 

Eppure,  dopo  una  così  lunga  aspet- 
tativa, pareva  alfine  clic  meno  torbida 
sull'orizzonte  per  lui  apparisse  la  luce. 
Nominato  da  qualche  anno  a  socio  d'arte 
di  questa  1.  R.  Accademia,  vi  otteneva 
nel  1852  la  nomina  di  aggiunto  prov- 
visorio alla  scuola  di  architettura,  ese- 
guiva la  casa  Comunale  a  Broni  di  Vo- 
ghera, e  per  commissione  della  stessa 
città  ora  stava  costruendo  alla  Spa- 
della un  grandioso  e  magnifico  Mer- 
cato .  .  . 

Chi  potrebbe  spiegare  di  quanto  con- 
forto fosse  all'afflitta  anima  sua  questo 
ritorno  alle  perdute  speranze?  Chi  spie- 
gar potrebbe  il  senso  dei  lunghi  baci 
onde  ora  consolava  i  suoi  figli? 

Ma  troppo  fragile  é  l'umana  argilla; 
troppo  sul  suo  capo  erasi  gravata  la 
mano  della  sventura,  perché  una  novella 
fiducia  nel  futuro  cancellar  potesse  l'in- 
terno strazio  che  quella  gli  aveva  arre- 
calo; l'ardore  istesso  che  lo  animava  a 
soverchio  lavoro  spossar  lo  doveva  e 
consumarlo,  come  la  fiamma  consuma 
il  cereo  ond'é  alimentata. 


32  MORDALE   DEI 

Ritornando  appunto  ila  queir  ùltimo 
e  importante  lavoro  alle  braccia  della  sna 
famiglia  si  doleva  di  una  forte  emicra- 
nia accompagnata  da  spasimi  allo  sto- 
maco; se  non  che  le  amorevoli  cure 
della  moglie  e  de' tìgli,  e  qualche  giorno 
di  tranquilla  permanenza  in  Milano,  pa- 
reva gli  promettessero  la  pristina  salute. 
Infelice!  avveniva  l'opposto,  e  il  passalo 
Venerdì,  giorno  susseguente  al  suo  ri- 
torno, il  male  andava  d'ora  in  ora  au- 
mentando così,  che  alla  notte,  preso  da 
violento  delirio,  minacciava  lunga  e  grave 
la  malattia. 

Privi  di  mezzi,  impedita  la  consorte 
dalle  cure  reclamate  dai  teneri  pargo- 
letti, all'indomani  fu  pure  necessità  il 
trasportarlo  ad  un  privato  ospitale.... 
Da  poche  ore  lo  sventurato  vi  giaceva, 
quando  la  subita  infiammazione  cere- 
brale ,  che  oltremodo  in  quel  breve 
tempo  travagliato  lo  aveva,  pervenuta 
ad  una  sincope  fatale,  appena  gli  lasciò 
ravvisare  la  moglie  e  due  dc'suoi  figli  nel 
cui  desolalo  amplesso,  bagnato  dalle  loro 
lagrime,  esalava  lo  spirito  alle  11  ore 
della  sera. 

Ma  se  inesorabile  la  morte  lo  toglie 
all'amore  ed  all'appoggio  della  sua  fami- 
glia, alle  delizie  dell'amicizia,  alla  rico- 
noscenza degli  allievi,  all'ammirazione  di 
tulli,  non  può  sicuramente  però  to- 
glierlo alla  gloria  dell'Arte  e  al  vanto 
della  sua  patria! 

Se  non  che,  per  quelli  che  ebbero 
la  ventura  di  conoscerlo,  incancellabile 
in  essi  rimarrà  pur  la  memoria  delle 
rare  doti  dell'animo  suo,  avendo  natura 
per  una  delle  sue  parche  eccezioni  tutti 
a  lui  prodigati  i  suoi  doni. 

Traluceva  dai  tranquilli  e  regolari  tratti 
del  suo  sembiante,  e  specialmente  dalla 
serena  e  pur  viva  pupilla  il  sommo 
talento  ch'egli  spandeva  in  quanto  an- 
che un  istante  appena  soffermava  il 
pensiero  e  l'abilissima  mano  posava.  La 
linea  dolce  delle  sue  labbra  ne  spiegava 
a  tutta  prima  la  bontà  del  cuore  e  l'af- 
fabilità del  carati  ere,  siccome  la  larga 
fronte  dinotava  la  grandezza  della  mente. 


l'ungeonere 

la  schiettezza  del  pensiero,  la  sincerità 
della  parola.  La  carità  era  per  lui  così 
forte  impulso,  che  ad  onta  del  segreto 
rimprovero  continuamente  mossogli  dalle 
tristi  circostanze,  mai  non  poteva  la- 
sciare che  vuota  da  lui  si  ritraesse  la 
mano  che  l'altrui  bisogno  gli  sporgeva. 
Vivissima  inspirava  la  simpatia  in  chi 
appena  lo  conosceva,  siccome  inalte- 
rabile e  vera  l'amicizia  in  chi  meritata 
l'aveva. 

Ahimè,  piena  ancora  la  mente  di 
alti  concetti  e  di  vita,  noi  pure  testé 
scontrato  lo  abbiamo,  che  già  l'ultima 
sciagura  ne  ha  chiamati  a  rendergli  il 
tributo  del  funebre  addio!  E  qui,  dove 
tanti  ottennero  il  sospirato  riposo,  qui, 
dove  per  tanti  fu  la  morte  corona  al- 
l'età cadente,  per  l'illustre  nostro  de- 
funto è  invece  l'esiglio  forzato,  è  l'im- 
maturo destino  che  lo  strappa  al  con- 
forto della  miserrima  famiglia! 

Addio  pertanto  anima  cara  e  che  tanto 
era  degna  d'una  sorte  migliore!  Riposa 
nella  requie  eterna  l'agitato  e  creatore 
tuo  spirito,  e  se  al  di  là  della  tomba  mai 
giungere  ti  possono  i  nostri  voli,  prega 
perchè  coli' assenza  tua  non  resti  una 
mancanza  fatale  all'Arte,  una  lacuna 
nelle  glorie  della  tua  patria;  siccome 
fervide  preghiere  noi  alzeremo  a  Dio  , 
perchè  misericordioso  rivolga  lo  sguardo 
a  lei  che  li  fu  compagna  nella  vita,  e  ai 
diserti  figli  il  cui  pianlo  disperato  fu  la 
suprema  delle  tue  angoscici 

Salvator  Mazza. 

Fra  domestiche  inquietudini  e  dolori 
che  non  hanno  nome,  a  me  una  voce 
annunziava  jeri: 

—  L'architetto  Sidoli  è  morto!  — 
A  voi,  o  signori,  che  meco  traeste  al 
pietoso  officio  d'accompagnarne  la  salina 
all'ultima  dimora,  tornerà  agevole  il  com- 
prendere quanto  acerba  suonasse  l'infau- 
sta nuova;  e  come  soffocando  ogni  altro 
srido  dell'anima  angosciata,  la  occupasse 
interamente. 

-  L'architetto  Sidoli  è  morto! 


ARCHITETTO   E 

Questo  parole  che  d'un  tratto  annu- 
volavano l'intero  avvenire  della  giovane 
donna  che  gli  era  moglie  e  di  otto  fi- 
gliuoli, che  amareggiavano  parenti  ed 
amici  e  quanti  appena  il  conoscevano, 
perocché  lutti  sapesse  il  Sidoli  colla 
dolcezza  del  carattere  e  de'  modi,  e  colla 
grande  modestia  prontamente  cattivarsi; 
queste  parole  erano  1'  annunzio  d' una 
grande  sventura  per  l'arte  italiana. 

Quanto  egli  fosse  benemerito  di  essa 
è  dato  raccogliere  dai  cenni  della  sua 
vita,  che  è  prezzo  dell'opera  eh'  io  qui 
sotto  brevità  vi  rammenti- 

Cremona,  la  patria  di  molti  splendidi 
ingegni,  dava  i  natali  ad  Alessandro  Si- 
doli correndo  l'anno  1812.  Il  padre  di 
lui,  se  versava  in  umile  condizione,  non 
aveva  umili  però  gli  intendimenti,  e,  in- 
travedute appena  l'attitudine  e  la  per- 
spicacia d'ingegno  del  figlio,  divisò  av- 
viarlo pel  cammino  d'un'  arie  liberale. 
Luigi  Voghera,  l'illustre  uomo  che  aveva 
in  Roma  strappato  ai  superstiti  monu- 
menti il  segreto  della  sapienza  degli 
antichi  architettori,  lo  veniva  nella  sua 
città  rivelando  sotto  la  forma  de'  pre- 
cetti e  degli  esempj;  perocché  dal  1819 
professasse  architettura  nel  patrio  liceo, 
e  venisse  la  provincia  cremonese  ar- 
ricchendo delle  sue  opere  preziose;  e 
Sidoli,  fatto  accorto  del  meglio,  mandò 
l'Alessandro  suo  alla  scuola  di  lui.  Là 
vi  apprese  le  prime  nozioni  di  disegno, 
e  là  più  che  tutto  si  informò  a  quel- 
l'amore ed  a  quel  gusto  per  le  archi- 
tettoniche discipline,  che  dovevano  poi 
recare  sì  abbondevoli  frutti.  Quindi  pas- 
sava alla  scuola  ornamentale  del  valen- 
tissimo Moglia;  finché  nel  1827  a  com- 
piervi regolarmente  l'educazione  trasfe- 
rivasi  a  Milano,  ed  in  questa  Accademia 
di  Brera  incumbeva  agli  studj  d'archi- 
tettura, ne'  quali  ebbe  a  maestro  l'Amati. 

Quali  progressi  facesse,  ed  a  qual 
riuscita  accennasse,  meglio  d'ogni  altra 
cosa  l'attestano  i  premj  riportati.  Ebbe 
nel  1830  la  medaglia  d'argento  negli 
elementi  d'architettura:  una  eguale  egli 
ottenne  nel  successivo  anno  alla  scuola  I 
Voi.  111.  Lucilio 


d  agro;\omo  33 

di  prospettiva;  nel  1835  riportò  col  di- 
segno d'un  grandioso  mausoleo  il  pre- 
mio Girotti,  e  nell'anno  dopo  quello 
del  gran  concorso  d'architettura. 

Coronati  così  felicemente  gli  studj, 
venne  tosto  chiarendosi  per  così  franco 
ed  esperto  nell'arte,  da  collocarsi  d'un 
tratto  infra  i  migliori,  e  gliene  venne 
opportuna  l'occasione  nel  concorso  che 
indisse  il  Municipio  Milanese  per  la 
presentazione  d'  un  progetto  del  gran- 
dioso Camposanto  cui  intendeva  dare 
opera,  a  soddisfare  il  pubblico  bisogno 
e  desiderio,  ed  a  far  pago  il  lamento 
che  tanto  generosamente  aveva  armo- 
nizzalo quella  disdegnosa  anima  di  Fo- 
scolo ne' suoi  celebrati  Sepolcri. 

Gli  elaborati  vennero  prodotli,  ed  uno 
specialmente  chiamò  l'attenzione  e  la 
maraviglia  di  tutti.  Imprudente  una  mano, 
però  seguendo  la  naturale  curiosità  del- 
l'animo che  ne  porta  a  conoscere  l'au- 
tore d'opera  famosa ,  lacerò  innanzi 
tempo  i  suggelli  della  scheda,  e  rivelò 
il  nome. 

Era  quello  di  Alessandro  Sìdoli. 

Non  son  questi,  o  signori,  il  tempo 
ed  il  luogo  di  mettere  a  nudo  le  ragioni 
per  le  quali  il  giovane  architetto  venisse 
frodalo  allora  del  promesso  e  meri- 
tato guiderdone;  i  grandi  uomini  e  le 
grandi  cose  subirono  mai  sempre  vicis- 
situdini contrarie:  il  progetto  del  Sidoli 
venne  posto  in  disparte;  ma  il  pudore 
consigliò  altresì  a  non  valersi  pure  degli 
altri. 

Ma  la  ventura  non  ha  condannato  per 
Dio!  a  perpetua  dimenticanza  quest'opera, 
nella  quale  tanta  sollecitudine  ed  amore 
egli  aveva  localo.  La  Redazione  del  Gior- 
nale dell!  Ingegnere-archilelio  provvida- 
mente allogava  al  Sidoli  quest'  anno  di 
ripigliar  quel  lavoro  e  praticarvi  intorno 
quanto  la  maturità  del  senno  e  l'espe- 
rienza maggiore  acquistala  gli  avrebbero 
consigliato,  e  la  morte  appunto  il  co- 
glieva quando  gli  ultimi  tocchi  egli  dava 
all'  opera ,  che  tra  breve,  per  le  cure 
della  Redazione  suddetta  comparirà  alla 
luce. 
-1855.  5 


SI 


GIORNALE   DELL'  INGEGNERE 


La  milanese  Accademia  di  Bello  Arti 
lo  riceveva  nel  1847  suo  socio,  e  nel  1852 
lo  nominava  aggiunto  alla  cattedra  di  pro- 
spettiva, e  queir  onore  e  questa  fiducia 
erano  per  universale  suffragio  da  lui  ben 
meritali. 

S'io  dovessi  a  tal  punto  parlarvi  di 
tutte  le  egregie  opere  del  Sidoli,  e  dar 
rilievo  con  adequale  parole  a  quel  va- 
lore con  cui  sono  esse  condotte,  io  da- 
rei troppo  in  lunghezze,  e  la  solennità 
del  momento  in  cui  abbiamo  sott'  occhio 
il  feretro  di  lui,  che  lagrime  più  che  pa- 
role addomanda,  me  ne  disdirebbe  l'op- 
portunità :  ma  chi  volesse  conoscere  quan- 
tunque egli  potesse  in  arte  vegga  solo 
nella  nostra  città  quante  meraviglie 
creasse  nelle  tre  grandi  sale  del  palazzo 
Visconti  di  Modrone,  in  quelle  del  Mar- 
chese Crivelli  e  dell'Avvocato  Traversi, 
nella  casa  Confalonieri,  e  altrove  la  Casa 
Comunale  di  Broni;  il  Mercato  di  Spa- 
della tuttavia  in  costruzione  ;  la  villa  de' 
fratelli  De  Vecchi  in  Tarta valle,  e  via  via 
per  non  dir  di  tutte. 

Ricercato  sovente  da  uomini  della  sua 
professione,  eseguì  sempre  per  essi  così 
dottamente  e  coscenzioso  da  procacciar 
loro  lode  e  fama  imperitura,  ed  io  pur 
ebbi  una  volta  il  destro  d'ammirar  fra' 


suoi  schizzi  architettonici  cose  fatte  per 
altri  di  sorprendente  bellezza  e  valore. 
Con  tutto  ciò,  o  Signori,  Alessandro 
Sidoli  non  lascia  morendo  che  un  nome 
onorato  e  la  eredità  dell'affetto:  e  noi 
partendo  da  questa  fossa,  ove  ne  depo- 
niamo la  spoglia  e  gli  mormoriamo  una 
preghiera  ed  un  vale,  vi  lasciamo  a  pian- 
gere inconsolabili  una  povera  moglie 
ed  otto  orfani  figli,  che,  riguardando  al 
domani,  pensano,  ahimè  !  che  non  avran- 
no pane. 

Vengano  i  nostri  detrattori  stranieri 
a  cercare  fra  noi  quegli  ingegni  a' quali 
essi  invidiosi  contrastarono  il  merito  e 
la  lode,  oh  vengano  a  cercarli  una  volta! 
Essi  allora  vedrebbero  come  fallacemente 
credessero  di  ritrovarli  fra  gli  agi  della 
vita  e  le  letizie  del  mondo  ;  vedrebbero 
quanta  opera  ingenerosa  fosse  la  loro 
d'invidiare  un  merito  il  qual  non  frutta 
che  sterile  rinomanza;  vedrebbero  che 
alla  tomba  d'un  grande  artista  non  pian- 
gono che  artisti  —  dolore  cioè  di  fa- 
miglia —  ;  che  il  monumento  che  a  lui 
si  leva  è  la  desolazione  della  sua  casa, 
cui  sta  sopra  l'insolenza  dell'inesorabile 
creditore;  che  finalmente  in  Italia  Genio 


significa  Sventura. 


P.  A.  ClJRTI. 


RIVISTA  DI  OPERE  E  GIORNALI 


ITALIANI  E  STRANIERI. 


Il  canale  di  S«cz. 

La  comunicazione  del  mar  Mediterraneo 
col  mar  Rosso,  questione  che  ebbe  origine 
nella  più  remota  antichità,  che  fu  tanto  stu- 
diata e  discussa  da  tre  mila  anni,  e  che, 
salvo  una  sola  eccezione,  fu  compiutamente 
obliata  dopo  dieci  secoli,  viene  in  questo 
momento  di   bel  nuovo   agitata.  Al  primo 


sguardo  gli  è  difficile  lo  spiegare  l'oblio  in 
cui  essa  è  caduta  a  misura  che  si  accresceva 
l'importanza  dei  risultati  da  ottenersi  e  la 
potenza  dei  mezzi  di  esecuzione  di  cui  pos- 
sono disporre  le  nazioni  moderne.  In  qual 
modo  questo  gran  problema,  la  cui  soluzione 
venne  ricercata  con  tanta  perseveranza  dai 
Faraoni,  dai  re  di  Persia,  dai  Tolomei,  dai 
Cesari,  dai  Califfi,  ha  poi  cessato  di  occu- 


ARQHITETTO 

pare  il  mondo?  Sesostri  (Ramsete  li),  Da- 
rio, Tolomeo  Filadelfo,  Traiano,  Adriano, 
Omar,  ed  in  questi  ultimi  tempi  Napoleone, 
questi  potenti  sovrani,  questi  uomini  sommi 
hanno  dunque  proseguito  in  un'impresa  inu- 
tile o  chimerica?  In  qual  modo  dopo  tanti 
lavori  e  tanti  sforzi  la  barriera  fru  i  due 
mari  esiste  tuttavia?  Ed  in  che  consistono 
i  tentativi  fatti  dopo  llamsete  il  grande  per 
ottenerla?  Quali  sono  stati  i  risultati?  Quali 
sono  le  difficoltà  che  hanno  paralizzati  i 
successi  o  distrutte  le  traccie?  Quali  osta- 
coli hanno  impedito  di  rinnovarli  nei  tempi 
moderni?  Ciò  è  quanto  si  propone  di  esa- 
minare nella  prima  parte  di  questo  lavoro 
colla  possibile  brevità  compatibilmente  colla 
complicazione  della  questione  e  la  mollipli- 
cità  dei  fatti.  Nella  seconda  parte  si  espor- 
ranno, dietro  i  recenti  studj  i  dati  reali  del 
problema  da  risolversi  e  le  diverse  soluzioni 
di  cui  è  suscettibile;  si  calcoleranno  le  dif- 
ficoltà inerenti  a  ciascuna  soluzione  e  si 
prenderà  in  disamina  l' importanza  delle 
objezioni  che  presenta  il  progetto  di  un  gran 
canale  marittimo. 

I.  Descrizione  dell'Istmo. 

11  basso  Egitto  è  sì  noto,  che  una  descri- 
zione dettagliata  qui  sarebbe  superflua;  ci 
limiteremo  adunque  a  rammentare  le  dispo- 
sizioni principali  dei  luoghi  che  hanno  re- 
lazione al  problema  di  cui  ci  occupiamo. 

L'immensa  pianura  in  cai  termina  la  val- 
lata inferiore  del  Nilo  forma,  come  ognuno 
sa,  un  triangolo,  la  cui  sommità  è  al  Cairo, 
e  del  quale  la  costa  marittima  d'Alessan- 
dria a  Pelusio  serve  di  base.  Egli  è  proba- 
bile che  in  un'epoca  molto  anteriore  ai  tempi 
storici  questo  vasto  spazio  non  fosse  che 
uiv'  immensa  e  profonda  baja,  la  quale  se- 
condo tutte  le  apparenze  comunicasse  col 
mar  Rosso  mediante  uno  stretto  o  bosforo 
aperto  fra  le  pendici  estreme  delle  due  ca- 
tene di  monti  che  fiancheggiano  le  spiaggie 
di  questo  mare.  Di  questo  stretto  in  cui  l'i- 
neguaglianza delle  maree  dei  due  mari  che 
serviva  dì  comunicazione  doveva  presentare 
delle  correnti  assai  pronunciate  prima  d'es- 


EO   AGROAOMO  35 

sere  intercettate,  non  rimarrebbe  ora  alcuna 
traccia  tranne  il  vasto  e  profondo  bacino  dei 
laghi  amari,  che  occupa  per  la  lunghezza 
di  40  chilometri  la  parte  centrale  dell'istmo 
di  Suez.  Al  sud,  questo  bacino  è  separato 
dal  mar  Rosso  da  un  istmo  di  circa  15  chi- 
lometri di  larghezza  e  la  cui  altezza  non 
eccede  punto  quella  delle  alte  maree;  al 
nord  essa  è  limitata  da  una  lingua  di  terra 
molto  più  stretta  (5  o  6  chilometri  soltanto) 
e  più  alta  di  4  o  5  metri.  Al  di  là  si  osserva 
un'altra  depressione  (  il  lago  Timsah  )  che 
comunica  col  Delta  mediante  una  valle  stret- 
ta chiamata  dagli  Arabi  Uady-Tumilat.  Il 
suolo  attuale  di  questa  valle  è  soltanto  di  2 
o  3  metri  al  disopra  dell'altezza  del  mare; 
la  sua  direzione  è  dall'oriente  all'occidente, 
e  la  sua  larghezza  è  di  circa  40  chilometri; 
essa  sbocca  nella  valle  del  Nilo  non  lungi 
dall'antico  ramo  pelusiaco,  ed  all'altezza  ove 
si  trova  sopra  questo  ramo  la  città  di  Ru- 
baste, punto  di  partenza  del  primo  canale 
che  era  stato  aperto  per  far  comunicare  il 
Nilo  col  mar  Rosso.  Il  lago  Timsah  e  l'Ua- 
dy-Tumilat  sono  separati  dal  lago  Menzaleh 
mediante  un  ramo  stretto  che  si  stacca  dalla 
catena  arabica;  il  colle  più  basso  di  questo 
ramo,  posto  di  contro  al  lago  Timsah,  s'in- 
nalza di  circa  15  metri  al  di  sopra  del  mare. 
Superato  che  si  abbia  questo  colle,  si  trova 
sulle  sponde  del  lago  Ballali,  che  concorre 
nel  lago  Menzaleh,  vale  a  dire  al  livello  del 
Mediterraneo,  dal  quale  è  separato  mediante 
la  pianura  altre  volte  ricca  e  popolata,  ed 
ora  interamente  deserta,  della  Pelusa. 

Da  questa  breve  descrizione  risulta  che  per 
mettere  in  comunicazione  il  mar  Rosso  col 
bacino  del  Nilo,  basta  di  tagliare  i  due  bassi 
promontori  situati  l'uno  presso  di  Suez  al 
sud  del  bacino  dei  laghi  amari;  l'altro  in 
vicinanza  delle  ruine  alle  quali  si  attribuisce 
generalmente  il  nome  di  Serapeum  al  nord 
dello  stesso  bacino,  mentre  che  per  mettere 
il  mar  Rosso  in  comunicazione  diretta  non 
col  Nilo,  ma  col  Mediterraneo  sarebbe  ne- 
cessario di  tagliare  inoltre  il  colle  di  El- 
Ferdan  che  separa  il  lago  Timsah  dal  lago 
Menzaleh ,  la  cui  altezza  è  di  15  metri.  A 
fronte  di  ostacoli  sì  lievi  i  tentativi  fatti  nella 


30  GIÒENAfcE   OBLI 

più  remola  antichità  per  aprire  questa  co- 
municazione non  hanno  nulla  di  sorpren- 
dente ed  è  d'uopo  convenire  che  l'abban- 
dono ove  è  rimasta  da  oltre  dodici  secoli  è 
una  triste  testimonianza  dell'incuria  e  del- 
l'impotenza dei  conquistatori  moderni  del- 
l'Egitto. 

IL  Natura  e  formazione  dell'Istmo. 

La    natura  del  suolo  di   Suez  e  l'epoca 
della   sua  formazione   hanno  dato  luogo  a 
molte  supposizioni  e  discussioni.  Veduta  la 
poca  altezza  di  questo  suolo,  il  bacino  dei 
laghi  amari  deve  essere  considerato  come 
una  dipendenza  del  mar  Rosso,  dal  quale 
si  sarebbe  separato  mediante  l'interposizione 
di  questa  lingua  di  terra.  Quando  e  come 
avrà    avuto    luogo    questa    interposizione? 
Ed  è  su  ciò  che  le  diverse  opinioni  diver- 
gono. Secondo  Danulle  e  dietro  lui  molti 
altri,  sarebbe  una  conseguenza  dei  depositi 
successivi  ed  in  un'epoca  relativamente  mo- 
derna. L'Itinerario  d'Antonino  e  la  versione 
dei  Settanta  collocano  una  città  di  Ero  nella 
valle  di  Gessen   (l'Uady-Tumilal)  fra  Thu 
e  Serapeum,ciò  che  corrisponderebbe  presso 
a  poco  all'ubicazione  attuale  delle  ruine  chia- 
mate Abu-Key  Cheyd;  l'estremo  nord   del 
mar  Rosso  porta  il  nome  del  golfo  Eroo- 
politano:  dunque  la  città    di  Eroopoli  che 
ha    dato  il  suo    nome  è   l' Ero    dell'  Itine- 
rario  e  dei  Settanta;   dunque   essa  è   rap- 
presentata   dalle    ruine    di    Abu-Reychey  ; 
dunque  il  mar  Rosso  si  estendeva  allora  fino 
a  Serapeum,  estremo  nord   del  bacino  dei 
laghi  amari,  dunque  questo  bacino  è  stato 
separato  posteriormente  dal  mar  Rosso  me- 
diante l'accumulamento  dei  deposili  e  delle 
sabbie.  Ecco  l'argomentazione  dei  partitanti 
di  questa  ipotesi. 

Ai  tempi  di  Danville  il  terreno  e  l'istmo 
era  poco  o  nulla  conosciuto;  moke  obiezioni 
radicali  si  elevano  in  giornata  contro  que- 
sto sistema.  In  primo  luogo  il  suolo  di  Suez 
non  è  formato  né  di  sabbia  né  di  alluvioni 
moderne ,  esso  è  una  formazione  terziaria 
analoga  ai  terreni  a  gipso  che  si  incontrano 


''INGEGNERE 

in  diversi  punti  del  bacino  del  Mediterraneo, 
e  per  conseguenza  anteriore  all'esistenza 
dell'uomo  sulla  terra.  É  in  causa  dell'emer- 
sione di  questo  suolo  che  venne  operata  la 
separazione  del  bacino  dei  laghi:  questa 
emersione,  probabilmente  contemporanea  a 
quella  dei  suoli  di  Serapeum  e  di  El-Ferdan, 
ha  senza  dubbio  preceduto  di  molto  i  tempi 
istorici,  ed  è  d'uopo  per  spiegare  l'ipotesi 
di  Danville  riferirsi  ad  un'epoca  recente  sia 
il  sollevamento  dell'istmo,  sia  l'abbassa- 
mento del  mar  Rosso.  Fatti  di  cui  certamen- 
te si  dovrebbero  trovare  le  traccie.  Queste 
considerazioni  geologiche  bastano  per  ab- 
bandonare l'ipotesi  di  Danville;  ma  gli  argo- 
menti di  un'altra  specie  non  mancano  punto. 
Ci  limiteremo  ad  indicare  i  principali. 

Secondo  Erodoto  percorrendo  il  canale 
tra  l'incile  sul  Nilo  presso  Bubaste  ed  il 
suo  sbocco  nel  mare  Eritreo  abbisognavano 
quattro  giorni  di  navigazione.  Questa  di- 
stanza sarebbe  stata  appena  di  due  giornate 
se  l'estremo  nord  del  bacino  dei  laghi  fosse 
slata  la  spiaggia  del  mar  Rosso. 

La  città  di  Eroopoli  situata  ad  Abu- 
Reycheyd  sarebbe  stata  tuttavia  alla  distanza 
di  28  chilometri  dalla  pretesa  spiaggia  del 
mar  Rosso  in  una  valle  del  tutto  indipen- 
dente, e  per  vero  dire  nella  vallata  del  Nilo 
e  non  già  nel  golfo  Eroopolitano. 

Nel  sistema  di  Danville  è  d'uopo  necessaria- 
mente situare  al  lago  Timsah  i  laghi  amari, 
di  che  gli  autori  fanno  sì  spesso  menzione; 
ora  come   mai  il  lago  Timsah,  che  in  tutti 
i  tempi  è  stato  investito  dalle  acque  del  Nilo, 
ed  il  cui  fondo  è  coltivato  in  parità  di  tutta 
la  valle  che  lo  circonda,  ha  potuto  conte- 
nere delle  acque  che  sono  rimarchevoli  per 
la  loro    amarezza?  In  qual  modo  si  è  ve- 
rificato il  cambiamento    così   straordinario 
di  ritirarsi  il   mar   Rosso  da  Serapeum  a 
Suez,  avvenimento  che  avrebbe  inoltrato  le 
coste  di  questo  mare  più  di  50  chilometri, 
il  quale  sarebbe  accaduto  in  un'epoca  rela- 
tivamente moderna,  senza  che  se  ne  sia  fatta 
parola  da  alcun  autore  antico?  poiché  non 
vi  è  via   di  mezzo:  è  duopo  di  ammettere 
che  il  ritiro    del  mare  abbia   avuto   effetto 
dopo    Slrabone  ,  ovvero  che  lo  stalo   delle 


ARCHITETTO 
cose  si  trovasse  quale  noi  lo  vediamo  dopa 
i  tempi  di  Erodoto. 

I  due  soli  dati  sui  quali  appoggia  il  si- 
stema di  Danville  sono  da  una  parte  l'Iti- 
nerario d'Antonino,  documento  la  cui  au- 
tenticità ed  esaltezza  sarebbero  contestati., 
il  quale  fa  menzione  di  una  certa  città  di 
Ero  situata  sulla  strada  da  Thu  a  Sera- 
peum  a  XXIV  MP  (ventiquattro  mila  passi) 
da  Thu  (Abbàseh)  ed  a  XVIII  MP  (diciotto 
mila  passi)  da  Serapium,  e  dall'altra  parte 
dalla  versione  dei  Settanta,  la  quale  dice 
che  Giuseppe  venne  ad  incontrare  Giacobbe 
Ad  Heroum  civilalem  in  terra  Ramesse. 

II  primo  punto  nulla  prova  che  la  città 
di  Hero  dell'Itinerario  sia  Eroopoli  del  gol- 
fo: in  qual  modo  in  fatti  tale  itinerario 
avrebbe  indicato  questa  città  in  un'  epoca 
in  cui  non  esisteva  più,  ed  ove  era  stata 
sostituita  dopo  molto  tempo  da  Arsinoe  o 
Cleopatri,  e  che  anch'essa  era  stata  abban- 
donata per  essere  surrogata  da  Clisma,  città 
che  figura  nell'Itinerario?  In  quanto  al  se- 
condo punto,  la  traduzione  non  parla  in 
alcun  modo  della  città  di  Heroum,  né  della 
terra  di  Ramesse;  essa  dice  soltanto:  Misti 
autem  Judam  ante  se  ad  Joseph  ut  nun- 
liaret  ei  et  occurreret  in  Gessen.  San  Gi- 
rolamo al  primo  fatto  rimarca  che  il  testo 
ebreo  dell'antico  Testamento  non  parla  né 
di  Heroum  né  di  Ramesse.  In  Hebrwo  nec 
urbem  habet  Heroum  nec  terram  Ramesse, 
sed  tantummodo  Gessai. 

Le  basi  sulle  quali  è  stato  formato  que- 
sto sistema  sono  adunque  altresì  poco  so- 
lide quanto  gli  argomenti  contrari  sono  per- 
suadenti. Si  potrebbero  tuttavia  aumentare 
le  prove,  ma  ommettiamo  di  prolungare  la 
discussione  ,  dacché  in  giornata  venne  ab- 
bandonata. ISulla  prova  che  Abu-Reycheyd 
sia  Eroopoli;  e  qualunque   sia  stata  la  si- 
tuazione di  questa  città,  l'esistenza  del  suolo 
di    Suez  nell'antichità  la  più   remota    non 
potrà  mettersi  in  dubbio. 
"  Ci  sembrò  necessario  di  trattore  con  qual- 
che estensione  tale  questione  sulla  cui  so- 
luzione appoggia  essenzialmente  la  geogra- 
fia antica  dell'istmo,  l'intelligenza  dei  ten- 
tativi di  canalizzazione  fatti  nell'antichità 


ED   AGRONOMO  37 

e  la  spiegazione  dei  fatti  istorici  i  più  im- 
portanti. Alla  situazione  di  Eroopoli  si  at- 
tacca infatti  quella  di  Avari,  l'antica  capitale 
dei  popoli  pastori,  quei  misteriosi  e  pri- 
mitivi conquistatori  dell'Egitto,  di  Patumo, 
di  Erodoto,  di  Pi-Thoum  e  dì  Pi-Hairoth , 
della  Bibbia,  d'Arsinoe,  di  Cleopatri,  di  Cli- 
sma, ecc.  Fra  gli  avvenimenti  di  primo  or- 
dine, all'intelligenza  dei  quali  la  determina- 
zione dei  confini  del  mar  Rosso  occupa  un 
posto  importante ,  citeremo  la  fuga  degli 
Ebrei  condotti  da  Mosè.  Se  infatti  il  mar 
Rosso  si  estendeva  sino  a  Serapeum  ,  sa- 
rebbe pel  nord  del  bacino  dei  laghi  amari 
che  Mosè  ha  dovuto  condurre  gli  Ebrei;  se 
al  contrario  lo  stato  dei  luoghi  non  ha  cam- 
biato dopo  quest'epoca  (1491  prima  di  Gesù 
Cristo),  everso  l'estremità  della  baja  attuale, 
di  Suez  che  il  legislatore  degli  Ebrei  avrà 
raggiunto  la  plaga,  ove  accadde  il  disastro 
dell'armata  egiziana.  La  città  di  Pi-Hairoth, 
presso  la  quale  il  Faraone  raggiungeva  gli 
Ebrei ,  sarebbe  stata  collocata  nel  primo 
caso  presso  Serapeum  e  nel  secondo  presso 
Suez,  ciò  che  è  assai  diverso. 

III.  Formazione  del  Della.    " 

Si  considera  adunque  come  dimostrato 
che  lo  stato  attuale  delle  cose  rimonta  a 
tempi  assai  lontani,  e  secondo  tulle  le  ap- 
parenze all'ultimo  cataclisma  che  ha  subito 
il  nostro  globo.  Uopo  questa  rivoluzione  una 
trasformazione  lenta  si  è  operata  nella  baja 
triangolare  ove  il  Nilo  scaricava  allora  le 
sue  acque.  L'enorme  quantità  dei  depositi 
che  questo  fiume  tradusse,  colmò  dapprima 
il  vertice  del  triangolo  e  di  seguito  tutta 
intera  la  baja.  Dall'origine,  secondo  la  legge 
che  domina  negli  sbocchi  di  tutti  i  grandi 
fiumi,  le  acque  si  dividono  in  due  rami  che 
prendono  la  direzione  dei  lati  del  triangolo 
e  fra  i  quali  si  trova  compreso  il  Delta. 

All'epoca  in  cui  Erodoto  visitò  V  Egitto 
(460  anni  avanti  Gesù  Cristo)  i  due  rami 
principali  del  Nilo  erano  il  Canopico,  che 
si  dirigeva  al  nord-ovest  seguendo  il  de- 
serto libico,  e  che  sboccava  nel  mare  presso 
,   |   Canopo  (Abukir)  mediante  un   ramo   late- 


38 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 


rale  presso  Bolbiliini  (Rosetta);  ed  il  Pelu- 
siaco,il  quale  seguendo  l'altro  lato  del  trian- 
golo si  dirigeva  al  nord-ovest  passando 
presso  Sila  (Salieh)  e  sboccava  nei  laghi  al 
sud  di  Pelusio  e  metteva  in  mare  mediante 
urna  bocca  situata  in  vicinanza  di  quésta 
■città.  Quattro  altri  rami,  tutti  derivati  dal 
ramo  Canopico,  portavano  le  acque  del  fiume 
al  inai'<>  traversando  il  Delta. 

La  porzione  orientale  del  Delta  meglio 
difesa  (dalla  corrente  del  fiume  si  è  innal- 
zata più  rapidamente,  ed  il  ramo  Pelusiaco 
dovette  scomparire  pel  primo.  La  testa  del 
Delta,  dapprima  assai  vicina  al  vertice  del 
triangolo,  si  è  successivamente  abbassata 
sino  al  punto  in  cui  essa  si  trova  in  gior- 
nata, ed  ove  si  separano  i  due  rami  prin- 
cipali del  Nilo,  l'uno,  il  più  orientale,  sbocca 
nel  mare  presso  Damietta,  l'altro  in  vici- 
nanza di  Rosetta.  In  conseguenza  della  stessa 
legge  che  ha  prodotto  l'interrimento  del  ramo 
Pelusiaco,  legge  che  è  tuttavia  favorita  dal- 
l'effetto della  corrente  litorale,  il  ramo  di 
Damietta  va  od  andrebbe  almeno  impove- 
rendosi a  vantaggio  di  quello  di  Rosetta.  I 
lavori  che  il  governo  Egiziano  ha  intrapreso 
sul  progetto  e  per  cura  di  Mougel  avranno 
per  risultato  di  dipartire  col  mezzo  di  una 
chiusa  stabile  alla  testa  del  Delta  le  acque 
fra  i  due  rami  proporzionalmente  ai  biso- 
gni di  ciascuno. 

Molte  porzioni  di  vecchi  canali  del  Nilo 
esistono  tuttavia,  e  servono  concordemente 
coi  canali  eseguiti  nei  tempi  moderni  a  di- 
stribuire le  acque  sul  Delta.  Ciò  nondimeno 
l'estremità  del  ramo  canopico  partendo  dal- 
l'imboccatura sulla  Rosetta  si  è  guastato; 
i  rami  di  Damietta  e  di  Rosetta  in  giornata 
sono  i  soli  che  scaricano  le  acque  al  mare; 
gli  altri  rami  del  Nilo  si  gettano  nei  due 
grandi  laghi  Menzaleh  e  Rurlos,  che  attual- 
mente, come  ai  tempi  di  Erodoto,  occupano 
l'uno  a  levante,  l'altro  a  ponente  la  mag- 
gior parte  delle  rive  del  Delta.  Le  antiche 
bocche  colle  quali  questi  laghi  comunica- 
vano col  mare  esistono  ancora  in  giornata 
nello  slesso  numero,  se  non  che  esse  pro- 
babilmente si  sono  avanzate  nel  mare  in 
un  colle  sponde  del  Delta. 


Il  rialzo  successivo  del  terreno  a  levante 
del  golfo  specialmente  nell'Uady-Tumilat, 
e  nelle  vicinanze  di  Pelusio  e  la  rovina  del 
ramo  Pelusiaco  causarono  il  restringimento 
della  superficie  coltivabile,  e  fecero  avan- 
zare di  altrettanto  il  confine  del  deserto. 
Come  pure  la  vallata  dell'  Uady-Tumilat 
e  le  bassure  nelle  quali  essa  si  apre,  l'im- 
mensa pianura  di  Pelusio  e  tutta  la  sponda 
a  levante  del  lago  Menzaleh,  questi  terri- 
tori in  giornata  deserti  senza  abitazioni , 
erano  altre  volte  assai  popolati  e  floridi, 
come  lo  dimostrano  le  molte  rovine  che  ad 
ogni  tratto  si  incontrano. 

In  seguito  alle  ricerche  di  Girard  e  di 
Rozieres  (*)  l'innalzamento  secolare  del  ter- 
reno del  basso  Egitto  e  del  letto  del  Nilo 
può  calcolarsi  di  circa  12  centimetri  all'al- 
tezza del  Cairo  o  di  Memfi,  e  per  un  medio 
per  tutto  il  Delta  di  6  centimetri.  In  base  a 
questi  dati  Elia  Reaumont  ha  calcolate  le 
cifre  di  elevazione  dalle  sponde  del  Medi- 
terraneo a  43  o  14  millimetri  per  secolo.  In 
quanto  all'avanzamento  secolare  del  Delta 
nel  mare,  esso  varia  assaissimo  secondo  le 
località.  Sembra  essere  stato  considerevole 
alle  bocche  di  Damietta  e  di  Rosetta  (circa 
4  metri  per  anno);  ma  non  si  può  dire  in 
generale  che  le  sponde  del  Delta  abbiano  di 
poco  variato  dopo  i  tempi  storici.  Questa 
immutabilità  risulta  dalla  lentezza  dell'in- 
nalzamento di  queste  sponde  e  dall  influenza 
della  corrente  litorale;  si  può  consultare  a 
tale  riguardo  la  dotta  e  bella  discussione 
di  Elia  de  Reaumont  nelle  sue  Lezioni  di 
geologia  pratica. 

L'esistenza  di  una  corrente  litorale  sulla 
costa  d'Egitto  non  si  potrebbe  impugnarla. 
La  figura  generale  del  Delta,  la  disposizione 
delle  bocche  principali  del  Nilo,  la  forma 
che  prendono  i  deposili  che  gli  servono  di 
sponda,  la  formazione  delle  lingue  di  terra 
che  separano  il  mare  ed  i  laghi  dal  Delta; 
infine  tutta  l'esistenza  del  porto  d'Alessan- 
dria, che  sarebbe  caduto  da  lungo  tempo  se 
non  si  fosse  protetto  dalla  corrente  litorale, 


Descrizione  dell'Egitto. 


AK0H1TKTTO  ED    AGRONOMO 


&) 


sono  altrettante  prove  che  non  ammettono 
alcuna  contestazione. 

IV.  Regime  del  Mio. 

Il  Nilo  comincia  a  crescere  verso  il  sol- 
stizio d'estate  fra  il  20  giugno  ed  il  4.°  lu- 
glio, il  suo  livello  va  innalzandosi  fino  alla 


fine  di  settembre.  Poi  comincia  a  decre- 
scere e  va  abbassandosi  gradatamente  sino 
alla  fine  di  maggio.  L'altezza  della  piena 
misurata  alla  scala  del  meqyas  (*)  del  Cairo 
varia  fra  i  5  ed  i  9  metri.  Secondo  il  Leper, 
si  possono  dividere  le  piene  secondo  le  al- 


Al  di  sotto  di  5m  40  .     .     .     .  carestia. 

Da  5m  40  a  6™ piena  insufficiente,  penuria. 

Da  6ra  a  7m raccolto  debole. 

Da  7m  a  7m  50 raccolto  favorevole,  abbondanza. 

Al  disopra  di  7m  50  sino  ad  8m,  piena  forte,  diventando  sempre  più  nocevole. 

Al  disopra  di  8m  .    .    .    .    .  piena  estremamente  nociva,  carestia  certa,  pericolo  di  peste. 


Malgrado  le  incertezze  che  rimangono 
tuttavia  sia  sulla  dimensione  esatta  del  brac- 
cio impiegato  nelle  diverse  epoche,  sia  sulla 
posizione  esatta  dello  zero  della  scala  che 
serve  a  misurare  le  piene,  egli  è  somma- 
mente probabile  che  le  altezze  di  esse  non 
abbiano  punto  variato  (ciò  è  certo  dopo  l'e- 
poca romana)  e  che  i  limiti  delle  piene  favo- 
revoli o  nocevoli  fossero  presso  a  poco  i  me- 
desimi ai  tempi  di  Erodoto  come  al  giorno 
d'oggi:  da  cui  risulta  che  l'innalzamento 
successivo  delle  piene  sia  esattamente  quello 
del  Delta,  e  che  il  livello  dèi  letto  e  delle 
acque  del  fiume  si  elevi  esattamente  della 
stessa  quantità  che  le  sue  rive. 

La  velocità  del  Nilo  nella  parte  inferiore 
è  di  circa  50  a  60  centimetri  per  secondo 
in  acque  basse,  e  nella  parte  superiore  da  60 
a  80.  Lepère  cita  due  fatti,  dai  quali  risulta 
che  la  piena  del  4799  ha  percorso  300  chi- 
lometri in  5  giorni,  ossia  0m70  per  secondo, 
e  700  chilometri  in  44  giorni  ossia  0m80 
per  secondo. 

Secondo  le  calcolazioni  di  Girard,  Linant 
e  Mougel  la  portata  del  Nilo  può  essere 
calcolata  da  6  a  700  metri  cubici  per  se- 
condo in  acque  basse  e  da  9  a  40,000  in 
acque  alte.  Queste  cifre  sono  presso  a  poco 
quelle  [delle  portate  estreme  del  Rodano 
(500  metri  in  acque  magre  e  40.000  metri 

(*)  Nome  dalo  dagli  Arabi  ai  nilomctri,  ovvero 
scale  destinata  a  misurare  le  altezze  del  Nilo. 


in  piena);  ma  la  portata  totale  annua  del 
Nilo  è  più  di  90  milioni  di  metri  cubici, 
mentre  che  quella  del  Rodano  non  eccede 
i  54  milioni. 


La  portata  media  nel  Nilo 

sarà  pertanto  di           2, 860  m.c.  per  sec.° 

Quella  del  Rodano  è  di       4,748  »  » 

Quella  del  Po  di              4720  »  »> 

Quella  della  Senna  di          249  »  » 

Quella  del  Mississipi       23,500  »  » 

Quella  del  Maragnondi443, 640  »  » 

Laonde  il  Nilo  ha  la  portata  dieci  volte 
maggiore  della  Senna,  e  presso  a  poco  doppia 
del  Rodano  e  del  Po,  mentre  è  soltanto  l'ot- 
tava parte  del  Mississipi  e  la  cinquantesima 
del  Maragnon. 

Le  acque  del  Rodano  contengono  per  un 
medio  1/2500  di  limo;  quelle  del  Nilo,  attesa 
la  durata  delle  piene  e  la  tenuità  dei  depo- 
siti sospesi,  ne  contengono  probabilmente  al- 
trettanto; ma  se  si  ammette  la  stessa  propor- 
zione, i  90  milioni  di  metri  cubici  d'acqua 
che  scarica  il  Nilo  trasporteranno  36  mi- 
lioni di  metri  cubici  di  limo.  L'elevazione 
media  del  Delta  essendo  soltanto  di  6  cen- 
timetri per  secolo,  ne  risulta  che  un  cinquan- 
tesime circa  delle  materie  che  il  Nilo  tiene 
in  sospeso,  sarà  impiegato  ad  innalzare  il 
suolo  del  basso  Egitto,  e  che  il  dipiù  sarà 
scaricato  nel  Mediterraneo. 


w 


GIORNALE    DELL 


V.  Livelli  relativi  del  Nilo  e  dei  due  mari. 

Secondo  la  livellazione  fatta  nel  1799  dagli 
ingegneri  della  spedizione  d'Egitto,  il  livello 
delle  acque  magre  del  Nilo  al  Cairo  sor- 
passerebbe soltanto  di  5ra  11  quello  del  Me- 
diterraneo. Le  livellazioni  eseguite  con  mag- 
gior cura  nel  1847,  e  di  cui  si  avrà  occasione 
di  parlare  più  sotto,  provano  al  contrario 
che  questa  differenza  di  livello  è  effettiva- 
mente di  13m  27.  Se  si  prende  la  cifra  di  7ra 
per  l'altezza  media  della  piena,  la  perpen- 
dicolare della  stessa  piena  sarà  di  20m  27. 

Il  rialzo  del  letto  del  Nilo  al  Meqyas  es- 
sendo supposto  di  12  centimetri  per  secolo, 
queste  perpendicolari  devono  essere  ridotte 
di  lm20  per  dieci  secoli;  è  un  punto  che 
importa  di  non  perdere  di  vista  quando  si 
voglia  rendere  conto  dei  tentativi  di  cana- 
lizzazione dell'istmo  tentati  nell'antichità. 

Le  livellazioni  degli  ingegneri  della  spe- 
dizione d'Egitto  avevano  stabilito  che  il  Mar 
Rosso  si  trovava  notevolmente  più  alto  che 
il  Mediterraneo.  La  differenza  di  livello  eia, 
secondo  queste  livellazioni,  al  massimo  di 
9m  90,  e  per  un  medio  di  8m  46.  Le  opera- 
zioni eseguite  nel  1847  hanno  al  contrario 
constatato  che  il  livello  della  bassa  marea 
è  presso  a  poco  il  medesimo  nei  due  ba- 
cini, che  nelle  alte  maree  il  livello  del  Mar 
Rosso  è  alquanto  inferiore  a  quello  del  Me- 
diterraneo. Cionnullameno  l'estensione  della 
marea  essendo  per  un  medio  di  2  metri  nel 
Mar  Rosso,  e  di  40  centimetri  soltanto  nel 
Mediterraneo,  ne  risulta  che  la  marea  media 
è  di  0m  80  circa  più  elevata  nel  Mar  Rosso 
che  nel  Mediterraneo. 

Le  operazioni  del  1799  avevano  adunque 
questi  due  risultati  egualmente  erronei  di 
rialzare  il  livello  del  Mar  Rosso  di  circa 
8  metri,  mentre  nello  stesso  tempo  abbas- 
savano il  livello  del  Nilo  al  Cairo  della  me- 
desima quantità,  vale  a  dire  che  il  livello 
delle  magre  del  Nilo  al  Meqyas,  che  in  realtà 
è  più  di  13m  al  disopra  del  livello  delle  basse 
maree,  sarebbe  stato  secondo  queste  opera- 
zioni di  circa  2  metri  al  disotto  di  questo  li- 
vello, e  di  4  metri  inferiormente  a  quello  del- 


IINGEGNERE 

l'alta  marea.  Da  ciò  si  comprende  tosto 
l'enormità  di  tali  errori  e  non  si  sarà  sor- 
presi ch'essi  abbiano  avuto  per  conseguenza, 
per  quanto  concerne  il  passato,  di  rendere 
sempre  più  oscura  la  storia  dell'  istmo.,  ed 
in  quanto  all'avvenire  di  dare  vita  a  dti  pro- 
getti impraticabili. 

Il  livello  delle  magre  del  Nilo  è  dunque 
realmente  superiore  di  circa  13  metri  di 
quello  della  bassa  marea,  sia  nel  golfo  di 
Suez  sia  nel  Mediterraneo,  e  di  11  metri  di 
quello  dell'alta  marea  a  Suez.  La  massima 
piena  essendo  di  circa  7  metri,  si  eleva  il 
livello  del  Nilo  in  questa  circostanza  di  18m 
superiormente  all'alta  marea  e  di  20m  al 
disopra  della  bassa  marea. 

Per  poter  conoscere  la  stato  del  Nilo  in 
un'epoca  anteriore  è  d'uopo,  come  si  è  più 
sopra  indicato,  di  ridurre  queste  altezze  di 
12  centimetri  per  secolo,  supponendo  che 
si  rimonti  ai  tempi  di  Ramsete  (1300  anni 
prima  di  Gesù  Cristo)  ossia  a  32  secoli,  il  li- 
vello del  Nilo  resterà  tuttavia  superiore  a 
quello  della  bassa  marea  più  di  16  metri  in 
tempo  di  piena  e  più  di  9ra  in  tempo  di 
magra. 

Mediante  una  calcolazione,  che  qui  non  si 
riporta  per  non  moltiplicare  le  cifre  di  già  nu- 
merose, si  dimostra  che  alla  medesima  epoca 
le  altezze  corrispondenti  del  Nilo  nel  ramo 
Pelusiaco  a  Bubaste,  ove  ha  principio  l'an- 
tico canale,  dovevano  essere  di  5m  in  acque 
magre  e  di  9m  in  tempo  di  piena.  Se  dunque 
le  acque  di  piena  defluivano  liberamente  nel- 
l' Uady-Tumilat  sino  al  lago  Timsah  ed 
alla  soglia  di  Serapeum,  dunque  l'altezza 
non  è  che  di  5  a  6  metri  al  disopra  della 
bassa  marea;  egli  è  indubitabile,  rimontando, 
che  esse  dovevano  ciascun  anno  al  momento 
della  piena  scaricarsi  nel  bacino  dei  laghi 
amari  superando  la  soglia.  Ciò  accadrebbe 
tuttavia  a  forziori  anche  in  giornata  se  la 
valle  fosse  libera  e  se  le  acque  del  Nilo  si 
conducessero  sino  al  lago  Timsah  mediaute 
canali  di  dimensioni  bastanti.  Nella  piena 
del  1800,  che  fu  rimarchevole  per  la  sua  al- 
tezza, le  acque  coprirono  infatti  i  terreni 
bassi  che  circondano  il  lago  Timsah  e  si 
avvicinarono  molto  a  Serapeum.  Non  è  nem- 


VI.  Storia  dei  tentativi 
fatti  per  canalizzare  f  istmo. 

Gli  è  assai  probabile  che  i  primi  lavori 
di  canalizzazione  dell'istmo  rimontino  ad 
un'epoca  assai  rimota,  ed  è  in  tal  modo  che 
si  spiega  la  tradizione  araba  che  lo  attri- 
buisce al  primo  dei  Faraoni  (2300  avanti 
Gesù  Cristo)  e  la  tradizione  greca  che  at- 
tribuisce a  Sesoslri  l'onore  di  questo  tenta- 
tivo. I  libri  che  parlano  di  un  tale  argo- 
mento possono  del  resto  riassumersiin  poche 
parole. 

Secondo  Erodoto  «  il  canale  sarebbe  stato 
intrapreso  primieramente  da  IVeco  figlio  di 
Psammetico  e  continuato  da  Dario.  La  sua 
lunghezza  era  di  quattro  giornate  di  naviga- 
zione, e  la  larghezza  bastante  affinchè  due 
triremi  potessero  passarvi.  L'acqua  si  de- 
rivava dal  Nilo  ed  entrava  alquanto  supe- 
riormente a  Bubaste  e  terminava  nel  mare 
Eritreo  presso  Patumos  città  dell'Arabia. 
Principiava  nella  pianura,  aveva  dapprima 
la  direzione  da  ponente  a  levante,  passava 
per  le  gole  delle  montagne,  e  si  dirigeva  al 
mezzodì  del  golfo  d'Arabia  ». 

Voi  III. 


ARCHITETTO    ED 

meno  certo  ch'esse  abbiano  superato  il  suo- 
lo, e  non  è  che  dietro  le  asserzioni  degli 
Arabi  che  gli  ingegneri  della  spedizione 
hanno  affermato  ch'esse  non  avevano. pe- 
netrato nel  bacino  dei  laghi  amari. 

All'epoca  in  cui  i  contorni  del  lago  Tim- 
sah  erano  coltivati  e  popolati,  le  acque  del 
Nilo  venivano  certamente  tradotte  mediante 
canali:  non  vi  è  adunque  bisogno  né  di  studj 
né  di  operazioni  geodetiche  per  riconoscere 
la  possibilità  di  tradurre  le  acque  del  Nilo 
nel  bacino  dei  laghi  amari;  basterà  abban- 
donarle a  sé  stesse  per  vederle  a  superare 
le  gole  di  Serapeum,  ed  è  sommamente  pro- 
babile che  questo  fatto  si  rinnoverebbe  in 
tutte  le  piene  alquanto  elevate.  Una  volta  ot- 
tenuto questo  risultato,  ne  deriverebbe  sem- 
plice l'esperimento  di  prolungare  la  navi- 
gazione del  Nilo  sino  nel  bacino  dei  laghi 
amari,  e  non  è  da  stupirsi  che  i  primi  ten- 
tativi di  questo  genere  si  perdano  nella  notte 
dei  tempi. 


agronomo  11 

Aristotile  dice  che  «  i  Faraoni  e  Dario  che 
speravano  di  poter  conseguire  sommi  van- 
taggi dall'aprimento  di  questo  canale  abban- 
donarono il  lavoro  dopo  di  aver  riconosciuto 
che  il  Mar  Rosso  era  più  alto  dell'Egitto. 
Secondo  Diodoro  Siculo,  che  del  resto  va 
d'accordo  con  Erodoto,  «  Dario  non  avrebbe 
punto  finito  il  canale,  ed  avrebbe  abbando- 
nata l'impresa  dietro  l'opinione  di  qualche 
ingegnere  il  quale  gli  avrebbe  detto  che  sca- 
vando il  terreno  esso  innonderebbe  l'Egitto, 
che  si  era  trovato  più  basso  che  il  Mar 
Rosso;  ma  sarebbe  stato  compito  da  Tolo- 
meo II,  dal  quale  erano  state  poste  all'estre- 
mità del  canale  delle  chiuse  che  si  aprivano 
per  lasciar  passare  l'acqua,  e  che  in  seguito 
si  chiudevano  assai  prontamente.  » 

Secondo  Strabone,  che  è  l'autore  il  più 
esplicito  sulla  disposizione  dell'andamento, 
«  questo  canale,  a  parere  di  alcuni,  sarebbe 
stato  scavato  da  Sesostri  avanti  la  guerra 
di  Troja;  altri  invece  lo  vorrebbero  comin- 


ciato da  Psammetico  figlio,  continuato  da 
Dario,  che  lo  avrebbe  abbandonato  quan- 
tunque quasi  al  termine  inquantochè,  dice 
Strabone,  venne  persuaso  a  torto  che  il  Mar 
Rosso  era  più  alto  dell'Egitto.  ITolomei  che 
lo  fecero  scavare  vi  costruirono  un  euripo  o 
barriera  chiusa  che  permetteva  una  naviga- 
zione facile  del  canale  interno  fino  al  mare  e 
reciprocamente.»  Strabone  aggiunge  queste 
parole  rimarchevoli:  Il  canale  si  getta  nel  Mar 
Rosso  ad  Arsinoe,  che  alcuni  chiamano  Cleo- 
patri,  e  corre  attraverso  i  laghi,  le  cui  acque, 
che  erano  amare,  divennero  dolci  dalla  co- 
municazione col  fiume.  In  giornata  questi 
laghi  producono  dei  buoni  pesci  ed  abbon- 
dano di  uccelli  acquatici.  L'origine  del  ca- 
nale era  al  borgo  di  Facusa  presso  Filone, 
verso  la  costa  del  Delta  all'ovest  di  Buba- 
ste. In  vicinanza  di  Arsinoe  si  trovava  la 
città  degli  Eroi  (Eroopoli). 

Infine  ecco  il  testo  di  Plinio:  «  In  vicinanza 
del  golfo  Sanico  si  trova  il  golfo  di  Oanto, 
nel  quale  è  situata  la  città  degli  Eroi.  Si 
trova  inoltre*  il  porto  di  Danzone,  ove  esce, 
un  canale  navigabile  che  conduce  al  Nilo 
percorrendo  da  questo  punto  fino  nel  Delta 
lo  spazio  di  LXII  MP,  che  è  la  distanza  che 

Luglio  4855.  fi 


42  GIORNALE   DELI 

esiste  tra  il  fiume  ed  il  Mar  Rosso.  Sesostri 
conobbe  anticamente  il  progetto;  Dario  ebbe 
lo  stesso  disegno;  in  seguito  Tolomeo  II  fece 
scavare  il  canale  assegnandogli  100  piedi 
almeno  di  larghezza,  3  piedi  di  profondità 
e  XXXVII  MP  10  di  lunghezza  sino  alle 
sorgenti  amare,  ove  si  arresta  per  timore  di 
innondare  il  paese,  essendosi  trovato  in  que- 
sto luogo  il  Mar  Rosso  superiore  di  tre  brac- 
cia al  suolo  dell'Egitto.  Alcuni  autori  vi  at- 
tribuiscono un  altro  motivo:  si  temeva  di 
guastare  con  questa  comunicazione  le  acque 
del  Nilo,  fiume  che  solo  in  Egitto  dà  delle 
acque  potabili.  » 

Questi  scritti  sono  stati  interpretati  assai 
diversamente:  non  vi  è  infatti  alcuna  opi- 
nione che  non  abbia  dei  partitanti;  gli  uni 
sostengono  che  il  canale  sia  stato  non  solo 
intrapreso  ma  ultimato  da  Sesostri;  gli  altri 
che  non  venne  compiuto  e  che  non  ha  mai 
servito.  Fra  queste  due  opinioni  estreme  si 
trovano  tutti  i   sistemi,  tutte   le   ipotesi  in- 
termedie che  mai  è  possibile  di  immaginare. 
Gli  autori  che  attribuiscono  il  primo  ca- 
nale a  Sesostri  (Ramsete  II  il  Grande,  (Me- 
niamun)  1535  anni  avanti  Gesù  Cristo)  sono 
in  piccolo  numero; questa  opinione  è  ciò  non 
pertanto  sostenuta  da  uno  dei  più  profondi 
egittologici  dei  nostri  tempi,  da  sir  Gardner 
Wilkinson,  la  cui  autorità  è  grandelin  que- 
ste materie.  Questo  dotto  ha  dato  ad  una 
tale  opinione  l'appoggio  di  un  nuovo  fatto 
scoprendo  nelle  ruine  di  Abu-Keycheyd  un 
monumento  consacrato  a.Ramsete  Meiamun, 
ch'egli  suppone  abbia  relazione  all'esecu- 
zione del  canale  di  questo  Faraone. 

L'opinione  di  Erodoto  che  ha  viaggiato 
e  dimorato  lungo  tempo  in  Egitto,  è  quella 
più  generalmente  adottata,  e  qualunque  sia 
stato  il  numero  dei  tentativi  anteriori,  risulta 
in  modo  positivo  dal  testo  di  questo  scrittore 
che  i  primi  lavori  erano  generalmente  at- 
tribuiti dagli  stessi  Egiziani  a  Neco,  e  che 
l'impresa  sarebbe  stata  condotta  a  compi- 
mento per  la  prima  volta  da  Dario  figlio 
d'Istaspe  (521-435  anni  avanti  Gesù  Cristo). 
Come  supporre  infatti  che  Erodoto  che  viag- 
giava iu  Egitto  venticinque  anni  soltanto 
dopo  la  morte  di  Dario  abbia  potuto  ingan- 


,'  INGEGNERE 

narsi  in  un  punto  cosi  importante  quale  era 
quello  sul  compimento  del  canale,  e  non  dire 
nulla  sulla  pretesa  differenza  di  livello  che 
aveva  arrestato  Dario  ed  i  suoi  ingegneri? 
Erodoto  afferma  nel  modo  più  positivo  che 
il    canale  sboccava    nel    Golfo   Arabico,   e 
poiché  la  spiaggia  del  golfo  non  ha   cam- 
biato  sensibilmente,   e    che    d'altronde    la 
lunghezza  ch'egli  assegna  al  canale  corri- 
sponde perfettamente  a  questa  spiaggia,  è 
d'uopo  ammettere  che  il  canale  nella  detta 
epoca  era  spinto  fino  al  mare.  D'altra  parte 
sarebbe  difficile  il  comprendere  in  qual  modo 
il  canale  essendo  stato  condotto  fino  ai  la- 
ghi amari  non   sia  poi  stato  compiuto  da 
questi  laghi  sino  a  Suez,  che  è  la  parte  più 
facile  e  più  utile.  Non    occorreva  inallora 
l'opera  degli  ingegneri  per  riconoscere   la 
relazione  di  livello  del  Nilo  col  Mar  Rosso, 
poiché  allorquando   il  bacino  era   pieno   si 
innoltravano  le  acque  nella  parte  bassa  della 
gola  fino  quasi  al  livello  dell'alta  marea  e 
alcuni  colpi  di  zappa   bastavano  per  ista- 
bilire  la  comunicazione  e   scaricare  le  sue 
acque  nel  mare.  Accaduto  questo  fatto,  per 
l'aprimento   di  un   canale  regolare  non  si 
trattava    d'altro   che   di   rimovere  200  000 
metri  cubici   di  terra;  e  che  cosa  era  tale 
lavoro  pei  monarchi  i  quali  avevano  innal- 
zate le  piramidi   e  che  disponevano  a   loro 
grado  di  un'immensa  popolazione  e  di  un' 
armata  innumerevole? 

Un'ultima  prova  del  compimento  del  ca- 
nale par  parte  di  Dario  è  il  monumento 
rimarchevole  scoperto  sulla  sponda  occiden- 
tale del  bacino  dei  laghi  amari  durante  la 
spedizione  del  1799  da  Rozières,  Devilliers, 
Delille  ed  Alibert.  Questo  monumento  o  piut- 
tosto gli  avanzi  rimasti  si  compongono  di 
massi  di  granito  e  di  puddinga.  Alcuni  dei 
massi  di  granito  portano  delle  iscrizioni  cu- 
neiformi ben  conservate  e  che  fanno  rimon- 
tare l'origine  di  questo  monumento  ai  tempi 
dell'occupazione  dell'Egitto  fatta  dai  re  di 
Persia.  È  naturale,  nell'ignoranza  in  cui  noi 
siamo  della  sua  destinazione,  di  riferirlo  ai 
lavori  eseguiti  da  Dario  nell'istmo,  e  se 
questa  supposizione  è  fondata,  la  posizione 
ch'esso  occupa  proverebbe  che  il  canale  era 


ARCHITETTO 

slato  spinto  a  quell'epoca  sino  al  mare.  Se 
fosse  diversamente,  o  se,  come  da  taluno  si 
pretende,  la  spiaggia  del  mare  si  trovava  in 
allora  presso  Serapeum  ,  è  evidentemente 
verso  quest'ultimo  punto  che  si  sarebbe  in- 
nalzato il  monumento  destinato  a  perpetuare 
la  memoria  di  questa  intrapresa.  Io  riguardo 
adunque  come  incontrastabile  l'asserzione  di 
Erodoto,  asserzione  che  infatti  non  si  può 
impugnare  che  mediante  scritti  più  recenti 
di  cinque  secoli  almeno,  dettati  da  autori  di 
cui  uno  solo,  Strabone,  molto  meno  affer- 
mativo, aveva  viaggiato  in  Egitto. 

Dopo  di  avere  conteso  con  Diodoro, 
Strabone  e  Plinio  l'aprimento  del  canale  da 
Dario,  si  è  dubitato  sull'autorità  di  Plinio 
che  i  Tolomei  stessi  l'avessero  giammai  com- 
pito. Sopra  quest'ultimo  punto  l'asserzione 
di  Strabone  mi  sembra  così  decisiva,  che  non 
si  può  comprendere  come  abbia  potuto  for- 
mare il  soggetto  di  una  questione.  Il  testo 
di  Plinio  è  evidentemente,  il  più  incerto  di 
tutti;  egli  scriveva  seltantatrè  anni  dopo 
Strabone,  e  non  aveva  veduto  punto  le  lo- 
calità che  Strabone  aveva  visitate  e  sulle 
quali  egli  aveva  date  delle  notizie  le  più 
esplicite. 

Secondo  Plutarco,  Antonio  giungendo  ad 
Alessandria  poco  dopo  la  battaglia  d'Azio  tro- 
vò Cleopatra  occupata  a  far  superare  alle  na\  i 
della  sua  flotta  lo  spazio  stretto  che  separa 
i  due  mari  facendole  carreggiare  superior- 
mente all'istmo.  Questo  fatto  non  proverebbe 
in  alcun  modo  che  il  canale  non  fosse  stato 
scavato  duecentocinquant'annipriina  da  To- 
lomeo Filadelfo;  esso  proverebbe  soltanto 
che  lo  si  era  trascurato  e  lasciato  ingom- 
brare. La  battaglia  d'Azio  fu  compiuta  il 
2  settembre  (30  anni  prima  di  Gesù  Cristo). 
Antonio  dopo  averla  perduta  si  ritirò  per 
qualche  tempo  nella  Cirenaica.  Il  suo  arrivo 
ad  Alessandria  corrisponde  per  conseguenza 
alla  fine  di  ottobre,  ovvero  al  principio  di 
novembre,  vale  a  dire,  in  un'  epoca  in  cui 
le  acque  del  Nilo  erano  già  in  decremento,  ed 
io  mostrerò  più  sotto  che  per  poco  che  il 
canale  si  fosse  trascurato,  la  parte  vicina  a 
Suez  doveva  essere  impraticabile,  fuori  dei 
tempi  delle  piene.  D'altronde  Strabone,  la 


ED   AGRONOMO  43 

cui  testimonianza  è  posteriore  di  qualche 
anno  alla  battaglia  d'Azio,  dice  positivamente 
che  il  canale  sboccava  ai  suoi  tempi  nel  Mar 
Rosso  ad  Arsinoe ,  denominata  altrimenti 
Cleopatri,  e  presso  Eroopoli,  dopo  di  avere 
attraversati  i  laghi  amari,  le  cui  acque  erano 
diventate  dolci.  Che  si  può  richiedere  di  più 
categorico  e  concludente?  Come  impugnare 
dopo  ciò  e  l'aprimento  del  canale  dai  To- 
lomei e  la  posizione  di  Eroopoli  nelle  vici- 
nanze di  Arsinoe?  Non  risulta  che  Eroopoli, 
Arsinoe  e  Cleopatri  e  probabilmente  il  Dan- 
zone  di  Plinio  siano  città  situate  successi- 
vamente all'estremità  del  Mar  Rosso,  e  che 
si  sono  sostituite  le  une  alle  altre  avvici- 
nandole al  mare,  sia  perchè  la  parte  avan- 
zata nel  golfo  si  ingombrava,  sia  perchè  le 
navi  aumentando  di  grossezza  esigevano  una 
maggior  quantità  d'acqua?  Si  può  dire  al- 
trettanto di  Patumos  di  Erodoto  e  probabil- 
mente di  Clysma,  od  almeno  di  una  delle 
città  di  questo  nome. 

Io  non  vedo  adunque  alcuna  ragione 
buona  per  dubitare  che  il  canale  siasi  ul- 
timato primieramente  da  Dario  500  anni 
prima  dell'era  cristiana,  e  che  essendo  stato 
abbandonato  durante  le  lunghe  guerre  e  le 
invasioni  ripetute  che  ha  subito  l'Egitto,  sia 
stato  ristabilito  dai  Tolomei.  Le  asserzioni 
di  Aristotele  e  di  Diodoro  che  attribuiscono 
al  mar  Rosso  un  livello  più  alto  di  quello 
dell'  Egitto  possono  d'  altronde  conciliarsi 
collo  stato  dei  luoghi  come  è  provato  al 
giorno  d'oggi.  Il  suolo  dei  terreni  bassi  che 
circondano  il  lago  Menzaleh  è  di  poco  su- 
periore al  livello  del  Mediterraneo.  Le  maree 
ordinarie  del  mar  Rosso  si  innalzano  2  me- 
tri al  disopra  di  questo  livello,  sorpassando, 
come  l'indica  Plinio,  di  circa  3  braccia  il 
livello  di  una  gran  parte  dei  terreni  del 
Delta.  Gli  è  probabile  d'altronde  che  il  li- 
vello delle  acque  nel  bacino  dei  laghi  amari, 
superiore  al  mar  Rosso  durante  le  acque 
alte,  si  abbassasse  di  molto  nella  stagione 
delle  magre,  poiché  doveva  essere  difficile 
di  condurre  in  questo  bacino  senza  togliere 
troppo  al  ramo  Pelusiaco  l'acqua  bastante 
per  compensare  le  perdite  considerevoli  ri- 
sultanti   dall'evaporazione.  Non  si  avrebbe 


GIORNALE   DELL  IIStiEGISERE 


dunque  di  che  dubitare  che  le  acque  dolci 
una  volta  pervenute  nel  bacino  dei  laghi 
amari,  siasi  abbandonato  il  progetto  di  spin- 
gere il  canale  sino  al  mar  Rosso  per  timore 
di  far  penetrare  nella  stagione  delle  magre 
le  acque  salse  nel  bacino  dei  laghi,  ed  anche 
più  oltre  seguendo  il  canale,  e  che  questo 
timore  abbia  sospeso  i  lavori  sino  a  che  non 
si  fosse  trovato  un  mezzo  di  impedire  questa 
comunicazione  senza  nuocere  alla  naviga- 
zione. 

Le  opinioni  sono  meglio  stabilite  sulle 
vicissitudini  che  ha  subito  il  canale  di  Suez 
nei  tempi  più  recenti.  Si  è  d'accordo  che 
forse  sotto  Trajano  e  più  probabilmente  sotto 
Adriano  (120  o  130  anni  dopo  Gesù  Cristo) 
fu  cominciato  un  canale  partendo  dal  Cairo 
e  dirigendosi  verso  l'Uady-Toumilat  nel 
pensiero  di  ristabilire  con  una  nuova  deri- 
vazione d'acqua  dal  fiume  e  non  da  uno  dei 
suoi  rami  la  comunicazione  del  Nilo  col  mar 
Rosso.  Gli  è  probabile  che  l'ingombramento 
del  ramo  Pelusiaco  fu  la  causa  primitiva 
di  questo  tentativo  i  cui  risultati  sono  poco 
noti. 

Questo  canale  incominciato  in  vicinanza 
di  Babilonia  d'Egitto  (il  Cairo)  fu  eseguito 
sino  a  Farbeti  (Belbeys),  ove  andava  a  con- 
giungersi coll'antico  canale.  Ben  lontano  di 
provare  che  l'antico  canale  era  stato  ab- 
bandonato ,  questo  fatto  dimostrerebbe  al 
contrario  che  esisteva,  e  che  era  praticabile, 
ma  che  si  era  riconosciuta  la  necessità 
di  portare  la  presa  delle  acque  al  disopra 
della  biforcazione  del  Nilo  e  di  abbandonare 
il  ramo  Pelusiaco. 

Tutti  gli  autori  arabi  ammettono  che  il 
canale  scavato  sotto  i  Faraoni  o  dai  re  di 
Persia  sboccava  nel  mar  Rosso  presso  Kol- 
zum,  le  cui  rovine  si  vedono  tuttavia  al 
nord  di  Suez.  Tutti  sono  d'accordo  che  il 
canale  è  stato  riaperto  per  la  prima  volta 
nel  periodo  arabo  sotto  il  califfo  Omar  so- 
prannominato principe  dei  fedeli  da  Amru- 
ben-el  A'ss  che  fece  la  conquista  dell'Egitto 
l'anno  639  dell'era  volgare;  ch'esso  è  ri- 
masto aperto  alla  navigazione  durante  125 
anni  circa  sino  al  regno  del  califfo  abas- 
sido  Abudja-far-al-Mansur,  che  lo  fece  col- 


mare nel  702-767.  e  che  dopo  quest'epoca 
esso  è  rimasto  chiuso  ed  abbandonato  co- 
minciando dal  lago  Timsah,  ma  che  la  por- 
zione tra  il  Cairo  e  questo  lago  è  rimasta 
per  lungo  tempo  in  attività. 

Si  trova  nella  memoria  di  Lepère  (*)  sul 
canale  dei  due  mari  la  seguente  dichiara- 
zione fornita  da  un  negoziante  di  Suez  come 
il  riassunto   della  tradizione  araba  sul  ca- 
nale dei  due  mari.  Nei  primi  tempi  dell'era 
cristiana  il  territorio  di  Suez  non  era  occu- 
pato che  da  qualche  Arabo  che  viveva  della 
pesca  e  del  contrabbando.  La  città  di  Qol- 
zun  si  trovava  collocata  sul  monticello  po- 
sto al  nord  della  città  in  vicinanza  del  mare. 
Colà  esisteva  un  forte  castello  di  cui  si  vede 
ancora   sotto  le  rovine  una   porta  arcuata 
chiamata  la  porla  Console.  Il  porto  si  tro- 
vava al  nord  ed  ai  piedi  della  città  fabbri- 
cata ad  anfiteatro  sopra  quella  eminenza, 
con  una  superficie  circolare  che  tuttavia  si 
riconosce  quantunque  le   sabbie  l'abbiano 
sepolto.  Il  canale  che  comunicava  col  Nilo 
veniva  qui  a  scaricarsi;  l'acqua  dolce  si 
trovava   contenuta    da  due    robuste  dighe 
che  la  separavano    dal  porto  e  dal    mare. 
L'acqua  del  Nilo  in  questo  bacino  formato 
nel    mezzo  del    mare  si  trovava  superior- 
mente alle  più  alte  maree;  le  navi  che  ve- 
nivano dal  largo  si  avvicinavano  alla  diga 
del  porto  e  percorrevano  l'altro  fianco.  Si 
vedono  tuttora  i  resti  di  queste  dighe  per- 
correndo dal  nord-nord-est  al  sud-sud-ovest 
sopra  5o60O  tese;  una  piccola  parte  s'in- 
nalza superiormente  alle  sabbie  che  le  ri- 
coprono. Queste  dighe  lasciavano  un'entrata 
al  porto  che  si  chiamava  porto  del  mare,  e 
che  si  trovava  di  fronte  a  quella  chiamata 
Cherker  (piccolo  paese  nelle  montagne  a 
cinque  leghe  da  Sueys).  Questa  porta  deve 
trovarsi  in  un  monte  di  rovine  che  forma 
un'isola  nell'alta  marea.  La  porta  occiden- 
tale della  città,  che  si  chiamava  Bab-el-Maor, 
esisteva   nella  località  ove  si  vede  tuttavia 
una    moschea   sulla   strada    di  Bir-Sueys. 
Allora  le  acque  del  Nilo  fecondavano  questo 
paese;  tranne  qualche  albero,  attualmente  la 

(*)  Descrizione  dell'Egitto,  Tom.  II. 


ARCHITETTO 

vista  si  perde  nell'orizzonte  del  deserto;  al- 
lora i  giardini  circondavano  la  città  ed  il 
commercio  fioriva.  »  Questa  tradizione  mi 
sembra  meritare  al  più  alto  punto  l'attenzione 
e  la  confidenza.  Essa  presenta  a  mio  avviso 
il  prospetto  esalto  delle  circostanze  dello 
stato  delle  cose  create  dall'esistenza  del  ca- 
nale,; slato  di  cose  che  non  è  stato  conteso 
che  col  mezzo  di  argomentazioni  desunte 
dalla  situazione  attuale  dei  luoghi,  e  di  cui 
si  avrà  occasione  di  esaminare  più  sotto 
il  valore. 

Alcuni  autori  arabi  pretendono  che  Amru 
formò  il  progetto  di  congiungere  i  due  mari 
con  una  comunicazione  diretta  attraverso 
l'istmo,  comunicazione  che  egli  si  proponeva 
di  alimentare  colle  acque  del  Nilo ,  e  che 
Omar  si  oppose  nel  pericolo  di  aprire  ai 
vascelli  cristiani  l'entrata  nell'Arabia.  Que- 
sta asserzione  è  rimarchevole  sotto  due  punti 
di  vista;  infatti  essa  prova  da  una  parte  che 
gli  Arabi  sapevano  le  relazioni  di  livello  tra 
i  due  mari  ed  il  Nilo,  e  da  un  altro  lato  è 
la  prima  volta  che  si  vede  manifestarsi  l'idea 
di  tagliare  direttamente  l'istmo.  È  ben  vero 
che  si  è  preteso  che  il  canale  di  Neco  avesse 
per  iscopo  la  comunicazione  diretta  dei  due 
mari,  ma  questa  opinione  non  appoggia  so- 
pra alcun  fatto  od  autorità.  L'aprimento  del 
suolo  che  separa  il  lago  Timsah  dal  lago 
Menzaleh  è  stato  un'opera  assai  importante 
ma  di  poco  interesse,  poiché  essa  avrebbe 
soltanto  abbreviata  la  navigazione  delle  bar- 
che andando  direttamente  dal  Mediterraneo 
nel  mar  Rosso  senza  nulla  cambiare  alle 
condizioni  di  questa  navigazione  che  poteva 
effettuarsi  pel  ramo  Pelusiaco,  in  quell'epoca 
uno  dei  principali,  risalendo  sino  a  Bubaste 
e  prendendo  in  seguito  il  canale,  il  cui  incile 
si  trovava  in  vicinanza  di  questa  città.  Da  qui 
risulta  che  l'escavazione  del  canale  diretto 
fra  il  lago  Timsah  e  Pelusio  non  aveva  altro 
scopo  che  di  abbreviare  questo  giro.  Ora 
quale  interesse  poteva  avere  un  accorcia- 
mento sotto  i  Faraoni  ed  anche  sotto  la 
dinastia  Persa?  e  cosa  poteva  essere  a  quel- 
l'epoca il  commercio  diretto  tra  il  Mediter- 
raneo ed  il  mar  Rosso?  Sotto  i  Tolomei 
stessi  questo  commercio,  che  aveva    preso 


En  agronomo  45 

un'importanza  reale,  si  faceva  necessaria- 
mente per  mezzo  di  Alessandria,  e  questi 
sovrani  come  i  precedenti  non  erano  evi- 
dentemente occupati  che  delle  relazioni  del- 
l'Egitto col  mar  Rosso.  Lungi  dall' aprire 
una  comunicazione  lontana  dall'Egitto,  essi 
l'avrebbero  certamente  interrotta  se  esisteva. 
Gli  è  dunque  certo  che  in  nessun'  epoca  né 
dell'antichità  né  dell'età  di  mezzo  si  sono 
fatti  tentativi  per  istabilire  la  comunicazione 
diretta  dei  due  mari.  (Continua.) 


La   ferrovia   del  Semincriiig  e  le 
sue  locomotive* 

La  tipografia  Oerold  e  figlio,  di  Vienna, 
ha  pubblicato  un'opera  di  molto  interesse 
Die  Locomotive  der  Staals-Eisenbahn  iiber 
den  Semmering  von  FF.  Engerth  (Le  loco- 
motive della  ferrovia  dello  Stato  sul  Sem- 
mering), dalla  quale  si  estrassero  le  se- 
guenti notizie. 

L'utilità  delle  strade  ferrate  la  vinse  sulle 
difficoltà  di  un  paese  di  montagna.  Quella 
del  Semmering  era  condotta  poco  lungi  dal 
suo  compimento,  che  ancora  non  si  sapeva 
come  si  supererebbero  le  sue  forti  pen- 
denze ,  come  si  correrebbe  per  le  sue  an- 
guste tortuosità.  Il  governo  austriaco  pro- 
mise generosi  premj  per  la  fornitura  di  loco- 
motive capaci  di  ascendere  quelle  pendici  e 
di  procedere  sicure  fra  quei  serpeggiamenti 
della  strada.  Il  premio  venne  conferito  ad 
alcune  locomotive,  ma  né  queste  ressero  al 
di  là  dei  saggi  di  prova ,  né  i  molti  pro- 
getti che  furono  presentati  al  Ministero  ri- 
solsero il  difficile  problema.  Finalmente  si 
appigliò  al  partito  di  sperimentare  un  si- 
stema immaginato  dal  sig.  N.  di  Engerth 
già  introdotto  per  altre  strade,  e  furono  or- 
dinate ventisei  locomotive  su  quel  sistema, 
e  già  dall'inverno  d853-1854  funzionano 
quasi  tutte  con  soddisfacente  successo. 

Per  apprezzare  il  merito  di  queste  loco- 
motive conviene  farsi  un'  idea  delle  condi- 
zioni generali  in  cui  trovasi  la  ferrovia  del 
Semmering. 


46 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 


La  pendenza  del  tronco  di  strada  che 
precede  Payerbach  venendo  da  Vienna,  non 
è  che  dell' 8,55  per  mille,  quindi  l'ascesa  di 
montagna  comincia  dopo  questo  punto.  Par- 


tendo da  esso  s'incontrano  sei  stazioni  alle 
distanze  fra  loro,  e  colle  differenze  medie 
di  livello  come  segue: 


Da  Payerbach  a  Eichberg  .  . 
Da  Eichberg  a  Rlamm  .  .  . 
Da  Klamm  a  Breitenstein  .  . 
Da  Breitenstein  al  Semmering 
Sul  Semmering,  una  galleria 
Dalla  detta  galleria  a  Spital  . 
Da  Spital  a  Mùrzzuschlag      . 


estesa  metri  6198,  in  ascesa  21,  4  per  mille 

,.  4074  »         25  » 

5287  »         21  » 

5758  »»  18,52  ». 

»  1422  orizzontale 

»  5745  in  discesa  19,64  »» 

6190  »  20 


quindi  l'ascesa  media  relativa  da  Payer- 
bach al  Semmering  è  di  21,21  per  mille,  la 
discesa  media  relativa  dalla  galleria  del 
Semmering  a  Mùrzzuschlag  è  del  19,9  per 
mille,  e  la  stazione  del  Semmering  è  di  me- 
tri 452  elevata  su  quella  di  Payerbach,  e  di 
metri  236  su  quella  di  Mùrzzuschlag. 

Non  tenendo  conto  dei  piani  delle  stazioni, 
le  ascese  da  Payerbach  al  Semmering  sono 
distribuite  così: 

Per  metri  8364  pendenza  del  25  per  mille 


5351 

» 

22,20 

1145 

» 

20 

1522 

» 

16,66 

324 

» 

12,  50 

1865 

» 

10 

165 

» 

5 

171 

orizzoi 

tale. 

Alcune  delle  più  forti  pendenze  s'incon- 
trano nelle  gallerie. 

Un'altra  grande  difficoltà  che  presentava 
l'attivazione  di  questa  strada  erano  le  curve. 
La  tratta  da  Payerbach  a  Eichberg,  lunga 
metri  3223,  è  per  metri  1073  formata  di  quin- 
dici controcurve  di  raggi  fra  i  190  e  i  285 
metri.  La  tratta  successiva  da  Eichberg  a 
Klamm ,  la  più  difficile  di  tutta  la  linea , 
sull'  estesa  di  metri  3593  colla  pendenza  del 
25  per  mille,  comprende  quattordici  curve 
di  metri  285  di  raggio,  e  della  lunghezza 
complessiva  di  metri  2622,  interpolate  da 
rettilinei  lunghi  soltanto  da  38  a  76  metri. 
Da  Klamm  a  Breitenstein  le  curve  si  succe- 
dono senza  interruzione  in  numero  di  sedici 


per  la  lunghezza  totale  di  metri  3090  e  quasi 
tutte  del  raggio  di  190  metri.  La  tratta  da 
Breitenstein  al  Semmering  è  nella  stessa 
condizione. 

L'  esperienza  ha  mostrato  che  sulla  fer- 
rovia del  Semmering,  il  lavoro  delle  loco- 
motive   fra    le   stazioni  di  Mùrzzuschlag  e 
del    Semmering  è  per  lo  meno  del  25  per 
cento  maggiore  di  quello  fra  le  stazioni  di 
Payerbach  e  del  Semmering. 
Ora  diremo  delle  locomotive. 
Le  dieci  locomotive  fornite  dalle  officine 
di  Effingen  sono  tutte  della  medesima  strut- 
tura.   Il  loro   carro  è  a  sei  ruote,  e  porta 
oltre  i  cilindri  del  vapore,  tutto  il  mecca- 
nismo, la  caldaja  e  due  serbato]  dJ  acqua. 
Il  carro   del  tender  si  prolunga  sotto  una 
porzione  della  caldaja,  e  sopporta  la  camera 
del   fumo;    sur    esso   trovansi  le  casse  del 
combustibile    e  la  piattaforma  del  macchi, 
nista.   1  due  carri  sono  rubatamente  col- 
legati da  una  solida  incrociatura  e  da  alcune 
caviglie  coniche  disposte  in  modo  che  i  carri 
possano  ripiegarsi  fra  loro  in  ogni  senso  , 
tanto  verticale  che  orizzontale,  e  prestarsi 
facilmente  alle  flessioni  della  strada  di  pic- 
colissimo raggio. 

Il  diametro  delle  ruote  è  di  metri  1,106, 
quello  dei  cilindri  del  vapore  è  metri  0, 475, 
e  la  corsa  degli  stantuffi  è  di  metri  0,6096. 
La  superficie  totale  interna  di  riscalda- 
mento nella  caldaja  lobulare  ordinaria  è 
del  focolare  metri  quadr.        7  — 

e  dei  189  tubi  lunghi  4ra  75,  di  dia- 
metro esterno  0m  053  »  132,80 
Sommano  metri  quadr.  139,80 


ARCHITETTO 

La  superficie  esteriore  di  riscaldamento, 
come  viene  comunemente  calcolata ,  è  di 
metri  qiiadr.  155. 

I  due  serbatoj  d'  acq'ia  collocati  ai  due 
lati  della  caldaja  cilindrica,  hanno  la  ca- 
pacità di  metri  cubici  6,30,  e  la  capacità 
delle  casse  per  contenere  la  legna  necessaria 
allo  scaldamento.,  collocate  posteriormente 
sul  tender,  è  di  in.  e.  3, 15. 

II  peso  complessivo  della  locomotiva  ca- 
rica d'  acqua  e  di  legna  è  di  56  tonnellate 
e  112  chilogrammi,  ripartito  come  segue 
sulle  tre  sale  della  locomotiva  e  sulle  due 
sale  del  tender. 

Sulla  sala  anter.  della  macch.  chil.  13  748 
Sulla  seconda  sala  12  488 

Sulla  terza  13  074 

Sulla  sala  anteriore  del  tender        8  121 
Sulla  sala  posteriore  del  tender         8  681 

Le  prescrizioni  del  Ministero  dei  labori 
pubblici  erano  che  le  macchine ,  in  tempi 
favorevoli  e  sulle  guide  secche,  traducessero 
un  peso  lordo  di  H2  tonnellate  colla  ve- 
locità media  di  15  172  metri  all'ora  (due 
miglia  austriache  )  non  consumando  per 
ogni    ora   che  steri  4,  60  di  legna  dolce. 

L'esercizio  della  ferrovia  del  Semmering 
cominciò  nel  dicembre  4853  per  il  trasporto 
delle  merci,  ed  il  17  luglio  1854  per  il  tra- 
sporto de'passeggieri.  Dal  gran  numero  di 
viaggi  eseguiti  dappoi  è  risultato  che  colla 
velocità  prescritta.,  che  sovente  fu  sorpas- 
sata, le  locomotive  trasportarono 

sotto  le  piogge ,  o  con  forti  venti  o  con 

bufere  di  neve  tonnell.  112 

in  tempi  mediocri  »  140 

in  tempi  sereni  »  168 

e  sempre  di  peso  brutto,  da  Payerbach  al 
Semmering,  con  una  pressione  nella  caldaja 
di  poco  più  di  sette  chilogrammi  per  cen- 
timetro quadrato  e  col  consumo  di  steri  3.  40 
di  legna  per  ora. 

Lungo  la  tratta  di  strada  ferrata  da  Pa- 
yerbach a  Seminering.dove  le  pendenze  sono 
mediamente  dell' 8,  55  per  mille,  queste  lo- 


El>    AGRONOMO  47 

comotive  trasportano  420  tonnellate  di  peso 
brutto  colla  velocità  predetta  di  15172 
metri  all'ora. 

Disposto  il  macchinismo  delle  locomotive 
in  giusto  rapporto  colle  esigenze  della  strada, 
bisognava  produrre  un  peso  totale  da  ot- 
tenere l'aderenza.  Per  consiglio  del  sig. 
consigliere  Engerth  si  provò  ad  accoppiare 
tutte  le  ruote  di  una  delle  locomotive  del 
Semmering  mediante  ruote  dentate,  e  or- 
mai anche  per  le  altre  locomotive  si  adottò- 
questo  provvedimento. 

Le  ruote  consistono  in  dischi  di  ferro 
battuto  con  inseriti  denti  d' acciajo  fuso 
formati  in  pezzi  di  sei  denti  per  cadauno. 
La  solidità  di  questi  denti  è  tanta,  che  ognuno 
può  sostenere  una  pressione  di  22  400  chi- 
logrammi. Il  punto  di  collegamento  del  ten- 
der corrisponde  precisamente  disopra  del 
punto  in  cui  le  ruote  sulla  sala  sono  ingrana- 
te ,  e  quando  cessa  il  bisogno  delle  ruote 
dentate ,  si  possono  disgiungere  facendole 
scorrere  lateralmente. 

Per  questa  disposizione  i  tre  centri  delle 
ruote  dentate  rimangono  costantemente  si- 
tuati in  una  stessa  linea  retta:  perciò  il  mo- 
vimento orizzontale  delle  sale,  L'ima  verso 
1'  altra,  non  eccede  mai  due  gradi.  Si  com- 
prende che  questo  sistema  d'  accoppiamento 
delle  ruote  deve  corrispondere  allo  scopo 
che  si  era  proposto. 

L'ungimento  delle  ruote  dentate  è  pra- 
ticato in  modo  semplicissimo  quanto  efficace. 
Per  preservarle  dalla  polvere  e  dalla  sab- 
bia, queste  ruote  sono  chiuse  in  dischi  di 
lamiera  e  sul  basso  del  cerchio  contengono 
un  miscuglio  di  materia  saponacea  e  d'olio 
molto  fluido,  nel  quale  trascorrono  i  denti 
nel  movimento  di  ruotazione.  Inoltre  si  fa 
colare  dell'olio  sulla  ruota  di  mezzo  in  ra- 
gione di  60  a  80  goccie  per  minuto. 

La  locomotiva  denominata Lanau,  in  cui 
s'è  introdotto  il  descritto  accoppiamento,  e 
che  già  serve  in  questo  modo  dal  12  giugno 
del  1854,  presentò  la  maggior  solidità  e  l'op- 
portunità del  sistema. L'ungimento  dei  denti 
avviene  regolarissimamente  e  completo.  Nelle 
limitate  velocità  e  nei  casi  in  cui  In  ruote 
dentate  girano  le  une  sulle  altre  non  succede 


48 

che  l'unto  sia  tratto  fuori.  Né  l'accoppia- 
mento delle  ruote  esige  alcuna  manovra 
lungo  il  viaggio.  I  denti  non  appariscono 
corrosi  da  che  cominciarono  iljloro  ufficio,  e 
appena  presero  una  certa  levigatura,  benché 
in  varie  parti  si  ravvisi  tuttora  l'opera  della 
lima.  Le  locomotive  camminano  senza  ru- 
more, e  non  si  ode  nulla  dello  scontro  dei 
denti  che  s'ingranano.  Né  per  le  pendenze 
della  strada,  né  in  alcuna  curva  non  si  ri- 
sente urto  o  il  più  leggero  sfregamento. 
Il  sistema  d'accoppiamento  ha  considere- 
volmente aumentato  il  lavoro  delle  loco- 
motive, e  di  sovente  vengono  trasportate  da 
Payerbach  al  Semmering  185  tonnellate,  e 
da  Mùrzzuschlag  al  Semmering  tonnel- 
late 267  colla  velocità  di  metri  15172  all'ora. 
Per  tal  modo  lo  studio  delle  strade  fer- 
rate ha  vinto  una  gravissima  difficoltà,  ha 
sciolto  il  problema  di  superare  colle  loco- 
motive le  forti  pendenze,  e  di  procedere  per 
curve  di  piccolo  raggio. 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 

geologi  che 


Influenza 
fusione. 


della  pressione    nella 


Un  soggetto  interessante  di  speculazioni 
nella  geologia  fisica,  fu  sempre  lo  stato  in- 
terno del  nostro  pianeta,  e  la  causa  dell'alta 
temperatura  osservata  a  qualunque  profon- 
dità, sotto  la  sua  superficie.  La  temperatura 
terrestre  ad  una  certa  profondità,  in  ogni 
luogo,  p.  es.  a  m.  25.  00,  nelle  nostre  regioni 
rimane  costante  per  tutto  l'anno  senza  es- 
sere punto  alterata  pel  cangiamento  di  tem- 
peratura delle  stagioni.  Tale  ordinariamente 
si  mantiene  anche  in  profondità  maggiori; 
ma  se  discendiamo  più  oltre,  l'abbassamento 
della   temperatura  si    accresce    in   ragione 
della  profondità,  nella  proporzione  di  1° 
Fahr.  per  ogni  m.  18,  o  21  circa.  Spingen- 
dosi alla  profondità  di  ottanta   mila   metri 
con  questa  proporzione,  giungeremo  ad  una 
temperatura  il  doppio  circa  di  quella   che 
è  necessaria  a  fondere  il  ferro,  e  sufficiente, 
come  si  suppone  ,  a  ridurre  quasi  l'intera 
massa  della  crosta  terrestre   allo    stato   di 
fusione.  Di  qui  l'opinione  adottata  da  molti 


il  nostro  globo  consista  effetti- 
vamente di  una  solida  corteccia  non  ecce- 
dente lo  spessore  di  sessanta,  od  ottanta  mila 
metri,  ed  il  nucleo  sia  formato  da  un  fluido 
mantenuto  nello   stato  di  fusione  dal  calore 
esistente,  a  cui  la  massa  terrestre    era   in 
origine  soggetta.   Parrebbe    a    prima  vista 
che  questa  massa  enorme  di  materia  fusa, 
rinserrata  in  una  crosta  così  sottile  non  fosse 
compatibile  colla  generale  condizione  esterna 
e  colla  temperatura  del  nostro  globo;  ma 
è   affatto    certo    che    la   vera    temperatura 
esterna  e  questa  supposta  temperatura  in- 
terna non  sono  incompatibili   tra    di  loro, 
e  che  nessun   valido  argomento  di   questo 
genere  può  venir  messo  in   campo   contro 
la  summenzionata  ipotesi.  Il  suddetto  calcolo 
perciò  dello  spessore  della  crosta  solida  della 
terra  non  tien  conto  per  nulla  dei  possibili 
effetti  dell'enorme  pressione  a  cui  la  massa 
terrestre  è  soggetta  a  qualunque   conside- 
revole profondità.  Ora  questa  pressione  può 
produrre    effetti  di  due  sorta  ,    portandoci 
direttamente  fuori  della  questione.  Nel  sud- 
detto calcolo   la   materia  terrestre,,  situata 
alla  profondità    di    sessanta    o   ottantamila 
metri  con  una  pressione  maggiore  di  115  mi- 
lioni di  chilog.  per  metro  quadrato,  si  sup- 
pone esser  fusibile  alla  stessa  temperatura 
come  se  essa  fosse  soggetta  semplicemente 
all'ordinaria  pressione  atmosferica,  laddove 
la  temperatura  di  fusione  deve  possibilmente 
essere  di  molto  accresciuta  per  tale  immensa 
pressione,  come  quella  summenzionata.  In 
tal    caso  la  materia    terrestre    può    essere 
mantenuta  in  istato  solido  a  molto  maggiore 
profondità  che  se  fosse  altrimenti,  per  esem- 
pio, la  crosta  solida  può  aver  maggior  spes- 
sore di  quello  sopra  enunciato  di  sessanta 
od  ottanta  mila  metri.  D'altronde  in  questo 
calcolo  si  suppone  che  il  calore  passerà  fa- 
cilmente, tanto  attraverso  la  porzione  più 
superficiale   della  massa  della  terra,  come 
attraverso  le  porzioni  compresse    a  consi- 
derevole profondità.  Ora  in  questa;  suppo- 
sizione havvi  molta    improbabilità   e   spe- 
cialmente rispetto  a  quella  superficie  formata 
di  roccie  per  la  quale  fu  già  osservato  l'ac- 
crescimento  della    temperatura    terrestre. 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO 


49 


discendendo  ;  queste  roccie  sono  per  la 
maggior  parte  strati  sedimentar]  che  in 
generale  ,  indipendentemente  dall'  effetto 
della  pressione ,  sono  senza  dubbio  meno 
conduttori  dei  primi  e  più  compatti  delle 
roccie  cristalline.  Ma  se  il  calore  passa  at- 
traverso le  più  basse  porzioni  di  questa 
massa  terrestre  con  maggiore  rapidità  che 
attraverso  la  sua  porzione  superiore.,  cioè 
se  la  forza  conduttrice  è  più  grande  a 
più  grande  profondità ,  la  temperatura  a 
considerevoli  profondità  deve  crescere  più 
lentamente  quando  discendiamo,  che  alle 
più  piccole  profondità  a  cui  possiamo  pe- 
netrare, e  per  conseguenza  sarebbe  neces- 
sario in  tal  caso  discendere  ad  una  più 
grande  profondità  prima  di  trovare  la  tem- 
peratura necessaria  a  produrre  la  fusione. 
In  questo  stato  di  cose  perciò,  appunto  per 
l'accresciuta  temperatura  di  fusione,  lo  spes- 
sore della  crosta  terrestre  deve  essere  più 
grande  di  quello  che  dimostrerebbero  i  pre- 
cedenti calcoli.  Allo  scopo  di  constatare  gli 
effetti  della  maggior  pressione  i  signori  Fair- 
bairn,  Joule  e  Hopkins  intrapresero  diversi 
esperimenti  in  Manchester.  Il  primo  scopo 
di  questi  esperimenti,  fu  la  determinazione 
dell'effetto  della  pressionelsulla  temperatura 
di  fusione  delle  molte  sostanze  che  si  pos- 
sono cimentare.  Noi  ci  aspettavamo  «  dice  il 
signor  Hopkins  »  di  incontrare  molte  diffi- 
coltà nell'  uso  delle  enormi  pressioni  che 
provammo,  e  questa  aspettazione  si  verificò 
pienamente;  ma  fummo  però  soddisfatti  di 
conoscere  che  queste  difficoltà  possono  essere 
superate  collaperseveranza  e  colla  pazienza, 
ed  in  ciò  pure  non  ci  siamo  ingannati;  perciò 
io  posso  ora  asserire  con  certezza  che  il 
nostro  ultimo  risultato,  rispetto  al  numero 
delle  sostanze,  è  fuoridel  dubbio. Però  senza 
le  dotte  risorse  a  disposizione  del  sig.  Fair- 
bairn,  il  successo  sarebbe  stato  disperato. 
Al  presente,  le  nostre  sperienze  furono  ri- 
strette a  poche  sostanze  e  di  facile  fusibilità; 
il  nostro  apparato  però  viene  adattato  per 
una  serie  considerevole  di  temperature,  in 
modo  che  non  avremo  difficoltà  ad  otte- 
nere ulteriori  risultati.  Quelli  già  ottenuti 
indicano  un  accrescimento  nella    tempera- 


tura di  fusione  proporzionale  alla  pressione 
a  cui  la  massa  fusa  è  soggetta.  Impiegando 
una  pressione  di  circa  75  mila  chilogrammi 
per  metro  quadrato  con  cera  imbianchita, 
l'aumento  nella  temperatura  di  fusione  non 
fu  minore  di  30°  Fahr.,  un  quinto  circa  della 
temperatura  a  cui  si  fonde  sotto  la  pressione 
atmosferica.  Non  abbiamo  ancora  verificato 
il  grado  a  cui  la  forza  conduttrice  di  alcune 
sostanze  può  crescere  quando  si  solidificano 
sotto  grande  pressione.  Noi  speriamo  di  poter 
investigare  questo  punto  colla  dovuta  at- 
tenzione e  per  tal  modo  determinare  gli 
effetti  nelle  sostanze  così  solidificate,  rispetto 
alla  loro  densità  e  forza,  alle  forme  cri- 
stalline, e  alla  struttura  generale  mole- 
colare. » 

Il  signor  Hopkins  spiega  coli'  ajuto  di 
opportune  tavole  la  natura  delle  disposizioni 
meccaniche  per  sottoporre  i  materiali  alla 
pressione  durante  la  fusione.  La  cera  ecc. 
furono  poste  in  una  robusta  camera  di  ferro, 
e  la  pressione  venne  applicata  per  mezzo 
di  un  pistone  adattato  in'  un  piccolo  cilin- 
dro riempiuto  d'  aqua.  Il  pistone  fu  spinto 
mediante  una  lunga  leva,  e  mantenuto  in 
questa  posizione  da  un  grosso  peso ,  come 
la  valvola  di  sicurezza  di  una  macchina 
a  vapore.  L'artificio  adottato  per  scoprire 
quando  le  sostanze  cimentate  erano  fuse 
fu  molto  ingegnoso.  Venne  insinuata  una 
piccola  calamita  nella  parte  superiore  tra 
la  cera  e  l'esterno  della  camera  di  ferro 
ed  allo  stesso  livello  della  calamita  venne 
collocato  un  ago  magnetico.  Allora,  fissata 
la  deviazione  dell'  ago,  qualunque  cambia- 
mento nella  posizione  della  calamita  pro- 
durrebbe un'alterazione  nella  deviazione.  Nel 
momento  in  cui  la  cera  si  fuse,  la  calamita 
cadde  al  fondo,  ciò  che  venne  immediata- 
mente indicato  dalla  vibrazione  dell'ago. 

Nel  corso  di  questi  esperimenti  si  mani- 
festò una  circostanza  molto  curiosa.  Si  trovò 
che  il  pistone  discendeva  gradatamente,  e 
nel  cercarne  la  causa  si  conobbe  che  l'aqua 
nel  cilindro  era  forzata  attraverso  i  pori  del 
tubo  di  ferro,  il  cui  spessore  era  di  m.  0,0189. 
Esaminando  la  tessitura  del  ferro  con  una 
lente,  non  fu  possibile  accorgersi  della  ben- 


Voi.  HI. 


Luglio  1855. 


50 


GIORNALE   DELL  INGEGNERE 


che    minima  apertura    per  la  quale  l'aqua 
avesse  potuto  passare  attraverso  il  metallo. 

C.  E.  A.  J. 


un  semplice  argomento  di  accademiche  di. 
scussioni. 


Telegrafia  elettrica. 

(Vedi  la  Tav.  8,  figura  1  alla  4.) 

La  Gazzetta  piemontese  del  giorno  22  Giu- 
gno 1835,  K.0  152,  rapporta  la  felice  riu- 
scita dell'esperimento  fatto  il  20  detto  mese 
dal  professore  cavalier  Botto  sul  filo  del 
telegrafo  elettrico  corrente  da  Torino  a  Mon- 
calieri,  comprovante  il  fatto  della  reale  tra- 
smissione simultanea  di  due  dispacci  elet- 
trici in  senso  opposto;  ed  accenna  ad  una 
diversità  di  apparati  da  quelli  del  sig.  Gu- 
glielmo Gintl ,  direttore  dei  telegrafi  in 
Vienna.  (l) 

Sia  lode  al  Botto   per  la  traduzione  in 
fatto  dal  canto  suo  pure  del  principio  della 
coesistenza  di  due  correlili  contrarie  simul- 
tanee  elettriche  del   medesimo  filo  ,  e  per 
la  invenzione  di  nuovi  apparati;  ma  sia  bene 
conoscersi  da  tutti  la  storia  di  questa  stra- 
ordinaria  scoperta ,  il  nome  di  coloro  che 
la  presentirono,  che  la  studiarono,  che  la 
propalarono,  ed  infine  il  nome  di  que' no- 
stri  Italiani  che  più  di  tutti  colle  loro  lu- 
cubrazioni,  coi  loro  esperimenti  giovarono 
alla    dimostrazione    della  verità  della   sco- 
perta medesima.  A  questo  oggetto  pertanto 
valga   la   memoria  letta  dal  professore  si- 
gnor Luigi  Magrini,  all'adunanza  8  Feb- 
braio 1855,   dell'I.  B.  Istituto   Lombardo 
di  Scienze,  Lettere  ed  Arti  in  Milano;  e 
valga    la  stessa    appunto  perchè  fa  chia- 
ramente   conoscere  quanto  abbia  il  lodato 
professore  medesimo  operato  a  prò  del  por- 
tentoso trovato,  nel  mentre  non  ha  egli  la- 
sciato di  indicare  tutti  coloro  che  si  occupa- 
rono in  proposito,  e  che  giovarono  a  far  sì  che 
non  restasse  una  semplice  idea  scientifica, 

(l)  Di  questo  argomento  si  è  già  parlato  in 
questo  Giornale  nei  Fascicoli  1  e  2,  5  e  6,  7  ed  8, 
e  9,  dell'anno  secondo,  a  pagine  87,319,  442 
e  508. 


Notizie  storiche,  considerazioni  ed  esperi- 
menti sul  quesito  :  Possono  in  uno  stesso 
filo  coesistere  due  correnti  contrarie,  e 
trasmettersi  simultaneamente  due  dispacci 
elettrici  in  senso  opposto?  —  Di  Luigi 
Magrini,  M.  E. 

Più  volte  negli  anni  1853-54  all'Istituto 
scientifico  di  Francia  si  aprirono  discus- 
sioni ed  indagini  per  vedere  se  sia  possi- 
bile che  due  correnti  dirette  per  verso  con- 
trario circolino  simultaneamente  nello  stesso 
filo.  E  intanto  che  la  questione  si  agitava 
a  Parigi,  il  direttore  dei  telegrafi  austriaci 
signor  dottor  Guglielmo  Gintl  applicava  il 
fenomeno  alla  linea  telegrafica  da  Vienna 
a  Linz,  facendo  aperto  potersi  trasmettere 
nello  stesso  tempo  due  dispacci  elettrici  in 
senso  opposto. 

In  questi  ultimi  giorni  l'abbate  Zante- 
deschi ,  richiamando  alcune  esperienze  da 
lui  eseguite  molti  anni  addietro  (  le  quali, 
sebbene  dirette  forse  ad  altra  meta  in  ori- 
gine, possono  adesso  benissimo  connettersi 
coli' attuale  controversia),  entrò  animoso 
nell'  arringo  ,  solennemente  dichiarando  la 
coesistenza  di  due  correnti  contrarie  nel 
medesimo  filo  essere  da  recenti  sue  spe- 
rienze  comprovata  in  modo  assoluto. 

Confidiamo  che  all'Istituto  scientifico  Lom- 
bardo, il  quale  molto  prima  dell'Accademia 
di  Parigi  erasi  occupato  di  questo  subbietto, 
non  riuscirà  discaro  di  vederlo  riproposto 
nel  momento  in  cui  provoca  nuove  e  im- 
portanti discussioni  sì  dal  lato  scientifico 
che  dal  lato  industriale. 

Non  appena  la  questione  della  coesistenza 
di  correnti  contrarie  in  uno  stesso  filo  acqui- 
stava maggior  grado  di  probabilità  ecci- 
tando 1'  attenzione  e  le  ricerche  di  preclari 
ingegni,  l'abbate  Zautedeschi  si  accinse  a 
rivendicarne  la  priorità,  pubblicando  nel- 
1'  Ateneo  italiano  che  stampasi  in  Parigi 
(n.  7  aprile  1834,  pag.  6  e  seg.  )  1'  estratto 
di  una  lettera  di  Augusto  De  la  Bive  a  lui 


ARCHITETTO 

diretta  il  15  ottobre  1829,  in  risposta  ad 
una  sua  precedente  del  18  maggio,  di  cui 
non  fa  conoscere  il  tenore,  ma  sembra  che 
proponesse  al  fisico  di  Ginevra  di  determi- 
nare fazione  reciproca  di  due  correnti  in- 
canalate ìiel  medesimo  conduttore. 

Ma  il  documento  da  lui  offerto  prova  sol- 
tanto aver  egli  invano  tentato  la  soluzione 
del  quesito;  soluzione  d'altronde  molto 
prima  inutilmente  cercata  dal  De  la  Rive 
padre  e  non  meno  inutilmente  ricercata  dal 
di  lui  figlio  Augusto. 

Dieci  anni  dopo,  cioè  nel  dicembre  4839, 
il  Zantedeschi  ha  creduto  di  essere  giunto 
a  capo  delle  sue  investigazioni,  che  si  af- 
frettò di  comunicare  al  fisico  ginevrino,  e 
si  possono  leggere  nella  Bibliothéque  uni- 
verselle  (§24,  p.  383,  anno  1839). 

Dalla  lettura  di  questa  nota  si  rileva  avere 
il  Zantedeschi  eluse  le  difficoltà  opposte 
dal  sig.  De  la  Rive  col  presentare  la  qui- 
stione  da  un  altro  lato.  Si  trattava  nel  1829 
di  determinare  V  azione  reciproca  di  due 
correnti  voltiane.  De  la  Rive  aveva  dichia- 
rata la  impossibilità  di  poter  contrassegnare 
la  loro  coesistenza  in  un  solo  conduttore  : 
e  questa  opinione  pareva  in  fine  abbrac- 
ciata anche  dal  professore  Zantedeschi,  spe- 
cialmente dopo  essere  venuto  in  cognizione 
che  i  professori  Marianini  e  Schònbein,  già 
varj  anni  prima,  si  erano  accertati  (*)  che 
due  elettromotori,  uno  dei  quali  (con  acqua 
pura)  agisca  debolmente,  e  1"' altro  (con 
acqua  acidulata  )  produca  deviazioni  for- 
tissime sul  galvanometro ,  ma  dotati  en- 
trambi della  stessa  tensione,  e  si  congiun- 
gano fra  loro  in  modo  che  le  correnti  en- 
trino nel  filo  galvanometrico,  da  parti  oppo- 
ste, non  portano  più  alcun  effetto  sull'ago 
calamitato.  Cotale  esperimento  eseguito  da 
Marianini  contro  la  teoria  elettrochimica 
fece  dire  a  De  la  Rive,  e  ripetere  a  Zan- 
tedeschi ,  che  le  correnti  elettriche  non  si 
erano  incanalate  per  la  via  del  filo  galva- 
nometrico ,  ma   che  si  erano  neutralizzate 

(1)  Ann.  de  Chimic  et  Physique,  oltob.  1830, 
I.  45,  pag.  144  —  Annali  delle  scienze  del  regno 
Lombardo-Veneto.  Bim.  VI,  1841,  p.  281. 


ed    IGRONOMO  51 

negli  stessi  reomotori.  Considerando  la  di- 
sposizione dell'  apparalo  nella  esperienza 
di  Marianini ,  che  si  può  rappresentare 
colla  Figura  I,  dobbiamo  convenire  che  le 
due  correnti  non  potevano  incanalarsi  per 
la  via  del  filo  galvanometrico  A  G  B  ;  im- 
perciocché non  essendo  questo  filo  intro- 
dotto nel  circuito  ,  ma  formando  solo  un 
arco  di  derivazione  propriamente  nei  punti 
ove  i  due  poli  opposti  delle  due  pile  si  con- 
giungevano, è  indubitato  che  in  questa  di- 
sposizione l'elettricità  svolta  da  una  pila 
doveva  entrare  invincibilmente  per  la  via 
più  breve  nell'  altra  pila,  e  le  due  correnti 
coincidendo  dovevano  circolare  assieme  pei 
conduttori  che  immediatamente  univano  i 
loro  poli  opposti:  e  in  siffatta  guisa  il  filo 
galvanometrico  rimaneva  ozioso,  perchè  in- 
teramente abbandonato.  Quanto  ad  una  cor- 
rente derivata ,  essa  non  poteva  rendersi 
sensibile  in  un  galvanometro  poco  dilicato, 
perchè  estremamente  piccolo  l'intervallo 
della  derivazione  e  rispettivamente  gran- 
dissimo 1'  arco  della  derivazione. 

Ma  se  De  la  Rive  aveva  ragione  di  dire 
che  le  due  correnti  non  si  erano  incana- 
late nel  filo  galvanometrico,  si  scostava  poi 
dal  vero  asserendo  che  esse  si  erano  neu- 
tralizzate negli  stessi  elettromotori  :  per  ren- 
dere manifeste  le  correnti  bastava  intro- 
durre il  galvanometro  fra  i  punti  A  e  Z' , 
oppure  fra  i  punti  B  e  Z. 

Vaglia  il  vero  che  esprimendo  con  E  la 
forza  elettromotrice  o  la  tensione  elettro- 
scopica  (resa  eguale  nelle  due  pile),  con 
B  la  somma  delle  resistenze,  con  9  la  in- 
tensità della  corrente  della  pila  ad  acqua 
acidulata,  con  B'  e  <p'  la  somma  delle  re- 
sistenze e  la  intensità  della  corrente  della 
pila  ad  acqua  pura ,  avremo ,  secondo  la 
formola  ammessa, 

E     ,       E 

*  =  jr¥  =b" 

Ora  indicando  con  F  la  intensità  del- 
l'azione risultante  dalla  coincidenza  delle 
due    correnti  ,   si   otterrà    manifestamente 

2  E 
F  r=  .  E  quindi  non  potranno  neu- 

B-{-B 


52 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


tralizzarsi  le  due  correnti:  anzi  per  essere 
R  <^  R'  ne  risulterà  un  efletto  sempre 
maggiore  di  9- 

Frattanto  la  sentenza  di  De  la  Rive  fece 
disperare  il  Zantedeschi  di  venire  a  capo 
della  sua  ricerca ,  per  cui  abbandonò  egli 
la  via  prima  battuta,  ossia  desistette  dal- 
l'originario assunto  d'incanalare  in  uno 
stesso  filo  due  correnti  voltiane  per  vedere 
se  gli  riusciva  di  contrassegnare  la  coesi- 
stenza di  due  correnti  eterogenee,  una  vol- 
tiana  ,  proveniente  da  un  reomotore  ordi- 
nario ,  1'  altra  faradiana ,  indotta  dal  ma- 
gnetismo. 

Per  tale  oggetto  prese  un  dei  galvano- 
metri  costrutti  dal  prof.  Marianini:  lo  in- 
trodusse nella  spirale  d' induzione  di  una 
macchina  magneto-elettrica,  ed  ottenne  per 
la  virtù  induttiva  del  magnetismo  una  de- 
viazione di  20°.  Avendo  poi  chiuso  il  cir- 
cuito tra  il  filo  galvanometrico  ed  una  coppia 
voltiana  a  bagno  di  acqua  dolce,  vide  l'ago 
declinare  di  circa  10  gradi. 

Ora  mentre  sussisteva  la  corrente  voltiana, 
Zantedeschi  asserisce  di  avere,  girando  de- 
stramente l'apparato,  rimesso  l'ago  del  gal- 
vanometro  a  zero  della  scala;  e  quindi  fa- 
cendo muovere  di  mezzo  in  mezzo  giro 
l'induttore  della  macchina  magneto-elet- 
trica, dichiara  avervi  veduto  l' ago  del  gal- 
vanometro  togliersi  dalla  sua  posizione  di 
equilibrio  di  6°  ora  in  un  senso  ed  ora 
nel  senso  opposto. 

Ecco  l'esperimento  eseguito  dal  prof.  Zan- 
tedeschi nel  dicembre  dell'anno  4839,  pubbli- 
cato nella  Bibliothéque  universelle  (§  24, 
p.  383  di  quell'anno  medesimo),  e  negli  An- 
nali delle  scienze  del  Regno-Lombardo- Ve- 
neto (Bim.  VI,  1841),,  col  quale  egli  adesso 
intende  avere  sino  d'allora  sciolta  l'attuale 
questione. 

E  qui  merita  di  essere  osservato  che, 
sebbene  l'originario  assunto  del  Professore 
di  Padova  fosse  quello  di  determinare  ì'a- 
zione  reciproca  di  due  correnti  voltiane 
incanalale  nel  medesimo  filo,  siasi  egli  li- 
mitato nelle  accennate  pubblicazioni  a  de- 
scrivere 1'  esperimento  senza  ben  formo- 
lare  una  conclusione  che  facesse  vedere  il 


nesso  sussistente  tra  gli  efletti  finali  otte- 
nuli  e  la  controversia ,  contentandosi  egli 
di  avvertire  che  le  correnti  magneto-elet- 
triche  s'infievolirono  sommamente  per  la 
resistenza  incontrata  nell'  attraversare  lo 
strato  liquido  che  divideva  la  lamina  di 
zinco  da  quella  di  rame  dell' elettro-motore 
da  lui  impiegato.  Invero,  dalla  intera  cor- 
rente che  deviava  l'ago  di  20°,  ottenne  solo 
deviazione  di  6°  allorché  veniva  costretta 
di  passare  attraverso  la  coppia  voltiana. 
Notava  così  un  effetto  estraneo  all'  assunto, 
il  quale  d'altronde  anziché  dalla  resistenza 
del  liquido  potevasi  far  derivare,  almeno  in 
parte,  dalla  cercata  azione  reciproca  delle 
due  correnti. 

Non  dobbiamo  inoltre  passare  sotto  si- 
lenzio, che  considerando  la  quistione  anche 
nella  nuova  fase  in  cui  l'ha  posta  il  prof. 
Zantedeschi,  le  prove  dei  fatti  esposti  sono 
incerte  e  inammissibili. 

l.°  Incerta  è  la  valutazione  della  forza 
di  una  corrente  fondata  sull'ampiezza  del- 
la prima  escursione  dell'  ago  calamitato  : 
le  correnti  indotte  essendo  fugaci,  non  si 
possono  valutare  che  I  dalla  prima  escur- 
sione. 

2.°  La  intensità  della  corrente  varia  se- 
condo la  velocità  con  cui  si  fa  girare  L'ini 
dutlore.  Ora  il  prof.  Zantedeschi  non  dice 
come  abbia  potuto  assicurarsi  che  i  mezzi 
giri  da  lui  fatti  fare  all'induttore  sieno  stati 
eseguiti  sempre  colla  stessa  velocità. 

3.°  Non  avendo  impiegato  una  pila  a  forza 
costante,  ma  un  elemento  volliano  di  pochi 
pollici  di  superfìcie  immerso  in  acqua  dolce, 
la  corrente  doveva  scemare  d' intensità  in 
breve  tempo,  e  rendersi  fors' anco  insen- 
sibile ad  un  galvanometro  poco  dilicato; 
nessuna  legittima  conseguenza  potevasi  dun- 
que derivare  intorno  agli  effetti  della  sua 
azione,  e  molto  meno  intorno  alla  sua  in- 
dipendenza da  altre  correnti. 

4.°  Le  correnti  indotte  manifestandosi  ora 
in  un  senso  ed  ora  nel  senso  opposto,  do- 
vevano rendersi  ora  coincidenti  colla  cor- 
rente voltiana,  ora  contrarie  alla  medesima: 
e  perciò  se  le  deviazioni  dell'ago  galvano- 
metrico  risultavano   eguali  nei   due  casi, 


ARCHITETTO 

nasce  il  sospetto  clic  la  corrente  voltiana 
fosse  allora  divenuta  insensibile. 

Le  prove  dei  fatti  accennati  non  sono  dun- 
que ammissibili,  e  la  quistione  fino  a  quest' 
epoca  rimaneva  tuttavia  insoluta. 

Del  resto  non  possiamo  non  convenire 
che,  sebbene  le  azioni  delle  correnti  indotte 
sieno  di  un  ordine  molto  diverso  da  quello 
delle  azioni  delle  correnti  voltiane,  e  le 
prime  si  attengano  più  agli  effetti  della  elet- 
tricità statica  che  a  quelli  della  elettricità 
dinamica,  sarebbe  stato  di  somma  impor- 
tanza l'aver  messo  fuor  di  dubbio  la  coe- 
sistenza indipendente  di  queste  due  diverse 
specie  di  correnti  nel  medesimo  filo. 

Trovavasi  in  questo  stadio  la  quistione , 
quando  noi  abbiamo  assunto  di  studiarla 
nella    sua    originaria   forma  ed  estensione. 

Ci  siamo  avvisati  di  dare  all'apparato 
un  cosiffatta  disposizione]  che  permettesse  a 
due  correnti  voltiane  a  forza  costante ,  di 
percorrere  due  distinti  circuiti,  e  di  eserci- 
tare, se  lo  potessero,  simultaneamente  la 
loro  azione,  ciascuna  sul  proprio  galvano- 
metro,  mediante  tre  fili,  uno  dei  quali  ser- 
visse di  comune  veicolo. 

Ecco  una  tavola  orizzontale  Figurali, 
con  tre  reofori  disposti  parallelamente  tra 
loro.  L'orditura  del  galvanometro  I  si  uni- 
sce con  un  estremo  al  reoforo  sinistro,  col- 
l' altro  estremo  al  reoforo  centrale  A  B: 
l'orditura  del  galvanometro  II  va  pure  unita 
con  un  estremo  allo  stesso  reoforo  centrale, 
coli' altro  estremo  al  reoforo  destro. 

Abbiamo  impiegato  due  coppie  di  Danieli 
a  forza  costante,  una  con  superficie  attiva 
più  che  doppia  di  quella  dell'altra.  Posta 
in  azione  la  coppia  più  piccola  in  una  delle 
sperienze  fatte,  il  galvanometro  I  deviò 
di  15°  a  indice  fisso.  Successivamente  la 
corrente  generata  dalla  coppia  più  grande 
fece  deviare  1'  ago  del  galvanometro  II 
di  27°. 

Poste  in  azione  le  due  coppie  simultanea- 
mente, in  guisa  che  il  reoforo  centrale  fosse 
in  contatto  col  polo  rame  dell'una  e  nello 
stesso  tempo  col  polo  zinco  dell'altra  coppia, 
questo  reoforo  centrale  A  B  ha  ^dovuto 
trovarsi   nella  circostanza  di  poter  servire 


ED   AGRONOMO  53 

a  comune  veicolo  delle  due  correnti  con- 
trarie,  come   viene   indicato  dalle  freccie. 

Così  disposto  l'apparato,  i  due  galvano- 
metri  segnarono  di  fatti  simultaneamente  a 
indice  fisso  quelle  stesse  deviazioni  (15°,  27°) 
che  si  erano  prima  notate  quando  i  circuiti 
si  chiusero  separatamente. 

Nell'adunanza  3  aprile  1844  questo  Corpo 
accademico  assisteva  al  descritto  esperi- 
mento, dai  risultamenti  del  quale  abbiamo 
creduto  poter  conchiudere  che  il  filo  cen- 
trale posto  a  comune  veicolo  o  permette 
realmente  a  correnti  contrarie,  comunque 
disuguali ,  di  trasmettersi  nel  medesimo 
tempo.,  senza  cagionare  alle  rispettive  loro 
intensità  alterazione  sensibile,  od  è  dotato  di 
una  proprietà  che  può ,  quanto  agli  effetti, 
corrispondere  a  questo  ufficio;  sino  d'al- 
lora prevedendo  che  tale  proprietà  impor- 
tante dal  lato  scientifico,  poteva  divenirlo 
anche  dal  lato  industriale  per  la  sua  ap- 
plicabilità alla  moderna  telegrafia. 

Questa  conclusione  veniva  avvalorata  dal 
fatto  che,  togliendo  o  interrompendo  il  con- 
duttore centrale  A  B  durante  l'azione  con- 
temporanea delle  due  coppie,  le  deviazioni 
si  alteravano  grandemente,  aumentando  nel 
galvanometro  I  e  diminuendo  nel  galvano- 
metro  II.,  le  due  correnti  essendo  obbligate 
a  coincidere  in  un  solo  circuito  con  muta- 
mento di  forza  elettromotrice  e  di  resistenza. 

Il  nostro  esperimento  veniva  chiarito  nel 
Giornale  di  questo  I.  R.  Istituto  per  1'  an- 
no 1844  (T.  IX,  p.  28,  dell'antecedente  serie 
in  8.°),  discusso  all'Accademia  delle  scienze 
di  Parigi  nell'ultima  seduta  di  giugno  1845, 
quindi  riportato  nei  Comptes  rendus  (T.  XX, 
1845,  §  32,  p.  190),  ov'è  accennato  che 
ci  studiavamo  eziandio  d' interpretarlo  col 
principio  delle  vibrazioni.  Il  dott.  Quesne- 
ville  lo  riproduceva  nella  Bevue  scientifi- 
que  et  indiistrielle  (IV.  73  del  1846,  p.  51  e 
seguenti);  e  i  signori  Breguet  e  Gounelle, 
tacendo  il  nostro  nome ,  Io  confermavano 
sulla  linea  telegrafica  da  Parigi  a  Roa- 
no, attirando  l'attenzione  del  Parlamento 
francese,  il  quale  nel  7  aprile  1847  invia- 
va una  Commissione  per  riconoscere  l'im- 
portante  fenomeno.  «  Di  concerto  col  si- 


54 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


gnor  Gounelle,  dice  Breguet  nella  sua  rela- 
zione all'Accademia  di  Parigi,  abbiamo  pro- 
vato di  trasmettere  nello  stesso  momento 
sulla  linea  da  Parigi  a  Roano  varj  segnali 
in  senso  inverso.  1  segnali  sonosi  riprodotti 
dall'una  all'altra  parte  colla  massima  esat- 
tezza. La  esperienza  fu  ripetuta  parecchie 
volte,  fra  le  altre  il  7  aprile  4847  (conti- 
nua Breguet)  in  presenza  di  una  Commis- 
sione della  Camera  dei  Deputati,  ed  il  suo 
successo  riuscì  mai  sempre  completo  ». 

Maigno,  a  pagina  255  del  suo  Traile  de 
Télégraphie  électrique  pubblicato  nel  1852, 
riporta  il  nostro  esperimento;  alla  pagina 
301  descrive  quello  dei  signori  Breguet  e 
Gounelle  ,  e  ne  tocca  la  spiegazione  rife- 
rendola ad  un  fenomeno  di  ottica. 

In  seguito,  verso  la  fine  del  1852,  nel 
Tom.  Ili  della  nuova  serie  del  Giornale  di 
questo  I.  R.  Istituto,  ci  siamo  di  nuovo  oc- 
cupati delle  particolarità  del  fenomeno  di 
cui  si  fa  parola,  estendendo  le  esperienze  di- 
rette a  comprovarlo ,  ed  esponendo  consi- 
derazioni tendenti  a  coordinarlo  ai  principi 
della  meccanica  molecolare. 

Il  sig.  Masson ,  prof,  di  fisica  al  Liceo 
Louis  le  Grand,  rendeva  consapevole  l'Ac- 
cademia delle  scienze  di  Parigi  nell'  adu- 
nanza 7  febbrajo  1853,  che  due  correnti 
elettriche  propagandosi  nell'aria  rarefatta 
e  in  senso  contrario,  possono  coesistere 
senza  distruggersi,  ma  che  cessano  di  pro- 
durre nello  spazio  comune  la  scintilla;  ed 
aggiungeva  che  due  correnti  d'induzione 
possono  attraversare  uno  stesso  filo,  cam- 
minando in  senso  contrario  senza  alterarsi 
reciprocamente. 

In  seguito  anche  i  signori  De  la  Provo- 
staye  e  Desains  comunicavano  all'  Istituto 
francese  le  loro  ricerche  sulla  possibilità 
della  circolazione  in  un  medesimo  circuito 
di  due  correnti  contrarie.  Due  fili  di  platino 
perfettamente  identici  venivano  portati  alla 
incandescenza  da  due  pile  composte  di  uno 
stesso  numero  di  coppie  eguali,  ciascun  filo 
entrando  nel  circuito  della  propria  pila.  Ma 
approssimando  i  due  fili  e  applicandoli  uno 
contro  l'altro,  1.°  se  le  due  pile  si  uniscono 
mediante  i  poli  dello  stesso  nome,  la  parte 


comune  diventa  molto  più  brillante;  2.°  se 
le  due  pile  si  congiungono  coi  poli  di  nome 
contrario,  la  parte  comune  si  estingue  re- 
pentinamente. Il  fatto  è  semplicissimo:  e 
pure  motivò  interpretazioni  contradditorie. 
I  signori  De  la  Provostaye  e  Desains  af- 
fermano :  1.°  che  in  ambo  i  casi  le  due  cor- 
renti sussistono,  e  circolano  realmente  nella 
parte  comune;  2.°  che  questa  parte  comune 
si  estingue  nel  secondo  caso ,  perchè  le 
azioni  esterne  delle  effettive  correnti  in  senso 
contrario  si  neutralizzano,  senza  che  le 
correnti  cessino  di  circolare. 

I  signori  Foucault  e  Regnault  si  mostra- 
rono sommamente  sorpresi  di  questa  inter- 
pretazione ,  e  la  giudicarono  anzi  stranis- 
sima. Nel  1.°  caso,  in  cui  le  pile  si  uniscono 
coi  poli  dello  stesso  nome,  e  costituiscono 
una  pila  unica  di  doppia  superficie  e  in- 
tensità,- essi  ammettono  che  le  due  correnti 
passino  effettivamente  nella  parte  comune, 
e  coincidano  per  produrre  una  maggiore 
incandescenza;  e  negano  asseverantemente 
che  nel  secondo  caso,  in  cui  le  pile  si  con- 
giungono coi  poli  di  nome  contrario,  le  cor- 
renti circolino  realmente  nella  parte  comune; 
sostengono  anzi  che  non  vi  possa  sussistere 
corrente  di  sorta  alcuna. 

Su  di  che  non  è  senza  importanza  il  notare 
che  se  una  corrente  nulla ,  e  due  correnti 
eguali  che  neutralizzano  le  loro  azioni  ester- 
ne sono  la  stessa  cosa  per  riguardo  all'effetto 
prodotto  sulla  parte  comune,  considerati 
però  in  sé  al  punto  di  vista  teorico  e  per 
riguardo  alle  applicazioni,  i  due  concetti 
hanno  un  significato  e  un  valore  differen- 
tissimo. 

Augusto  De  la  Rive  entra  nell'arringo, 
affermando  che  25  anni  prima  dei  signori 
De  la  Provostaye  e  Desains  aveva  eseguito 
lo  stesso  esperimento,  e  che  la  interpreta- 
zione del  risultato  negativo  ottenuto  colle 
correnti  opposte  non  poteva  essere  dubbioso. 
Ecco  a  cosa  si  riduce ,  secondo  il  De  la 
Rive,  V  esperimento. 

Si  hanno  due  pile  voltiane,  ciascuna  di 
un  certo  numero  di  coppie  eguali:  esse  si 
uniscono  fra  loro  coi  poli  contrai]  mediante 
due  conduttori  in  modo  di  formare  un  cir- 


ARCHITETTO 

cuito  completo.  Si  congiungono  con  un  filo 
di  platino  questi  due  conduttori;  se  una 
corrente  derivata  attraversasse  questo  filo, 
essa  non  potrà,  die' egli,  che  essere  debo- 
lissima ,  l' interno  di  ciascuna  pila  condu- 
cendo, a  parer  suo,  la  corrente  con  mag- 
giore facilità  che  il  filo  di  platino;  la  qual 
cosa  De  la  Rive  crede  comprovata  dalla 
incandescenza  che  acquista  il  detto  filo 
quando  si  trova  nel  circuito  dell'uno  o  del- 
l'altro reomotore.  E  perciò  egli  giudica 
1'  esperimento  concepito  dai  signori  De  la 
Provostaye  e  Desains  impossibile  ad  effet- 
tuarsi; vale  a  dire,  crede  che  non  si  pos- 
sano far  camminare  due  correnti  elettriche 
in  senso  contrario  per  un  solo  filo  me- 
tallico. 

Ma  questa  spiegazione  di  De  la  Rive  non 
ci  soddisfa,  perchè  non  possiamo  ammet- 
tere la  resistenza  di  un  certo  filo  di  platino 
essere  maggiore  di  quella  che  alla  circola- 
zione della  corrente  presentano  i  truogoli, 
cioè  i  solidi  ed  i  liquidi  nell'  interno  delle 
pile.  D'  altronde  il  fenomeno  della  incan- 
descenza del  filo  collocato  nell'uno  o  nel- 
l'altro circuito  non  include  veruna  condi- 
zione che  faccia  argomentare  questo  eccesso 
di  resistenza. 

I  fatti  precedentemente  osservati  dal  prof. 
Masscn  l'avevano  naturalmente  condotto 
ad  estenderne  le  ricerche;  ma  egli  non  ne 
aveva  pubblicate  le  risultanze,  quando  i  si- 
gnori De  la  Provostaye  e  Desains  fecero 
conoscerei  fenomeni  che  già  abbiamo  sopra 
riferiti.  Masson  affrettossi  pertanto  a  riven- 
dicare la  priorità  dei  fatti  in  loro  confronto, 
dichiarando  nella  stesso  tempo  che  l'espe- 
rienze eseguite  alla  maniera  de' suoi  nobili 
rivali  conducevano  a  risultamenti  assai  dub- 
biosi. Suppongono  essi  che  due  correnti 
elettriche  opposte  circolino  nel  filo  di  platino 
che  resta  freddo:  tale  coesistenza,  dice  Mas- 
son, è  possibile:  ma  le  sperienze  nelle  con- 
dizioni in  cui  vennero  fatte ,  non  la  com- 
provano ,  giacché  nel  filo  unico  o  nei  due 
fili  sovrapposti,  anziché  sussistere  due  cor- 
renti in  senso  inverso,  potrebbe  esservi  as- 
soluta mancanza  di  corrente,  come  pensa 
De  la  Rive.  Per  la  qual  cosa  il  prof.  Mas- 


ED  AGRONOMO  55 

son  è  di  parere,  che  la  dimostrazione  non 
riuscirà  rigorosa  se  non  quando  alle  pile, 
ove  la  forza  elettrica  reagisce  sull'azione 
chimica  ,  verranno  sostituite  altre  fonti  di 
elettricità  che  possedano  una  esistenza  in- 
dipendente dalla  corrente,  e  che  questa  non 
possa  modificarsi  reagendo  sulla  causa  che 
la  produce.  Crede  il  prof.  Masson  che  gli 
apparati  magneto-elettrici  o  d' induzione 
appartengano  a  questa  classe  di  sorgenti  ; 
e  tale  sua  idea  ci  sembrerebbe  invero  giusta 
e  felicissima  se  le  correnti  indotte  conser- 
vassero quella  continuità  che  forma  il  ca- 
rattere delle  correnti  voltiane. 

Comunque  ciò  sia,  giova  qui  riportare  i 
fatti  principali  dal  prof.  Masson  annunciati 
all'Accademia  delle  scienze  di  Parigi  nel- 
l'adunanza 5  dicembre  4853  (Comptes  ren- 
dus,  2°  sem.  4853,  T.  37,  p.  850)  come  ot- 
tenuti da  correnti  (generate  da  due  apparati 
d'induzione  di  Rhumkorff,  ciascuno  animato 
da  46  coppie  di  fiunsen)  che  si  propagano 
in  un  medesimo  circuito  agendo  nello  stesso 
senso  o  in  senso  contrario. 

Le  correnti  dirette,  ossia  rese  coincidenti 
in  un  apparato  di  decomposizione,  produ- 
cono un'azione  chimica  molto  energica;  e 
rendono  le  punte  degli  elettrodi  sommamente 
luminose:  le  correnti  opposte  invece  arre- 
stano l'ordinaria  azione  chimica,  danno  però 
ancora  qualche  decomposizione  che  reca 
a  ciascun  polo  gli  stessi  prodotti,  le  punte 
degli  elettrodi  si  eclissano,  ma  sono  ancora 
mantenute  al  calor  rosso  bruno. 

Gli  effetti  fisiologici,  cioè  le  commozioni, 
si  manifestano  colla  stessa  forza,  comunque 
le  correnti  si  dirigano  nel  medesimo  verso 
o  per  verso  contrario. 

D'altra  parte,  gli  effetti  calorifici  in  un 
conduttore  continuo  ed  omogeneo  mancano 
interamente  quando  le  correnti  sono  inverse. 
E  siccome  questi  ultimi  effetti  sono  dovuti 
all'azione  dinamica  delle  correnti,  e  le  com- 
mozioni sono  il  risultato  della  tensione  della 
corrente  che  passa  dai  metalli  ai  liquidi , 
ossia  dai  conduttori  di  4.a  classe  a  quelli 
di  2.a  classe,  e  viceversa;  così  Masson  giu- 
dica gli  effetti  fisiologici  favorevoli  alla  opi- 
nione   che    due  correnti  eguali  ed  opposte 


GIORNALE  DELL'  INGEGNERE 


possano   coesistere   senza   distruggersi,   e 
senza  produrre  effetti  dinamici. 

Il  sig.  Moigno  nel  Cosmos  (An.  3.°  1854, 
T.  1Y,  p.  216),  pensando  agli  esperimenti 
dei   signor   De   la  Provostaye  e  Desains, 
spinge  più  lontano  le  sue  vedute ,  suppo- 
nendo che  il  filo  comune  di  platino  venga 
soppresso ,    e    che    le  due  pile  si  uniscano 
semplicemente  coi  poli  dello  stesso  nome, 
per  cui  le  correnti  si  rendono  contrarie.  E 
ili  tal  caso  che  cosa  dee  avvenire?  Si  pos- 
sono   fare,  die' egli,  due  supposizioni:  1.° 
che  le  due  correnti  circolino  in  senso  con- 
trario   in   tutta   la   estensione  del  comune 
circuito,  e  vi  sarà  corrente  senza  tensione, 
e    quindi  senza  azione  esterna  ;  2.°  che  le 
correnti    inverse    non    circolino    minima- 
mente, e  nemmeno  si  annullino,  ma  si  ten- 
gano in  bilico,  vale  a  dire  si  facciano  equi- 
librio ,  come  si  fanno  equilibrio  nel  canale 
che    congiunge    due  vasi  comunicanti  due 
colonne  di  liquido  della  medesima   densità 
ed    altezza.    Quale  di  queste  due  ipotesi  è 
la  più  probabile? 

Moigno  propende  per  la  prima.  Foucault 
si  è  dichiarato  per  l'opposta  sentenza:  egli 
crede  vera  soltanto  la  seconda  ipotesi,  vede 
nel  paragone  dei  vasi  comunicanti  la  espres- 
sione del  fatto  della  natura,  e  considera  la 
corrente  come  la  circolazione  di  una  reale 
vena  fluida:  due  correnti  contrarie  e  simul- 
tanee in  uno  stesso  filo  sono  da  lui  giudicate 
una  impossibilità  assoluta. 

Noi ,  abbandonata   la    idea  della  fluidità 
elettrica  o  di  materia  che  si  traslata,  siamo 
da   molto  tempo  disposti  a  credere  che  le 
forze  o  cause  di  due  correnti  contrarie  ed 
eguali  possono  trasmettersi  per  uno  stesso 
filo  senza  distruggersi  non  meno  che  senza 
manifestarsi  nella  comune  porzione  di  cir- 
cuito. 
Ma  seguitiamo  la  narrazione  dei  fatti. 
L'abbate   Zantedeschi   dopo    avere   de- 
scritte nell'ateneo  italiano  alcune  esperienze 
da   lui   eseguite    a  Vienna    nel    novembre 
del   1853   in  concorso  del  sig.  Gintl,  dalle 
quali  risulta  potersi  avere   corrente  a  cir- 
cuito aperto,  od  almeno  a  circuito  che  non 
si   chiude  nel  modo  ordinario  (perciocché 


fra  una  lamina  metallica  sepolta  nella  terra 
a   Vienna    e  un  filo  metallico  lungbissimo 
disteso  da  Vienna  ad  Hermanstadt,  daVienna 
a  Salisburgo,  da  Vienna  a  Trieste,  da  Vienna 
ad  Olmiitz,  sostenuto  ed  isolato  nell'atmo- 
sfera, sonosi  manifestate  correnti  elettriche, 
esperienze  del  tutto  analoghe  a  quelle  da 
noi  fatte  nel  1844  da  Milano  a   Monza  al- 
l'epoca della  sesta  riunione  degli  scienziati 
italiani,  e  nel  mondo  scientifico  abbastanza 
conosciute),:    descritte    le    anzidette    espe- 
rienze ,  l'abbate  Zantedeschi,  nello  stesso 
fascicolo  Ae\Y Ateneo  italiano,  descrive  pur 
anche  l'esperimento  di  corrispondenza  si- 
multanea in  due  direzioni  contrarie  con  un 
solo  filo,  eseguito  il  giorno  22  ottobre  1854 
dal  sig.  Gintl,  e  al  quale  assisteva  il  Pro- 
fessore di  Padova. 

Merita  di  essere  notato  che  questa  corri- 
spondenza   simultanea   in    senso  contrario 
felicemente  effettuata  in  Vienna  col  telegrafo 
elettro-chimico  di  Gintl,  il  cui  modo  di  co- 
struzione è  tenuto  ancora  segreto,  non  siasi 
potuta  ottenere  col  telegrafo  di  Morse.  Que- 
sta circostanza  tenderebbe  di  prima  giunta 
ad  avvalorare  1'  opinione  che  se  i  due  se- 
gnali vengono  ricevuti,  le  due  trasmissioni 
non  sono  rigorosamente  simultanee,  ma  che 
la  corrente  nel  medesimo  filo  passa  in  tempi 
differenti  ora  in  un  senso  ed  ora  nell'altro, 
potendo    le    pulsazioni   esercitate    sui  tasti 
non  essere  a  tutto  rigore  simultanee.  Pare 
di  fatto  che  l'azione  chimica  domandi  per 
esercitarsi  un  tempo  più  breve  di  quello  che 
domanda  l'azione  meccanica  per  l'attrazione 
delle    calamite    temporarie.   Si    concepisce 
pertanto    di   leggieri  in  questa  ipotesi  che 
una  differenza   anche  sommamente  piccola 
di  tempo  tra  due  pulsazioni  alle  due  sta- 
zioni estreme  potrebbe  bastare  a  una  im- 
pressione chimica  e  non  bastare  a  una  im- 
pulsione meccanica;  lo  stesso  Zantedeschi 
dopo    avere    assistito    agli  esperimenti  del 
sig.    Gintl  pareva  devenuto  a  siffatta  con- 
clusione. Ma  ritornato  in  Padova,  mutò  pa- 
rere dopo  avere  eseguito  un  esperimento, 
che  si  può  ridurre  alla  più  semplice  espres- 
sione colla  Figura  III. 
Sopra  un  medesimo  tavolo   sono   dispo- 


ARCHITETTO 

sti  due  telegrafi  di  Morse  in  T  e  T,  e  due 
pulsatori ,  ognuno  colla  sua  pila ,,  in  P  e 
F.  Chiusi  i  circuiti  li  R  A  T  Z  R,  R' 
A  B  T  Z'  R'  con  filo  di  rame,  la  porzione 
A  B  comune  ai  due  circuiti  dovrebbe  es- 
sere percorsa  simultaneamente  dalle  due 
correnti  opposte.  Ora  per  la  disposizione 
dei  circuiti  medesimi,  le  due  correnti  delle 
due  pile  potrebbero  camminare  o  per  la  di- 
rezione RB  T  Z'  R'  A  TZRo  nelle  dire- 
zioni RRATZR,R'  ART  Z  R';  nel  1.° 
caso,  sul  filo  AR  non  vi  sarebbe  alcuna 
corrente:  ed  i  segni  trasmessi  dal  pulsa- 
tore P  dovrebbero  stamparsi  anche  in  T , 
e  quelli  trasmessi  dal  pulsatore  P'  dovreb- 
bero stamparsi  anche  in  T.  Nel  2.°  caso  sul 
filo  centrale  A  B  le  due  correnti  s'incon- 
trerebbero, e  se  non  vi  avesse  luogo  equi- 
librio, né  conflitto  o  perturbamento  di  sorta, 
le  pulsazioni  di  P  dovrebbero  imprimersi 
sulla  carta  dell'apparato  T,  e  le  pulsazioni 
di  P'  sulla  carta  dall'  apparato  7".  L'espe- 
rienza fatta  dal  Zantedeschi  avrebbe  ap- 
punto verificata  quest'ultima  supposizione, 
per  cui  il  filo  A  B  sarebbe  percorso  nello 
stesso  tempo  da  due  correnti  in  senso  con- 
trarie. 

Moigno  nel  Cosmos  1854  (Anno  3,  Voi.  5, 
fase.  24,  pag.  688  e  seguenti  )  sembra  aver 
cambiato  di  parere  sul  modo  di  considerare 
il  fenomeno  in  questione  e  combatte  que- 
sta conclusione  del  Zantedeschi  perchè 
non  la  vede  bene  contenuta  nelle  pre- 
messe ,  nulla  ancora  provando  agli  occhi 
suoi  la  simultaneità  assoluta  delle  due  cor- 
renti; ed  ecco  com' egli  ragiona.  Nell'espe- 
rimento del  Zantedeschi  il  filo  di  rame  AB 
aveva  la  lunghezza  di  un  metro:  la  corrente, 
ammesso  che  abbia  la  velocità  di  cento  mila 
chilometri  per  secondo,  avrebbe  impiegato 
un  cento  milionesimo  di  secondo  a  percor- 
rere il  detto  filo  A  B.  Ora  si  può  scom- 
mettere, die' egli,  dieci  miliardi  contro  uno  , 
esservi  un  intervallo  maggiore  di  un  cento 
milionesimo  di  secondo  fra  le  pulsazioni  di 
due  trasmettitori;  o  per  meglio  dire,  è  as- 
solutamente impossibile  che  non  sussista 
un  intervallo  di  tempo  molto  maggiore  di 
un  cento  milionesimo  di  secondo  tra  le  pul- 

Voì.  111.  Agosto  1855 


ED  AGRONOMO  57 

sazioni  esercitate  sui  tasti.  Questo  esperi- 
mento adunque ,  conclude  il  Moigno ,  non 
dimostra  l'assunto. 

Noi  non  possiamo  convenire  in  cotale 
sentenza.  Lo  scienziato  francese  non  avrebbe 
questa  volta  rettamente  estimati  i  fenomeni 
ottenuti  dal  professore  Zantedeschi,  il  quale 
assevera  che  un  abile  meccanico  colla  sua 
destra  telegrafava  dei  punti  nello  stesso 
tempo  che  colla  sua  sinistra  telegrafava 
delle  linee.  La  continuità  d'azione  che  do- 
manda la  scrittura  di  una  linea  sembra 
escludere  affatto  gli  intervalli  di  tempo  gra- 
tuitamente supposti  da  Moigno. 

Dobbiamo  anzi  dichiarare  che  l'esperi- 
mento del  Professore  di  Padova  ci  ha  re- 
cato soddisfazione,  avendo  egli  infine  adot- 
tato il  metodo  che  noi  praticammo  nell'a- 
nalogo esperimento  eseguito  1'  anno  1844, 
mediante  il  quale  fino  d'allora  siamo  ve- 
nuti alla  stessa  conclusione,  colla  sola  dif- 
ferenza che  ai  due  galvanometri  da  noi 
impiegati  egli  sostituì  due  apparati  tele- 
grafici di  Morse. 

Se  non  che  il  professore  Zantedeschi  om- 
mise  una  importante  osservazione  che  va- 
leva forse  a  troncare  le  difficoltà  opposte 
da  Foucault,  e  che  non  fu  da  noi  trascu- 
rata nel  succitato  esperimento  del  1844.  A 
porre  fuori  di  dubbio  che  il  reoforo  cen- 
trale o  permette  la  trasmissione  delle  due 
correnti  inverse ,  od  è  dotato  di  qualche 
proprietà  che  corrisponde  a  questo  ufficio, 
il  Zantedeschi  doveva  osservare  che  cosa 
sarebbe  avvenuto  dei  segnali  trasmessi  qua- 
lora il  reoforo  centrale  fosse  stato  levato 
o  interrotto.  Se  per  la  eguaglianza  delle 
due  correnti  opposte  succedesse  la  loro  neu- 
tralizzazione o  l'equilibrio  nel  detto  reoforo, 
in  modo  d'impedire  che  per  esso  si  tra- 
smettano le  cause  atte  a  manifestare  le  cor- 
renti stesse  nelle  altre  parti  del  circuito,  il 
reoforo  centrale  potrebbe  essere  levato  im- 
punemente, vale  a  dire  si  otterrebbero  an- 
cora gli  stessi  effetti,  sebbene  le  due  cor- 
renti fossero  allora  obbligate  di  coincidere 
e  propagarsi  unitamente  nel  circuito  R  B 
TURA  TZR.  Ora  togliendo  il  reoforo, 
gli   effetti    si  alterano  per  modo  che  i  due 

8 


58 

dispacci  non  possono  più  essere  trasmessi. 
Vedrete,  onorevoli  Colleghi,  colle  esperienze 
che  avremo  l'onore  di  eseguire  dopo  la 
presente  lettura,  che  niuna  delle  due  cor- 
renti potrà  circolare  separatamente;  circo- 
leranno entrambe  solo  allora  che  i  due  pul- 
satori saranno  posti  simultaneamente  in 
azione ,  ma  si  produrranno  ogni  volta  gli 
stessi  segnali  in  ambedue  le  stazioni. 

E  perciò  crediamo  non  esservi  annulla- 
zione di  correnti  nel  reoforo  centrale,  cioè 
crediamo  che  le  forze  o  cause  dei  due  moti 
elettrici  possano  esservi  trasmesse  simulta- 
neamente in  senso  contrario. 

Non  possiamo  nascondere  che  questa  no- 
stra maniera  d'interpretare  i  fenomeni  con- 
seguiti cogli  apparati  di  Morse  può  andare 
incontro  ad  altra  obbiezione.  Tenendo  pre- 
muto il  tasto  P,  si  ottiene  nell'apparato 
scrivente  T della  stazione  opposta  una  linea: 
se  durante  questa  pressione  sul  tasto  P,  il 
corrispondente  abbassa  il  proprio  tasto  P'per 
mandare  dei  punti  sull'  apparato  scrivente 
T'  dell'interlocutore,  questi  punti  vi  si  pro- 
durranno in  realtà,  mentre  dall'altra  banda 
seguiterà  tuttavia  ad  essere  tracciata  la  li- 
nea. Il  che  non  succederebbe  per  causa  che 
le  correnti  contrarie  effettivamente  si  tra- 
smettono nel  filo  centrale  ,  ma  perchè  al- 
l' atto  del  simultaneo  abbassamento  del  se- 
condo tasto  le  due  correnti  diventano  coin- 
cidenti ,  cioè  abbandonano  il  filo  centrale , 
entrano  nelle  pile  e  circolano  pel  filo  esterno 
continuando  l'azione  già  incoata  dalla  prima 
corrente. 

Ma  a  ciò  si  risponde 'osservando:  1.°  che 
se  tale  distribuzione  di  correnti  è  possibile, 
non  ne  viene  di  necessità  che  realmente 
abbia  luogo;  2.°  che  sebbene  l'esperimento 
fatto  cogli  apparati  di  Morse  lasci  invero 
sussistere  il  dubbio  (non  essendo  tali  appa- 
rati suscettibili  di  manifestare  le  variazioni 
d'intensità  che  le  correnti  devono  subire 
per  la  mutata  loro  distribuzione),  l'espe- 
rimento fatto  invece  coi  galvanometri  lo  to- 
glie interamente,  rendendo  essi  apertissime 
le  variazioni  d' intensità  delle  correnti  , 
quando  si  tolga  il  reoforo  comune. 
Per  avvalorare  le  cose  esposte  si  pren- 


GIORNÀLE  DELL  INGEGNERE 


dano  quattro  coppie  di  Danieli  con  diversa 
superficie  attiva ,  indicate  coi  numeri  ara- 
bici d,  2,  3,  4,  nella  Figura  IV,  e  quattro 
galvanometri  rappresentati  coi  numeri  ro- 
mani I,  II,  III,  IV,  disponendoli  in  modo 
che  per  uno  stesso  filo  A  B  possano  nello 
stesso  tempo  camminare  le  quattro  correnti, 
due  coincidenti  nei  circuiti  li  B  A  C  1  Z  R, 
ìj  B  A  1  V  z'  r' ,  e  due  opposte  alle  prime 
nei  circuiti  R'  1ICABZR',  ri  11  AB 
%  r:  si  vedrà  che  esse  produrranno  simul- 
taneamente effetti  eguali  a  quelli  che  ma- 
nifestano quando  si  fanno  agire  una  dopo 
1'  altra  nel  proprio  circuito. 

Ed  a  confermare  che  il  filo  A  B  comune 
ai  quattro  circuiti  permette  il  passaggio  si- 
multaneo alle  cause  delle  quattro  correnti, 
o  è  dotato  di  una  proprietà  corrispondente 
a  questo  ufficio,  si  può  ripetere  l'osserva- 
zione ,  che  interrompendo  questo  filo  du- 
rante l'azione  contemporanea  dei  quattro 
elettromotori,  tutti  gli  effetti  galvanometrici 
si  alterano  grandemente  ;  di  che  si  rileva 
facilmente  la  ragione  considerando  che  in 
tal  caso  si  mutano  i  circuiti  e  si  modificano 
tanto  le  forze  elettromotrici  quanto  le  re- 
sistenze. 

Per  la  disposizione  data  al  nostro  ap- 
parato crediamo  poter  considerare  le  coppie 
voltiane  come  altrettante  bottiglie  di  Leida, 
per  riguardo  agli  effetti  della  tensione  e 
della  corrente  che  nasce  dalla  scarica.  È 
noto  che  due  bottiglie  isolate  non  si  sca- 
ricano mettendo  in  comunicazione  l'arma- 
tura interna  dell'una  coli' esterna  dell'altra: 
la  scarica  ha  luogo  soltanto  allora  che  co- 
municano tra  loro  le  due  armature  interna 
ed  esterna  di  ciascuna  bottiglia.  L'  equili- 
brio elettrico  rotto  fra  il  rame  e  lo  zinco 
di  ciascun  reomotore  tende  invincibilmente 
a  ristabilirsi  attraverso  il  proprio  liquido 
se  non  avvi  interruzione. 

Dovendo  dar  termine  alla  nostra  esposi- 
zione ,  v'invitiamo,  onorevoli  Colleghi,  a 
volgere  indietro  per  un  istante  lo  sguardo 
sul  cammino  che  abbiamo  percorso,  e  ri- 
conoscerete che  la  simultanea  trasmissione 
nello  stesso  filo  delle  forze  o  cause  che 
danno  origine  a  correnti  contrarie  conta  in 


ARCHITETTO 

suo  favore  i  nostri  esperimenti  del  1844, 
quelli  posteriori  di  Breguet  e  Gounelle, 
quelli  di  La  Provostaye  e  Desains,  quelli 
di  Masson,  di  Gintl,  ed  i  nostri  più  recenti 
che  riprodurremo  alla  vostra  presenza. 

La  trasmissione  simultanea  di  correnti 
contrarie  nel  medesimo  filo  è  pur  conva- 
lidata dal  paragone  fra  la  propagazione 
delle  correnti  elettriche  e  la  propagazione 
della  luce  e  del  suono.  Il  passaggio  simul- 
taneo delle  forze  atte  a  generare  correnti 
in  senso  contrario  può  essere  assimigliato 
al  fatto  di  una  moltitudine  di  raggi  lumi- 
nosi che  partendo  insieme  da  tutti  i  punti 
di  un  vasto  orizzonte  passano  per  lo  stesso 
forellinó  praticato  in  una  carta,  senza  che 
la  visione  cessi  di  essere  distinta.  La  coe- 
sistenza di  dette  forze  elettriche  contrarie 
che  nello  stesso  conduttore  cagionano  un 
abbassamento  di  temperatura  in  confronto 
d'allora  che  sono  coincidenti  ha  per  sé  il 
principio  delle  interferenze,  per  il  quale  luce 
aggiunta  a  luce  può  dare  oscurità;  ha  per 
sé  i  principii  di  meccanica  razionale,  po- 
tendo ricevere  una  spiegazione  colle  note 
leggi  della  trasmissione  simultanea  di  moti 
contrarli  per  una  serie  di  corpi  elastici,  ed 
ha  eziandio  per  sé  il  principio  della  sovrap- 
posizione dei  piccoli  movimenti.  Il  mini- 
missimo  spazietto  percorso  in  un  istante  da 
un  corpo  sollecitato  da  più  forze  (spazietto 
che  può  dirsi  un  punto)  rappresenta  alla 
nostra  mente  tutti  i  minimissimi  spazietti 
che  percorrerebbe  per  l'effetto  di  ciascuna 
forza  isolata:  così  si  ravvisano  in  un  solo  i 
singoli  movimenti.  Possiamo  incontrare  que- 
sto principio  della  sovrapposizione  dei  piccoli 
movimenti ,  gettando  sassi  in  diversi  punti 
sovra  una  superficie  d'acqua  stagnante.  Ve- 
dremo formarsi  molti  sistemi  di  onde  cir- 
colari che  incrocicchiandosi  si  propagano 
senza  alterarsi  1'  un  l'altro.  Nei  punti  d'in- 
crocicchiamento,  per  il  detto  principio,  po- 
tremo ravvisare  separati  i  moti  che  appar- 
tengono a  ciascun  sistema  di  circoli. 

Concepiamo  potersi  appunto  effettuare  in 
modo  analogo  la  trasmissione  di  varii  moti 
elettrici  in  un  conduttore.  Né  altrimenti  ac- 
cade  quando   per   l'aria    di  una  stanza  si 


ED  AGRONOMO  59 

propagano  suoni  di  diversi  strumenti:  le 
onde  aeree  s'incrocicchiano  in  tutti  i  sensi 
senza  alterarsi,  e  prova  ne  sia  l'udirsi  ben 
percepiti  tutti  i  suoni  come  se  si  produces- 
sero uno  alla  volta. 

Se  una  corrente  consistesse  veramente 
nell'efflusso  di  una  vena  fluida,  è  certo  che 
questa  vena  non  riempirebbe  un  filo  con- 
duttore, perchè  la  circolazione  di  due  o  più 
correnti  nello  stesso  senso  per  uno  stesso  filo 
è  ammessa  da  tutti.  Ma  questo  fatto  invero 
non  si  accorda  col  paragone  dei  vasi  co- 
municanti di  Foucault  meglio  che  la  cir- 
colazione di  due  correnti  in  senso  contrario. 
Diamo  invece  che  la  corrente  fosse  il  ri- 
sultato di  una  serie  di  vibrazioni ,  niente 
opporrebbesi  alla  trasmissione  simultanea 
di  correnti  in  senso  contrario,  niente  oppor- 
rebbesi alla  indipendenza  delle  loro  cause. 

La  materia  elettrica  e  la  sua  fluidità, 
come  venne  finora  considerata  nelle  scuole, 
non  è  che  un  simbolo,  dice  il  prof.  Maas 
nel  Bidletin  de  fjeadémie  Royale  de  Bel- 
giqùe  (T.  XIV,  P.  1. 1849,  pag.  167  e  seg.); 
il  suo  modo  di  azione  non  è  pur  altro  che  un 
simbolo,  e  per  conseguenza  pare  non  por- 
tersi  considerare  come  causa  fisica  né  per 
la  sua  essenza  né  per  le  sue  qualità.  An- 
che l'illustre  Faraday  più  volte  fu  indotto 
dalla  logica  inesorabile  dei  fatti  a  riferire 
la  natura  della  elettricità  a  piccoli  moti  in- 
testini. 

In  breve  la  ipotesi  della  fluidità  elettrica 
forse  più  non  servirà  che  alla  storia  della 
scienza. 

La  surriferita  Memoria  del  prof.  Magrini 
sulla  trasmissione  simultanea  di  correnti 
elettriche  contrarie  nel  medesimo  filo ,  e  i 
relativi  esperimenti  eseguiti  seduta  stante, 
diedero  luogo  ad  una  discussione  che  fu 
proseguita  anche  nelle  successive  adunanze. 
Venne  quindi  eletta  una  Commissione  allo 
scopo  di  continuare  gli  studj  e  le  ricerche 
sull'argomento,  e  riferirne  di  poi  al  Corpo 
academico  i  risultamene  11  rapporto  della 
Commissione  verrà  pubblicato  in  uno  dei 
prossimi  fascicoli  di  questo  Giornale. 

{Dal  Giorn.  deWl.  Il  Ist.  Lomb.) 


60 


GIORNALE   DELL  INGEGNERE 


Il  Terinosifone 

applicato  al  riscaldamento 

delle  serre. 

(Vedi  la  Tav.  8,  fig.  5  alla  8.) 

Tutte  le  piante  collocate  nelle  serre  esi- 
gono un'atmosfera  artificialmente  riscaldata. 
Fra  i  mezzi  proposti  fino  al  presente  per 
produrre  un  calore  artificiale  appropriato 
ai  bisogni  dell'orticoltura  il  migliore  è  senza 
dubbio  l'acqua  riscaldata  col  mezzo  dell'ap- 
parato die  si  denomina  termosifone,  inven- 
tato in  Francia  al  principio  di  questo  secolo 
da  Bonnemain,  uomo  assai  dotto,  morto, 
come  molti  altri,  dimenticato  e  nella  miseria. 

Ognuno  conosce  il  modo  con  cui  si  ri- 
scaldano le  masse  liquide  alle  quali  sia  ap- 
plicato il  calore  in  un  punto  qualunque 
della  loro  superficie  inferiore.  Lo  strato  li- 
quido il  più  prossimo  al  focolajo  per  la  pre- 
senza di  una  grande  quantità  di  calorico 
diventando  più  leggiero  che  la  residua  parte 
della  massa,  attraversa  la  stessa  massa,  e  si 
colloca  nella  parte  superiore,  al  quale  viene 
sostituita  altra  parte  più  fredda,  che  a  sua 
volta  diventa  calda;  in  tal  maniera  si  attivano 
delle  correnti  calde  ascendenti  e  fredde  di- 
scendenti fino  a  che  tutto  il  liquido  è  pervenuto 
alla  medesima  temperatura.  Tale  è  la  teoria 
del  termosifone.  L'apparato  consiste  in  una 
caldaja  sormontata  d'un  tubo  ripiegato  sopra 
sé  stesso,  come  si  trova  rappresentato  dalla 
fig.  8,  tav.  8,  il  tutto  riempiendosi  d'acqua 
colla  possibile  esattezza  e  successivamente 
chiudendosi  il  vaso  ermeticamente.  A  mi- 
sura che  l'acqua  nella  caldaja  B  si  riscalda, 
essa  mediante  il  tubo  D  ascende  nelle  parti 
superiori  dell'apparato,e  raffreddata  discende 
di  bel  nuovo  nella  caldaja  mediante  il  tubo  C, 
andando  a  sostituire  l'acqua  che  si  innalza  in 
ogni  istante:  si  stabilisce  con  ciò  una  circo- 
lazione che  non  viene  interrotta  sin  tanto 
che  si  mantenga  il  focolajo  A:,  si  deve  però 
far  in  modo  che  l'acqua  si  conservi  più  che 
sia  possibile  a  qualche  grado  al  disotto  del- 
l'ebollizione, onde  la  stessa  acqua  possa  ser- 
vire per  molto  tempo.  L'apparato  si  riempie 
mediante  un  imbuto  in  E. 


Non  vi  è  apparato  destinalo  al  riscalda- 
mento che  consumi  meno  combustibile  quanto 
il  termosifone,  e  qualora  esso  sia  lodevol- 
mente costruito  in  tutte  le  sue  parti,  può 
durare  molti  anni  senza  il  bisogno  di  alcuna 
riparazione. 

Il  suo  unico  difetto  è  quello  di  non  poter 
riparare  al  freddo  subitaneo  ed  impreveduto, 
inquantochè  vi  abbisogna  almeno  un'ora 
onde  se  ne  possa  sentire  l'effetto  utile  mentre 
i  tubi  ordinarj  riempiti  d'aria  calda  possono 
innalzare  in  8  a  10  minuti  da  15  a  20  gradi 
la  temperatura  della  serra  :  ma  avvi  però 
il  vantaggio  che  il  raffreddamento  è  molto 
più  lento  conservando  il  termosifone  il  ca- 
lore per  molte  ore  anche  dopo  che  sia'estinto 
il  fuoco  al  disotto  della  caldaja,  e  dà  con 
ciò  una  sicurezza  al  giardiniere  di  poter 
avere  lo  stesso  grado  di  quanto  lo  si  po- 
trebbe ottenere  qualora  la  serra  fosse  ri- 
scaldata col  vapore. 

Il  termosifone  non  cagiona  nella  serra 
alcun  movimento  o  sconcerto,  poiché  non 
esige  qualsiasi  opera  di  riparazione.  I  tubi 
del  calore  delle  stufe  ordinarie  costruiti  in 
ghisa,  in  mattoni  o  in  terra  cotta  si  riem- 
piono di  fuliggine  e  cenere  che  è  d'uopo  di 
togliere  ad  ogni  tratto.  In  essi  si  formano 
deile  screpolature,  specialmente  nelle  con- 
giunzioni dei  tubi,  e  per  essi  il  fumo  e  la 
polvere  si  introducono  nella  serra,  ed  è 
d'uopo  di  toglierli  essendo  di  un  grave 
danno.  Questi  inconvenienti  non  si  verificano 
punto  col  termosifone. 

Alcuni  costruttori  assai  riputati,  e  che 
godono  la  confidenza  degli  orticoltori,  met- 
tono fra  i  vantaggi  del  termosifone  quello 
di  dare  un  calore  umido.  Alla  pag.  116  del 
Buon  giardiniere  si  legge:  «  Questi  apparati 
producono  un  calore  umido  più  favorevole 
alle  piante  di  quello  delle  stufe.  »  E  più  in- 
nanzi: «  Un  altro  vantaggio  del  termosi- 
fone sulle  stufe  si  è  che  il  calore  è  umido 
e  benefico  alle  piante ,  mentre  che  quello 
delle  stufe  tende  a  diseccarle  ed  a  nuocere 
1'  organismo  ,  locchè  obbliga  il  coltivatore 
ad  innaffiarle  più  spesso,  ed  a  dar  loro  dei 
bagni  a  vapore  ». 

L'orticoltore  che  fidasse  su  questa  asser- 


ARCHITETTO 

zione  ed  ommettesse  di  dure  all'atmosfera 
della  serra  riscaldata  col  termosifone  quel 
grado  d'umidita  che  si  riconosce  necessario 
alle  piante  cadrebbe  in  un  vero  errore  che 
potrebbe  tornargli  di  pregiudizio. 

Il  calorico ,  principio  del  calore,  non  può 
essere  per  sé  stesso  né  secco,  né  umido,  ma 
l'atmosfera  sulla  quale  agisce  può  venire 
caricata  di  una  grande  quantità  di  vapore 
d'acqua,  ed  in  tal  caso  si  dice  che  il  calore 
è  umido,  come  si  dice  che  il  calore  è  secco 
allorché  l'aria  riscaldata  non  contiene  va- 
pori. Tanto  itubi  riempiti  di  vapore  d'acqua, 
quanto  quelli  del  termosifone  che  sono  pieni 
d'acqua  non  lasciano  espandere  nell'atmo- 
sfera della  serra  un  atomo  di  umidità.  Que- 
st'atmosfera diventa  secca  oppure  umida  da 
cause  del  tutto  indipendenti  dal  mezzo  im- 
piegato per  riscaldarla;  il  calore  intenso  ed 
istantaneo  della  stufa  produce  una  forte  eva- 
porazione non  già  perchè  è  secca,  ma  pel 
motivo  che  è  rapida  ed  elevata;  quella  del 
termosifone  è  altresì  secca  quanto  la  prima, 
ma  più  dolce  e  quindi  cagiona  minor  eva- 
porazione. 

Tali  sono  i  principj  e  le  circostanze  di 
fatto.  Noi  li  rammentiamo  non  già  per  in- 
firmare l'opinione  favorevole  che  gli  orti- 
coltori moderni  hanno  in  generale  sui  buoni 
effetti  del  termosifone,  ma  per  togliere  le 
conseguenze  perniciose  di  un  errore  di  fatto. 
Non  vi  è  alcun  apparato  di  riscaldamento 
che  sia  più  facile  a  governarsi  quanto  il 
termosifone  onde  ottenere  un  calore  costan- 
temente uniforme.  Nessuno  dubita  ch'esso 
possa  applicarsi  anche  in  una  grande  scala 
tanto  alla  coltura  forzata  dei  legumi  e  de- 
gli altri  prodotti  dell'  industria  orticola , 
quanto  nei  lettorini  dei  fiori  di  cui  le  grandi 
città  ne  presentano  i  risultati  durante  tutto 
l'inverno. 

Il  termosifone  impiegato  nel  riscaldamento 
dei  letti  permette  di  poter  sopprimere  il  le- 
tame da  stalla,  tranne  il  caso  che  serva  d'ali- 
mento ai  vegetabili  ;  ciò  è  senza  dubbio 
un'economia  nella  spesa  specialmente  nella 
coltivazione  delle  verdure. 

Per  altro  il  termosifone  non  può  essere 
applicato   vantaggiosamente    alle   serre  di 


ED  AGRONOMO  61 

grandi  dimensioni  se  non  nel  caso  che  si 
riscaldino  col  mezzo  di  due  focolari:  ciò  per- 
altro è  un  imbarazzo  e  un  grave  inconve- 
niente. Un  orticoltore  dei  contorni  di  Bath 
in  Inghilterra  ha  combinato  assai  ingegno- 
samente le  proprietà  del  termosifone  con 
quelle  del  vapore  pel  riscaldamento  delle 
serre.  Servendosi  di  un  sol  focolajo,  esso 
approfitta  contemporaneamente  e  della  pron- 
tezza colla  quale  il  vapore  comunica  il  ca- 
lore e  della  tenacità  dell'acqua  per  tratte- 
nere la  sua  temperatura. 

A  tal  effetto  si  fa  passare  in  un  tubo  del 
termosifone  A,  fig.  8,  un  altro  tubo  più  pic- 
colo B  che  si  riempie  a  piacere  di  vapore; 
in  questo  caso  il  termosifone  non  ha  biso- 
gno di  caldaja,  e  basta  un  piccolo  apparato 
per  produrre  la  tenue  quantità  di  vapore 
necessaria  onde  riscaldare  l'acqua  del  ter- 
mosifone. Quest'acqua  messa  in  contatto 
sopra  tutta  l'estensione  dei  tubi  col  tubo 
pieno  di  vapore  si  trova  riscaldato  in  al- 
cuni istanti  alla  medesima  temperatura  che 
essa  conserva  nell'egual  modo  che  si  fosse 
riscaldata  col  mezzo  di  più  focolaj. 

La  forma  e  le  dimensioni  delle  caldaje 
destinate  a  riscaldare  direttamente  l'acqua 
del  termosifone  possono  variare  all'infinito. 
Le  fig.  6  e  7  rappresentano  le  sezioni  verti- 
cali di  due  apparati  i  più  economici  a  tal 
effetto  usati  in  Inghilterra.  Nella  fig.  6  la 
caldaja  A  è  disposta  in  modo  che  la  parte 
superiore  lambisce  il  livello  del  pavimento; 
essa  continua  mediante  tubi  che  non  si  pos- 
sono vedere  nella  sezione.  La  forma  del 
focolajo  permette  alla  fiamma  di  poter  ri- 
scaldare quasi  tutte  le  superficie  in  una  volta 
e  nello  slesso  tempo. 

Nella  fig.  7  la  caldaja  presenta,  come  la 
precedente,  molta  superficie  e  poca  gros- 
sezza; l'acqua  calda  esce  dal  tubo  B,  e  l'ac- 
qua fredda  rientra  mediante  il  tubo  A  fino 
a  che  tutta  la  massa  giunge  alla  medesima 
temperatura.  Onde  riscaldare  conveniente- 
mente le  serre ,  i  lettorini ,  le  casse  ,  ecc. 
questi  tubi  si  modificano  nella  forma  e  nelle 
dimensioni  secondo  l'uso  al  quale  sono  de- 
stinati. 


GIORNALE  DELL  INGEGNERE 


Spese  occorrenti  per  la  costruzione  e  ma- 
nutenzione di  un  Termosifone. 

I  particolari  che  seguono  sulla  costru- 
zione di  un  Termosifone,  che  vengono  tolti 
dagli  Annali  della  Società  di  Orticoltura,  da- 
ranno un'idea  precisa  delle  spese  necessarie 
per  attivare  questo  apparato. 

I  tubi  in  ferro  galvanizzato  hanno  il  dia- 
metro di  0ra07  ed  una  lunghezza  totale 
di  84m.  L'apparato  collocato  in  posto  costa 
complessivamente  franchi  200  ripartiti  nel 
seguente  modo: 

Caldaja Franchi  52 

Tubi  84m  a  L.  1  20  al  metro*)»  100 

Saldatura »  6 

Mano  d'opera  ....          »  42 

Totale  Fr.  200 


Un  buon  fuoco  di  torba  acceso  verso  le 
dieci  ore  di  sera  sotto  la  caldaja  porta  la 
temperatura  della  serra  a  17  o  18  gradi,  e 
quella  dei  lettorini  o  casse  a  vetri  a  28  o  32; 
alla  mattina  del  giorno  dopo  a  6  ore  la  tem- 
peratura è  tuttavia  da  10  a  12  gradi  nella 
sera,  e  da  24  a  26  nei  lettorini.  Gli  ananas 
vegetano  benissimo  nelle  serre  riscaldate  in 
tal  guisa.  Alla  concia  si  sostituiscono  delle 
tavole,  inferiormente  alle  quali  si  dispongono 
i  tubi  del  termosifone;  uno  strato  sottile  di 
paglia  ricoperto  di  musco  compresso  fra  i 
vasi  ricopre  queste  tavole  e  riempisce  i  vani 
che  si  trovano  al  di  sotto  ;  dei  pezzi  di  tubi 
in  terra  cotta  coperti  esattamente  da  una 
lastra  di  pietra  sostituiscono  le  bocche  di 
calore. 

Il  termosifone  oltre  all'essere  impiegato 
nelle  serre  può  tuttavia  applicarsi  assai  van- 
taggiosamente alla  coltura  degli  ortaggi: 
le  esperienze  instituite  furono  coronate  da 
un   successo    completo    nel  giardino    delle 

*)  In  Milano  il  costo  di  questi  tubi  è  non  meno 
di  franchi  1.  50  al  melro  lineare:  per  cui  vi  sarebbe 
un'  eccedenza  di  spesa  di  fr.  0,  30  per  ogni  me- 
tro corrente  e  quindi  complessivamente  fr.  25,20. 


verdure  nel  castello  di  Versagìia,  ove  un 
gran  numero  di  letti  si  riscaldano  da  molti 
anni  mediante  il  termosifone.  Uno  dei  giar- 
dinieri più  distinti  di  Parigi,  il  sig.  Goutier, 
recentemente  ha  fatta  l'applicazione  alla 
coltura  forzata  nei  lettorini)  principalmente 
a  quella  dei  legumi  verdi  i  più  precoci.  Di- 
pendentemente dal  termosifone  non  aven- 
dosi alcun  timore  del  subitaneo  raffredda- 
mento dei  letti  e  dall'eccesso  di  umidità  che 
è  tanto  funesto  ai  legumi,  si  può  seminare 
in  novembre  e  raccogliere  senza  interru- 
zione durante  tutto  l'inverno  sino  all'epoca 
in  cui  i  prodotti  di  piena  terra  compajono 
sul  mercato. 


Cronica  agricola  dell'  Inghilterra. 

La  raccolta  del  1854  ha  arricchita  l'In- 
ghilterra di  circa  un  miliardo  di  franchi  in 
confronto  a  quella  del  1853.  Per  ciò  è  pro- 
babile che  il  prezzo  dei  cereali  discenderà 
a  una  media  di  due  lire  sterline  almeno  al 
quartero  al  di  sotto  di  quella  dell'annata 
agricola  ora  scorsa.  Il  consumo  dell'Inghil- 
terra essendo  di  circa  16  milioni  di  quar- 
teri,  si  avrà  dunque  un  risparmio  di  32  mi- 
lioni di  lire  sterline;  e  se  a  questa  difra  si 
aggiungono  l'orzo,  l'avena,  i  foraggi,  in  una 
parola  tutto  ciò  che  non  entra  nella  nutri- 
zione dell'uomo  se  non  indirettamente,  si 
giungerà  facilmente  a  40  milioni  di  lire 
sterline,  ossia  appunto  a  un  miliardo,  circa, 
di  franchi. 

La  scarsezza  dei  lavoratori  si  è  fatta 
crudelmente  sentire  in  certi  distretti.  I  buoni 
mietitori  si  sono  pagati  fino  a  6,  ed  anche 
a  7  franchi  al  giorno;  così  si  è  dovuto  ri- 
correre alle  macchine  mietitrici,  che  non 
hanno  mai  funzionato  tanto  come  in  que- 
st'anno; e  bisognerà  bene  che  queste  mac- 
chine si  perfezionino,  giacché  il  lavoro  ma- 
nuale diviene  di  giorno  in  giorno  più  caro. 

Senza  dubbio  l'uso  di  queste  macchine 
diverrà  più  generale  in  Inghilterra,  ove  un 
clima  incerto  esige  una  raccolta  rapida; 
altre  volte,  verso  la  fine  di  luglio,  migliaja 
d'Irlandesi  attraversavano  il  cimale  S.  Gior- 


ARCHITETTO 

gio,  e  si  spandevano  a  torme  nelle  contee 
dell'Inghilterra  ove  la  loro  mano  d'opera 
era  più  richiesta.  Dopo  il  1847  questa  emi- 
grazione annuale  si  è  ridotta  a  proporzioni 
insignificanti.  La  fame  dapprima  ha  deci- 
mato l'Irlanda;  i  mietitori  appartenevano 
generalmente  alle  classi  le  più  povere,  ed  è 
su  queste  che  il  terribile  flagello  ha  imper- 
versato in  modo  tanto  tragico  e  lamentevole. 
Le  popolazioni  agricole  colpite  allora  da 
terrore  per  gli  spaventevoli  episodj  di  que- 
sto disastro,  sono  fuggite  da  questa  sfor- 
tunata terra  come  da  un  luogo  di^  male- 
dizione. 

Dall'altra  parte  dell'Atlantico  le  braccia 
di  amorosi  parenti  di  già  partiti  si  stende- 
vano verso  gli  scarni  spettri  che  sopravvi- 
vevano ancora  su  questo  vasto  cimitero,  e 
li  chiamavano  su  d' una  terra'ospitaliera 
ove  gli  altari  dell'antico  culto  potevano  ele- 
varsi liberamente  ed  essere  rispettati ,  ove 
il  lavoro  è  la  proprietà,  il  capitale  garantito 
dal  lavoratore.  Le  strade  che  conducono  ai 
porti,  s'ingombravano  dunque  di  questi 
pellegrini  dell'esilio;  l'avo  dal  mal  fermo 
passo,  il  bambino  fra  le  braccia  della  madre, 
il  contadino  nel  vigore  della  sua  età,  tutti 
partivano,  senza  pianto,  senza  rincresci- 
mento; la  verde  Erinna,  la  perla  dell'Atlan- 
tico, colle  sue  sacre  leggende,  il  nome  ve- 
nerato di  s.  Patrizio,  erano  e  sono  sempre 
cari  ai  loro  cuori,  e  nella  loro  nuova  patria 
formano  sempre  il  tema  favorito  de' loro 
discorsi;  ma  la  recente  ricordanza  di  mi- 
serie accumulate  sulle  campagne  dell'Ir- 
landa per  otto  secoli  d'oppressione,  d'in- 
solente conquista  e  di  fanatica  inimicizia 3 
i  tristi  racconti  de'fatti  sanguinosi  della  loro 
storia  di  conquista  e  di  martiri ,  i  lugubri 
orrori  del  loro  esodo  avevano  acceso  nel 
fondo  del  loro  cuore  un  odio  sì  intenso 
contro  l'oppressione,  che  le  loro  affezioni 
patriotiche  si  trovavano  soffocate  anche  a 
quell'istante  supremo  in  cui  le  ultime  cime 
nebbiose  della  terra  che  li  aveva  veduti  na- 
scere, disparivano  lentamente  sotto  l'ine- 
sorabile linea  dell'Oceano. 

A  questo  spaventoso  movimento  di  tutto 
un   popolo   si  è  dato  il  nome  di  Esodo;  e 


ED   AGRONOMO  63 

s'egli  continua  per  dieci  anni  nell'ugual  mi- 
sura, non  si  troverà  più  un  solo  Irlandese 
in  Irlanda. 

Sì  tosto  gli  emigrati  hanno  potuto  riunire; 
nella  loro  nuova  patria ,  alcuni  risparmj , 
se  resta  loro  un  parente.,  un  amico  sul  suolo 
maledetto  ch'essi  hanno  abbandonato,  si 
affrettano  di  mandar  loro  la  somma  neces- 
saria per  il  viaggio;  ed  ecco  alcuni  dati  offi- 
ciali delle  somme  per  ciò  rimesse  dagli  emi- 
grati nei  cinque  anni  che  hanno  seguito  la 
carestia.  Questi  dati  non  comprendono  ne- 
cessariamente che  le  somme  versate  col 
mezzo  di  banchieri,  giacché  non  è  possibile 
valutar  quelle  spedite  con  mezzi  particolari. 


Nel 


1848 
1849 
1850 
1851 
1852 


11, 500, 000 
13, 500, 000 
23, 925, 000 
25,750,000 
35, 100, 000 


fr. 


Questa  emigrazione  è  fatale,  niente  più 
l'arresta,  né  l'abbondanza,  né  il  benessere, 
né  il  lavoro  meglio  retribuito ,  né  la  legi- 
slazione più  liberale,  né  i  nuovi  proprie- 
tarj  più  agiati  e  più  umani  che  la  benefica 
operazione  del  Governo  ha  sostituito  agli 
antichi;  nessuna  cosa  arresta  questo  im- 
petuoso torrente,  né  pure  quei  sinistri  nau- 
fragi sì  frequenti  negli  annali  di  già  tanto 
lugubri  di  questo  esodo ,  in  cui  i  vascelli 
armati  di  fretta,  senza  bastanti  provvigioni, 
trasportarono  sull'Oceano  il  loro  carico  vi- 
vente, e  dopo  soffrimenti  inauditi,  incom- 
prensibili, si  seppellirono,  come  vasti  feretri, 
colle  loro  vittime  in  rugghianti  abissi  senza 
più  lasciare  traccia  alcuna  di  essi. 

Ma  il  continente  americano  non  è  il  sol 
paese  che  attira  il  popolo  dell'  Irlanda ,  e 
questo  strano  fenomeno,  quest'esodo  fatale 
non  è  pure  esclusivo  privilegio  di  questa  in- 
felice terra;  il  flagello  ha  passato  lo  stretto  ed 
ha  attaccata  l'Inghilterra  stessa.  Le  miniere 
d'oro  ed  i  rilevanti  salarj  hanno  affascinati 
i  lavoratori  inglesi;  dappertutto  le  popola- 
zioni operaje  si  sconnettono  e  lasciano  la 
loro  patria;  villaggi  intieri  rimangono  de- 
serti, e  la  mano  d' opera  divenuta  più  rara 


64 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


ha  elevato  il  suo  prezzo ,  in  certi  casi , 
del  50  per  cento  ed  anche  più.  Dal  1841 
al  1851  la  popolazione  dell'Irlanda  diminuì, 
termine  medio ,  del  35  per  o/n;  nel  1851 
163,256  emigrati  irlandesi  hanno  sbarcato 
soltanto  alla  Nuova  Jorck,enel  1852,117.587. 
Se  a  queste  cifre  si  aggiunge  il  numero 
di  quelli  che  sbarcarono  a  Quebec,  e  negli 
altri  porti  del  Canada  e  degli  Stati  Uniti, 
non  che  quelli  che  sono  partiti  per  1'  Au- 
stralia, si  giunge  a  una  cifra  enorme  di 
emigrati,  che  giustificherà  pienamente  la 
predizione  di  quelli  i  quali  dicono  che  fra 
10  anni  l'Irlanda  sarà  spopolata. 

Non  vi  ha  frattanto  che  l'Alemagna  che 
offre  un  movimento  analogo.  Nel  1851  il 
numero  degli  emigrati  di  quel  paese  giunti 
a  Nuova  Jorck  salì  a  69,883.  Nel  1852  fino 
a  118,126.  L'Inghilterra  nel  medesimo  anno 
ha  fornito  un  contingente  di  42,466,  la  Fran- 
cia 8,778;  la  Svizzera  6,465;  quasi  quanto 
la  Francia. 

Da  quanto  precede  non  si  può  dissimu- 
lare che  un  tale  movimento  diviene  oltre- 
modo serio,  e  che  la  questione  del  lavoro 
acquista  un'importanza  di  cui  gli  economi- 
sti cominciano  a  preoccuparsi.  Dopo  il  1852, 
il  movimento,  forse  meno  rapido  per  l' Ir- 
landa s  divenne  di  più  in  più  generale  in 
Inghilterra,  e  fino  ad  ora  nessun  sintomo 
di  decrescenza  s'  è  manifestato. 

Sì  tosto  sarà  stabilito  il  reddito  della  i*ac- 
colta  or  ora  terminata,  avranno  luogo  im- 
portanti discussioni  sugli  ingrassi  artificiali 
che  ora  funzionano  sì  tanto  nell'  agricoltura 
inglese  e  soprattutto  sul  merito  del  nitrato 
di  soda,  il  cui  uso  diviene  sempre  più  ge- 
nerale. 

Le  misure  sanitarie  che  l'invasione  del 
Cholera  ha  richiesto  nelle  grandi  città, 
hanno  sollevato  una  questione  importan- 
tissima e  che  comincia  a  fissare  seriamente 
l'attenzione  degli  agricoltori;  si  tratterebbe 
d' utilizzare  i  prodotti  delle  pubbliche  chia- 
viche sotto  il  punto  di  vista  agricolo,  di- 
stribuendole sulle  vicine  terre,  sia  col  mezzo 
di  carri,  sia  con  un  sistema  d'irrigazione. 
Numerose  vendite  di  bestiame  hanno  avuto 
luogo  ultimamente  in  Inghilterra;  una  delle 


più  importanti  fu  quella  dei  lori  del  sig.  Bol- 
den  di  Lancaster.  Questi  giovani  animali  era- 
no tutti  discesi  dal  celebre  toro  Duchesse, 
venduto  26,250  fr.  agli  Americani.  I  prez- 
zi, malgrado  questo  illustre  parentado,  non 
hanno  raggiunto  che  una  media  di  50  ghinee 
circa.  Una  nuova  esportazione  ebbe  luogo 
da  Liverpool,  il  27  settembre,  per  la  Francia, 
e  un'altra  importantissima  se  ne  prepara 
per  il  1.°  di  novembre.  Essa  consisterà  in 
vacche  durham  di  prima  scelta  ,  in  majali 
bianchi  di  razza  piccola ,  ed  in  magnifi- 
che pecore  di  tre  razze  cospicue  dell'  In- 
ghilterra. 

Queste  importazioni  costose  svelano  un 
grande  progresso  nello  spirito  dei  nostri 
agricoltori;  quelli  che  si  decidono  a  fare  tali 
sagrifici  hanno  la  sagacità  di  non  calcolar 
meschinamente  i  guadagni  d' un  animale 
riproduttore;  essi  considerano,  con  ragione, 
che  il  costo  dell'animale  e  il  prezzo  della 
sua  importazione  devonsi  riportare  in  parte 
sui  suoi  prodotti;  quante  volte  infatti  non  ac- 
cade che  il  vitello  d'  una  vacca  acquistata 
pregna  in  Inghilterra,  copra  colla  vendita  il 
costo  della  madre?  Avendo  cura  di  non 
scegliere  che  femmine  fecondate  da  maschi 
di  primo  merito,  egli  è  raro  che  la  specu- 
lazione non  sia  lucrosa.  Una  troja  pregna 
costa  200  franchi,  ma  a  capo  di  alcune  set- 
timane, e  spesso  di  alcuni  giorni,  essa  si 
sgrava  qualche  volta  di  12  piccoli,  sui  quali 
è  giusto  ripartire  proporzionatamente  il 
costo  della  madre.  Egli  è  lo  stesso  dell'  im- 
portazione di  tutti  gli  altri  animali,  e,  giu- 
dicata sotto  questo  punto  di  vista,  tale  spe- 
culazione ,  per  costosa  che  sia ,  non  è  poi 
tanto  formidabile  quanto  alcuni  allevatori 
affettano  di  credere,  e  il  più  semplice  cal- 
colo dimostrerà  l'immenso  vantaggio  anche 
in  riguardo  d'un  profitto  pecuniario  di  una 
realizzazione  quasi  immediata. 

Falmouth,  6  Ottobre  1854. 

F.  Robion  della  Tréhonnais. 


ARCHITKTTO   E 

Economia  rurale. 

(Inghilterra.) 

I.  Gli  animali  domestici. 

Quando  l'esposizione  universale  trasse  a 
Londra  un  immenso  concorso  di  curiosi 
venuti  da  tutti  i  punti  del  mondo,  lo  sguardo 
fu  colpito  dalla  potenza  industriale  e  com- 
merciale del  popolo  inglese,  ma  non  mara- 
vigliato. Erasi  in  generale  preparati  al  gi- 
gantesco spettacolo  che  presentarono  i  pro- 
dotti di  Manchester,  di  Birmingham,  di  Shef- 
field, di  Leeds  ammassati  sotto  le  trasparenti 
volte  del  palazzo  di  cristallo,  ed  all'altra  scena 
non  meno  ammirabile  che  offrivano  ,  fuori 
dell'esposizione,  i  docks  di  Londra  e  di  Li- 
verpool  coi  loro  interminabili  magazzini,  coi 
loro  innumerevoli  vascelli.  Ma  ciò  che  sor- 
prese più  di  un  osservatore  fu  lo  sviluppo 
agricolo  che  rivelavano  le  parti  dell'  espo- 
sizione consacrate  alle  macchine  aratorie 
ed  ai  prodotti  rurali  inglesi:  erasi  ben  lon- 
tani dal  supporlo. 

In  Francia  ,  forse  più  che  altrove ,  non 
ostante  la  sua  molta  vicinanza,  si  è  troppo 
creduto  fin  qui  che  l'agricoltura  in  Inghil- 
terra fosse  stata  trascurata  a  vantaggio  del- 
l'interesse, industriale  e  commerciale.  Un 
fatto  mal  studiato  nel  suo  principio  e  nelle 
sue  conseguenze,  la  riforma  doganale  di 
Sir  Roberto  Peel,  contribuì  a  diffondere  in 
Francia  queste,  idee  inesatte.  Ciò  che  è  vero 
si  è,  che  l'agricoltura  inglese,  presa  nel  suo 
assieme,  è  attualmente  la  prima  del  mondo, 
e  che  essa  è  sulla  strada  di  realizzare  nuovi 
progressi.  Io  vorrei  far  conoscere  somma- 
riamente il  suo  stalo  attuale ,  indicarne  le 
vere  cause  e  farne  induzioni  per  l'avvenire; 
da  questo  studio  potremo  trarre  utili  inse- 
gnamenti. 

Prima  di  tutto  è  necessario  di  far  bene 
attenzione  al  teatro  delle  operazioni  agri- 
cole, cioè  al  suolo.  Le  isole  britanniche  hanno 
un'estensione  totale  di  31  milioni  di  ettari, 
tre  quinti  circa  cioè  del  territorio  francese; 
ma  questi  tre  quinti  seno  ben  lontani  dal- 

Fol.  111.  Agosto 


D   AGRONOMO  65 

l'avere  una, fertilità  uniforme:  vi  si  trovano 
al  contrario  differenze  forse  più  grandi  che 
in  qualunque  altro  paese.  Ognuno  sa  che 
il  regno-unito  si  decompone  in  tre  parti 
principali,  l'Inghilterra,  la  Scozia  e  l'Ir- 
landa. L'Inghilterra  forma  essa  sola  la  mela 
circa  del  territorio ,  la  Scozia  e  l' Irlanda 
occupano  il  resto  in  parti  quasi  eguali.  Que- 
sta divisione,  che  è  d'uopo  non  perder  mai 
di  vista,  si  trova  nei  fatti  agricoli,  e  ciascuna 
di  queste  tre  grandi  frazioni  deve  dividersi 
essa  stessa  in  due  parti  principali  sotto  il 
rapporto  della  coltivazione,  come  sotto  tutti 
gli  altri  punti  di  vista. 

L' Inghilterra  si  divide  ne\V  Inghilterra 
propriamente  detta  e  nel  paese  di  Galles, 
la  Scozia,  in  Alta  e  Bassa;  l'Irlanda  in  re- 
gione del  sud-est  e  regione  del  nord-ovest. 
Fra  questi  paesi  vi  sono  enormi  differenze. 

L'  Inghilterra  propriamente  detta  è  la 
parte  più  grande  e  più  ricca  dei  tre  regni; 
essa  comprende  13  milioni  di  ettari ,  ossia 
un  po'  più  del  terzo  dell'estensione  totale 
delle  isole  britanniche,  ciò  che  equivale  a  un 
quarto  della  Francia.  Mettendole  a  confronto 
il  quarto  della  Francia  meglio  coltivato, 
cioè  la  parte  del  nord-ovest,  che  comprende 
le  antiche  province  della  Fiandra,  dell'Ar- 
tois ,  della  P-icardia,  della  Normandia,  del- 
l'Isola di  Francia,  ed  aggiungendovi  anche 
i  dipartimenti  più  ricchi  delle  altre  regioni, 
la  Francia  non  può  opporle  un'eguale  esten- 
sione di  terre  ben  coltivate.  Alcune  parti  del 
suolo  francese,  come  quasi  tutto  il  diparti- 
mento del  i\ord  ed  alcuni  altri  quartieri  stac- 
cali, sono  superiori,  in  quanto  a  produzione, 
a  ciò  che  vi  ha  di  meglio  in  /Inghilterra; 
altre,  come  i  dipartimenti  della  Senna  In- 
feriore, della  Somma,  del  Passo  di  Calais, 
dell' Oise,  possono  sostenerne  il  confronto; 
ma  13  milioni  d'ettari  paragonali,  in  quanto 
a  coltivazione,  ai  13  milioni  di  ettari  inglesi 
la  Francia  non  li  possiede. 

11  suolo  ed  il  clima  d'Inghilterra  sareb- 
bero forse  naturalmente  superiori  a  quelli 
della  Francia?  Tutt'altro  ;  1  milione  di  et- 
tari su  13  sono  rimasti  interamente  impro- 
duttivi, ed  hanno  finora  resistito  a  qualun- 
que sforzo  dell'uomo;  sugli  altri  12  milioni, 

185o!  9 


CO  GIORNALE  DELL 

due  terzi  almeno  sono  terre  ingrate  e  ri- 
belli che  l' industria  umana  ha  bisogno  di 
vincere. 

La  punta  sud  'dell'isola,  che  forma  la 
contea  di  Cornovaglia  e  più  della  metà  del 
Dewon,  si  compone  di  terreni  granitici  ana- 
loghi a  quelli  della  Bretagna  francese.  Nelle 
antiche  foreste  di  Exmoor  e  di  Dartmoor, 
nelle  montagne  che  terminano  al  Land's 
End  e  in  quelle  vicine  alla  penisola  Gallese  vi 
è  quasi  4  milione  di  ettari  di  pochissimo 
valore.  Nel  nord,  altre  montagne,  quelle  che 
separano  l'Inghilterra  dalla  Scozia,,  si  esten- 
dono colle  loro  diramazioni  nelle  contee  di 
Northumberland ,  Cumberland  ,  Westmore- 
land  ed  in  parte  in  quelle  di  Lancaster, 
Dmham,  York  e  Derby.  Questa  regione  che 
comprende  più  di  2  milioni  di  ettari,  non 
vai  punto  meglio  della  prima.  E  un  paese 
pittoresco  per  eccellenza,  ingemmato  di  la- 
ghi e  di  cascate,  ma  che  non  offre,  come  i 
paesi  pittoreschi  in  generale,  che  poche  ri- 
sorse alla  coltivazione. 

Quasi  dappertutto,  ove  il  suolo  non  è 
montuoso,  è  naturalmente  coperto  di  paludi. 
Le  contee  di  Lincoln  e  di  Cambridge,  che 
si  contano  attualmente,  massime  la  prima, 
fra  le  più  produttive,  non  erano  una  volta 
che  un  vasto  stagno  coperto  in  gran  parte 
dalle  acque  del  mare,  come  i  polders  (col- 
mate) d'Olanda,  che  loro  stanno  di  fronte 
dall'altra  parte  dello  stretto.  Grandi  tor- 
biere, chiamate  mosses ,  mostrano  ancora 
qua  e  là  lo  stato  primitivo  del  paese.  Sovra 
altri  punti  v'hanno  vaste  estensioni  di  sab- 
bie abbandonate  dall'oceano;  la  contea  di 
Norfolk,  ove  ebbe  origine  il  sistema  agri- 
colo che  fece  la  fortuna  dell'Inghilterra,  non 
è  punto  diversa. 

Rimangono  le  ondeggianti  colline  che 
formano  la  metà  circa  della  superficie  to- 
tale, e  che  non  sono  né  tanto  aride  come 
le  montagne,  né  cosi  umide  come  le  pia- 
nure senza  scolo;  ma  queste  terre  non  hanno 
tutte  la  stessa  composizione  geologica.  Il 
bacino  del  Tamigi  è  formato  di  un'argilla 
tenace ,  chiamata  argilla  di  Londra,  della 
quale  si  fanno  i  mattoni  per  la  costruzione 
dell'immensa  capitale  e  che  non  si  apre  se 


INGEGNERE 

non  con  difficoltà  sotto  la  mano  dell' ope- 
rajo.  Le  contee  d'Essex,  di  Surrey,  e  di  Kent 
appartengono,  con  quella  di  Middlessex,  a 
questo  strato  argilloso,  distinto  in  Inghil- 
terra col  nome  di  stiff  land,  terra  forte, 
e  della  quale  gli  agricoltori  di  tutti  i  paesi 
conoscono  gli  inconvenienti,  e  che  di  più 
accresce  la  freschezza  del  clima.  Abbando- 
nata a  sé  medesima,  quest'argilla  non  secca 
mai  in  Inghilterra,  e  quando  non  è  trasfor- 
mata dagli  ammendamenti  o  dal  drenaggio, 
essa  è  la  disperazione  dei  coltivatori.  Non 
la  si  trova  soltanto  nelle  contee  indicate  ; 
essa  domina  in  tutto  il  sud-est  e  ricompare 
su  molti  punti  al  centro,  all'ovest  ed  al  nord. 

Una  lunga  benda  di  terre  cretose  di  me- 
diocre qualità  traversa  dal  sud  al  nord  que- 
sto gran  banco  d'argilla  e  forma  la  maggior 
parte  delle  contee  diHertford,Wilts  e  Hants; 
alla  superficie  mostrasi  la  creta  quasi  pura. 

Le  terre  argillo-sabbiose  a  sotto-suolo 
calcare,  le  terre  fangose  o  loams  del  fondo 
delle  valli,  non  occupano  che  4  milioni  di 
ettari  circa.  1  fiumi  essendo  più  corti  in 
quest'isola  stretta,  e  le  valli  più  rinserrate 
che  altrove,  le  alluvioni  vi  occupano  poco 
spazio.  "Vi  dominano  invece  i  terreni  leg- 
gieri, quelli  che  una  volta  chiamavansi  poor 
lands ,  terre  povere.  Queste  terre  forma- 
vano, non  è  gran  tempo,  vaste  lande  che 
giungevano  fino  alle  porte  di  Londra  dalla 
parte  dell'ovest,  e  divennero  quasi  dovunque 
per  mezzo  della  coltivazione  altrettanto  pro- 
duttive quanto  i  loams.  Vi  ebbe  d' uopo  di 
una  maniera  di  lavoro  perfettamente  ap- 
propriata alla  loro  natura  per  trarne  un 
così  buon  partito. 

Lo  stesso  è  del  clima.  Gli  agricoltori  bri- 
tanni hanno  saputo  ammirabilmente  utiliz- 
zare i  caratteri  distintivi  di  questo  clima 
particolare;  ma  in  sé  egli  non  ha  nulla  di 
seducente.  Le  sue  brume  e  le  sue  piogge 
sono  proverbiali;  la  sua  estrema  umidità  è 
poco  favorevole  al  frumento,  che  è  lo  sco- 
po principale  di  ogni  coltivazione;  poche 
piante  maturano  naturalmente  sotto  questo 
cielo  senza  calore;  egli  non  è  propizio  che 
alle  erbe  ed  alle  radici.  Le  estati  piovose, 
gli    autunni  prolungati ,  gli   inverni   miti» 


ARCHITETTO 

mantengono,  sotlo  l'influenza  di  una  tem- 
peratura quasi  costante,  una  vegetazione 
sempre  verde.  Qui  s'arresta  la  sua  azione; 
nulla  diciamo  di  ciò  che  esige  l'intervento 
del  gran  creatore,  il  sole. 

Quanto  sono  superiori  il  suolo  e  il  clima 
della  Francia!  Paragonando  all'Inghilterra 
non  solo  il  quarto,  ma  la  metà  nord-ovest 
del  territorio  francese,  cioè  i  trentasei  di- 
partimenti che  s'aggruppano  intorno  a  Pa- 
rigi, esclusa  la  Bretagna,  noi  troviamo  più 
di  22  milioni  di  ettari  che  sorpassano  in 
qualità  e  in  quantità  i  13  milioni  d'ettari 
inglesi.  Poche  montagne,  poche  paludi  natu- 
rali, vaste  pianure,  quasi  interamente  sane, 
un  suolo  bastantemente  profondo  e  formato 
in  proporzioni  abbastanza  giuste  di  elementi 
i  più  favorevoli  alla  produzione,  ricchi  de- 
positi nelle  ampie  vallee  della  Loira,  della 
Senna  e  dei  loro  affluenti,  un  clima  un  po' 
meno  umido ,  ma  più  caldo,  meno  favore- 
vole forse  alla  vegetazione  della  prateria, 
ma  più  proprio  alla  maturanza  del  frumento 
e  degli  altri  cereali;  tutti  i  prodotti  dell'In- 
ghilterra ottenuti  con  minor  pena,  e  con 
essi  dei  prodotti  nuovi  e  preziosi,  come  lo 
zucchero,  le  piante  tessili,  le  oleose,  il  ta- 
bacco, il  vino,  i  frutti,  ecc. 

Sarebbe  facile  di  seguire  passo  a  passo 
questo  confronto  e  di  opporre,  per  esempio, 
alla  contea  di  Leicester,  che  è  la  più  fertile 
per  natura  delle  contee  inglesi,  il  diparti- 
mento francese  del  Nord;  ai  terreni  cretosi 
di  Wiltshire,  quelli  della  Champagne  ;  alle 
sabbie  le  sabbie ,  alle  argille  le  argille ,  ai 
loams  i  loams  e  di  cercare  per  la  maggior 
parte  dei  distretti  inglesi  un  distretto  cor- 
rispondente nel  nord  della  Francia.  Questo 
studio  di  dettaglio  che  non  può  farsi  qui, 
dimostrerebbe  in  qualche  modo,  ettaro  per 
ettaro,  salve  poche  eccezioni,  la  preminenza 
del  suolo  francese;  non  vi  ha  terreno  fra 
i  più  cattivi  del  suolo  francese,  che  non  se 
ne  incontrino  di  più  cattivi  ancora  dall'altra 
parte  dello  stretto;  non  vi  ha  suolo  in  In- 
ghilterra tanto  ricco,  che  non  si  trovi  in 
Francia  il  suo  equivalente  e  spesso  ancora 
superiore. 

Quanto  al  paese  di  Galles,  egli  è  un  am- 


ED    AGRONOMO  67 

masso  di  montagne  coperte  di  terreni  ste- 
rili chiamati  moors.  Aggiungendovi  le  isole 
che  l'avvicinano  e  la  parte  di  suolo  inglese 
che  Io  tocca  più  dappresso,  egli  comprende 
2  milioni  di  ettari,  la  cui  metà  soltanto  è 
suscettibile  di  coltivazione.  Trovasi  in  Fran- 
cia l'analogia  col  paese  di  Gallts  nella  pe- 
nisola di  Bretagna,  i  cui  abitanti  sono  uniti 
ai  Gallesi  da  un'origine  comune  ;  ma  oltre- 
ché la  Bretagna  occupa  relativamente  meno 
spazio  sulla  carta  di  Francia,  l'Armorica  in- 
glese è  naturalmente  più  aspra  e  più  sel- 
vaggia che  l'Armorica  francese;  l'analogia 
non  è  completa  veramente  che  per  alcuni 
cantoni.  I  cinque  dipartimenti  bretoni  danno 
un  totale  maggiore  di  3  milioni  d'ettari. 

Le  due  parti  della  Scozia  hanno  un'esten- 
sione presso  a  poco  eguale;  ambedue  sono 
conosciute  con  nomi  che  la  poesia  ed  il  ro- 
manzo hanno  popolarizzato  ;  le  basse  terre 
o  low-lands  occupano  il  sud  e  l'est,  le  terre 
alte  o  high-lands  l'ovest  e  il  nord;  ciascuna 
di  queste  due  metà  colle  isole  adjacenti  com- 
prende 4  milioni  d'ettari  circa. 

L'alta  Scozia  è,  senza  confronto,  uno  dei 
paesi  meno  fertili  e  più  inabitabili  d'Europa. 
L'immaginazione  non  la  vede  che  attraverso 
i  sogni  deliziosi  del  gran  romanziere  scoz- 
zese; ma  se  la  maggior  parte  de' suoi  luo- 
ghi meritano  fama  per  la  loro  grandezza 
agreste,  questi  vaghi  orrori  s'adattano  poco 
alla  coltivazione.  E  un'immensa  roccia  di 
granito,  tutta  interrotta  da  vette  acute  e  da 
profondi  precipizj  ,  e  che  per  soprappiù 
di  asprezza ,  si  estende  fino  alle  latitudini 
più  settentrionali.  Gli  high-lands  stanno  di 
fronte  alla  Norvegia  a  cui  somigliano  per 
molti  riguardi.  Il  mare  del  Nord  che  le  cir- 
conda e  vi  si  insinua  da  tutte  le  parti ,  li 
flagella  colle  sue  eterne  tempeste;  le  loro 
coste  percosse  senza  posa  dai  venti  e  tutte 
grondanti  di  queste  inesauribili  aque,  che 
vanno  a  formare  al  loro  piede  immensi  la- 
ghi ,  non  si  coprono  che  rare  volte  di  un 
sottile  strato  di  terra  vegetale.  L'inverno 
vi  dura  quasi  lutto  l'anno,  e  le  isole  vicine, 
le  Ebridi,  le  Orcadi,  le  Shetland,  parteci- 
pano già  della  fosca  natura  islandese.  Più 
di  tre  quarti  dell'Alta  Scozia  sono  incolti  ; 


<)8 


«CORSALE  DELL  INGEGNERE 


la  poca  terra  che  si  può  lavorare  ha  d'uopo 
di  tutta  l'industria  degli  abitanti  per  pro- 
durre qualche  cosa;  l'avena  stessa  non 
sempre  giunge  a  maluranza. 

Dove  trovare  in  Francia  un  paese  che  le 
assomigli?  Quello  che  più  si  avvicina  è  il 
nucleo  delle  montagne  centrali ,  colle  loro 
diramazioni  che  coprono  una  decina  di  di- 
partimenti e  vanno  a  congiungersi  colle  Alpi 
al  di  là  del  Reno,  cioè  le  antiche  province 
del  Limosino,  dell' Alvernia ,  del  Vivarese. 
di  Forez  e  delDelfinato;  mai  dipartimenti 
delle  Alte  e  delle  Basse  Alpi .  i  più  poveri 
e  i  più  sterili  di  tutti,  quelli  della  Lozere 
e  dell'Alta  Loira,  che  vengono  dopo,  sono 
ancora  molto  al  disopra,  in  quanto  a  risorse 
naturali,  delle  celebri  contee  d'Argyle  e  d'In- 
verness  e  della  contea  ancor  più  inaccessi- 
bile del  Sutherland.  Questa  superiorità  è 
vieppiù  distinta  in  quelli  di  Cantal,  di  Puy- 
de  Dome,  della  Coreze,  della  Creusa,  del- 
l' Alta- Vieima,  e  diventa  affatto  incommensu- 
rabile, quando  si  paragonano  alle  migliori 
vallate  degli  hhjlands,  la  Limagna  d'Alver- 
nia,  e  la  vallea  di  Grèsivaudan,  questi  due 
paradisi  dell'  agricoltore  gettati  nel  mezzo 
della  regione  montuosa  francese. 

Anche  la  Bassa  Scozia  è  lungi  dall'essere 
suscettibile  dappertutto  di  coltivazione:  molte 
catene  l'attraversano  ed  uniscono  le  monta- 
gne del  Northumberland  a  quelle  dei  Grani- 
pian.  Sui  4  milioni  di  ettari,  di  cui  essa  si 
compone,  2  sono  pressoché  improduttivi,  gli 
altri  due  presentano  quasi  dappertutto,  spe- 
cialmente intorno  a  Edimburgo  e  a  Perth, 
i  prodigi  della  coltivazione  la  più  perfetta; 
ma  il  suolo  non  è  veramente  ricco  e  pro- 
fondo che  su  1  milione  di  ettari  circa ,  il 
resto  è  povero  e  magro.  Quanto  al  clima, 
basta  il  rammentare  che  Edimburgo  è  alla 
stessa  latitudine  di  Copenaghen  e  di  Mosca. 
La  neve  e  la  pioggia  vi  cadono  quasi  senza 
interruzione  ed  i  frutti  della  terra,  per  svi- 
lupparsi, non  hanno  che  un'  estate  breve  e 
fortunosa. 

Il  rapporto  maggiore  che  ha  la  Francia 
colla  Bassa  Seozia,  sono  i  dieci  dipartimenti 
che  formano  la  frontiera  dell'  est  e  che  si 
estendono    dalle    Ardenne  al  Deliinato  pei 


Vogesi  e  pel  Giura;  ma  anche  qui  la  supe- 
riorità del  suolo  e  del  clima  è  sensibile.  La 
natura  ha  fatto  i  pascoli  della  Lorena  e 
della  Franca-Contea  almeno  eguali  a  quelli 
di  Ayr  e  di  Galloway;  l'Alsazia  vale  quanto 
i  Lolhian.  La  punta  settentrionale  di  questa 
regione  è  a  sei  gradi  di  latitudine  al  disotto 
di  Bervick,  e  la  sua  punta  meridionale  ha 
l'altezza  di  Venezia;  il  soffio  ardente  del- 
l'alia d'Italia  giunge  fino  a  Lione. 

Delle  due  frazioni  dell'Irlanda,  quella  del 
nord-ovest,  che  abbraccia  un  quarto  del- 
l'isola e  che  comprende  la  provincia  di  Con- 
naught  colle  due  contee  adjacenti  di  Don- 
negal,  di  Clara  e  di  Kerry,  somiglia  molto 
al  paese  di  Galles,  ed  anche  nelle  sue  parti 
più  cattive,  all'Alta  Scozia.  Là  vi  sono  tut- 
tora 2  milioni  di  ettari  sgraziali,  il  cui  spa- 
ventoso aspetto  ha  dato  origine  a  quel  pro- 
verbio nazionale:  Andare  all'inferno  o  in 
Connaitaht.  L'altra  frazione,  quella  del  sud, 
molto  più  considerevole ,  poiché  abbraccia 
tre  quarti  dell'isola  e  comprende  le  tre  pro- 
vince di  Leinster,  d'Ulster  e  di  Munster , 
cioè  circa  0  milioni  di  ettari,  è  per  lo  meno 
eguale  all'Inghilterra,  propriamente  detta, 
in  fertilità  naturale.  Vi  è  però  il  suo  guajo  ; 
il  flagello  del  paese  è  l'umidità,  ivi  maggiore 
che  in  Inghilterra.  Vaste  paludi  chiamate 
bofjs  coprono  un  decimo  circa  di  questa 
superficie,  un  altro  decimo  e  più  deve  de- 
dursi  per  le  montagne  e  i  laghi;  insomma 
degli  8  milioni  di  ettari  ne  sono  appena  ap- 
pena coltivati  cinque. 

Fatta  deduzione  del  nord-ovest  che  ab- 
biamo paragonato  all'Inghilterra,  del  centro 
e  dell'est  che  abbiamo  paragonato  alla  Sco- 
zia, la  Francia  non  ci  offre  che  il  mezzo- 
giorno da  paragonare  all'Irlanda.  Questo 
ravvicinamento  è  giustificato  sotto  certi  ri- 
guardi, perchè  la  Francia  del  mezzodì  è, 
rispetto  a  quella  del  nord,  un  paese  distinto 
ed  inferiore  in  ricchezza  aquistata,  come 
l'Irlanda  rispetto  all' Inghilterra  ;  ma  qui 
s'arresta  l'analogia,  perchè  nulla  si  rasso- 
miglia meno  sotto  tutti  i  rapporti.  Il  para- 
filo è  come  i  precedenti,  e  forse  ancor  più, 
in  favore  della  Francia.  La  regione  meri- 
dionale della  Francia  si  estende  dall'imboc- 


ARCHITETTO 

catara  della  Garonna  a  quella  del  Varo  : 
essa  abbraccia  una  ventina  di  dipartimenti, 
circa  e  13  milioni  di  ettari,  ciò  che  man- 
tiene la  proporzione:  essa  ha  pure  la  sua 
parte  montuosa  nei  Pirenei  e  nelle  Cevenne, 
ma  in  quanto  a  fecondità  vi  sono  già  da 
qualche  tempo  delle  montagne,  quelle  del- 
l'Herault  e  di  Gard,  che  producono  la  seta, 
ed  anche  dei  cantoni  nei  Pirenei ,  ove  la 
colth  azione  può  elevarsi  fino  al  piede  delle 
nevi  eterne  e  dei  ghiacciaj  di  Connaught  e 
di  Donegal.  A  misura  che  si  discende  verso 
le  pianure,  la  superiorità  diventa  di  più  in 
più  sorprendente ,  malgrado  gli  svantaggi 
naturali  che  diedero  all'Irlanda  questo  so- 
prannome poetico:  il  più  bel  fiore  della 
terra  e  la  più  bella  perla  del  mare. 

La  pianura  che  si  estende  da  Dublino  alla 
baja  di  Galloway,  per  tutta  la  larghezza  del- 
l'Irlanda e  che  forma  l'orgoglio  di  quest'isola 
è  superata  tanto  in  ricchezza  come  in  esten- 
sione dalla  magnifica  vallata  della  Garonna, 
uno  dei  più  bei  paesi  della  terra,  in  fatto 
di  coltivazione.  La  Valle  d'oro,  Golden  Vale 
di  cui  si  vanta  Limerick,  i  pascoli  delle  rive 
del  Shannon,  le  terre  profonde  tanto  favo- 
revoli alla  produzione  del  lino  dei  dintorni 
di  Belfast ,  hanno  senza  dubbio  un  gran 
valore;  ma  i  vigneti  di  Medoc,  i  terreni  di 
Comtat  che  portano  la  robbia,  quelli  di  Lin- 
guadoca  ove  si  coltivano  il  frumento  ed  il 
maiz,  uno  dopo  l'altro,  quelli  della  Provenza 
ove  maturano  l'ulivo  e  l'arancio,  valgono 
ancor  di  più.  L'Irlanda  ha  sull'Inghilterra 
questo  vantaggio ,  di  avere  meno  di  ar- 
gilla ,  di  sabbia,  di  creta ,  ed  il  suolo  vi  è 
generalmente  di  buona  qualità;  ma  il  mez- 
zodì della  Francia  ha  su  di  essa  la  supe- 
riorità del  suo  cielo.  Quanto  ai  bogs  irlan- 
desi, non  si  possono  metter  loro  a  confronto 
le  lande  paludose  della  Guascogna  e  della 
Camargue ,  meno  improprie  di  essi  alla 
produzione. 

Per  tal  modo  il  territorio  francese  è  su- 
periore in  tutti  i  punti  al  britannico,  non 
solo  in  estensione,  ma  eziandio  in  fertilità. 
La  regione  francese  del  nord-ovest  vai  me- 
glio dell'Inghilterra  e  del  paese  di  Galles; 
quella  del  centro  e  dell'est  è  migliore  della 


EU   AGRONOMO  (il) 

Scozia,  e  quella  del  sud  è  migliore  dell'Ir- 
landa. 

Sessant'anni  fa  Arturo  Voung,  il  grande 
agronomo  inglese,  conobbe  questa  superio- 
rità naturale  del  suolo  e  del  clima  francese. 
«  Io  passai  in  rivista  »  dice  egli  alla  fine  del 
suo  Viaggio  agronomico  in  Francia  dal  1787 
al  1790  «  tutte  le  province  di  Francia,  e 
credo  che  la  qualità  del  suolo  di  questo  re- 
gno sia  superiore  a  quello  d'Inghilterra.  La 
proporzione  delle  terre  cattive  che  si  tro- 
vano in  Inghilterra,  rapporto  alla  totalità 
del  territorio  è  più  grande  che  in  Francia; 
non  trovasi  in  alcun  luogo  quella  quantità 
di  arida  sabbia  che  vedesi  nelle  contee  di 
Norfolk  e  di  Sufiblk.  Le  paludi,  le  brughiere 
e  le  lande  che  sono  tanto  comuni  in  Bret- 
tagna, in  Anjou,  nella  Maina  e  nella  Gujenna, 
sono  molto  migliori  delle  nostre.  Le  mon- 
tagne di  Scozia  e  del  paese  di  Galles  non 
sono  paragonabili,  quanto  al  suolo,  a  quelle 
dei  Pirenei ,  dell'  Alvernia  ,  del  Delfinato  , 
della  Provenza  e  della  Linguadoca.  Bispetto 
ai  terreni  argillosi,  essi  non  sono  tanto  te- 
naci come  in  Inghilterra,  ed  io  non  ho  mai 
trovato  in  Francia  dell'argilla  simile  a  quella 
di  Sussex  ».  In  seguito,  parlando  del  clima, 
il  celebre  agronomo  inglese  rende  lo  stesso 
omaggio  al  cielo  di  Francia:  IVoi  sappiamo 
trar  partito  dal  nostro  clima,  dice  egli  con 
orgoglio ,  ed  i  Francesi  sotto  questo  rap- 
porto sono  ancora  nell'infanzia;  ma  in  quanto 
alle  proprietà  intrinseche  dei  due  climi,  egli 
non  esita  a  dare  la  preferenza  al  clima  fran- 
cese :  questa  convinzione  si  ripete  in  cia- 
scuna linea  del  suo  libro. 

E  frattanto,  malgrado  le  eccezioni  di  det- 
taglio, molte  senza  dubbio,  ma  che  non  tol- 
gono il  fatto ,  l'Inghilterra  anche  prima 
del  1848  era  meglio  coltivata  e  più  produt- 
tiva,  a  superficie  -eguale,  del  nord-ovest 
della  Francia;  la  Bassa  Scozia  rivaleggiava 
per  lo  meno  coll'est,  e  l'Irlanda  stessa,  la 
povera  Irlanda,  era  più  ricca  in  prodotti  che 
il  mezzogiorno  della  Francia.  INon  vi  è  che 
l'Alta  Scozia  che,  come  regione,  sia  stata 
superata  dalla  regione  corrispondente,  e  ciò 
non  per  colpa  degli  uomini.  Può  tuttavia 
trovarsi,  fuori  del  territorio  continentale,  ma 


70 


GIORNALE   DELL'  INGEGNERE 


sempre  in  un  dipartimento  francese,  l'isola 
di  Corsica,  un  paese  paragonabile  all'Alta 
Scozia  per  il  valore  attuale  della  sua  pro- 
duzione, malgrado  l'immensa  sproporzione 
che  la  natura  ha  posto  fra  le  loro  risorse, 
e  questo  non  è  il  solo  confronto  che  si  po- 
trebbe stabilire  fra  questi  due  paesi,  umbi- 
due  di  così  difficile  accesso,  ambedue  abitati 
anticamente  da  una  popolazione  indomita 
di  pastori  e  di  banditi. 

Noi  osiamo  dire  che  se  la  Francia  è  re- 
stata indietro  del  regno  unito ,  essa  è  ben 
avanti  rispetto  alle  altre  nazioni,  eccettuati 
il  Belgio  e  l'Alta  Italia,  che  hanno  su  di 
essa  dei  vantaggi  naturali.  Le  cause  di  que- 
sta inferiorità  relativa  non  dipendono  dalla 
popolazione  agricola  francese,  la  più  labo- 
riosa, la  più  intelligente  e  la  più  economa 
che  forse  esista;  queste  cause  sono  molte 
e  profonde  e  ci  proponiamo  di  cercarle;  ma 
non  vogliamo  per  ora  allontanarci  dal  sog- 
getto principale. 

Un  tratto  più  saliente  dell'  agricoltura 
britanna  paragonata  alla  francese,  è  il  nu- 
mero e  la  qualità  de'  suoi  montoni.  Basta 
attraversare ,  anche  su  una  ferrovia  ,  una 
contea  inglese  qualunque,  per  vedere  che 
l'Inghilterra  nutre  in  proporzione  maggior 
numero  di  montoni  della  Francia;  basta 
osservare  uno  di  questi  animali,  per  cono- 
scere a  prima  vista  che  essi  sono  più  grossi 
e  devono  somministrare  maggior  quantità 
di  carne  di  quelli  di  Francia.  Questa  verità 
che  colpisce  l'osservatore  più  superficiale , 
non  è  soltanto  confermata  dall'attento  esame 
dei  fatti;  essa  prende  per  mezzo  di  questo 
studio  delle  proporzioni  inaspettate;  ciò  che 
non  è  pel  semplice  viaggiatore  che  un  og- 
getto di  curiosità ,  diventa  per  l'agronomo 
e  per  l'economista  il  soggetto  di  ricerche 
che  lo  fanno  stupire  coll'immensità  dei  loro 
risultati. 

Il  coltivatore  inglese  ha  osservato,  con 
quell'istinto  di  calcolo  che  distingue  questo 
popolo,  che  il  montone  è  fra  tutti  gli  ani- 
mali il  più  facile  a  nutrire,  quello  che  trae 
miglior  partito  dagli  alimenti  che  consuma 
e  che  dà  nello  stesso  tempo  il  concime  più 
attivo  e  più  caldo  per  mantenere  la  ferti- 


lità della  terra  ;  per  conseguenza  l'agricol- 
tore inglese  si  è  assunto  di  avere  prima  dì 
tutto  molti  montoni.  \'i  hanno  nella  Gran 
Brettagna  immensi  poderi  che  non  tengono 
quasi  altro  bestiame.  Mentre  i  coltivatori 
francesi  si  lasciano  distrarre  a  molte  altre 
cure,  l'allevamento  della  razza  pecorina  è 
considerato  dagli  Inglesi,  da  tempo  imme- 
morabile, come  la  prima  delle  industrie  agri- 
cole. Chi  non  sa  che  il  cancelliere  d'Inghil- 
terra, presidente  della  camera  dei  lord,  siede 
su  un  sacco  di  lana  per  dimostrare  simbo- 
licamente l'importanza  che  l'intiera  nazione 
dà  a  questo  prodotto?  La  carne  di  montone 
è  egualmente  tanto  popolare  quanto  la  lana, 
ed  in  generale  molto  cercata  dai  consuma- 
tori inglesi. 

Da  un  secolo,  il  numero  dei  montoni  ha 
seguito  lo  stesso  progresso  in  Francia  e 
nelle  isole  britanniche;  da  una  parte  e  dal- 
l'altra ha  raddoppiato.  Si  calcola  che  nel  1750 
questo  numero  che  in  ciascuno  dei  due  paesi 
era  di  17  a  18  milioni  di  capi,  attualmente 
sia  di  35.  La  statistica  officiale  francese  dice 
32  milioni,  e  Mac  Culloch  giunge  esattamente 
alla  stessa  cifra  pel  regno-unito;  ma  cre- 
diamo che  tanto  da  una  parte  cha  dall'altra 
si  è  un  po'  al  disotto  della  verità.  Questa 
apparente  eguaglianza  cela  una  profonda 
ineguaglianza.  1  35  milioni  di  montoni  in- 
glesi vivono  su  31  milioni  di  ettari,  quelli 
della  Francia  su  53;  perchè  la  Francia  ne 
abbia  in  proporzione  quanto  l'Inghilterra 
ne  dovrebbe  avere  60  milioni.  Questa  dif- 
ferenza di  già  sensibile,  si  accresce  ancora 
quando  si  paragona  alla  Francia  l' Inghil- 
terra propriamente  detta;  le  altre  due  parti 
del  regno-unito,  non  hanno  che  pochi  mon- 
toni, relativamente  alla  loro  estensione:  la 
Scozia,  malgrado  tutti  i  suoi  sforzi,  non  ne 
può  nutrire  che  4  milioni  circa;  l'Irlanda, 
che  dovrebbe  rivaleggiare  pe'  suoi  pascoli 
coli' Inghilterra,  non  ne  conta  tutto  al  più 
che  2  milioni,  su  8  milioni  di  ettari,  e  questo 
non  è  uno  dei  minori  indizii  della  sua  in- 
feriorità ;  la  sola  Inghilterra  ne  ha  30  mi- 
lioni circa,  su  15  milioni  di  ettari,  cioè  in 
proporzione  tre  volte  più  della  Francia. 
A  questa  ineguaglianza  di  numero,  si  ag- 


ARCHITETTO 

giunge  una  differenza  non  meno  importante 
di  qualità.  Da  un  secolo  circa,  indipenden- 
temente dai  progressi  anteriori  che  erano 
stati  già  più  grandi  in  Inghilterra  che  in 
Francia,  i  due  paesi  seguirono  nell'alleva- 
mento delle  gregge  due  tendenze  opposte. 
In  Francia  la  lana  venne  considerata  come 
il  prodotto  principale,  e  la  carne  come  il 
prodotto  accessorio;  in  Inghilterra  al  con- 
trario la  lana  venne  considerata  come  pro- 
dotto secondario  e  la  carne  come  prodotto 
principale.  Da  questa  semplice  distinzione, 
che  sembra  a  prima  vista  di  poca  impor- 
tanza, datano  delle  differenze  nei  risultati, 
che  rilevano  centinaia  di  milioni. 

Gli  sforzi  tentati  in  Francia  per  il  mi- 
glioramento della  razza  pecorina  da  80  anni, 
si  risolvono  quasi  tutti  nell'introduzione  dei 
merinos.  La  Spagna  possedeva  sola ,  un 
tempo,  questa  bella  razza,  che  erasi  formata 
lentamente  sull'immensa  pianura  delle  Ca- 
stiglie;  la  meritata  riputazione  delle  lane 
spagnuole,  impegnò  molte  altre  nazioni  d'Eu- 
ropa, specialmente  la  Sassonia,  a  tentarne 
1'  importazione.  Questo  tentativo  essendo 
riuscito,  la  Francia  volle  farne  la  prova  a 
sua  volta,  ed  il  re  Luigi  XVI,  questo  prin- 
cipe eccellente,  che  diede  l'iniziativa  di  tutti 
i  progressi  realizzati  in  seguito ,  chiese  ed 
ottenne  dal  re  di  Spagna  la  spedizione  di 
un  gregge  spagnuolo  per  il  suo  podere  di 
Rambouillet.  Questo  gregge  che  migliorò 
e  trasformossi  per  le  cure  di  cui  è  stato 
l'oggetto,  divenne  lo  stipite  di  quasi  tutti  i 
merinos  sparsi  in  Francia.  Due  altre  razze 
subalterne,  egualmente  d'origine  spagnuola, 
quella  di  Perpignano  e  di  Naz,  sono  state 
da  esso  superate. 

I  proprietarii  e  i  fittajuoli  francesi  furono 
in  sulle  prime  molto  dubbiosi  di  adottare 
questa  innovazione.  Sopravvenuta  la  rivo- 
luzione, passarono  molti  anni  senza  che 
fosse  ottenuto  alcun  serio  risultato;  non  fu 
che  sotto  l'impero,  che  incominciarono  a  dif- 
fondersi i  vantaggi  della  nuova  razza.  In- 
cominciato una  volta  il  movimento,  guada- 
gnò sempre  più,  e  conosciutone  i  grandi 
benefizj  >  a'l'  indifferenza  successe  1'  entu- 
siasmo. 


ED  AGROISOMO  71 

Molte  delle  fortune  dei  fittajuoli,  special- 
mente nei  dintorni  di  Parigi,  datano  da  que- 
st'epoca. La  produzione  degli  arieti  per  la 
propagazione  della  razza  era  divenuta  nei 
primi  anni  della  Ristaurazione  un'industria 
di  molto  lucro.  Un  ariete  di  Rambouillet  fu 
venduto  3870  franchi  nel  1825.  Effettiva- 
mente, mentre  il  montone  indigeno  dava 
appena  alcune  libbre  di  una  lana  ordina- 
ria, i  merinos  davano  il  doppio  o  il  triplo 
in  peso  di  una  lana  fina  e  di  maggior  va- 
lore. Questo  profitto  era  considerevole,  e 
parve  sufficiente  ai  coltivatori  francesi,  che 
non  ne  immaginavano  altro  ;  è  in  questo 
modo  che  la  propagazione  dei  merinos,  fu 
considerata  in  Francia  come  Io  scopo  su- 
premo che  doveva  avere  di  mira  l'economia 
rurale  nell'allevamento  del  montone.  Un 
quarto  circa  dei  montoni  francesi  è  attual- 
mente composto  di  merinos  o  merinos  me- 
ticci ;  il  resto  ha  guadagnato  nello  stesso 
tempo,  tanto  in  carne  che  in  lana.,  per 
il  solo  effetto  di  cure  più  intelligenti  e  di 
un  nutrimento  migliore,  di  modo  che  può, 
senza  timore  di  esagerazione,  affermarsi  che* 
la  rendita  della  Francia  in  montoni  deve 
da  un  secolo  aver  quadruplicato,  benché  il 
numero  di  questi  animali  non  abbia  che 
raddoppiato.  Questo  è  senza  dubbio  un  gran 
progresso,  ma  noi  ne  mostreremo  uno  più 
grande,  paragonando  alla  storia  delle  greg- 
ge in  Francia  la  storia  stessa  in  Inghil- 
terra, nel  medesimo  periodo  di  tempo. 

In  Inghilterra  vi  furono  sempre  molti 
montoni  ;  queste  isole  erano  già  celebri, 
sotto  questo  rapporto ,  fino  dal  tempo  dei 
Romani.  Le  razze  primitive  vivevano  nello 
stato  selvaggio;  trovansi  ancora  gli  ultimi 
loro  discendenti  nelle  montagne  del  paese 
di  Galles ,  della  penisola  di  Cornovaglia  e 
dell'Alta  Scozia.  Questa  tendenza  naturale 
del  suolo  e  del  clima  non  ha  fatto  che  ac- 
crescere e  fortificarsi  col  tempo.  Sono  già 
quasi  tre  secoli,  nel  momento  in  cui  lo  spirito 
commerciale  e  manifatturiero  ha  cominciato 
a  svilupparsi  in  Europa,  l'allevamento  dei 
montoni  aveva  preso  improvvisamente  in 
Inghilterra  un'estensione  dovunque  inusi- 
tata :  allora  la  lana  era  molto  cercata.  Di- 


72 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


stinguevansi  in  razze  a  lana  lunga  e  razze 
a  lana  corta;  i  primi  soprattutto  erano  molto 
stimati.  1/ Inghilterra  aveva  sulla  Francia 
un  grande  vantaggio,  quando  questa  inco- 
minciò ad  occuparsi  delle  gregge,  e  questo 
vantaggio  si  accrebbe  per  la  nuova  rivolu- 
zione che  inaugurò  presso  di  essa  la  su- 
periorità della  carne  sulla  lana,  come  pro- 
dotto. Anche  questa  volta  la  Francia  fu 
superata. 

Verso  il  tempo  in  cui  il  governo  francese 
occupavasi  di  introdurre  in  Francia  i  me- 
rinos. tentativi  dello  stesso  genere  facevansi 
in  Inghilterra.  Sull'esempio  di  Luigi  XVI, 
il  re  Giorgio  III,  che  occupavasi  molto  di 
agricoltura ,  fece    venire  a  più   riprese  dei 
montoni  spagnuoli,  che  stabilì  sulle  proprie 
terre.  1  primi  importati  perirono;  l'umidità 
dei  pascoli  cagionava  loro  delle  malattie  che 
divenivano  ben  tosto  mortali;  si  collocarono 
quelli  che  vennero  in  seguito  su  un  terreno 
asciutto,  e  sopravvissero.  Da  questo    mo- 
mento fu  dimostrato  che  il  clima    inglese, 
s'egli  metteva  un  limite  alla  propagazione 
dei  merinos,  non  era  però  un  ostacolo  in- 
vincibile alla  loro  introduzione.  Grandi  si- 
gnori e  celebri  agricoltori  occuparonsi  at- 
tivamente dei  mezzi  di  naturalizzare  questa 
nuova  razza;  ma  i  nttajuoli  fecero  in  prin- 
cipio delle   obbiezioni  più  fondamentali    di 
quelle  del  clima;  le  idee  avevano  cambiato, 
si  cominciò  a  presentire    l'importanza    del 
montone  come  animale  da  macello.  A  poco 
a  poco  prevalse    questa    nuova   tendenza  ; 
la  razza  spagnuola  venne  abbandonata  da 
quelli  stessi  che  più  l'avevano  vantata  in 
origine,  ed  al  giorno    d'oggi  non  esistono 
più  in  Inghilterra  merinos  o  meticci-men- 
no*,  che  presso   qualche  dilettante,  piut- 
tosto  come  oggetto  di  curiosità,  anzi  che 
di  speculazione. 

Il  più  grande  promotore  di  questa  pre- 
ferenza, è  stato  il  celebre  Bakewell,  un  uomo 
di  genio  nel  suo  genere,  che  ha  fatto  tanto 
per  la  ricchezza  del  suo  paese,  quanto  i  suoi 
contemporanei  Arkwright  e  Watt.  Prima  di 
lui  i  montoni  inglesi  non  erano  maturi  per 
il  macello  che  all'età  di  4  o  5  anni.  Egli 
pensò  molto  giustamente,  che  se  fosse  pos- 


sibile di  portare  i  montoni  al  loro  perfetto 
sviluppo  prima  di  questa  età  e  di  renderli, 
per  esempio ,  proprj  ad  essere  macellati  a 
due  anni,  si  raddoppierebbe  in  questo  modo 
il  prodotto  delle  gregge.  Con  quella  per- 
severanza, che  caratterizza  la  sua  nazione, 
egli  intraprese  nel  suo  podere  di  Dishley- 
Grange,  in  Leicester  Shire,  la  realizzazione 
di  quest'idea,  e  finì  dopo  molti  anni  di  sforzi 
e  sacrifizi  a  riuscirvi. 

La  razza  cosi  ottenuta  da  Bakewell,  porta 
il  nome  di  nuovo  Leicester  dal  nome  della 
contea,  o  di  Dishley  dal  nome  del  podere 
dove  essa  ebbe  origine.  Questa  razza  straor- 
dinaria, senza  rivale  nel  mondo  per  la  sua 
precocità  ,  fornisce  degli  animali  che  pos- 
sono ingrassarsi  all'età  di  un  anno,  e  che 
hanno  acquistato  tutto  il  loro  volume  prima 
del  termine  di  due  anni.  A  questa  prezio- 
sissima qualità  essi  aggiungono  una  perfe- 
zione di  forme  che  li  rende,  a  volume  eguale, 
più  carnosi  e  più  pesanti  di  qualunque  altra 
razza  conosciuta.  Essi  danno  per  adequato 
50  chilogrammi  di  carne  netta;  non  è  raro 
il  caso  di  trovarne  di  quelli  che  ne  danno 
anche  molto  di  più. 

Il  processo  che  Bakewell  ha  seguito  per 
ottenere  un  risultato  tanto  maraviglioso  è 
conosciuto  da  tutti  gli  allevatori,  col  nome 
di  selection.  Esso  consiste  nello  scegliere  fra 
gli  individui  d'una  razza  quelli  che  presen- 
tano al  più  alto  grado  le  qualità  che  si  vo- 
gliono perpetuare,  e  a  servirsene  unicamente 
come  riproduttori.  In  capo  ad  un  certo  nu- 
mero di  generazioni  ,  seguendo  sempre  lo 
stesso  metodo,  i  caratteri  che  si  sono  cer- 
cati presso  tutti  i  riproduttori  maschi  e  fem- 
mine, divengono  permanenti,  e  la  razza  è 
costituita.  Questo  processo  è  estremamente 
semplice ,  ma  ciò  che  importa  ancora  ,  è 
la  scelta  stessa  delle  qualità  che  è  d'uopo 
cercare  di  riprodurre,  allo  scopo  di  giun- 
gere al  miglior  risultato.  Molti  allevatori 
s'ingannano  e  lavorano  in  senso  contrario 
al  loro  proprio  intento. 

Prima  di  Bakewell,  i  fittajuoli  delle  ricche 
pianure  di  Leicester,  nell'intenzione  di  pro- 
durre maggior  quantità  possibile  di. carne, 
cercavano  prima  di  tutto  nei  loro  montoni 


ARCHITETTO 

una  corporatura  grande.  Uno  dei  meriti 
dell'illustre  coltivatore  di  Dishley-Grange 
fu  di  comprendere  che  eravi  un  mezzo  più 
sicuro  di  aumentare  la  rendita  per  il  ma- 
cello, e  che  la  precocità  dell'ingrassamento 
da  una  parte,  la  rotondità  delle  torme  dal- 
l'altra., valevano  meglio  a  raggiungere  lo 
scopo,  che  lo  sviluppo  eccessivo  dell'arma- 
tura ossea.  I  nuovi  Leicester  non  sono  più 
grandi  di  quelli  che  essi  hanno  rimpiazzato, 
ma  l'allevatore  ne  può  mandar  tre  al  mer- 
cato nel  tempo  che  gli  era  prima  necessario 
per  produrne  uno,  e  se  essi  non  hanno  mag- 
giore altezza,  sono  più  larghi,  più  rotondi, 
più  sviluppati  nelle  parti  che  danno  mag- 
gior carne,  essi  non  hanno  che  le  ossa  as- 
solutamente necessarie  per  sostenerli  e  quasi 
tutto  il  loro  peso  è  in  carne  netta. 

L' Inghilterra  fu  meravigliata   quando    i 
risultamenti  annunciati  da  Bakewell  furono 
definitivamente  raggiunti.  Il  creatore  della 
novella  razza,  che  come  qualunque   buon 
Inglese,  faceva  conto  innanzi  tutto  del  pro- 
fitto, trasse  partito  in  grande  dall'emulazione 
che    eccitò  la  sua    scoperta.  Siccome  tutti 
volevano  avere  del  sangue  Dishley,  Bake- 
well immaginò  di  affittare  i  suoi  arieti,  in- 
vece di  venderli;  i  primi  che  egli  affittò,  non 
gli  produssero  che  22  franchi  per  testa;  ciò 
avveniva  nel  1760,  e  la  sua  razza  non  era 
ancora  giunta  a  tutta  la  perfezione.  Ma  a 
misura    ch'egli  fece  dei  nuovi    progressi  e 
che  la  riputazione  del  suo  gregge  s'accrebbe, 
il  suo  prezzo  si  elevò  rapidamente,  e  nel  1789 
formatasi  una  società  per  la  propagazione 
della  sua  razza,  egli  le  affittò  i  suoi  arieti 
per  una  stagione  all'enorme  prezzo  di  0,000 
ghinee  (più  di  150,000  fr.).  Si  calcolò  che 
negli    anni    che    seguirono,  i  fittajuoli    del 
centro  dell'Inghilterra  spesero  fino  a  100,000 
lire  all'anno  (2,300,000  fr.)  in  affitto  di  arieti; 
Bakewell,  malgrado   tutti  i  suoi  sforzi  per 
conservare  il  suo  monopolio ,  non  era  più 
il  solo  che  affittasse  dei  riproduttori ,  que- 
st'industria era  diffusa  intorno  a  lui  ed  eransi 
formate  molte  gregge  sul  modello  della  sua. 
La  ricchezza  di  cui  Bakewell  ha   dotato  il 
suo  paese  è  incalcolabile;  se  fosse  possibile  I 
il  calcolare  ciò  che  la  sola  razza  di  Dishley  I 

Voi.  Ili,  Agosto 


ED   AGRONOMO  73 

ha  reso  ai  coltivatori  inglesi  in  ottant'anni, 
si  giungerebbe  a  dei  risultati  prodigiosi. 

Ma  non  basta.  Bakewell  non  ha  soltanto 
creato  una  specie  particolare  di  montoni  che 
realizza  il  massimo  di  precocità  e  di  ren- 
dita che  pareva  possibile  di  raggiungere; 
egli  ha  indicato  ancora  col  suo  esempio  i 
mezzi  di  perfezionare  le  razze  indigene 
poste  in  altre  condizioni.  I  puri  Dishley  non 
possono  diffondersi  uniformemente  dovun- 
que; originari  delle  pianure  basse,  umide 
e  fertili,  essj  non  riescono  perfettamente  che 
nelle  contrade  analoghe;  è  una  razza  tutto 
affatto  artificiale,  per  conseguenza  delicata, 
un  po'  cagionevole,  per  cui  la  precocità  non 
è  che  una  disposizione  ad  una  vecchiezza 
prematura,  e  per  la  sua  stessa  conformazione 
è  incapace  di  sforzo;  le  è  necessario,  in- 
sieme con  un  clima  freddo  ed  un  nutrimento 
abbondante,  un  riposo  pressoché  assoluto, 
e  delle  cure  continue,  ch'essa  paga  in  se- 
guito ad  usura,  egli  è  vero,  ma  che  non  è 
sempre  possibile  di  darle. 

Si  può  dividere  il  suolo  inglese,  come  tutti 
i  paesi  possibili,  in  tre  parti  ;  le  pianure,  le 
coste  e  le  montagne.  Il  Dishley  è  rimasto 
il  tipo  del  montone  della  pianura  e  nello 
stesso  tempo  il  modello  unico  e  superiore 
a  cui  tutte  le  razze  devono  il  più  possibil- 
mente avvicinarsi;  vennero  scelte  due  altre 
razze:  una  un  po'  inferiore  alla  Dishley,  ma 
sempre  tendente  verso  di  essa,  per  farne  il 
tipo  dei  paesi  delle  coste:  è  il  montone  delle 
dune  meridionali  di  Sussex  o  South  Downs; 
l'altra  inferiore  ai  South  Downs,  ma  ten- 
dente verso  di  essi,  è  divenuta  il  tipo  dei 
paesi  di  montagna,  ed  è  quella  che  nacque 
nel  nord  del  Northumberland  fra  l'Inghil- 
terra e  la  Scozia,  in  mezzo  alle  montagne 
dei  Cheviot. 

Le  dune  meridionali  di  Sussex  sono  filari 
di  colline  calcari  di  due  leghe  di  larghezza 
media,  su  25  di  lunghezza  circa,  che  cor- 
rono dall'est  all'ovest  lungo  le  coste  della 
Manica  di  contro  alla  Francia.  L'elegante 
villa  di  Brighton,  celebre  pei  suoi  bagni  di 
mare ,  che  attirano  ogni  anno  una  gran 
parte  del  bel  mondo  inglese,  è  situata  al 
piede  di  queste  colline,  che  presentano  un 

1855.  10 


74 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


aspetto  particolare  all'Inghilterra;  esse  sono 
intieramente  spogliate  di  alberi,  sparse  qua 
e  là  di  qualche  macchia,  e  coperte  su  tutta 
la  loro  superficie  di  un'erba  corta,  sottile  e 
fitta.  In  ogni  tempo  questi  pascoli  servirono 
a  nutrire  dei  montoni  ai  quali  essi  conven- 
gono perfettamente;  ma  l'antica  razza  di 
questi  South  Downs  era  piccola,  selvaggia 
e  dava  peca  carne;  la  loro  carne  era  però 
molto  stimata  e  la  lana  cercata  per  certe 
specie  di  panni. 

Un  proprietario  del  paese,  chiamato  John 
Ellman,  intraprese,  verso  l'anno  1780,  di 
applicare  al  miglioramento  di  questa  specie 
i  processi  che  riuscivano  tanto  bene  a  Bake- 
well  per  il  perfezionamento  nelle  razze  a 
lana  lunga.  Una  circostanza  particolare  per- 
mettevagli  di  tentare  questo  esperimento  con 
qualche  probabilità  di  buona  riuscita;  lungo 
le  colline  di  Sussex  si  estende  una  lista 
di  terre  basse  e  coltivate  ,  che  poteva  for- 
nire e  fornisce  effettivamente  un  supple- 
mento di  nutrizione  artificiale  per  i  montoni 
delle  dune,  durante  l'inverno.  Ciò  che  man- 
tiene in  generale  i  montoni  di  montagna  in 
uno  stato  meschino,  non  è  tanto  la  magrezza 
del  pascolo  in  estate,  quanto  la  quasi  asso- 
luta mancanza  di  nutrimento  nell'inverno. 
Questa  verità  venne  abbondantemente  di- 
mostrata dalle  esperienze  di  Ellman  e  dei 
suoi  successori  sul  montone  delle  dune. 

Da  che  il  montone  aggiunse  al  suo  re- 
gime d'estate  un  buon  regime  d'inverno,  lo 
si  ha  veduto  prendere  rapidamente  propor- 
zioni più  forti,  e  siccome  nello  stesso  tempo, 
colla  scelta  di  buoni  riproduttori ,  si  fece 
tutto  il  possibile  per  dargli  l'attitudine  al- 
l'ingrassamento precoce  e  la  perfezione  delle 
forme  che  caratterizzano  iDishley;  egli  ha 
finito  per  diventare  quasi  il  rivale  della  crea- 
zione di  Bakewell.  Attualmente,  dopo  70  anni 
di  ben  intese  cure,  i  montoni  South  Downs 
danno  per  adequato  da  40  a  50  chil.  di  carne 
netta.  Generalmente  si  ingrassano  verso  i 
due  anni  e  si  vendono  dopo  la  loro  seconda 
tosatura.  La  loro  carne  è  considerata  mi- 
gliore di  quella  dei  nuovi  Leicester.  Il  peso 
della  loro  tosatura  ha  raddoppiato,  come 
quello  dei  loro  corpi,  e  siccome  essi  hanno 


conservata  l'abitudine  del  pascolo,  durante 
l'estate,  così  hanno  mantenuto  il  loro  tem- 
peramento robusto  e  la  loro  primitiva  sel- 
vatichezza. 

Si  è  calcolato  che  le  dune  della  contea 
di  Sussex  e  le  vicine  pianure,  dovrebbero 
nutrire  in  oggi  un  milione  di  montoni  miglio- 
rali, e  la  razza  non  è  più  rinchiusa  ne'  suoi 
antichi  limiti,  essa  ne  è  uscita  per  spandersi 
al  di  fuori,  sia  nella  pura  e  semplice  sosti- 
tuzione alle  varietà  locali,  sia  mescolando- 
visi  e  trasformandole  da  cima  a  fondo  per 
mezzo  di  incrociamenti;  essa  è  penetrata 
dappertutto,  ove  il  suolo,  senza  essere  ab- 
bastanza ricco  per  nutrire  dei  Dishley ,  lo 
è  abbastanza  però  per  unire  a  buoni  pascoli 
d'estate,  un  sufficiente  alimento  d'inverno. 
Essa  domina  in  tutti  i  paesi  di  formazione 
calcare,  tende  a  rimpiazzare  le  antiche  spe- 
cie delle  contee  di  Berks,  di  Hants  e  di  Wilts, 
e  nel  nord  la  si  trova  fino  nel  Cumber- 
land  e  nel  Westmoreland. 

La  storia  dei  montoni  Cheviot  non  è  tanto 
brillante  come  quella  dei  Dishley  e  dei  South 
Downs.  Questa  razza  non  è  però  meno  pre- 
ziosa delle  altre,  in  quanto  che  da  essa  si 
può  trarre  tutto  il  partito  possibile  delle 
regioni  fredde  e  incolte.  Uscita  dalle  monta- 
gne intermedie  fra  le  alte  catene  del  nord 
dell'Inghilterra  e  le  terre  coltivate,  essa  ha 
dovuto  il  suo  miglioramento,  come  i  South 
Downs,  a  un  supplemento  di  nutrizione  ar- 
tificiale, durante  l'inverno,  per  quanto  al- 
meno lo  permisero  i  luoghi  agresti  dove  essa 
vive;  essa  fu  inoltre,  come  alcune  altre, 
l'oggetto  di  una  scelta,  condotta  con  molta 
cura,  e  le  sue  forme  sono  in  oggi,  per  quanto 
è  possibile,  perfette. 

I  montoni  Cheviot  perfezionati  s'ingras- 
sano nel  loro  terzo  anno,  e  somministrano 
per  adequato  da  30  a  40  chil.  di  eccellente 
carne.  La  loro  lana  è  folta  e  corta,  essi  pas- 
sano l'inverno  sulle  loro  montagne,  esposti  a 
tutte  le  intemperie  delle  stagioni  e  non  si 
ricoverano  mai  negli  ovili. 

In  Inghilterra  i  Cheviot  non  furono  in- 
trodotti fuori  del  loro  paese  natale,  che  nelle 
parti  più  montuose  del  paese  di  Galles  e 
di  Cornovaglia.  Al  contrario,  nella  Scozia* 


ARCHITETTO 

ove  sono  state  importate  da  Sir  John  Sin- 
clair ,  essi  si  sono  sparsi  in  grandissimo 
numero;  incominciarono  ad  invadere  gli 
hiyhlands  del  sud,  e  di  là  penetrarono,  se- 
guendo i  monti  Grampians,  fino  alle  estre- 
mità settentrionali,  ove  si  propagano  rapi- 
damente. In  queste  elevate  e  procellose  re- 
gioni,  essi  disputano  il  terreno  a  un'altra 
razza  ancora  più  selvatica,  la  razza  a  testa 
nera  delle  lande,  che  indietreggiano  a  poco  a 
poco  davanti  ad  essi,  abbandonando  loro  le 
migliori  praterie  per  rifugiarsi  sulle  cime  più 
selvagge. 

Queste  tre  razze  tendono  presentemente 
ad  assorbire  tutte  le  altre  e  ad  invadere 
tutta  la  Gran  Brettagna.  Alcune  varietà  lo- 
cali però  resistono  e  si  sviluppano  a  parte: 
tali  sono  quelle!  delle  paludi  di  Romney, 
nella  contea  di  Kent,  quella  della  pianura 
o  coslwolds  della  contea  di  Glocester,  le 
razze  di  Lincoln  e  di  Teeswater  a  lana 
lunga,  quella  di  Doriet  e  di  Hareford  a  lana 
corta  ecc.  Tutte  queste  specie  sono  miglio- 
rate per  mezzo  di  processi  analoghi  a  quelli 
che  vennero  seguiti  pei  Dishley,  i  South 
Downs  ed  i  Cheviot.  In  tutta  l'Inghilterra, 
l'allevatore  di  montoni  si  occupa  prima  di 
tutto  al  dì  d'oggi,  tanto  nel  perfezionare  la 
sua  razza  in  se  stessa,  quanto  incrociandola 
con  altre  già  perfezionate  ,  o  sostituendo 
una  di  queste  razze  alla  sua,  secondo  che 
l'uno  o  l'altro  di  questi  mezzi  gli  sembra 
più  efficace  ad  aumentare  la  precocità  e  ad 
arrotondare  le  forme  de\suoi  prodotti.  Si 
può  dire  che  il  genio  di  Bakewell  è  penetrato 
in  tutti  i  suoi  compatrioti. 

Proviamo  frattanto  di  paragonare  appros- 
simativamente i  prodotti  annuali  che  i  due 
paesi  traggono  da  questo  [numero  eguale 
di  montoni. 

La  produzione  della^lana  deve^essere  in 
Francia  di  60  milioni  di  chilo,  circa  ;  la 
stessa  produzione  è  valutata  in  Inghilterra 
a  550,  000  balle  di  240  libbre  inglesi ,  ciò 
che  equivale  a  60  milioni  di  chil.  I  due  paesi 
sarebbero  dunque  suH'egual  piede,  per  la 
lana;  ma  l'Inghilterra  è  superiore  in  una 
proporzione  enorme,  se  si  tratta  della  carne. 
Si  macellano    ogni    anno  nelle  isole  bri- 


ED   AGRONOMO  75 

tanniche  circa  10  milioni  di  capi,  dei  quali 
8  milioni  nella  sola  Inghilterra,  che  danno 
un  peso  medio  di  30  chil.  di  carne  netta  per 
capo,  360  milioni  di  chil. 

Si  macellano  in  Francia  circa  8  milioni 
di  capi,  che  al  peso  medio  di  18  chil.  di 
carne  netta,  la  metà  cioè  dei  montoni  in- 
glesi, danno  144  milioni  di  chil. 

Da  cui  ne  consegue  che  il  prodotto  dei 
35  milioni  di  montoni  francesi  sarebbe  rap- 
presentato dalle  cifre  seguenti: 

Lana    ...      60  milioni  di  chil. 
Carne .    .    .     144  » 

E  la  rendita  dei  35  milioni  di  montoni 
inglesi  dà  questa: 

Lana    ...      60  milioni  di  chil. 
Carne.     .     .    360  » 

E  perciò  il  prodotto  della  carne  inglese 
è  il  doppio  del  francese.  Senza  dubbio  queste 
cifre  non  sono  dijun'esaltezza  matematica, 
ma  si  approssimano  abbastanza  al  vero  per 
dare  una  sufficiente  idea  dei  fatti  generali. 
Si  sono  piuttosto  ridotte  che  accresciute  le 
cifre  date  dalle  ordinarie  statistiche,  in  ciò 
che  riguarda  l'Inghilterra,  ed  al  contrario, 
piuttosto  accresciute  che  ridotte  quelle  che 
riguardano  la  Francia.  David  Low,  il  dotto 
professore  d'  agricoltura  all'  università  di 
Edimburgo,  nel  suo  Trattato  degli  animali 
domestici,  pubblicato  già  da  molti  anni, 
porta  a  227  milioni  il  valore  della  lana  pro- 
dotta annualmente  in  Inghilterra;  ma  questa 
valutazione  è  evidentemente  esagerata;  il 
commentatore  francese  di  David  Low,  va- 
luta nello  stesso  tempo  il  prodotto  dei  mon- 
toni inglesi,  in  carne,  a  640  milioni  di  chil., 
ciò  che  non  sarebbe  possibile,  a  meno  che 
tutti  i  montoni  inglesi  fossero  di  Dishley. 
D'altra  parte  il  sig.  Moreau  di  Jones  nella 
sua  statistica  agricola,  fatta  su  documenti 
officiali,  porta  a  6  milioni  il  numero  di  capi 
macellati  in  Francia,  a  13  chil.  la  rendita 
media,  e  a  80  milioni  di  chil.  il  prodotto 
totale.  Tutte  queste  medie  si  sono  alquanto 
innalzate,  parendo  troppo  basse. 
Si  scorge  facilmente,  quanto  questo  risul- 
tato, che  sembra  già  sì  grande  per  le  isole 


76  GIORNALE   DF. 

britanniche  in  generale,  deve  diventare  enor- 
me quando  trattasi  soltanto  dell'Inghilterra 
propriamente  detta.L'Inghilterranutre2  capi 
di  montone  per  ettaro,  mentre  in  Francia  la 
media  è  di  due  terzi  di  capo,  ed  il  prodotto 
dei  montoni  inglesi  essendo  inoltre  il  doppio 
di  quello  dei  montoni  francesi,  ne  consegue 
che  la  vendita  media  di  un  podere  inglese 
in  montoni  è,  a  superficie  eguale,  sei  volte 
più  alto  di  quello  di  un  podere  francese. 

Questa  affliggente  sproporzione  non  è  però 
vera  in  alcuni  poderi  francesi,  dove  l'edu- 
cazione della  specie  ovina  è  saviamente  in- 
tesa, quanto  in  Inghilterra,  ove  pure  si  è 
sulla  strada  di  oltrepassare  gli  Inglesi  col 
mezzo  della  giudiziosa  mescolanza  del  san- 
gue inglese  col  sangue  merinos.  Basta  il 
citare,  fra  le  altre,  la  magnifica  greggia  del 
sig.  Pluchet  a  Trappes  (Seine-et-Oise),  quella 
del  sig.  Malingiè  a  la  Charmoise  (Loir-et- 
Cher)  e  gli  incrociamenti  che  si  fanno  negli 
ovili  dello  Stato ,  principalmente  a  Alfort  ; 
ma  egli  non  è  men  vero  che  la  Francia  in 
generale  è  rimasta  molto  indietro.  L'Irlanda 
sola,  nelle  isole  britanniche,  ha  una  ricchezza 
ovina  eguale  alla  francese;  la  Scozia  è  su- 
periore. Aggiungiamo  che  queste  cifre,  già 
sorprendenti,  sono  lontane  dall'offrire  la  mi- 
sura compiuta  de' vantaggi  che  l'agricol- 
tura inglese  trae  dai  suoi  montoni  ;  non  bi- 
sogna dimenticare  che  questo  prezioso  ani- 
male non  dà  soltanto  al  coltivatore  carne  e 
lana,  egli  lo  arricchisce  anche  col  suo  con- 
cime, e  tutta  questa  rendita  è  ottenuta  mi- 
gliorando di  più  il  suolo  che  lo  produce.  E 
in  certo  modo  il  bello  ideale  della  produ- 
zione rurale. 

Se  ora  portiamo  i  nostri  sguardi  fuori 
d'Europa,  nelle  colonie  britanniche,  noi  vi 
troviamo  l'educazione  del  montone  prati- 
cata sull'esempio  della  madre  patria  con  una 
predilezione  marcata.  Qui  la  popolazione 
essendo  più  rara  e  la  ricchezza  consistendo 
principalmente  nell'esportazione,  non  è  più 
la  carne  che  è  cercata,  ma  la  lana,  perchè 
la  lana  si  trasporta  più  facilmente.  Nello 
stesso  tempo  che  l'Inghilterra  bandiva  i 
merinos,  li  trasportava  nelle  sue  colonie. 
Si  sono  trovati,  all'altra  estremità  dei  mari, 


LL  INGEGNERE 

deserte  e  immense  regioni,  ammirabilmente 
adattale  alla  razza  spagnuola.  Questa  razza 
vi  si  è  grandemente  moltiplicata  e  si  creò 
un  nuovo  mondo.  Su  quegli  inabitati  pa- 
raggi si  innalzarono,  come  per  incanto, 
magnifiche  ville;  il  flutto  dell'emigrazione 
britannica  vi  si  spande  come  una  marea 
continuamente  crescente  ,  e  non  ostante , 
chi  produce  tutte  queste  meraviglie  è  un 
debole  animale,  un  montone.  Si  temette  un 
istante,  che  la  scoperta  delle  miniere  d'oro 
non  facesse  abbandonare  i  pascoli,  e  tutta 
l'Inghilterra  si  scosse;  ma  questi  timori  sono 
alquanto  calmati  ed  il  montone  compete  an- 
che coll'oro. 

Al  principio  di  questo  secolo  l'Inghilterra 
traeva  dalla  Spagna  la  metà  delle  sue  lane  im- 
portate;attualmentela  Spagna  non  figura  che 
di  nome  sui  suoi  stati  d'importazione.  Paesi 
che  non  davano  una  libbra  di  lana  cinquan- 
tanni fa,  il  cui  nome  era  quasi  sconosciuto, 
figurano  in  oggi  su  questi  stati  per  quantità 
enormi.  Tali  sono  le  colonie  britanniche  nel- 
l'Australia, che  forniscono  40  milioni  di  lib- 
bre dilana,la  colonia  del  Capo  di  Buona  Spe- 
ranza e  i  possessi  inglesi  dell'India,  che  ne 
spediscono  Ì0  a  12  milioni.  Queste  lane  sono 
di  eccellente  qualità  e  vanno  migliorando 
ogni  giorno.  I  produttori  disputano  da  questi 
lontani  paesi  ai  coltivatori  francesi  gli  ovili 
di  Rambouillet,  che  pagano  a  caro  prezzo. 
L'Inghilterra  unendo  il  prodotto  de' suoi 
montoni  coloniali  indigeni  a  quello  de'  suoi 
montoni  coloniali,  realizza  ogni  anno  una 
ricchezza  di  6  a  700  milioni,  che  raddoppia 
poi  colle  sue  manifatture.  Mirabile  potere 
dell'  industria  umana ,  quando  ella  sa  trar 
partito  abilmente  dai  doni  della  Provvidenza! 

La  Francia,  superata  nella  produzione 
della  carne  dalla  parte  europea  dell'impero 
britannico,  lo  è  ancora  nella  produzione  della 
lana  per  l'unione  delle  colonie  e  della  me- 
tropoli. Eppure  non  mancano  alla  Francia 
le  risorse  naturali,  ed  essa  ha  di  che  riva- 
leggiare largamente,  sia  sul  suo  suolo,  sia 
nella  sua  colonia  africana,  ben  più  vicina 
delle  colonie  d'Australia.  La  stessa  distin- 
zione che  si  è  stabilita  in  Inghilterra,  si 
stabilirà  probabilmente  un  giorno  fra  il  suolo 


ARCHITETTO 

nazionale  e  le  colonie  francesi;  in  Francia 
senza  rinunciare  del  tutto  alla  lana,  gli  al- 
levatori volgeranno  la  loro  attenzione  ai 
prodotti  della  carne,  più  di  quello  che  fe- 
cero finora;  gli  Algerini,  alla  lor  volta, 
traggono  immenso  profitto  dalla  produzione 
della  lana;  gli  uni  egli  altri  dovranno  la- 
vorare attivamente  per  accrescere  ad  un 
tratto  il  numero  e  la  qualità  dei  loro  mon- 
toni. Gli  impulsi  vengono  da  ogni  parte,  e 
ogni  giorno  si  fanno  grandi  progressi  in 
questa  doppia  via,  ma  i  Francesi  si  son  posti 
in  cammino  un  po'  tardi,  e  l'Inghilterra  ha 
su  di  essi  una  superiorità  che  difficilmente 
potranno  raggiungere. 

La  superiorità  dell'agricoltura  inglese  sulla 
francese  non  è  così  grande  sul  bestiame  gros- 
so, quanto  sulla  razza  ovina;  essa  è  perù 
molto  sensibile. 

Il  numero  delle  bestie  cornute,  possedute 
dalla  Francia,  ascende  a  10  milioni  di  teste; 
il  regno-unito  ne  alleva  circa  8  milioni,  cioè 
un  po'  meno;  ma  se  è  inferiore  la  quantità 
assoluta,  non  è  minore  la  quantità  propor- 
zionale. Su  questo  numero  l'Inghilterra  e 
il  paese  di  Galles  contano  5  milioni  di  teste, 
la  Scozia  un  milione,  l'Irlanda  2,  cioè,  l'In- 
ghilterra ha  una  testa  sopra  tre  ettari,  la 
Scozia  una  sopra  otto,  l'Irlanda  una  sopra 
quattro,  e  in  Francia  la  media  di  una  testa 
ogni  cinque  ettari.  Si  vede  che  la  media  della 
Francia  non  è  realmente  superiore  a  quella 
della  Scozia,  il  cui  suolo  fa  eccezione;  essa 
è  al  disotto  dell'Irlanda  stessa,  è  assai  lon- 
tana dall'Inghilterra.  Questo  in  quanto  al 
numero,,  e  in  quanto  alla  qualità,  l'inferio- 
rità francese  è  maggiore. 

L'uomo  può  domandare  alla  razza  bovina, 
oltre  il  concime,  il  cuojo  e  la  borra,  tre  sorta 
di  prodotti  :  il  lavoro,  il  latte  e  la  carne.  Di 
questi  tre  prodotti  il  meno  lucroso  è  il  primo, 
e  troviamo  qui  una  distinzione  affatto  ana- 
loga a  quella  che  abbiam  fatto  pei  montoni. 
Mentre  l'agricoltore  francese  impiegava  il 
bestiame  cornuto  principalmente  al  lavoro, 
l'inglese  ne  traeva  invece  latte  e  carne.  Que- 
sta seconda  distinzione  ha  prodotto  diffe- 
renze quasi  sensibili  come  la  prima. 
Vediamo  dapprima  i  prodotti  del  latte  nei 


ED   AGRONOMO  77 

due  paesi.  La  Francia  possiede  4  milioni  di 
vacche  capaci  di  figliare,  e  il  regno-unito 
3  milioni;  ma  tre  quarti  delle  vacche  fran- 
cesi non   sono  lattifere,  mentre  quasi  tutte 
le  vacche   inglesi  lo  sono.  Le  esigenze  del 
lavoro,  che  richiede  delle  razze  forti  e  ro- 
buste, si  conciliano  difficilmente  col  tempe- 
ramento favorevole  all'abbondante  produ- 
zione del  latte.  La  cattiva  pastura,  la  man- 
canza di  cure,  il  difetto  di  ogni  precauzione 
nella  scelta  dei  riproduttori,  e  forse  anche 
nell'estremo  mezzodì  la  secchezza  e  il  ca- 
lore del  clima,  accrescono  l'effetto  prodotto 
dal  lavoro.  Nelle  parti  della  Francia  dove 
gli  allevatori,  per  circostanze  locali,  han 
posto  mente  alla  produzione  del  latte,  si  ot- 
tennero risultati  comparabili  e  spesso  supe- 
riori a  quelli  che  si  ottengono  in  Inghilterra, 
condizioni  che  mostrano  quanto  la  Francia 
possa  in  generale  gareggiare  per  quest'  in- 
dustria  coli' Inghilterra;  ma  se  le  razze  lat- 
tifere francesi  valgono  quanto  le  inglesi   e 
talvolta  di  più,  non  sono  però  tanto  diffuse. 
Non  vi  sono,  in  Inghilterra,  vacche  che 
sorpassino  sensibilmente  le  vacche  francesi, 
fiamminghe,  normanne,  bretone, per  la  quan- 
tità e  la  qualità  del  latte  e  per  la  propor- 
zione del  prodotto  latteo  relativamente  alla 
quantità  di  cibo  consumato.  Quanto  ai  pro- 
dotti di  casone,  se  i  formaggi  inglesi  sono 
in  generale  migliori  dei  francesi,  non  così 
avviene  del  burro,  che  non  è  per  nulla  pa- 
ragonabile   alle  buone  qualità  prodotte    in 
Brettagna   e  Normandia.    Malgrado    questi 
vantaggi  incontrastabili,  il  prodotto  totale 
delle  vacche  inglesi  in  latte,  burro  e  formag- 
gio passa  di  molto  il  prodotto  delle  vacche 
francesi,  benché  quest'ultime  siano  più  nu- 
merose e  in  certi  luoghi  molto  più  lattifere. 
In  agricoltura  può  solo  dare  dei  grandi  ri- 
sultati  una  pratica  generalizzata;  e  difatti 
in  Inghilterra  è  costume  universale  di  man- 
tenere una  o  più  vacche  lattifere. 

La  razza  lattifera  per  eccellenza  dell'im- 
pero britannico,  è  originaria  delle  isole  della 
Manica,  che  sono  un  frammento  staccato 
della  Normandia.  La  si  denomina  general- 
mente isola  d'Alderney,  che  si  chiama  in 
francese  Aurigny.   Si  hanno   dovunque   le 


78 


GIORNALE   DELL  INGEGNERE 


precauzioni  più  mimile  per  mantenere  la 
purezza  di  (mesta  razza,  che  non  è,  in  fin 
dei  conti,  che  una  varietà  delle  francesi.  Le 
isole  della  Manica  producono  molte  gioven- 
che vendute  per  l'Inghilterra  e  assai  ricer- 
cate dai  ricchi  pei  loro  casoni  di  campagna. 
Chiunque  ha  fatto  il  viaggio  di  Jersey,  avrà 
veduto  queste  belle  bestie,  così  intelligenti 
che  popolano  i  pascoli  di  quest'isola,  e  che 
fanno  parte  della  famiglia  presso  tutti  i  col- 
tivatori. Sono  senza  dubbio  buone  di  natura, 
ma  non  poco  contribuirono  a  renderle  tanto 
produttive  le  cure  affettuose  di  cui  sono 
l'oggetto.  Gli  abitanti  di  Jersey  ne  sono  su- 
perbi e  gelosi  come  di  un  tesoro  unico  al 
mondo. 

Questa  razza  però ,  trova  una  rivale  in 
un'altra,  che  le  assomiglia  molto,  e  che  de- 
v'  esser  nata  dagli  incrociamenti  :  è  quella 
della  contea  d'Ayr  in  Scozia.  Non  molto 
tempo  fa  la  Scozia,  in  generale,  era  quasi 
affatto  incolta;  la  contea  d'Ayr  principal- 
mente, non  è  coltivata  con  qualche  accu- 
ratezza che  da  cinquanta  o  sessantanni: 
questo  antico  paese  di  lande  e  di  paludi  è 
divenuto  una  specie  di  Arcadia.  Quivi  nac- 
que Roberto  Burns,  il  pastore  poeta:  le  sue 
poesie  campestri,  che  datano  dalla  rivolu- 
zione francese,  sono  contemporanee  al  ri- 
sorgimento agricolo  del  suo  paese  natale. 
La  stessa  ispirazione  che  produsse  le  can- 
zoni bucoliche  di  Burns,  ha  creato  questa 
bella  razza  lattifera  d'Ayr,  le  cui  forme 
graziose,  il  pelo  variato,  il  carattere  tran- 
quillo, le  grosse  poppe,  il  latte  abbondante 
e  denso,  realizzano  l'ideale  della  vita  pa- 
storale. Una  buona  vacca  di  questa  specie 
può  dare  più  di  quattro  mila  litri  di  latte 
all'anno;  ne  danno  in  media  tre  mila  e  si 
trovano  dappertutto,  tanto  in  Iscozia  che  in 
Inghilterra. 

Tutte  le  altre  razze  inglesi  sono  più  o 
meno  da  latte;  si  può  ritenere  che  una  vacca, 
che  non  ha  latte,  è  un'eccezione  in  questo 
paese.  L'Irlanda  stessa  possiede  due  razze 
di  vacche  da  latte:  una  piccola  e  selvatica,  in- 
teramente analoga  alle  razze  francese  ebret- 
tona,  ed  originarie  delle  selvagge  monta- 
gne di  Kerry  ;  l'altra,  grande  e  forte,  che 


sviluppossi  nei  ricchi  pascoli  delle  rive  del 
Shannon. 

Il  consumo  del  latte  sotto  tutte  le  forme, 
ha  preso  in  Inghilterra  uno  sviluppo  enor- 
me :  sotto  questo  rapporto  le  loro  abitudini 
sono  antiche;  egli  è  gran  tempo  che  Cesare 
diceva  dei  Britanni:  lacle  et  carne  vivunl. 
Essi  non  hanno  il  costume,  come  una  gran 
parte  dei  Francesi,  di  preparare  gli  alimenti 
colla   grascia    o  coli'  olio  ;   il   burro    serve 
loro  per  tutte  le  preparazioni  culinarie ,  il 
formaggio    figura  in    tutti  i  loro    pasti.  Le 
quantità  di  burro  e  di  formaggio  che  si  fab- 
bricano da  un  capo  all'altro  delle  isole  bri- 
tanniche, passano  ogni  immaginazione.  La 
contea  di  Chester  produce  da  sola  un  mi- 
lione di  sterline,  ossia  25  milioni  di  franchi 
in  formaggio,  all'anno.  Non  contenti  di  ciò 
che  producono  i  loro  casoni,  essi  fanno  an- 
che venir  molto  burro  o  formaggio  dall'e- 
stero, e  questa  circostanza,  che  mostra  fino 
a  qual   punto  è  spinto  il  gusto  nazionale, 
spiega    perchè  il  prezzo  medio  del    latte  è 
più  alto  presso  di  essi  che  in  Francia.  Men- 
tre ì  produttori  francesi  ottengono  per  ade- 
quato 10  centesimi  per  litro  di  latte,  i  pro- 
duttori inglesi  ne  ottengono  20. 

In  somma  si  può  valutare  la  produzione 
in  latte  delle  vacche  inglesi  a  3  miliardi  di 
litri,  dei  quali  1  miliardo  circa,  serve  al 
nutrimento  dei  vitelli  e  2  al  nutrimento  del- 
l'uomo ;  è  una  media  di  circa  1,000  litri  per 
ogni  vacca.  La  produzione  della  Francia  è 
tutt'al  più  di  due  miliardi  di  litri  in  ragione 
di  500  litri  per  testa,  di  cui  la  metà  per  lo 
meno  è  assorbita  dai  vitelli. 

Così ,  mentre  i  produttori  francesi  non 
hanno  da  vendere  per  il  consumo  umano, 
che  1  miliardo  di  litri,  i  produttori  inglesi 
ne  vendono  2,  e  siccome  essi  ottengono 
dal  loro  latte,  colla  loro  industria,  un  prezzo 
doppio  di  quello  che  ne  ottengono  i  Fran- 
cesi, ne  consegue,  che  il  prodotto  dei  ca- 
soni deve  essere  quattro  volte  maggiore  in 
Inghilterra  che  in  Francia  ;  i  due  prodotti 
sarebbero  allora  rappresentati  dalle  cifre 
seguenti  : 

Francia,  l  miliardo  di  litri 

a  10  cent 100  milioni 


ARCHITETTO 

Isole  Britanniche,  2  miliardi 

di  litri  a  20  cent.   .     .     .     400  milioni 
Queste  differenze,  qualunque  sia  la  loro 
importanza,  non  faranno  maraviglia  a  chiun- 
que avrà  paragonato  anche  in  Francia  il  pro- 
dotto delle  mandre  sui  varii  punti  del  ter- 
ritorio. Fra  una  stalla  di  Normandia ,  per 
esempio,  dove  la  produzione  e  la  manipo- 
lazione   del  latte  sono    ben  intese ,  ed  una 
stalla  del  Limosino  o  della  Linguadoca,  ove 
la  facoltà  lattifera  non  ha  ricevuto  sviluppo 
nelle  vacche,  il  contrasto  è  più  grande,  che 
fra  una  stalla  francese  in  generale  ed  una 
stalla  inglese.  Non  solo  la  quantità  del  latte 
è  infinitamente  minore,  ma  è  ancor  minore 
il  prezzo  che  se  ne  ritrae;  il  produttore  del 
Centro  o  del  Mezzodì  non  sa  che  fare  del 
suo  latte,  quando  ne  ha;  il  produttore  del 
nord  al  contrario  ne  trae  mirabile  partito. 
In  ogni   paese  l'arte  di  produrre  e  di  uti- 
lizzare il  latte  è  un'eccellente  industria,  ed 
ì  paesi  che  fabbricano  burro  e  formaggio, 
sono  sempre  più  ricchi  degli  altri. 

Se  il  lavoro  di  cui  in  Francia  si  aggrava 
il  grosso  bestiame,  la  priva  di  una  gran  ren- 
dita in  latte,  la  priva  anche  di  una  rendita 
non  meno  preziosa  in  carne  da  macello. 
Sembra  a  prima  vista  che  il  lavoro  della 
razza  bovina  non  debba  avere  molta  in- 
fluenza sulla  sua  rendita  in  carne,  e  che 
questo  lavoro,  nell'utilizzare  la  vita  di  un 
bue,  permetta  di  fare  della  carne  a  miglior 
prezzo.  L'esperienza  ha  mostrato  che  se  ciò 
era  qualche  volta  una  verità  di  dettaglio, 
era  anche  un  errore  d'insieme.  L'abitudine 
al  lavoro  forma  delle  razze  dure,  vigorose, 
lente,  che,  come  gli  uomini  dedicati  a  una 
fatica  penosa,  mangiano  poco,  s'ingrassano 
di  buon'  ora,  prendono  delle  forme  rotonde 
e  carnose  e  somministrano  a  nutrimento 
eguale,  un  più  bel  prodotto  al  macello.  Le 
cure  dell'allevatore  ajutano  questa  disposi- 
zione naturale  e  l'accrescono  talvolta  all'in- 
finito. A  questa  causa  generale  di  superiorità 
possono  aggiungersi  delle  cause  secondarie 
che  derivano  tutte  dal  medesimo  principio. 
Così,  quando  si  fa  conto,  avanti  tutto,  della 
somma  del  lavoro  che  può  dare  un  animale, 
non  lo  si  macella,  che  quando  egli  ha  finita 


ED   AGRONOMO  79 

la  sua  carriera;  quando  al  contrario  non 
gli  si  dimanda  che  della  carne,  si  coglie, 
per  macellarlo,  il  momento  in  cui  egli  può 
darne  di  più.  Così  pure  per  gli  animali  da 
tiro ,  i  coltivatori  poveri  sono  facilmente 
indotti  a  moltiplicarne  il  numero  in  pro- 
porzione del  bisogno  cb/essi  ne  hanno.,  senza 
darsi  pena  del  nutrimento  che  possono  dar 
loro;  essi  sono  in  tal  modo  condotti  a  pro- 
durre delle  razze  piccole  e  magre  che  cor- 
rispondano prima  di  tutto,  come  l'asino,  al 
loro  destino,  ma  che  non  sono  di  alcuna 
risorsa  ulteriore;  quando  al  contrario  si 
specula  sulla  carne,  s'impara  ben  presto  a 
non  avere  che  quelle  bestie  che  si  possono 
ben  nutrire,  perchè  il  nutrimento  è  loro  dì 
miglior  profitto. 

Questo  insieme  di  cause  fa  che,  contra- 
riamente alle  apparenze,  le  razze  da  macello 
sono  quelle  che  pagano  meglio  ciò  che  esse 
consumano,  e  che  il  lavoro  delle  bestie 
cornute,  necessario  0  no,  in  luogo  di  essere 
un  benefizio,  è  una  perdita. 

È  pure  il  celebre  coltivatore  di  Dishley- 
Grange,  Roberto  Bakevell,  che  ha  dato  Io 
slancio  in  Inghilterra  per  il  perfezionamento 
della  razza  bovina,  considerata  esclusiva- 
mente al  punto  di  vista  del  macello.  I  suoi 
processi  erano  gli  stessi  che  pei  montoni, 
soltanto  egli  è  men  bene  riuscito  perso- 
nalmente. Il  montone  prodotto  da  Bake- 
well  è  rimasto  il  tipo  più  perfetto  del  mon- 
tone da  macello,  la  razza  de'buoij  ch'egli 
ha  creata,  non  ebbe  la  stessa  fortuna.  Quella 
a  lunghe  corna  del  centro  dell'Inghilterra, 
eh'  egli  aveva  scelta  per  farne  il  soggetto 
de' suoi  sforzi,  è  una  razza  difettosa  per 
molti  riguardi.  Malgrado  la  sua  abilità  e 
la  sua  perseveranza,  egli  non  ha  potuto 
modificarla  abbastanza  profondamente  per 
toglierle  i  suoi  difetti  primitivi,  la  razza  a 
lunghe  corna  è  al  dì  d'oggi  quasi  general- 
mente abbandonata;  ma  se  questo  grande 
allevatore  non  è  riuscito  interamente  nella 
sua  impresa,  egli  ha  dato  almeno  degli 
esempi  e  dei  modelli  che  sono  stati  seguiti 
per  ogni  dove,  e  che  hanno  finito  per  tra- 
sformare tutte  le  razze  inglesi.  Attualmente 
non  esiste  forse  in  tutta  la  Gran  Brettagna 


80 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


un  sol  capo  di  bestiame.,  che  non  sia  stato 
profondamente  modificato  secondo  il  metodo 
di  Bakewell,  e  se  alcuno  non  porta  il  suo 
nome,  come  fra  le  bestie  lanute,  tutte  hanno 
egualmente  subita  un'impronta. 

Fra  queste  razze  migliorate  da  lungo 
tempo,  figura  primamente  quella  a  corna 
corte  di  Durham.  Essa  ebbe  origine  nella 
pingue  vallata  della  Tees  e  sembra  essere 
stata  formata  nel  suo  principio ,  per  l'iu- 
crociamento  delle  vacche  olandesi  coi  tori 
indigeni.  Questa  razza  era  già  degna  di 
osservazione  per  la  sua  attitudine  all' in- 
grassamento e  le  sue  qualitàlattifere,  quando 
le  idee  di  Bakewell  si  sparsero  iu  Inghil- 
terra. I  fratelli  Collins,  coltivatori  a  Dar- 
lington,  immaginarono  verso  il  1775  di  ap- 
plicare questi  processi  alla  razza  della  Tees 
ed  ottennero,  quasi  subito  dopo  i  tentativi, 
risultati  considerevoli.  La  stalla  di  Carlo 
Collins  aveva  acquistato  una  tale  riputa- 
zione in  trent'  anni ,  che  allorquando  si 
vendettero  all'incanto  nel  1810  i  47  animali 
di  cui  essa  componevasi ,  dodici  dei  quali 
al  di  solto  diun  anno,  si  ricavarono  478,000 
franchi. 

La  razza  a  corna  corte  ,  migliorata ,  si 
estese  dopo  quest'epoca  in  tutta  l'Inghilterra, 
in  Scozia,  ed  in  Irlanda,  e  dopo  qualche 
tempo  si  introdusse  in  Francia.  Gli  animali 
che  ne  sono  usciti  possono  ingrassare  al- 
l'età di  due  anni  e  raggiungere  a  questa 
età  un  peso  enorme  che  nessun' altra  razza 
può  dare  così  presto.  La  loro  testa,  le  loro 
gambe ,  e  le  loro  ossa  in  generale  sono 
state  ridotte  a  così  piccole  proporzioni ,  e 
le  parti  del  corpo  le  più  carnose,  così  lar- 
gamente sviluppate,  che  essi  rendono  quasi 
tre  quarti  del  loro  peso  in  carne. 

Dopo  la  razza  a  corna  corte  di  Durham, 
che  è  per  i  buoi  ciò  che  è  per  i  montoni 
la  razza  di  Dishley,  vengono  "quelle  di  He- 
reford  e  di  Devon,  che  possono  essere  pa- 
ragonate ai  South-Downs  ed  ai  Cbeviot. 
La  razza  di  Hereford  segue  dappresso  quella 
di  Durham,  ed  è  anche  più  generalmente 
cercata  di  essa ,  essendo  quella  che  offre 
quasi  la  stessa  precocità,  la  stessa  attitu- 
dine all'ingrassamento  con  maggiore  selva- 


tichezza. La  contea  di  Hereford ,  doddove 
è  uscita,  è  situata  al  piede  delle  montagne 
del  paese  di  Galles,  e  benché  rinomata  pei 
suoi  boschi,  i  suoi  pascoli,  le  sue  esposizioni, 
ha  soltanto  terreni  di  mediocre  fertilità.  I 
buoi  che  essa  produce  sono  di  rado  ingras- 
sati nel  paese,  in  generale  sono  acquistati 
dai  pastori  ,  che  li  conducono  nei  luoghi 
più  fertili,  ove  assumano  il  loro  intero  svi- 
luppo, ciò  che  è  difficile  farsi  per  i  Dur- 
ham, i  quali  esigono  fin  dalla  loro  nascita 
un'  abbondante  alimentazione.  La  contea 
di  Hereford  è  quindi  per  una  gran  parte 
dell'  Inghilterra .  ciò  che  sono  in  Francia 
l'Alvernia  o  il  Limosino,  un  paese  elevato 
i  cui  prodotti  si  esportano  di  buon'  ora  e 
vanno  ad  alimentare  il  mercato  della  capi- 
tale. 11  perfezionamento  di  Hereford  è  dovuto 
a  un  contemporaneo  di  Bakewell  chiamato 
Tomkins. 

La  razza  di  Devon  è  una  razza  di  mon- 
tagna che  altre  volte  lavorava  molto  e  che 
in  alcuni  luoghi  è  tuttora  sottoposta  al  la- 
voro; essa  è  piccola  ma  mirabilmente  con- 
formata. 

Tutte  le  altre  razze  della  Gran  Brettagna, 
senza  aver  raggiunto  precisamente  la  stessa 
perfezione,  sono  state  migliorate  nello  stesso 
modo.  La  Scozia  ne  produce  molte,  che 
godono  di  una  grande  reputazione;  i  buoi 
scozzesi  escono  dalle  loro  montagne  all'età 
di  tre  o  quattro  anni  per  venire  a  ingras- 
sare in  Inghilterra;  tali  sono  i  buoi  detti 
di  Galloway,  la  razza  nera  senza  corna 
della  contea  d'  Angus  ,  e  quell'  ammirabile 
razza  degli  highlands  dell'ovest,  una  delle 
più  meravigliose  creazioni  dell'uomo ,  che 
vive  senzatetto  sulle  più  selvagge  montagne 
del  nord ,  e  <:he  malgrado  la  sterilità  del 
suolo  e  l'asprezza  del  clima  giunge  ad  un 
peso  medio  straordinario,  il  cui  valore  s'ac- 
cresce ancora  per  l'eccellente  qualità  della 
sua  carne. 

Ecco  ora  quali  sono  presso  a  poco  i  ri- 
sultali comparativi  dei  due  sistemi  : 

In  Francia  il  numero  delle  bestie  macel- 
late annualmente  deve  essere  di  4  milioni 
di  capi,  producenti  in  tutto  400  milioni  di 
chilo,  di  carne,  in  ragione  di  100  chilo,  di 


peso  medio.  La  statistica  officiale  dice 300  mi- 
lioni soltanto. 

Nelle  isole  britanniche  il  numero  delle 
bestie  macellate  annualmente  è  di  2  milioni 
di  capi,  producenti  in  tutto  500  milioni  di 
chilo,  di  carne,  in  ragione  di  200  chilo,  di 
peso  netto. 

Così  con  8  milioni  di  capi  e  30  milioni 
d'ettari,  l'agricoltura  britannica  produce 
500  milioni  di  chilo,  di  carne,  mentre  che 
la  Francia,  con  10  milioni  di  capi  e  53  mi- 
lioni d'ettari  non  ne  produce  che  400. 

Questa  nuova  sproporzione  si  spiega  per- 
fettamente oltre  la  differenza  delle  razze , 
per  la  differenza  nell'età  degli  animali  ma- 
cellati. I  buoi  francesi  sono  macellati  troppo 
presto  o  troppo  tardi;  la  necessità  di  nutrire, 
prima  di  tutto,  gli  animali  da  lavoro  in 
Francia  li  costringe  ad  ammazzare  un  gran 
numero  di  vitelli  nell'età  in  cui  il  crescere 
è  più  rapido.  Sui  4  milioni  di  capi  francesi 
figurano  2  milioni  e  mezzo  di  vitelli ,  che 
non  danno  più  di  30  chilo,  di  carne  netta 
per  media;  quelli  che  sopravvivono  non 
sono  immolati  che  a  un'  età  in  cui  il  cre- 
scere ha  cessato  da  lungo  tempo,  cioè  dopo 
che  l'animale  ha  consumato  per  molti  anni 
il  nutrimento  che  non  ha  servito  ad  accre- 
scere il  suo  peso.  Gli  Inglesi  al  contrario 
non  ammazzano  i  loro  animali  né  tanto 
giovani,  perchè  è  nella  giovinezza  che  essi 
fanno  più  carne,  né  tanto  vecchi,  perchè 
essi  non  ne  fanno  più;  essi  colgono  il  mo- 
mento preciso  in  cui  l'animale  ha  acqui- 
stato il  suo  maximum  di  crescimene. 

Questi  risultati  tanto  favorevoli  all'  eco- 
nomia rurale  inglese  divengono  meno,  egli 
è  vero,  pel  lavoro  che  danno  in  Francia  le 
bestie  bovine.  La  Francia  ha  in  tutto  2  mi- 
lioni circa  di  buoi,  i  quali  per  la  maggior 
parte  lavorano,  e  fra  le  vacche  ve  ne  hanno 
molte  che  trascinano  l'aratro.  Se  i  Francesi, 
ad  imitazione  v.  !i  Inglesi,  avessero  sop- 
presso quasi  dappertutto  il  lavoro  de' buoi, 
sarebbero  stati  obbligati  a  rimpiazzarli  con 
àii  .avalli;  questi  cavalli  renderebbero  ne- 
cessarie delle  spese  che  rappresentano  il 
valore  attuale  del  lavoro  delle  bestie  cor- 
nute. Valutando  questo  lavoro  a  200  fr.  circa 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO 


81 


al  pajo ,  si  avrebbe  una  somma  annuale 
di  200  milioni,  da  aggiungere  al  credito  della 
razza  bovina  francese. 

Il  conto  dei  prodotti  del  bestiame  grosso 
nei  due  paesi  potrebbe  dunque  stabilirsi  al- 
l'incirca  nel  seguente  modo,  trascurando  da 
una  parte  e  dall'altra  il  valore  delle  inte- 
riora e  dei  concimi,  che  devono  compen- 
sarsi presso  a  poco  tra  loro  e  valutando  il 
ch'il,  di  carne  a  un  franco: 

Francia.  • 

Latte 100  milioni 

Carne 400        » 

Lavoro 200        » 

Totale  700  milioni 

Cioè  70  franchi  per  testa  e  14  franchi  per 
ettaro. 

Isole  britanniche. 

Latte 400  milioni 

Carne 500        » 


Fai.  Ili. 


Totale  900  milioni 

Ossia  110  franchi  per  capo  e  30  franchi 
per  ettaro.  Neil'  Inghilterra  propriamente 
detta,  questo  prodotto  è  di  circa  50  franchi 
per  ettaro. 

Queste  cifre  si  verificano  per  un  fatto 
estremamente  semplice  e  facile  a  constatare: 
è  il  prezzo  medio  degli  animali  nei  due  paesi. 
In  generale,  il  prezzo  corrente  di  un  ani- 
male, dà  una  misura  abbastanza  esatta  del 
beneficio  che  l'acquirente  spera  di  ritrarre; 
ora  egli  è  un  fatto  costante  che  il  valor 
medio  delle  bestie  cornute  in  Inghilterra  è 
molto  al  disopra  di  quello  in  Francia.  Non 
è  necessario  di  andare  in  Inghilterra  per 
constatare  una  simile  differenza  ;  vi  sono  in 
Francia  due  regioni,  una  dove  il  bestiame 
grosso  non  lavora,  e  l'altra,  dove  è  soggetto 
al  lavoro.  Se  noi  cerchiamo  il  valore  medio 
nelle  due  regioni,  vediamo  che  egli  è  nella 
prima  ben  superiore  a  quello  della  seconda. 
E  perciò  l'arte  di  allevare  il  bestiame  uni- 
camente per  il  macello  è  tuttora  presso  a 
poco  ignoto  in  Francia. 

Si  sa  che  la  sostituzione  delle  razze  da 
latte  e  da  macello,  alle  razze  da  lavoro  non 
è  sempre  possibile;  più  tardi  si  dimostrerà 


Jgosto  1855. 


Il 


82  GIORNALE  DE 

il  modo  con  cui  l'agricoltura  britannica  ha 
potuto  su  questo  minto  essere  superiore  alla 
francese;  intanto  egli  è  provato  che  pel  solo 
fatto  dell'abbandono  quasi  completo  del  la- 
voro coi  buoi.,  il  suolo  britannico,  compresa 
pure  la  Scozia  e  l'Irlanda,  è  giunto  a  un 
prodotto  doppio  del  francese  pel  bestiame 
grosso.  Tale  è  in  agricoltura  il  potere  di 
un'idea  giusta,  quando  se  ne  può  fare  l'ap- 
plicazione. 

Le  altre  specie  di  animali  domestici  sono 
i  cavalli  ed  i  porci.  Pei  cavalli  la  premi- 
nenza dei  produttori  inglesi  è  da  lungo  tempo 
riconosciuta.  La  Francia  ha  circa  3  milioni 
di  cavalli  di  ogni  età,  ossia  6  capi  circa  su 
100  ettari;  l'Inghilterra,  la  Scozia  e  l'Ir- 
landa, prese  insieme,  ne  hanno  2  milioni, 
cioè  egualmente  6  capi  circa  ;  ma  i  3  mi- 
lioni di  cavalli  francesi  non  possono  essere 
stimati  per  medio  che  150  fr.  per  ogni  capo, 
cioè  in  totale  un  valore  capitale  di  450  mi- 
lioni, mentre  i  2  milioni  di  cavalli  inglesi 
sono  stimati  per  medio  300  franchi,  ciò  che 
dà  un  valor  capitale  di  600  milioni.  Egli  è 
vero  che  per  compire  il  paragone  è  d'uopo 
aggiungere  al  capitale  francese  in  cavalli  il 
valore  dei  muli  e  degli  asini,  che  la  stati- 
stica officiale  porta  a  80  milioni  e  che  pro- 
babilmente si  approssima  a  100;  ma  anche 
aggiungendo  quest'ultima  somma  all'altra, 
la  Francia  è  ancora  indietro,  mentre  l'esten- 
sione del  suo  suolo  dovrebbe  assicurarle 
una  grande  superiorità. 

Si  potrebbe  dubitare  che  il  valore  medio 
dei  cavalli  francesi  possa  essere  ridotto  nella 
stima  su  espressa;  e  quello  dei  cavalli  inglesi 
accresciuto;  ma  ciò  non  sarebbe  senza  pe- 
ricolo di  errore,  tutti  i  cavalli  inglesi  non  sono 
cavalli  di  corsa;  se  fossero  tutti  cavalli  di 
corsa,  sarebbero  stimati  più  di  300  fr.  Il  va- 
lore del  cavallo  di  corsa  inglese  è  del  tutto 
ideale ,  ma  esso  si  estende  ad  un  piccolo 
numero  di  capi,  e  per  questo  giustifica  per 
molti  riguardi  l'alto  prezzo  che  gli  Inglesi 
attribuiscono  a  tutto  ciò  che  può  migliorare 
le  loro  razze.  Questo  è  precisamente  il  mo- 
tivo per  cui  gli  stalloni  senza  difetti,  si  pa- 
gano enormi  prezzi,  e  perchè  gli  allevatori 
britannici  hanno  potuto  perfezionare  i  loro 


■  Li/ INGEGNERE 

cavalli  comuni.  Ogni  specie  di  animali  do- 
mestici ha  la  sua  speciale  utilità;  quella  del 
cavallo  è  la  forza  unita  all'agilità.  Gli  In- 
glesi si  sono  adoperati  a  sviluppare  nei  loro 
cavalli  queste  due  condizioni,  e  sebbene  ciò 
costi  molto  in  sulle  prime,  trovasi  alla  fine 
che  essi  non  pagano  l'unione  della  forza 
all'agilità  più  cara  dei  Francesi,  perchè  essi 
concentrano  il  più  che  è  possibile  i  loro 
mezzi  di  produzione  e  di  manutenzione  su 
individui  scelti  ,  in  luogo  di  sperdcrli  su 
animali  di  poco  valore. 

Oltre  i  loro  celebri  cavalli  da  sella,  essi 
hanno  delle  razze  da  tiro  egualmente  pre- 
ziose. Tali  sono,  per  esempio,  i  cavalli  di 
aratro,  che  vengono  per  lo  più  dalla  contea 
di  Suffolk.  Si  osservò  che  venne  general- 
mente sostituito  il  lavoro  dei  cavalli  a  quello 
dei  buoi  per  la  coltivazione;  si  pensò  a  ra- 
I  gione  che  il  cavallo  ,  andando  più  lesto,  il 
suo  lavoro  era  maggiormente  produttivo; 
si  fece  di  più:  si  sostituì  il  cavallo  anche 
agli  uomini  stessi  ogni  volta  che  il  lavoro 
dell'uomo,  il  più  costoso  di  tutti,  poteva  es- 
sere rimpiazzato  da  una  macchina  messa 
in  movimento  da  un  cavallo.  Nello  stesso 
tempo  si  sono  cercati  i  metodi  di  coltiva- 
zione che  permettevano  di  sopprimere  qua- 
lunque sforzo  inutile  e  poco  produttivo  e 
si  è  procurato  di  rimpiazzare,  dovunque  si 
è  potuto,  le  bestie  da  tiro  con  qualunque 
altro  motore  più  economico,  come  l'aqua, 
il  vento,  il  vapore.  Nonostante  queste  sem- 
plificazioni, la  somma  del  lavoro  agricolo, 
eseguito  in  Inghilterra  per  mezzo  dei  ca- 
valli, è  molto  più  considerevole  che  in  Fran- 
cia, ed  il  uumero  di  questi  animali  impie- 
gati per  l'agricoltura  non  è  aumentato  in 
proporzione;  la  ragione  è  che  le  loro  mute, 
essendo  in  generale  più  scelte  e  meglio  man- 
tenute delle  francesi,  hanno  maggior  vigore 
ed  agilità. 

I  cavalli  che  servono  ai  lavori  delle  bir- 
rerie, ai  trasporti  del  carbone  ed  altre  mer- 
canzie grossolane,  sono  celebri  per  la  loro 
forza  e  per  la  loro  mole;  i  migliori  giun- 
gono a  prezzi  elevatissimi.  Lo  stesso  è  dei 
cavalli  da  vettura:  la  razza  dei  cavalli  baj 
di  Cleveland  nella  contea   di  York  è   una 


ARCHITETTO 

delle  più  perfette  che  esistano  per  le  mute 
di  lusso. 

Quanto  al  eavallo  da  corsa  e  al  suo  rivale, 
il   cavallo  da    caccia,  ognuno   sa  per  qual 
cumulo  di  sforzi  si  è  giunti  a  produrre  e 
mantenere    queste    specie    superiori;    sono 
creazioni  dell'industria   umana,  vere  opere 
darle,  ottenute  a  tutte  spese  e  destinate  a 
soddisfare  ad  una  passione  nazionale.  Si  può 
dire   senza  esagerazione ,  che  tutta  la  ric- 
chezza britannica  sembra  di  non  avere  altro 
scopo  che  di  mantenere  le  mandre  da  cui  pro- 
vengono  queste  razze    privilegiate.  Un  hel 
cavallo  compendia  in  sé  stesso,  e  per  tutti, 
l'ideale  della  vita  elegante;  è  il  primo  sogno 
della  giovinetta,  come  l'ultimo  piacere  del- 
l'uomo invecchiato  nelle  occupazioni;  tutto 
ciò  che  si    riferisce    all'  educazione  dei  ca- 
valli da  sella,  alle  corse,  alle  caccie,  a  tutti 
gli  esercizii  per  cui  fanno  bella  mostra  le 
qualità  di  questi  brillanti  favoriti,  è  il  grande 
affare    di  tutto  il  paese.  Vi  prendono  inte- 
resse, tanto  il  popolo,  come  il  gran  signore, 
ed  il  giorno  in  cui  si  corre  il  Derby  a  Epsom, 
dappertutto  è  feria;  non  vi  è  più  Parlamento, 
non  vi  sono  più  affari,  tutta  l'Inghilterra 
ha   gli  occhi    fissi  su  quello    spazio ,  dove 
corrono  alcuni    giovani   stalloni  e  dove  si 
guadagnano  e  si  perdono  milioni  di  scom- 
messe in  pochi  minuti. 

1  Francesi  sono  ancora  ben  lungi  da  que- 
sto perfezionamento,  ma  non  si  può  dire  che 
nello  stesso  tempo  i  loro  cavalli  manchino 
di  pregio.  Le  loro  razze  limosine,  bretone 
e  bearnesi,  offrono  già  dei  tipi  meravigliosi, 
che  si  diffonderebbero  e  si  perfezionereb- 
bero, se  gli  allevatori  trovassero  un  corri- 
spondente guadagno. 

I  porci  inglesi  in  media  non  sono  più 
grossi  dei  francesi,  ma  sono  in  maggior 
numero  e  si  ammazzano  più  giovani.  È 
sempre  il  gran  principio  della  precocità, 
preconizzato  da  Bakevvell  ed  applicato  a  tutte 
le  specie  di  animali  commestibili.  La  sola 
Inghilterra  nutre  altrettanti  porci ,  quanti 
tutta  la  Francia  ;  la  Scozia  e  l'Irlanda  ne 
hanno  ancor  di  più,  e  pochi  di  questi  ani- 
mali vivono  oltre  un  anno.  Essi  apparten- 
gono tutti  a  razze  che  s'ingrassano  presto,    j 


ED   AGRONOMO  83 

e  le  forme  delle  quali  sono  state  da  lùsigo 
tempo  migliorate.  La  statistica  officiale  porla 
a  290    milioni  di  chilo,  la  produzione    an- 
nuale della  carne  di  porco  in  Francia.  Que- 
sta cifra  dev'essere  molto  inferiore  al  totale 
effettivo,  poiché  un  gran  numero  di  questi 
utili  animali  è  macellato  e  consumato  nelle 
case  di  campagna ,  senza  che   la  loro   esi- 
stenza abbia  potuto   essere  constatata  ;  ma 
portandola  anche  a  400  milioni  ,  il    regno 
unito  deve  produr  molto  più  di  000  milioni 
di    chilo.    È    questa    un'  altra    superiorità 
della    quale    non    si  farà  meraviglia,  se  si 
pon   mente  alla  grande  abilità  con  cui  gli 
Inglesi  hanno  esteso  il  governo  dei  porcili. 
I  poderi  su  cui  ingrassano  i  porci  a  centi- 
naia^  non  sono  rari  e  figurano  quasi  dap- 
pertutto   fra    i    rami    principali  di  rendita. 
Tali  sono  in  breve  i  vantaggi  ottenuti  dal- 
l'agricoltura britannica  nell'allevamento  de- 
gli animali  domestici.  Egli  è  vero  però  che  la 
Francia  è  superiore  invece  in  un  altro  ramo 
di  prodotti  animali,  quasi  nullo  in  Inghil- 
terra e  molto  considerevole  in  Francia,  quello 
del  pollame.  Gli  Inglesi  allevano  pochi  vo- 
latili; è  molto  se  le  statistiche  portano  a  25 
milioni  per  anno  il  valore  creato  per  que- 
sto  mezzo,    mentre  in  Francia  si  è  valu- 
tato a  100  milioni  il  solo  prodotto  annuale 
delle  ova,  ed  altrettanto  per  quello  dei  vo- 
latili d'ogni  specie.  Una  porzione  conside- 
revole della  popolazione  se  ne  nutre,  prin- 
cipalmente nel  mezzodì,  fé  questo   supple- 
mento   rimpiazza*  una  parte  di  quello   che 
manca  in  Francia  alla  nutrizione  animale; 
ma  facendo  giustizia   all'  importanza  reale 
e  troppo  spesso  trascurata  di  questa  risorsa, 
non  si  può  negare  ch'essa  supplisce  molto 
imperfettamente   al   deficit.   Noi  troveremo 
le  stesse  differenze,  esaminando  le  colture 
propriamente  dette.  (Continua.) 


Trattura  dei  bozzoli  a  freddo. 

Se  quest'argomento  non  riesce  nuovo, 
perchè  più  volte  i  giornali  annunziarono  e 
scoperte  e  privilegi  concessi,  non  per  que- 
sto perde  dell'importanza  che  ben  a  dovere 


84 


GIORNALE   DELL  INGEGNERE 


gli  accordano  i  nostri  filatori.  —  L'incari- 
mento  dei  combustibili  sempre  crescente  e 
la  salute  manomessa  della  gioventù  femmi- 
nina furono  sempre  un  potente  stimolo  non 
solo  per  coloro,  che  si  applicano  alle  scienze, 
ma  anche  per  gli  industriali,  onde  rinvenire 
i  mezzi  d'ovviarvi. 

Tra  questi  noi  dobbiamo  annoverare  il 
defunto  Giacinto  Zambruni ,  assistente  al 
gabinetto  di  Fisica  dell'I.  R.  Liceo  di  Cre- 
mona; la  morte  lo  colse  a  mezzo  di  un  la- 
voro esperimentale  inteso  ad  ottenere  la 
filatura  dei  bozzoli  ad  aqua  fredda;  ma  il 
suo  lavoro  fortunatamente  non  andò  per- 
duto colla  vita,  che  la  figlia  Giuseppina,  me- 
more delle  istruzioni  del  padre,  continuò 
negli  incominciati  esperimenti,  e  dopo  due 
anni  di  pazienti  ricerche  riuscì  nel  1843  a 
presentare  all'I.  R.  Istituto  di  Milano  della 
seta  ottenuta  col  nuovo  metodo. 

Ma  se  allora  la  seta  presentata  non  of- 
friva quella  perfezione  che  è  necessaria  pel 
commercio,  non  si  spaventò  dinanzi  alle 
difficoltà, ed  ora  ritorna  in  campo  fatta  sicura 
dai  miglioramenti  introdotti. 

Invitato  io  stesso  dalla  signora  Zambruni 
a  vedere  ed  a  giudicare,  mi  trovo  in  ob- 
bligo di  accennare  che  ne  partii  soddisfatto, 
ed  anzi  prego  coloro,  che  s'interessano  di 
questo  argomento  a  recarsi  dalla  stessa,  ove 
potranno  convincersi  coi  proprii  occhi  dei 
non  piccoli  vantaggi,  che  questo  metodo  pre- 
senta, e  della  perfezione  della  seta  greggia 
così  ottenuta.  Chi  volesse  recarsi  dalla  si- 
gnora Giuseppa  Zambruni  sappia  che  abita 
in  Milano  in  Contr.  de'  Borsinari,  N.°  1025 
al  1.°  piano. 

Le  sostanze  che  la  signora  Zambruni 
adopera  per  disaggregare  e  sciogliere  la 
materia  agglutinante,  sono  senza  dubbio  di 
natura  alcalina.  Ma  la  parte  più  difficile  e 
più  importante,  e  che  merita  tutta  l'atten- 
zione, si  è  che  ella  comunica  alla  sua  seta 
greggia  la  flessibilità  di  quella  filata  a  caldo, 
e  questo  mediante  un'operazione  meccanica, 
che  al  dire  della  medesima  è  semplicissima 
e  di  quasi  nessun  dispendio.  E  fu  probabil- 
mente per  la  mancanza  di  quest'operazione 
ch«  i  signori  Borella  e   Mezzi   hanno   do- 


vuto abbandonare  i  metodi  di  trattura  a 
freddo,  che  essi  avevano  tentato  su  di  va- 
sta scala. 

Io  ho  veduto  che  la  filatura  a  freddo  è 
rapida  quanto  se  si  operasse  coli' aqua  ri- 
scaldata; la  seta  greggia  così  ottenuta  è 
forse  più  lucida  di  quella  che  si  ha  col  me- 
todo comune, e  perla  tenacità  non  ne  dif- 
ferisce in  nulla _,  infine  al  provino  riesce 
ottima. 

Colla  trattura  a  freddo  non  si  aumenta 
la  quantità  di  cascami ,  che  anzi  i  bozzoli 
svolti  in  lunghissimo  filo  lasciano  a  nudo 
le  crisalidi,  dalle  quali  ottenni  io  stesso  le 
farfalle  come  dal  bozzolo,  ed  ora  dopo  l'ac- 
coppiamento ne  ho  semente  bellissima.  — 
Dall'esperienze  fatte  colla  semente  fornita 
dai  bozzoli  svolti,  filati,  si  ebbero  i  più  fa- 
vorevoli risultati. 

Ho  esaminata  della  seta  filata  a  freddo 
e  ridotta  in  trama  e  posso  assicurare  che 
né  l'occhio,  né  il  tatto  più  esercitato  avreb- 
bero potuto  distinguerla  da  quella  che  corre 
in  commercio.  È  a  desiderarsi  tuttavia  che 
la  signora  Zambruni  ne  faccia  tessere  qual- 
che po',  onde  poter  assicurare  che  è  atta 
a  tutte  le  operazioni  successive. 

Ora  non  ci  rimane  a  trattare  che  la  parte 
economica  di  questo  metodo.  Secondo  l'as- 
serzione della  Zambruni,  il  dispendio  in  una 
lunga  giornata  per  una  caldajuola  non  ol- 
trepasserebbe i  40  centesimi,  anzi  ci  assicura 
che  operando  su  di  una  scala  più  estesa , 
che  non  è  quella  di  una  sola  caldajuola,  si 
avrebbe  ancora  un  risparmio  di  circa  otto 
centesimi,  sicché  nelle  nostre  filande  si  spen- 
derebbero circa  32  centesimi  per  caldajuola; 
prezzo  di  gran  lunga  inferiore  a  quello  che 
si  debbe  impiegare  pel  combustibile,  spe- 
cialmente se  si  fa  uso  di  legna  e  per  circo- 
stanze speciali  non  convenga  l'impianto  di 
caldaja  a  vapore. 

Ma  anche  quando  il  dispendio  della  trat- 
tura a  freddo  fosse  eguale  a  quello,  che  si 
ha  servendosi  di  combustibili  fossili  colle 
caldaje  a  vapore,  presenterà  tuttavia  sem- 
pre i  vantaggi  dell'igiene,  e  sono  persuaso 
che  non  vi  sarà  persona  che  a  spesa  eguale 
non  voglia  preferire  quel  metodo  che  riesce 


ARCHITETTO 

meno  dannoso  alla  salute  di  coloro  che  per 
la  loro  posizione  sociale  sono  condannate 
a  servire  ed  a  soffrire. 

A.  Bertolio. 

Sunto  di  un  calcolo  presuntivo  ili 
spesa  e  rendita  ora  per  Milano, 
riferibilmente  alla  Compagnia 
Anonima  Lonibardo-Vcn.  per  la 
carbouizzazioncìdei  fossili  tcr- 
ziarj,  torba,  lignite,  e  per  la  pro- 
duzione del  Gaz-luce,  coi  pro- 
cessi privilegiati 

del  sig.  Gian  Giac.  Guillet 

chimico  e  membro  dell'Accademia  di  Parigi,  ecc. 

Finora  i  Municipj  a  tutela  del  pubblico 
e  privalo  interesse,  e  por  tenersi  al  livello 
del  progresso  all'epoca  nostra,  hanno  cal- 
colato, per  fornire  una  brillante  illumina- 
zione alle  città  col  gaz-luce,  un  materiale 
primo,  il  carbon  fossile,  che  si  importa 
dall'estero:  1.°  a  prezzo  elevato,  2.°  con 
costante  incertezza  di  introduzione,  3.°  con 
presumibile  facilità  di  aumento  nel  prezzo, 
sia  per  l' inearimento  ai  luoghi  d'  estra- 
zione e  di  vicina  consumazione,  sia  per 
mancanza,  e  quindi  carezza  dei  mezzi  di 
trasporto:  ciò  che  avvenne  a'  nostri  giorni. 

Milano,  Venezia,  Verona,  Vicenza,  Pa- 
dova, Treviso,  Udine  debbono  però  alla 
intelligente  operosità,  all'immanchevole  zelo 
dei  loro  Municipj  il  beneficio  dell'illumi- 
nazione a  gaz,  nonostante  le  surriferite 
condizioni  sociali,  alle  quali  non  si  poteva 
diversamente  ovviare. 

Ora  questa  industria  cosi  importante 
entra  in  una  novella  fase,  brillante  quanto 
mai  si  può  dire  per  ricchezza  di  vantaggi 
pubblici  e  privati.  Non  è  più  un  materiale 
straniero  che  figura  nei  calcoli  del  forte 
dispendio  per  godere  dell'illuminazione  a 
gaz:  è  un  materiale  sparso  ovunque  nel 
suolo  Lombardo-Veneto:  è  questo  un  te- 
soro di  più  che  arricchisce  il  nostro  paese, 
e  ci  rende  indipendenti:  è  la  torba  e  la 
lignite,  insomma  le  preziose  ed  enormi 
stratificazioni  terziarie,  ingombro  assai  dan- 
noso per  terreni  ora  paludosi,  ora  deserti, 
terreni  che  verranno  perciò  ridonati  a  no- 
vella vita  fruttifera. 


ED  AGRONOMO  g£ 

La  Compagnia  Lombardo-Veneta,  legal- 
mente autorizzata  per  favore  "degli  IL  RR. 
Ministeri  Aulici,  metterà  a  profitto  queste 
immense  stratificazioni  coi  processi  privi- 
legiati già  ottenuti,  e  per  avere   carbone 
eccellente,  e  per  farne  gas-luce  il  più  per- 
fetto. Nessuno,    infuori   della  Compagnia 
Lombardo -Veneta  surriferita,  può  utiliz- 
zare queste  materie  per  le   suaccennate 
produzioni  senza  andar  incontro  alla  legge 
Sovrana  saggiamente  promulgata  a  tutela 
della  sacra  proprietà  dell'intelletto  e  della 
scienza.  E  fin  d'ora  a  risparmio   di  male 
intelligenze,  o  di  maligne  ed  illusorie  in- 
terpretazioni, la  Compagnia  appoggiata  ai 
propri  documenti,  alla  saviezza  della  legge 
diffida  il  pubblico  contro  qualunque  atten- 
tato alla  sua  proprietà,  volendo  essa  usare 
di  ogni  rigore   di  legge  nell'esercizio  de' 
propri  diritti  contro  qualunque  falsificatore. 
E  superfluo  addimostrare  la  superiorità 
della  illuminazione  a  gaz  sull'antico  sistema 
ad  olio,  a  candele  di  ogni  genere:   tutti 
ne  convengono  e  per  la  purezza  e  la  in- 
tensità della  luce,  e  per  la  immensa  po- 
lizia della  sua  amministrazione:  piuttosto 
è  bene  richiamare  1'  attenzione   generale 
sulla   convenienza.  A  nostri  dì  tutto  è  cal- 
colo di  opportunità,  di  moneta.  Col   si- 
stema contemporaneo    di  illuminazione  a 
gaz,  certo  non  è  raggiunta,  almeno  da  noi, 
questa   benedetta    convenienza   numerica. 
La  Compagnia  Lombardo-Veneta  avrebbe 
sciolto  questo  vitale  problema,  dacché  po- 
trà mettere  in   commercio  il  gaz-lùce   il 
più  perfetto  ad  un  prezzo  tale,   per   cui 
non  solo  i  saloni  del  ricco  potranno  fruire 
di   questa  bella  luce,  ma  entrerà  certa- 
mente nelle    viste   economiche   dell'  arti- 
giano il  meno  agiato,  siccome  un  alto  be- 
neficio umanitario. 

La  fiamma  del  gaz  che  splende  di  ricca 
luce,  bianca,  simpatica  nell'officina  del- 
l'artiere, nello  studio  del  professionista, 
dello  speculatore,  al  banco  del  negoziante, 
nell'appartamento  del  ricco,  tra  le  sale  dei 
privato,  nei  pubblici  e  privati  stabilimenti 
scientifici,  industriali,  questa  bella  fiamma 
supera  di  forza  la  splendida  lampada  Carcel: 
(')  dietro  le  accurate  esperienze  di  Brande, 

(•)  Una  lampada  Carcel  dà  un'intensità  di  luce 
equivalènte  a  uovc  candele  da  6  alla  libbra. 


8(}  GIORNALE    DELL' 

accennato  dal  celebre  chimico  Pelouze,  se 
colla  unità  si  rappresenta  la  luce  prodotta 
dalla  Carcel,  quella  del  gaz-luce,  per  un 
becco  che  dia  una  fiamma  lunga  cenlim. 
9,  espansa  cent,  li,  consumando  da  130 
a  150  litri  di  gaz  sotto  la  pressione  nor- 
male esercitata  dal  gasometro,  dà  una  unità 
ed  un  quarto  di  luce  crescente. 

È  pur  troppo  notissimo  che  nelle  con- 
dizioni presenti  la  classe  manifatturiera 
spesse  volte  per  economia  d'illuminazione 
è  obbligata  ad  abbreviare  le  ore  del  la- 
voro specialmente  nelle  notti  invernali:  da 
questo  lato  l'attuazione  del  sistema  pre- 
sentato dalla  Compagnia  Lombardo  -Veneta 
diventa  una  assoluta  necessità  nella  ammi- 
nistrazione domestica  e  pubblica,  vitalizzata 
dalla  luce  brillante  del  gaz. 

La  nostra  Milano  e  qualunque  altra 
città  o  borgata,  posta  1'  economia  somma 
del  nuovo  mezzo  d'illuminazione,  daranno 
sempre  la  preferenza  al  gaz  sull1  olio,  sulle 
candele.  Parigi,  Londra,  Lione,  Marsiglia 
e  Bruxelles  a  misura  che  l'industria  del 
gaz-luce  perfezionava  i  suoi  processi,  ve- 
devano aumentarsi  il  tornaconto  nei  loro 
consumatori  in  modo  da  far  scomparire 
l'antico  sistema  di  illuminazione. 

Un  fatto  altrettanto  singolare  che  vero 
autorizza  intanto  la  nostra  Compagnia 
Lombardo-Veneta  a  preconizzare  in  un 
vicino  avvenire  il  suo  più  splendido  trionfo. 
È  noto  che  a  Londra,  a  Parigi,  a  Lione 
quando  le  società  intraprenditrici  facevano 
pagare  a  prezzo  ìilto  il  gaz,  ritraevano  già 
un  forte  lucro:  ma  che  questo  lucro  di- 
venne doppio,  triplo,  quadruplo  a  misura 
che  si  abbassava  il  prezzo  del  gaz  in  modo 
da  metterlo  alla  portata  d    tutti. 

Ed  è  appunto  in  questo  fenomeno  che  si 
verifica  una  grande  teoria  di  economia  po- 
litica, che  le  grandi  industrie  tanto  più 
profittano  per  gli  speculatori,  quanto  più 
il  popolo  ne  può  fruire  con  economia,  e 
con  superiorità  di  servizio.  Ecco  un  cal- 
colo preventivo  per  la  città  di  Milano,  dove 
avranno  principio  le  operazioni  della  Com- 
pagnia Lombardo-Veneta. 

Milano  novera  circa  170  mila  abitanti: 
circa  44  mila  famiglie:  si  ammetta  che 
di  queste  solamente  d/4  si  provvedano  di 
una  fiamma  almeno,  avremo  un  consumo 
per  11  mila  famiglie  di  metri   cubici  di 


INGEGNERE 

gaz-luce  2,  007,  500,  nelP  ipotesi  sicuri 
che  un  metro  cubo  alimenti  una  bella 
fiamma  per  ore  dodici,  delle  quali  sei  ore 
di  reale  consumo. 

Si  aggiungano  per  trafficanti.  N.   1725 

Manifatturieri »     2461 

Manipolanti  vettovaglieri.      .     »     2396 

Totale  N.  6582 

Dei  quali  un  terzo    solo  consumi   gaz, 
per  cui   saranno    2194    consumatori   con 
un  dispendio    ragguagliato    almeno    di    3 
metri  cubici  di  gaz  per  notte:  si  otterranno 
quindi  metri  6582  quotidianamente:  per 
cui ,  considerato  un  periodo   di  soli   300 
giorni  nell'anno,  si  avrà  un  consumo   di 
1,974,600  metri   cubici  di   gaz.    Vi    sa- 
rebbero da  aggiungere  L   pubblici  stabili- 
menti, i  teatri  :  scrunando  insieme  adun- 
que, avremo  un  consumo    annuo   di    gaz 
per  metri  cubici  3,982,100:  si  calcoli  per 
ora  a  40  cent,  per  ogni  metro  cubo,  e  si 
avrà  una  rendita  annua  di  aL.  1,592,840. 
Milano  e  qualunque   altra  città  o  bor- 
gata quando  trovassero  nel   dispendio    di 
una  bella  illuminazione   a   gaz  una    cifra 
minore  dell'odierna  dell'  olio,    delle    can- 
dele, abbandonerebbero  in  massa  l'antico 
sistema,  dacché  si  avrebbe  una   luce  in- 
tensa, perfetta,  economica,  e  ciò  divente- 
rebbe un  potente  impulso  all'industria,  un 
vero  godimento  pel   pubblico  e  pel   pri- 
vato. E  chi  mai  vorrà  attenersi  all'antico 
sistema   d' illuminazione   ricco   di    ombre 
e  penombre,  quando  potrà   mettere  una 
fiamma  brillante  di  gaz  a  sua  disposizione 
per  sei  ore  e  per  soli  20  centesimi?  L'ac- 
cennato   consumo  di  metri  cubici  di  gaz 
3,982,100  diventerà   in    questo   caso   6, 
8,  IO,  15,  20  milioni  di  metri  cubici  di 
gaz  con  enormi  somme  di  rendita. 

Si  escluda  ora  la  illuminazione  gene- 
rale privata  in  massa:  calcoliamo  solo  su 
quattro  clementi,  di  cui  teniamo  le  cifre 
officiali,  cioè; 

Possidenti 2862 

Trafficanti,  manifatturieri,  mani- 
polanti e  vettovaglieri        .     6582 

In  tutto  N.  9444 

La  cifra  suesposta  fu  ridotta  ancora  a 
soli N.  1628consumatori,  come  da  un  qua- 


ARCHITETTO 

dro  che  toniamo  fra  le  nostre  note;  cifra 
al  disultu  del  vero  anche  nelle  odierne 
condizioni:  si  conceda  per  adequato  un 
consumo  di  metri  cullici  4  di  gaz-luce  e 
per  soli  giorni  300,  avremo  un'annua  ci- 
fra ili  metri  cubici  di  gaz  1,953,000;  per 
cui  a  cent.  40  al  metro  cubo  si  avrà  una 
rendita  annuale  di  aL.  781,440,  cifra  che 
anche  nelle  ipotesi  meno  fortunate  potrà 
essere  duplicala,  triplicata,  quadruplicata 
e  più. 

Per  ottenere  col  novello  sistema  privi- 
legiato questi  effetti  occorrono  delle  spese, 
le  quali  esponiamo  nel  modo  seguente: 

L'impianto  degli  Àtelieri,  fahbriche,  ecc. 
può  organizzarsi,  secondo  il  sistema  già 
sperimentato  dai  promotori,  con  austr. 
L.  205,000. 

NB.  Queste  spese  possono  essere  dimi- 
nuite a  piacere,  limitandosi  ad  una  quan- 
tità minore  di  forni  ed  altro. 

SPESE  ANNUALI 

1.°  I  terreni  torbosi  non  rispondono 
alle  cure  dell'agricoltore:  generalmente 
sono  deserti,  o  coverti  d' acque,  o  sor- 
tumosi:  al  disotto  degli  strati  torbosi  si 
trova  un  fondo  atto  ad  ogni  coltivazione, 
specialmente  praterie  e  risaje,  piantagioni 
d'alberi.  Sebbene  in  certe  poche  e  singo- 
lari località  il  fondo  torboso  abbia  presen- 
temente acquistato  alti  valori  pure  in  gene- 
rale si  ha  ad  un  prezzo  alquanto  moderato; 
molti  proprietari,  si  accontentano  di  libe- 
rare il  fondo  deir  ingombro  delle  torbe 
senza  compenso.  Quanto  alle  torbiere  non 
ancora  note  pubblicamente,  e  sono  moltis- 
sime, si  potranno  avere  per  poco,  ed 
anzi  trarne  vantaggio  dalla  vendita  del 
fondo  bonificato  dopo  l' escavazione  della 
t'orba. 

Nel  nostro  caso  occorrono  annualmente 
circa  300,000  quintali  di  torba,  nella  sup- 
posizione la  meno  utile,  di  questi  200,000 
da  carbonizzare  per  avere  gaz,  100,000 
per  combustibile:  con  ciò  avremo  2,000,000 
metri  cubici  in  gaz,  limitandosi  ad  una  ren- 
dita di  metri  cubici  10  di  gaz  al  quintale: 
generalmente  se  ne  possono  avere  metri 
18  al  quintale. 

Ogni  pertica  si  calcoli  lire  austr.  600, 
da  cui  si  deducano  aL.  200  per  valore 
del  fondo  dopo  l'estrazione   della  torba: 


ED    AGRONOMO  #7 

occorrono  pertiche  120,  supposta  una  stra- 
tificazione di  metri  1.  80  di  spessore. 

Pertiche  120  equivalgono  a  metri  qua- 
drati 78.  542.  40,  cifra  che  moltiplicala 
per  metri  1.  80  darà  un  risultalo  di  me- 
tri cubici  di  torba  141.  376.  32,  equiva- 
lente ad  oltre  300,000  quintali  metrici 
in  peso. 

Dunque  pertiche  120  a 
aL.  400,  dedotte  come  sopra 
lire  200  per  valore  del  fondo, 
danno  .     .     .     .     aL.      '48,000    — 

NB.  La  Compagnia  potrà 
assumere  Io  sgombro  sem- 
plice della  torba  ad  un  prezzo 
minimo  d'affitto:  le  torbiere 
a  Colico,  lungo  i  laghi,  i 
torrenti,  e  le  non  iscoperte 
ancora  rappresentano  un  va- 
lore assai  debole  in  confronto 
al  suesposto,  per  cui  verrebbe 
ridotta  alquanto  la  cifra  stessa. 

2.°  Estrazione  della  torba 
per  metri  cubici  141 .  376.  32 
a  cent.  40    ....     »       56,550.  52 

3.°  Trasporto  dalla  distan- 
za di  chilometri  70  per  via 
acquea,  metri  cubi  141.  376. 
32  a  cent.  80    ...     »,     113,101.  05 

NB.  Si  è  calcolato  forse 
la  distanzia  massima.     # 

4.°  Carbonizzazione,  orano 
d'opera  sopra  metri  cubici 
141.  376.  32  a  cent.  8  »       11,310.  10 

AMMINISTBAZIONE 
GENEBALE 

Direttore,  cassiere,  inge- 
gnere, ragioniere,  ispettori, 
agenti,  scrittori,  custodi,  por- 
tiere, inservienti,  spese  di 
viaggi,  ecc. 

Indennizzoperfitto,percarta, 
bolli,  avvocato,  notajo,  tassa 
di  commercio,  tassa  per  la 
rendita,  assicurazione  degli 
incendj,  spese  probabili  per 
accrescimenti  di  soldi,  o  di 
impiegati,  spese  imprevedute 
in  L.  16,550.       .     .     .     ,     50,000    — 

aL.  278,901.  67 


88 


GIORNALE   DELL'  INGEGNERE 


Somma  riportata  HL.  278,961.  67 

DA  AGGIUNGERSI 

PerinteressisuaL. 500,000 
capitale  sociale  al  5  0/°  .    '» 
Per    deperimento    annuo 


calcolato  al  15  °/0  sul   capi- 


25,000   — 
30,750    — 


tale  d'impianto  di  aL.  205.» 

Spesa  annua  auslr.  L.     334,711.  67 
RENDITA  ANNUA 

Per  gaz-luce  metri  cubici 
1,953,600  a  centesimi  40  al 
metro  cubo      ....     »  781,440    — 

Da  questa  somma  deducan- 
si  ad  abbondanza  aL.  78,144 
per  utensili  al  trasporto  del 
gaz,  cavalli,  giornalieri,  ecc. 
calcolando  su  metri  cubici 
1,953,600,  ed  a  centesimi  4 
per  metro  cubo.        .     .     »     78,144    — 


»  703,296    — 

N.R.  Questa  cifra  sparirà 
per  la  massima  parte  quando 
si  consideri  che  i  recipienti 
di  qualunque  genere  per  con- 
servare il  gaz,  sia  compresso, 
sia  non  compresso,  sono  a  ca- 
rico dei  consumatori:  quanto 
alla  distribuzione  del  gaz 
con  recipienti  a  rtompa, -si 
ridurrebbero  a  Den  poche 
le  spese. 

Rendita  in  carbonesu  quin- 
tali metrici  200,000  un  quar- 
to, o  quintali  50,000  di  car- 
bone eccellente  senza  odo- 
re, senza  fumo,  cioè  oltre  a 
100,000  moggia  milanesi  a 
aL.  3  al  moggio      .     .  '  »     300,000    — 

Somma  la  cavata     aL.  1,003,296    — 

Rendita  in  acido  pirole- 
gnoso depurato. 

Idem  in  goudron. 

Idem  in  acque  ammonia- 
cali per  concime. 

Idem  in  ceneri  per  con- 
cime. 

NR.  Non  si  calcolano  i  sue  - 

sposti  prodotti. 
Spese  annuali  soprariferite»     334,711.  67 

Somma  la  cavata  netta  L.     668,584.  33 


Dalle  quali  per  somma  larghezza  di  con- 
teggio ,  o  per  altre  spese  imprevedute 
si  deducano  pure  aL.  168,983.  82:  cosi 
avremo  una  cifra  finale  di  aL.  500,000 
di  cavata  netta. 

Queste  aL.  500,000  sono  divise  nella  mi- 
sura del  58°/0  agli  azionisti  sui  capitali  ol- 
tre il  5  °/0  di  interessi  già  prelevati. 

Ove  si  volesse  portare  questa  cifra  alla 
metà:  cioè  aL.  250,000,  le  mille  cartelle 
di  aL.  500  cadauna  avranno  un  guada- 
gno annuo  del  29  0/°,  cioè  aL.  145  ogni 
aL.  500  oltre  il  50/°  di  interessi. 

Il  capitale  sociale  per  ora  è  aL.  500,000 
diviso  in  mille  azioni  da  aL.  500  coll'in- 
teresse  del  5°/0  oltre  i  dividendi.  Il  primo 
versamento  del  10%  si  effettua  appena 
dopo  la  prima  adunanza  generale,  previa 
finale  approvazione  degli  II.  RR.  Ministeri 
Aulici. 

Gli  altri  nove  decimi  nella  misura  sem- 
pre di  un  decimo,  con  preavviso  di  un 
mese  nelle  Gazzette  Ufficiali  di  Milano  e 
Venezia. 

Le  cartelle  per  le  promesse  d'  azione 
si  ritirano  nello  studio  del  sig.  Carlo  Fa- 
sola  negoziante  in  Contrada  S.  Vicenzino 
N.  2344,  e  dal  signor  Gius.  Ricci-Bianchi 
negoziante  Piazzale  delle  Galline  N.  1698, 
ove  sono  visibili  tutti  i  documenti  legali 
che  si  riferiscono  all'  impresa ,  privilegi , 
decreti,  contratti,  ecc. 

Ing.  F.  Dossena. 


Gaz  applicalo  al  calorico. 

Scoperta  notificata ,  depositata  all'  I.  R. 
Delegai  Prov.  di  Milano  il  21  Febbr.  1854, 
e  28  Giugno  1855;  coi  certificali  di  prio- 
rità e  proprietà.  N.  21105  (WoG)  Vili,  e 
Pi.  5841  (945  j  Vili ,  rilasciati  all'autore 
sig.  G.  G.  Guillel  Chimico,  in  seguilo  al  di- 
spaccio dell'I.  11.  Ministero  del  Commercio, 
del  29  Aprile  4854;  N.  10023,  1718,  pei 
privilegio  esclusivo,  della  sua  scoperta  del- 
/'Applicazione  simultanea  del  gaz,  alla  pro- 
duzione del  calore  e  della  luce. 

Esiste  nella  natura  degli  elementi  del 
Fluido  gazoso-aria  infiammabile,  e  quindi 
non  si  può  negare  la  sua  naturale  esistenza. 
Le  diverse  combustioni  già  da  tanti  secoli 


ARCHITETTO 

osservate,  in  diversi  Luoghi,  ne  sono  prove 
incontestabili.  Questi  fenomeni  furono  du- 
rante un  seguito  di  secoli,  l'ammirazione  . 
e  talvolta,  lo  spavento  di  uomini  idiota,  che 
non  seppero  apprezzare  e  studiare  questi 
preziosi  indizii:  quali  dovevano  condurre 
a  una  delle  più  utili  ed  importanti  scoperte 
del  secolo:  Il  gas  idrogene,  e  idrogene  car- 
bonico. 

Già  da  più  di  un  secolo  molli  dotti  fissa- 
rono la  loro  attenzione  su  queste  materie  , 
e  fecero  diverse  osservazioni  sul  fluido  ga- 
zoso    che  chiamarono:  Aria  infiammabile. 
I  fenomeni  de' fuochi  naturali,  fuochi  fatui, 
aria  infiammabile,  furono  descritti  da  Bian- 
chini nel  1700  ;  e  nel  1739,  il  Dott.  Clayton, 
stabilì  per  principio,  che  il  gaz,  idrogene  car- 
bonico, fosse  dello  spirito  di  carbon  fossile 
(houille),  echenull'altra  parte  esisteva,  fuvvi 
un  momento  di  sospensione,  in  seguito  fu- 
rono di  nuovo  descritti  da  Lalande,  nel  17GG. 
Feber  e  Dietrich  quasi  nell'epoca  stessa:  da 
Volta,  e  dal  Conte  Rasonmowischi  nel  1700. 
Da  tutte  queste  osservazioni    e'd  investi- 
gazioni ne  dovevano  evidentemente  risultare 
alcune  scoperte.  Nel  1798    l'Ingegnere  Le- 
bon,  fece  a  Parigi  per  la  prima  volta  l'ap- 
plicazione del  gaz  d'illuminazione:  è  dun- 
que  a   quest'epoca    che  incominciò  l'illu- 
minazione   a    gaz.    In    Inghilterra ,  alcune 
illuminazioni  a  gaz  erano  state  fatte  ante- 
cedentemente a  questa  data;  ma  quest'ap- 
plicazione a  gaz,  per  così  dire,  dovuta  al- 
l' azzardo,    restò    rinserrata  in  un  cerchio 
ristretto  e  limitato  d' idee,  senza  investiga- 
zioni teoriche  di  principj:  senza  generaliz- 
zazione di  metodi.  Rimediò  Lebon  colla  sua 
teorica  dei  fenomeni  e  generalizzazione  dei 
suoi  stabiliti  principj. 

Tutti  questi  fatti,  non  avevano  che  poco 
colpita  e  cattivata  l'attenzione  del  mondo 
dotto  e  degli  uomini  industriali.  Non  fu  che 
verso  il  1815,  e  1820  che  si  incominciò  a 
credere  alla  possibilità,  all'importanza  ed 
ai  vantaggi  che  doveva  offrire  l'applicazione 
del  gaz  all' illuminazione. 

Al  nascere  di  questa  scoperta,  come  ac- 
cade in  simili  casi,  si  gridò  all'impossibilità. 
I  capitalisti  rimasero  nel  loro  abitualo  li- 

Vo\.  ìli.  Agosto 


ED   AGRONOMO  89 

more:  e  non  fu  che  per  innumerose  appli- 
cazioni che  si  potè  convincere  i  più  increduli, 
dubbiosi  di  tutto,  fino  di  sé  stessi.  Malgrado 
tutte  queste  difficoltà  da  superare,  questi 
ostacoli  a  vincere,  questa  importante  e  felice 
scoperta  del  gaz  applicabile  all'  illumina- 
zione, in  un  quarto  di  secolo,  si  è  estesa  e 
propagata  in  tutti  i  paesi  del  mondo  ci- 
vilizzato. 

Dobbiamo  noi  considerare  il  gaz  al  solo 
punto  di  vista  d'illuminazione?  no,  certa- 
mente no;  esso  è  atto  ad  essere  applicato 
a  molti  altri  usi ,  e  particolarmente  al  ca- 
lorico,  per  rimpiazzare  il  fuoco  di  riscal- 
damento. I  miei  esperimenti,  prove  ed  analisi 
ripetute,  mi  hanno  bastantemente  convinto, 
perchè  io  possa  qui  avanzare  che  il  gaz 
applicato  al  calorico  offre  altrettanti  van- 
taggi pel  riscaldamento  che  per  l' illumi- 
nazione. 

(Continua.)  G.  G.  Guillet. 


L'Esposizione  Universale  «li  Parigi. 

La  Francia  che  per  la  prima  inaugurò 
nel  1798  la  pubblica  esposizione  de' suoi 
prodotti  industriali,  da  quel  povero  saggio 
non  poteva  immaginare  che  nessuno  degli 
ampj  fabbricati  della  sua  capitale  sarebbe 
stato  fra  alcuni  anni  capace  di  contenere 
tanta  copia  di  oggetti  d'industria  e  d'arte 
che  ad  essa  concorrerebbero  da  tutti  i  punti 
del  suo  suolo,  e  meno  che  verrebbe  un 
giorno  in  cui  la  limitazione  dei  prodotti 
delle  sue  provincie  non  avrebbe  bastato  al- 
l'indole espansiva  del  suo  popolo  e  che  ac- 
coglierebbe alle  sue  esposizioni  tutte  le  na- 
zioni della  terra. 

Se  all'isolamento  in  cui  la  Francia  si  trovò 
dopo  quell'epoca  ed  alla  spinta  che  le  impres- 
se l'uomo  che  l'avrebbe  fatta  più  grande,  più 
prospera  e  di  una  potenza  più  durevole  se 
dei  due  genj  opposti  che  lo  lusingavano 
avesse  preferito  l'amministrazione  all'armi, 
essa  deve  il  rapido  moltiplicarsi  delle  sue 
arti  e  delle  sue  industrie,  al  loro  perfezio- 
namento giovarono  le  pubbliche  esposizioni. 
A   queste  l'industriale  poteva  riconoscere 

1855.  12 


•Il) 


GIORNALE   DELl/lNGEGNERE 


in  quali  dipartimenti  del  vasto  impero  sce- 
gliere le  materie  prime,  quali  di  essi  mancas- 
sero o  avessero  difetto  delle  sue  manifatture, 
meditare  sui  progressi  altrove  ottenuti  e 
profittarne  estendendo  le  sue  fabbricazioni. 
Quindi  la  concorrenza  più  leale,  le  opinioni 
illuminate  dal  facile  confronto,  l'utile  asso- 
cialo all'onore;  ed  in  breve  la  classe  pro- 
duttiva elevata  su  quella  che  la  precesse 
nelle  influenze  di  Stato. 

Seguirono  l'esempio  di  Francia  gli  altri 
centri  industriali,  ed  ognuuo  si  avvide  del 
vantaggio  che  gli  derivava  dall'avvicendarsi 
i  risultati  degli  studj  e  dei  tentativi  di  tutti. 
Non  rimossa  dal  dubbio  di  fallire  fra  le 
contrarietà  di  prevenzioni  nazionali,  la  Fran- 
cia, ancora  la  prima,  concepì  nel  1848  il 
pensiero  di  invitare  tutti  i  popoli  a  racco- 
gliere nella  sua  capitale  il  meglio  delle  loro 
produzioni;  ma  commossa  dai  partiti  poli- 
tici che  paralizzavano  ogni  grande  ed  utile 
aspirazione,  abbandonò  il  campo. 

Raccolse  il  buon  seme  e  lo  fecondò  l'In- 
ghilterra. L'esposizione  di  Londra  ritraeva 
l'impronta  del  popolo  inglese, intraprendente 
e  misurato.  Una  sagace  direzione  seppe  cal- 
colare le  esigenze  di  una  concorrenza  uni- 
versale, ed  un  ardito  ingegno  immaginava 
una  costruzione  di  straordinaria  ampiezza, 
di  una  leggerezza  che  l'annunciava  preca- 
ria come  lo  scopo  cui  doveva  servire,  accop- 
piata con  una  solidità  che  ne  rendeva  più 
ammirabile  l'eleganza:  l'opportunità  rimar- 
cavasi  in  ogni  sua   parte  e  la  previdenza 
aveva  tutto  abbracciato.  Non  meno  sorpren- 
dente fu  la  rapidità  colla   quale  venne  in- 
nalzata. Le  sue  fragili  pareti  e  la  sua  volta 
aerea  non  erano  destinate  che  all'esistenza 
di  pochi    mesi,  ma  l'ammirazione  la  volle 
perpetuata  ed  ora  risorta  più  bella  sull'ameno 
colle  di  Sedynam,  la  sua  volta  e  le  sue  pa- 
reti di  cristallo    sfidano  i  secoli  e  ricorde- 
ranno alle  succedenti  generazioni  la  mano 
che   nel  Ì851    si   strinsero  tutti  i  popoli  a 
Hyde-Park  e  la  solidarietà  che  tutti  si  pro- 
misero alla  comune  prosperità. 

Non  erano  decorsi  due  anni  che  la  festa 
industriale  fu  riprodotta  nella  lontanaNuova- 
York.  L'Europa  gradì  l'invito,  e  se  a  quella 


distanza  dagli  altri  centri  dell'industria  l'e- 
splosione non  fu  numerosa  come  quella  di 
Londra,  si  fece  però  evidente  come  anche 
l'America  avesse  compreso  l'utilità  delle 
esposizioni  universali. 

Finalmente  venne  la  sua  volta  alla  Fran- 
cia di  attuare  il  progetto  che  essa  aveva 
formato  sette  anni  addietro. 

A  taluni  sembrano  troppo  brevi  questi 
intervalli  fra  le  esposizioni  universali,  im- 
perciocché sì  rapidamente  non  è  a  sperare 
che  si  succedano  le  grandi  invenzioni  e  gli 
importanti  perfezionamenti.  Due  considera- 
zioni ci  persuadono  altrimenti. 

L'attività  che  domina  tutti  gli  spiriti  versati 
nelle  industrie  e  nelle  arti  e  li  tiene  sempre 
svegliali  a  cogliere  e  coltivare  ogni  concetto 
che  crea  la  mente,  raddoppia  gli  spazj  del 
tempo  utile:  le  crescenti  produzioni  delle 
opere  industriali  ed  artistiche  aumentano  il 
numero  degli  studiosi  e  degli  artieri,  per 
cui  moltiplicasi  la  probabilità  di  nuove  in- 
venzioni e  perfezionamenti.  A  queste  misure 
crediamo  che  si  possano  ridurre  gli  inter- 
valli fra  le  esposizioni  universali.  Un  esem- 
pio ne  dà  l'Italia  nostra.  Dopo  l'ultima  espo- 
sizione alcune  grandi  invenzioni  maturarono 
fra  noi,  e  per  non  dire  che  di  quelle  che  più 
attrassero  l'attenzione  del  mondo  scientifico, 
accenneremo  il  Telajo  elettrico  ed  il  Tele- 
grafo delle  locomotive  del  cav.  Bonelli,  la 
Pila  idro-dinamica  di  Carosio,  l'applicazione 
della  teoria  del  cuneo  di  Minotto,  ec.  Ai  dotti 
di  tutti  i  paesi  sarebbe  stato  lungo  di  at- 
tendere altri  anni  a  conoscere  quelle  inven- 
zioni, e  più  incomodo  a  correre  ogni  anno 
da  un'esposizione  provinciale  all'altra  per 
tutto  osservare. 

Né  meno  utile  è  la  frequenza  delle  espo- 
sizioni universali  per  il  loro  effetto  morale. 
Queir  avvicinamento  di  popoli  preparato 
dalle  strade  ferrate  e  dalla  navigazione  a 
vapore,  è  auspice  di  solidarietà  di  interessi, 
di  reciproca  assistenza,  di  più  diffusi  com- 
merci, di  pace  non  egoistica. 

La  Francia  volle  che  il  suo  palazzo  che 
doveva  essere  inaugurato  per  l'Esposizione 
universale,  debba  rimanere  perle  successive 
esposizioni    nazionali    e    per    le    evenienze 


ARCHITETTO 

ili  molta  adunanza  di  popolo:  perciò  le  sue 
pareti  sono  di  pietra,  e  soltanto  la  volta  è 
di  cristallo.  1/  architetto  del  Palazzo  dei 
Campi  Elisi  riscosse  minori  applausi  del 
sig.  Paxton,  e  certo  le  sue  decorazioni  non 
possono  soddisfare  lo  squisito  gusto  italiano. 
Comprende  un'  arca  minore  della  metà  di 
quello  di  Hyde-Park,  ma  per  la  presente 
Circostanza  è  aumentata  di  una  galleria  che 
la  fiancheggia  larga  24  metri,  ed  un'altra 
se  ne  aggiunse  della  lunghezza  di  metri  1200, 
larga  m.  23  per  contenere  le  macchine  che 
devono  essere  attivate  dal  vapore  e  dal- 
l'aqua. 

Non  ostante  gli  esempj  che  aveva  dall'espo- 
sizione inglese,  questa  di  Francia  ebbe  prin- 
cipj  non  mollo  prosperi.  Ad  incoraggiare  gli 
esponenti  il  governo  aveva   accordato  loro 
ogni  maniera  di  favori,  ed  il  trasporto  gra- 
tuito dei  prodotti  dalla  frontiera  francese  a 
Parigi;  ma  quelli  cui  venne  affidata  la  di- 
rezione sembra  che  non  abbiano  corrisposto 
con  cura    eguale  alle  sollecitudini  del  go- 
verno, e  l'Italia  ebbe  a   rammaricarsi  per 
alcune  delle  sue  più  belle  opere  d'arte  che 
s'infransero  sul  suolo  francese.  Il  malcon- 
tento di  molti  espositori,  l'indugio  di  altri 
a  spedirvi  i  loro  prodotti,  la  ritardata  e  l'im- 
perfetta costruzione  del   palazzo,  la   man- 
canza dell'ordine  generale  nel  servizio,  fanno 
temere  che  il  favore  che  ebbe  questa  istitu- 
zione possa  essere  affievolito,  ed  il  ritorno 
di  eguale  solennità  ritardato  d'alcuni  anni. 
A  tutelare  le  proprietà  industriali,   agli 
esponenti  che  la  richiedono  è  rilasciata  una 
dichiarazione  del  comitato   che  li   assicura 
degli  stessi  diritti  che  accorda  un  brevetto 
d'invenzione,  i  quali  hanno  vigore  tutto  un 
anno,  per  conseguire  intanto  il  brevetto  nelle 
forme  consuete.  Alle  produzioni  industriali 
furono  assegnali  premj  distinti  in  medaglie 
d'oro,  d'argento,  di  bronzo,  menzioni  ono- 
revoli, onoranze  speciali  di  pubblica  rico- 
noscenza per  gli  espositori  che  avessero  resi 
eminenti    servigi    alla    civilizzazione,    alla 
scienza  ed  alle  arti,  ed  incoraggiamento  ai 
sacrifici   fatti  al   pubblico   ben   essere.  Agli 
oggetti  di  Belle  Arti  saranno  distribuite  me- 
daglie d'oro  distinte  in  tre  classi,  e  la  men- 


ED    AGRONOMO  <JI 

zione  onorevole,  e  quelli  in  cui  si  ricono- 
scesse un  ingegno  straordinario,  verranno 
rimeritali  con  una  grande  medaglia  d'onore 
per  ognuna  delle  tre  classi  in  cui  furono 
divise  le  opere  di  Belle  Arti. 

Col  primo  fascicolo  di  quest'anno  la  Se- 
dazione di  questo  Giornale  promise  la  de- 
scrizione degli  oggetti  dell'Esposizione  di 
Parigi  che,  appartenenti  agli  studj  da  esso 
professati,  meriteranno  l'attenzione  de'  suoi 
lettori.  Ritardata  l'apertura  del  Palazzo  de' 
Campi  Elisi,  non  è  da  imputarle  se  finora 
non  ebbe  effetto  la  sua  promessa.  Appena 
arriveranno  i  ragguagli  attesi,  saranno  ri- 
prodotti in  questo  Periodico  corredati,  quan- 
do giovi,  di  tavole  diligentemente  disegnate, 
onde  fare  di  esso  una  scelta  raccolta  di 
descrizioni  e  piani  interessanti  all'ingegnere 
ed  all'agricoltore. 


Bibliografia. 

Fin  dal  1835  il  sig.  Giacomo  Stella  ebbe 
la  felice  idea  di  pubblicare  un  periodico 
mensile,  in  cui  venivano  registrate  tutte  le 
opere  d'ogni  lingua  che  andavansi  pubbli- 
cando in  Italia.  Quest'  utilissimo  giornale 
bibliografico  ebbe  però  corta  vita  e  finì  col 
chiudersi  del  1841.  Noi  veramente  non  sap- 
piamo indicare  con  certezza  il  motivo  di  sì 
breve  esistenza  per  un  giornale  che,  almeno, 
aveva  il  vantaggio  su  tutti  gli  altri  di  dir 
sempre  la  verità  ;  giacché  in  esso  non  vi 
potevano  essere  né  spirito  di  partito,  né  inte- 
ressi opposti,  né  particolari  amicizie,  né  odii 
personali,  riducendosi  a  un  semplice  annun- 
cio di  opere  senz'altra  indicazione  fuorché  il 
luogo  ove  erano  esse  stampate,  il  loro  for- 
mato, la  mole,  il  prezzo.  Ma  tutto  porta  a 
credere  che  questa  bibliografia  italiana  ab- 
bia terminato  d'aver  corso  per  la  sempli- 
cissima ragione  che  il  sig.  Stella  siasi  stan- 
cato di  perdere  de'  suoi  denari  per  far  pia- 
cere ad  alcuni  pochi. 

Eppure  sembra  incredibile  che,  dal  lato 
della  speculazione,  un  giornale  così  utile 
per  tutti,  dovesse  essere  svantaggioso  al- 
l'interesse di  chi  l'aveva  intrapreso;  bisogna 


92  (CORNALE  Di- 

dire  che  molli  non  leggono,  se  non  quando 
per    avventura    capita    loro   in    mano    un 
qualche  libro;  che  molti  altri  fra  quelli  che 
dovrebbero  studiare,  parlando  di  scienze,  si 
accontentano  di  ciò  che  hanno  dovuto  stu- 
diare per  forza  a  scuola,  e  poi  chiudono  i 
libri  limitandosi  al  solo  esercizio  della  pro- 
pria professione  o,  diremo  meglio  in  questo 
caso ,  mestiere ,  e  ritenendo  le  ore    d'  ozio 
a  completo   riposo  delle  gambe  o  dei  pol- 
moni.   Pure    fra   tanta    gente    vi    saranno 
stati  alcuni  che  avranno  veduto  volonlicri 
ogni  qual  volta  veniva  il  fattorino  in  casa 
loro  a  portare  il  numero  del  giornale  biblio- 
grafico del  sig.  Stella.  E  vero  che  una  per- 
sona studiosa,  la  quale  si  dilettasse  d'  una 
sola  specialità,  aveva  talvolta  a  far  passare 
una   lunghissima  sequela  di  nomi  d'autori 
e  di  titoli  d'opere  senza  trovarvi  quella  che 
potesse  fare  al  caso  suo;  così  un  botanico, 
per  esempio,  avrebbe  veduto  più  volontieri 
un    catalogo   speciale    di  libri  di  botanica; 
un  matematico,  un  catalogo  speciale  di  li- 
bri matematici;  un  istoriografo ,    un  cata- 
logo speciale  di  storie  oppur  di  romanzi  ecc. 
Ma,  in  ogni  modo,  meglio  era  averne  uno 
complessivo  che  non  averne  alcuno. 

I  pochi  che  studiano  davvero,  che  vo- 
gliono stare  al  giorno  della  scienza,  e  che 
amano  impossessarsene  per  godere  vera- 
mente di  essa,  cercano  opere  che  svolgono 
la  scienza  in  tutti  i  modi,  per  cui  riesce 
più  facile  l'apprenderla  e  penetrare  net  vero 
spirito  di  essa.  E  qui  dobbiamo  confessare  la 
verità,  gli  italiani  scrittori  sono  meno  pa- 
zienti degli  stranieri;  non  sanno  o  non  vo- 
gliono discendere,  e  cercare  tutte  le  vie  per 
far  penetrare  la  scienza  nel  cervello  altrui, 
per  la  qual  cosa  chi  può  appena  appena 
è  costretto  cercare  i  libri  da  studiare  nei 
cataloghi  di  opere  straniere ,  ove  si  trova 
proprio  tutta  l'agiatezza  dello  studio;  l'arti- 
giano direbbe  dove  si  rinvengono  tutti  i  ferri 
del  mestiere;  infine  dove  un  galantuomo  che 
voglia  studiare  anche  da  sé,  trova  tutti  gli 
ajuti,  tutte  le  facilità,  tutto  ciò  che  occorre 
per  ottenere  il  suo  scopo. 

Sulla  fine  del  secolo  scorso  noi  ebbimo, 
è  vero,  un  Antonio  Gagnoli  che  morì  nel  181(5 


ll'iinckoimeke 

e  che  lasciò  le  sue  notizie  astronomiche,  ope- 
ra commendevolissima  e  che  è  appunto  della 
tempra  da  noi  desiderata;  ma  gli  stranieri 
ne  contano   assai  più  ed  anche  di  più    re- 
centi, e  per  tacere  d'un  Clairaut,  d'un  La- 
lande,  d'un  Fontenelle,  già  autori  vecchi,  e 
di    molti    minori    autori  moderni,    diremo 
dello  stesso  Arago,  le  cui  lezioni  d'astrono- 
mia sono    alla   portata  della  mente  la  più 
comune;  così  diciamo  degli  Elementi  d'agri- 
coltura di  Victor  Van  Uen  Broeck;  di  Lin- 
dley,  non  solo  per  la  sua  Botanica  pel  sesso 
gentile,  ma  bensì  per  la   slessa  sua  Intro- 
duzione   alla    botanica  ;    di   James    F.    W. 
.Fohnston   per  la  sua  Chemistry  of  common 
life,  ove  si  distingue  per  la  sua  chiarezza 
un   parallelo  assai   pregievole  fra   la  fisio- 
logia animale  e  la  vegetale.   In    Piemonte 
Selmi  e  Borio   sembra  che   abbiano   inteso 
questo  bisogno,  e  scrissero  veramente    per 
il  popolo;  ma  come  si  può  far  conoscenza 
di  queste  e  di  tante  altre  opere  se  non  sap- 
piamo ove  prenderne  notizia?  In  mancanza 
d'altro    accenneremo,  almeno   per   ora,  il 
Jiulletin  bibliograhique  des  ouvrages   nou- 
veaux  publiès  enFrance,  periodico  che  conta 
già  26  anni  di  vita,  e  per  quelli  che  amano  la 
specialità  agricola,  per  i  quali  in  particolar 
modo  noi  intendiamo  di  qui  dedicarci,  of- 
friamo loro  .frattanto  un  catalogo  di  opere 
moderne  d'agricoltura  e  d'orticoltura  quale 
troviamo    nella  puntata  del   5  luglio   1855 
del  Journal  d'agricolture  pralique,  e  lo  dia- 
mo nel  suo  idioma  originale,  giacché  coloro 
che   ne  vogliono    approfittare,  devono  ne- 
cessariamente conoscere  la  lingua  francese. 
Cosi  in  seguito  daremo  di  quando  in  quando 
altri  elenchi   di   opere   moderne   ed   anche 
antiche,  che  possano    interessare   i  nostri 
lettori. 


Agricui/ture. 

Agricolture  (Cours  d'),  par  de  Ga- 
sparin,  2e  edit.  Cinq  volumes  in-8, 
et  233   gravures fr.  37  50 

Agriculture  théorique  et  pralique,  et 
chaulagcs  de  la  Mayenne,  par  Ja- 
met.  444  p.  in- 12 »     3     » 


ARCHITETTO 

Agricullure  allemande  (1),  ses  éco- 
les,  ses  pratiques,  par  Roger.,  566  p. 

in-8  et  5  plauches fr.    7  50 

Agricullure  de  l'Ovest  de  la  France; 

par  Jules  Riejfel,  cinq  volimi,  in-8  »  25    » 
AgricuUure  poptilaire,  par  Jacques 

Bujaut.  1  voi.  in-12  de  540  pages  »     1  75 
Agronomie  (Principes  de  1)  par  Ga- 

sparin,  1  voi.   in-8  de  280  pages    3  75 
Algerie  (Agrioulture  et   colonisation 
de  1'),    par  Moli,  2  voi.  in-8,    et 

100  gravures »     7     » 

Amendements  (Traìté  des),  marne  , 
chaux,  etc.j  par  Puvis,  1  voi.  in-12 

de  750  page »     5     » 

Animaux  domestiques  ;  par  David 
Low,  traduit  par   Royer;  in-4   et 

planches  coloriées »  60     » 

Animaux  (  Statique  chimique  des  ), 
emploi  agricole  du  Sei,  par  Bar- 
rai, in-12  de  550  p »    5     » 

Annales    agricoles    de    Roville;  par 

Mathieu  de  Dombasle,  9  voi.  in-8  »  61  50 
Annales    de  l' Institut    agronomique 
de  Versailles;  4  voi.  in-4  de  418  pa- 
ges et  planches  ...'...»    3  50 
Arpentage  et   nivellement;  par  Le- 
dere, 1  voi »    1  75 

Bétes  à  laine;  par  Malinqiè,  in-8,  et 

3  lithogr »     3    » 

Bibliothèqtie  du  cultivateur;  44  voi. 

in-12 »  17  50 

Biens    fonds  (  1'  estunateur  de  )   par 

Noirol,  4  voi »     3  50 

Bovine-Durham  (de  la  Race);  par 
Lefebvre-Ste-Marie ,  352  p.    in-8, 

et  atlas  in-folio »  45    » 

Calendrier  du  bon  Cultivateur;   par 

Dombasle »    4  75 

Chevaline  (De  l'espèce)  en  France , 
par  le  general  Lamoricière,  312  p. 

in-4,  et  3  cartes  col »     3  50 

Chimie  agricole,  par  7*.  Pierre;  662  p.    4     » 
Chimie  agricole;  par  le  Dott.  Sacc. 

1  voi.  3  grav »    3  50 

Comptabilité    agricole.  (  Traile  de  ) , 
par    de    Grange,   1    voi.  in-8   de 
320  pages  et  tableaux      ...»    5    „ 
Congrès  centrai  d'agriculture,  Com- 


ED   AGRONOMO  93 

ptesrendus,  la  collection,  1844-1851, 

8  voi.  in-8 fr.  42    » 

Conseils  aux  agriculteurs,  per  Dezie- 
meris,  3.a  édition,  1  voi.  in-12  de 
654  pages »    3  30 

Constructions  rurales  (Manuel  des), 
par  Duvinage,  1  voi.  in-12  de  550  p. 
et  grav. .     .    , »    3  50 

Crédit  agricole  et  foncier  (Des  insti- 
tutions  de)  en  Europe;  par  Jos- 
seau,  564  pages  in-8  .    ...»     7  50 

Cultivateur  améliorateur  (Guide  du) 
par  Lecouteux,  1  v.  in-8  de  350  p.  »    4    » 

Dictionnaire  d'Agriculture  pratique, 
par  Joigneaux  et  Moreau,  2  voi. 
gr.  in-8  à  2  col »    »  48    » 

Drainage  (Manuel  du);  par  Barrai, 
in-12  de  828  pages,  233  gravures 
et  7  planches »    6    » 

Drainage  (Traité  du);  par  Ledere, 
4  voi.  in-8  de  364  pages  et  427  gra- 
vures       »    6     » 

Eaux  pluviales,  par;  Barrai,  in-4  de 
t  92  pages »    4  75 

Economie  rurale   en  Angleterre ,  p. 

Lavergne »    3  50 

Engrais  et  amendements;  par  Fon- 
quet,  4  voi »    2  50 

Guide  veritable  des  cultivateurs,  par 
Dezeimeris,  2.e  ed,  4  voi.  in-12  de 
248  pages »     i  75 

IrrigateurtManueldel'^parYilleroy, 
et  Code  des  Irrigations,  in-8, 244  p. 
121  grav »    5    » 

Journal  d'Agriculture  pratique;  Dire- 
cteur  M.  Barrai.  Un  n.°  de  48  p. 
in-4  avec  nombreuses  gravures 
les  5  et  20  du  mois.  Un  an.  .    .     »  15    » 

Moniteur  de  la  propriété  et  de  l'agri- 
culture,  dix-huit  voi.  grand  in-8 
à  2  colonnes »  39    » 

Mùriers  (Manuel  du  cultivateur  de) , 
p.  Charrel »    4  75 

Pomes  de  terre  (Maladie  des);  p.  De- 

eaisne »     »  75 

Statistique  agricole  de  la  France; 
par  Royer,  1  voi.  in-8  de  472  pages 
et  atlas  in-folio  ...-..»  12    » 

Vers  a  soie  (Manuel  de  1'  éducateur 


94 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


de);  par  Robihel ,  4  voi.  in-8   de 

332  p.  et  51  grav fr.     5 

Vigneron  (Manuel  du),  par  Odavi  , 
412  pages » 


3  50 


HORTICULTURE. 

Arbres  fruitiers  (Taille,  mise  à  fruit 
et  végétation),  par  Puvis,  1  voi. 
in-12  de  210  pages  ....  fr.  1  75 
Bibliothèque  du  jardinier  par  Decais- 
ne et  Vilmorin,  4  voi.  in-42  aver, 
gravures »     5    » 

Bon  Jardinier  (Le),  almanach  1855, 
par  Poileau,  Vilmorin.  Decaisne, 
in  12  de  1630  p »    7     » 

Bon  Jardinier  (Figures  de  l'almanach 
du),  450  pages  in- 12, 45  planches, 
600  gravures »     7    » 

Cactées  (Iconographie  des),  par  Le- 
maire  ;  huit  livraisons  de  2  planches 
color,  et  texte »  40     » 

Cactées  (Monographie  des)  et  Traile 
coinplet  de  Culture;  par  Luboret, 
1  voi.  in-12  de  732  p.     ...»     7  50 

Camellia  (  Monographie  du  genre  ) , 
par  Berìése,  3.a  ed.,  1  voi.  in-12  de 
340  p.  et  7  planches     .    ...»    5    » 

Camellia  (Iconographie  du  genre), 
collection  des  Camellias  les  plus 
beaux,  par  Berlèse,  150  livraisons 
petit  in-folio,  composées  chacune 
de  2  grav.  coloriées ,  et  texte  sur 
vélin.  L'ouvrage  compiei ,  375  fr. 
Une  livraison »    2  50 

Champignons  (Culture),  par  Paquet, 
in-12 »     3  50 

Culture  maraichère  (Manuel  pratique 
de)  par  Courlois-Gerard.  400  pages 
in-12 »    3  50 

Dahlia  (Traile  du),  p.  Pirolle,  302  p. 
in-12 ,    »    3  50 

Dahlias  (Manuel),  par  Pepili,  1  voi. 

et  36  gravures »     1  75 

Flore  des  jardins  et  des  champs; 
par  Le  Maoul  et  Decaisne,  2  voi. 
petit  in-8 »    9    » 

Herbier  general  de  l'amateur,  descri- 
ption,  histoire,  culture  des  vègeta uX, 


cinq  volumes  in  4.°  et  373  planches 

coloriées fr.190    » 

Horticulteur  universel,  par  MM.  Ja- 
cquer ,  Leumann,  Pepili ,  Poileau 
et  Lemaire  ,  7  voi.  gr.  in-8 ,  et 
300  planches  coloriées  .  .  .  »150  » 
Horticulture,par/w'/td/et/,lv.37grav.  7  50 
Horticulture  (Encyclopedie  d'),  512  p. 
in-4,  523  grav.  (tome  V  de  la  Mai- 
son rustique) »    9     » 

Jardinage  (Manuel  pratique  du),  par 
Courlois-Gerard ,  450  p.  in-12  et 

30  gravures »     3  40 

Jardinier  des  fenètres  (Le),  des  Ap- 
parlements,  des  Petits  Jardins,  par 

Mmo  Miliet »    4  76 

Journal  d'horticulture  pratique;  par 
Victor   Paquet ,   5   voi.   in-12    et 

76  gravures  color »  29    » 

Maison  rustique  des  dames  par  Mme 
Millet-Robinet ,   2  voi.    in-12,    et 

417  gravures »     7     » 

OEillets;  par  Ponsorl,  2  voi.  in-18 

et  gravures »     4    » 

Orchidées  (Culture),  par  Morel, l\ol. 

in-8 »    5    » 

Pelargonium,Calcéolaires,Verveines, 
Cinéraires  (Culture  des)  par  Chau- 

vière,  152  p.  in-12 > 

Plantes,  arbres,  arbustes  (Manuel  ge- 
neral des),  description  et  culture 
de  25,000  plantes  indigenes  d'Eu- 
rope ou  de  serre:  la  livraison  » 
Plantes  bulbeuses  (Culture),  par  Le- 
maire      » 

Plantes  potagères  (Culture  ordinaire 
et  forcée  des)  par  V.  Paquet,  1  v. 

in-12  de  312  p » 

Pomone  (La)  Francaise.  Culture  des 
arbres  fruitiers,  par  Lelieur,  1  voi. 

et  planches » 

Bevue  horticole  ;  directeur  M.  Decai- 
sne. Parait  les  1."  et  16  du  mois. 
In-8  avec  24  gravures  coloriées 
(une  par  n.°).  Un  an  ....  » 
Roses  (Choix  des  plus  belles),  30  li- 
vraisons de  2  planches  coloriées 
et  texte.  La  livraison  ...»  3  » 
(Extrail  du  catalogne  de  la  Libi:  ayric.) 


2  50 

1  50 

3  50 

3  50 

7  40 

9    » 


NOTIZIE 


ATTINENTI  ALLE  SCIENZE  TRATTATE  DAL  GIORNALE. 

— Wgl^gW  — 


OnoriCcenza  ad  Alessandro  Sidoli. 

Sollecitata  la  Redazione  del  Giornale 
dell'Ingegnere  Architetto  ed  Agronomo  da 
alcuni  amici  ed  ammiratori  del  testé  de- 
funto Architetto  Alessandro  Sidoli ,  fassi 
un  dovere  d'annunciare  che  presso  la  me- 
desima si.  è  aperta  la  sottoscrizione  per 
l'erezione  di  un  busto  in  marmo  rappre- 
sentante l'effigie  del  medesimo,  e  da  col- 
locarsi, previa  la  già  invocata  Superiore 
approvazione,  sotto  il  portico  del  Palazzo 
delle  Belle  Arti  di  Brera  in  Milano. 

Siccome  poi  l'egregio  scultore  Antonio 
Tantardini  ha  già  effigiato  il  defunto  in 
plastica,  ed  a  giudizio  degli  intelligenti  e 
degli  amici  del  Sidoli  tale  effigie  fu  trovata 
somigliantissima,  ed  eseguita  con  quella 
maestria  d'arte  che  tanto  onora  Fautore 
del  Caino  e  del  Geremia,  ed  offre  anche 
l' opera  sua  gratuitamente,  per  tradurla 
in  marmo,  l'ammontare  delle  sottoscrizioni 
sarà  limitato  alla  somma  occorribile  per 
coprire  le  sole  spese  borsuali.  Essa  è  poi 
visibile  nel  suo  studio,  situato  lungo  il 
Naviglio  di  S.  Marco  in  casa  Medici. 

La  cifra  occorrente,  compresa  la  base, 
sarà  di  circa  austr.  L.  1200,  e  da  ripar- 
tirsi in  tante  azioni  da  austr.  L.  3  cadauna. 

Verranno  fatti  in  scagliola  diversi  busti 
cavati  dalla  forma  fatta  sul  busto  originale, 
i  quali  saranno  venduti  a  favore  della  fa- 
miglia per  austr.  L.  G  cadauno  per  gli 
azionisti. 

I  nomi  dei  Contribuenti  saranno  stampati 
in  apposito  elenco  nel  nostro    giornale. 

Le  sottoscrizioni  si  ricevono  dalla  sud- 
detta Redazione  in  Contrada  S.  Alessan- 
dro N.  3976,  presso  lo  Scultore,  e  da  tutti 


gli  amici  del  defunto  e  dai  distributori 
della  presente  scheda;  ed  i  pagamenti  si 
faranno  in  mano  alla  persona  incaricata  con 


regolare  mandato. 


La  Redazione. 


Opere  e  stndj  d'ornamento 
e  d'architettura 

di   Alessandro    Sidoli 

Prof.  agg.  alla  scuola  di  prospettiva  nell'I.  R.  Accad. 

di  Brera  e  socio  d'arte  della  medesima. 

II  compianto  universale  che  si  levò 
nella  nostra  città  all'intendersi  la  nuova 
della  morte  del  professore  Alessandro 
Sidoli ,  le  onorevoli  commemorazioni 
fattene  alla  tomba  diffuse  a  stampa,  e 
ripetute  dai  giornali,  provarono  in  quanta 
slima  fossero  tenuti  l'ingegno  e  le  opere 
di  quell'illustre. 

Una  fu  la  voce  che  lamentava  la 
morte  del  Sidoli,  come  gravissima  per- 
dila all'arie  ed  agli  artisti,  i  quali  sin- 
golarmente, mancando  lui,  non  hanno 
più  l'amico ,  il  consigliera  nelle  opere 
loro,  e  quegli  eziandio  che  talvolta  po- 
neva la  maestra  mano  in  esse,  a  cor- 
reggere, ad  ajutare,  e  forse  anche  ad  in- 
teramente creare. 

Mentre  il  chiarissimo  pittore  islorico 
Gallo  Gallina  da  Cremona,  gratuitamente 
eseguisce  il  ritratto  di  questo  suo  illustre 
concittadino,  che  verrà  puhlicalo  in  questi 
giorni,  e  che  destina  ai  benefattori  della 
superstite  famiglia;  e  mentre  la  Redazione 


96 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


del  milanese  giornale  dell'Ingcgnere-Ar- 
chìtetto,  a  sdebitarsi  d'una  corsa  pro- 
messa ,  attende  alla  pubblicazione  del 
grandioso  progetto  del  Camposanto  per 
la  nostra  città,  eseguito  dal  Sidoli,  ed 
inciso  del  valentissimo  incisore  Ferdi- 
nando Cassina  Professore  Aggiunto  alla 
Scuola  d'ornamento  di  questa  I.  R.  Ac- 
cademia, coli'  unita  illustrazione  dettata 
da  una  ben  nota  penna,  la  sottoscritta 
Commissione  viene  aprendo  una  associa- 
zione a  scelti  e  variati  disegni  di  opere 
e  studj  d'ornamento  e  di  architettura 
dello  stesso  Autore  a  beneficio  della 
povera  famiglia  di  lui,  composta  della 
moglie  e  di  otto  giovanetti  figli,  incapaci 
lutti  a  procacciarsi  altronde  i  mezzi  della 
sussistenza. 

Il  signor  Carlo  Invernizzi,  valentissimo 
ornatista  e  riputato  intagliatore,  genero- 
samente si  assunse  di  condurre  in  lito- 
grafia dodici  tavole  di  disegni  del  Sidoli, 
ed  altrettante  ne  offerse  il  distintissimo 
giovane  sig.  Gaetano  Spelimi;  ed  i  si- 
gnori, Ingegnere  Svanascini  pensionato 
della  R.  Accademia  di  Genova,  Olim- 
piostene  Vaccani  ed  Alessandro  Arienli 
coadjuveranno  parimenti  all'  esecuzione 
dei  disegni  architettonici.  L'opera  com- 
pleta si  comporrà  di  cinquanta  tavole  ; 
e  l'avvocalo  Pier  Ambrogio  Curii,  det- 
terà i  cenni  biografici  e  le  illustrazioni 
delle  tavole.  Il  sig.  Bartolomeo  Saldini, 
proprietario  di  questo  giornale ,  con- 
durrà nel  proprio  stabilimento  per  le 
semplici  spese  necessarie  la  slampa  del- 
l'opera, al  cui  spaccio  ed  a' prodotti  da 
erogarsi,  come  si  disse,  a  vantaggio  della 
vedova  e  degli  orfani  figli  del  Sidoli, 
veglierà  la  sottoscritta  Commissione. 

L'opera  verrà  divisa  in  tante  dispense 
quante  sono  le  tavole  che  verran  pub- 
blicate, colla  rispettiva  coperta  espres- 
samente condotta  a  disegno  litografico 
dal  medesimo  signor  Invernizzi,  nel  for- 
mato d'un  mezzo  foglio  reale  ed  al  prezzo 
d'una  lira  austriaca  per  dispensa,  che  si 
farà  ogni  quindici  giorni  circa.  Le  asso- 
ciazioni si  ricevono  in  Milano  dalla  Fami- 
glia del  Sidoli,  all'ufficio  del  Giornale 


dell' Ingegnere- Architetto  ed  Agronomo  in 
contrada  S.  AlessandroN.  3976,  e  da  tutti 
gli  amici  del  defunto,  incaricali  sì  in  Mi- 
lano che  altrove. 

Ora  non  rimane  se  non  attendere  che 
s'abbia  a  rispondere  all'  intendimento  di 
chi  promosse  ed  ajutò  questa  pubblica- 
zione. Non  manca  che  il  voto  ed  il  con- 
corso del  Publico  specialmente  della  no- 
stra città  che  in  queste  opere  generose 
è  a  nessuno  secondo. 

Milano ,  agosto  1855. 

La  Commissione 


Prof. 
Prof. 
Avv. 


D.  Moglia. 
F.  Cassina. 
P.  A.  Curii. 


Carlo  Invernizzi. 
Gaetano  Spcluzzi. 
Bartol.  Saldini. 


I.  K.  Acc.  di  Belle  Arti  in  Milano. 

Programma  de'  concorsi  inslituili  dai  be- 
nemeriti defunti  Canonica  e  Girotti. 

CONCORSO   CANONICA 

L'  I.  R.  Accademia  di  Belle  Arti  in  Mi- 
lano invita  gli  artisti  dimoranti  negli  Impe- 
riali BB.  Stati  Austriaci,  non  che  gli  Au- 
striaci dimoranti  all'  estero,  ai  concorsi  al 
premio  instituito  dal  defunto  Architetto  Con- 
sigliere Academico  Cav.  Luigi  Canonica, 
che  si  terranno  nel  venturo  anno  1836. 

ARCHITETTURA 

(concorso  riferibile  al  1856) 

Soggetto  =  Un  grandioso  edificio  ad  uso 
di  mercato  per  oggetti  d'industria  adatto 
ad  una  città  di  duecento  mila  abitanti,  con 
abitazioni  private  e  decorazione  a  piaci- 
mento. =  Verrà  dimostrato  con  icnografie 
ed  ortografie  interne  ed  esterne  aquerellale, 
e  colla  delineazione  de'  dettagli ,  in  iscala 
maggiore  parimenti  all'aquerello  accompa- 
gnate da  sviluppamenti  di  costruzioni,  tanto 
in  disegno  che  in  descrizione. 

I  disegni  saranno  in  gran  foglio. 

Premio  =  Idre  milleseicento  (1600)  au- 
striache. 


ARCHITETTO    ED    AGRONOMO 


97 


Discipline 
Le  opere  di  concorso  dovranno  essere 
presentate  prima  delle  ore  quattro  pome- 
ridiane del  giorno  30  giugno  1856.  Non  sa- 
ranno ricevute  quelle  che  non  verranno 
consegnate  precisamente  entro  l' indicato 
termine,  per  un  commesso  dell'  autore,  al- 
l'Economo-Cassiere  dell'Accademia,  né  po- 
tranno ammettersi  giustificazioni  sul  ritardo. 
L'Accademia  non  si  carica  di  ritirare  le 
opere,,  quantunque  ad  essa  dirette,  uè  dal- 
l'Ufficio di  Posta,  né  dalle  Dogane. 

Ciaschedun'  opera  sarà  contrassegnata  da 
un'epigrafe  ed  accompagnata  da  una  lettera 
sigillata,  portante  al  di  fuori  la  stessa  epi- 
grafe, e  dentro  il  nome  ,  cognome  ,  patria 
e  domicilio  dell'autore.  Oltre  questa  lettera, 
dovrà  l'opera  accompagnarsi  con  una  de- 
scrizione che  spieghi  la  mente  dell'autore, 
acciocché,  confrontata  coll'esecuzione,  se  ne 
giudichi  la  corrispondenza. 

Le  descrizioni  si  comunicheranno  ai  Giu- 
dici: le  lettere  sigillate  saranno  gelosa- 
mente custodite  dal  Segretario,  e  non  verrà 
aperta  che  la  sola  portante  l'epigrafe  del- 
l'opera che  avrà  ottenuto  l'onore  del  premio; 
tutte  le  altre  si  restituiranno  intatte  ai  com- 
messi, insieme  con  le  opere,  subito  dopo  la 
consueta  pubblica  esposizione  degli  oggetti 
di  belle  arti  susseguente  al  giudizio. 

Le  opere  dei  concorrenti  che  all'atto 
della  consegna  non  fossero  trovate  in  buona 
condizione,  non  saranno  ricevute.  Nella  con- 
segna poi  delle  dette  opere  verrà  rilasciata 
dall'  Economo-Cassiere  distinta  ricevuta  , 
che  si  dovrà  quindi  a  lui  retrocedere  al- 
l'atto della  restituzione  delle  opere  non 
premiate.  Non  ricuperandosi  dagli  autori 
entro  un  anno  le  opere  non  premiate,  l'Ac- 
cademia non  risponde  della  loro  conser- 
vazione. 

Il  giudizio  verrà  affidato  ad  una  Com- 
missione apposita,  ed  eseguito  colle  dovute 
cautele  per  mezzo  di  voti  ragionati  e  sotto- 
scritti, salvo  la  definitiva  approvazione  del 
Consiglio  Accademico;  dopo  di  che  sarà  pub- 
blicato unitamente  ai  giudizj  degli  altri  con- 
corsi. 


CONCORSO   DEL   LEGATO   GIROTTI 


L'  I.  R.  Accademia  di  Milano  invita  i 
proprj  Allievi  o  gli  artisti  che  già  vi  ap- 
partennero, esclusi  gli  esteri,  a  concorrere 
al  premio  instituito  dal  defunto  Raineri 
Girotti,  che  si  distribuirà  nel  pross.  anno  4856 
sul  seguente 

Soggetto  =  La  decorazione  dell'  interno 
di  una  Loggia  coperta. 

Il  disegno  saràall'aquerello  a  colori,  geo- 
metrico o  prospettico,  di  stile  a  piacimento, 
e  la  dimensione  non  sarà  minore  di  centi- 
metri 45  per  cent.  60. 

Premio  —  milanesi  lire  trecento  (L.  300). 

Discipline 

I  concorrenti  nella  lettera  sigillata,  con- 
tenente il  proprio  nome,  cognome  e  domi- 
cilio, dovranno  provare  regolarmente  di 
avere  frequentato  le  scuole  di  quest'Acca- 
demia. 

II  concorrente  premiato  potrà ,  dopo  la 
pubblica  esposizione ,  ritirare  presso  di  sé 
la  propria  opera  o  lasciarla  all'Accademia. 
In  questo  secondo  caso  essa  verrà  contras- 
segnata dal  nome  dell'  autore  ,  ed  esposta 
nelle  sale  dell'Accademia. 

In  quanto  al  resto  sono  da  osservarsi  le 
discipline  accennate  pei  concorsi  del  legato 
Canonica. 

Milano,  il  14  luglio  4855. 

Per  la  Presidenza 
FRANCESCO   HAYEZ. 


I.  R.  Acc.  di  belle  Arti  in  Venezia. 


Avviso. 


Voi.  IH. 


S.  E.  il  Ministro  della  pubblica  istruzione, 
con  suo  venerato  Dee.  N. 4594, 9  corr.,  comu- 
nicato con  l'altro  Luogotenenziale  N.  5760 
mese  stesso,  si  è  compiaciuta  d'ordinare  che 
i  premii  di  prima  classe  (Medaglie  d'oro), 

Agosto  4855.  43 


98 


GIORNALE  DELL'  INGEGNERE 


la  cui  aggiudicazione  spetta  nel  venturo 
anno  4856  a  questa  1.  R.  Accademia,  deb- 
bano ancbe  pel  detto  anno  essere  disposti, 
in  via  deperimento,  giusta  le  norme  sta- 
bilite dal  Ministeriale  Dispaccio  20  giugno 
4853  N.  4103,  cbe  qui  si  riportano  a  co- 
mune notizia,  e  a  guida  degli-artisti  che  in- 
tendessero concorrere  ai  rammentali  premii. 
4.1  premii  di  prima  classe  (Medaglie  d'oro) 
verranno  concessi  nel  venturo  anno  4856 
a  quegli  artisti,  dimoranti  negli  II.  RR.  Stati 
austriaci ,  i  quali ,  nei  varii  rami  dell'arte 
qui  sotto  elencati,  avranno  mandato  a  que- 
sta I.  R.  Accademia,  entro  al  45  luglio  del- 
l'anno suddetto  un'opera  da  essere  esposta 
nella  pubblica  mostra  della  medesima,  la 
quale,  conformandosi  alle  discipline  che 
qui  sotto  stanno  notate ,  sia  dal  Consiglio 
accademico  giudicata  di  tale  pregio,  da  me- 
ritare il  premio  destinato  alla  classe  cui 
essa  appartiene. 

2.  L'opera  premiata,  anzi  che  rimanere, 
come  per  lo  innanzi,  di  proprietà  dell'Ac- 
cademia, rimarrà  all'autore,  il  quale  però 
non  potrà  ritirarla  dall'  Accademia  se  non 
dopo  che  sia  finita  la  pubblica  mostra,  in 
cui  verrà  esposta. 

3.  L'entità  e  la  ripartizione  dei  premii  vieii 
fissata  nel  modo  seguente  (*): 

b)  Ad  un  progetto  di  architettura,  una 
medaglia  del  valore  intrinseco  di  zecchini  60; 

f)  Ad  una  composizione  prospettica  co- 
lorata, una  medaglia  del  valore  intrinseco 
di  zecchini  20; 

g)  Ad  una  composizione  ornamentale,  in 
qualsiasi  materia  o  genere ,  ima  medaglia 
del  valore  intrinseco  di  zecchini  20; 

4.  Non  avranno  diritto  a  premio  se  non 
quelle  opere  che  verranno  consegnate  al- 
l'Economo Cassiere  di  questa  I.  R.  Acca- 
demia sino  alle  ore  [quattro  pomeridiane 
del  45  luglio  del  venturo  anno  4856. 

5.  Non  saranno  accettate  in  concorso,  e 
quindi  neppure  esposte  al  pubblico,  quelle 
opere  che  offendessero  anche  lontanamente 
i  riguardi  politici,  la  religione  e  la  morale. 

■ 
(*)  Si  omettono  i  concorsi  de'premii  citati  a.  e.  d.  e.  fi- 
come  estranei  alle  materie  trattale  in  qucstoGiornale. 


6.  Il  giudizio  ,  che  pronuncierassi  sulle 
opere  dei  concorrenti,  viene  affidato  a  Com- 
missioni straordinarie,  salvo  la  successivo 
approvazione  del  Consiglio  accademico,  e  si 
eseguisce  colle  più  rigide  cautele,  per  mezzo 
di  voti  ragionati  e  sottoscritti, 

7.  Le  Commissioni,  elette  a  giudicare  le 
opere  relative  a  ciaschedun  ramo  d'arte , 
giusta  il  prescritto  del  Cap.  XXV  del  Regol. 
interno  dell'Accademia,  come  pure  il  Consi- 
glio accademico,  dovranno  desumere  la  mi- 
sura del  merito  di  ciascheduna  opera  dai 
pregi  assoluti  di  composizione  e  di  esecuzione, 
per  cui  l'esistenza  degli  uni  non  sia  tenuta 
compenso  alla  mancanza  degli  altri,  né  possa 
influire  al  conseguimento  del  premio.  Laonde 
i  diritti  al  premio  dovranno  risultare  da 
meriti  ineccezionabili  positivi,  non  dai  re- 
lativi. 

8.  Non  potranno  aver  diritto  a  premio 
le  copie  o  ripetizioni  d'opere,  tanto  se  sieno 
condotte  dagli  autori  degli  originali,  come 
da  altri,  e  neppure  quelle  che  fossero  state 
esposte  in  altre  pubbliche  mostre  di  belle 
arti. 

9.  È  in  libertà  di  ogni  esponente  il  dichia- 
rare eh'  egli  rinuncia  ai  diritti  del  premio 
relativo  al  ramo  d'arte  ,  a  cui  appartiene 
l'opera  sua,  e  quindi  chiedere  che  questa 
non  sia  sottoposta  al  giudizio  della  Com- 
missione. 

40.  Quelli,  che  intendono  di  entrare  nel 
concorso,  dovranno  accompagnare  le  opere 
loro  di  una  descrizione  delle  medesime,  che 
dichiari  il  soggetto  e  l'intenzione  dell'autore 
nello  svolgerlo.  E  lasciata  poi  libertà  ai 
singoli  concorrenti  di  manifestare  il  pro- 
prio nome;  come  di  affidarlo  ad  una  lettera 
suggellata,  da  non  aprirsi  se  non  nel  caso 
che  l'opera  fosse  premiata.  Su  questa  lettera 
però  dovrà  essere  scritta  un'  epigrafe ,  la 
quale  sia  ripetuta  sull'opera,  a  cui  essa  si 
riferisce. 

44.  Le  descrizioni  si  comunicheranno  alle 
Commissioni;  le  lettere  suggellate  saranno 
gelosamente  custodite  dal  segretario,  né 
verranno  aperte  se  non  quando  le  opere, 
a  cui  hanno  relazione  ,  ottengano  1'  onore 
del  premio:  in  caso  diverso,  si  restituiranno 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO 


intatte  ai  commessi  unitamente  alle  opere, 
subito  dopo  la  pubblica  Esposizione. 

42.  Nelle  consegne  e  restituzioni  delle 
opere  e  delle  lettere  accompagnatorie,  si 
rilasceranno  e  si  esigeranno  distinte  rice- 
vute. Mancando  gli  autori  di  ricuperare 
entro  sei  mesi  i  loro  lavori.  l'Accademia 
non  risponde  della  conservazione  loro. 

13.  Tutte  le  opere  dei  concorrenti,  pre- 
sente il  commesso  che  ne  sarà  latore,  ver- 
ranno esaminate  da  una  Commissione  spe- 
ciale, destinata  a  verificarne  la  buona  o 
cattiva  condizione,  anche  con  atto  pubblico, 
quando  ciò  fosse  richiesto  dal  loro  totale 
deperimento  e  dalla  conseguente  esclusione 
dal  concorso. 

44.  La  Segreteria  dell'  Accademia  non 
s'incarica  di  ritirare  le  opere,  quantunque 
a  lei  diretta  ,  né  dall'  Ufficio  di  posta ,  né 
dalle  Dogane. 

45.  I  gindizii  definitivi  del  Consiglio  ver- 
ranno pronunciati  entro  ai  primi  otto  giorni 
della  pubblica  Esposizione,  e  i  premii  sa- 
ranno dispensati  poco  dopo  in  un  giorno 
da  destinarsi. 

46.  Le  opere  premiate  porteranno ,  per 
tutta  la  restante  Esposizione  ,  una  corona 
d'alloro,  in  cui  starà  scritto  il  nome  e  la 
patria  dell'autore. 

Venezia,  28  luglio  4855. 

//  Segretario  f.  f.  di  Presidente 
P.  Selvatico. 


Premj 

Milano,  29  agosto.  —  L'  I.  li.  Accademia 
di  Belle  Arti  dispensò  in  questo  giorno  i 
premj  di  4.a  e  2.a  classe.  La  solenne  ceri- 
monia facevasi  coli' intervento  di  S.  E.  il 
Luogotenente  di  Lombardia,  di  varie  auto- 
rità, sì  civili  che  militari  ed  ecclesiastiche, 
e  di  numeroso  concorso.  Il  nuovo  professore 
d'Estetica  e  segretario  f.  f.  di  Presidente 
G.  Mongeri  lesse  un  discorso  tendente  a 
dimostrare  come  la  forma  non  possa  essere 
unico  scopo  dell'arte,  ma  soltanto  sia  mezzo 
a  raggiungere  un  intento  morale. 


99 


Diamo  soltanto  i  nomi  di  coloro  che  ri- 
portarono i  premj  dei  concorsi  di  prima  e 
seconda  classe  di  Architettura,  Prospettiva 
ed  Ornato,  perchè  appartenenti  alle  materie 
trattate  dal  nostro  giornale. 

CONCORSI   DI   I.   CLASSE 

architettura 

Ospizio  per  gli  esposti  e  per  le  parto- 
rienti povere  e  paganti,  qual  si  conviene  ad 
una  popolosa  città  centrale. 

Premiato,  fra  due  concorrenti,  il  sig.  In- 
nocente Casoni  di  Serravalle^  mantovano, 
allievo  di  quest'I.  R.  Accademia  e  del  pro- 
fessore aggiunto  G.  Besia. 

Ornato 

Edicola  isolata  colla  relativa  vasca  ad  uso 
di  battistero,  di  stile  Bramantesco. 

Premiato,  fra  tre  concorrenti,  il  sig.  Ales- 
sandro Arienti  milanese,  allievo  di  quest'I. 
R.  Accademia  e  del  sig.  Alessandro  Sidoli 
testé  defunto. 

Prospettiva 

La  parte  posteriore  del  Duomo  di  Milano, 
veduta  dall'interno  del  cimitero  che  vi  esi- 
steva nei  primi  tempi. 

Premiato,  fra  tre  concorrenti,  il  sig.  Gio- 
vanni Pessina  di  Bergamo,  allievo  di  que- 
st'I. R.  Accademia. 

CONCORSI  DI   II.   CLASSE 

Scuola  d'architettura  (*) 

Per  l'invenzione.  Premio  1.  sig.  Faustino 
Anderloni,  milanese,  allievo  della  scuola  de- 
gli ingegneri-architetti.  2.  sig.  Carlo  Zappa, 

(*)  Per  legalo  del  fu  prof.  Carlo  Amali,  il  1.°  prè- 
mio viene  retribuito  pure  di  un  esemplare  dell'opera 
di  Vilruvio  da  lui  pubblicala,  al  che  s'aggiunge  per 
questa  volta  una  copia  del  Giornale  dell' Ingegnere- 
Archilclto  degli  anni  1853  e  1854,  offerta  in  dono 
dall'editore  B.  Saldini. 


100 


GIORNALE   BELL'INGEGNERE 


di  Lurago,  provincia  di  Como;  accessit  con 
lode  sig.  Giacinto  De  Grandi,  d:  Concorezzo. 
—  Per  gli  ordini  architettonici.  Premio  con 
lode  sig.  Ambrogio  Seveso,  milanese;  Ac- 
cessit d.  sig.  Nicola  Baj,  di  Cazzone,  pro- 
vincia di  Como.  2.  sig.  Pietro  Colombo, 
milanese. 

Scuola  di  prospettiva 

Per  l' invenzione  di  una  scena.  Premio 
i.  sig.  Carlo  Pirotta,  milanese.  2.  sig.  Pes- 
sina,  di  Bergamo. —  Per  gli  elementi.  Pre- 
mio con  lode  sig.  Giuseppe  Rossi,  di  Lo- 
mazzo. 

Scuola  d'ornamenti 

Per  l'invenzione  d'un  ornato  architetto- 
nico. Premio  sig.  Carlo  Brambilla,  milanese. 
—Per  il  disegno  dal  rilievo.  Premio  sig.  Amil- 
care Briani,  milanese.  Accessit  sig.  Milziade 
Negri,  milanese. 

SCUOLA  D'ARCHITETTURA,  PROSPETTIVA 
ED    ORNATO,  PER  GLI  INGEGNERI-ARCHITETTI 

Fra  gli  ingegneri-architetti  che  hanno  com- 
piuto il  prescritto  anno  scolastico  onde  ri- 
portare assolutorio  pel  libero  esercizio  della 
professione  di  architetto,  la  Commissione  ap- 
posita ha  distinto  con  speciale  menzione  ono- 
revole il  sig.  Faustino  Anderloni,  milanese. 

CONCORSO    SANQUIRICO 

Applicato  nel  corrente  anno  alla  scuola 
negli  ornamenti,  col  premio  di  una  meda- 
glia di  rame  e  di  lire  cento  di  Milano.  — 
Premiato,  sopra  sette  concorrenti,  il  sig.  Giu- 
seppe Perego,  milanese. 


—  Il  5  agosto  fu  la  festa  solenne  delle  belle 
arti.  L'I.  R.  Accademia  di  Venezia  distribuì 
i  premii  a'  suoi  giovini  alunni:  ed  alla  pa- 
tria funzione  presero  parte,  colla  presenza, 
il  sig.  co.  Marzani,  f.  f.  di  Luogotenente 
delle  venete  Provincie,  il  R.  Delegato  pro- 
vinciale co.  Altan,  il  sig.  co.  Correr,  Po- 
destà di  Venezia,  il  fiore  delle  Magistrature, 
e  un  concorso  grande  di  cittadini.  Il  signor 


marchese  Selvatico  Estense,  secretarlo,  e 
che  sostiene  le  veci  di  presidente,  cominciò 
col  leggere  un  forbito  discorso,  che  aveva 
per  tema:  Qual  fosse  l'educazione  degli  scorsi 
secoli,  e  quale  sia  al  presente  in  Italia. 

Si  fé'  ad  osservar  l'oratore  che ,  avendo 
nell'anno  decorso  tentato  di  dimostrare,  come 
le  industrie  non  possono  prosperare  se  non 
sieno  guidate  dalle  arti  maggiori,  forse  gli 
uditori  avranno  domandato  a  sé  stessi,  se 
queste  arti  sieno  tanto  avanzate  fra  noi  da 
giovare  a  simili  industrie;  e  potrebbero  per 
avventura  averlo  accusato  di  non  opportuno 
silenzio  su  ciò.  A  togliere  simile  accusa  era 
rivolto  il  suo  discorso. 

Da  prima  egl'indicò  la  condizione  attuale 
della  pittura  e  della  scultura  in  Italia,  di- 
mostrando come  sieno  esse  senza  dubbio 
lontane  dall'jaltezza  che  toccarono  nel  XV 
e  XVI  secolo,  ma  però  incamminate  a  pro- 
gredimento di  maniera,  che  potrebbero,  se 
fossero  protette,  vantaggiare  il  gusto  della 
nazione,  accostarsi  alla  grandezza  antica, 
far  prosperare  le  industrie  nostrali. 

Ma  non  toccherebbero  il  loro'  vertice  se 
non  ricevessero  forza  dall'architettura  ci- 
vile, ch'è  la  prima  delle  arti;  e  qui  appunto 
l'oratore  deplorò  esser  ella  così  scaduta 
adesso  fra  noi,  da  non  poter  produrre  nulla 
di  utile  alle  sorelle ,  ed  esser  ridotta  od  a 
eretta  muratura  ovvero  a  sterile  esercizio 
di  sogni  monumentali,  entro  alle  scuole,  in- 
tesi a  ricopiare  le  magnificenze  romane. 

Dimostrò  da  poi  che,  quando  un  errore 
è  sì  grave ,  non  possono  esserne  causa  la 
povertà  dall'ingegno  o  la  miseria  dei  tempi, 
sì  invece  l'educazione  attuale  dell'architetto, 
disadatta  a  svolgerne  la  mente,  quando  pure 
vigorosissima  fosse. 

A  dar  prova  di  ciò,  con  quell'acutezza 
dinvestigazione,  e  soda  erudizione,  che  in 
tutti  gli  scritti  del  chiaro  dicitore  si  lodano, 
egli  accennò  i  metodi  tenuti  nell'antichità 
e  nel  medio  evo  per  istruire  l'architetto,  e 
li  raffrontò  coi  presenti. 

Toccò  di  quanto  lasciò  scritto  Vitruvio , 
secondo  il  quale  i  Greci  esigevano  che  l'ar- 
chitetto conoscesse  molte  arti  e  scienze,  più 
forse  di  quelli  che  le  professano.  Vitruvio, 


ARCHITETTO 

anche  accusando  di  esagerazione  questa  esi- 
genza ,  vuole  per  altro  che  l'architetto  sia 
istrutto  di  lettere,  di  perfetto  disegno,  di 
geometria,  di  ottica,  di  aritmetica,  e  fin  di 
storia,  di  medicina  e  di  legislazione.  Chiuse 
poi  osservando  che  non  diventerà  buon  ar- 
chitetto se  non  chi  dalla  fanciullezza  sia  già 
bene  avviato  a  queste  dottrine. 

I  resti  delle  fabbriche  greche  e  romane, 
ei  disse ,  ci  provano  ad  evidenza  come  di 
tutto  ciò  fossero  peritissimi  gli  architetti  di 
quelle  nazioni. 

Considerata  l'architettura  al  cader  dell'Im- 
pero romano,  quand'ella  col  resto  della  ci- 
viltà scese  in  basso,  la  vede  risorgere  dagli 
studii  de'  monaci ,  centro  allora  di  tutto  il 
sapere,  e  diffondersi  per  tutta  la  terra  civile 
quell'insigne  sistema  di  architettare,  che, 
uscito  dai  monasteri  di  Ivrea  e  di  Milano, 
i  documenti  di  recente  provarono  gloria 
esclusiva  d'Italia. 

Lo  stesso  Carlo  Magno,  la  cui  epoca  è 
tacciata  di  barbarie,  istituì  scuole  d'archi- 
tettura, in  cui  adunò  le  menti  più  elette  del 
suo  tempo  ad  insegnare  disegno,  geometria, 
e  l'arte  di  colorire  i  vetri  per  le  finestre 
delle  chiese. 

Verso  la  fine  del  decimo  secolo  si  fonda 
in  Cluny  un'Abazia,  che  diventò  elemento 
di  civiltà,  imperocché  di  colà  uscirono  uo- 
mini sommi  in  ogni  ramo,  ed  anche  nell'ar- 
chitettura. 

Nel  secolo  XI  si  rassodano  in  Francia, 
in  Germania  ed  in  Italia  i  Comuni.  Lo  spi- 
rito laico  stabilisce  le  fraglie  dell'arti,  e  af- 
fida le  sue  fabbriche  all'architetto,  che  di- 
venta rappresentante  degli  usi  religiosi  e 
civili ,  alzando  magnifiche  cattedrali  e  pa- 
lazzi municipali. 

Compariscono  allora  i  gran  nomi  di  Ro- 
berto di  Luzarches,  di  Pietro  di  Montereau 
di  Leberger,  di  Lorenzo  Maitani,  di  Jacopo 
di  Arnolfo ,  dei  due  Pisani,  di  Giotto,  del- 
l'Orgagna,  a  cui  dobbiamo  quelle  robuste 
moli  del  medio  evo  ,  che  durano  salde  in 
onta  dei  danni  del  tempo,  mentre  le  nostre 
odierne  appena  alzate  si  squarciano. 

Lo  stesso  esteso  sapere  manifestano  gli 
architetti    del    Rinascimento,  i    quali  poi,   I 


ED   AGRONOMO  101 

unendo  alla  scienza  architettonica  quella 
delle  arti  affini,  scultura  e  pittura,  valsero 
a  fregiare  i  monumenti  di  stupende  ed  ac- 
conce  ornature. 

Si  portano  ad  esempio  di  ciò  il  Brunel- 
lesco ,  Giuliano  da  Majano ,  Ambrogio  da 
Foscano,  e  molti  altri  che  furono  ed  archi- 
tetti e  scultori  e  pittori. 

L'architettura  continua  per  questa  via 
sino  alla  metà  del  secolo  XVI.  Dopo,  di- 
venta imitatrice  servile  delle  norme  romane, 
e  gli  architetti,  più  che  immaginare  con 
libero  ingegno  le  fabbriche,  le  subordinano 
a  regole  fisse,  invariabili,  desunte  da  Vi- 
truvio. 

Sul  finire  del  ricordato  secolo  XVI,  l'ar- 
chitettura si  pone  a  cercare  fantastiche  no- 
vità ;  comincia  il  barocco,  che  va  più  e  più 
crescendo,  sinché  si  sbriglia  ad  ogni  più 
sfrenato  capriccio,  e  diventa  espressione 
della  oligarchia  sfarzosa  dell'epoca. 

Sebbene  però  quegli  architetti  si  abban- 
donassero ai  più  riprovevoli  ghiribizzi,  pure 
si  mostrano  artisti  valenti,  e  ricchi  di  molto 
sapere  in  tutte  le  arti. 

Questa  dovizia  di  cognizioni  non  parve  più 
necessaria  sul  cominciare  del  secolo  XVIII, 
quando  la  scoperta  di  Pompei  e  di  Erco- 
lano,  Io  studio  più  intenso  de'  classici  greci 
e  latini,  la  grecheggiante  rivoluzione  fran- 
cese, portò  gli  architetti  a  seguire  servil- 
mente le  norme  lasciateci  dai  Greci  e  da 
Vitruvio.  Pure  anche  gli  architetti  di  quella 
età  appariscono  dottissimi  nella  statica  e 
nella  erudizione  classica. 

Dopo  questo  breve  storico  sunto,  del  quale 
non  sapremmo  se  più  ammirare  la  lucidezza 
o  la  eleganza  della  esposizione,  l'illustre 
disserente  passa  ad  esaminare  i  difetti  del- 
l'attuale istituzione  in  questa  qualità  di  studii, 
e  ne  propone  con  molta  sapienza  e  pratico 
senno  quelle  riforme  che  gioverebbero  a 
formare  il  perfetto  architetto. 

E'  si  scusa  quindi  coll'uditorio  se  usò  non 
liete  parole  in  un  giorno  di  festa  lietissima. 
Prega  gli  sieno  perdonate,  al  desiderio  vivo 
di  veder  tolto  questo  all'Italia,  manifestando 
la  speranza  che  sia  per  risorgere  la  nostra 
architettura  ;  e  questa    speranza  gli    viene 


402  GIORNALE  DELL 

dal  vedere  il  Governo  adoperare  ogni  mezzo 
a  far  migliore  l'educazione  architettonica , 
e  dallo  scorgere  il  buon  senso  del  popolo 
adirarsi  della  miseria  delle  nostre  costrut- 
tore del  giorno. 

Aggiunge  bensì  che  la  educazione  miglio- 
rata non  arriverebbe  interamente  lo  scopo, 
se  la  società  non  tornasse  a  provare  quel 
bisogno  e  queir  amore  dell'  arte  che  circo- 
lava per  tutti  gli  ordini  del  consorzio  civile 
nel  nostro  Cinquecento. 

Nel  farsi  a  desiderare  che  questo  amore 
e  questo  bisogno  sieno  presto  sentiti  dalla 
società,  raccomanda  che  noi,  vivendo  in  Ve- 
nezia ,  indirizziamo  i  giovani  architetti  a 
meglio  e  continuamente  studiare  i  suoi  pre- 
ziosi monumenti ,  poiché  Venezia ,  che  ha 
d'ogni  fatta  gioielli,  monumenti  d'ogni  stile, 
o  il  bisantino,  e  l'arabo,  e  il  lombardesco, 
Venezia  e  per  questo  e  per  la  eleganza  e 
leggiadria  de' suoi  palazzi  e  delle  sue  chiese, 
è  alta  più  ch'altri  a  consigliare  uno  stile 
di  costruttore  più  acconcio  ai  bisogni  della 
società  attuale.  Il  che  dà  all'oratore  occa- 
sione di  pingere  a  gran  tratti  uno  splendido 
ed  eloquentissimo  quadro  dell'aspetto  pit- 
toresco che  presentano  gli  edificii  di  Ve- 
nezia nel  loro  complesso,  e  di  mostrare  come 
possano  essere  ispirazione  all'architetto  ve- 
ramente artista. 

Ei  terminava  in  mezzo  l'applauso  più 
sincero  del  commosso  uditorio ,  col  racco- 
mandare a'  giovani ,  che  frequentano  l'Ac- 
cademia ,  di  studiare ,  meditare ,  imparare 
Venezia. 

Dopo  la  quale  orazione,  si  lesse  pubbli- 
camente il  processo  verbale  de'giudizii,  prof- 
feriti dalla  Commissione  dell'Accademia, 
sulle  opere  presentate  al  concorso  dai  va- 
lorosi giovani  che  ambirono  al  premio,  ed 
ai  quali  ei  fu  consegnato  dalle  mani  del 
sig.  co.  Marzani,  che  lo  accompagnava  con 
quelle  gentili  e  incoraggianti  parole  che  ne 
raddoppiano  il  valore. 

La  solennità,  come  cominciava,  finiva  al 
suono  della  musica  banda  militare:  suono 
di  letizia,  che  si  mescea  a  quello  delle  con- 
gratulazioni e  delle  lodi  a'  vittoriosi  che 
avevano  ottenuta  la  palma. 


INGEGNERE 

Ecco  l'elenco  de' premiali  a' concorsi  di 
seconda  classe  nell'I.  R.  Accademia  di  belle 
arti  in  Venezia,  ristretto  nelle  materie  trat- 
tate in  questo  Giornale. 

architettura.  —  Per  iiiwetizione. 

Premio.  Sig.  Ingegnere  Giuseppe  Taglia- 
pietra,  di  Motta.  l.°  Accessit.  Sig.  Ingegnere 
Giuseppe  Soavi,  di  Venezia;  sig.  ingegnere 
Simeone  Benedetti,  di  Venezia. 

Per  la  copia  dal  vero 
d'una  porta  lombardesca. 

Premio.  Sig.  Spiridione  Prossalendi ,  di 
Corfù;  sig.  Giuseppe  Voltolini,  di  Spalato. 
4.°  Accessit.  Sig.  Andrea  Favero,  di  S.  Ze- 
none; sig.  Marco  Pasato,  di  Cavassagra. 

prospettiva.  —  Per  lJ  invenzione. 

Pre  mio.  (Più  una  medaglia  di  rame  per 
la  delineazione  architettonica  della  compo- 
sizione.) Sig.  Antonio  Revessi,  di  Venezia. 

Per  la  copia  in  prospettiva  dal  vero. 

Premio.  Sig.  Francesco  Mironi,  di  Castel- 
franco. 

2.°  Accessit.  Sig.  Giovanni  Lavezzari,  di 
Venezia. 

Per  la  copia  d'una  veduta  dal  vero  ad  olio. 

Premio.  Sig.  Giovanni  Marcon,  di  Venezia. 

ORNAMENTI. 

Per  l'invenzione  architettonica  ornamentale 
in  disegno. 

Premio.  Sig.  Agilulfo  Zaflbni.  I.°  Accessit. 
Sig.  Antonio  Revessi. 

Per  l'invenzione  mobiliare  in  disegno. 

Premio 2.°  Accessit.  Sig.   Enrico 

Goy,  di  Corfù;  sig.  Agilulfo  Zaffoni. 


Per  la  copia  in  disegno  dal  rilievo. 

CLASSE   INFERIORE. 


ARCHITETTO   ED    AGRONOMO  403 

Ottennero  la  prima  classe  i  signori  : 


Premio.  (Pari  grado)  Sig.  Sante  Gazzella, 
di  Venezia;  sig.  Demetrio  Sguario,  di  Ve- 
nezia. i.°  Accessit.  Sig.  Edoardo  Peteani. 
2.°  Accessit.  Signor  Bartolomeo  Cieoni,  di 
Venezia. 

Per  altra  copia  in  disegno  dal  rilievo. 

CLASSE  SUPERIORE. 

Premio.  (Pari  grado)  Sig.  Andrea  Favero, 
sig.  Bartolomnieo  Da  Venezia,  di  Venezia, 
sig.  Enrico  Goy.  (Medaglie  di  rame  pari 
grado)  Sig.  Felice  Zennaro,  di  Palestrina . 
sig.  Giuseppe  Voltolini,  sig.  Francesco  Novo. 
i.°  Accessit.  Sig.  Antonio  Morandini,  signor 
Gaetano  Borghetto;  2.°  Accessit.  Sig.  Mi- 
chele Bonetti,  sig.  Vincenzo  Hayez,  signor 
Pietro  Zanardi,  di  Venezia. 

Per  la  copia  in  plastica  dal  rilievo. 

Premio.  (Pari  grado)  Sig.  Giocondo  Tre- 
vese,  di  Castelfranco,  sig.  Francesco  Toso, 
di  Padova.  i.°  Accessit.  Sig.  Francesco  An- 
dolfato,  di  Bassano. 

NELLA  SCUOLA  DI  ESTETICA 

ti  distinsero  per  le  ripetizioni  fra  Fanno  : 

NELLA  CLASSE  D' ARCHITETTURA. 

(Ingegneri  laureati)  Dott.  Giuseppe  Ta- 
gliapietra,  dott.  Giuseppe  Soavi,  dott.  Pietro 
Dionisi,  sig.  Antonio  Bevessi. 

NEGLI    ESAMI  FINALI 

ottennero  la  prima  classe  con  eminenza 
i  signori: 

(Ingegneri  laureati)  Dott.  Giuseppe  Soavi, 
dott.  Pietro  Dionisi,  dott.  Simeone  Benedetti. 
Antonio  Bevessi,  Alvise  Barucco,  di  Zante, 
Antonio  Paoletli  di  Giovanni,  Augusto  Ca- 
iani, Carlo  Agnino,  Nicolò  da  Ben,  Agilulfo 
Zaffoni. 


Enrico  Goy,  Gio.  Domenico  Nordio,  di 
Treviso.  (Ingegneri  laureati)  Dott.  Giuseppe 
Tagliapietra,  dott.  Nicolò  Fabris. 

CONCORSI  PREMIATI  CON  LE  MEDAGLIE  DI   RAME 

oltre  i  notali 

SCUOLA  D'ORNAMENTI. 

Per  la  riproduzione  a  memoria  di  esemplari 
copiali  dal  gesso. 

Sigg.  Bartolomeo  Da  Venezia,  Pietro  Za- 
nardi, di  Venezia,  Agilulfo  Zaffoni. 

Per  la  composizione  ornamentale 
architettonica  in  plastica. 

Sig.  Luigi  Sanavio,  di  Padova. 

(Dalla  Gazz.  Uff.  di  Venezia.) 


Tecnologia 

Scoperte,  utili  applicazioni;  Navigazione 
strade  di  ferro,  ecc. 

—  In  niuna  epoca  mai  si  parlò  tanto 
d'invenzioni  e  di  scoperte  come  oggidì;  ma 
spesso  accade  che  molle  d'esse  vengono  sol- 
tanto accennate,  e  non  sono  poste  in  atto, 
sicché  l'annuncio  di  cose  nuove  è  ornai  ac- 
colto con  ragionevole  scetticismo. 

Cosi  avvenne  allorché  fu  pubblicato  che 
un  operaio  francese  seppe  trarre  una  pro- 
digiosa utilità  del  principio  conosciuto  uni- 
versalmente, che  si  può  ottenere  del  calore 
per  via  di  confricazione.  Ma  questo  ope- 
raio, Alessandro  Beaumont,  unito  al  dot- 
tore Mayer,  andato  a  Parigi,  ha  progredito 
sì  bene  nel  suo  trovato ,  che  l' imperatore 
è  andato  a  vedere  i  suoi  sperimenti,  e  si 
reputa  di  altissima  importanza  sociale  l'ap- 
plicazione di  questo  principio,  già  conosciuto, 
come  dicevamo,  ma  troppo  poco  studiato 
praticamente. 


404 


GIORNALE  DELL' INGEGNERE 


Similmente  si  torna  ora  a  parlare  di  un'in- 
venzione   già    accennata  e  poi  quasi  posta 
in  dimenticanza.  Trattasi  di  un  nuovo  modo 
di  propulsione  per  le  navi  e  che,  se  vera, 
muterebbe  assai  la   navigazione  a  vapore. 
Le  ruote  dei  vapori  e  l'elice  sarebbero  abo- 
liti, e  l'andamento  delle  navi   sarebbe  più 
naturale,  senza  scosse,  con  minori  pericoli 
e  con  minore  consumo  di  combustibile.  L'in- 
venzione ,  già  applicata    ad  un    brick  dal 
macchinista    Ruthven    di  Edimburgo,  con- 
siste in  una    cassa    impermeabile  posta  in 
fondo  alla   cala   dal  bastimento,  la  quale 
comunica  coll'acqua  per  mezzo  di  fori  che 
sono  sotto  la  chiglia,  e  sempre  aperti.  L'ac- 
qua entrando  per  quei  fori  è  continuamente 
rimestata  da  una  ruota  motrice  orizzontale, 
e  forzata  ad  uscirne  con  violenza;  questa 
incessante  e  regolare  commozione  dell'acqua 
produce  l'effetto  che  producono  i  remi  per 
un  battello,  e  spinge  innanzi  la  nave. 

Le  prime  esperienze  hanno  già  prodotto, 
a  quanto  si  narra,  un  ottimo  risultamento, 
ed  i  meccanici  fanno  sin  d'ora  assai  più  as- 
segnamento su  questa  invenzione  che  non 
ne  facessero  su  quella  di  Ericsson,  la  quale 
teoricamente  non  lasciava  alcun  dubbio  in- 
torno alla  possibilità  di  venir  niessa  in  atto. 
Fra  le  invenzioni  di  questa  fatta  che  si 
palesano  da  ogni  parte  con  un  moto,  per  così 
dire,  di  celerità  crescente,  ora  se  ne  annun- 
zia ancora  una  che,  ove  sia  vera,  ove  non 
debba  essere  posta  fra  le  tante  altre  intente 
allo  scopo  medesimo,  vantate  un  giorno  e 
il  giorno  dopo  smentite  dal  fatto ,  sarebbe 
d'una  immensa  importanza.  Si  tratterebbe 
di  una  nuova  macchina  senza  vapore  e  che 
avrebbe  gli  stessi  effetti  di  quelle  mosse  del 
vapore.  L'autor  suo  la  nomina  idro-aerea 
e  non  ha  mestieri  di  combustibile,  e  può 
acconciarsi  in  qualunque  luogo. 

La  Presse  ce  ne  dà  un  cenno  senza  dirci 
il  nome  dell'inventore,  né  alcun  particolare 
dal  quale  possa  arguirsi  quanto  sia  credi- 
bile l'annunzio.  Ci  narra  soltanto  che  ora 
formasi  una  società  e  per  ajutare  l'inven- 
tore, e  guadagnare  al  solilo  sopra  la  sua 
scoperta.  Parla  di  grandi  speranze ,  e  noi 
desideriamo  che  non  siano  lusinghe,  sì  che 


si  veda  sciolto  al  fine  questo  arduo  problema 
studiato  da  tanto  tempo. 

Prima  di  lasciare  l'argomento  dei  tentativi 
e  degli  studj  che  si  vanno  facendo  per  mi- 
gliorare i  sistemi  di  locomozione,  vogliamo 
aggiungere  il  seguente  cenno  che  troviamo 
nella  Ferrovia  che  stampasi  a  Genova: 

«  E  venuto  a  nostra  conoscenza  il  nuovo 
sistema  di  perfezionamento  dei  veicoli  delle 
strade  ferrate  ideato  da)  sig.  Maneglia,  capo- 
officina delie  ferrovie  sarde,  compiuto  con 
studj  ed  esperimenti  fatti  in  Parigi  dall'in- 
gegnere professore  meccanico  Pietro  CoDti 
in  unione  dell'inventore. 

«  Con  questa  innovazione  si  aboliscono  in- 
teramente le  molle  d'acciajo  e  si  sostituisce 
la  gomma  elastica  vulcanizzata. 

«  I  nuovi  apparecchi  sono  adattabili  tanto 
al  materiale  nuovo,  quanto  al  materiale  in 
uso.  Essi  presentano  una  economia  per  la 
prima  costruzione  di  un  30  a  un  40  per  100 
col  confronto  delle  molle,  e  molto  maggiore 
per  la  manutenzione  successiva  e  per  la 
conservazione  del  materiale. 

«  Il  nuovo  sistema  ottenne  il  privilegio 
nei  principali  Stati  d'Europa  e  negli  Stati 
Uniti  d'America,  ed  il  disegno  e  modello 
è  all'esposizione  universale  a  Parigi. 

«  Possiamo  assicuratamente  annunziare 
che  in  questo  stabilimento  Ansaldo  di  S.  Pier 
d'Arena  si  stanno  costruendo  sotto  la  di- 
rezione dell'ingegnere  Conti  gli  apparecchi 
per  un  intero  convoglio  adottato  dalla  strada 
ferrata  centrale  toscana  per  assenso  decre- 
tato di  quel  governo,  ed  altri  per  la  strada 
dell'ovest  in  Francia;  e  di  più  possiamo 
annunciare  che  fu  stipulato  un  compromesso 
fra  il  sig.  Pietro  Avoscani  ed  i  rappresen- 
tanti della  società  Maneglia  per  l'applica- 
zione di  tale  sistema  al  materiale  della  nuova 
strada  di  Egitto.  » 

—  Da  qualche  tempo  si  pensa  in  Inghil- 
terra alla  costruzione  di  bastimenti  stivati 
con  acqua;  l'economia  di  tempo  e  denaro  che 
presenta  questa  invenzione  c'induce  a  farne 

un  cenno. 

Due  diversi  sono  i  sistemi  per  servirsi 
dell'acqua  a  guisa  di  zavorra.  Consiste  il 
primo  nel!' introdurre  l'acqua  in  sacchi,  di 


ARCHITETTO 

particolare    invenzione    del   dottore  White. 
Questi    sacchi ,    contenenti    ognuno    acqua 
pel  peso  di  7  tonnellate  e  mezza.,  sono  di  un 
tessuto  impermeabile,  e  ciascun  d'essi  co- 
munica con  un  tubo  flessibile,  di  maniera 
che  col  mezzo  di  pompe  essi  possano  esser 
riempiti  e  votati  separatamente.  Quando  i 
sacchi  sieno  vuoti,  giaciono  distesi  in  fondo 
al  bastimento,  e  coperti  con  botole  di  legno 
su   cui  posa  il  carico;  sì  tosto  che  questo 
carico  vien  posto  a  terra,  ed  a  misura  che 
si    ha   bisogno  di  zavorra,  si  fa  giungere 
l'acqua  e  si  sollevano  queste  botole,  la  cui 
base  è  fissata  alla  murata  del  bastimento  e 
che  servono,  quando  i  sacchi  sono  ripieni, 
a  sostenerli  e  ad  impedir  loro  di  cedere  alle 
scosse  della  navigazione.  Questi  sacchi  vuoti, 
e  le  botole  abbassate  che  li  coprono  occu- 
pano  una    profondità    non    maggiore  di  5 
pollici  in  fondo  al  naviglio. 

L'altro  metodo  giunge  allo  stesso  risul- 
tamenlo:  esso  occupa  maggiore  spazio,  ma 
offre  il  vantaggio  di  essere  più  semplice  e 
più  economico.  L'acqua  che  deve  servire 
di  zavorra  viene  introdotta  negli  scompar- 
timenti disposti  per  quest'uso  al  disopra 
della  chiglia  in  tutta  la  lunghezza  del  na- 
viglio; questi  scompartimenti  sono  coperti 
da  una  superficie  di  ferro  che  forma  una 
specie  di  seconda  cala,  e  sono  distribuiti  in 
modo  da  contenere  una  quantità  d'acqua 
equivalente  al  peso  necessario  per  istivare 
il  bastimento.  Questa  zavorra  può  essere 
introdotta  nella  cala  o  esserne  estratta  in 
pochi  minuti  col  mezzo  di  pompe. 

—  Argomenti  a  molti  sludii  furono  sem- 
pre le  cause  che  producono  lo  scopo  delle 
caldaje  a  vapore:  alcune  se  ne  determina- 
rono scientificamente,  e  si  rimediarono  con 
valvole  di  sicurezza  ed  altri  espedienti.  INul- 
lameno  confessano  i  dotti  meccanici  che,  a 
mal  grado  di  tutte  le  precauzioni,  avviene 
talvolta  lo  scoppio  di  caldaje  senza  che  ne 
sia  conosciuto  il  vero  motivo.  Il  meccanico 
francese  Andraud  vuole  attribuirlo  ad  un 
fenomeno  di  elettricità.  A  suo  giudizio  in 
alcune  condizioni  speciali  dell'atmosfera  una 
parte  di  fluido  elettrico  penetra  nelle  cal- 
daje e  cresce  la  tensione  del  vapore  acqueo, 

Fo'-  *"  A  vasto 


ED  AGRONOMO  jyg 

[  per  modo  da  vincere  d'improvviso  la  resi- 
stenza delle  pareli  del  vaso  metallico.  Cre- 
dendo vera  la  sua  ipotesi,  di  cui  ulteriori 
osservazioni    potranno    chiarire    la  realtà, 
l' Andraud    propone  di  porre  ad  ogni    cal- 
daja  un  parafulmine,  servendosi  di  un  filo 
metallico  guarentito  contro  l'ossidazione,  il 
quale   faccia    l'ufficio  di  conduttore  tra    il 
fluido  elettrico  insinuatosi  e  la  terra  o  l'ac- 
qua e  scarichi  del  continuo  l'elettricità.  Trat- 
tandosi di  prova  poco  dispendiosa  ed  age- 
volissima a  praticarsi,  ci  sembra  che  possa 
francamente  sperimentarsi,  potendone  venire 
grandissima    utilità,  e  certamente    nessun 
danno. 

E  noto  che  le  macchine  delle  navi  a  va- 
pore sono  generalmente  a  bassa  pressione 
e  ad  esse  è  applicabile  la  proposta  dell'An- 
draud,  la  quale  avrà  pure  altri  vantaggi 
quando  si  trovino  in  mezzo  ad  un  tempo- 
rale sopraccarico  di  elettricità  che  può  ful- 
minarle. 

—  U  signor  Girard  di  Parigi  inventore 
di  un  apparecchio  per  l'istantanea  estinzione 
degli  incendi,  ritentò  con  ottimi  risultati  le 
sue  esperienze.  Ottimo  principalmente  si 
dice  questo  ingegnoso  trovato  per  spegnere 
gl'incendi  delle  navi.  Ancora  non  sono  co- 
nosciuti i  principii  su  cui  fondasi  l'inven- 
zione: ma  sembra  che  abbia  per  base  lo 
svolgimento  istantaneo  di  un  gaz  che  sof- 
fochi la  conbustione.  Un  metodo  semplice 
che  forse  può  avere  qualche  analogia  con 
quello  del  signor  Girard,  troviamo  così 
descritto: 

«  Per  estinguere  il  fuoco  nel  fondo  d'un 
bastimento,  non  fa  mestieri  che  d'una  botte  di 
calcina  ordinaria,  che  viene  collocata  nella 
sentina  facendola  comunicare  col  ponte  per 
mezzo  di  un  piccolo  tubo,  e  d'una  bottiglia 
contenente  10  litri  di  acido  solforico.  Al 
primo  grido  d'allarme,  si  versa  il  contenuto 
di  questa  bottiglia  nel  tubo  per  produrre 
una  quantità  di  fumo  densissimo  (nel  quale 
la  fiamma  non  può  svilupparsi)  bastante  per 
estinguere  qualunque  incendio ,  per-  forte 
che  sia.  La  fiamma  non  può  esistere  nel 
gaz  acido-carbonico.  » 

—  11  giorno  25   del    corrente   agosto  si 
1855.  44 


1UG 


GIORNALE  DELL'  INGEGNERE 


fece  a  Torino  1'  esperienza  di  una  locomo- 
tiva inventala  dall'ingegnere  Pasquale  De- 
lorenzi,  e  posta  in  azione  da  un  filone  d'acqua 
corrente:  è  destinata  a  vincere  le  più  forti 
ascese,  come  pure  frena  il  corso  nelle  di- 
scese; verrebbe  così  a  risolversi  una  que- 
stione delle  più  importanti  che  preoccupa 
già  da  lungo  tempo  molti  ingegni. 

L'esperimento  applicato  alla  massima  come 
alla  minima  inclinazione  riusciva  perfetta- 
mente. Il  congegno  è  tutt'affatto  semplice,  e 
questa  circostanza  offre  fondata  lusinga  che 
riuscir    debba    eziandio  l' applicazione    in 

gpande. 

—  In  una  delle    passate  riviste  abbiamo 
accennato  del  portacorda  di  salvamento  in 
caso  di  naufragio,  inventato  dal  piemontese 
Bertinetti.  Le  esperienze  fatte  dal  governo 
col  mezzo  di  una  Commissione  riuscirono 
soddisfacenti.  La  Commissione  diede  al  Ber- 
tinetti un  assai  favorevole   attestato,  ed  il 
ministro  sardo  della  guerra  lo  indirizzò  alla 
direzione  della  marina  militare  in  Genova 
affinchè  si  facessero  in  sul  mare  nuovi  spe- 
rimenti. Ipfatti  si  fecero  due  volte  verso  la 
fine  dello  scorso  luglio  con  grandissima  lode 
del  Bertinetti.  11  piccolo   proiettile  fu  lan- 
ciato intorno  a  quattrocento  settanta  metri, 
ed  il  proiettile  maggiore  fu  spinto  oltre  sei- 
cento cinquanta  metri  recando  seco  la  corda 
che  si  svolge  regolarmente  e  facilmente,  cosa 
assai    difficile,  sì  che  trovasi   così  rimossa 
una    delle  maggiori  difficoltà  che  si  oppo- 
nevano alla  pratica  adozione  di  questo  uti- 
lissimo trovato.  —  A  proposito  de'  soccorsi  ai 
naufraghi  giova    ricordare  un  Corpetto  di 
salvamento   ideato  del  sig.  Bertoldi  da  Vi- 
cenza, di  cui  venne  fatto,  non  è  guari,  espe- 
rimento. Comechè  questo  corpetto  sia    la- 
vorato assai   rozzamente,  come  suole  av- 
venire quasi  sempre  a  chi  abbozza  un  primo 
concetto,  pure  adempie  ottimamente  all'uf- 
ficio voluto.  Chi  lo  indossava  si  gettò  ve- 
stito nell'acqua  a  capo  in  giù  tenendo  ino- 
perose le  mani  ed  i  piedi,  e  si  drizzò  subito, 
restando  fuor  dell'acqua  il  capo  e  le  spalle, 
e  galleggiando   senza  fatica.  In  mare  deve 
ciò  riuscire  ancora  più  agevole.  Resta  ora 
che  l'inventore  perfezioni  il  suo  trovato,  in 


modo  che  si  possa  indossare  il  suo  corpetto 
in  un  batter  d'occhio.  Il  costo  ne  è  minimo, 
non  grande  il  volume.  Non  diciamo  per  ora 
di  più  per  quella  necessaria  discrezione  che 
ciascuno  può  intendere,  trattandosi  di  cosa 
in  gran  parte  nuova,  e  non  ancora  cono- 
sciuta. 

Elettricità 

Perfezionamento  ai  telegrafi. 

Ornai  l'elettricità  diviene  elemento  uni- 
versale di  tutte  le  nuove  scoperte  ed  inven- 
zioni :  ora  il  galvanismo  scioglie  i  metalli; 
ora  il  fluido  percorre  gli  spazii,  regola  i 
pendoli,  si  fa  tessitore,,  dà  fuoco  alle  mine, 
salute  agli  infermi. 

Anche  i  fenomeni  naturali  fecero  pensare 
all'elettricità.  Le  tre  lievi  scosse  di  terremoto 
che  abbiamo  sentite  sono  un  fenomeno  elet- 
trico, o  almeno  come  tale  è  considerato  quasi 
universalmente  dagli  scienziati.  I  fili  del  te- 
legrafo elettrico,  in  parecchi  luoghi  furono 
da  quelle  scosse  fatti  oscillare  così  che  s'ac- 
cavallarono ed  intrecciarono  fra  loro  da  in- 
terrompere per  parecchie  ore  le  corrispon- 
denze. 

Intanto  procedono  le  prove  del  telajo  elet- 
trico Bonelli,  arricchito  di  molti  migliora- 
menti e  che  figurerà  degnamente  alla  esposi- 
zione universale  di  Parigi.  —  Fra  le  più  re- 
centi applicazioni  dell'elettricità  va  notato 
un  pianoforte  ordinato  per  modo  che  segna 
elettricamente  ciò  che  vi  si  suona  d'im- 
provviso; convertendo  così  l'elettricità  in  ste- 
nografo musicale. 

Il  pianoforte  è  fatto  come  i  soliti,  ma  vi  si 
aggiunge  un  congegno  segnatore.  Questo 
congegno  è  un  cilindro  mosso  da  un  mec- 
canismo da  orologio;  parallelamente  all'asse 
del  cilindro  vi  ha  una  linea  di  aghi  d' ac- 
ciaio eguali  al  numero  dei  tasti ,  e  questi 
aghi  appoggiano  la  punta  sopra  una  stri- 
scia di  carta  coperta  di  cianuro  di  potassio, 
la  quale  avvolta  sopra  un  cilindro  si  svolge 
e  si  rotola  sopra  un  altro  cilindro. 

Si  mette  nella  cassa  una  pila ,  un  polo 
della  quale  è  messo  in  contatto  colle  lami- 


ARCHITETTO 

nette  delle  leve  dei  tasti.  Questi  sollevandosi 
incontrano  le  molle  metalliche  che  rispon- 
dono all'altro  polo,  e  allora  si  chiude  il  cir- 
cuito elettrico.  Ora  per  ogni  tasto  l'ago  d'ac- 
ciajo  relativo  ed  il  cilindro  partecipano  del 
circuito  per  modo  che  la  corrente  elettrica 
attraversa  la  carta  e  decomponendo  il  cia- 
nuro vi  lascia  una  traccia  turchina.  Se  la 
corrente  agisce  due  volte  nel  tempo  stesso 
vi  lascia  due  segni  di  eguale  lunghezza  ; 
altrimenti,  i  segni  saranno  ineguali,  e  queste 
differenze  indicano  il  valore  delle  note,  sì 
che  resta  solo  a  ben  determinarle.  A  ciò  si 
perviene  rigando  prima  la  carta,  o  sovrap- 
ponendo a  quei  segni  una  carta  rigata  e 
trasparente,,  e  quindi  si  traducono  quei  se- 
gni nei  soliti  caratteri  musicali.  Più  agevole 
ancora,  ma  più  costoso,  sarebbe  usare  aghi 
calamitati  provveduti  di  lapis. 

Giova  peraltro  notare  che  fu  altre  volte, 
ma  con  mezzi  soltanto  meccanici ,  cercata 
appunto  la  cosa  stessa,  perchè  è  molto  na- 
turale che  si  desiderasse  raccogliere  le  me- 
lodie che  improvvisamente  nascevano,  a  dir 
così,  sotto  le  dita  di  valenti  suonatori.  Ora 
forse  l'elettricità  sarà  stenografo  migliore. 
Fra  le  invenzioni  che  direttamente  ri- 
sguardano  la  elettricità  applicata  alla  telegra- 
fia, si  presenta  quella  di  un  telegrafo,  panto- 
grafo, autografico  o  elettro-chimico,  annun- 
ciato, a  quanto  pare,  contemporaneamente, 
ma  con  diverso  metodo  dal  signor  Perez 
a  Nizza,  e  dal  signor  Bonelli  a  Torino. 

3Xon  deve  recare  meraviglia  se  più  d'uno 
in  questi  tempi  riesce  nella  soluzione  di 
qualche  problema.  Oggidì  sono  così  rapide 
le  comunicazioni  de'  progressi ,  dell'  espe- 
rienze e  dei  desiderii  degli  scienziati ,  che 
molti  intendono  nel  tempo  medesimo  alla 
cosa  stessa ,  egualmente  sussidiali  dalle 
identiche  cognizioni  scientifiche,  per  modo 
che  l'incontrarsi  in  un  concetto  è  cosa  assai 
più  facile  e  naturale  che  per  lo  addietro  : 
di  qui  le  frequenti  contese  di  priorità. 

Comechè  sia  la  cosa,  noi  andiamo  lieti 
che  due  Italiani  siano  riusciti  a  fare  prima 
degli  stranieri  la  scoperta  del  mezzo  già 
cercato  di  trasmettere  telegraficamente  col- 
1'  elettricità  non  soltanto  il  pensiero  in  ca- 


ED   AGRONOMO  107 

ratteri  determinati,  ma  ancora  coi  caratteri- 
a  così  dire,  personali  di  chiunque  voglia 
valersene,  cosa  che  in  molte  congiunture 
fa  legale  una  carta ,  un  documento ,  una 
sottoscrizione.  Segnare  di  proprio  pugno 
da  Torino  una  cambiale  messa  nell'ufficio 
telegrafico  a  Parigi,  sì  che  quella  sottoscri- 
zione sia  autentica,  ci  sembra  un  bel  pro- 
gresso. Pertanto  aspettiamo  con  impazienza 
le  prove  dell'annunziata  scoperta. 

—  Abbiamo  già  parlato  altre  volte  di 
perfezionamenti  apportati  al  telegrafo  dal 
signor  Tremescini  di  Vicenza.  Egli  è  ora  in 
Torino  intento  ad  altre  importantissime  in- 
venzioni, fra  le  quali  citano  i  fogli  un  com- 
pressore diverso  e  più  potente  dei  soliti , 
una  macchina  per  capsule  da  fucili  ecc.  Ma  i 
suoi  studi  principali  sono  rivolti  sempre  alla 
telegrafia,  incoraggiato  dalle  ricerche  stesse 
della  Francia ,  che  non  ben  soddisfatta  dal 
sistema  Morse ,  instituiva  nel  giugno  1853 
un  apposito  ufficio  a  migliorare  le  condi- 
zioni. Anch' egli  ha  inventato  un  Telegrafo 
elettro-maanelico-scrivenle. 

Questo  telegrafo  assolutamente  nuovo,  per- 
chè il  suo  sistema  di  tracciamento  a  secco 
dei  punti  e  linee  è  combinato  su  basi  to- 
talmente diverse  da  quelle  finora  conosciute, 
e  perchè  i  suoi  caratteri  ed  effetti  sono  di 
un'  importanza  affatto  singolare,  racchiude 
in  sé  solo  riunite  tutte  le  diverse  proprietà 
dei  due  apparati  di  Morse  e  di  Breguet , 
mentre  senza  escludere  una  eminente  e  ge- 
nerale semplicità,  presenta  altri  nuovi  re- 
quisiti ed  una  suscettibilità  massima  a  sva- 
riate modificazioni  per  la  sua  applicazione 
a  bisogni,  usi  e  combinazioni  diverse. 

Esso  può  ricevere  indifferentemente  e 
tracciare  sulla  carta  i  dispacci,  trasmessi 
da  qualsivoglia  dei  due  manipolatori  di 
Morse  o  di  Breguet ,  e  conservare  in  se 
solo  pienamente  riunite  le  singole,  par- 
ticolari e  caratteristiche  proprietà  di  cia- 
scuno di  tutti  e  due  quegli  apparati  presi 
separatamente. 

È  alto  a  dar  segno  permanente  (esclu- 
dendo così  il  bisogno  della  ripetizione  del 
dispaccio  per  la  sua  controlleria)  della  pre- 
senza di  errori  successi  nell'atto  di  fiasmis- 


408 

sione ,    anche  se  fossero    dipendènti    dalle 

repentine    scariche    elettro-atmosferiche    o 


telluriche  sulle  calamite  temporale,  o  sot- 
trazioni di  elettricità  nei  giorni  umidi,  de- 
bolezza di  pile  ,  o  fenomeno  qualunque, 
perfino  da  accidenti  puramente  meccanici, 
avvenuti  negli  apparati. 

Pel  tenue  bisogno  di  forza  elettrica  in 
movimento,  che  si  richiede  da  questo  si- 
stema in  confronto  di  quello  di  Morse,  le 
rispettive  batterie  locali  vanno  ridotte  cia- 
scuna alla  metà  del  proprio  attuale  effet- 
tivo equivalente  di  coppie. 

Né  indifferente  è  il  risparmio  della  spesa 
di  provvedimento  degli  apparati  stessi,  in 
confronto  a  quelli  di  Morse  ecc.,  perchè  il 
loro  prezzo  non  ascende  che  appena  a 
franchi  200  circa  per  cadauno. 

Colla  sola  spesa  di  50  franchi  gli  stessi 
apparati  di  Morse  esistenti  sono  suscettibili 
pur  essi  del  benefizio  di  questi  miglioramenti. 
Non  vi  ha  forse  miglior  apparato  che 
più  di  questo  ,  atteso  la  sua  semplicità  e 
poca  forza  necessaria  ,  si  presti  agli  usi 
militari  di  campagna,  potendo  senza  fatica 
di  studio  ridursi  facilmente  ad  occupare  il 
minimo  spazio  desiderabile  e  ad  essere  reso 
portatile,  col  vantaggio  (ed  unico  in  questo) 
di  poter  venire  manipolato  col  quadrante 
di  Breguet,  come  quello  che  meglio  è  con- 
facente a  chi  non  è  di  professione  telegra- 
fista, e  come  quello  che  non  richiede,  come 
il  tasto  di  Morse ,  lunghi  e  nojosi  studi  di 
esercizio  o  di  pratica  ad  essere  appreso. 
È  inutile  ripetere  che  questi  dispacci,  spe- 
dili anche  col  manipolatore  di  Breguet, 
restano,  come  si  disse  più  sopra,  pur  essi 
trascritti  sulla  carta;  vantaggio  essenziale, 
che  riabilita  e  solleva  questo  telegrafo  al 
livello  divenuto  indispensabile  di  apparato 
scrivente. 

Per  le  trasmissioni  segrete  è  poi  annessa 
a  questo  sistema  una  cifra  a  chiave  mo- 
bile ,  infinitamente  variabile  e  sicurissima , 
da  poter  essere  comodamente  estesa  e  con- 
tenuta in  un  solo  mezzo  foglio  di  carta  da 
lettere,  e  di  una  estrema  facilità  e  prestezza, 
tanto  pel  suo  tracciamento,  che  per  la  sua 
esplicazione. 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 

Questo  telegrafo  è  affatto  estraneo  a  quello 
della  trasmissione  segreta  per  le  stazioni 
non  richiamate  e  per  quelle  intermedie,  il 
quale  nel  4  853  (Vedi  (timo  4.%  pag.  330) 
diede  replicatamente  positive  e  luminose 
prove  di  riuscita  ;  ma  che  per  la  sua  in- 
compatibilità coi  riguardi  e  le  convenienze 
dei  governi ,  non  potè  finora  essere  in  al- 
cun modo  attivato. 

—  In  uno  dei  passali  numeri  del  Monitore 
Toscano  ci  venne  dato  di  leggere  che  un 
nuovo  sistema  di  telegrafia  elettrica,  inven- 
tato dai  sig.  dott.  Alessandro  Palagi  e  padre 
don  Timoteo  Bertelli,  bolognese,  è  stato  ne' 
giorni  12,  44  e  47  corrente  esperimentato 
sulla  strada  ferrata  Leopolda,  e,  a  quanto 
ci  si  assicura,  con  pieno  successo. 

Vari  dispacci  furono  scambiati  sopra  un 
lungo  tratto  di  linea,  presso  la  stazione  di 
Firenze,  con  mirabile  precisione.  I  van- 
taggi principali  che  si  attribuiscono  a  que- 
sto sistema  sarebbero:  somma  modicità  nel 
costo  di  costruzione;  pochissima  e  quasi 
niuna  spesa  di  mantenimento  ;  inalterabilità 
di  azione  sotto  qualunque  condizione  atmo- 
sferica; applicabilità  anche  a' telegrafi  sot- 
tomarini, e  a'treni  in  corsa  fra  loro  e  colle 
stazioni. 


E  il  l'aulica 

Vienna,  49  agosto.  —  Là  Gazzella  Militare 
accenna  il  nuovo  sistema  di  difesa  delle  rive 
e  di  regolazione  del  corso  delle  acque  del- 
l'I. B.  capitano  sig.  G.  M.  Guggenberger,  che 
si  appoggia  ad  una  regolazione  in  forma  di 
tagli,  e  che  presenta  come  principali  risultati 
un  pieno  sedamento  dell'acqua  dalla  parte 
della  riva  offesa,  un  corso  decisamente  spie- 
gato dell'acqua  verso  il  nuovo  più  vantag- 
gioso braccio  di  torrente,  senza  buglioni, 
vortici  e  giri  dell'acqua  a  ritroso,  ed  offre 
la  possibilità  di  fare  ricostruire  dall'acqua 
slessa  anche  nelle  più  estese  dimensioni  con 
uno  straordinario  risparmio  di  spesa  le 
sponde  danneggiate.  Il  suaccennato  foglio 
dice  quanto  segue  sui  risultati  di  questo 
sistema. 


ARCHITETTO 

Avemmo  tostò  L'occasione  di  leggere  una 
lettera  di  un  militare  competente  eolla  quale 
si  comprova  già  nel  primo  caso  di  applica- 
zione nei  dintorni  di  Vienna  la  piena  retti- 
tudine di  questo  nuovo  sistema  di  costru- 
zione idraulica. 

A  Mauerbach,  dietro  l'orto  botanico  del- 
l'I. K.  Stabilimento  d'istruzione  forestale  in 
Marienbrunn,  ove  trovatisi  in  due  luoghi  due 
notevolissime  rotture  della  sponda,  fu  ado- 
perato il  nuovo  sistema  con  una  spesa  pro- 
porzionalmente assai  tenue,  ed  il  tempo  pio- 
voso sopravvenuto  il  12  corrente  «  mise  ad 
effetto  »  il  desiderio  del  signor  relatore,  pro- 
ducendo nel  breve  intervallo  di  quattro  ore 
due  escrescenze  del  ruscello  di  Mauerbach, 
le  quali,  quantunque  di  poca  rilevanza,  fe- 
cero però  vedere  l'eccellenza  dell'apparato 
di  Guggenberger  e  la  verità  della  sua  effica- 
cia. L'acqua  attraversò  il  grande  banco  di 
ghiaja,  il  nuovo  corso  della  corrente  si  volse 
appunto  in  quella  direzione  che  noi  vole- 
vamo. Al  fondo  della  rottura   procedeva  a 
vista  il  nuovo  deposito  di  terra,  che  si  alzò 
fino  a  tre  piedi,  la  rottura  si  sarebbe  chiusa 
affatto  se  l'acqua  non  si  fosse  abbassata  cosi 
presto.  Sperasi  che  nell'anno  venturo  si  ef- 
fettuerà l'otturamento  totale  di  questa  rot- 
tura. L'esecuzione  secondo    questo    nuovo 
sistema  mostrò  un  rilevantissimo  risparmio. 
Nel  metodo  ordinario  continua  la  relazione, 
il  terreno  portalo  via  dall'acqua  è  irrepara- 
bilmente perduto,,  mentre  secondo  il  nuovo 
sistema,  dev'essere  dall'acqua  a  poco  a  poco 
restituit03guadagnoche  merita  pure  d'essere 
posto  a  calcolo.  Noi    eravamo   già  dal  bel 
principio    propensi  alla    nuova   idea,  e  lo 
siamo  ora  vieppiù,  dopo  tali  esperimenti,  e 
possiamo  desiderare  col  signor  relatore,  che 
siano  molti  coloro  che  vedano  aperto,  negli 
sforzi  del  perseverante  inventore  diretti  al 
bene  universale,   un   vasto  campo  di  utile 
attività. 


Agronomia 

—  Si  parla  d'una  pianta  nuova  da  zuc- 
chero trovata  nel  nord  della  China,  un  solo 
ramo  della  quale  (secondo  il  rapporto  fatto 


ED  AGRONOMO  .|Q9 

in  Francia  alla  Società  Centrale  di  agri- 
coltura) darebbe  150 granirne  di  sugo.  Bianco 
e  trasparente  non  sembra  contenere  tante 
materie  estranee,  quante  ne  ha  la  barbabie- 
tola, e  frutterebbe  almeno  il  doppio. 

—  Leggesi  nei  fogli  francesi, che  alla 
Nuova  Orleans  si  è  stabilita  un'officina  per 
estrarre  l'olio  dal  seme  del  cotone.  Si  dice 
che  quest'olio  è  gradevole  al  gusto,  e  che 
possiede  tutte  le  qualità  dell'  olio  d'  oliva. 
Soprattutto  pare  che  il  suo  impiego  sarebbe 
eccellente  per  le  macchine,  poiché  ha  la 
proprietà  di  non  disseccarsi  e  di  mantenersi 
sempre  scorrevole. 

—  Si  è  fatta  recentemente  la  scoperta 
che  le  foglie  del  grano  turco,  finora  ado- 
perate per  foraggio  degli  animali,  si  possono 
impiegare  a  fabbricarne  acquavite.  Presen- 
temente se  ne  fanno  con  buon  successo 
esperimenti  in  una  fabbrica  d'  acquavite  a 
Vienna. 

—  I  signori  Schlossberger  e  Kemp  fecero 
l'analisi  di  molte  sostanze  vegetabili  ed  ani- 
mali per  detenni. ìare  il  rispettivo  valore 
nutritivo,  dedotto,  se  non  esclusivamente, 
però  in  massima,  dall'azoto  contenuto  in 
esse.  Assunsero  per  sostanza  di  confronto  il 
latte  di  donna,  il  valore  nutritivo  del  quale 
rappresentarono  con  100. 

Sostanze 

vegetali  animali 

Riso     . 8J 

Patate 84 

Latte  umano      .    .     .  100 

Navoni j06 

Segale i06 

Maia    ............  125 

Orzo 125 

Avena 138 

Pane  bianco 142 

Frumento 119  a  144 

Carote ..  igo 

Pane  scuro jgg 

Latte  di  vacca    .     .    .  237 

Piselli 239 

Lenti 276 


no 


Sostanze 


vegetali  animali 

Fagiuoli 283 

Funghi 201  a  289 


Rosso  d'uovo 
Anguilla  bollita  . 
Formaggi  .    .     . 
Preseiulto  crudo 
Salamoile  bollito 
Piccione  bollito 
Prescintto  bollito 
Montone  bollito 
"Vitello  bollito     . 
Manzo  bollito 


Varietà 

Progetti;  Costruzioni;  nuove  scomposizioni 
chimiche,  Archeologia,  ecc. 


Un  progetto  gigantesco  è  stato  conce- 
pito da  un  industriale  inglese,  il  cui  nome 
•va  congiunto  alla  costruzione  del  palazzo 
di  cristallo  ed  a  molte  altre  considerevoli 
imprese.  Sir  G.  Paxton,  in  un  progetto  che 
ebbe  tutta  l'approvazione  del  principe  Al- 
berto, propone  di  circondare  Londra  con 
una  strada  di  cintura  di  circa  40  leghe  di 
circuito,  in  modo  da  collegare  fra  loro  tutte 
le  strade  di  ferro  della  capitale  e  da  faci- 
litare il  trasporlo  delle  mercanzie  dall'una 
all'  altra  strada. 

Questa  nuova  strada  correrebbe  in  mezzo 
ad  una  galleria,  con  arcate  di  vetro,  larga 
72  piedi,  alta  180^  fornita  di  botteghe  e  di 
case  da  appigionarsi  su  tutta  la  sua  lun- 
ghezza. Questa  galleria  avrebbe  tre  punti 
sul  Tamigi,  a  Queenhite,  nello  Strand  ed  a 
Westminster  e  passerebbe,  come  quella  di 
ferro,  al  disopra  di  Kensington-Garden. 

Fra  i  molti  vantaggi  enumerati  nel  pro- 
getto, le  cui  basi  economiche  sono  fissate 
con  tutta  precisione ,  si  accenna  anche  che 
avrebbero  tutte  le  persone  del  debole  petto 
di'passar  l'inverno  in  una  atmosfera  tie- 
pida, affittando  appartamenti  in  questa  gal- 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 

leria  e  senz'esser  obbligate  ad  espatriarsi, 
per  andare  a  Napoli,  Malta  o  Madera. 

—  L' ingegnere  Stephenson ,  il  celebre 
autore  del  ponte-tubo ,  sta  ora  costruendo 
il  più  gran  ponte  di  ferro  ,  che  esista  al 
mondo ,  in  Montreal  per  la  strada  ferrata 
Vittoria.  Questo  ponte  gigantesco  è  lungo 
10,284  piedi  ed  è  basato  su  24  pigne.  L' arco 
di  mezzo  ha  una  tesa  di  330  piedi,  gli  altri 
di  220.  Questo  ponte  che  costa  250  mila 
sterlini  annui  verrà  ultimato  nel  4860,  ed 
è  sì  alto  che  i  più  grossi  legni  possono  ve- 
leggiare liberamente  sotto  di  esso. 

—  Il  Builder,  giornale  inglese  di  archi- 
tettura,  dà  i  seguenti  ragguagli  sopra  il 
grande  orologio  della  camera  del  Parla- 
mento, costrutto  dal  sig.  F.  Dent  a  Londra, 
il  quale  doveva  esser  messo  a  posto  nello 
scorso  febbrajo,  se  la  torre  che  deve  rice- 
verlo fosse  stata  pronta. 

Il  quadrante  ha  22  piedi  di  diametro  e 
sarà  il  più  vasto  che  esista  nel  mondo  con 
una  sfera  dei  minuti:  la  punta  di  questa 
sfera  dovrà,  ad  ogni  mezzo  minuto,  percor- 
rere   uno    spazio  di  sette  pollici.  Il  movi- 


.  .  305 

.  .  428 
331  a  447 

.  .  539 

.  .  7.10 

.  .  755 

.  .  807 

.  .  852 

.  .  911 

.  .  942 


mento  dell'orologio  durerà  di  otto  in  otto 
giorni;  quello  della  campana  non  durerà 
che  7  giorni  e  mezzo  per  volta,  in  maniera 
che  il  silenzio  di  questa  ultima  mezza  gior- 
nata potrà  avvertire,  se  faccia  d'uopo,  del  - 
bisogno  di  ricaricare  il  meccanismo.  Ci  vor- 
ranno presso  a  poco  due  ore  per  involtare 
solamente  le  corde  dei  tamburi  della  cam- 
pana. Il  pendolo  ha  quindici  piedi  di  lun- 
ghezza ,  e  le  ruote  sono  di  ferro  fuso.  La 
campana  delle  ore  ha  8  piedi  di  altezza 
e  9  di  diametro;  il  solo  martello  pesa  quat- 
tro quintali.  La  più  grande  delle  campane 
che  suonerà  i  quarti ,  ha  le  stesse  dimen- 
sioni della  grande  campana  di  S.  Paolo  che 
pesa  5  tonnellate  e  mezzo.  Tutte  le  cam- 
pane dell'orologio  insieme  occupano  uno 
spazio  8  volte  maggiore  di  quello  delle  cam- 
pane d'una  grande  cattedrale. 

—  Sembra  essersi  fatta  recentemente  una 
scoperta  destinata  a  modificare  singolar- 
mente le  idee  antiche  che  regnano  sulla  na- 
tura dei  corpi  semplici. 

11  signor  Augusto  Houzeau,  capo  dei  la- 


ARCHITETTO 

vori  chimici  del  luboratorio  del  signor  Bous- 
singault ,  ha  fatto  presentare  recentemente 
all'Accademia  delle  scienze  dal  suo  illustre 
maestro  un  considerevole  lavoro.  Egli  vi 
pretende  dimostrare  che  Y ossigeno  che  co- 
stituisce l' aria  atmosferica  e  che  può  aversi 
nello  stato  puro  calcinando  alcuni  ossidi 
metallici,  non  è  in  realtà  che  un  derivato 
di  un  altro  principio  dotato  di  una  possanza 
di  combinazione  incognita  fin  oggi.  Questo 
novello  agente,  che  il  signor  Houzeau  è 
giunto  a  porre  in  libertà,  e  eh'  egli  chiama 
ossigene  nascente,  è  un  gas  assai  odorifero 
e  pericoloso  a  respirare  :  esso  distrugge  le 
materie  coloranti  a  modo  del  cloro,  abbrucia 
spontaneamente  l'alcali  volatile  trasforman- 
dolo in  nitrato  d'ammoniaca,  e  decompone 
anche  l'acido  cloridrico;  in  una  parola,  esso 
è  fornito  di  proprietà  notevolissime. 

Questo  principio  straordinario  sarebbe 
sparso  universalmente  nella  natura,  esso 
entrerebbe  nella  composizione  dell'acqua 
che  scorre  sulla  superficie  della  terra  e  nella 
formazione  delle  rocce  che  costituiscono  la 
corteccia  del  globo. 

Se  questa  scoperta,  dovuta  al  talento  ed 
alla  perseveranza  del  giovane  scienziato , 
viene  stimata  dall'Accademia  così  impor- 
tante come  sembra  esserlo,  essa  avrà  gran- 
dissima influenza  sui  lavori  della  chimica. 

—  bell'opificio  provvisorio  dei  sigg.  Carlo 
Waat  e  Hugh  Bourgess  avranno  luogo  fra 
pochi  giorni,  in  ampie  proporzioni,  gli  espe- 
rimenti definitivi  per  la  fabbricazione  della 
carta  mediante  il  legno.  Gli  esperimenti  fatti 
sinora  da  questi  industriali  che  possedevano 
da  due  anni  un  brevetto  per  questa  loro 
scoperta,  hanno  provato ,  a  quanto  pare , 
che  la  macerazione  del  legno,  nelle  condi- 
zioni chimiche  richieste ,  offrirà  una  grande 
economia  sui  mezzi  di  fabbricazione  ordi- 
naria. Un  ramo  tagliato  la  mattina  nella 
foresta  potrà,  dicesi,  mercè  questo  nuovo 
metodo ,  essere  convertito  in  giornale  la 
sera.  Vuoisi  sperare  che  quest'  importante 
scoperta  corrisponderà  al  programma  de' 
suoi  autori. 

—  Sono  ormai  compiuti  i  lavori  di  pre- 
cinzione  al  Panteon  di  Agrippa  da   quella 


ED    AGRONOMO  IH 

parte  onde  fu  rimosso  l'involucro  di  case 
e  botteghe  costruite  nell'evo  medio  intorno 
al  magnifico  monumento.  Anche  in  Bene- 
vento, a  proposta  dell'egregio  preside,  mon- 
signor Gasparoli,  e  coi  fondi  del  Ministero 
del  Commercio  e  Belle  Arti,  furono  demo- 
lite le  murazioni  che  infardavano  il  nobi- 
lissimo Arco  di  Trajano,  a  modo  che  questo 
monumento  è  stato  restituito  al  primitivo 
aspetto  e  splendore,  in  pristinam  faciem 
splencloretnque  (  come  si  legge  nella  iscri- 
zione di  Quadraziano  prefetto  di  Boma  nel 
secolo  iv,  che  ripristinò  le  Terme  di  Costan- 
tino) ;  e  così  spoglio  d'ogni  ingombro  e  in- 
viluppo si  presenta  nel  vero  lume  e  nella 
forma  propria  di  sua  struttura. 

—  Fra  le  strade  ferrate  ultimamente  aperte 
al  pubblico  citasi  un  tronco  di  90  chilometri 
fra  Mons  e  Lavai  della  ferrovia  dell'Ovest 
in  Francia;  ed  il  tronco  della  ferrovia  fran- 
co-bavarese fra  Strasborgo  ed  Haguenau 
di  32  chilometri.  — 

Una  strada  carreggiabile  dalla  città  d'Ao- 
sta alla  Svizzera,  che  attraverserà  con  una 
galleria  il  colle  di  Menoure,  sarà  compiuta 
in  cinque  anni. 

La  ferrovia  fra  Vercelli  e  Valenza  attra- 
verserà il  Po  con  un  punto  di  vivo. 

La  ferrovia  lombardo-veneta  sembra  avere 
abbandonato  l'antico  progetto  di  passare 
per  Monza,  Bergamo,  con  una  linea  diffì- 
cile e  costosa:  da  Treviglio  farà  capo  diret- 
tamente a  Coccaglio.  La  Gazzetta  di  Trie- 
ste assume  essere  volere  sovrano  che  la 
strada  sia  compiuta  entro  sette  mesi. 

S'introducono  in  Austria  scuole  festive 
pei  lavoranti  nelle  officine  delle  ferrovie,  in 
cui  s'insegneranno  l'aritmetica,  gli  elementi 
dell'algebra  e  della  meccanica. 

—  Fra  le  diverse  manifatture  di  ferro  che 
fanno  di  sé  mostra  nell'Esposizione  di  Pa- 
rigi cattivano  l'attenzione  degli  intelligenti 
gli  oggetti  di  ferro  battuto  e  di  acciajo  fuso 
delle  case  riunite  de'fratelli  Jackson,  Patin, 
Guadet  e  C,  di  Bive  de  Gier. 

Sono  già  parecchi  anni  che  le  medesime 
fabbricano  cerchj  di  ruote  senza  saldatura 
per  uso  delle  strade  ferrate;  ma  prima  d'ora 
si  limitavano  per  le  carrozze  ed  i  carri:  fi- 


412 


GIORNALE   DELL  INGEGNERE 


metro.,  rigonfiato  in  diverse  parli  e  ad  un'e- 
stremità, un'asta  da  stantuffo  di  4U40  chil. 
lunga  4  metri  e  di  0m  47  di  diametro  pure 
a  ingrossamenti,  sale  di  vagoni,  alberi,  ci- 
lindri, mole  di  carrozze,  ecc. 

Dal  Genie  indnstriel. 

—  1127  giugno  p.  p.  cessò  di  vivere  l'I.  R. 
professore  di  fisica  presso  1'  Università  di 
Praga,  Dott.  Francesco  Petrina,  in  seguito 
a  paralisi  polmonare.  Le  sue  scoperte  in 
materia  d'elettricità  e  di  magnetismo,  come 
pure  di  telegrafia  gli  assicurano  un  posto 
onorevole  negli  annali  della  scienza,  a  cui 
egli  si  dedicò  indefessamente  fino  agli  ultimi 
giorni  della  sua  vita. 

Bel  trailo  di  generosità  di  un  Artista. 

Nel  mentre  siamo  per  chiudere  questo 
numero  del  giornale  ne  viene  comniunicato, 
che  il  bravo  scultore  signor  Ignazio  3Iicotti 
aveva  ultimata  una  bellissima  statuetta  rap- 
presentante l'effigie  dell'architetto  Alessan- 
dro Sidoli,  e  che  ne  faceva  un  regalo  alia 
povera  famiglia  del  defunto,  affinchè  se  ne 
facesse  la  forma  per  trarne  da  questa  copie 
in  scagliuola,  le  quali  fossero  vendute  a  be- 
neficio della  medesima.  La  vedova  del  Si- 
doli accettava  tale  generosa  offerta  con 
segno  della  massima  riconoscenza,  e  quindi 
veniva  deliberato  di  pubblicarla.  Avvisiamo 
gli  amici  ed  ammiratori  del  Sidoli  che  tale 
statuetta  appunto  sarà  vendibile  a  giorni 
dalla  famiglia  al  prezzo  di  aust.  L.  0  ca- 
dauna. 

La  Commissione  di  beneficenza  della  sven- 
turata famiglia  fa  pubblici  ringraziamenti 
all'ottimo  autore. 

Al  sia.  Maestro  Comacino 

Pervenutoci  tardi  l'articolo  vostro  —  sul- 
l'insegnamento dell'architettura  —  non  potè 
aver  luogo  in    questo  fascicolo:  ma    verrà 
i',  lungo  8  metri  sopra  0ni  23  di  dia-   j   publicato  in  quello  del  mese  venturo. 


nalmente  ne  formano  anche  per  le  ruote 
motrici  delle  locomotive.  Esposero  nella  Gal- 
leria delle  macchine  un  cerchio  ad  orli  del 
diametro  di  4  metri,  e  per  indicare  che  era 
così  uscito  dal  laminatojo,  gli  lasciarono  il 
fossile  orlicchio  che  si  forma  in  esso  sulla 
faccia  opposta  al  labbro.  Altri  eerchj  hanno 
minor  dimensione;  ed  alcuni  schiacciati  fino 
a  toccarsi  i  punti  diametralmente  opposti, 
non  presentano  né  scheggiature  ne  screpo- 
lature, per  cui  provasi  la  buona  qualità  del 
ferro  ed  il  perfetto  lavoro  tanto  al  maglio 
quanto  al  laminatojo. 

Non  meno  notevole  fra  i  molti  pezzi  che 
si  riferiscono  al  meccanismo  navale  e  d'of- 
ficina, all'artiglieria,  ecc.,  è  una  sala  per 
ruote  da  vagoni,  la  quale  fu  curvata  a  freddo 
ed  è  perfettamente  sana: 

Fra  gli  oggetti  d'acciajo  fuso,  si  rimarca 
una  bella  caldaja  cilindrica  lunga  5  metri 
e  del  diametro  di  un  metro.  Essa  è  formata 
di  lamine  grosse  6  millimetri,  ed  è  speri- 
mentata alla  pressione  di  48  atmosfere. 

E  quest'idea  di  costruire  caldaje  d'acciajo 
fuso  sembra  del  tutto  nuova.  Non  solo  ha 
un  peso  assai  minore  a  pari  capacità  e  su- 
perficie vaporizzante  a  quello  delle  caldaje 
di  lamiera  di  ferro,  ma  offre  ben  anche 
maggior  resistenza  tuttoché  le  pareti  siano 
più  sottili.  È  poi  di  più  breve  lavoro,  onde 
costa  meno  per  la  mano  d'opera,  e  per  mo- 
strare quanto  sia  altresì  facile  a  lavorare 
l'acciajo  fuso,  sostituirono  alla  solita  forma 
del  coperchio  del  buco  d'uomo  quella  di 
cappello  da  marinajo  ad  ale  rilevate. 

Altri  pezzi  confermano  sempre  più  la  fles- 
sibilità di  questo  metallo,  e  la  sua  applica- 
bilità alle  armi  è  rappresentata  da  corazze. 
Una  di  queste,  dello  spessore,  di  3  millime- 
tri, ricevette  parecchie  scariche  a  palla  in 
distanza  minore  di  trenta  passi  senza  es- 
sere traforata. 

Inoltre  la  stessa  Casa  espose  un  cerchio 
in  acciajo  fuso  del  diametro  di  4m40,  un 
albero  per  elice  del  peso  di  4818  ohilo- 
gramm 


Tip.  D.  SALVI  eC. 


R.  SM.U1NI  Editore  responsabile. 


MEMORIE   ORIGINALI. 


Memori;!  teorico-pratica  sulla  col- 
tura del  Riso. 

1.    Fisionomia  Vegetale. 

Il  riso  è  una  pianta  della  famiglia  delle 
gramignacee  (Oryzza  sativa),  costituente 
da  sola  un  genere;  ha  per  caratteri  spe- 
ciali una  gluma  senza  resta  a  punta  acuta 
ed  a  due  valve  quasi  eguali,  racchiudenti 
un  fiore;  un  calice  a  due  valve  ineguali, 
scavate  a  forma  di  battello,  esteriormente 
scanalate  e  sormontate  d'una  resta,  sei 
stami;  un  ovajo  turbinato,  munito  alla  sua 
base  di  due  scaglie  opposte  e  sostenenti 
due  stili  a  stima  piumoso;  una  semente 
oblunga  e  scanalata  da  amendue  le  parti 
da  due  righe,  l'una  bianca  e  l'altra  rossa 
racchiusa  nel  calice. 

I  suoi  steli  tubolosi  sono  forniti  di 
foglie  grasse  simili  a  quelle  dei  porri. 
La  spica  da  principio  si  assomiglia  a  quella 
dell'orzo;  ma  si  allarga  di  poi  in  un  gran 
fiocco:  i  fiori  sono  rossicci.  Questa  pianta 
è  compresa  fra  i  così  detti  cereali  ed  ap  - 
partiene  alla  Sesia  Classe,  ordine  secondo 
del  sistema  Linneano  (Hexandrya  digynia). 

I  fiori  sono  a  pannocchia,  la  pianta  è 
erbacea  fino  alla  maturanza. 

Due  sono  le  varietà: 

II  nostrale  o  acquajuolo. 

Il  secco  o  Bertone,  o  della  Puglia. 

Il  primo  è  acquatico;  il  secondo  si  ir- 
riga potendo,  ma  del  resto  non  richiede 
altra  umidità  che  quella  che  gli  viene  som- 
ministrata di  tempo  in  tempo  dalia  pio<™ia; 
seminandolo  in  terreno  adacquatolo,  e 
coltivandolo  col  metodo  del  nostrale,  diventa 
simile  a  quest'ultimo. 

Il  riso  nostrale  od  acquatico  è  restato; 
quello  secco  non  lo  è. 
Questa  pianta  quasi  acquatica,  che  sem- 
Vol.  111.  Settembi 


bra  originaria  dalla  China,  è  una  delle  più 
ricche  produzioni  dell'Egitto;  prospera  a 
mezzodì  delle  quattro  parti  del  Mondo; 
occupa  il  primo  rango  nelle  regioni  della 
terra  in  cui  si  coltiva,  tiene  luogo  di  pane 
e  nutrisce  più  uomini  di  quello  che  non 
ne  nutriscano  il  formento  e  la  segale. 

Ho  detto  che  il  riso  sembra  originario 
dalla  China,  ma  lo  vogliono  anche  origi- 
nario di  varie  altre  contrade  delle  Indie 
Orientali.  Solo  che  non  è  ben  nota  1'  e- 
poca  nella  quale  fu  introdotto  in  Europa. 
Egli  è  però  probabile  che  nel  nostro  paese 
non  siasi  introdotto  prima  del  XVI  secolo, 
e  per  notizie  date  dal  signor  Betti  Ve- 
ronese lo  si  direbbe  introdotto  da  certo 
Teodoro  Triulzi  patrizio  milanese  gover- 
natore delle  Armi  Venete. 

È  coltivato  nell'India,  nella  China,  nel- 
l'Egitto, in  Africa,  in  America,  e  special- 
mente nell'Italia  Settentrionale.  Nella  Chi- 
na si  semina  su  certa  specie  di  isole  gal- 
leggianti formate  con  canne  di  bambò  ca- 
riche di  sufficiente  quantità  di  terra  per 
favorirne  la  vegetazione,  e  perchè  le  radici 
delie  piante  rimangano  continuamente  in 
contatto  coli1  acqua  corrente. 

2.  Proprietà  fisico-chimiche  del  Riso. 

Il  riso  raccolto  al  suo  vero  stato  di  ma- 
turanza ed  in  tempo  bene  asciutto,  può 
conservarsi  lungo  tempo  senza  mai  sof- 
frire alterazione.  Egli  ha  il  vantaggio,  rap- 
porto agli  altri  cereali,  di  poter  affrontare 
lunghissimi  viaggi,  purché  nella  durata  di 
essi  sia  garantito  dall'  umidità  e  dalla  vo- 
racità degli  animali. 

Qualche  autore  pretese  che  questo  grano 
racchiudesse  nel  suo  piccolo  volume  molte 
sostanze  nutritive,  e  che  in  causa  della 
e  J855.  d5 


114  GIORNALE  DEI 

facilità  del  suo  trasporlo  e  conservazione 
fosse  fra  tulli  i  farinacci  il  più  degno 
delle  cure  e  degli  omaggi  dell'agricoltura. 
Qualche  altro  autore,  invece,  non  mcuo 
esageratamente  scrivendo ,  ma  in  senso 
opposto,  negò  tutti  i  vantaggi  attribuitigli, 
dicendo,  che  egli  deve  la  sua  proprietà 
alimentare  alle  sostanze  che  gli  si  mesco- 
lano nel  farlo  cuocere  per  prepararlo  come 
commestibile;  aggiungendo  inoltre  che  in 
luogo  di  saziare  la  fame  altro  non  fa  che 
stuzzicare  P  appetito. 

Tali  opinioni  diametralmente  opposte 
diedero  luogo  all'  analisi  di  questo  grami- 
gnaceo,  dalla  quale  risultò  che  sotto  la  ma- 
cina si  riduce  nella  sua  totalità  ad  una 
farina  simile  all'  amido  di  frumento  per 
la  sua  bianchezza  soltanto;  sul  fuoco  scop- 
pietta e  si  infiamma  pure  come  l'amido 
suddetto,  lasciando  per  residuo  un  piccolo 
carbone.  Sciolta  nell'acqua  fredda  la  farina 
di  riso  si  precipita  al  fondo  in  un  dato 
tempo ,  non  disciogliendosi  che  quando 
l'acqua  sia  riscaldata  al  grado  di  ebolli- 
zione, ed  allora  forma  una  gelatina  meno 
trasparente  di  quella  dell'amido  surripetuto. 
La  farina  di  riso  impastata  con  acqua 
e  per  un  dato  tempo  maneggiata  non  of- 
fre i  medesimi  risultati  di  quella  di  fru- 
mento. Essa  indurisce  facilmente  ed  in 
modo  tale  da  poter  essere  modellata  come 
il  gesso. 

Decomponendo  il  grano  di  riso  colla 
distillazione  a  fuoco  nudo  non  offre  molte 
sostanze  oleose,  saline  ed  alcooliche  come 
il  frumento;  dal  che  è  provato  ad  evi- 
denza che  questo  grano  preso  nelle  stesse 
circostanze  e  volume  del  frumento  rac- 
chiude una  minor  quantità  di  materia 
nutritiva. 

L'impossibilità  di  separare  dalla  farina 
di  riso  un  solo  atomo  di  glutine  eguale 
a  quello  di  frumento  spiega  gli  inutili  ten- 
tativi fatti  fin  qui  per  farne  del  pane.  Ed 
in  fatti  mescolata  in  natura  o  cotta  in  di- 
verse proporzioni  colla  farina  di  frumento 
dà  un  pane  compatto ,  scipito ,  indigesto 
e  subito  indurito.  Ond'è  che  chi  pretese 
il  contrario  dimostrò  di  non  conoscere  la 
teoria  della  panificazione.  Imperciocché  in 
tutti  i  paesi  in  cui  l' uso  del  pane  è  sco- 
nosciuto ,  ed  in  cui  il  riso  ne  tiene  luogo, 
si  è  costretti  a  rammollirlo  sottoponendolo 


l'  ingegnere 

continuamente   all'azione  del  vapore  del- 
l'acqua bollente  onde  poterlo  mangiare. 

Tutti  questi  falli  e  molti  altri  cui  è  su- 
perfluo il  ricordare  fanno  conchiudere  che 
sebbene  il  riso  non  sia  atto  a  far  pane, 
egli  racchiude  però  il  principio  alimentare 
per  eccellenza,  che  è  l'amido,  il  quale 
combinato  nello  stato  di  soluzione  con  una 
sostanza  mucillaginosa  e  tosto  disseccata 
al  momento  della  maturanza  per  l'azione 
del  sole  forma  un  grano  duro  ,  fragile  e 
trasparente.  Per  cui  ponendo  il  riso  tra 
l'amido  e  la  gomma  sarebb'esso  collocato 
nella  sua  vera  classe;  giacché  partecipa 
delle  proprietà  comuni  a  queste  due  so- 
stanze, e  non  ne  è  distinto  che  per  una 
leggiera  gradazione. 

Il  riso  va  soggetto  alla  rapina  degli  uccelli, 
dei  sorci,  degli  insetti.  Grandi  sono  gli  acci- 
denti e  le  maìallic  che  lo  affliggono:  una  so- 
vrabbondanza di  sugo  lo  irrugginisce:  un 
colpo  di  vento  fa  curvare  il  suo  stelo: 
la  pioggia  accompagnata  da  procella  nel 
tempo  della  sua  fioritura  discioglie  e  tra- 
scina le  polveri  fecondatrici:  la  gragnuola 
ruina  la  pannocchia;  le  piante  parassite 
lo  affievoliscono;  per  cui  la  speranza  del 
coltivatore  è  spesso  alla  fine  delusa. 

3.  Qualità.  Posizione  e  disposizione 
del  terreno. 

Il  riso  è  una  pianta  alla  cui  vegetazione 
non  si  richiedono  molti  principii  alimen- 
tari. Un  terreno  qualunque  siliceo ,  cal- 
careo od  alluminoso,  purché  possieda  una 
certa  quantità  di  questi  principii  alimentari, 
può  favorirne  la  vegetazione  e  fargli  acqui- 
stare una  perfetta  maturanza.  Le  allumi- 
nose però  e  le  marnose  sono  le  più  pro- 
prie per  questa  coltura. 

Anche  i  terreni  silicei  danno  un  buon 
prodotto  semprechè  gli  strati  inferiori  non 
lascino  sfuggire  i  principi  di  vegetazione 
disciolti  dall'acqua,  che  è  il  suo  principal 
nutrimento.  I  terreni  silicei  però  coll'andar 
degli  anni  abbisognano  di  abbondante  con- 
cime, altrimenti  cresce  rado  e  senza  vigore 
e  dà  pochissimo  prodotto. 

Le  terre  alluminose  destinate  a  risaja 
bisogna  tenerle  asciutte  quando  non  v'è 
seminato  il  riso,  onde  il  soggiorno  del- 
l'acqua non  le  raffreddi  soverchiamente. 


ARCHITETTO 

Anello  i  terreni  fangosi  e  paludosi  che 
non  si  possono  lavorare  che  a  zappa,  per- 
che non  sostengono  i  buoi ,  convengono 
alla  coltura  del  riso. 

L'esperienza  ha  provato  che  qualunque 
terreno  di  mediocre  fertilità  diventa  ulcer- 
osissimo, coltivandolo  per  qualche  anni 
a  risaja. 

È  necessario  che  la  risaja  sia  ben  li- 
vellata con  qualche  leggier  pendio  onde 
possa  facilmente  soprascorrervi  l'acqua,  e 
facilmente  possa  esservi  fermata  senza  che 
faccia  impeto  contro  l'argine  opposto:  ond'è 
die  tale  pendio  non  oltrepasserà  un  mil- 
limetro per  metro,  ossia  un  millesimo  di 
tutta  la  lunghezza. 

È  pure  di  incontrastabile  necessità  che 
la  risaja  sia  esposta  al  sole,  o  quanto  meno 
possa  godere  quello  di  levante  e  mezzo- 
giorno, e  che  sia  rasa  di  piante,  di  qua- 
lunque sorta  esse  siano,  pel  motivo  che 
oltre  al  produrre  ombra,  servono  di  nido 
agli  uccelli,  i  quali  sono  di  grave  danno 
specialmente  nel  tempo  del  seminerio. 

4.  Acque. 

Le  acque  di  fiume  sono  senz'alcun  dub- 
bio preferibili  alle  sorgive  e  più  ancora 
a  quelle  di  palude  o  stagno.  Se  però  non 
si  avessero  ad  utilizzare,  per  questa  col- 
tura che  acque  sorgive,  si  potrà  correg- 
gerne la  crudezza  e  mancanza  di  elementi 
alimentari  col  farle  passare  entro  un  fosso 
fatto  all'uopo,  di  cui  si  coprirà  l'alveo  di 
melma  di  fiume  mista  a  letame  cavallino 
in  tale  quantità  che  sopra  dieci  metri  qua- 
drati superficiali  dell'alveo  del  fosso  so- 
praindicato venga  sparso  un  metro  cubico 
di  letame.  Si  dovrà  poi  aver  cura,  ogni- 
qualvolta si  avesse  a  rinnovare  l'adacqua- 
mento, di  smovere  con  forche  o  forchetti 
simile  mistura ,  sollevandola  più  che  sia 
possibile,  onde  la  passante  acqua  possa, 
diluendo  ed  asportando  tale  mistura,  ap- 
propriarsi, se  non  in  tutto,  almeno  in  buona 
porzione  quei  primi  elementi  di  ingrasso 
tanto  nccessarj  alla  vegetazione  di  qua- 
lunque pianta,  e  che  a  tale  acqua  per  na- 
tura ed  origine  sono  mancanti. 

Egli  è  però  certo  che  con  tutto  quanto 
fu  prescritto,  l'acqua  sorgiva  non  arri- 
verà mai  alla  bontà   e  potenza  di  quella 


ED  AGRONOMO  115 

di  fiume,  e  che  il  riso  raccolto  da  simile 
risaja  non  sarà  mai,  malgrado  le  più  inde- 
fesse cure,  di  quel  valore  e  gusto  comune 
ai  risi  adacquati  da  fiumi,  ma  conserverà 
sempre  una  porzione  di  quell'originaria 
crudezza  impartitagli  dalla  qualità  speciale 
dell'acqua. 

li.  Coltura  ed  apparecchio  della  risaja. 

L'aratro  per  la  risaja  è  comunemente 
eguale  a  quello  delle  altre  colture  ;  esso 
però  dovrebbe  essere  più  pesante  e  più 
alto  nella  parte  superiore  dell'orecchia, 
onde  più  facilmente  possa  essere  svolta  la 
zolla  di  terra,  con  una  base  pure  più  larga 
allo  scopo  di  poter  formare  un  solco  più 
largo  in  cui  cade  la  terra  di  mano  in  mano 
che  si  fanno  le  ajuole. 

Le  ajuole  poi  non  comprenderanno  più 
di  trenta  solchi,  né  mono  di  venticinque, 
ondo  possano  farsi  piano  e  non  colme  nel 
mezzo. 

Il  solco  si  fa  profondo  non  mono  di 
dodici  centimetri,  ossia  quattro  o  cinque 
pollici. 

La  risaja  vuol  essere  lavorata  assai  ; 
imperciocché  più  la  terra  è  smossa  e  tra- 
voltata più  ne  favorisce  la  vegetazione. 

Prima  del  1825  le  risaje  si  dividevano 
in  risaje  slabili  o  vallive,  e  risaje  a  vicenda,  e 
credevasi  che  le  prime  fossero  di  maggior 
pregio  che  le  seconde  ;  ma  essendo  stato 
introdotto  in  quell'epoca  circa  nelle  Pro- 
vincie Lombardo-Venete  il  riso  della  Pu- 
glia (dotto  anche  bertone  o  riso  secco),  si 
provò  coltivarlo  a  modo  del  nostrale  ;  e 
siccome  diede  buono  ed  abbondante  rac- 
colto solo  pel  primo  anno ,  ne  avvenne 
che  dopo  qualche  prova  riseminarono  il 
nostrale ,  il  quale  pure  vegetò  vigorosa- 
mente dopo  la  coltura  del  suddetto  riso. 
Ond'è  che  d'allora  in  poi  gli  attenti  e 
studiosi  agricoltori  abolirono  le  risaje  sta- 
bili ,  e  cominciarono  ad  introdurre  una 
ruota  agraria  anche  per  le  risaje  in  ge- 
nerale, non  escluse  quelle  di  terreno  sor- 
tumoso  e  paludoso,  le  quali  pel  progresso 
della  scienza  agricola,  vennero,  col  mezzo 
di  fossi  colatori,  praticati  a  poca  distanza 
fra  loro,  ridotte  a  miglior  stato. 

Tale  ruota  agraria  consisto  nel  semi- 
nare nel  primo  anno  il  riso  della  Puglia, 


seguito 


14G 

nel  secondo  il  riso  francone  o  novarese  (spe- 
cie di  riso  nostrale  di  più  bell'aspetto,  di 
più  grossa,  ma  che  rende  meno  in 
e  che  si  adatta  propriamente  pel 
detto  tempo  di  ruota),  e  nel  terzo  poi  il 
nostrale,  col  quale  si  continua  fino  a  che 
il  terreno  è  stanco;  allora  si  semina  il  fru- 
mento cosi  detto  di  risaja;  l'anno  seguente 
la  si  riduce  a  prato,  nella  qual  coltura  lo 
si  mantiene  per  quattro,  cinque  ed  anche 
sei  anni,  a  seconda  della  qualità  del  terreno. 
Per  questa  generale  rivoluzione  avve- 
nuta nella  coltura  del  riso,  essendosi  ri- 
dotte a  vicenda  quasi  tutte  le  risaje,  ne 
consegui  la  loro  classificazione  in  nuove  e 
vecchie,  ritenute  per  nuove  quelle  che  non 
contano  ancora  tre  anni  di  coltura,  e  per 
vecchie  quelle  aventi  tre  e  più  anni. 

La  risaja  nuova  si  coltura  rompendo  il 
suolo  alla  maggiore  profondità  possibile. 

La  risaja  vecchia  si  coltura  arando  il 
suolo  e  rompendo  quelle  arginelle  che  im- 
pediscono, ossia  si  oppongono  alle  solca- 
ture della  nuova  aratura,  lasciando  però 
quelle  che  sono  nel  senso  dell'aratura 
stessa. 

Distinguonsi  da  ciò  due  sorla  di  argini: 
gli  stabili  o  perenni,  che  sono  quelli  fatti 
a  seconda  dei  solchi  d'aratura,  detti  anche 
longitudinali;  e  gli  annuali,  che  sono  quelli 
opposti,  detti  anche  trasversali.  Questi  ul- 
timi sono  sempre  di  larghezza  ed  altezza 
minore  dei  primi.  I  buoni  agricoltori  li 
tagliano  ogni  anno  coli' aratro  e  li  fanno 
di  nuovo.  Taluni  per  economia  di  mano 
d'opera  conservano  questi  argini  trasver- 
sali, ma  è  una  pratica  biasimevole,  pel 
motivo  che  in  contiguità  all'argine,  la  terra 
non  può  essere  ben  fessa,  ne  si  può  quindi 
mettere  a  profitto  la  terra  dell'argine  che 
ha  riposato  un  anno,  facendo  quest'argine 
in  altro  luogo  poco  discosto,  anzi  imme- 
diatamente dopo  l'antecedente  posizione; 
il  che  non  cambia  certamente  la  condi- 
zione fisica  della  risaja. 

Gli  argini  trasversali  od  annuali  non 
devono  essere  troppo  numerosi,  a  meno 
che  siavi  mancanza  d'acqua,  perchè  in  tal 
caso  una  quantità  maggiore  di  argini  serve 
a  facilmente  adacquare  e  mantenere  l'acqua 
al  livello  necessario,  sendochè  ciò  riesce 
più  facile  nei  campi  ristretti,  che  non  in 
una  vasta  spianata.  Che  se  non  fosse  tale 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 

necessità,  ò 


ì  meglio  at- 


cvidente  che 
tenersi  alla  prima  regola,  poiché  oltre  al 
sottrarre  troppo  terreno  alla  coltivazione, 
aumentansi  di  troppo  anche  le  spese  di 
manutenzione  dei  medesimi  argini.  Non 
perciò  si  terranno  troppo  vaste  le  risaje, 
giacche  oltre  la  maggior  copia  d'acqua  che 
si  richiede  per  la  irrigazione,  v'è  anche 
a  temere  che  quando  c'è  vento,  venendo 
l'acqua  agitata  come  in  un  lago  può  per 
l'ondulazione  essere  divelto  il  riso  e  tra- 
sportato a  mucchi  in  un  angolo  della  risaja. 
Essendo  gli  argini  un  ^terreno  sacrifi- 
cato, morto,  o  che  somministra  solamente 
erbe  selvatiche,  fu  da  alcuni  proposto  di 
seminarvi  la  robbia  dei  tintori ,  pianta  di 
grande  uso  pervenutaci  da  esteri  paesi, 
oppure  di  piantarvi  dei  pomi  di  terra: 
tutte  cose  che  dietro  esperimenti  risulta- 
rono di  un  ragguardevole  prodotto.' 

La  risaja  vecchia  si  lavora  ,  ovvero  si 
ara  tre  volte,  una  volta  dopo  il  raccolto 
e  due  in  primavera,  approfondando  l' ara- 
tro più  che  è  possibile,  perchè  così  si 
muove  la  terra  sottoposta  alla  superficiale, 
che  stanca  d'aver  fornito  alimento,  sotto- 
voltandola si  riposa  e  provvede  nuovi  sali 
per  rendersi  maggiormente  atta  a  produrre 
di  nuovo. 

Dopo  arato  il  terreno  e  costrutti  gli 
argini  trasversali,  non  che  ripassati  i  lon- 
gitudinali, si  deve  spianare  il  terreno  bat- 
tendolo colla  piatta  banda  del  badile,  o 
della  zappa,  otturando  tutti  i  buchi  ben- 
ché piccoli,  non  lasciandovi  eminenze,  o 
depressioni  di  suolo. 

A  facilitare  tale  operazione,  subito  dopo 
arata  la  terra,  e  fatti  gli  argini,  si  darà 
l'acqua  per  un  giorno  o  per  una  notte, 
perchè  poi  levata  lasci  il  terreno  fangoso, 
e  quindi  più  facile  ad  essere  eguagliato; 
oltredichè  nell'eguagliarlo,  la  terra  muo- 
vendosi dà  origine  ad  una  poltiglia  che  è 
molto  utile  per  coprire  le  sementi  e  pre- 
servarle cosi  dalle  ingiurie  degli  uccelli , 
come  pure  per  favorirne  e  sollecitarne  la 
sboccialura. 

Quei  terreni  sortumosi  che  non  si  pos- 
sono lavorare  coli' aratro,  perchè  non  so- 
stengono i  buoi,  si  possano  pure  coltivare 
a  risaja  lavorandoli  colla  zappa,  e  facen- 
dovi i  coli  profondi  ed  in  poca  distanza 
l'uno  dall'altro,  i  quali  benché  non  abbiano 


ARCHITETTO 

talvolta  il  necessario  declivo,  apportano  non 
di  mono  gran  giovamento  alla  qualità  del 
terreno  ed  alle  singole  vezzo  o  prosati. 

I  coli  devono  distare  l'uno  dall'altro  la 
larghezza  di  una  vezza ,  ossia  tre  metri 
circa,  peccando  piuttosto  in  meno  che  in 
più,  poiché  i  prosati  essendo  tutti  composti 
di  terreno  putrido,  godono  del  sollievo  che 
loro  reca  il  colare  dell'acqua  tra  una  vezza 
e  l'altra,  lasciando  cos'i  il  terreno  più  con- 
sistente e  più  atto  alla  produzione  del  riso; 
avvegnaché  i  terreni  paludosi  non  possono 
meglio  essere  utilizzati  che  col  ridurli  a 
risaja. 

Il  terreno  deve  essere  hen  letamato.  Se 
la  terra  è  leggiera,  bisogna  concimarla  con 
letame  caldo,  ossia  cavallino;  se  al  con- 
trario essa  è  forte  ed  asciutta,  la  si  con- 
cimerà con  letame  umido  come  quello  di 
vacca. 

JLJltima  operazione  da  farsi  ad  una  risaja 
dopoché  sia  stata  profondamente  arata  e 
generosamente  concimata  con  letame  conve- 
niente alla  natura  del  suolo  si  è  di  dividerla 
in  quadrati  o  figure  quasi  simili ,  circon- 
dando ciascuna  figura  di  piccoli  argini  di 
terra  alti  Om  40,  e  dello  spessore  di  Ora  65", 
in  modo  che  vi  possa  passare  e  ripassare 
sopra  un  uomo.  Ognuno  di  questi  quadrati 
oscompartimenti  deve  essere  livellato  come 
già  si  disse,  in  modo  però  che  l'acqua  vi 
possa  facilmente  scorrere  ed  essere  fer- 
mata e  trattenervisi  come  in  uno  stagno 
senza  travasare,  né  essere  obbligata  a  far 
violenza  contro  gli  arginelli  ;  dal  che  ne  è 
di  conseguenza  che  dovrà  avere  la  insen- 
sibile inclinazione  o  pendenza  di  un  mil- 
limetro per  metro  lineare  della  sua  lun- 
ghezza e  nel  senso  della  corrente  dell'acqua 
che  vi  viene  immessa,  come  più  sopra  si 
disse. 

Quanto  fu  fin  qui  detto  circa  la  coltura 
ed  apparecchio  di  una  risaja  vale  in  gene- 
rale tanto  per  la  vecchia  che  per  la  nuova, 
intendendosi  per  risaja  vecchia  quel  ter- 
reno sempre  seminalo  a  riso,  o  almeno 
avente  l'età  di  tre  anni  in  tal  coltura.  Egli 
è  però  di  grande  necessità,  che  qualora 
l'agricoltura  riduca  a  risaja  un  terreno, 
faccia  distinzione  del  tempo  in  cui  vi  si 
possa  introdurre  la  coltura  a  riso. 

Se  il  terreno  è  magro,  arido,  ossia  zer- 
bido,  si  può  anche  seminarlo    nel    primo 


ED  AGRONOMO  \\1 

anno,  che  certamente  e  senza  alcun  pe- 
ricolo darà  un  buon  raccolto.  Se  per  lo 
contrario  il  campo  fosse  un  prato  vecchio 
od  un  terreno  qualunque  assai  fertile,  è 
mestieri  introdurvi  un'altra  coltivazione 
pel  primo  e  secondo  anno  almeno,  onde 
diminuirne  la  fertilità;  avvegnaché  l'espe- 
rienza dimostrò  che  in  questi  terreni  il 
riso  cresce  troppo  vigorosamente  senza  po- 
ter arrivare  allo  stato  di  maturanza,  per- 
chè diventa  rugginoso,  ossia,  come  dicono 
i  nostri  contadini,  contrae  il  brusone. 

Eguale  inconveniente  succede  nelle  val- 
lette in  cui  l'acqua  deposita  maggior  quan- 
tità di  ingrasso.  L'unico  preventivo  rimedio 
adunque  a  togliere,  ossia  ad  ammorzare 
questa  esuberante  fertilità,  si  è  di  semi- 
narlo prima  a  lino,  facendovi  succedere 
nello  stesso  anno  il  miglio,  perchè  questi 
prodotti  sono  riconosciuti  i  più  atti  ad 
assorbire  la  sovrabbondanza  di  elementi 
vegetali. 

Il  risone  raccolto  da  una  risaja  vecchia, 
messo  sotto  la  pila  rende  il  quaranta  per 
cento  e  più,  mentre  quello  delle  risaje 
nuove  dà  appena  il  venticinque.  Tale  sen- 
sibile minoranza  di  prodotto  dipende  dal- 
l'avere il  riso  delle  risaje  nuove  la  scorza 
più  grossa  e  voluminosa,  il  seme  più  fria- 
bile, meno  perfezionato,  e  facile  quindi  a 
sfarinarsi,  e  la  resta  più  lunga. 

6.  Epoca  del  seminerio. 

Secondo  che  la  risaja  è  vecchia  o  nuova, 
diverso  è  il  tempo  e  la  misura  del  semi- 
nerio. La  risaja  vecchia  si  semina  dal 
15  aprile  al  15  maggio,  non  più  tardi, 
perchè  dà  un  prodotto  minore  di  quello 
seminato  a  suo  tempo,  per  la  ragione  che 
il  riso  maturerebbe  anche  troppo  tardi, 
e  non  potrebbe  essere  raccolto  in  tempo 
opportuno  per  farlo  disseccare,  e  quindi 
essere  sbiancato  nella  susseguente  inver- 
nata: il  che  oltre  alla  perdita  del  grano, 
dovendolo  esporre  ancora  sull'aja,  è  an- 
che di  grande  spesa  ed  incomodo. 

Lo  si  semina  come  il  frumento  e  nella 
stessa  quantità. 

La  semenza  deve  essere  crivellata  e 
purgata,  massimamente  dal  pabbio,  grano 
simile  al  miglio,  e  dal  quadrone,  che  è  un 
seme  nero  quadro;  poiché    con    tutta  la 


148 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


diligenza  che  si  usa  nel  mondarlo  in  erba, 
nondimeno  vi  restano  sempre  di  queste 
piante  nocive,  che,  come  è  solilo,  sono  più 
feraci  delle  buone.  Si  mette  indi  nell'acqua 
entro  le  adacquataci,  chiudendola  in  sac- 
chi, e  ve  la  si  tiene  per  otto  o  dieci  giorni, 
onde  preparamela  germinazione.  La  buona 
semente  nello  stato  ordinario  ben  dissec- 
cata, deve,  prima  di  essere  messa  nell'acqua, 
pesare  da  settantotto  ad  ottantaquattro  chi- 
logrammi al  moggio,  si  intende  però  re- 
stato, ed  appena  sfregato  nelle  mani  deve 
comparire  brillato. 

Si  semina  a  mano. 

Quando  il  vento  ammucchiasse  i  semi 
si  deve  desistere  dalla  seminagione  onde 
non  venga  contrastata  l'equabile  distribu- 
zione della  semente.  Siccome  poi  la  se- 
minagione del  riso  succede  in  un  campo 
in  cui  si  è  lasciata  soprascorrere  l'acqua 
anticipatamente,  perciò  dopo  aver  bene 
appianata  la  terra  colla  zappa  o  col  badile 
sarà  bene  passarvi  sopra  anche  con  una 
larga  tavola  di  legno  tirala  da  un  cavallo 
il  quale  girando  da  un  capo  all'altro  della 
risaja,  oltre  ad  eguagliare  il  terreno  in- 
torbida l'acqua  sollevando  le  molecole:  per 
cui  spargendovi  tosto  la  semente,  questa 
si  copre  e  si  deposita  colla  quiete  insieme 
all'intorbidamento  dell'acqua,  e  vi  viene 
coperta  ed  assicurata  dagli  insetti,  dagli 
uccelli  e  dai  topi,  come  già  si  disse. 

Il  seme  è  l'uovo  fecondato  dai  vegeta- 
bili, e  contiene  il  germe  inattivo,  ed  i 
primi  alimenti  del  futuro  individuo;  non 
è  perciò  indifferente  di  esaminarne  la  qua- 
lità. Il  seme  forma  la  radice,  questa  l'in- 
dividuo vegetabile  ;  ond'è  che  dalla  natura 
e  radice  del  vegetabile  dipende  la  qualità 
del  prodotto. 

Si  deve  bene  osservare  che  non  sia  in- 


taccalo dalla  ruggine,  né  dalla  nebbia:  deve 
avere  un  color  naturale,  non  avere  odore 
di  tanfo,  non  essere  offeso  dagli  insetti , 
non  difettoso,  non  ammaccato;  perfettamente 
maturo,  egualmente  grosso,  liscio,  non  spu- 
gnoso, nò  più  pesante  dell'acqua. 

Per  assicurarsi  della  bontà  generale  del 
riso  scelto  a  semente  si  usa  di  porne  una 
data  quantità  in  un  vaso  d'acqua,  e  la- 
sciandovelo  per  alquanti  giorni  si  osserva 
quanti  sono  i  semi  che  germogliano,  e 
quanti  quelli  che  non,  germogliano;  dal  che 
si  può  dedurre  una  bontà  proporzionale. 

La  semente  deve  essere  secca,  modera- 
tamente indurita,  non  troppo  giovane,  nò 
troppo  vecchia.  Quella  dell'anno  antece- 
dente è  la  preferibile. 

Le  risaje  nuove  si  seminano  dal  15  marzo 
al  15  aprile,  spargendovi  la  semente  più 
rada  che  non  nelle  vecchie;  ossia  data  la 
quantità  da  seminare  in  una  risaja  vecchja, 
questa  sarà  in  proporzione  di  un  terzo 
meno  sopra  una  stessa  quantità  di  terreno 
per  le  risaje  nuove;  altrimenti  i  risi  si 
fanno  cosi  fitti,  per  l'attitudine  stessa  del 
terreno ,  che  si  guastano  per  mancanza 
d'aria  e  spazio  per  le  radici.  Ciò  però 
succede  nel  primo  anno,  nel  secondo  si 
aumenta  un  poco  la  semente  ;  nel  terzo 
ancora  più;  finché  successivamente  si  ar- 
riva alla  debita  quantità  e  limitazione. 

In  generale  poi  varia  è  la  quantità  della 
semente  da  impiegarsi  secondo  le  varie 
qualità  dei  terreni,  e  ciò  tanto  per  le 
risaje  nuove  che  per  quelle  vecchie:  onde 
ne  deriva,  che,  supposta  un'unità  di  mi- 
sura di  terreno,  ed  una  unità  di  misura 
di  semente  rappresentata  da  1,00  per  una 
risaja  vecchia  di  terreno  forte,  si  dovreb- 
bero seguire  le  seguenti  proporzioni,  ossia  : 


Alla  risaja  nuova  di  terreno  forte  si  darà  semente 0,  60 


vecchia 


leggiero 

paludoso 

ghiajoso 

forte 

leggiero 

paludoso 

ghiajoso 


0,70 
0,80 
0,90 
1,00 
1,10 
1,20 
1,30 


per  cui  paragonato  1'  1,00  a  staja  uno  e   |   volume  della   semente   richiesta   per  una 
quartari  due,'  essendo  questa  la  misura  di   |   pertica  di  terreno  forte  a  risarà  vecchia, 


ARCHITETTO 

e  sapendosi  clic  il  moggio  non  brillato 
pesa  da  settantotto  ad  ottantaquattro  chi- 
logrammi, ossia  dalle  cento  alle  cenlolto 
libbre  grosso,  ossia  dalle  duecentotrcnta 
alle  duecentocinquanta  libbre  piccole,  ne 
consegue  che  uno  stajo,  ossia  un  ettaro,  pe- 
serà chilogr.  IO  circa,  e  quindi  slaja  uno 
e  quartara  due  peseranno  chilogrammi  15; 
per  il  che,  p.  es.,  alla  prima  qualità  di 
risaja  nuova  a  terreno  forte,  in  propor- 
zione di   quanto  fu  di    sopra  esposto,  si 


ED   AGRONOMO  J|<J 

daranno  chilogrammi  nove  di  semente, 
prodotto  che  si  ottiene  dividendo  i  chi- 
logrammi 15  per  IO,  e  moltiplicandone 
il  quoziente  per  6;  ossia  questo  dato  di 
15  chilogrammi  sarà  sempre  da  moltipli- 
carsi per  le  esposte  frazioni  applicate  a 
ciascuna  qualità  di  terreno  e  risaja. 

A  maggior  intelligenza  di  quanto  fu 
sopra  esposto,  ed  anche  per  lasciar  pos- 
sibilmente nulla  di  inevaso,  si  seguirà  il 
metodo  della  seguente  tabella: 


Qualilà 
della  risaja 

Qualità 
del  terreno 

Quantità  proporz.   di 
semente,  paragonando 
l'unità, ossia  l'I, 00,  a 
slaja  1  equarl.  2,  ossia 
a  chili  15. 

Quantità  di  semente 
richiesta  per  una  per- 
tica, in  chilogr. 

Quantità  di  semente 
in   moggia  ,  staja  e 
quartara. 

Nuova 

» 
» 

Vecchia 

0 

» 

1 

forte 

leggiero 

paludoso 

ghiajoso 

forte 

leggiero 

paludoso 

ghiajoso 

0,60 
0,70 
0,80 
0,90 
1,00 
1,10 
1,20 
1,30 

9,00 
10,  50 
12,00 
13,50 
15,00 
16,50 
18,00 
19,50 

St.  -    3,  2,  2 

»  1,  -    1,  - 

»  1,  -  3,1 
»  1,  1,  1,2 

»  1,  2,  -    - 

»   1     9    9    9 

i ,  _,    -,  _ 

"  M,l,- 
»  1,3,3,2 

Le  risaje  nuove  si  devono  accuratamente 
visitare  tutti  i  giorni,  ed  osservare  che  in 
esse  non  si  manifesti  una  troppa  rigoglio- 
sita  dei  risi,  essendo  questa  uno  sfogo  pre- 
coce delle  forze  vitali  cagionate  dalla  ante- 
riore inerzia  del  terreno,  e  dall'abbondante 
adacquamento,  senza  che  essa  pianta  abbia 
la  forza  di  giungere  al  termine  della  sua  vita 
maturando  intieramente  la  pannocchia;  poi- 
che  talvolta  la  spica  è  affatto  vuota  di  grani 
per  la  ragione  che  la  pianta  consuma  tutta 
la  sua  vitalità  nelle  foglie;  e  tal  altra  volta 
la  pannocchia  ingiallisce  ed  abbrucia  ap- 
pena sbocciata,  appunto  per  la  suddetta 
diversione  d'umori  alimentari,  che  per  la 
troppa  robustezza  vengono  dalla  pianta 
assorbiti,  senza  che  ne  resti  qualche  por- 
zione per  alimentare  la  pannocchia. 

Tale  inconveniente  si  conosce  dal  verde 
cupo  e  carico  delle  foglie;  ed  unico  rimedio 
si  è  di  levare  l'acqua  in  diverse  propor- 


zioni di  tempo  a  norma  delle  qualità  del 
terreno;  cioè: 

per  una  risaja  di  terreno  paludoso 
si  leverà  per  circa  giorni  20; 

per  quella  di  terreno  forte  pergiorni  15, 

per  quella  di  terreno  leggiero  per 
giorni  10, 

per  quella  di  terreno  arenoso  o  ghia- 
joso per  giorni  5; 

di  maniera  che  una  risaja  qualunque 
in  proporzione  della  forza  vegetale  del  ter- 
reno abbia  a  soffrire  in  quella  tale  quan- 
tità sufficiente  a  togliere  un  poco  di  ali- 
mento alla  pianta,  ed  allora  la  spica  e  le 
foglie  prenderanno  maggior  consistenza  e 
si  prepareranno  a  resistere  anche  ai  venti 
marini  di  tanto  danno  ai  risi  se  da  essi 
son  colti  in  istato  di  eccessivo  rigoglio.  E 
in  fatti  togliendo  l'acqua  si  toglie  T ali- 
mento e  si  arresta  il  lussureggiare  della 
pianta,  per  cui  la  spica  ossia  il  fiore,  che 


120 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


è  lo  scopo  della  pianta,  trovando  debole 
tutto  il  resto,  primeggia  e  si  investe,  per 
cosi  dire,  della  forza  che  prima  apparteneva 
alle  foglie,  e  che  ora  queste  abbandonano 
perche  indebolite  dalla  procurata  man- 
canza d'acqua. 

7.  Cure  da  aversi  per  una  Itisaja. 

Pochi  giorni  dopo  il  semincrio  il  riso 
nasce,  e  talvolta  con  tale  vigoria  da  spuntar 
fuori  in  pochissimo  tempo  dalla  superficie 
dell'acqua,  ed  in  modo  anche  da  rove- 
sciarsi se  non  vi  si  apporta  pronto  rimedio; 
per  cui,  quando  il  coltivatore  di  ciò  si  ac- 
corga, deve  tosto  toglier  l'acqua  per  qual- 
che giorno  finché  sia  totalmente  scomparsa 
l'umidità  del  terreno;  quindi  lo  adacquerà 
di  nuovo,  portandola  però  ad  un  livello 
superiore,  ossia  non  meno  di  quindici  cen- 
timetri, onde  proporzionare  l'inondamento 
al  continuo  crescere  della  pianta. 

Si  avverte  però  di  non  levar  mai  l'acqua 
nella  prima  quindicina  di  Luglio,  perchè 
è  quello  il  tempo  in  cui  il  riso  fa  il  primo 
Nodo;  sarà  quindi  bene  che  tale  opera- 
zione abbia  luogo  prima  o  dopo  tale  lasso 
di  tempo.  Anche  in  tempo  piovoso  è  da 
tralasciare  di  levar  l'acqua,  a  motivo  che 
la  pioggia  percuotendo  il  piede  delle  pian- 
taggini quando  sono  senz'acqua  le  discalza 
e  fa  nascere  molte  erbe. 

Il  livello  dell'acqua  si  aumenta  ancora 
quando  incomincia  la  fioritura,  ed  allora 
non  la  si  toglie  più,  tanto  per  favorire  la 
cresciuta  della  pianta,  quanto  per  preser- 
varla dalla  nebbia,  che  non  mancherebbe 
di  investirla  se  la  risaja  venisse  privata 
dell'acqua. 

Prima  della  fioritura  si  usa  mondare 
la  risaja,  ossia  estirpare  le  piante  nocive, 
e  principalmente  il  giavone  (Panicum  grus 
galli);  le  mondature  sono  più  o  meno  a 
seconda  del  bisogno.  Le  risaje  nuove  ri- 
chiedono maggior  numero  di  mondature 
che  le  vecchie. 

Otto  o  dieci  giorni  prima  della  raccolta 
si  lasciano  scolare  le  risaje. 

Il  riso  è  maturo  quando  la  pannocchia 
si  piega  pel  peso  dei  grani  e  quando  è 
un  poco  giallastra. 

Se  il  riso  è  un  cereale  di  grande  pro- 
dotto, richiede  però  anche  molte  cure.  Il 


proprietario  che  intraprende  una  tale  col- 
tura deve  lutti  i  giorni  visitare  la  risaja 
per  diritto  e  traverso,  esaminandone  gli 
acquedotti  e  gli  incastri ,  ed  osservando 
che  l'acqua  non  manchi  nel  tempo  op- 
portuno, nò  che  essa  sfugga  per  qualche 
crepatura  d'argine,  e  che  al  contrario  essa 
vi  sia  continuamente  alla  medesima  altezza, 
rimettendone  tutti  i  giorni  della  nuova  af- 
fine di  rimpiazzare  quella  che  viene  as- 
sorbita dalla  terra  e  dall'evaporazione. 

Alcuni  usano  levar  l'acqua  anche  dal 
giorno  di  San  Giovanni  a  quello  di  San 
Pietro,  ossia  negli  ultimi  cinque  giorni  di 
giugno ,  e  generalmente  quando  i  risi  sono 
deboli. 

Alcuni  altri  usano  adacquare  le  risaje 
in  ruota  di  otto  giorni,  coprendole  di  quella 
tale  quantità  che  in  detto  tempo  possa  es- 
sere smaltita  per  assorbimento  ed  eva- 
porazione,  indi  ripetono  l'adacquamento 
in  egual  quantità,  modo  e  tempo,  e  così 
di  seguito.  E  per  verità  questo  è  il  me- 
todo migliore;  prima  perchè  cosi  il  riso 
può  maggiormente  alimentarsi  col  terreno 
e  farsi  forte,  e  meno  soggetto  alle  malattie 
ed  ai  venti;  poscia  perchè  dove  molti  sono 
gli  utenti  di  una  roggia,  potendo  in  tal 
modo  stabilire  una  ruota  d'utenza  si  toghe 
l'adito  alle  quistioni  tanto  frequenti  e 
facili  in  materia  d'acque. 

Fra  le  molte  cure  di  cui  deve  farsi  ca- 
rico T  agricoltore  avvi  pur  quella  di  far 
tagliare  V  erbe  sugli  argini  e  ripe  delle 
roggie  servienti  alla  risaja  almeno  due 
volte  durante  la  coltura  del  riso;  avve- 
gnaché oltre  allo  scopo  della  pulitezza 
avvi  quello  eziandio  di  procurare  la  di- 
struzione delle  erbe  cattive,  che  impe- 
discono in  primo  luogo  il  passaggio  al 
lavorante  ,  e  secondariamente  annidano 
topi,  i  quali  apportano  grandissimo  danno 
nel  tempo  specialmente  che  i  risi  fanno 
la  spica. 

Devonsi  pure  spazzare  le  roggie,  le  ada- 
quatrici  ed  i  fossi  colatori,  e  fare  in  essi 
tagliar  le  erbe  almeno  ogni  venti  giorni 
allo  scopo  di  facilitare  il  libero  passaggio 
delle  acque  ed  il  loro  pronto  spandimene 
sulle  chiappe  dei  risi. 

Dovrassi  pure  inoltre  osservare  che 
nei  tempi  in  cui  si  leva  l' acqua ,  i  Cam- 
pari  aprano  totalmente  gli  incastri,  onde 


ARCHITETTO 

possa  propriamente  colare  tutta  1'  acqua , 
e  non  si  formino  delle  vallette,  imperoc- 
ché le  piantaggini  colà  esistenti  soffrono 
molto,  ed  in  guisa  da  non  poter  arrivare 
allo  sialo  di  perfetta  maturanza. 

Gius.  Yernansal  de  Villeneuve. 

(Continuo.) 

Sul  Consorzi  «l'acque. 

Trattalo   Amministrativo    legale 
del  sia.  Casimiro  De-Bosio. 


bas  leges,  setemaque  teiera  ccrtis 

Imposuit  natura  locis. 

Virg.  Georg. ,  lib.  I. 

Cos'i  l'autore  ha  intitolato  il  suo  libro, 
dimostrando  che  negli  antichi  secoli  era 
già  vecchia  e  matura  l'idea  d'un  diritto 
sociale  difensivo  dal  comune  pericolo,  pro- 
motore di  un  comune  vantaggio  fra  i  com- 
possessori di  un  vasto  terreno,  in  cui  le 
acque  naturali  possano  alla  loro  volta  ad- 
durre immensa  prosperità   o  luttuosi  di- 
sastri. Leggi  ed  alleanze  chiamava  il  poeta 
mantovano  le  discipline  a  cui,  mancando 
tuttavia  una  sanzione,  obbedivano  pure  gli 
agricoltori  sotto  l'impulso  di  uno  scam- 
bievole interesse;  né  meglio  avria  potuto 
chiamarle  un  giurisperito,  dacché  appunto 
la  susseguita  età  gloriosa  per  lo  sviluppo 
del  romano  diritto,  e  la  più  tarda  età  con- 
trassegnata dalla  creazione  della  scienza  eco- 
nomico-politica,  appunto   innestarono   ai 
codici,  sul   rapporto   delle  acque  e   della 
loro  influenza  sulla  industria  agricola,   le 
leggi  regolatrici  del  diritto  fra  i  singoli,  e 
le  leggi  sociali  aventi  di  mira  la   privata 
e  la  pubblica  prosperità  territoriale. 

Ma  quanto  luminosa  l'antichissima  le- 
gislazione romana  si  è  resa  pei  principi, 
onde  ha  fissato  che  si  temperasse  il  danno 
dell'uno  col  vantaggio  dell'altro  nel  regime 
delle  acque,  non  egualmente  io  fu  nel  con- 
templare in  massa  i  pregiudizj  e  le  utilità 
delle  acque  derivanti;  e  dopo  aver  bensì 
autorizzate  le  società  volontariamente  con- 
tratte per  la  mutua  difesa  contro  le  acque, 
e  per  usufruirne  i  beneh'ej,  colà  si  è 
Ifìl  1U  Settemb 


ED   AGRONOMO  121 

fermata,  e  non   ebbe  l'ardimento   di   co- 
mandare: erigetevi  in  società. 

Questo  sublime  concetto  è  tutto  vanto 
della  moderna  legislazione,  e  diciamolo  con 
nuova  compiacenza,  ò  vanto  della  legisla- 
zione italiana.  Nessuna  meraviglia  però  che 
ove  ebbe  culla  il  diritto  romano,  esso  acqui- 
stasse anche  questo  incremento. 

Ma  l'epoca  moderna  che  accolse  nei  co- 
dici la  società  coattiva  in  materia  di  acque, 
non  ha  creata,  ripetesi,  l'idea  della  so- 
cietà; e  l'autore  zelantemente  ne  intraccia 
l'origine  nelle  storie  municipali,  e  ne  ad- 
dita gli  esempj  notevoli,  celebrando  prin- 
cipalmente poi  la  sapienza  dei  governi  che 
primi  ne  permisero  e  legittimarono  l' isti- 
tuzione, e  che  ad  ovviare  ogni  disordine 
procedente  dalla  loro  mancanza,  risalirono 
perfino  alla  severa  ma  provvida  idea  di  di- 
chiarare di  pubblica  ragione  tutte  le  acque 
di  qualunque  sorta  e  provenienza  fossero  (così 
fece  la  veneta  Repubblica  nel  XVI  secolo, 
come  avverte  l'autore),  affinchè  in  propor- 
zione dell'importanza  dell'oggetto,  fosse 
potente  ed  energica  la  mano  che  dovesse 
regolarlo. 

Raggruppate  le  italiche  provincie,  special- 
mente dell'odierno  Regno  Lomb. -Veneto, 
o  meglio  del  precesso  Regno  d'Italia,  guai 
pel  governo  se  questo  mostruoso  principio 
proclamato  dalla  Veneta  Repubblica,  avesse 
informata  la  legislazione  delle  acque,  e  guai 
parimenti  se  fosse  stato  pienamente  abo- 
lito! E  nella  memoranda  epoca  di  transi- 
zione che  fu  principio  di  questo  secolo, 
non  fu  difficile,  ai  sommi  ingegni  che  for- 
mavano allora  spettacolo  inaudito  nella  sto- 
ria, prescelti  alla  riforma  di  tutte  le  leggi, 
non  fu  difficile,  dicesi,  di  salvare  quel  prin- 
cipio troppo  prezioso,  temperandone  la 
enormità  col  definire  quali  acque  precisa- 
mente si  avessero  a  chiamar  pubbliche, 
e  soggette  alla  esclusiva  giurisdizione  di 
pubblici  poteri,  ed  inserendo  nelle  nuove 
leggi  il  nuovissimo  concetto  della  coazione 
per  la  formazione  delle  società  compren- 
soriali  in  punto  di  acque,  che  lo  Stato  non 
avesse  interesse  a  chiamar  proprie,  e  ad 
amministrarle  coli' ingente  carico  di  spese 
e  di  fatiche  che  seco  trascinano. 

Abbracciata  una  volta  la  teoria,  lo  svi- 
lupparla nei  suoi  elementi,  il  fissare  per 
ciascuno  le  convenienti  discipline,  fu  l'o- 
re 1855.  le 


J22 

pera  di  un  istante.  E  difatto  1 
inaugurava  la  famosa  legge  sulla  distinzione 
e  sui  regime  generale  delle  acque,  in  cui 
«ià  brilla  il  concetto  delle  società  com- 
prcnsoriali  come  una  obbligazione  degli 
interessati;  e  l'anno  1806  erano  già  ela- 
borati i  relativi  regolamenti;  legge  e  re- 
golamenti che,  malgrado  l'antagonismo  po- 
litico, riscossero  il  più  onorifico  elogio  dalla 
susseguita  austriaca  dominazione,  la  quale 
in  principio  del  suo  Codice  Civile,  come 
tutti  sanno,  li  ha  al  pari  che  gli  altri  re- 
golamenti politici  del  cessato  governo  ita- 
lico, dichiarati  in  permanente  vigore. 

Per  quanto  però  quei  regolamenti  e 
quella  legge  sul  proposito  delle  società  com- 
prensoriaìi  fossero  già  eminentemente  ni- 
tidi nel  concetto,  e  nella  esposizione,  e  nel- 
l'ordine, e  provvedessero  con  esimia  an- 
tivedenza  a  tutte  le  possibili  contingenze, 
di  modo  che  la  legislazione,  italica  sulle 
acque  da  quel  fortissimo  ingegno  di  Gian 
Domenico  Romagnosi  fu  assunta  per  tema 
di  dimostrazione  di  un  caso  di  legisla- 
zione perfetta,  non  è  supponibile  che  nel 
corso  di  tanti  anni  non  vi  sia  stata  tro- 
vata una  lacuna,  un'indecisione,  non  vi 
sia  occorso  un  maggiore  sviluppo,  una  ad- 
dizione. E  in  fatto  colPesperienza  vennero 
al  pettine  alcuni  intralci,  e  occorse  di  det- 
tare altre  norme,  e  in  molti  argomenti 
pendono  ancora  fra  i  giurisperiti  le  di- 
scussioni sulla  portata  delle  leggi  e  disci- 
pline relative  alle  acque  ed  ai  compren- 
sorj discussioni  rese  più  scabre  anche  per 
l'abolizione  del  Codice  italiano,  che  sov- 
veniva a  pennello,  forse  di  più  che  l'odierno 
Codice  austriaco,  a  completare  segnatamente 
la  legge  fondamentale  20  aprile  1804. 

Da  ciò  il  bisogno  assoluto  pei  possidenti, 
pei  legali,  pei  periti,  e  più  di  tutto  pei 
magistrati  di  avere  approfondite  le  teorie 
delle  dominanti  leggi  sulle  acque  e  sui 
comprensorj,  onde  ai  primi,  e  per  mezzo 
dei  secondi  sia  sempre  fatta  giustizia,  onde 
siano  quelle  leggi  effettivamente  e  dovun- 
que procaci  di  generale  prosperità. 

Lode  pertanto,  e  lode  grandissima  al 
sig.  Bosio,  che  primo  si  pose  al  cimento 
di  ridurre  a  principj  generali  e  ad  ordine 
scientifico  quelle  teorie  della  vivente  le- 
gislazione nella  materia  dei  comprensorj 
formandone  un  trattato,  e  che  ebbe  la  fe- 


GIOUNALE  DELL'  INGEGNERE 

'anno  1804  .  lice  idea  poi  di  tenerlo  scevro  abbastanza 
dalle  astratte  investigazioni,  perché  riu- 
scisse più  prontamente  maneggevole  nelle 
applicazioni. 

Questa  primordiale  osservazione  si  af- 


faccia alla  lettura  del  libro  del  sig.  Bosio, 
che  un   trattato  essenzialmente  opera  di- 
dattica  promette  la  preparazione  di  una 
teoria,  cioè  la  posizione  dei  principj  filo- 
sofici, e  la  soluzione  dei  teoremi  nascenti 
dalle  loro  combinazioni,  collo  svolgimento 
dei  problemi  pratici  nei  quali  è  mestieri 
di  ricorrere  a  quei  principj  ed  a  quei  teo- 
remi ,    sicché  le  leggi   dominanti   trovino 
passo  passo  immediato  raffronto  colle  scien- 
tifiche speculazioni,  e  per  tal  via  ne  emer- 
gano evidenti  le  lacune,  le  incertezze,  e 
le  erroneità  o  le  contraddizioni;  mentre  al 
contrario  l'autore  si  è  attenuto  ad  un  or- 
dine inverso,  e  premessa  soltanto  un'ampia 
e  particolarizzata  definizione  dei  consorzi 
quali  .sono  stigmati  dalle  leggi,  ne  ha  sen- 
z' altro  descritta   la  genesi    e   le   varietà, 
quali  dalle  leggi  e  dalla  storia  di  esse  ci 
vennero  tramandate,  e  quindi  a  pie  pari, 
cioè  dopo  il  corso  di  poche  pagine  (tren- 
taqualtro  sul  complesso  di  121  che  com- 
pongono il  trattato),  guida  il  lettore  per  le 
vie  spinose  delle  applicazioni,  insegnandogli 
col  testo  di  quelle  leggi  alla  mano  come 
i  consorzj  s'istituiscono,  come  si  organizsano 
e  si  amministrano,  e  come  si  sciolgono;  e 
siccome  poi  un  tal   ordine  non   ammette 
spontanea  la   combinata  trattazione  delle 
questioni   più   interessanti  e  più  diffìcili, 
che  s'incontrano  praticamente  nell'uso  di 
quelle  leggi,  quali  sono  la  separazione  dei 
poteri  fra  chi  esercita,  e  chi  sovraintende  al- 
l'esercizio del  diritto  consorziale,  e  la  pro- 
cedura competente  ad  ogni  oggetto  e  ad  ogni 
contesa  in  materia  di  consorzj,  ve  ne  fa 
l'aggiunta,  come  di  un  ramo  addizionale  al 
trattato,  senza  alcuna  premessa  teorica,  e 
soltanto  raggranellando  nel  diritto   posi- 
tivo le  norme  che  sono  impreteribili  nella 
pratica. 

Egli  è  certo  che  questo  scheletro  del 
trattato  del  sig.  Bosio  non  raccoglierà  il 
laudo  degli  studiosi  della  filosofia  delle 
leggi,  che  in  ogni  trattato  in  materia  le- 
gale (appunto  così  vien  quello  denominato) 
esigono  lo  sviluppo  dei  principj  generali 
della  scienza  in  ordine  alla  divisata  loro 


ARCHITETTO 

applicazione  al  ramo  speciale  di  essa  che 
ne  forma  l'argomento. 

Ma  se  il  titolo  dell'opera  non  ò  piena- 
mente adatto  alla  sua  essenza,  e  piuttosto 
essa  rassomiglia  ad  un  repertorio  razio- 
nale dei  principi  c  delle  norme  costi- 
tuenti il  vigente  diritto  consorziale,  devesi 
conceder  venia  all'autore,  che  ha  preferito 
il  pregio  della  comodità  del  suo  libro  per 
coloro  che  ponno  essere  a  portata  di  gio- 
varsene per  la  pratica,  ed  ai  quali  per 
verità  egli  ha  creduto  principalmente  di 
farne  dono. 

E  si  noti  che  appunto  fra  gli  individui, 
ai  quali  deve  tornare  graditissimo  quel 
libro,  vi  ha  la  schiera  innumerevole  di 
coloro  che  rappresentano  ed  amministrano 
i  consorzj,  e  dei  periti  che  concorrono  alla 
loro  istituzione,  ed  a  fissar  le  basi  più  im- 
portanti della  loro  condizione  economica: 
a  tali  persone  non  essendo  in  genere  fa- 
migliari le  astratte  teorie  del  diritto,  me- 
glio valoa  l'offerta  di  un  libro  pratico  che 
teorico,  meglio  valea  dar  loro  delle  monete 
di  buon  conio,  che  del  metallo  in  verghe. 

Questo  compendio  brevissimo,  e  questo 
ben  dovuto  elogio  al  merito  del  lavoro  del 
sig.  Bosio  per  altro  non  ci  dispensa  da 
qualche  particolare  esame  di  alcuni  capi- 
toli che  lo  compongono,  dei  quali  però 
non  troviam  necessario  di  ripetere  la  lunga 
serie,  abbastanza  manifesta  dietro  il  cenno 
da  noi  fatto  dei  sommi  capi  delle  tre  parti 
e  delle  sezioni  in  cui  l'opera  è  suddivisa. 

E  principalmente  avvertiremo  di  avere 
nell  opera,  presa  per  un  riassunto  ordinato 
delle  leggi  e  dei  regolamenti  e  consuetu- 
dini in  varie  epoche,  e  fino  air  odierna 
emanate  e  ricevute  nella  subbietta  materia, 
un'assai  diligente  e  forse  completa  raccolta 
delle  massime  si  generali  che  speciali  co- 
stituenti il  diritto  consorziale  nelle  singole 
sue  varietà.  Trovammo  in  essa  moltissime 
disposizioni  che  anche  nelle  recenti  rac- 
colte di  leggi  e  regolamenti  in  materia  di 
pubblica  amministrazione  andarono  inos- 
servate od  obbliate,  e  vi  trovammo  qua  e 
là  con  sana  critica  esaminate  e  corrette  le 
basi  da  cui  trassero  l'origine,  e  dedotta 
a  posteriori  la  ragione  giuridica,  secondo 
la  quale  i  consorzj  sono  prezioso  patri- 
monio della  civiltà  moderna. 

Ciò  rimarchiamo,  per  esempio,  in  pro- 


ED    AGRONOMO  123 

posilo  alla  non  da  tutti  ricordata  decla- 
ratoria portata  dal  Decreto  2  marzo  1826 
della  già  Cancelleria  Aulica  in  Vienna,  sta- 
tuente la  priorità  per  l'esazione  delle  im- 
poste consorziali  in  via  fiscale,  come  per 
l'esazione  delle  imposte  dirette  sui  fondi 
comprcnsoriali,  a  fronte  delle  ipoteche  e 
dei  vincoli  anteriori  al'ficicnti  i  fondi  stessi; 
declaratoria  non  riportata  in  alcune  recenti 
raccolte  di  leggi  e  regolamenti  assai  divul- 
gate, e  che  avverte  chi  acquista  o  riceve 
in  pegno  beni  comprensoriali  di  non  fi- 
darsi dei  soli  titoli  di  provenienza,  e  dei 
certificati  ccnsuarj  ed  ipotecarj,  e  delle  bol- 
lette dei  carichi  pagati  sulP estimo,  per 
conoscere  il  grado  di  libertà  di  quei  beni. 

E  per  altro  esempio  adduciamo  la  ri- 
portatavi Circolare  1.°  agosto  1837  dell'I. 
R.  Governo  Veneto  (del  pari  annessa  nelle 
dette  raccolte)  con  cui  si  diramò  la  de- 
cisione Aulica  indirizzata  al  Governo  Lom- 
bardo, onde  la  erezione  del  consorzio  giusta 
la  legge  20  aprile  1804  ed  il  regolamento 
del  1806  fu  ritenuta  suscettiva  di  coazione 
anche  fra  gli  investiti  utenti  d'acque  d'ir- 
rigazione, comechè  non  contemplati  let- 
teralmente in  quella  legge  ed  in  quel  re- 
golamento, e  ciò  per  motivi  per  altro  che 
l'autore  saviamente  vuole  retlilicati,  perchè 
dedotti  dal  solo  caso  speciale  che  le  acque 
d'irrigazione,  oggetto  della  disputa  portata  a 
cognizione  della  Cancelleria  Aulica,  trae- 
vano origine  da  un  fiume,  ed  erano  quindi 
di  pubblica  concessione  od  investitura,  men- 
tre l'autore  con  più  giusto  criterio  opina 
che  gli  interessi  generali  dell'agricoltura, 
e  della  migliorazione  dei  terreni,  indipen- 
dentemente dall'origine  pubblica  delle  ac- 
que, bastino  a  radicare  il  diritto  negli 
utenti  di  acque  irrigue  di  costituirsi  in 
consorzio  legale  malgrado  la  opposizione 
di  taluni  degli  stessi  utenti. 

E  difalto  nella  pratica  amministrativa 
attuale  si  è  veduto  trionfare  quest'ultimo 
principio  senza  il  concorso  del  motivo  della 
origine  pubblica  delle  acque,  nò  della  prova 
della  loro  concessione  da  parte  dello  Stato, 
o  del  sommo  imperante;  e  chi  scrive  questi 
cenni  ne  fece  lo  sperimento  per  la  roggia 
di  Fara  in  territorio  bergamasco,  derivante 
da  una  roggia  di  privata  ragione  (la  Vai- 
lata),  e  per  la  roggia  Valmeria  nei  comuni 
di  Mandello   e  Tonzanico,  figliale   di    un 


i24  GIORNALE  DEL 

torrcrilc  che  la  pubblica  amministrazione, 
almeno  nel  suo  tratto  supcriore,  non  ri- 
tiene di  pubblica  appartenenza  in  senso 
di  legge,  e  per  la  roggia  Babbiona  in  pro- 
vincia di  Crema,  che  quantunque  generala 
dal  Serio,  fu  sottoposta  a  regolare  con- 
sorzio per  gli  addotti  motivi"  del  numero 
elevato  degli  utenti,  della  vastità  del  ter- 
ritorio irrigato,  e  dei  disordini  della  pre- 
cedente amministrazione  sociale,  e  non  pel 
motivo  insignificante  che  le  acque  proce- 
devano da  un  fiume,  col  quale  poi  nulla 
più  avevano  di  comune. 

Le  disquisizioni  che  Fautore  ha  disse- 
minate nel  suo  libro  sono  trattate  con 
molta  semplicità  e  chiarezza,  senza  appa- 
ralo oratorio,  né  pedanteria  scolastica: 
facile  è  la  sua  frase,  senza  contorsioni  l'ar- 
gomentazione. E  il  pregio  più  notevole  di 
esso  è  la  ricchezza  delle  fonti  positive  onde 
egli  ha  attinto  la  sua  materia,  talché  la 
storia  della  legislazione  italiana  in  punto 
alle  acque,  in  questo  ramo  maestra  senza 
contrasto  delle  legislazioni  straniere,  vi  è 
tracciata  e  documentata  in  grado  di  per- 
fezione, talché  eviterà  fatiche  ed  errori  chi 
ricorrendo  ad  essa  voglia  illustrare  questo 
punto  prezioso  delle  patrie  memorie. 

A  chi  già  scrisse  sul  proposito  del  trat- 
tato del  sig.  Bosio  apparve  difetto  il  non 
aver  egli  combinatamente  coordinati  i  prin- 
curj  e  le  norme  delle  leggi  vigenti,  che 
fonmano  il  diritto  delle  acque,  considerate 
nei  rapporti  civili.  Non  sappiamo  per  vero 
accogliere  per  buona  questa  critica,  come 
quella  che  nasce  piuttosto  dall'  ignorare 
la  differenza  che  passa  fra  il  diritto  con- 
sorziale delle  acque  e  il  diritto  in  ge- 
nere sulle  acque  istesse  e  sugli  acque- 
dotti. Avanti  tutto  è  da  notarsi  che  la  ra- 
gione civile  delle  acque  e  degli,  acquedotti 
è  già  largamente  sviluppata  nel  celebre 
trattato  .di  Gian  Domenico  Romagnosi,  e 
nell'aureo  testo  del  pavese  Pecchio  cb' ci 
prese  a  commentare,  e  che  è  tuttodì  l' o- 
racolo  principalmente  del  foro  lombardo, 
in  cui  più  di  sovente  ricorrono  le  con- 
testazioni civili  in  materia  di  acque.  D'al- 
tronde il  Bosio,  che  non  ha  inteso  di  rifare  i 
trattati  del  Pecchio  e  del  Romagnosi,  avea 
ragione  di  rispettare  i  limiti  naturali  del 
tema  da  lui  trascelto. 

Se  per  altro-ù  lecito  in  questo  resoconto 


l'ingegnere 

del  lavoro  del  signor  Bosio  notare  alcune 
cose  in  cui  sembra  trasgredita  la  genera- 
lità delle  vedute,  e  mancata  alquanto  la 
lena  a  segnalare  le  massime  precise  o  le 
indecisioni  delle  vigenti  leggi  sui  consorzj, 
ci  permetteremo  di  avvertire  le  seguenti. 

Al  |  4  egli  distingue  i  consorzj  di  difesa, 
da  quelli  di  scolo  e  di  irrigazione..  Ci  parve 
essenziale  che  si  dovessero  colà  annoverare 
anche  i  consorzj  di  acque  applicate  all'in- 
dustria manifatturiera.  L'analogia  di  questi 
con  quelli  di  irrigazione  non  dispensava 
dal  farne  cenno  particolare:  l'ometterli  in 
un  trattato,  e  proprio  nel  momento  in  cui 
si  vogliono  classificare  tutti  i  consorzj,  trae 
alla  fallace  credenza  che  non  ne  esistano, 
e  che  le  società  di  utenti  d'acque  per  uso 
di  opificj,  non  siano  ammesse  al  beneficio 
del  consorzio  regolare.  Ed  è  notorio  che 
le  roggie  irrigatrici  quasi  sempre  servono 
eziandio  al  movimento  di  ruote  idrauliche, 
i  di  cui  padroni  sono  parificati  a  quelli 
dei  fondi  irrigui,  e  compartecipano  ai  pesi 
ed  ai  diritti  sociali.  Anzi  vi  hanno  acque- 
dotti esclusivamente  applicati  agli  opificj, 
gli  utenti  dei  quali  dovettero  erigersi  in 
consorzio,  quale  la  già  mentovata  roggia 
Valmeria  in  Comune  di  Mandello.  D'al- 
tronde la  legge  20  aprile  1804  che  ha 
parificato  l'acqua  d'irrigazione  all'acqua 
destinata  agli  opificj  nel  diritto  all'acque- 
dotto coattivo,  patentemente  non  escludeva 
quest'ultima  dal  diritto  consorziale,  se  alla 
prima  virtualmente  lo  accordava,  come 
l'autore  ha  dimostrato  coi  ragionamenti 
diretti,  colle  avvenute  declaratorie,  e  colle 
prove  di  fatto. 

Al  |  19  egli  imprende  ad  .enumerare 
e  conterminare  i  diritti  dei  consorzj.  Lo 
scabroso  tema,  massime  in  causa  dell'or- 
dine trascelto  ad  esaurirlo,  imponeva  forse 
una  più  seria  meditazione,  ed  uno  sviluppo 
più  accurato. 

Primo  fra  questi  diritti  si  addila  quello 
che  è  essenziale  e  caratteristico  dei  con- 
sorzj, di  nominare  i  proprj  rappresentanti, 
e  di  amministrare  da  sé  o  col  mezzo  di 
quelli  i  proprj  interessi  solto  la  ispezione 
dello  Stato,  e  giusta  le  norme  vcglianti. 
A  meno  che  al  vocabolo  amministrare  l'au- 
tore qui  attribuisca  un  significato  diverso 
da  quello  fissato  da  lutti  i  Codici  Civili, 
non  saprebbesi  perchè  egli  pose  la  disgiun- 


ARCHITETTO 

tiva  o  fra  il  consorzio  e  i  suoi  rappre- 
sentanti chiamali  ad  esercitare  l'ammini- 
strazione. Fors'  egli  attribuì  a  quella  par- 
ticella un  significato  esplicativo,  nel  q uà  1 
caso  però  dovea  dire  ossia  col  mezzo  di  quelli 
per  ovviare  ogni  dubbio.  È  manifesto  però 
e  notorio,  che  i  consorzj  si  debbono  am- 
ministrare, e  si  amministrano  mediante  le 
delegazioni:  altrimenti  il  consorzio  rego- 
lare sarebbe  una  vana  parola,  e  vi  avrebbe 
tuttora  la  sola  società  primitiva  di  utenti 
liberi,  e  talvolta  capricciosi  gestori  della 
loro  quota.  È  quindi  inesatta  l'idea  del- 
l'autore che  il  consorzio  si  amministri  da 
sé,  la  quale  non  si  accorda  collo  spirito  e 
cella  lettera  della  legge. 

Il  quarto  diritto  che  Fautore  rileva  esi- 
stente nei  consorzj  è  quello  della  espro- 
priazione per  le  opere  consorziali.  Egli  lo 
deriva  con  giusto  criterio  dalla  legge  20 
aprile  1804,  che  ad  un  tempo  è  fondamento 
giuridico  del  diritto  consorziale  e  del  di- 
ritto maestatico  di  espropriazione  pei  la- 
vori concernenti  le  acque  pubbliche  e  lepri- 
vate,  cioè  le  acque  di  qualunque  categoria 
o  natura.  Ma  la  sostanzialo  diversità  nel- 
l'oggetto e  nelle  conseguenze  degli  art.  51 
q  52  della  legge  20  aprile  1804  da  lui 
addotti  a  dimostrazione  del  diritto  di  espro- 
prio competente  ai  consorzj,  traeva  natu- 
ralmente a  meglio  specificare  il  diritto 
istesso,  perchè  da  una  più  chiara  nozione 
di  cosi  importante  privilegio  nascesse  per 
corollario  spontanea  la  regola  da  seguirsi 
nel  caso  di  averlo  ad  esercitare.  E  di  fatto 
l'art.  51  si  riferisce  ad  opere  fluviali  od 
intorno  ad  acque  pubbliche,  per  le  quali 
sia  constatata  la  pubblica  utilità;  l'art.  52 
contempla  gli  acquedotti  privati,  pei  quali 
non  è  d'uopo  constatare  l'utilità  pubblica. 
Col  primo  articolo  l'esproprio  avviene  verso 
l'indennizzazione  ordinaria:  col  secondo 
verso  pagamento  del  terreno  occupando  in 
misura  del  suo  valore  più  un  quarto.  Ora 
.se  i  consorzj  hanno  esistenza  giuridica, 
come  avverte  l'autore,  perchè  in  massa  gli 
interessi  de' loro  membri  costituiscono,  per 
così  dire,  un  interesse  pubblico,  non  sa- 
rebbe forse  vero  perciò  che  le  opere  de- 
liberate dai  consorzj,  ancorché  destinate 
alla  sola  derivazione  d'acque  per  irriga- 
zione od  opificj,  siano  già  implicitamente 
ritenute  di  pubblica   utilità,  ed  eseguibili 


ED   AGRONOMO  125 

mediante  esproprio  verso  la  semplice  in- 
dennità? in  tal  caso  sarebbe  inutile  attri- 
buire ai  consorzj  il  diritto  di  esproprio  in 
base  all'art.  52  di  legge  succitato.  Il  qual 
diritto  poi  per  avventura  nel  caso  di  apri- 
mcnto  di  un  nuovo  canale  per  oggetto 
d'irrigazione  o  di  opificj  potrebbe  varia- 
mente farsi  valere  in  confronto  di  un  pri- 
vato inscritto  o  non  inscritto  nel  consorzio, 
di  modo  che  l' opera  divisata  quantunque 
di  utile  ingente  al  consorzio  ed  approvata 
perciò  dall'Autorità  tutoria  degli  interessi 
consorziali,  posta  al  vaglio  nella  sede  con- 
tenziosa esperibile  da  chi,  non  ascritto  al 
consorzio,  negasse  la  concorrenza  in  essa 
della  pubblica  utilità,  risultasse  appunto 
priva  di  questo  carattere,  e  la  sua  effet- 
tuazione potesse  avvenire  soltanto  dietro 
la  maggiore  indennizzazione  promessa  dal- 
l'art. 52  della  legge  1804.  Importava  quindi 
che  il  diritto  di  esproprio  venisse  ben  de- 
finito nelle  sue  fasi,  massime  poi  per  far 
adito  alla  conoscenza  delle  procedure  da 
esperirsi  nei  casi  di  contrasto,  che  sono 
il  tema  dell'ultima  parte  del  trattato. 

Al  §  21  sono  classificati  i  consorzj  in 
t'olonlarj  e  coattivi.  Ai  primi  si  ascrivono 
quelli  formati  per  voto  spontaneo  de' suoi 
membri:  ai  secondi  quelli  ordinati  dall'Au- 
torità. Immensa  lacuna  vi  ha  tra  queste 
definizioni  quanto  grado  può  esservi  di 
disparità  di  opinioni  fra  gli  interessati 
sul  punto  se  debbano  o  no  riunirsi  in 
consorzio  regolare.  L' autore  suppone  i 
due  soli  casi  dell'unanime  assenso,  e  del- 
l' unanime  dissenso  de'  socj  ad  accettare 
le  norme  consorziali.  Perchè  non  rimar- 
care nella  sezione  importantissima  della 
istituzione  dei  consorzj  se  e  come  l'auto- 
rità pubblica  possa  negare  persino  ai  socj 
unanimi  nel  voto  positivo,  di  erigersi  in 
consorzio,  ed  obbligarvi  al  contrario  i 
socj  unanimi  nel  voto  negativo?  È  nolo  che 
questa  tesi  di  diritto  amministrativo  è  mal 
definita  nelle  leggi,  e  che  fu  in  modo  vario 
considerata  in  casi  ditferenti,  e  sotto  l'in- 
fluenza di  circostanze  peculiari. 

Al  1 42  l'autore  tratta  l'oscuro  argomento 
degli  attributi  delle  adunanze  consorziali,  e 
si  pronuncia  per  una  illimitata  e  quasi  esclu- 
siva autorità  delle  delegazioni  ordinaria  e 
straordinaria,  come  se  di  conseguenza  i 
membri  della  società  fossero  interdetti  di 


12(i  GIORNALE  DELL 

ogni  prerogativa  civile  e  politica,  salvo  la 
sola  di  eleggere  i  delegati  a  far  da  padrone 
assoluto  per  tutti.  Posto  il  principio  di- 
chiarato dall'autore  istesso  (§  19)  che  le 
delegazioni  amministrano  il  consorzio;  rite- 
nuto che  le  delegazioni  straordinarie,  sic- 
come eccezionali,  non  hanno  che  le  facoltà 
limitate  dalla  legge  che  ne  ammette  o  pre- 
scrive la  temporanea  istituzione,  sembra 
manifesto  che  i  poteri  delle  delegazioni  in 
via  ordinaria  non  sono  che  quelli  precisati 
dalla  legge  generale  (Codice  Civile)  per 
gli  amministratori,  ed  in  via  straordinaria 
sono  quelli  per  cui  le  delegazioni  straor- 
dinarie sono  state  nominate.  Il  perchè  dove 
l'autore  suppone  concentrata  in  poche  mani 
la  direzione  dei  consorzj  per  negare  alle 
adunanze  il  volo  deliberativo  negli  affari 
trascendenti  la  pura  amministrazione,  a- 
vrebbe  deviato  con  uno  scambio  di  parola, 
dal  giusto  concetto  delle  facoltà  delle  de- 
legazioni tino  a  crederle  estese  al  transi- 
gere, al  sostener  liti  e  simili,  quindi  for- 
s' anche  ad  ipotecare,  ad  accordar  cancel- 
lazioni ipotecarie,  a  vendere,  ecc.,  facoltà 
che  per  legge  non  si  possono  esercitare  dai 
rappresentanti  se  non  dietro  mandato  e- 
spresso  dei  rappresentati ,  cioè  nel  caso 
nostro  dell'adunanza  consorziale,  come  non 
si  esercitano  neppure  dalle  Deputazioni  Co- 
munali e  dalle  Congregazioni  Municipali 
se  non  per  voto  degli  estimati  o  dei  con- 
siglieri comunali. 

Il  titolo  della  competenza  delle  Autorità 
in  materia  consorziale,  ci  è  sembrato  di 
uno  sviluppo  troppo  gretto,  e  meno  adatto 
a  porgere,  come  doveasi  attendere  da  un 
trattato,  un'idea  fondamentale  di  que- 
sta delicata  materia,  nella  quale  inciam- 
pano bene  spesso  non  pure  i  membri  e  i 
delegati  dei  consorzj,  ma  le  stesse  magi- 
strature, che  sovente  per  peritanza  lascia- 
rono senza  provvedimento  le  più  procaci 
ed  utili  misure  desiderate  e  votate  a  mag- 
gioranza, ma  senza  unanimità,  dalle  società 
cornprensoriali,  di  che  lo  scrivente  di  questi 
cenni  ebbe  ad  osservare  notevoli  esempj. 

Il  sig.  Bosio  sarebbesi  in  questo  titolo 
limitato  ad  un  elenco  numerico  delle  attri- 
buzioni delle  autorità  amministrativa  e  giu- 
diziale, senza  dapprima  segnalare  l'indole 
comune  che  le  devolve  all'una  ovvero  al- 
l'altra, sicché  da  un  criterio  generale  ben 


INGEGNERE 

definito  fosse  facile  desumere  quanti  corol- 
lari si  volessero. 

Egualmente  lascia  desiderio  di  una  ra- 
zionale trattazione ,  e  di  un  più  ampio 
sviluppo  la  materia  della  procedura  in  af- 
fari consorziali,  ultima  del  trattato,  la  quale 
doyea  poi  mettersi  a  riscontro  di  tutti  gli 
oggetti  anteriormente  discussi,  ed  anco  po- 
tevasi  utilmente  dilucidare  con  casi  pratici. 

Ma  tutte  queste  osservazioni  non  val- 
gono ad  oscurare  il  merito  intrinseco  del- 
l'opera, e  l'eminente  opportunità  di  essa 
per  chi  di  consorzj  debba  occuparsi  come 
parte  attiva  o  come  organo  sussidiario, 
o  come  giudice. 

È  oltremodo  desiderabile  che  principal- 
mente a  comodità  ed  a  migliore  educa- 
zione della  classe  dei  periti,  in  queste 
Provincie  eminentemente  agricole  adope- 
rati in  oggetti,  nei  quali  è  indispensabile 
un  criterio  ed  una  istruzione  legale  este- 
sissima, a  pari  almeno  se  non  a  preferenza 
che  degli  oggetti  industriali,  che  sono  al 
contrario  di  principale  istituto  dei  periti 
oltramontani,  venisse  imitato  l'esempio  del 
sig.  Bosio,  riducendo  a  trattato  della  forma 
da  lui  prescelta,  altre  materie  di  attinenza 
legale  inseparabili  da  una  squisita  cogni- 
zione delle  materie  tecniche,  e  che  non  s'im- 
parano di  presente  da  loro  che  per  via  di 
una  troppo  angusta  lezione  universitaria, 
e  per  la  parola  non  sempre  chiara  e  pre- 
cisa del  pratico  educatore,  ovvero  pel  con- 
tatto accidentale  coi  giurisperiti.  A  tali  ma- 
terie apparterrebbero  =  le  norme  generali 
e  speciali  di  legge,  e  dei  regolamenti  di 
pubblica  amministrazione  per  le  stime,  =  le 
norme  fondamentali  per  la  erezione  dei 
bilanci  d'affitto,  di  usufrutto  e  di  enfiteusi 
=  le  idee  generali  sul  possesso  e  sulla  pro- 
prietà dei  beni  stabili,  e  sulle  servitù,  e  si- 
mili. Il  giovamento  che  proverebbesi  dalla 
diffusione  di  siffatti  libri  sarebbe  incalcola- 
bile si  nell'interesse  della  giustizia,  che  pel 
decoro  della  per  altro  già  tanto  rispettabile 
e  benemerita  classe  dei  periti  di  queste 
Provincie  lombardo-venete. 

Il  sig.  Bosio  ha  poi  dato  peso  enorme 
al  suo  libro  con  un'appendice  costituita 
del  testo  completo  delle  antiche  e  delle 
moderne  leggi  sulle  acque  e  sui  consorzj 
non  meno  che  di  alcuni  piani  e  statuti  con- 
sorziali, del  quadro  statistico  dei  consorzi 


ARCHITETTO 

veneti,  e  dei  voluminosi  trattati  sull'uso 
delle  acque  del  Tartaro  coi  loro  allegati. 
Le  prime  parti  dell'appendice  sono  ve- 
ramente di  essenziale  bisogno  per  validare 
il  suo  trattato,  risparmiando  ai  lettori  le 
difficoltà  ili  ricorrere  ai  Codici  colla  guida 
di  una  mera  citazione.  Le  ultimo  lascian 
luogo  al  rimarco  di  una  predilezione  da 
lui  accordata  ai  eonsorzj  veneti,  non  avendo 
egli  in  pari  grado  fatta  conoscere  la  con- 
dizione dei  eonsorzj  lombardi,  quantunque 
il  trattato  lo  promettesse  nel  suo  titolo. 
E  si  clic  in  Lombardia  vi  hanno  eonsorzj 
importantissimi,  e  di  recente  riforma  pres- 
soché modellare,  de' quali  al  pari  dei  ve- 
neti si  potevano  offerite  gli  statuti  all'e- 
same degli  studiosi. 

Non  è  per  altro  da  mal  animo  verso  l'au- 
tore, ma  dal  desiderio  che  più  si  diffondesse 
il  suo  libro,  dettato  l'avvertimento  già  fat- 
togli da  taluno  che  la  mole  dell'appendice 
rende  troppo  costosa  l'opera  ed  inacces- 
sibile il  suo  acquisto  al  maggior  numero; 
come  non  sembra  speculazione  ben  intesa 
quella  che  credette  di  fare  il  sig.  Bosio  ri- 
stampando nel  suo  volume  i  Trattati  del 
Tartaro,  di  cui  diffìcilmente  si  trovano 
esemplari,  speculazione  che  egli  oppose  per 
sottrarsi  a  quell'avvertimento.  Con  mode- 
stia eccessiva  egli  ha  forse  voluto  mediante 
l'appendice  dar  merito  al  suo  trattato,  che 
era  già  per  sé  abbastanza  commendevole. 

Ing.  Achille  Cavallini. 


Snir  Insegnamento  dell  arebi- 
tettur.T. 

Una  voce  che  arriva  a  noi  d'oltremonte 
accusa  i  precettisti  dell'italiana  architet- 
tura; e  causa  della  decadenza  di  quest'arte 
sono  indicati  quegli  uomini  che  ebbero  per 
alunni  e  seguaci  Delorme,  Iones,  Gold- 
mann  ed  altri  sommi  architetti  francesi, 
inglesi,  ed  alemanni,  ora  poco  meno  che 
disprezzati  da  una  nuova  scuola  d'archi- 
tettura, la  quale  ai  precetti  intenderebbe 
sostituire  l'istinto  dell'uomo,  le  contem- 
plazioni e  le  aspirazioni  del  mondo  esteriore, 
e  un  non  so  che  d'altro  di  spirituale,  in- 
definito, dettato  dall'estetica  o  suggerito  da 
una  filosofia  pura,  quasi  evangelica.  Pare 


ED  AGRONOMO  127 

insomma  voglia  la  nuova  scuola  tentare  di 
evocare  il  fuoco  clic  riscaldava  la  mente 
ed  il  cuore  d'un  Pietro  de  Montrcuil,  d'un 
Ervino  de  Stcimbac,  e  dell'architetto  del 
nostro  Duomo  di  Milano. 

La  nuova  scuola  dice:  La  natura  ci  ha 
prestato  un'  infinità  di  modelli  ricchi  e  va- 
riati di  forme,  di  colori,  di  attributi,  e  di 
rapporti  armoniosi,  che  commuovono  emi- 
nentemente i  nostri  sensi,  e  attivano  la  po- 
tenza creatrice  dell'uomo;  e  ci  ha  fatto  co- 
noscere talune  leggi,  ed  il  meccanismo 
delle  forze  che  animano  e  vivificano  que- 
sto creato.  —  Non  soggiunge  a  dire  il  come 
tali  elementi  astratti  si  possono  tradurre 
nelle  linee,  nelle  forme  e  nella  materia 
architettonica;  con  quali  mezzi,  e  per  quale 
potenza  compilarli,  coordinarli;  e  trasfon- 
dere l'essenza  e  l'espressione  di  questi  ele- 
menti nell'edificio  d'una  chiesa,  d'un  pa- 
lazzo, e  d'un  qualsiasi  altro  fabbricato.  —   é 

Allo  stato  in  cui  è  giunta  la  società  non 
pare  possibile  rifare  da  capo  l'arte  in  si- 
mili termini  estremi;  nò  ritornare  l'uomo 
allo  stato  di  natura,  come  farebbe  mestieri 
per  abbozzarla,  e  cavarla  ab  ovo  dal  caos 
delle  sensazioni.  È  una  bella  idea,  ma  im- 
praticabile, e  come  tale  poco  o  nulla  pro- 
fìcua all'incremento  dell'arte. 

L'arte  esiste  e  dobbiamo  presentarla 
positiva  qual  è.  I  precetti  d'un  Alberti, 
vigorosi  di  principj  fecondi,  che  sino  ai 
nostri  tempi  si  estesero  per  tutta  l'Europa, 
e  che  si  accordano  con  tutte  le  architet- 
ture, si  vorrebbero  annullati  dalla  nuova 
scuola.  Non  ammettono  gl'innovatori  che 
dobbiamo  alle  traccie  grandiose  e  certe  di 
questi  precetti  le  meravigliose  fabbriche 
di  cui  vanno  superbe  tante  città,  lodate 
dal  consenso  di  popolazioni  divergenti  di 
bisogni,  di  gusto,  e  di  tradizioni  arti- 
stiche. 

La  nuova  scuola  si  slancia  nel  suo  pro- 
gramma, senza  forse  prevedere  che  per 
vincere  e  soverchiare  gli  effetti  esercitati 
sulla  nostra  educazione  dai  monumenti 
esistenti,  i  quali  hanno  tanta  influenza  sul 
nostro  modo  di  vedere  e  di  sentire,  è  indi- 
spensabile di  contrapporre  un'altra  essenza 
d'arte  squisita,  energica  e  feconda  più  di 
quella  che  intende  di  abbattere.  Pare  non 
prevedano  gl'innovatori  l'improbabilità  di 
sistemare  una  nuova  architettura  senza  ri- 


\<2S  GIORNALE  DELL' 

correre  ai  principi  sanzionati  dall'  espe- 
rienza, alle  forme  già  stabilite,  in  una  pa- 
rola all'arto  da  noi  posseduta.  — 

Anzi  siamo  d'avviso  che  non  sia  pos- 
sibile una  nuova  architettura  senza  fissare 
il  suo  punto  di  partenza,  o  in  altri  ter- 
mini senza  il  suo  congiungimento  od  adden- 
tellato col  nostro,  qualunque  siasi,  odierno 
stato  di  fabbricare.  — 

I  bisogni  e  i  costumi,  e,  se  si  vuole,  i  pre- 
giudizi dell'umana  società  comandano  e 
guidano  l'architettura;  essi  costituiscono 
una  potenza  che  seppe  farsi  obbedire  ovun- 
que; i  fatti  lo  dimostrano:  trascurato  quindi 
il  suo  intervento  dai  componenti  dell'arte, 
l'architettura  sarà  vagante  e  staccata  mo- 
ralmente dalla  società.  — 

La  nuova  scuola  potrà  allontanarla  dai 
giri  viziosi  del  classicismo;  ma  colle  sue 
aspirazioni,  so  non  avrà  i  riguardi  impo- 
sti dall'attualità,  potrà  anche  gettarla  nei 
vizj  d'un  altro  stile  e  d'un'altra  maniera 
d'architettura.  Non  avremo  "pia  in  allora 
le  gofferic  accozzate  nel  tempio  di  S.  Carlo, 
ma  avremmo  quelle  provenienti  da  uno 
stile  qualunque,  preso  ad  imitazione  dalla 
nuova  scuola.  — 

Si  comprende  come  sia  possibile  di 
seguire  e  disciplinare  i  germi  dell'arte 
emergenti  sempre  vegeti  dai  crescenti  bi- 
sogni, come  si  possa  ornarli,  caratterizzarli, 
e  prestar  loro  una  iisonomia  propria  in  ar- 
monia col  gusto  del  tempo,  che,  secondo 
la  pensiamo,  dovrebb'essere  questo  il  pro- 
gramma della  nuova  scuola;  ma  un  salto 
dal  presente  all'impianto  od  all'innesto  d'un' 
architettura  d'altri  tempi,  siccome  tentano 
gl'innovatori ,  è  tale  un  quesito  che  con- 
fessiamo di  non  comprendere.  Dall'espe- 
rienza risulta  non  dipendere  da  una  scuola 
il  dire:  Cosi  va  bene.  L'intelligenza  unanime 
soddisfatta  ne'  suoi  bisogni  e  ne'  suoi  pia- 
ceri è  quella  che  pronuncia  un  tale  giu- 
dizio. Se  l'accusa  degli  oltremontani  si  limi- 
tasse a  voler  confusi  i  pedanti,  i  molti- 
plicatori delle  incongruenti  prescrizioni 
dettate  sull'architettura;  se  trattasse  di 
cacciare  dall'insegnamento  coloro  che  l'ap- 
poggiano ai  commenti  di  Vitruvio  e  dei 
Cinquecentisti;  se  gridasse  la  crociata  con- 
tro chi  pretende  far  discendere  dalle  se- 
ste lo  scibile  architettonico,  siamo  con 
loro;  e  con  loro  francamente  gli  accusiamo 


INGEGNERE 

d'aver  fatta  ingiuria  all'arte,  d'avere  date 
nelle  mani  d'una  marmaglia  di  mediocrità 
alcuni  elementi  di  fabbricare,  coi  quali  co- 
testi saccenti  credonsi  artisti,  si  vantano  ar- 
chitetti abilitati;  ma  che  non  hanno  fon- 
damento di  scienza;  e  la  loro  ignoranza 
serve  ad  ingannare  i  clienti,  e  ad  impin- 
guare la  oramai  storica  rapacità  degli  operaj. 
Siffatto  anatema  agli  ignavi  non  è  nuovo 
in  Italia;  i  nostri  esperti  artisti  disprezza- 
rono senza  posa  l'insegnamento  e  la  pra- 
tica dell'arte  ristrette  alla  servilità  dell'imi- 
tazione detta  classica,  dalla  quale  ci  yen- 
nero  regalati  stabilimenti,  palazzi  e  chiese, 
che  per  le  loro  gradinate,  pronai,  frontc- 
spizj,  addossamenti  e  soprapposizione  di  or- 
dini, sono  in  urto  coi  comodi,  coi  bisogni, 
coi  costumi  e  col  gusto  nostro,  e  non  di 
rado  in  urlo  colla  materia  di  cui  gli  stessi 
edificj  sono  formati. 

Ma  i  più  stemperati  partigiani  delle  inno- 
vazioni  in  fatto  d'architettura  si  spingono 
oltre,   e  dicono:  Il  risorgimento  soffoca 
l'incivilimento  iniziato  dal  medio  evo,  e  la 
mania  degli  architetti  del  cinquecento   di 
ricavare  ogni  cosa  dall'antichità  romana, 
fu  cagione  di  sperdere  le  belle  tradizioni 
del  secolo  di  Dante.  Alcuno  di  loro  più  ar- 
ditamente vorrebbe  perfino  dimenticata  e 
obbliata  la   civiltà   latina;  perchè  il  nudo 
fantasma  di  quella  antichità,  freddo  ina- 
nimato e  privo  di  colore,  ci  nasconde,  colla 
sua  massa  gigante,  tutti  i  fiori  e  le  va- 
rietà della  poesia  fantastica  del  medio  evo. 
D'altra  parte  nei  sapienti  lavori  dei  dotti 
viaggiatori  ed  archeologi ,  intrapresi    per 
illustrare    storicamente   ed  artisticamente 
gli  antichi  monumenti,  rinvennero  gl'in- 
novatori immensi  materiali  architettonici, 
opportuni  ad  accrescere  la  loro  suscettibilità, 
e  studiarono  le  antichità  indiane,  egiziane 
ed  etrusche;  seguirono  la  decadenza  del- 
l'impero dei  Cesari;  e  trassero  da  Costan- 
tinopoli l'architettura  bizantina ,  e  le  sue 
diramazioni  in  Oriente,  l'araba,  la  per- 
siana, la  moresca,  la  saracena  e  la  russa; 
ed  in  Occidente,  la  stessa  architettura  bi- 
zantina, la  latina  o  cristiana,  la  lombarda, 
la  romana,  o  romanza,  la  carolingia,^  la 
francala  sassone, la  normanna;  e  poi  un'ar- 
chitettura di  transizione;  in  seguito  la  go- 
tica a  sesto  acuto  od  ogiva!,  chiamata  ar- 
chitettura  nazionale  dai  Francesi  d'oggi- 


ARCHITETTO 

giorno;  e  questa  fu  divisa  in  primo,  se- 
condo, e  terzo  stadio;  distinta  anche  cogli 
aggiunti  di  stile  perpendicolare,  stile  Tu- 
dor  dagli  Inglesi;  e  di  stile  teutonico  da- 
gli Alemanni.  In  fine  nel  prospetto  delle 
divisioni  e  suddivisioni  dell'architettura, 
figurano  i  nomi  di  Fiorentina,  Pisana,  Sa- 
nese,  Veneziana,  Bramantesca,  Risorgi- 
mento e  d'Amboise. 

Ad  eccitare  viemeglio  i  nuovi  studii  fu 
tentata  la  compilazione  della   storia  del- 
l'Architettura: Battisier,  Hope,  Kuzler,  e 
un  buon  numero  d'altri  recenti  scrittori, 
non  escluso  il  nostro  Taccani,  cadauno  colle 
proprie  tendenze,  ed  anche  colle  proprie 
passioni,   dettarono  volumi  sparsi  di  sa- 
pienti e  ardite  ricerche.  Finora  però  un 
libro  tanto  necessario  pare  ancora  lontano 
dalla  verità;  perchè  le  favole,  i  pregiudizi 
e  le  presunzioni  intralciano  la  materia,  e 
imbarazzano  il  suo  sviluppo  chiaro  e  per- 
suasivo. E  a  desiderarsi  che  questo  sog- 
getto venga  trattato  da  un  uomo  dotto  ad 
un  tempo  ed  artista  capace  di  appianare 
sotto  uu  orizzónte,  per  dire  così,  palmare, 
tutte  le  scabrosità  prodotte  dal  tempo,  e 
intruse  dall'ignoranza  e  dalla  mala  fede. 
Sino  a  tanto  che  non  sarà  esaurita  la 
classificazione  cronologica,  esatta,  dei  su- 
perstiti monumenti,  e  da  esse  tratto,  quasi 
a  rigore  geometrico,  il  profilo  caratteristico 
delle  vane  fasi  dell'arte;   finché  non  sa- 
ranno determinati  con  precisione  i  diversi 
stili  d'architettura,  specialmente  quelli  che 
si  riferiscono  al  periodo  dal  quinto  al  tre- 
dicesimo secolo  (culla  dell'architettura  pre- 
conizzata dagli  innovatori),  sarà  a  nostro 
avviso  difficile,  per  non  dire  impossibile, 
la  stona  dell'arte.  Sino  allora  quindi  re- 
sterà incerto  e  confuso  l'insegnamento  del- 
1  architettura  dedotto  dall'eclettismo. 

Invochiamo  sollecita  la  storia  dell'arte, 
acciocché  scompajano  alcuni  nomi  d'ar- 
chitetture che  non  hanno  mai  esistito;  e 
perchè  alcune  altre  rientrino  in  queìla 
famiglia  di  cui  portano  indelebile  l'im- 
pronta, e  che,  non  ostante  la  loro  lontana 
peregrinazione,  conservano  tuttavia  il  ca- 
rattere di  provenienza.  Così,  abbia  fine  una 
volta  quel  copiare  e  ricopiare  gli  errori, 
quel  passarli  da  libro  in  libro,'  dall'una 
all'altra  mente,  quasi  allo  scopo  di  stabi- 
lire perpetuamente  l'ignoranza. 

Vt)l  ni  Settemb 


ED  AGRONOMO  499 

Questi  ed  altri  consimili  ostacoli  non 
tolgono  però,  alle  sentinelle  avanzate  do- 
gi innovatori,  di  vedere,  nel  complesso  dei 
monumenti  d'ogni  paese  e  d'ogni  stile 
(quantunque  non  ordinati)  una  ricca  sup- 
pellettile, opportuna  a  rifare  l'arte,  e,  come 
dicono  essi,  avviarla  ai  principii  del  sen- 
tire, alla  potenza  di  quella  mente  che  sa 
scoprire  il  velo  misterioso  della  natura. 
Ma,  fatti  poi  accorti  della  necessità  d'una 
teoria  più  omogenea  alla  pratica  possibi- 
lità, soggiungono:  che  studiando  nei  mo- 
numenti di  tutte  le  epoche  e  di  tutti  i 
popoli,  quelle  varietà,  rivelate  da  uomini 
di  genio,  si  giunge  più  sicuramente  a  suc- 
chiare gli  elementi  che  formano  i  com- 
ponenti e  le  condizioni  d'ogni  arte. 

Non  siamo  competenti,  per  ora,  ad  ana- 
lizzare l'aforismo  suddetto,  già  ripetuto 
da  scrittori  assai  stimati,  e  per  ultimo, 
da  chi  per  proprio  istituto  deve  intenderne 
preventivamente  gli  effetti;  e,  di  certo, 
egli  si  sarà  fatto  carico  di  distinguere 
materia  da  materia  d'insegnamento,  a  cui 
l'atorismo  può  riferirsi. 

Tuttavia,  osservato  quanto  arduo  sia 
insegnare  l'architettura,  anche  col  metodo 
tracciato  dai  trattatisti,  che  nei  termini 
d'uno  stile  unissono,  comprende  l'intero 
alfabeto  architettonico,  non  si  può  di 
leggieri  annuire  che  giovani,  quantunque 
di  forte  ingegno ,  possano  con  chiarezza 
d'idee  arrivare  al  possesso  dell'arte,  co- 
municata loro  mediante  una  congerie  di 
stili,  alcuni  non  determinati,  altri  insuffi- 
cienti, e  spesso  commisti  in  un  solo  monu- 
mento; e  che  richiedono  cognizioni  e  pra- 
tica non  comune  per  distinguerli ,  ed  una 
mano  assai  esperta  per  disegnarli. 

Ristretta  la  questione  poi  dell'insegna- 
mento sulla  base  dell'ecclettismo,  esso  ci 
presenta,  posto  a  confronto  col  metodo  dei 
trattatisti,  quel  rapporto  che  avvi  fra  un 
ragionamento  titubante,  saltuario  e  tal- 
volta contradicentesi,  con  altro  positivo, 
connesso  e  costantemente  concludente;  in- 
somma il  primo  è  incerto,  il  secondo  de- 
terminato; l'uno  buono  forse  a  comple- 
tare il  corredo  dell'architetto ,  ma  l'altro 
è  indispensabile  per  apprendere  l'archi- 
tettura. 

A  convalidare  le  difficoltà  e  le  complica- 
zioni dell'ecclettismo  nell'insegnamento  dei- 
re  1855.  yi 


130 

L'architettura,  esponiamo  alcune  osserva- 
zioni ,  suggeriteci  dall'  ispezione  fatta  al 
prospetto  storico  dell'' architettura,  testé 
pubblicalo  col  titolo:  Specchio  degli  ap- 
punti che  servono  di  guida  agli  allievi,  per 
le  lezioni  d'architettura,  dimostrata  coi  mo- 
numenti e  l'istoria  dal  professore  d'ar- 
chitettura nell'I.  R.  Accademia  di  belle  arti 
in  Milano,  dottor  Saverio  Cavallari. 

Protestiamo  che  il  solo  desiderio  di 
evitare  gli  errori  agli  studiosi,  o  di  sem- 
plificare, se  è  possibile,  la  materia,  è  lo 
scopo  delle  nostre  deduzioni. 

■1.  La  chiesa  di  S.  Sofia  a  Costantino- 
poli del  530  è  chiamata  tipo  dell'  archi- 
tettura bizantina.  — 

Troviamo  pure  nello  stesso  specchio: 
il  battistero  di  S.  Gio.  in  Fonte,  e  la 
chiesa  dei  S.  Nazaro  e  Celso  in  Ravenna 
del  quinto  secolo ,  entrambe  bizantine , 
anteriori  alla  S.  Sofia;  dal  che  si  ha  mo- 
tivo di  ritenere  che  l'architettura  detta 
bizantina  ha  il  suo  tipo,  ed  ebbe  la  sua 
origine  in  Ralia.  — 

Difatti,  lo  stile  bizantino  altro  non  è  che 
lo  stile  romano  corrotto.  Di  più,  essendo  la 
piccola  cupola  sopra  i  pennacchi  della  chiesa 
dei  SS.  Nazaro  e  Celso  suddetta  ante- 
riore alla 'cupola  di  S.  Sofia,  avvisiamo 
che  il  merito  di  tale  invenzione  è  dovuto 
all'Italia,  mentre  se  ne  accorda  la  vastità 
d'esecuzione  a  Risanzio. 

2  La  chiesa  di  S.  Francesco  in  Assisi, 
che  data  dal  1218  al  1230,  è  posta  dal 
sig.  Cavallari  neJP  elenco  dei  monumenti 
bizantini;  ma  è  ben  noto  che  è  di  stile 
arco-acuto.  Non  sarà  del  merito  delle  cat- 
tedrali ogivali  d'oltremonte,  sarà  d'un  go- 
tico-italiano, ma  è  impossibile  qualificarla 
di  stile  bizantino.  — 

3.  S.  Front  di  Perigueux  è  detto  mo- 
numento pagano  trasformato  in  chiesa. 

Viollet-lc-Duc,  scrittore  istrutto  molto 
in  questa  materia,  nel  suo  dizionario  d'ar- 
chitettura, ci  fa  conoscere  che  la  suddetta 
chiesa,  eretta  nel  984  è  quasi  la  riprodu- 
zione della  basilica  di  S.  Marco  di  Ve- 
nezia. La  pianta  e  gli  alzati  di  S  Front, 
pubblicati  in  diverse   opere,    convincono 

-  costituirono 


che  giammai  consimili  forme 
un  tempio  pagano. 

4.  Trasformazione  delle  piante  delle  cine 
se  in  Sicilia;  dove  la  croce  greca  viene  prò 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 

fangaia  dal  ima»  della  basilica  Cattedrale  di 
Cefalo  del  1132.  — 

La  croce  latina,  anche  con  cupola,  erasi 
già  praticata  prima  della  trasformazione 
avvenuta  in  Sicilia.  —  La  chiesa  di  S.  Mi- 
chele in  Pavia,  S.  Ambrogio  in  Milano, 
e  il  duomo  di  Pisa,  delPundecimo  secolo 
(posteriore  di  data  ai  due  monumenti  ac- 
cennati) sono  anteriori  di  quasi  un  secolo  ai 
monumenti  siciliani. 

5.  Architettura   che  si  direbbe  Fram- 
mentaria. Se   con  questo    aggiunto  si  in- 
tende dal  sig.  professore  indicare  l'epoca 
in  cui  si  adoperavano  i  frammenti  d'altri 
edifici  per  erigere  nuove  fabbriche  (tro- 
vandosi quest'uso  praticato  dall'epoca  della 
fondazione  delle  prime  chiese  fino  all'e- 
rezione del  palazzo  di  Venezia  in  Roma), 
non  ci  pare  opportuno  a  stabilire  la  de- 
terminata  maniera   di  stile   dell'epoca   a 
cui  si  riferisce  lo  Specchio  degli  appunti; 
e  tanto    meno   è   ammissibile  ,  perchè  è 
noto  1'  aggiunto  di  cristiana  all'  architet- 
tura di  quel  tempo.  Il  vocabolo  usato  dal 
Cavallari  non  ha  riscontro  in  buoni  scrit- 
tori. Coniare  nuove  voci  è  apportare  com- 
plicazione e  spesso   confusione;  e  perciò 
sia  lecito  dire  che  nessuna  differenza  può 
concedersi  fra    lombarda    e   longobarda , 
quando  si  accenna  alla  stessa  architettura; 
che  romanesca  per  indicare   l'architettura 
romanza  o  romantica,  è  voce  da  escludersi 
affatto,  poiché   romanesco  è  aggiunto  che 
significa  di  Romagna;  e  cosi  non  troviamo 
buona  la  parola   dorismo,  per  indicare  la 
maniera  e  l'ordine  dorico.  — 

6.  Nello  specchio  del  sig.  Cavallari 
lediamo:  Opere  d'Amboise,  che  ritraggono 
mollo  dell' 'architettura  della  Certosa  di  Pavia, 
impropriamente  intesa  sotto  la  denominazione 
di  bramantesca.  — 

Al  Cardinale  d'Amboise,  ministro  di 
Luigi  XII,  re  di  Francia,  fu  regalato 
dal  °suo  padrone  il  castello  di  Guillon , 
costrutto  nel  1500  collo  stile  del  risor- 
gimento, detto  dipoi  castello  d'Amboise. 
Si  sa  che  la  Certosa  presso  Pavia  fu 
compiuta  nel  1474.  Come  può  preten- 
dersi che  si  debba  proferire  un  nome 
straniero  ed  una  data  posteriore  per  addi- 
tare un'architettura  italiana  e  anteriore? 
perchè  anteporre  il  nome  d'un  Cardinale 
a   quello   d'un    Architetto    di  merito  si 


ARCHITETTO 

grande,  clic  gl'Italiani;  per  ammirazione, 
chiamarono  col  suo  nome  l'architettura  con- 
forme alla  sua  maniera?  Bramantesca  è 
poi  aggiunto  d'architettura  noto  e  stam- 
pato le  mille  volte.  — 

7.  L'architettura  lombarda,  nello  Spec- 
chio storico  del  sig.  Cavallari,  prende  un 
posto  importante. 

/  caratteri  dell' architettura  sassone  licitino 
somiglianze  con  quelli  dell" architettura  lom- 
barda. — 

Se  questa  architettura  sassone  è  somi- 
gliante alla  lombarda ,  siccome  scrive  .il 
sullodato  professore,  perchè  ne  fece  una 
separazione  ?  La  diversità  di  paese  ove  venne 
eseguita  non  è  titolo  per  cambiarla  di 
nome.  L'architettura  romana,  per  esem- 
pio ,  è  sempre  romana  in  Asia,  in  Grecia, 
in  Africa,  in  Francia  e  ovunque  fu  por- 
tata. —  l 

I  monumenti  sassoni  in  Inghilterra , 
classificati  nello  Specchio  suddetto,  sono 
essi  pure  di  architettura  lombarda;  ciò 
è  confermato  dal  Hope  al  cap.  XX.  della 
Stona  dell'  architettura;  e  a  lui  ci  ripor- 
tiamo, perchè  lo  attesta  con  documenti 
storici. 

Ne'monumenti  sassoni  in  Germania,  cioè 
di  Colonia  ,  Bonn ,  Coblenza  ,  Magonza  , 
Spira  e  Worms,  riscontriamo  si  fattamente 
lo  stile  lombardo,  che  al  confronto  corre 
più  differenza  fra  le  fabbriche  di  Michelan- 
gelo, per  esempio,  e  quelle  di  Palladio, 
annoverate  fra  le  cinquecentiste,  di  quella 
che  si  possa  rinvenire  fra  il  S.  Ambrogio 
di  Milano  e  i  due  Duomi  di  Parma  e  di 
Modena,  confrontati  coi  monumenti  di 
Colonia,  Bonn  e  Magonza.  — 

8.  Gli  architetti  lombardi  diffusero  la  loro 
architettura  al  Nord  della  Francia,  al  Reno, 
e  nell'Italia  meridionale.  S.  Guglielmo  d'I- 
vrea ,  chiamato  da  Riccardo  di  Normandia 
nel  1010,  conduce  seco  molti  architetti  lom- 
bardi, fonda  colà  più  di  40  monasteri.  In- 
fluenza deli architettura  lombarda  sopra  quella 
normanna. 

Domanderemo!  quale  architettura  aveva 
la  Normandia  prima  dell'andata  di  S.  Gu- 
glielmo? Se  non  ne  aveva  ,  come  è  di 
latto,  non  può  stare  che  la  lombarda 
architettura  abbia  influito  sulla  normanna. 
Lo  stesso  Specchio  del  professore  fa  co- 
noscere   che   l'architettura    normanna  in 


ED   AGRONOMO  ^{J 

Francia  è  formata  con  elementi  lombardi; 
in  Inghilterra  con  elementi  sassoni,  i  quali 
sono  pur  sempre  lombardi,  come  dimostra 
il  succitato  Hope.  Nell'Italia  meridionale, 
l'architettura  normanna  non  ha  di  nor- 
manno che  il  nome  dei  dominatori  sotto 
i  quali  furono  eretti  i  monumenti. 

Dunque  se  una    volta  finalmente  fosse 
stabilito,  come  ci  consta  dalla  storia,  che 
l'architettura  lombarda  è  proveniente  dalla 
decadenza  dello  stile  romano  antico  e  ge- 
mella dell'architettura  bizantina  (entrambe 
d'origine  italiana,    questa  trasportata  in 
Oriente,  e  quella  propagata  nell'Occidente 
col  mezzo  degli  architetti  italiani),  si  ver- 
rebbe a  fissare  un  andamento  semplificato 
della  storia  dell'arte,  e  ristringere  a  formolo 
più  semplici  le  caratteristiche  degli   stili 
d'architettura.  Allora  con  più  sano  criterio 
si  direbbe  architettura  lombarda  in  Nor- 
mandia e  sotto  i  Normanni,  e  così  di  se- 
guito; e  per  tal  modo  verrebbero  tolte  di 
mezzo  dalla  decadenza  romana  fino  allo  stile 
ogivale,  tutte  le  insussistenti  gradazioni  di 
architettura  carolingia,  franca,  sassone  e 
normanna,  che  né  punto  né  poco  hanno 
mai  esistito  come  aventi  forme  da  sé.  Le 
varianti  che  s'incontrano  qua  e  là,  le  leg- 
gieri differenze  dall'uno  all'altro  edificio,  e 
l'amalgama  di  più  stili  in  un  solo  d'essi 
monumenti,  non  alterarono  il  sistema,  non 
cambiarono    l'architettura    lombarda,   in 
tutto  il  lungo  periodo  dal  sesto   al  dodi- 
cesimo secolo.  Soltanto  in  Italia  si  offrono 
monumenti  di  stile  lombardo  di  epoca  po- 
steriore; fra  i  quali  ci  piace  nominare  la 
bella  torre  di  S.  Gottardo  nella  nostra  Mi- 
lano, che  è  del  133G.  — 

9.  Nell'elenco  degli  edifici  di  stile  ogi- 
val,  o  secondo  noi,  sesto-acuto,  e  vol- 
garmente gotico,  lo  Specchio  degli  appunti 
del  sig.  Cavallari  non  enumera  i  monu- 
menti italiani;  ricorda  appena  alcuni  del 
regno  di  Napoli,  e,  fra  le  varianti  dello 
stile  in  discorso,  pone  il  Duomo  di  Mi- 
lano e  la  chiesa  di  S.  Petronio  in  Bo- 
logna. — 

L' Italia  anche  di  questa  architettura 
ha  i  suoi  monumenti:  oltre  i  notati  ri- 
corderemo: Il  Duomo  di  Genova,  eretto 
dal  900  al  1000  (altri  lo  vogliono  del 
1193);  quelli  di  Ferrara  (1135),  di  Siena 
(1220),  d'Orvieto  (1290),  di  Como  (1390). 


132 


GIORNALE   DELL  INGEGNERE 


La  chiosa  di  S.  Francesco  a  Pavia,  S.  M.  dei 
Frari  a  Venezia,  S.  Anastasia  a  Verona,  del 
tredicesimo  secolo;  S.  M.  del  Fiore  a  Fi- 
renze (121)8),  S.  Croce  a  Firenze  (1294); 
S.  M.  della  Spina  a  Pisa  (1230),  S.  Fran- 
cesco in  Assisi  (1218),  S.  Francesco  a 
Bologna  (1245);  Battistero  di  Pisa  (1153), 
Campo  Santo  di  Pisa  (1275);  alcuni  pa- 
lazzi a  Venezia,  il  Foro  dei  mercanti  a 
Bologna,  ed  altri  molti  minori  monumenti. 
Facciamo  osservare  :  che  il  Duomo  di 
Genova  e  di  Ferrara  insieme  al  Battistero 
di  Pisa,  per  le  loro  date,  danno  titolo 
all'  Italia  di  avere  iniziato  anche  questo 
stile  archi-acuto. 

Le  varianti  attribuite  al  Duomo  di  Mi- 
lano ed  alla  chiesa  di  S.  Petronio  di 
Bologna,  che  pure  s'accostano  ai  monu- 
menti ogivali  dell1  Europa  settentrionale, 
non  dovrebbero  escludersi  dall'elenco  dello 
stile  ogivale;  altrimenti  a  forza  di  distin- 
guere e  isolare,  direi  quasi,  monumento 
da  monumento,  si  obbligano  i  giovani  al- 
lievi ad  un'  analisi  favorevole  ,  anzi  che 
no,  alla  confusione. 

10.  Lo  Specchio  storico  del  sig.  Caval- 
lari riporta  in  parte  separata   e  tutt'a  sé 
F  architettura  Fiorentina  fino  al  cinque- 
cento   compreso  ;    dichiarandola  :   di  ele- 
menti classici  permanenti  in  Italia,  e  par- 
ticolarmente in  Toscana  sino  a  Lapo  e  Bru- 
nelleschi:    e   poi:   l'architettura   Fiorentina 
senza  perdere  il  proprio  carattere  si  fonde 
con  taluni  elementi  bizantini;  più  sotto:  va- 
rianti dei  monumenti   di  Pisa   e   di   Siena 
dove  elementi  bizantini  e  romaneschi  ebbero 
una  prevalenza  significativa;  di    quelli   di 
Pisa  soggiunge:  questi  monumenti  della  scuola 
pisana  si  distinguono  per  il  loro  modo,  come 
vennero  ricomposti  gli  elementi  bizantini  sino 
a  quesi 'epoca.  Dunque  vediamo  in  Toscana, 
colle  parole  dello  Specchio,  il  romanesco 
e  il  bizantino  ora  fondersi  od  ora  ricom- 
porsi; quindi  non  possiamo  comprendere 
in  qual  modo  l'architettura    classica  per- 
manente, particolarmente  in  Toscana,  ab- 
bia potuto  conservare  quasi  le  antiche  sa- 
gome sino  a  Lapo  e  Brunelleschi. 

Sappiamo  che  Brunelleschi  incominciò 
uno  stile  d'architettura  desunto  dal  clas- 
sico, e  che  institui  la  scuola  Fiorentina; 
ma  siccome  la  tesi  del  sig.  Professore  è 
inversa,  e  non  l'intendiamo,  cos'i  aspet- 


teremo le  sue  lezioni  applicale  allo  Spec- 
chio degli  appunti  per  averne  i  neces- 
sari! schiarimenti.  — 

11.  Considerato    che   l'opera    del  sig. 
Cavallari    è    destinala  a  servire   per  l' i- 
slruzionc  dei  suoi  allievi,  e  che  in  simili 
materie  è  indispensabile  la  precisione  dei 
termini  e  dei  nomi,  pare  quindi  preferi- 
bile Aquisgrana,  Coblenza,  Spira,  ai  nomi 
di  Aachen,  Coblenz ,  Speyer;  cos'i  pure  di 
evitare   gli   errori:   S.    Germaindes  presso 
Parigi,  Gent,  Brugge,  Mecheln;  per  voler 
dire:  S.  Germain  des  Prés  presso  Parigi, 
Gand,  Bruges,  Malines;  e  di  togliere  in  una 
edizione  italiana  quel  miscuglio,  per  esem- 
pio, di  nomi  tedeschi,  scritti  quali  in  ita- 
liano e  quali  in  tedesco.  — 

12.  Versando  lo  Specchio  degli  appunti 
fra  complicazioni  di  stili ,  di  denomina- 
zioni e  di  monumenti,  malagevoli  e  re- 
stii alle  dimoslrazioni,  si  richiederà  senza 
dubbio  mollo  tempo  per  esaurire  le  le- 
zioni teoriche,  indispensabili  per  connet- 
tere i  principi ,  per  rettificare  le  tenaci 
opinioni  invalse,  e  per  prevenire  le  fal- 
sificazioni introdotte  nei  monumenti  dalla 
moda  francese;  è  da  temersi  pertanto  che 
la  teoria  assorba  il  tempo  prezioso  alla 
pratica  del  disegno ,  giammai  troppo  al- 
l'esercizio  della  mano""  e  dell'occhio;  ed 
è  da  temersi  che  la  scuola  di  disegno 
degeneri  in  scuola  di  idee  e  di  parole. 

I  nuovi  studii  hanno  tuttavia  il  loro 
merito;  limitati  in  giusti  confini  produr- 
ranno frutti  onorevoli  all'arte,  e  potranno 
completare  la  professione  dell'  architetto. 
Mercè  questi  studii  saranno  pochi  gli  ar- 
chitetti digiuni,  com'or  sono,  della  storia 
della  propria  arte;  digiuni  della  logica 
da  cui  deriva ,  e  digiuni  dei  libri  che  ne 
trattano.  Cesserà,  vogliamo  sperare,  l'abuso 
di  giustificare  coli' esempio  dell'autorità 
le  loro  opere.  — 

Saranno  utili  gli  studii  ecclcttici  per 
isperdere  l'insensata  pratica  di  quegli  ar- 
chitetti che  ristaurano  colla  propria  ma- 
niera i  vecchi  monumenti  ;  o  che,  persuasi 
di  instaurarli  con  un  dato  stile  d'architet- 
tura, amalgamano  linee  e  forme  a  con- 
trosenso. — 

Saranno  utili  per  diffondere  la  stima 
dovuta  ai  monumenti  patrii  ,  ai  quali 
sono  congiunte  le  a-zioni  dei   nostri   avi. 


ARCHITETTO 

che  meritano  d"  essere  conosciute  e  «ri- 
prodotte per  temperare  l'odierna  idolatria 
del  ben  essere  materiale. 

Non  tralasceremo  d"  incoraggiare  simili 
stridii,  e,  quantunque  divergenti  nei  risul- 
tati dall'  opinione  del  sig.  Cavallari,  pure 
gli  siamo  obbligati  d'averli  proposti,  for- 


ED   AGRONOMO  ^33 

ncndoci  così  argomento  di  far  conoscere 
che  la  scuola  dell'Accademia  accusata  di 
stazionaria  e  retrograda,  ora  tenta  di  slan- 
ciarsi impavida  in  uno  stadio  di  soverchio 
progresso.  — 

M.°    COMACINO. 


RIVISTA  DI  OPERE  E  GIORNALI 


ITALIANI  E  STRANIERI. 


Diversi  sistemi  di  ruotaje  pei*  le 
strade  ferrate  introdotti  dal  si- 
gnor Henry,  ispettore  delle  strade 
ferrate  di  Strasbnrgo. 

(Vedi  la  Tav.  10) 

I  varj  tipi  di  ruotaja  che  il  sig.  Henry 
ha  successivamente  introdotti  per  le  ferro- 
vie sono  disegnati  nella  Tav.  10  dalla  fig.  i.a 
alla  27.a  I  perfezionamenti  che  li  caratte- 
rizzano consistono  specialmente  in  un  fondo 
e  nelle  piastre  di  ferro  sostituiti  alle  tra- 
verse di  legno  ed  ai  cuscinetti  di  ghisa. 

La  fig.  4.a  rappresenta  in  spaccato  una 
ruotaja  in  forma  di  U  rovescio  fabbricata 
con  lamine  di  ferro,  di  grossezza  nel  mezzo 
di  35  millimetri,  ed  ai  lati  di  20  millimetri. 
Dalle  basi  s'estendono  due  falde  per  fissarla 
con  chiavarde  alle  piastre  di  ferro  0  di  ghisa 
distribuite  ad  ogni  metro,  di  43  centimetri 
in  quadro,  in  corrispondenza  delle  giunzioni, 
e  di  43  centim.  in  lungo  per  35  in  largo  per 
i  ritegni  intermedj.  Queste  piastre  sono  al- 
quanto convesse,  e  ricurve  per  disotto  ai 
due  lati  paralleli  all'asse  della  strada,  per 
contenere  la  massicciata  ed  impedire  lo  smo- 
vimento della  ruotaja.  La  distanza  rispet- 
tiva di  queste  è  conservata  da  barre  di  ferro 
cilindriche  di  25  millimetri  di  diametro  as- 
sicurate con  chiavarde  alle  suddette  piastre. 
La  fig.  2.a  rappresenta  una  guida  a  T, 
alta  125  millimetri,  grossa  alla  base  15  mil-  { 


limetri,  basata  sopra  piastre  di  lamiera  o  di 
ghisa  come  per  la  fig.  d.a,  alla  quale  è  iden- 
tica in  ogni  altra  parte. 

La  fig.  A  rappresenta  in  piano  le  ruotaje 
della  fig.  d.a  e  2.a 

La  fig.  3.a  rappresenta  in  spaccato  tra- 
versale una  guida  di  sezione  quadrata,  fis- 
sata con  chiavarde  sopra  larghi  correnti 
{longrines)  di  lamiera  ricurvi  di  sotto  per 
ritenere  la  massicciata.  Alle  giunzioni  le 
guide  sono  assicurate  con  chiavarde  sopra 
piastre  ancor  più  robuste.  La  larghezza  del 
binario  è  qui  pure  mantenuto  da  tre  spranghe 
per  ogni  coppia  di  guide  lunghe  circa  4m50, 
assicurate  alle  piastre  di  giunzione.  Le  guide 
di  questa  forma  potrebbero  anche  esser  la- 
minate in  un  sol  pezzo  coi  correnti. 

La  fig.  B  rappresenta  questo  sistema  in 
piano. 

La  fig.  4.a  rappresenta  in  sezione  trasver- 
sale una  guida  ad  una  sola  lesta  e  eolla 
base  che  serve  di  corrente,  appoggiata  sopra 
piastre  di  giunzione  come  le  sopra  descritte. 
La  base  della  guida  ha  una  scanalatura  lon- 
gitudinale, nella  quale  s'incastra  un  rialzo 
praticato  nella  piastra  per  tenerla  immobile. 
Per  la  prima  volta  si  è  applicato  a  queste 
ruotaje  un  sistema  di  barre  a  uncino  e  co- 
piglia che  può  anche  adattarsi  ai  correnti 
ed  alle  guide  rappresentate  nelle  precedenti 
ligure. 

Visto  in  piano,  questo  sistema  presentasi 
simile  a  quello  della  fig.  B. 


GIORiNALE  DF.LL'IINGEGINEKE 


134 

Per  massima ,  le  barre  di  giunzione  del 
binario  possono  assicurarsi  alla  base  stessa 
delle  guide  ed  in  tal  modo  essere  indipen- 
denti dalle  piastre. 

Per  eollegare  le  guide,  invece  di  posare 
le  estremità  di  esse  a  piatto  sopra  una  pia- 
stra piana,  si  praticano  nelle  piastre  di  giun- 
zione due  scanalature  nelle  quali  rientrano 
gli  orli  ribassati  della  base  delle  guide,  come 
scorgesi  nella  fig.  5.a  Questa  modificazione 
presenta  un  mezzo  di  più  per  tenere  le  guide 
in  posto,  imperciocché  se  mai  avvenisse  che 
si  spezzassero  le  chiavarde,  le  guide  non 
cederanno  alla  pressione  esercitata  dalle 
ruote  e  conserveranno  la  loro  posizione. 

La  fig.  G.a  e  C  rappresentano  un'altra 
modificazione  di  questa  piastra  di  giunzione. 
Consiste  nell'orlo  esteriore  della  piastra  ri- 
piegato indietro  per  di  sopra,  ed  in  un'altra 
piastra  alla  parte  interna  assicurata  con 
chiavarde  sulla  prima  e  rilevata  in  modo 
da  formare  al  pari  dell'altra  un  incastro  nel 
quale  s'intrudono  le  estremità  piane  delle  due 
guide.  Tra  questo  pezzo  aggiunto  e  l'orlo 
della  guida  che  passa  sotto  di  esso  si  può 
stendere  una  lista  di  cuojo  reso  impermea- 
bile o  di  caoutchouc  vulcanizzato,  onde  as- 
secondare gli  effetti  della  dilatazione  delle 

guide. 

Agli  attraversamenti  a  livello,  la  forma 
interna  del  gambo  della  guida  deve  esser 
tale  che  si  possa  rialzare  la  massicciata  fino 
al  piano  delle  guide  per  il  passaggio  delle 
vetture  ordinarie,  e  lasciare  una  scanalatura 
per  ricevere  l'orlo  delle  ruote  del  convoglio. 
Si  provvede  a  questa  condizione  con  una 
o  l'altra  delle  quattro  modificazioni  seguenti. 
l.°  Rialzando  la  base  della  guida  dalla 
parte  interna,  come  vedesi  alla  fig.  7.a 

2.°  Collocando  alla  stessa  parte  una  cor- 
donata di  pietra  o  una  linea  di  dadi,  come 
alla  fig.  8.a 

3.°  Fissando  sulla  faccia  superiore  della 
base  all'interno  del  binario  un  rialzo  di  le- 
gno a  squadra  foderata  di  lamiera  f,  fig.  9.a 
4.°  Fissando  un  rialzo  m  sopra  la  base 
delle  guide  nelle  diverse  guise  indicate  dalle 
fig.  10.a— I3.a 

Queste  disposizioni  possono    essere  ap- 


plicale   a    tulli  i  tipi  di  ruotaja  sopra  de- 
scritti. 

Si  può  anche  profondare  la  scanalatura 
in  forma  di  canaletto  jy  (fig.  14.a)  per  ser- 
vire anche  allo  scolo  dell'aqua  e  del  fango 
che  si  raccolgono  nell'incavo. 

Le  guide  disegnate  nelle  fig.  15,  1G  e  17 
hanno  alla  base  un  nervo  a  croce  per  re- 
sistere alle  oscillazioni  laterali  prodotte  dai 
convogli. 

Le  guide  fig.  18.a  hanno  per  base  un 
guanciale  di  lamiera  ad  entrambi  i  Lati  fisso 
con  chiavarde.  Questi  guanciali  sono  sosti- 
tuiti ai  correnti  ed  alle  traverse  di  legno, 
e  permettono  che  si  risvolti  la  guida  quando 
una  delle  teste  è  logora,  il  che  non  può 
praticarsi  colle  forme  solite  dei  sopporti. 

Le  guide  a  T,  fig.  19.a,  sono  disposte  sopra 
quadri  di  granito  o  d'altra  materia,  di  4Gcent. 
di  lato,  grossi  20  centina.,  distribuiti  ad  ogni 
metro.  Gioverà  di  collocare  una  lista  di 
caoutchouc  sulla  base  della  guida  per  ren- 
dere le  compressioni  più  dolci. 

Le  fig.  20.a  21.a  e  22.a  rappresentano  in  se- 
zione trasversale  varie  forme  di  guide  colle 
teste  di  scambio.  Sono  costituite  di  un  mem- 
bro inferiore  permanente  che  è  la  base  sulla 
quale  si  applica  e  si  assicura  con  chiavarde 
la  testa  o  una  piatlabanda  su  cui  cammi- 
nano le  ruote,  e  sono  la  sola  parte  soggetta 
a  consumarsi.  La  fig.  D  è  il  piane  delle  dette 
figure.  La  fig.  20.a  rappresenta  una  guida 
concava  in  forma  di  V  rovesciato  accaval- 
ciato ad  un  nervo  che  continua  su  tutta  la 
lunghezza  della  sua  base.  Nella  guida  fig.21.a, 
la  testa  rientra  fra  due  guance  che  si  rial- 
zano dalla  base.  Il  tipo  rappresentato  dalla 
fi?.  22.a  ha  la  sommità  incavata  a  canaletto 
in  cui  collocare  una  fodera  di  legno  e  un 
mastice  di  sabbia  per  dare  alle  ruote  ab- 
bastanza aderenza  nelle  ascese  alquanto  più 
forti  delle  ordinarie.  Queste  tre  specie  di 
guide  possono  adattarsi  semplicemente  sopra 
piastre  disposte  di  distanza  in  distanza;  nel 
qual  caso  possono  le  basi  delle  guide  essere 
più  strette,  come  si  vede  disegnato  in  piano 
nella  fig.  E. 

Le  fig.  dalla  23.a  alla  2G.a  rappresentano 
in  sezione  trasversale  varie  forme  di  ruo- 


ARCHITETTO 

taje  per  gli  attraversamenti  a  livello,  le  quali 
si  distinguono  dalle  altre  per  essere  oppor- 
tune anche  per  i  veicoli  ordinari  sulle  strade 
di  città  e  di  campagna. 

Tutti  i  suddescritti  tipi  di  ruotaja  richie- 
dono l'uso  esclusivo  del  ferro  o  della  ghisa, 
abbandonando  le  traverse  edi  correnti  (lon- 
c/rines)  di  legno.  Sono  tutti  disposti  sopra 
terra,  e  la  loro  immobilità  è  assicurata  dalla 
larghezza  della  base  della  guida  o  dalle  pia- 
stre di  fondo  e  d'unione  ricurve  su  cui  pog- 
giano. Queste  piastre  hanno  il  vantaggio  di 
avere  gli  orli  verticali  resistenti  meglio  delle 
traverse  di  legno  ai  movimenti  laterali  che 
i  treni  tendono  a  produrre. 

Le  piastre  così  incurvate  possono  appli- 
carsi ai  sistemi  delle  ferrovie  già  esistenti; 
nel  qual  caso  il  cuscinetto  di  ghisa  si  do- 
vrà fissare  di  sopra  mediante  chiavarde  a 
galletto  o  a  copiglia,  come  scorgesi  alla  fi- 
gura 27.a 

(DaM'lnvention.  ) 

Il  canale  di  Suez. 

(Vedi  alla  pag.  34  e  alla  Tavola  9) 

VII.  Vestigia  e  regime  dell'antico  canale. 

Per  completare  questi  dettagli  sull'antico 
canale  dell'istmo  non  mi  resta  che  di  de- 
scrivere le  vestigia  che  tuttavia  sussistono. 

Nel  1799  il  letto  dell'antico  canale  era 
riconoscibile  all'ingresso  dell'  Uaday-Tu- 
milat  fra  Abbaceh  e  Ras-el-Uady  su  di 
una  lunghezza  di  più  di  50  chilometri.  Que- 
sto antico  letto  fa  parte  in  giornata  del  ca- 
nale d'irrigazione  il  cui  incile  è  a  Zagazig 
nel  ramo  Tannico  (canale  di  Moeze)  e  che 
va  ad  incontrare  a  Ras-el-Uady  il  canale 
chiamato  il  Zafraneh,  prolungamento  del- 
l'antico canale  di  Trajano,  ovvero  del  Prin- 
cipe dei  Fedeli,  canale  che  è  stato  ristabi- 
lito per  l'irrigazione  della  pianura  e  della 
porzione  posta  fra  il  Cairo  e  l'Uady. 

A  levante  di  Ras-el-Uady  sino  ad  Abu- 
Keycheyd  si  ritrovavano  appena  delle  de- 
boli traccie  dell'antico  canale,  che  in  que- 
sta parte  era  stato  riempito  dalle   sabbie  : 


ED   AGRONOMO  135 

ma  al  di  là  si  presentavano  allora,  come  in 
giornata,  sopra  5  o  6000  metri,  i  resti  più 
considerevoli  di  questo  gran  lavoro.  Vi  si 
osserva  infatti  un  ampio  canale  ben  con- 
servato, largo  al  fondo  90  metri,  fiancheg- 
giato da  due  dighe  poco  elevate.  L'ordi- 
nata del  fondo  è  soltanto  di  lm87  al  disopra 
del  mare;  l'altezza  delle  dighe  sul  fondo  è 
di  circa  4m.  Si  possono  seguire  le  traccie  di 
questo  gran  lavoro  sino  di  contro  al  san- 
tone di  Cheick-Ennedy  sulla  lunghezza  di 
più  di  5000  metri;  al  di  là  la  diga  scom- 
pare compiutamente.  La  diga  a  ponente 
continua,  ma  si  rialza  successivamente  con 
un  andamento  assai  irregolare  fino  al  ba- 
cino dei  laghi  Amari,  col  quale  si  congiunge 
al  nord-est.  Si  ritrova  il  canale  all'  estre- 
mità di  mezzogiorno  del  bacino  dei  laghi 
Amari;  l'andamento  è  alquanto  irregolare, 
la  larghezza  è  da  40  a  50  metri,  l'altezza 
del  fondo  varia  da  1  a  2  metri  superior- 
mente al  mare,  e  le  dighe  sono  più  alte 
da  4  a  5  metri.  Nel  1799  queste  vestigia 
si  vedevano  distintamente  fino  alle  rovine 
di  Qolzum  a  2000  metri  da  Suez,  e  dopo 
quest'epoca  la  parte  che  percorreva  lungo  la 
spiaggia  disparve  interamente  in  seguito 
all'invasione  del  mare. 

Le  escavazioni  fatte  in  questa  parte  del 
canale,  sia  nel  1799  sia  nel  1847,  dimostrano 
che  il  canale  stesso  venne  aperto  in  origine 
ad  un  metro  superiormente  alla  bassa  marea. 
A  quest'altezza  infatti  si  incontra  costante- 
mente il  terreno  naturale  che  appartiene 
alla  formazione  del  gipso  di  cui  abbiamo 
di  già  parlato.  In  quanto  alla  parte  vicina  al 
lago  Timsah,  il  suolo  essendo  sabbioniccio, 
gli  scavi  sarebbero  senza  interesse  ;  ma  la 
ordinata  attuale  del  fondo  essendo  di  circa 
lm  80,  si  deve  supporre  che  il  livello  del 
fondo  del  canale  era  presso  a  poco,  in  vi- 
cinanza all'origine,  alla  stessa  altezza  di  un 
metro  superiormente  al  mare. 

La  larghezza  del  canale  in  vicinanza 
di  Abu-Keycheyd  presenta  le  apparenze 
di  grandezza  e  di  regolarità  che  caratterizza 
le  opere  degli  antichi  Faraoni,  e  se  qual- 
che porzione  delle  vestigia  ancora  visibili 
possono    essere  attribuite  a  Ramsete  II,  è 


136 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 


certamente  questa.  L'andamento  irregolare 
del  canale  di  Suez  appartiene  evidente- 
mente ad  un'epoca  di  molto  posteriore; 
da  tale  irregolarità  si  è  dedotto  che  que- 
st'opera è  puramente  araba,  e  che  per  con- 
seguenza Dario  e  Tolomeo  non  vi  ebbero 
alcuna  parte.  Da  molte  considerazioni  siamo 
indotti  a  conchiudere  che  queste  due  opere 
appartengono  ad  epoche  assai  lontane  l'una 
dall'altra,  su  di  che  è  d'accordo  l'istoria  e 
la  tradizione. 

11  letto  della  sezione  del  canale  di  Suez, 
che  sarà  stato  originariamente  di  4  metro 
superiormente  alla  bassa  marea,  venne  in- 
gombrato dai  depositi  e  dalle  sabbie  por- 
tatevi in  un'  altezza  variabile  da  0ra  80  a 
lm  50.  In  qualche  punto  esso  scomparve 
compiutamente.  I  partitanli  dell'  opinione 
secondo  la  quale  il  canale  non  sarebbe 
stato  giammai  adoperato  sono  sostenuti  dalla 
mancanza  delle  alluvioni  fluviali  sia  nel 
bacino  dei  laghi  Amari ,  sia  nel  canale  di 
Suez;  ma  in  primo  luogo  nulla  prova  che 
una  porzione  dei  depositi  che  riempiono 
al  giorno  d'  oggi  il  canale  ed  il  fondo  del 
bacino  non  provengano  dalle  acque  del  Nilo, 
e  si  potrebbero  citare  molte  località  in  cui 
le  acque  di  questo  fiume  hanno  senza  al- 
cun dubbio  circolato  per  molto  tempo,  ed 
ove  in  giornata  non  si  ritrovano  che  delle 
sabbie;  di  più  non  vi  sarebbe  nulla  di  straor- 
dinario a  che  le  acque  del  Nilo  uscendo 
dal  bacino  dei  laghi  Amari  fossero  state 
relativamente  assai  limpide.  Gli  è  proba- 
bile infatti  che  la  maggior  parte  dei  depo- 
siti abbia  avuto  luogo  all'ingresso  di  que- 
sto bacino,  e  tutta  la  parte  settentrionale  è 
al  giorno  d'  oggi  sì  compiutamente  invasa 
dalle  dune,  che  è  impossibile  di  distinguere 
letraccie  dell'imboccatura  del  canale,  e  molto 
meno  i  depositi  che  le  acque  del  Nilo  pos- 
sono avere  trasportato  da  dodici  od  anche 
da  ventiquattro  secoli. 

Nel  bacino  dei  laghi  Amari  si  osservano 
dei  resti  di  conchiglie  situati  a  diverse  al- 
tezze. Sotto  l'influenza  di  un  clima  conser- 
vatore, ed  in  grazia  alla  solitudine  del  de- 
serto questi  resti  fragili  si  sono  conservati 
fino  a  noi,  ed  essi  attestano   in   giornata , 


come  attesteranno  per  molto  tempo  ancora., 
di  uno  stato  di  cose  che  rimonta  a  dieci 
secoli,  e  forse  anche  più  oltre.  I  più  alti 
fra  essi  sono  di  lm  92  a  2m  28  superior- 
mente alla  bassa  marea,  vale  a  dire  assai 
prossimamente  al  livello  delle  alte  maree 
dell'acqua  viva.  Da  ciò  si  è  conchiuso  che 
i  laghi  Amari  comunicavano  un  tempo  li- 
beramente col  mare;  d'altronde  si  sono  tro- 
vate le  prove  in  un  gran  numero  di  specie 
marittime  che  si  riconobbero  fra  queste 
conchiglie.  Infine  si  attribuiscono  i  depositi 
salini  alle  acque  amare  che  riempiono  ora, 
come  per  lo  passato,  il  fondo  di  questo 
bacino,  ed  all'evaporazione  delle  acque  del 
mare  contenute  nello  stesso  bacino  in  con- 
seguenza del  chiudimento  del  canale  di 
Suez. 

Primieramente  non  è  ancora  provato  che 
le  specie  marittime  siano  così  abbondanti 
in  questi  resti;  quelli  da  me  veduti  sono 
al  contrario  conformi  a  quelli  che  si  in- 
contrano sul  lago  Menzaleh;  e  l'altezza 
dei  resti  più  elevati  proverebbe  soltanto  che 
all'epoca  in  cui  sono  stati  deposti,  il  livello 
massimo  delle  acque  dolci  che  riempivano 
il  bacino  differiva  di  poco  da  quello  del- 
l'alta marea.  In  secondo  luogo  è  il  gipso 
che  forma  la  maggior  parte  delle  cristal- 
lizzazioni che  si  osservano  nel  bacino,  e  que- 
sto gipso  non  proviene  dal  mare,  ma  dal 
suolo  slesso  del  bacino,  ove  esso  è  somma- 
mente abbondante.  In  quanto  agli  altri 
sali  ed  alle  acque  amare  che  occupano  in 
giornata  la  parte  inferiore ,  come  aveva 
luogo  già  da  trenta  secoli,  essi  sono  da  at- 
tribuirsi alle  sorgenti  saline  che  si  sono 
manifestate  dopo  che  le  acque  dolci  hanno 
cessato  di  affluirvi.  Come  spiegare  in  al- 
tro modo  l'esistenza  di  queste  sorgenti  d'a- 
qua  in  un  luogo  ove  piove  sì  di  rado ,  e 
perchè  supponendo  che  queste  acque  pro- 
vengano dal  mare,  non  evaporeranno  come 
quelle  che  vanno  a  riempiere  il  bacino? 

L'  esistenza  dei  resti  di  conchiglie  e  gli 
avanzi  assai  caratteristici  di  un  deposito 
che  si  trova  al  sud  del  bacino  provano 
categoricamente  che  il  bacino  stesso  venne 
riempito.  Gli  indizii  lasciatici  dagli  istorici 


ARCHITETTO 

provano  tutti  che  venne  riempito  dalie 
acque  dolci,  e  non  si  sa  trovarne  un  solo 
in  favore  della  libera  comunicazione  col 
mare:  per  tutte  le  persone  non  prevenute 
queste  prove  mi  sembrano  bastanti,  ed  io 
credo  inutile  di  più  a  lungo  insistere.  Si 
aggiungerà  soltanto  che  allorquando  pure 
si  dimostrasse  che  il  bacino  è  stato  inve- 
stito dal  mare  dopo  ["abbandono  del  canale 
dagli  Arabi,  ciò  non  proverebbe  in  alcun 
modo  che  avanti  quest'  epoca ,  per  molto 
tempo  e  per  più  riprese,  sia  stato  occupato 
dalle  acque  del  Nilo. 

Proviamo  ora  a  rendere  conto  del  re- 
gime del  canale  nelle  diverse  epoche  in 
cui  venne  posto  in  azione. 

In  primo  luogo    il   fondo    del    canale  di 
Suez  essendo  di  un  metro    superiore    alla 
bassa  marea,  ne  risulta  che  la  velocità  del- 
l'acqua  in  questa  parte  non  poteva  punto 
eccedere  i  2  metri.  Il  punto    più  basso  del 
suolo  di  Suez  è  infatti   di  circa  3m  supe- 
riore della  bassa  marea,  e  se  il  livello  delle 
acque  nel  bacino  dei  mari  avesse  ecceduto 
quest'  altezza,   era  necessario   di  impedire 
lo  scolo  verso  il  mare  mediante  una  diga. 
Se  questa    diga   si   trovava  elevata  di  più 
metri,  ne  resterebbero  delle  traccie;ma  sup- 
ponendola  da  2m  a   2m  50,  non  vi   è   da 
sorprendersi  che   sia  scomparsa.  Ciò   non 
pertanto  se  il  livello  del  bacino  ha  superato  la 
sponda  di  3  metri,  ciò  non  è  molto,  inquanto- 
chè  secondo  tutte  le  apparenze  doveva  oscil- 
lare in  acque  alte  fra  i  3  ed  i  4  metri  al  più. 
Ciò  posto  e  volendosi  riportare  all'epoca 
di  Ramsete  II,  l'ordinata  del  Nilo  essendo, 
come  già  l'abbiamo  indicato,  alla  presa  delle 
acque  a  Bubaste,   di  5  metri   nelle  acque 
basse,  e  di  9  metri  in  acque  alte,  superava 
nel  primo  caso  di  1  a  2  metri,  e  di  5  a  6 
metri  nel  secondo,  il  livello  del  bacino  dei 
laghi.  Coi  dati  e  le    dimensioni  del  canale 
gli  è  facile    il   determinare   la    portata,  la 
quale    non  poteva  eccedere  i  15  metri  per 
secondo  in  acque    basse,  e  di   90  metri  in 
acque  alte  (i)  ;  ora  in  quel  clima  l'evapora- 
ta Questo  canale  adunque    sarebbe  stalo  presso 
a  poco  come  la  Muzza,  la  cui  portala  per  un  me- 
dio è  di  metri  61  per  secondo. 

Voì-  1U  Sellembr 


ED   AGRONOMO  jgt? 

zione  sola  toglieva  in  ciascun  giorno  uno 
strato  d'acqua  almeno  dell'altezza  di  1  cen- 
timetro su  tutta  l'estensione  del  corpo  d'ac- 
qua del  bacino,  ciò  che  corrisponde  a  circa 
30  metri  per  secondo.  Gli  è  pure  probabile 
che  questa  evaporazione  fosse  almeno  dop- 
pia in  estate;  e  se   si    aggiunge    a    questa 
cifra  il  consumo  fatto  dallo  stesso  canale  per 
1'  irrigazione   del   terreno,  allora  coltivato, 
che  attraversava,    ne    consegue    evidente- 
mente che  il  deflusso  era  insufficiente   du- 
rante una  parte  dell'  anno  per    alimentare 
il  bacino  dei  laghi,  e  che  per  conseguenza 
il  livello  di  questo    bacino    doveva   abbas- 
sarsi sino  al  momento  in  cui  la  piena  del 
Nilo  veniva  ad  aumentare   la    portata   del 
canale    al    disopra    della   cifra    necessaria 
per  l'alimentazione.  Uno  strato  di  1  metro 
di  altezza  nel  bacino  dei  laghi  rappresenta 
circa  260  milioni  di  metri  cubici,  e  suppo- 
nendo che  il  canale  fornisca  un  eccesso  di 
30  metri  per  giorno  sui  bisogni  d'  alimen- 
tazione, sarebbero  stati  necessari  100  giorni 
per  condurre  questa  quantità  d'acqua  nel 
bacino  e  rialzarvi  il    livello   di   un    metro. 
Da  un  altro  canto  l'evaporazione  sottraen- 
do  nella    bella    stagione    almeno  2   centi- 
metri per  giorno,  ossia  1  metro  in  cinquanta 
giorni,  se  il  bacino  fosse  stato  cento  giorni 
senza  ricevere,  nulla  ,  il  suo   livello  si  sa- 
rebbe abbassato  di  2  metri,  e  se  lo  si  sup- 
pone alimentato  della  metà,  durante  cento 
giorni  l'abbassamento  sarebbe  stato  di  un 
metro. 

Il  livello  del  bacino  dei  laghi  oscillava  adun- 
que, secondo  tutte  le  apparenze,  di  un'altez- 
za da  1  a  2  metri  dal  basso  all'alto  al  mas- 
simo; con  che  non  veniva  a  superare,  come 
si  è  veduto,  il  fondo  del  canale  che  di  due  o 
tre  metri  al  più.  Da  ciò  risulta  che  in  ciascun 
anno  all'epoca  delle  magre  la  quantità  d'ac- 
qua nel  canale  tanto  all'ingresso  quanto 
all'uscita  dei  laghi  diveniva  insufficiente  per 
la  navigazione,  la  quale  rimaneva  in  tal 
modo  sospesa  sino  al  ritorno  delle  piene.  Il 
livello  del  Nilo  alla  presa  delle  acque  si 
era  probabilmente  innalzato  di  circa  un 
metro  sotto  i  Tolomei;  ma  da  un  altro  lato 
il  ramo  Pelusiaco  si  è  impoverito;  e  tutto 
e  1855.  18 


438 


GIORNALE  DELL'  INGEGNERE 


bilancialo,  i  risultati  dovevano  essere  pres- 
soché i  medesimi. 

I  Romani  e  gli  Arabi  avendo  rialzato 
la  presa  dell'  aqua ,  riesciva  più  facile  di 
mantenere  le  acque  nel  bacino  ad  un  li- 
vello costante  ;  ma  vi  è  grave  dubbio  che 
le  dimensioni  e  le  pendenze  del  canale  fos- 
sero per  ciò  convenientemente  calcolate,  e  vi 
è  luogo  a  credere  che  il  regime  del  bacino 
fosse  sottoposto  a  delle  variazioni  analoghe 
a  quelle  che  abbiamo  indicato  pei  tempi 
anteriori. 

Da  questo  esame  io  credo  conchiudere: 
d.°  che  la  navigazione  nell'  antico  canale 
fu  sempre  intermittente;  2.°  che  la  quantità 
d'  acqua  non  eccedeva  i  2  metri  nei  mo- 
menti più  favorevoli;  3.°  che  il  livello  del 
bacino  dei  laghi  Amari  si  abbassava  cia- 
scun anno  al  di  sotto  di  quello  della  bassa 
marea;  4.°  che  il  canale  che  venne  costruito 
principalmente  per  la  interna  navigazione 
non  poteva  accogliere  che  delle  navi  marit- 
time assai  piccole. 

Vili.  Progetti  moderni. 

Qualunque  siano  le  presunzioni  che  ab- 
biamo presentato  sul  regime  dell'  antico 
canale,  un  punto  almeno  è  fuori  di  dubbio; 
ed  è  che  i  progetti  di  canalizzazione  del- 
l'istmo conosciuti  od  eseguiti  nell'antichità 
o  nell'età  di  mezzo  non  avevano  altro  scopo 
che  di  mettere  il  Nilo  in  comunicazione 
col  mar  Rosso,  e  per  conseguenza  non  si 
applicavano  essi  che  all'ordinaria  naviga- 
zione del  fiume,  e  che  soltanto  le  navi  più 
piccole  potevano  penetrare  in  quelli  fra 
questi  canali  che  furono  compiuti.  Il  pro- 
blema della  comunicazione  dei  due  mari 
mediante  un  canale  disposto  per  la  grande 
navigazione  marittima  non  è  dunque  stato 
risolto  né  tampoco  immaginato  negli  anti- 
chi tempi.  Anzi  si  deve  aggiungere  che 
fino  al  4847  esso  non  lo  fu  d'avvantaggio, 
come  lo  si  potrà  scorgere  dalla  esposizione 
dei  progetti  studiati  nei  tempi  moderni. 

Dopo  il  Califfo  Al-Mansur  (767)  fino  alla 
spedizione  d'  Egitto  non  si  parlò  più  sul- 
l' istmo   di   Suez.  Le  operazioni   fatte   nel 


1799  dagli  ingegneri  addetti  a  quella  spedi- 
zione hanno  servito  di  base  a  tutti  i  pro- 
getti presentali  dopo  tale  epoca;  i  risultati 
di  queste  operazioni  sono  erronei;  tali  pro- 
getti mancano  di  fondamento,  per  cui  ci 
limiteremo  ad  indicare  le  principali  dispo- 
sizioni. 

Il  primo  di  questi  progetti,  compilato  dal 
Lepère,  ingegnere  in  capo  di  ponti  e  strade, 
attaccato  alla  spedizione  ('),  lo  divide  in  due 
rami  distinti:  il  primo,  il  quale  altro  non  è 
che  la  riproduzione  dell'  antico  canale,  è 
diretto  dal  Nilo  verso  il  mar  Rosso;  il  se- 
condo, che  è  destinato  a  riunire  il  fiume 
col  porto  di  Alessandria,  non  è  altro  che 
il  canale  di  Alessandria  attualmente  detto 
il  Mamudia,  ristaurato  e  riaperto;  la  comu- 
nicazione fra  questi  due  rami  si  stabiliva 
mediante  i  diversi  canali  del  Nilo  (2). 

Da  questo  solo  enunciato  si  scorge  che 
tale  progetto  non  si  applicava  che  ad  una 
navigazione  interna,  e  con  un  debole  corpo 
d'  acqua.  Infatti  colle  disposizioni  indicate 
dal  Lepère,  ammettendo  le  ordinate  della 
livellazione  del  1799,  la  stagione  della  na- 
vigazione coli'  altezza  d'  acqua  di  2  metri 
avrebbe  durato  appena  novanta  giorni  e 
l'altezza  di  3  metri  tutt'al  più  30  giorni  al- 
l' anno. 

Il  Lepère  suppose  che  il  mar  Rosso  ve- 
nisse introdotto  nel  bacino  dei  laghi  Amari 
col  mezzo  di  un  taglio  bastantemente  ampio 
praticato  nel  suolo  di  Suez;  il  ramo  orien- 
tale, la  cui  origine  è  nel  braccio  di  Moeze 
in  vicinanza  al  luogo  dell'  antica  Bubaste 
(attualmente  Teli-Basta)  e  per  conseguenza 
in  un  punto  assai  vicino  alla  presa  d'acqua 
del  canale  dei  Faraoni,  sboccava  nei  laghi 
Amari  in  vicinanza  di  Serapeum.  In  que- 
sto progetto  non  si  avevano  che  due  so- 
stegni l' uno  situato  all'ingresso,  del  bacino 
dei  laghi  Amari  di  fianco  a  Suez,  destinato 
a  rendere  il  livello  del  bacino  indipendente 

(1)  Descrizione  dell'Egitto,  lom.  II. 

(2)  11  canale  di  Moeze  fino  al  braccio  di  Da- 
mietla;  questo  braccio  fino  al  canale  Farunieh  ; 
quest'  ultimo  canale  ed  il  ramo  di  Rosella  fino  al  ca- 
nale di  Alessandria. 


ARCHITETTO 

dalle  variazioni  del  mar  Rosso,  l'altro  si- 
tuato in  vicinanza  di  Ras-el-Uady,  che  di- 
videva il  braccio  orientale  in  due  parti 
con  alimentazione  indipendente.  Questa  di- 
sposizione doveva  essere  interamente  mo- 
dificata in  seguito  alle  operazioni  del  1847, 
e  sarebbero  stati  necessari  più  sostegni 
per  superare  l'altezza  di  circa  7  metri 
ove  le  acque  magre  del  Nilo  a  Teli-Basta 
sorpassano  il  livello  delle  basse  maree. 

Il  ramo  occidentale.,  composto  di  due 
tronchi  ciascuno,  dei  quali  terminato  da  un 
sostegno,  sboccava  da  una  parte  nel  lago 
Mareotide  e  dall'altro  nel  lago  Madieh,  con- 
tinuando la  navigazione  attraverso  di  que- 
sti laghi,  sia  verso  Alessandria,  sia  verso 
la  rada  d'Abukir. 

Questo  progetto  venne  modificato  felice- 
mente da  Linant   di  Bellefonds,  ingegnere   i 
in  capo  al  servizio  del  Bascià  d'Egitto,  che 
ha    subordinate  le  disposizioni   all'  esegui- 
mento della  chiusa  allora  progettata,  e  da 
molti  anni  in  corso  di  esecuzione   in  testa 
del   Delta.    Questa    chiusa  di  cui    si  è  già 
parlato  doveva  avere  per  risultato  di  rial- 
zare notevolmente  le  acque  del  Nilo  nella 
parte  superiore;  egli  era  adunque  naturale 
di  prendere  la  chiusa  in  tal  modo  formata 
per  punto  di  partenza  dei  due  rami  del  ca- 
nale, l'uno  diretto  verso  Alessandria,  l'altro 
verso   lady-Tumilat  ed   il  mar   Rosso.  R 
Linant  suppone  che  il  bacino  dei  laghi  Amari 
sia  riempito  dalle  acque  del  Nilo;  egli  asse- 
gna   al  canale  I'  altezza  d'acqua  di  3ra  52 
in  tutti  i  tempi,  e  distribuisce  la  pendenza 
da  superarsi  per  ciascun  ramo,  fra  sei  so- 
stegni secondo  le  ordinate  del  1799. 

Basato,  come  si  vede,  sull'esecuzione  della 
chiusa  del  Nilo,  questo  progetto  è  convenien- 
temente disposto  secondo  i  livelli  attribuiti 
alle  acque  del  Nilo  ed  ai  due  mari.  I  livelli 
reali  conducono  al  rifacimento  del  profilo 
del  canale;  l'altezza  d'acqua  è  insufficiente 
per  un  canale  marittimo,  ma  la  disposizione 
generale  del  tracciato  è  presso  a  poco  la 
migliore,  ad  eccezione  perù  che  in  luogo 
di  situare  in  vicinanza  del  Cairo  la  presa 
d'acqua  del  ramo  orientale,  è  indispensabile 
di  trasportarla   immediatamente    a    monte 


ED  AGRONOMO  439 

della  chiusa.  La  disposizione  adottata  dal 
Linant  avrebbe  due  inconvenienti;  l'uno 
di  allungare  senza  bisogno  e  nello  stesso 
tempo  senza  alcun  utile  il  corso  di  fiO  chi- 
lometri ;  l'altro,  molto  più  grave,  di  subor- 
dinare la  navigazione  a  tutte  le  difficoltà 
che  può  presentare  il  letto  del  Nilo  fra  la 
chiusa  ed  il  Cairo.  Sarà  di  già  assai  dif- 
ficile il  conservare  a  monte  della  chiusa 
un  canale  di  una  profondità  bastante;  le 
più  potenti  risorse  dell'arte  non  basteranno 
per  assicurare  un  simile  risultato  nella  parte 
del  Nilo  così  inutilmente  percorso. 

Qui  non  si  parlerà   degli   altri   progetti 
proposti  sulla  direzione  da  Suez    ad  Ales- 
sandria, progetti  che  appoggiano  tutti  sulla 
livellazione  del  1799,  e  per  conseguenza  non 
sono  molto  diversi  di    quelli    di    Lepère  e 
Linant;  ma  si  verrà  a  dire  di  quei  pro- 
getti che  hanno  per   oggetto  la  comunica- 
zione diretta   fra    i    due    mari    attraverso 
l'istmo  seguendo  il  cammino  più  breve.  Que- 
sti progetti  appartengono  a  due  sistemi  di- 
versi; gli  uni,  come  quello  indicato  da  Amru 
e  respinto  dal  Califfo  Omar,    suppongono 
una  biforcazione  alimentata  dalle  acque  del 
Nilo,  colla  quale  si  possano  tradurre  le  acque 
nei  due  mari;  gli  altri  seguendo  il  sistema 
adottato  dal  Lepère  e  dal  Linant,  si  appli- 
cano ad  un  canale  alimentato  dalle  acque 
del   mar   Rosso.    Allorché  si  suppone  che 
questo  mare  si  trovi  più  elevato  di  9  me- 
tri sul  Mediterraneo,  egli  è  infatti  naturale 
di  stabilire  la  comunicazione  fra  i  due  mari 
scaricando   il   più    alto    nel  più  basso.  La 
facilità  di  questa    operazione    e   la  proba- 
bilità del  suo  successo  non  erano  sfuggite 
al  Lepère,  il  quale  le  ha  indicate  in  poche 
parole,  ma  quanto  basta  nella  sua  memoria 
sul  canale  dei  due  mari  ('). 

(*)  In  questo  progetto  del  canale  di  Suez  non 
abbiamo  espressamente  motivala  la  scelta  dell'an- 
tica direzione  per  f  interno  del  Della  verso  Ales- 
sandria sulle  considerazioni  commerciali  particolari 
all' Egitto,  e  sopra  ciò  che  la  cosla  verso  Pelusio 
non  sembra  permettere  lo  stabilimento  marittimo 
permanente.  Ciò  nullameno  crediamo  dover  rico- 
noscere che,  astrazione  falla  a  queste  considerazioni, 


140  (UORNÀLE   DELL 

Dietro  questa  rapida  veduta  il  Lepère  non 
indica  chiaramente  le  disposizioni  del  ca- 
nale diretto;  ma  è  evidente  ch'egli  intende  di 
parlare  di  un  canale  a  sostegni  alimentato 

sarà  tuttavia   facile  (ciò  che   sembra   al   contrario 
difficile,  e  nello  slesso  tempo  pericoloso  prima  del- 
l' invenzione  delle  conche)   di   aprire  una  comuni- 
cazione diretta  fra  i  laghi  Amari  ed  il  Ras-el-Moyeh, 
prolungato  sulla  sponda  orientale  del  lago  Menzaleh 
fino   al  mare  verso  Pelusio.  Non  abbiamo  fatta  la 
livellazione  positivamente  seguendo  questa  direzione 
da  Serapeum  al  Ras-el-Moyeh,  ma  su  di  una  linea 
poco  discosta  e  paralella  da  Muqfar  alla  punta  di 
Menzaleh,  ove  abbiamo  rimarcalo  che  il  suolo  basso 
e  salino  facendo  seguilo  all'  Uady  ,  dovette  essere 
coperto   dalle    acque  del   Nilo,  ed   anteriormente 
da  quelle   dei  laghi   Amari,   dal  quale  non  è  se- 
paralo  che   col   mezzo   di  una   levala  fatta  dalla 
mano  dell'uomo;  crediamo  pure  che  non  si  avrebbe 
a  costruire  che  qualche  porzione  di  diga  al  Ras-el- 
Moyeh,  elevandosi  il  deserto  da  tulle  le  parti  su- 
periormente al  basso  fondo;  pensiamo  d'altronde  che 
un  canale  aperto  seguendo  questa  direzione  presen- 
terebbe un  vantaggio  che  non  avrebbe  il  canale  nel- 
l'interno. Infatti  la  navigazione  vi  potrebbe  essere  co- 
stante, ne  sarebbe  sottoposta  alle  alternative  di  piena 
e  di  magra  del  Nilo  ;  sarebbe  facile  di  ottenere  una  pro- 
fondità più  considerevole  che  quella  del  primo  ca- 
nale col  mezzo  di  una  corrente  alimentala  dall'  im- 
menso serbatoio  dei  laghi  Amari,  ove  le  acque  per 
la  loro  caduta  potrebbero    acquistare   una  velocità 
capace  di  impedire  i  deposili  di  sabbia  che  i  vcnli 
vi  portassero  dal  deserto.  Si  deve  ben  osservare  che 
non  si  avrebbe  a  temere  che  vi  si  formassero  dei 
depositi  di  chiudimento  come  esistevano  alle  bocche 
di  Damielta  e  di  Rosetta,  inquantochè  le  acque  dei 
laghi  Amari  che  alimenterebbero   i  canali  non  de- 
positerebbero del   limo,  e    la   velocità    della    cor- 
rente che  si  potrebbe  rinchiudere  fra  due  getti  do- 
vrebbe conservare  un  canale  bastantemente  aperto 
e  profondo.  Ma  eseguendosi  questo  canale  sarebbe 
indipendente  da  quello  dell'  interno  che  riunisse  lutto 
il  commercio  dell'  Egitto  in  un  altro  centro  comune, 
e  specialmente  alla  citlà  del  Cairo,  ove  fanno  capo 
lutte  le  relazioni  commerciali  dell'Africa. 

Questo  canale  conservandosi  sempre  navigabile, 
si  potrebbe  più  spesso  approfittare  dei  venti  favo- 
revoli all'  uscita  del  mar  Rosso,  ciò  che  non  per- 
metterebbero le  piene  troppo  differite  del  Nilo,  che, 
come  si  è  dello,  non  coincidono  coi  tempi  medj  dei 


'INGEGNERE 

dalle  acque  del  mar  Rosso,  e  disposto  in 
maniera  che  al  hisogno  \i  si  potesse   sta- 
bilire col  mezzo  del  gran  serbatoio  dei  la- 
ghi Amari  una  corrente  bastante  per  poter 
avere   il   passaggio    alla    sua    imboccatura 
nella  baja  di  Tineh.  Si  farà  soltanto  rimar- 
care che  il  Lepère  sembra  qui  ammettere, 
come  in  più  altri  luoghi  della  sua  memo- 
ria, che  il  lago  Timsah  comunica  col  lago 
Menzaleh  mediante  una  vallata  che  termina 
al  Ras-el-Moyeh.  Ciò  è  un  errore  facile  a 
riconoscersi,  e  che  la  carta  della  spedizione 
contraddice    formalmente.  Il   lago  Timsah 
è  un  chiassetto  che   è  nello   stesso   tempo 
separato  dal  lago  Menzaleh  mediante  il  colle 
d'Elferdan,  la  cui  altezza  è  di  45  metri,  ed 
ove  la  minor  larghezza  è  di  15  chilometri. 
11  Linant  calcolando  sull'esattezza   delle 
livellazioni  degli  ingegneri  della  spedizione 
e  riprendendo  l'idea  del  Lepère,  giunse  ad 
un  progetto  più  razionale  e  grandioso.  Que- 
sto progetto  consiste  nelF  aprire  fra  i  due 
mari  una  comunicazione  libera  formante  un 
gran  fiume  d'acqua  salsa  o  piuttosto,  come 
si  esprime  il  suddetto  ingegnere,  un  bosforo. 
Se  si  ammette  infatti  che  le  alte  maree  del 
mar  Rosso  sorpassano  circa  10  metri  il  li- 
vello del  Mediterraneo,  e  che  il  suolo  del- 
l'istmo vada,  come  l'indicano  le  livellazioni 
del  1799,  costantemente  abbassandosi  sino 
al  Nord,  dimodoché  per  gettare  in  massa  il 
più  alto  nel  più  basso  basterebbe  di  tagliare 
il  terreno  più  elevato  di  Suez  e  di  Serapeum, 
e  sarebbe  icon  ciò  assicurata  la  soluzione 
la  più  economica  e  completa  del  problema 
della  comunicazione  dei  due  mari  come  ha 
proposto  il  Linant;  la  più  economica,  poiché 
l'aprimento  del  canale  non  esigerebbe   che 

monsoni;  sarebbe  infine  assai  utile  per  le  spedi- 
zioni degli  ordini  e  dei  dispacci  che  esigono  la 
maggior  celerità.  Si  aggiunge  che  non  si  vede  al- 
cuna difficoltà  a  riaprire  ed  a  conservare  alla  pro- 
fondila conveniente  il  canale  fra  Suez  e  la  sua 
spiaggia,  che  si  proporrebbe  di  stabilire  ad  uso  delle 
corvette  ed  anche  delle  fregale  la  comunicazione 
direila  dei  due  mari  per  l'istmo,  ciò  che  divente- 
rebbe il  complemento  di  questa  grande  ed  impor- 
tante operazione.     (Descrizione  dell'Egitto,  l.  II.) 


ARCHITETTO 

dei  movimenti  di  terrò  quasi  insignificanti, 
e  non  una  sola  opera  d'arte;  la  più  com- 
pleta, se,  come  Linant  la  crede  certa,  la  grande 
conente  d'acqua  chiara  che  porterebbe  il 
canale  al  Mediterraneo  basterebbe  a  conser- 
vare un  passaggio  conveniente  attraverso 
la  plaga  del  Tineh. 

Ecco  le  principali  disposizioni  di  questo 
progetto: 

I  terreni  di  Suez,  di  Serapeum  e   d'EI- 
Ferdan    (poiché  il  Linant  conosce   troppo 
bene  i  luoghi  per  non  commettere  lo  stesso 
errore  del  Lepère  in  quanto  all'ultimo)  sono 
intersecati  da  solcature  di  3  metri  di  pro- 
fondità sopra  do  metri  di  larghezza  media. 
Il  Linant  lascia  in  seguito  alla  corrente  che 
deve  attivarsi  attraverso  queste  solcature 
coU'introduzione  delle  acque,  la  cura  di  ap- 
profondirsi e   di  allargarsi  in  modo  di  as- 
sicurare ovunque  al  canale  una  larghezza 
media  di  50  metri  ed  una   profondità  da  6 
a  7  metri  rappresentante  un'altezza  d'acqua 
da  4  a  5  metri.    Il   Linant   suppone    che 
uscendo  dalla  solcatura  d'El-Ferdan  le  acque 
seguiranno  una  vallata  che  si  dirige  verso 
Pelusio  da  Bir-Abu-Roq;  ma  gli  studi  del  1847 
non  hanno  potuto  fornire  alcuna  traccia  di 
questa  vallata;  essi  dimostrano  al  contrario 
che  i  bassi  fondi  di  Krayeh,  come  pure  la 
piccola   vallata   nella  quale  si  trova  Bir- 
Abu-Roq,  versano  egualmente  le  loro  acque 
nel  lago  Ballali,  e  che  il  livello  del  terreno 
va  innalzandosi  costantemente  senza  alcuna 
interruzione  partendo  dalle  sponde  del  lago 
sino  sui  pendii  superiori  della  catena  arabica. 
La  catena  delle  dune  mobili   che  si  mani- 
festa sopra    queste  pendenze  da   Bir-Abu- 
Roq  ad  Abu-Assab  presso  a  poco  secondo 
una  linea  orizzontale  compresa  fra  le  co- 
ste di  20  e  40  metri,  forma  infatti  una  spe- 
cie di  vallata  secondaria  diretta  verso  il  Me- 
diterraneo. Ma  questa  vallata  è  senza  pro- 
fondità, e  molto  più  elevata  del  livello  del 
mare.  Il  progetto   del  Linant    non  si  po- 
trebbe adunque  eseguire  secondo  questa  di- 
rezione. Ciò  nullameno  non  si  avrebbe  al- 
cun ostacolo  a  seguire  le  sponde   del  lago 
Menzaleh    scegliendo    convenientemente   il 
terreno,  ed  in  questa  parte  non  si  cambie- 


KD  AGRONOMO  jfj 

rebbe  gran  che  la  disposizione  generale  del 
progetto. 

Preoccupato  della  differenza  di  livello  del 
Mar  Rosso  colle  terre  basse  dell'Egitto,  il 
Linant  propose  di  eseguire  due  robuste  di- 
ghe per  impedire  ildebordamento  delle  acque 
salse  sul  Delta;  l'una  di  queste  dighe  sarebbe 
situata  all'ingresso  della  vallata  del  Tumi- 
lat,  e  l'altra  in  vicinanza  del  Ras-el-Moyeh. 
Un  semplice  cavo  di  direzione  scavato  nella 
valle  di  Bir-Abu-Roq  servirebbe  di   primo 
letto  alle  acque,  le  quali,  per  la  loro  velo- 
cità avrebbero,  secondo  questo  ingegnere, 
subitamente  trasformato  questo  piccolo  letto 
in  un  gran  fiume,  e  giungerebbero  così  nel 
piano  di  Pelusio  che  verrebbe  attraversato 
col  mezzo  di  un  canale  colla  foce  al  mare 
fra  le  mine  di  Pelusio  e  quelle  di  Faramah; 
questo  canale  fiancheggiato  da  una  diga  de- 
stinata ad  impedire  lo  scarico  delle  acque 
salate  nel  lago  Menzaleh  sboccherebbe  nella 
baja  di  Tineh,  ove  dalla  corrente  sarebbe  ben 
tosto  aperto  un  largo  e  profondo  passo. 

Il  Linant  pensa  che  col  mezzo  di  canali, 
qualunque  ne  fosse  l'energia,  non  potreb- 
besi  giungere  ad  aprire  il  passaggio  in  vi- 
sta della  limitata  inclinazione  del  terreno,  e 
della  distanza  di  7  ad  8  chilometri  di  lun- 
ghezza; egli  erede  al  contrario  che  la  grande 
corrente  d'acqua   chiara   scaricandosi  me- 
diante l'imboccatura  del  nuovo  bosforo  pro- 
durrebbe infallibilmente  questo  risultato.Egli 
propose  per  assicurare  l'ingresso  al  canale, 
e  per  proteggerlo  contro  i  depositi  del  Nilo 
spinti  dalla  corrente  litorale,  l'esecuzione 
a  ponente  del  passaggio,  di  un  getto  che  si 
spingerebbe  possibilmente  lontano,    e  che 
secondo  lui  basterebbe    per    assicurare   in 
lutti  i  tempi  alle  navi  la  possibilità  di  im- 
boccare  il    passo    direttamente    senza  dar 
fondo.  Il  lago   Timsah  in  questo    progetto 
diventerebbe   un   gran   porto    naturale.   In 
quanto  all'ingresso  del  Mar  Rosso  il  Linant 
ha  supposto  che  la  velocità  della  corrente 
scaricata  da  questo  mare  nel  canale  ajutata 
dall'  azione    delle    cucchiaje    conveniente- 
mente impiegate  basterebbe  per  approfon- 
dirlo e  renderlo  praticabile  alle  navi. 


142 


IX.  Studj  del  4847. 


I  diversi  progetti  che  abbiamo  indicali 
erano    rimasti  nel  dominio  delle  specula- 
zioni teoriche,  e  nulla  annunziava  ch'essi 
dovessero  uscire  per  molto  tempo,  allorché 
nel  4846,  dietro  l'iniziativa  di  P.  Enfanlin, 
che  da  venti  anni  non  ha  mai  cessato  dal 
richiamare   con  tutti   i  mezzi  1'  attenzione 
pubblica  sopra  questa  grande  questione,  si 
è  formata    una   società   nell'intenzione  di 
riunire  mediante  studj  rigorosi  e   completi 
gli  elementi  di   una  soluzione.   Questa  so- 
cietà è  composta  di  tre  gruppi,  tedeschi,  in- 
glesi e  francesi,  ed  è  costituita  principal- 
mente d'uomini  di  queste  tre  nazioni  eletti 
dal  commercio.  Tre  ingegneri,  membri  della 
società,  cioè  i  signori  Roberto  Stephenson, 
Luigi  Negrelli  e  Paolino  Talabot,  furono 
incaricati  della  direzione   degli  studj  e  si 
divisero  il  lavoro  nel  seguente  modo:  Ste- 
phenson e   Negrelli    si   incaricarono   delle 
operazioni  da  eseguirsi  nel  mar  Rosso  e  nel 
Mediterraneo,  e  l'ingegnere  francese  di  quelle 
che  concernono  l'istmo  ('). 

Nel  30  aprile  4847  una  compagnia  di  in- 
gegneri tedeschi  muniti  di  tutti  gli  istro- 
menti  necessarj  prendevano  dimora  nella 
baja  di  Tineh  ed  impiegavano  quasi  tre 
mesi  a  fare  su  questa  baja  uno  studio  pro- 
fondo. 

1  lavori  topografici  eseguiti  sul  Mar  Rosso 
mediante  la  cura  dell'ammiragliato  inglese, 
bastano  per  il  momento,  e  gli  studj  detta- 
gliati della  rada  di  Suez  furono  in  conse- 
guenza aggiornati. 

Dal  mio  canto  mi  occupai  immediata- 
mente di  riunire  il  personale  e  di  preparare 
le  istruzioni  necessarie  per  le  operazioni  di 
cui  venni  incaricato.il  difetto  di  verificazioni 
delle  operazioni  del  1799,  le  circostanze  nelle 
quali  erano  state  eseguite,  erano  di  natura 
tale  da  inspirarmi  dei  dubbj  sull'esattezza  dei 


(i)  La  presente  memoria  è  scritta  da  questo  in- 
gegnere francese  sig.  Paolino  Talabol,  ed  inserila 
nella  Revue  des  deux  mondes  del  mese  di  mag- 
gio 1855. 


0  IO  UN  A  LE   UELE'lINGEC.ISEHE 

dati  allora  raccolti.  Cionnullameno  l'abilità  e 
la  riputazione  degli  ingegneri  che  avevano 
essi  stessi  operato  in  queste  livellazioni,  la 
verificazione  ch'essi  credevano  di  aver  fatta 
col  mezzo  della  piena  straordinaria  del  4800, 
infine  la  testimonianza  di  Linant,  che  abita 
l'Egitto  da  lungo  tempo,  e  che  conosce  per- 
fettamente le  località,  tutto  si  riuniva  per 
confermare  i  risultati  ottenuti  dagli  inge- 
gneri della  spedizione. 

Tuttavolta  era  bene  di   riscontrarli,  in- 
quantochè  questi  risultati  avevano  qualche 
cosa  di    straordinario    e    di    contrario  alle 
leggi  matematiche.  L'  enorme  differenza  di 
livello  che  si  ravvisava  fra  i  due  mari  sulla 
distanza  di  appena  440  chilometri,  era  del 
tutto  inesplicabile;  infatti  essa  rimase  ine- 
splicata. Si  poteva  attribuirla  ai  venti  che 
regnano  nel  Mar  Rosso,  inquantochè  questi 
venti  soffiano  durante  la  maggior  parte  del- 
l'anno dalla  regione  del  nord,  ed  essi  ten- 
dono ad    abbassare   piuttosto    il   livello  di 
questo  mare  che  ad  innalzarlo.  D'altronde 
quel  fenomeno  prodigioso  non  poteva  essere 
prodotto  che  da  un  vento  dominante  assai 
violento  ed  assai  costante  per  sollevare  le 
acque  di   un    mare  intero    di  9  metri!  Le 
correnti  osservate  sia  in  questo  mare,  sia 
allo  stretto  di  Bab-el-Mandeb,  sia  nel  mare 
delle  Indie,  non  hanno  nulla  di  straordina- 
rio; niun  fatto  adunque  poteva  giustificare 
questo  risultato,  e  son    rimasto  vivamente 
preoccupato  di  tale  mancanza  di  giustifica- 
zione d'un   fenomeno    così    meraviglioso  e 
della    deficienza    di   qualsiasi  verificazione 
delle  operazioni  degli  ingegneri  della  spe- 
dizione. Cionnonpertanto  di  fronte  a  risultati 
positivi  affermati  da  uomini  di  un    merito 
eminente    e   confermati  dagli    studj    locali 
di    Linant   di   Bellefonds,   io   non    poteva 
più  esitare,  e  dovetti  accettare  come  certo 
che  una  differenza  notevole  di  livello  esi- 
stesse fra  i  due  mari.  La  sola  questione  da 
appurarsi  era  la  quantità  esatta  di  questa 
differenza,  e  la  disposizione  geometrica  del 
terreno  dell'istmo  che  li  separa. 

In  base  a  queste  considerazioni  furono 
disposte  le  istruzioni  alla  compagnia  fran- 
cese, istruzioni  che  limitavano  gli  studj  al 


ARCHITETTO 

terreno  compreso  fra  il  Cairo,  Suez  e  Tineh. 
Se  non  fossi   stato  convinto  dell'  esattezza 
delle  operazioni  del  1799,  avrei  certamente 
aggiunta   la    direzione  dal  Cairo   ad  Ales- 
sandria :    ma   confidando    nei    risultati    di 
quelle  operazioni,  ho  dovuto  astenermi  dal 
prescrivere  un  lavoro  lungo,  dispendioso,  e 
secondo  tutte  le  probabilità  senza  alcun  in- 
teresse.   La    compagnia   francese    fu  posta 
sotto  la   direzione  di   Bowdaloue ,  abile  e 
pratico  ingegnere,  che  in  materia  di  livel- 
lazione gode  una  riputazione  incontestata,  e 
che  da  30  anni    ha    eseguito    sotto  la  mia 
direzione  delle  operazioni,  assai  estese  e  dif- 
ficili. Tale   comitiva    si    componeva   di    un 
geometra    triangolatole,  di    un   capo  delle 
livellazioni ,  e  di  otto    operatori    esercitati. 
Questa  compagnia,  fornita  di  eccellenti  istro- 
menli,  arrivò  al  Cairo  il  17  settembre  1847. 
Col  concorso  benevolo  del  Linant  la    spe- 
dizione fu  bene  accolta  dal  Viceré,  il  quale 
premuroso  e  con  somma  liberalità    pose  a 
sua  disposizione  tutto  il   personale  e  tutto 
il  materiale  che   poteva    essere  necessario 
pei  lavori  della  spedizione,  e   volle  ezian- 
dio incaricarsi  di  provvedere   a    sue  spese 
alla  sussistenza  della  comitiva  durante  tutto 
il  tempo  delle  operazioni  nel  deserto.   Sua 
Altezza  accordando  una  scorta  di  sessanta 
soldati,  dieci  beduini  delle  tribù  del  deserto, 
sessanta  camelli,  venti  dromedarj,  trentadue 
tende,  ecc.,  volle  inoltre  autorizzare  il  Li- 
nant di  Bellefonds,  direttore  generale   dei 
ponti  e  delle  strade  in  Egitto,  e  quattro  in- 
gegneri allievi  egiziani  a  riunirsi  ai  lavori 
della  compagnia.  Questa  compagnia  si  di- 
vise in  due  parti;  luna  di  esse  cominciò  ad 
operare  il  25  settembre  partendo  dal  Cairo 
e  dirigendosi  verso  l'Uady-Tumilat;  l'altra 
si  mise  sulla  strada  per  il  centro  dell'istmo 
ed  arrivò  in  vicinanza  al    Iago  di   Timsah 
1'  8  ottobre.  Le  operazioni  dell'istmo  conti- 
nuarono ciò  nullameno  i  mesi  di  ottobre  e 
novembre  sino  al  10  dicembre,  ed  un'ultima 
verificazione  venne   prolungata   sino   al  6 
gennajo. 

Ciascun  gruppo  di  operatori  era  diviso  in 
due  sezioni,  l'ima  delle  quali  incaricata  delle 
triangolazioni  e  delle  operazioni  geometri- 


En  agronomo  143 

che,  l'altra  delle  livellazioni  longitudinali  e 
trasversali.  La  prima  sezione  precedeva  la 
seconda,  la  quale  nelle  sue  operazioni  sì 
congiungeva  coi  punti  trigonometri  deter- 
minati dai  triangolatori.  Tutte  le  operazioni 
vennero  fatte  con  eccellenti  stromenti  ese- 
guiti o  scelti  per  la  circostanza  (i).  Tutte  le 
precauzioni  d'uso  si  sono  prese  nel  rego- 
lamento, nel  maneggio  e  nell'impiego  di 
questi  strumenti  (2).  Non  si  operava  giara- 

(*)  4  teodoliti di  Bicher 

3  livelli  grandi      ....     di  Gavet 
2  simili  col  sistema  Bourdaloue 

2  simili  piccoli      .... 

3  bussole  di  20  centimetri .    di  Chevalicr 
5  simili  di  18  centimetri. 

(2)  Tulle  le  livellazioni  si  sono  falle  con  delle 
biffe  divise  dall'alto  al  basso,  e  segnale  con  cifre 
che  si  potevano  leggere  col  cannocchiale,  eseguite, 
dipinte,  e  graduale  per  la  circostanza. 

Da  lungo  lempo  venne  abbandonalo  l'uso   delle 
biffe  a  colisse  e  collo  scopo,  che  possono  essere 
utilmente  impiegate  per  desumere  qualche  altezza 
isolala,   ma   il  cui  uso  nelle  grandi   livellazioni   è 
estremamente  complicato,  assai  lento  e  soggetto  ad 
errori.  II  collocamento  dello  scopo  nel  raggio  vi- 
suale fa  perdere  un  lempo  considerevole  ;  esso  è 
quasi  impossibile  allorché  Irovasi  molto  alto  e  quando 
soffia  il  vento.  Queste  biffe  esigono  delle  persone 
esercitate,  abili  a  leggere  le  cifre,  e  che  sappiano 
notare  le  altezze;  e  siccome  di  rado  si  trovano  si- 
mili persone   bastantemente  sicure,  e   nel  suppo- 
sto anche    che   se   ne  abbiano,  essendo  suddivisa 
fra  due  operatori,  è  più  facile  incorrere  negli  errori, 
per  cui  volendo  operare  con  certezza  è  d'uopo  che 
in  ciascuna  battuta  l'osservatore  esamini  egli  stesso 
la  biffa;  ciò  che  produce  una  soverchia  perdita  di 
tempo;   infine   queste  biffe  sono  molto  più  difficili 
a  costruirsi,  mollo  più  fragili,  e  di  rado  suscettibili 
di  riparazione.  Dietro  queste  considerazioni  da  lungo 
tempo  venne  abbandonato  l'uso   delle  biffe  collo 
scopo,  le  quali  d'altronde,  come  ognuno  sa,  non 
sono  più  impiegale  nella  maggior  parte  dei  paesi 
che  sono  innanzi  nelle  materie  dei  grandi  lavori 
pubblici,  fra  i  quali   Irovasi   l'Inghilterra.  D'altra 
parie  il  Bourdaloue  giunse  a  perfezionare  talmente 
il  materiale  e  la  pratica  della  livellazione  con  delle 
biffe  a  regolo  in  modo  da  rendere  tali  lavori  deli- 
cali  ed  accessibili  a  degli  operatori  mediocremente 
esperimenlati,  senza  punto  sacrificare  alla  certezza 


144 


GIORNALE   DELL' INGEGNERE 


mai  senza  assicurarsi  che  l' istrumento  si 
trovasse  in  buono  stato,  e  ciascun  operatore 
faceva  costantemente  capovolgere  il  can- 
nocchiale, non  che  tutte  le  ripetizioni  ed  os- 
servazioni necessarie  per  assicurarsi  dell'e- 

dolle  operazioni,  assicurando  al  contrario  l'esattezza 
col  mezzo  di  numerose  verificazioni.  Mediante  questo 
processo  che  in  giornata  venne  divulgalo  fra  i  nu- 
merosi operatori  da  lui  slesso  formati,  sono  state 
condotte  le  livellazioni  della  comitiva  prendendosi 
inoltre  tutle  le  precauzioni  che  la  sua  esperienza 
gli  ha  suggerito  per  assicurarne  l'esattezza. 

Tutti  gli  istromenli  verificati  con  diligenza  e  con- 
frontati, ciascuna  sezione  di  ingegneri  applicati  alla 
livellazione  per  ciò  che  concerne  il  profilo  longitu- 
dinale, si  componeva  di  due  osservatori,  ciascuno 
dei  quali  fornito  di  un  livello,  assistilo  da  un  let- 
tore (ajulantc)  e  da  due   porta-biffe.   L' operatore 
soltanto  maneggiava   l'islromenlo;  il   lettore   non 
aveva  altra  funzione  che  di  assistere  l'operatore  e 
di  risconlrarne  la  lettura  dell'altezze  e  le  calcola- 
zioni. A  ciascun'osservazione  l'operatore  ed  il  let- 
tore che  tenevano  dal  canlo  proprio  le  loro  ma- 
trici osservavano  indipendentemente  l'uno  dall'al- 
tro; il  lettore  annunciava  l'altezza  ad  alla  voce; 
mal' operatore  non  faceva  conoscere  la  sua  osser- 
vazione, se  la   differenza  fra  le  due  altezze  Ielle 
sorpassava  i  due  millimetri,  ciascun  d'essi  osser- 
vava di  nuovo;  se  essa  era  minore,  l'osservazione 
era  tenuta  per  buona  ed  il  lavoro  continuava. 

I  due  operatori  di  ciascuna  sezione  lavoravano 
indipendentemente  l'uno  dall'altro,  ed  in  modo  che 
le  loro  livellazioni  venivano  soltanto  ad  incontrarsi 
ed  a  confrontarsi  ogni  2  o  3  chilometri.  A  ciascun 
riscontro  si  confrontavano  le  ordinate.  Se  la  diffe- 
renza oltrepassava  i  12  millimetri,  l'operazione  si 
ricominciava  partendo  dall'ultimo  punto  d'incontro. 
Con  questa  disposizione  una  sezione  composta 
di  due  osservatori  capaci  di   maneggiare  l'islro- 
menlo, di  due  lettori  e  di  quattro  porta-biffe  cam- 
minavano  mollo  rapidamente  verificandosi  costan- 
temente fra  loro,  senza  che  vi  potesse  essere  alcun 
dubbio  sulle  operazioni  compiute. 

Ben  inteso  che  ciascun  operatore  prendeva  la  pre- 
cauzione di  collocare  l'islromenlo  ad  eguale  di- 
stanza fra  gli  scopi  per  evitare  l'effetto  della  rifra- 
zione, e  che  il  lavoro  fu  sempre  sospeso  durante 
le  ore  in  cui  l'elevazione  del  sole  rendeva  necessa- 
riamente in  un  paese  così  caldo  come  l' Egitto  le 
operazioni  incerte. 


sattezza  del  rilievo,  por  correggere  gli  errori 
provenienti  dalle  imperfezioni  inevitabili  nel- 
l'uso degli  istromenti.  Ciascuna  linea  di  li- 
vellazione era  seguita  nello  stesso  tempo  da 
due  operatoli  che  agivano  separatamente  e 
che  si  ordinavano  per  confrontare  le  ordi- 
nate di  distanza  in  distanza.  In  questo  modo 
si  è  sempre  progredito  da  ciascuna  sezione 
verificandosi   essa    medesima;    di    più  due 
grandi  verificazioni  dell'operazione  generale 
sono  state  fatte  l'una  mediante  la  livella- 
zione da  Suez  al  Cairo  percorrendo  la  strada 
delle  Indie,  l'altra  mediante  una  seconda 
livellazione  a  grandi  tratte  dal  Mediterraneo 
al  Mar  Rosso. 

La  prima  di  queste  verificazioni  ha  dato 
per  l'ordinata  al  Cairo  una  differenza  di  7 
centimetri  soltanto  ;  la  seconda  fatta  rapi- 
damente ed   a  grandi   tratte  presentò  una 
differenza  di  58  centimetri  tra  Suez  e  Tineh, 
ed  avrebbe  per  risultato  di  abbassare  di  al- 
trettanto il  livello  del  Mar  Rosso.  Questa 
livellazione  essendo  stata   fatta  con  minor 
cura    della   precedente  livellazione    inerita 
minor  confidenza  ;  ma  tale  qua!  è  basta  per 
dimostrarne  l'esattezza.  Si   deve  adunque 
ammettere  sino  ad  una  contraria  dimostra- 
zione risultante    da    operazioni   fatte  colla 
medesima  cura,  e  mediante  operatori  altret- 
tanto   esercitati:   1.°  che   la   bassa   marea 
dell' 8    dicembre    1847    a    Tineh  essendosi 
presa  per  punto  di  partenza,  la  bassa  marea 
del  25  novembre  a   Suez   non  era   che  di 
3  centimetri  al  disopra  di  questo   livello  ; 
ora  la  marea  dell' 8  dicembre  essendo  stata 
a  Tineh  di  0m  38  e  quella  del  25  novembre 
a  Suez  di  lm  95,  l'ordinata  media  del  mare 
sarà  a  Tineh  diOm  19,  ed  a  Suez  di  (Jm  99: 
la  differenza  fra  le    altezze    medie  dei  due 
mari  sarà  adunque  di  0m8U,  come  già  ab- 
biamo più  sopra  indicato;  2.°  che  il  livello 
delle  magre  del  Nilo  al   Meqyas  del  Cairo 
è  di  13m27  al  disopra  della  bassa   marea 
dell' 8  dicembre  a  Tineh. 

Si  è  cercato  di  contestare  questo  risul- 
tato col  mezzo  di  considerazioni  teoriche; 
ma  le  operazioni  del  1847  sono  state  fatte 
con  un  corredo  tale  di  precauzioni  e  di  ve- 
rificazioni, e  mediante  persone  cosi  esperi- 


ARCHITETTO   EU    AGRONOMO 


mentale,  ch'esse  si   trovano  al   coperto  di 
tutte  le  contestazioni  che  non  appoggiassero 
sopra    una  nuova  serie  di  operazioni  fatte 
colla  medesima  cura  e  colla  stessa  abilità. 
Se  le  considerazioni  teoriche  fossero  di  qual- 
che valore  in  confronto  di  un    fatto  mate- 
riale così  ben  constatato,  mi  potrei  prevalere 
a    mia    volta    di   un'  autorità  che  in  simile 
materia  vale   qualunque   altra,  quella  cioè 
dell'  illustre  Laplace,  il  quale  ha  sempre  ne- 
gato come  impossibile  la  differenza  di  livello 
fra    i    due  mari  risultante  dalle  operazioni 
del    1799.    Come    meravigliarsi   d' altronde 
che  queste  operazioni  fatte  a  più  riprese  ed 
interrotte  dai  movimenti  militari,  fatte  rapi- 
damente a  grandi  tratte  di  livello  da  diversi 
operatori,  in  gran  parte  con  degli  istromenti 
imperfetti  e  senza  alcuna  verificazione,  non 
abbian  dato  che  risultati  incerti  ed  erronei? 
Il  Lepère  medesimo,  l'ingegnere  in  capo 
che  li  dirigeva,  si  esprime  in  tal  modo  su 
questo  proposito  (i).  «  Sollecitato  dal  tempo, 
tormentato    dalle  dimostrazioni  ostili  delle 
tribù  arabe,  obbligato  di  sospendere  ad  ogni 
tratto    l'operazione,    forzato  infine  di  ese- 
guire  con  livello  d'acqua  una  gran  parte 
di    queste  livellazioni,  posto  nell'impossi- 
bilità di  fare  alcuna  verificazione,  non  è 
da    stupirsi  che  gli  abili  ingegneri  che  fa- 
cevano queste  operazioni  in  circostanze  co- 
tanto eccezionali  siano  arrivati  a  dei  risultati 
incerti  ».  La  discordanza  fra  le  operazioni 
del  1799  e  quelle  del  1847  si  spiega  adunque 
senza  fatica.  Del  resto  un'  ultima   verifica- 
zione   eseguita  nel  1853  attraverso  l'istmo 
mediante    la  cura  di  Linant  venne  a  con- 
fermare l'esattezza  delle  operazioni  del  1847. 
Secondo    le  cifre  pubblicate  da  questo  in- 
gegnere, questa  verificazione  avrebbe  dato 
per  altezza  della  bassa  marea  a  Suez,  un' 
ordinata  più  alta  di  12  centimetri  soltanto  di 
quella  dei  risultati  della  livellazione  del  1847. 

X.  Esame  dei.  diversi  progetti  di  canaliz- 
zazione dell'istmo. 

I   diversi   progetti   presentati  per  la  co- 
municazione dei  due  mari  si  dividono,  come 

C1)  Descrizione  dell' Egitto,  Capo  IL 


145 


Voi.  ni. 


si  è  potuto  vedere  da  quanto  venne  più 
sopra  esposto,  in  due  categorie  distinte;  la 
prima  comprende  i  tracciamenti  che  riuni- 
scono i  porti  di  Suez  e  di  Alessandria,  la 
seconda  quelli  che  mettono  il  porto  di  Suez 
in  comunicazione  diretta  colla  baja  di  Tineh. 
La  prima  categoria  comprende  essa  pure 
due  sistemi  di  tracciamenti  distinti;  il  primo 
si  dirige  attraverso  del  Delta  da  Alessan- 
dria verso  Uady-Tumilat,  il  secondo  ri- 
unisce i  due  rami  del  canale  nel  luogo 
della  chiusa  superando  il  Nilo  a  monte  di 
quest'opera. 

I  progetti  della  seconda  categoria  si  di- 
vidono egualmente  in  due  sistemi  distinti: 
il  primo  si  applica  ad  un  canale  alimentato, 
al  punto  di  partenza,  dalle  acque  del  Nilo, 
e  discende  verso  ciascuno  dei  due  mari  col 
mezzo  di  sostegni;  il  secondo  ad  un  canale 
senza  sostegni  mettendo  in  comunicazione 
diretta  i  due  mari  senza  ostacoli  intermedj. 
Queste    quattro    combinazioni   compren- 
dono tutti  i  sistemi  proposti  o  proponibili; 
esamineremo    ciascuno    di    essi  prendendo 
per  punto  di  partenza  i  risultati  delle  ope- 
razioni   del   1847;  ma  innanzi  tutto  quali 
dimensioni   si    dovranno    adottare   per  un 
canale  destinato  a  congiungere  i  due  mari? 
Questo  canale  deve  essere  disposto  per  ri- 
cevere   soltanto  le  più  grandi  navi  impie- 
gate in  giornata  nel  commercio,  ed  i  battelli 
a  vapore    di  dimensioni   analoghe,  oppure 
si  devono  ammettere  i  maggiori  vascelli  da 
guerra  ed  i  battelli  a  vapore  le  cui  dimen- 
sioni eccedono  anche  quelle  dei  vascelli  da 
guerra  ? 

Nel  primo  caso  i  sostegni  che  avessero 
la  larghezza  di  17  metri,  60  metri  di  lun- 
ghezza e  7  metri  di  altezza,  basterebbero, 
ammettendo  con  queste  dimensioni  anche 
le  fregate  di  primo  ordine.  Pei  battelli  a 
vapore  a  ruote  di  320  cavalli,  è  d'uopo  por- 
tare la  larghezza  del  sostegno  a  18m  50, 
e  per  quelli  da  500  a  600  cavalli  sarà  ne- 
cessario di  adottare  la  larghezza  di  21  me- 
tri e  la  lunghezza  di  90  metri. 

Per  le  navi  da  guerra  di  secondo  ordine 
basterebbe  una  larghezza  di  17  metri  e  la 
lunghezza  di  72  metri; pei  vascelli  dì  primo 


Settembre  1855. 


19 


liG 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


ordine  l'altezza  d'acqua  deve  essere  por- 
tala ad  8  metri,  la  larghezza  del  sostegno 
a  18  metri,  almeno,  e  la  lunghezza  a  7G  metri. 
Infine  l'ultimo  vascello  a  vapore  uscito  dai 
cantieri  della  marina  imperiale,  la  Bretagna, 
esigerebbe  un'altezza  d'acqua  di  8  metri, 
una  lunghezza  nel  sostegno  di  19  metri,  e 
la  larghezza  di  85  metri. 

A  me  pare  che  si  debbano  primieramente 
allontanare  i  vascelli  di  primo  ordine  a 
pieno  carico  in  causa  dell'altezza  d'acqua 
eccessiva  che  abbisogna,  la  quale  aumente- 
rebbe di  troppo  le  difficoltà  di  esecuzione. 
Alleggerendo  questi  bastimenti  delle  loro  ar- 
tiglierie, delle  loro  imbarcazioni,  e  di  una 
parte  delle  provvigioni,  sarà  sempre  pos- 
sibile di  farli  passare  nel  canale  purché 
l'altezza  d'acqua  utilizzabile  raggiunga  i 
7  metri,  limile  bastante  pei  maggiori  basti- 
inenti  del  commercio,  e  pei  battelli  a  vapore 
i  più  forti.  Da  cui  risulta  che  l'altezza  d'ac- 
qua praticabile  di  7  metri,  che  corrisponde 
ad  un'altezza  d'acqua  d'esecuzione  di  8  me- 
tri, basterà  a  tutti  i  bisogni  della  navigazione. 

La  larghezza  dei  sostegni  potrebbe  ri- 
dursi a  18  metri,  allontanando  i  grandi  bat- 
telli a  vapore  a  ruote;  ma  per  queste  navi 
sarà  necessaria  una  dimensione  da  20ra  50 
a  21  metri. 

Infine  la  lunghezza  dei  sostegni  non 
avendo  alcuna  influenza  sulle  dimensioni 
generali  del  canale,  e  non  impegnando  che 
in  una  quantità  d'  acqua  che  qui  non  reca 
alcun  disappunto,  converrà  adottare  un  li- 
mite bastante  per  tutte  le  navi  senza  ecce- 
zione, per  esempio  di  100  metri;  da  cui  ri- 
sulta che  all'oggetto  che  la  navigazione  del 
canale  dei  due  mari  soddisfaccia  a  tutli  i  bi- 
sogni le  sue  dimensioni  dovranno  essere 
regolate  come  segue: 

Altezza  d' acqua 8  metri 

Larghezza  dei  sostegni     .    .      21 

Lunghezza  dei  sostegni    .     .    100 

Larghezza  del  canale  al  fondo     40 

od  anche  meglio,  ove  si  presti 

il  terreno, 50 

Ciò  posto,  la  difficoltà  principale  di  tutti 
i  progetti  che  partono  d'Alessandria  è  quella 


di  conservare  l'altezza  d'acqua  di  8  metri 
al  punto  in  cui  il  canale  deve  attraversare  il 
Nilo.  Gli  inconvenienti  di  attraversare  i  fiumi 
sono  abbastanza  noti.  Se  non  si  trattasse 
che  di  un'altezza  d'acqua  di  due  o  tre  metri,  i 
metodi  ordinarj  basterebbero  per  assicu- 
rarne la  riuscita  ;  ma  il  voW  conservare 
una  profondità  di  8  metri  presenta  delle 
difficoltà  che  non  sono  slate  giammai  su- 
perate. 

L' impiego  di  un  ponte  canale  per  su- 
perare il  fiume  presenta  delle  objezioni  non 
meno  gravi;  questo  sistema  obbliga  infatti 
a  rialzare  il  pelo  d'acqua  al  punto  di  di- 
visione di  almeno  12  metri,  e  ad  eseguire 
per  conseguenza  quattro  sostegni  di  più 
sopra  ciascun  versante;  esso  d'altronde  pre- 
senta delle  difficoltà  di  alimentazione  assai 
rilevanti. 

L'  attraversamento  del  Nilo  è  adunque  la 
difficoltà  principale  dei  tracciamenti  per 
Alessandria.  Si  è  conchiuso  quindi  che  tutti 
gli  andamenti  pel  Delta  che  dovessero  at- 
traversare i  diversi  rami  del  fiume,  ed  i  ca- 
nali d'irrigazione  che  solcano  il  territorio, 
si  dovrebbero  abbandonare.  D'altronde  per 
avvicinarsi  al  Cairo  coli' andamento  vi  sono 
dei  motivi  che  toccano  gli  interessi  politici 
e  materiali  dell'Egitto  e  da  cui  è  impossi- 
bile il  far  astrazione.  Infine  la  costruzione 
della  chiusa  se  si  compie  e  si  producono  i 
risultati  che  si  attendono,  sarà  una  ragione 
decisiva  per  trasportare  superiormente  a 
tale  opera  l'origine  dei  due  rami  del  canale. 
Le  livellazioni  del  1847  stabiliscono,  se- 
condo le  notizie  fornite  dal  Mougel  (al  quale 
si  deve  il  progetto  della  chiusa  e  da  cui 
vien  diretta  l'esecuzione),  che  quest'opera 
una  volta  compiuta,  avrà  per  risultato  di 
rialzare  il  livello  del  Nilo  a  monte  all'or- 
dinata 17;  d'altronde  il  livello  delle  fon- 
dazioni essendo  stabilito  all'ordinata  10,  40» 
le  piene  raggiungeranno  l'ordinata  19,22. 
Da  ciò  risulta  che  l'altezza  d'acqua  a  monte 
della  chiusa  sarà  in  acque  basse  di  6m  60 
ed  in  acque  alte  8m  80.  Se  adunque  que- 
sto progetto  si  compie,  se  si  realizzano 
le  speranze  degli  ingegneri  distinti  che 
lo  conobbero,  basterà  di  rialzare  alquanto 


ARCHITETTO 

l'acqua  trattenuta  per  ottenere,  durante 
almeno  dodici  mesi,  un'altezza  d'acqua  su- 
periore a  8  metri.  Rimane  la  difficoltà  di 
conservare  il  letto  del  fiume  al  livello  delle 
fondazioni  :  ma  questa  difficoltà,  pressoché 
insormontabile  nelle  correnti  d'acqua  che 
hanno  le  piene  rapide  e  passaggiere  che 
modificano  senza  posa  il  fondo,  non  mi  sem- 
bra difficile  nel  fiume  come  il  l\ilo,  che  non 
ha  in  ciascun  anno  che  una  sola  piena,  la 
quale  si  innalza  lentamente  e  regolarmente 
durante  tre  mesi  per  abbassarsi  in  seguito 
colla  medesima  regolarità  e  con  una  mag- 
gior lentezza  durante  il  resto  dell'  anno. 
Avendo  questo  regime  una  potente  mac- 
china a  cucchiaja  basterà  senza  dubbio  per 
conservare  il  letto  al  livello  delle  fonda- 
zioni. 

Ammettiamo  adunque  col  Linant  che 
l'acqua  trattenuta  dalla  chiusa  serva  per 
punto  di  partenza  del  canale,  e  supponiamo 
che  il  livello  inferiore  di  quest'acqua  sia  sta- 
bilito all'ordinata  18  metri,  vale  a  dire  4  me- 
tro al  disopra  del  progetto  del  Mougel. 
Adottata  questa  base,  non  vi  è  cosa  più  facile 
del  tracciamento  del  canale.  Uno  dei  rami, 
di  180  chilometri  di  lunghezza,  si  dirigerà 
verso  Alessandria  seguendo  1'  antico  alveo 
attualmente  abbandonato  del  canale  di  Giu- 
seppe, poi  quello  del  canale  chiamato  Ra- 
tasbee  sino  in  vicinanza  di  Teirieh  e  di  là 
in  linea  retta  ad  Alessandria.  Il  secondo 
seguirebbe  presso  a  poco  l'andamento  del- 
l' antico  canale  dei  Faraoni  sino  ai  laghi 
Amari.  Giunti  in  questo  punto,  si  avrebbe 
la  scella  fra  tre  partiti;  gettarsi  nel  mar 
Rosso  col  bacino  tagliando  il  suolo  di  Suez, 
riempire  il  bacino  colle  acque  del  Nilo  che 
si  condurrebbe  fino  a  Suez,  ovvero  infine 
tracciare  esternamente  al  bacino  un  pro- 
lungamento di  canale  che  andrebbe  a  riu- 
nirsi coli' antico  canale  di  Suez. 

Il  primo  partito  sarebbe  assai  economico 
se  la  profondità  del  bacino  fosse  sufficiente. 
Ma  si  dubita  molto  che  ciò  non  sia.  Infatti 
tutt'  al  più  si  ha  che  le  maggiori  profondità 
arrivano  all'ordinata  di  8  metri,  mentre  la 
massima  parte  della  superficie  di  questo 
bacino   non    oltrepassa  punto  la  profondità 


ED    AGRONOMO  147 

di  3  metri  inferiormente  alla  bassa  marea. 
L' introduzione  del  mare  nei  laghi  Amari 
non  produrrebbe  adunque  che  un'  altezza 
d'  acqua  insufficiente  ;  e  se  questo  bacino 
dovesse  divenir  parte  integrante  del  canale, 
bisognerebbe  necessariamente  compirlo  sino 
ad  un  livello  superiore  di  molto  a  quello 
delle  più  alte  maree.  Da  cui  risulta  ch'esso 
non  potrebbe  essere  alimentato  dalle  acque 
del  Nilo  condottevi  dallo  stesso  canale. 

Per  aumentare  più  possibilmente  la  pro- 
fondità del  bacino,  e  per  diminuire  nello 
stesso  tempo  il  taglio  di  Suez,  converrebbe 
innalzare  più  che  sia  possibile  il  livello  della 
capacità  dei  laghi  determinandolo  a  6  metri, 
ciò  che  si  può  fare  senza  inconvenienti;  sol- 
tanto sarà  necessario  di  eseguire  una  diga 
di  fianco  a  Suez,  per  impedire  che  le  acque 
defluiscano  direttamente  al  mare. 

In  luogo  di  introdurre  la  navigazione  nel 
bacino  dei  laghi,  sarebbe  preferibile  di  adot- 
tare la  terza  soluzione,  prolungando  cioè 
il  canale  all'ovest  dei  laghi  e  continuandolo 
senza  interruzione  sino  al  mar  Rosso.  Que- 
sto sistema  presenta  maggiori  e  più  impor- 
tanti vantaggi. 

In  primo  luogo  si  evitano  le  difficoltà  che 
si  hanno  necessariamente  per  conservare  il 
passaggio  di  entrata  e  d'uscita  del  bacino. 
2,*  Si  economizza  l'erogazione  d'acqua 
considerevole  che  esigerebbe  l'alimentazione 
del  bacino. 

3.°  Si  mette  la  navigazione  al  coperto 
dagli  inconvenienti  che  presenta  sovente 
la  navigazione  dei  laghi. 

Adottando  questo  sistema  si  rimane  liberi 
di  riempire  o  meno  d'acqua  dolce  il  bacino 
dei  laghi;  gli  è  probabile  che  si  troverebbe 
un  vantaggio  il  lasciarvi  defluire  le  acque 
eccedenti  in  tempo  delle  piene  considerevoli, 
e  costituire  in  tal  modo  il  bacino  una  specie 
di  regolatore  delle  piene  del  Nilo.  Si  evi- 
terebbe con  ciò  la  necessità  di  conservare 
in  tutti  i  tempi  il  livello  di  questo  bacino 
ad  un'altezza  determinata,  ciò  che  in  alcune 
stagioni  potrebbe  presentare  delle  difficoltà. 

La  lunghezza  totale  del  ramo  orientale 
del  canale  sarà  con  questo  sistema  di  212 
chilometri,  di  cui  148  chilometri  dalla  chiusa 


448  GIORNALE   DEI 

a  Serapeum,  e  64  da  Serapeum  a  Suez.  La 
lunghezza  dei  due  rami  sarebbe  di  392  chi- 
lometri: ciascun  d'essi  esigerebbe  6  sostegni, 
compreso  quello  alla  derivazione  delle  acque, 
e  così  per  l'intero  canale  in  tutto  12  sostegni. 

Se  adunque  il  livello  dell'acqua  soste- 
nuta colla  chiusa  può  essere  conservato  al- 
l' ordinata  18  metri  circa,  il  tracciamento  e 
1'  esecuzione  del  canale  non  presenterebbe 
alcuna  grave  difficoltà;  ma  se  per  motivi  che 
non  si  possono  prevedere  l'esecuzione  della 
chiusa  viene  abbandonata,  oppure  se  ulti- 
mata quest'  opera  si  riconoscesse  che  l'acqua 
trattenuta  non  può  essere  rialzata  all'  al- 
tezza occorrente,  sarebbe  in  allora  neces- 
sario di  ricorrere  ad  un  ponte-canale  per 
attraversare  il  fiume. 

In  questo  caso  il  livello  della  gora  del 
ponte-canale  servendo  di  punto  di  partenza, 
dovrebbe  essere  rialzato  almeno  di  12  metri 
al  disopra  delle  piene,  e  portato  per  con- 
seguenza a  31  metri ,  ciò  che  esigerebbe  4 
sostegni  di  più  sopra  ciascun  versante.  Un 
ponte-canale  di  un  chilometro  di  lunghezza, 
che  si  elevi  18  metri  superiormente  alle 
magre;  i  sostegni  costruiti  alle  estremità  di 
questo  ponte,  e  ad  una  grande  altezza  dal 
terreno  naturale,  sono  tutte  opere  assai  di- 
spendiose; ma  la  difficoltà  la  più  grave  sarà 
tuttavia  l'alimentazione  all'incile  del  canale. 
Per  condurre  le  acque  ad  un'altezza  conve- 
niente mediante  un  condotto  di  alimenta- 
zione sarà  d'uopo  di  effettuare  la  presa  d'ac- 
qua di  questo  condotto  ascendendo  *350  chi- 
lometri almeno  nella  valle  del  Nilo.  Secondo 
tutte  le  apparenze  la  presa  dell'  acqua  del 
gran  canale  attribuito  a  Giuseppe  che  ir- 
riga la  sponda  sinistra  del  Nilo  dopo  Man- 
falut  sino  al  Delta  è  ad  un'altezza  con- 
veniente; ma  si  vuole  che  le  pendenze  siano 
state  distribuite  in  modo  di  approfittare  di 
tutta  l'altezza  disponibile;  e  benché  non  si 
abbia  l'ordinata  esatta  all'  estremità  di  que- 
sto canale,  io  sono  persuaso  che  il  livello 
non  eccede  punto  quello  delle  massime  piene 
del  Nilo  alla  chiusa,  se  pure  questa  non  sia 
più  alta.  Per  far  servire  questo  condotto 
all'  alimentazione  del  canale  di  partenza  bi- 
sognerebbe adunque  rialzare  le  sue  acque 


l'  ingegnere 
di  12  metri  circa,  operazione  che  obblighe- 
rebbe a  dover  impiegare  delle  macchine  a 
vapore  per  portare  le  acque  nel  serbatoio 
situato  ad  un'altezza  convenienti",  posto  in 
comunicazione  col  condotto  del  ponte-canale. 

Questo  sistema  sarà,  per  vero  dire,  com- 
plicato e  dispendioso,  ma  non  presenta  al- 
cuna difficoltà  insuperabile.  Tutte  le  imboc- 
cature del  canale,  ad  eccezione  di  quella  in 
cui  il  livello  sarà  più  alto  del  Bahr-Ju- 
sef,  saranno  alimentate  direttamente  dal  ca- 
nale, o  col  mezzo  di  derivazioni  dal  Nilo. 
Ciò  posto,  la  quantità  d'acqua  che  si  do- 
vrebbe provvedere  con  mezzi  meccanici  non 
eccederebbe  certamente  i  300  000  metri  cu- 
bici per  giorno,  ossia  4  metri  cubici  per  se- 
condo, i  quali  innalzali  a  12  metri  di  altezza 
esigerebbero  delle  macchine  di  circa  G00 
a  800  cavalli  di  forza  effettiva.  Non  indico 
questo  progetto  dispendioso  che  come  un 
mezzo  estremo  nel  caso  che  fosse  d'  uopo 
rinunciare  ad  attra\ersare  direttamente  il 
Nilo.  Io  però  ritengo  fermamente  che  il 
problema  di  questo  attraversamento  è  su- 
scettibile di  una  soluzione  soddisfacente. 
In  ogni  caso  non  converrà  di  ricorrere  alla 
combinazione  costosa  ma  sicura  di  un  ponte- 
canale,  che  dopo  di  essere  sicuri  mediante 
studj  più  completi,  e  mediante  esperienze 
positive,|che  è  impossibile  di  fare  altrimenti. 

Comunque  difficile  e  dispendiosa  sia  d'al- 
tronde 1'  esecuzione  di  un  ponte-canale  sul 
Nilo,  quest'opera  però  non  oltrepassa  punto 
le  risorse  attuali  dell'  arte  dell'  ingegnere. 
L' impiego  del  ferro  permette  in  giornata 
di  superare  i  grandi  fiumi  con  archi  di  note- 
vole ampiezza  e  per  conseguenza  col  mezzo 
di  un  piccolo  numero  di  pile  ;  il  sistema 
dei  tubi  in  ghisa,  adattati  specialmente  alla 
natura  del  fondo  del  Nilo,  semplifica  e  fa- 
cilita l'operazione  delicata  della  fondazione. 
Queste  risorse  e  molte  altre  di  cui  gli  in- 
gegneri dispongono  al  giorno  d'  oggi  per- 
mettono di  poter  adottare  senza  esitazione 
delle  opere  che  or  sono  pochi  anni  si  sa- 
rebbero giudicate  come  impossibili.  Se  adun- 
que la  possibilità  di  un  passaggio  a  livello 
del  Nilo  lascia  delle  incertezze,  l'esecuzione 
di  un  ponte-canale  non  ne  presenta  alcuna, 


AKCIIITETTO 

non  è  che  una  questione  di  spesa,  e  me- 
diante questo  metodo  la  soluzione  è  assi- 
emata ed  il  successo  è  certo. 

Ora  parleremo  dei  progetti  che  hanno 
per  iscopo  la  comunicazione  diretta  fra  i 
due  mari.  In  ciò  che  concerne  il  canale  pro- 
priamente detto,  le  difficoltà  sono  molto  mi- 
nori secondo  questa  direzione,  ove  non  si 
incontra  alcun  ostacolo  che  possa  essere 
paragonato  al  passaggio  del  Nilo.  Sgrazia- 
tamente questo  vantaggio  svanisce,  come  si 
vedrà  in  seguito ,  in  causa  degli  inconve- 
nienti che  presenta  l' imboccatura  del  ca- 
nale nel  Mediterraneo. 

Il  primo  sistema  di  canalizzazione  diretta, 
quello  rhe  venne  proposto  al  Califfo  Omar 
dal  suo  luogotenente  Amru,  può  essere  rea- 
lizzato assai  semplicemente  col  mezzo  delle 
seguenti  disposizioni:  un  canale  d'alimen- 
tazione   navigabile    che  riunirebbe  la  città 
del    Cairo  al  canale  dei  due  mari  verrebbe 
praticato,  seguendo  presso  a  poco  l'anda- 
mento del  ramo  orientale  del  progetto  che 
qui  si  esamina:  le  acque  del  Nilo  prese  su- 
periormente alla  chiusa  in  un  gran  canale 
di  derivazione,  il  cui  pelo  d'acqua  potrebbe 
essere  stabilito  all'ordinata  9  metri,  la  quale 
si  estenderebbe  da  Serapeum  a  Ras-el-Mo- 
yeh   presso  il  lago  Ballali.  I  due  versanti 
del    canale  forniti  ciascuno  da  quattro  so- 
stegni si  estenderebbero  l'uno  da  Serapeum 
a    Suez   seguendo  l'andamento  di  già  de- 
scritto, l' altro   da   Ras-el-Moyeh  a  Tineh. 
La    lunghezza   di   questo   andamento  sarà 
in  tutto  di  444,000  metri,  cioè: 


Canale  di  derivazione 
Ramo  di  Suez  .  .  . 
Ramo  di  Tineh     .     . 


33  000  metri 
63  000 
48000 


Totale    144  000  metri 


La  lunghezza  del  canale  d'alimentazione 
navigabile  sarà  di  circa  150,000  metri.  Que- 
sto canale  terminerebbe  al  punto  di  deri- 
vazione presso  Serapeum.  Un  ramo  derivato 
verso  il  nord  lateralmente  al  canale  ma- 
rittimo servirebbe  ad  alimentare  un  im- 
menso serbatojo  formato  dal  lago  Ballah  e 
l'estremità  di  mezzogiorno  del  lago  Menza- 


BD   AGHONOMO  ,j/,9 

leh  col  mezzo  di  una  diga  che  si  congiunga 
colle  mine  Sethrum  (Tell-el-Sherig)  all'im- 
boccatura del  canale.  Questo  serbatojo,  il 
cui  livello  potrebbe  essere  rialzato  di G  metri, 
e  che  si  riempirebbe  durante  le  piene,  ser- 
virebbe a  dare  una  forte  velocità  nel  canale 
Tineh-  (Continua.) 


EcoiBOHiia  risraSc  (Inghilterra.) 

(Vedi  foglio  9,  pag.  65.) 

II.  Coltivazione. 

Ogni  coltivazione  ha  per  iscopo  di  pro- 
durre la  maggiore  quantità  possibile  di  ali- 
mento umano  sopra  una  data  superficie  di 
terreno;  ma  per  giungere  a  questo  doppio 
scopo,  si  ponno  battere    più    strade,  l'una 
dall'altra  assai  diverse.  In  Francia  gli  agri- 
coltori si  sono    precipuamente  rivolti    alla 
produzione    dei  cereali ,  poiché  questi  ser- 
vono   immediatamente  al    nutrimento    del- 
l'uomo. In  Inghilterra  invece,  forzati  prima 
dalla  natura  del  clima,  poi  dalla  riflessione, 
a  prendere  una  strada   diversa,    si    trovò 
che    molto    meglio    si    riusciva    all'  intento 
coltivando  i  cereali  dopo  altre  coltivazioni. 
I  grani   in    generale  e  principalmente  il 
frumento  sono  senza  dubbio  i  più  bei  pro- 
dotti agricoli,  ma  hanno  un  grande  incon- 
veniente, che  non  fu  abbastanza  avvertito 
dal  coltivatore  francese;  stancano  il  suolo 
che  li  produce.  Questo  difetto  è  poco  sen- 
sibile in  certi  terreni  privilegiati,  che  ponno 
portare  frumento  quasi  senza  interruzione; 
può  esser  di  poco  effetto  quando  il  terreno 
abbonda  per  una  popolazione  poco  nume- 
rosa; perchè  allora  si  possono   coltivare  a 
grano  soltanto  le  terre  di  prima  qualità,  e 
lasciar  riposare  le  altre  per  molti  anni,  prima 
di  ricondurci  l'aratro;  ma  quando  la  popo- 
lazione cresce,  tutto  cambia.  Se  non  si  pensa 
seriamente  ai  mezzi  di  ristabilire  ed  anche 
di  accrescere  la  fecondità  del  suolo  di  mano 
in  mano  che  viene  esaurita  dalla  produzione 
dei   cereali,    tocca  un  momento   in  cui    le 
terre   troppo  forzate  a  produr  grano,  non 


\m 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 


rispondono  più.  Anche  coi  climi  e  coi  ter- 
reni più  favoriti ,  piò  non  bastò  neppure 
l'antico  sistema  romano,  che  consisteva  nel 
coltivare  il  grano  per  un  anno  e  lasciare 
ozioso  il  fondo  nell'anno  seguente  ;  il  grano 
non  dà  piò  che  ricolti  di  poco  valore. 

La  terra  che  produce  i  cereali  si  stanca 
piò   presto  nel  nord  che  nel  mezzodì  ;  gli 
Inglesi  hanno  saputo  trar  profitto  da  questa 
inferiorità  del   loro  suolo.  Trovandosi  nel- 
l'impossibilità   di  ricavar  molto  grano    dai 
loro  campi,  furono    ben  presto  costretti  a 
cercare  le  cause  e  i  rimedj  di  questo  sner- 
vamento. Nello  stesso  tempo  il  loro  terri- 
torio presentava  una  risorsa  che  di  rado  si 
offre  naturalmente  ai  coltivatori  del  mezzo- 
giorno; cioè  la   produzione   spontanea   di 
un'erba  abbondante  pel  nutrimento  del  be- 
stiame. Dalla  combinazione  di  questi   due 
fatti  nacque  tutto  il  loro  sistema   agricolo. 
Siccome  il  concime  è  il  miglior  agente  per 
rinnovare  la  fertilità  del  suolo    dopo  una 
raccolta  cereale,  conclusero  che  essi  dove- 
vano prima  di  tutto  occuparsi  dell'alleva- 
mento di  molti  animali:  oltreché  la  carne 
è  un  alimento  più  ricercato  dai  popoli  set- 
tentrionali che  dai  meridionali,  procurano 
con  questa  abbondante  produzione  animale 
il  mezzo  di  accrescere  colla  quantità  dei 
concimi  la  ricchezza  del  suolo  ed  aumen- 
tare   così  il  prodotto    delle    granaglie.  Dal 
momento  in  cui   fu    adottato  questo   pro- 
getto, ebbe  ottimi  risultati,  e  l'esperienza  li 
indusse  ad  estenderne  ogni  giorno  maggior- 
mente l'applicazione. 

Da  principio  bastavano  le  erbe  naturali 
al  nutrimento  del  bestiame  ;  metà  circa  del 
suolo  era  a  prato  o  a  pascolo,  l'altra  metà 
si  divideva  fra  i  cereali  ed  i  maggesi;  più 
tardi  non  bastò  questa  proporzione  e  si  im- 
maginarono i  prati  artificiali  e  le  radici,  cioè 
la  coltivazione  di  certe  piante  esclusivamente 
destinate  al  nutrimento  degli  animali ,  per 
cui  si  ridusse  d'alquanto  l'estensione  dei 
maggesi.  Più  tardi  diminuì  anche  la  coltiva- 
zione dei  cereali;  ed  ora  non  si  stende  più, 
compresa  l'avena ,  che  sopra  un  quinto  del 
terreno.  Ciò  che  prova  l'eccellenza  di  questo 
sistema  è,  che  colì'aumentaré  della  produ- 


zione   animale  s'aumenta    pure  il  prodotto 
del  grano ,  esso  guadagna  in  intensità  ciò 
che  perde  in  estensione,  e  l'agricoltura  rea- 
lizza ad  un    tratto  un  beneficio    doppio.  Il 
passo  decisivo  in  questa  via,  fu  fatto  ses- 
santa od  otlant'anni  fa:  in  quel   momento 
in  cui  la  Francia  si  immergeva  nelle  san- 
guinose agitazioni  della  sua  rivoluzione  po- 
litica, una  rivoluzione  piò  salutare  e  meno 
romorosa  si  compiva  nell'agricoltura  inglese: 
un  altro  uomo  di  genio,  Arturo  Young,  com- 
piva ciò  che  Bakewell  aveva  cominciato;  e 
mentre  l'uno  insegnava  a  cavare  dagli  ani- 
mali il  miglior  partito  possibile,  l'altro  in- 
segnava a  nutrirne  la    maggiore  quantità 
possibile  sopra  una  data  estensione  di  ter- 
reno. I  grandi  proprietarj  favorivano  la  dif- 
fusione   di   queste   idee ,    praticandole  essi 
medesimi  con  buon  successo,  e  i  loro  sforzi 
furono  ricompensati  con  immense  fortune. 
Fu  allora  che  la  famosa  ruota  agraria  qua- 
driennale conosciuta  sotto  il  nome  di  ruota 
agraria  di  Norfolk,  dalla  contea  ov'essa  nac- 
que ,  cominciò  a  propagarsi  :  questa  ruota 
agraria,  che  regna  al  presente  con  qualche 
variazione  in  tutta  l'Inghilterra,  ha  trasfor- 
malo completamente  le  terre  più  ingrate  di 
questo  paese  ed   ha  rigenerata  la  sua  ric- 
chezza rurale. 

Non  esporremo  qui  la  teoria  della  ruota 
agraria;  tutti  sanno  che  la  maggior  parte 
delle  piante  da  foraggio,  assorbendo  prin- 
cipalmente dall'atmosfera  gli  elementi  della 
loro  vegetazione,  danno  al  suolo  più  di 
quello  che  gli  tolgono  e  contribuiscono  dop- 
piamente, sia  per  sé  stesse,  sia  per  la  loro 
trasformazione  in  concime ,  a  riparare  il 
male  cagionato  dalle  biade  e  dalle  altre  col- 
tivazioni, snervanti  in  generale  ;  sarà  dun- 
que principio  teorico  di  alternare  queste 
coltivazioni,  e  tale  appunto  è  la  ruota  agra- 
ria di  Norfolk.  Sul  principio  di  questo  se- 
colo alcuni  eminenti  agronomi  tentarono  con 
grandissimi  sforzi  di  introdurre  anche  in 
Francia  questa  pratica  salutare,  e  si  ottennero 
infatti  dei  progressi  reali;  ma  gl'Inglesi  fu- 
rono più  solleciti,  e  in  tal  modo  si  accreb- 
be incessantemente  fra  le  loro  mani  que- 
sto prezioso  capitale  di  fertilità,  che   ogni 


ARCHITETTO 

buon  agricoltore  non  deve  mai  perdere 
di  vista. 

Circa  la  metà  del  suolo  coltivato  è  man- 
tenuto a  prati  stabili:  il  resto  costituisce  ciò 
che  si  chiama:  terreni  aratorj,  divisi  in  quat- 
tro vicende  secondo  la  ruota  agraria  di 
Norfolk:  —  1.°  anno:  radici  e  principal- 
mente navoni  o  rape;  —  2.°  anno:  cereali 
di  primavera  (orzo  ed  avena);  3.°  anno: 
prati  artificiali  (  principalmente  trifoglio  e 
loglio);  —  4.°  anno:  grano. 

In  seguito  si  aggiunse  generalmente  un 
anno  alla  rotazione,  lasciando  i  prati  arti- 
ficiali per  due  anni ,  il  che  rende  la  ruota 
agraria  quinquennale.  Così,  per  esempio , 
sopra  un  fondo  di  70  ettari,  30  sarebbero 
a  prato  stabile,  8  a  patate  e  navoni,  8  ad 
orzo  ed  avena,  8  a  prato  artificiale  del  primo 
anno,  S  a  prato  artificiale  del  secondo  anno, 
ed  8  a  grano.  Nelle  parti  del  paese  più  fa- 
vorevoli alla  vegetazione  erbacea ,  la  pro- 
porzione dei  prati  è  cresciuta  ancora  ,  e 
diminuita  quella  del  grano;  in  quelle  che 
non  si  prestano  alla  vegetazione  né  delle 
radici,  né  dei  prati,  si  sostituiscono  alle  rape 
le  fave,  e  si  prolunga  la  vicenda  dei  cereali 
a  spese  degli  altri  raccolti;  ma  in  generale 
queste  eccezioni  presso  a  poco  si  compen- 
sano, almeno  nella  Gran  Bretagna.  In  Ir- 
landa tutto  è  diverso:  la  coltivazione  dei 
navoni  non  ha  fatto  progresso,  il  frumento 
e  l'orzo  sono  poco  diffusi,  le  grandi  colti- 
vazioni sono  l'avena  e  le  patate. 

Insomma,  fatta  deduzione  di  11  milioni 
d'ettari  incolti,nelle  isole  britanniche  i20  mi- 
lioni d'ettari  coltivati  si  scompongono  presso 
a  poco  così: 

Prati  naturali 8,000,000  d'ett, 

Prati  artificiali     ....  3,000,000  » 

Patate,  navoni,  fave .    .    .  2,000,000  >» 

Orzo 1,000,000  » 

Avena 2,500,000  » 

Maggese 500,000  » 

Frumento 1,800,000  » 

Giardini,  luppolo,  lino,  ecc.  200,000  » 

Boschi 1,000,000  » 


ED   AGRONOMO  151 

In  Francia  vi  sono  pure  11  milioni  di 
ettari  incolti  sopra  53;  i  rimanenti  42  mi- 
lioni si  decompongono  così  : 

Prati  naturali  .     .         .     .  4,000,000  d'ett. 

Prati  artificiali 3,000,000  » 

Radici 2,000,000  » 

Avena ,    .    .  3,000,000  »> 

Maggese 5,000,000  » 

Frumento 6,000,000  » 

Segale,  orzo,  maiz,  saraceno  6,000,000  » 

Coltivazioni  diverse .    .     .  3,000,000  » 

Vigna 2,000,000  .» 

Bosco 8,000,000  ,, 

Totale  42,000,000 

Paragonando  questi  due  prospetti  si  vede 
tutta  la  differenza  delle  due  agricolture. 

Sembra  a  primo  tratto  che  la  Francia  ab- 
bia il  vantaggio  sul  regno-unito  perla  pro- 
porzione delle  terre  incolte  alle  coltivate; 
ma  le  terre  abbandonate  dagli  Inglesi  sono 
incoltivabili  e  si  trovano  quasi  tutte  nell'alta 
Scozia,  nel  nord  dell'Irlanda  e  nel  paese 
di  Galles  ;  tutto  quanto  era  suscettibile  di 
dissodamento  fu  dissodato,  mentre  in  Fran- 
cia la  maggior  parte  delle  terre  incolte  sa- 
rebbero suscettibili  di  coltivazione.  Del  resto 
i  Francesi  hanno  maggior  quantità  di  bo- 
schi degli  Inglesi;  di  più  i  terreni  boschivi 
francesi  sommati  colle  terre  incolte  danno 
19  milioni  di  ettari  sopra  53,  tolti  alla  col- 
tivazione propriamente  detta.  Grazie  alle 
loro  miniere  di  carbone,  che  forniscono  in  ab- 
bondanza un  combustibile  eccellente  ed  eco- 
nomico, grazie  al  loro  clima  che  rende  meno 
necessarj  gli  alberi,  gli  Inglesi  hanno  potuto 
disfarsi  delle  grandi  boscaglie  che  dapprima 
coprivano  la  loro  isola,  e  redimersi  così  dalla 
loro  inferiorità  sotto  altri  rapporti.  Delle 
antiche  foreste  più  non  rimangono  oggidì 
che  poche  vestigia  sempre  minacciate  di 
distruzione.  Il  vero  dominio  agricolo  si  com- 
pone adunque  di  19  milioni  d'ettari  da  una 
parte  e  di  31  dall'altra.  Si  vede  a  prima  vi- 
sta che  sui  19  milioni  d'ettari  inglesi,  15  sono 
consacrati  alla  pastura  di  bestiami,  e  tutt'al 
più  4  al  nutrimento  dell'uomo;  in  Francia 
il  numero  degli  ettari  destinati  alle  coltiva- 


152 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 


zioni  che  migliorano  il  terreno  è  di  9  mi- 
lioni, mentre  che  le  coltivazioni  snervanti 
coprono  una  doppia  estensione  ;  il  dominio 
del  maggese  è  ancora  enorme,  e  nel  suo 
stato  attuale,  non  può  essere  che  di  un  de- 
bole ajuto  per  rinnovare  la  fertilità  della 
terra.  Un  esame  dettagliato  non  farà  che 
riconfermare  questa  prima  idea. 

In  Franchi  i  prati  naturali  si  estendono 
a  4  milioni  d'ettari  e  in  Inghilterra  ad  8* 
Il  suolo  coltivato  si  estende  nel  primo  luogo 
a  meno  di  un  ottavo,  nel  secondo  circa  alla 
metà;  egli  è  vero  che  nei  prati  inglesi  si 
comprendono  anche  quelli  che  non  servono 
se  non  di  pascolo,  ma  essi  valgono  quanto 
i  prati  francesi  che  si  falciano. 

Questa  estensione  dei  pascoli  è  certamente 
una  delle  più  meravigliose  originalità  della 
agricoltura  britannica.  In  Inghilterra  si  fa 
poco  fieno,  e  il  bestiame,  d'inverno,  si  nutre 
coi  prati  artificiali ,  colle    radici  e  perfino 
anche  coi  grani.  Da  qualche  tempo  in  poi 
alcuni  nuovi   sistemi ,  di  cui  tratteremo  in 
seguito,  tendono  a  sostituire  la  dimora  nelle 
stalle  anche  d'estate,  all'antica    tradizione 
nazionale;  ma   questi  tentativi  non  sono  e 
non  erano  principalmente  sei  anni  fa    che 
eccezioni.  L'uso  quasi  universale  invece,  è 
di  rinchiudere  il  bestiame  pel  minor  tempo 
possibile.  Tre  quarti  dei  prati  inglesi  sono 
pascolati,  e  siccome  lo  sono  pure  la  metà 
dei  prati  artificiali,  principalmente  nel  se- 
condo anno,  siccome  le  rape  stesse  sono  in 
gran  parte    consumate  sul  luogo  dalle  pe- 
core ,  siccome  le  terre   incolte    non  ponno 
essere  utilizzate  che  dai  greggi  nomadi,  due 
terzi   del  suolo  totale   sono  lasciati   al  be- 
stiame. Questa   è  la   più    bella    singolarità 
delle  campagne  britanniche.  Esclusa  la  Nor- 
mandia e  alcune  altre  provincie,  nelle  quali 
si  è  conservato  lo   stesso  uso,  il  territorio 
francese  offre  di  rado  il  ridente  spettacolo, 
che  si  vede  sempre  in  Inghilterra,  di  verdi 
pascoli  popolati  di  animali  in  libertà. 

Le  attrattive  di  questa  scena  sono  ac- 
cresciute dall'effetto  pittoresco  delle  siepi 
vive  che  circondano  ogni  campo.  Il  costume 
di  queste  siepi  è  assai  diffuso;  ma  fin  qui  fu- 
rono considerate  come  un  accessorio  voluto 


dal  sistema  generale  di  coltivazione.   Ogni 
pezzo  di  terreno  essendo  alla  sua  volta  pa- 
scolato, è  agevole  di  potervi  circoscrivere  in 
qualche  modo  gli  animali  e  lasciarveli  senza 
custode.  In    Francia ,  colle    loro    abitudini 
nazionali   parrebbe  cosa  strana  veder   dei 
bestiami,  e  soprattutto  delle  pecore,  perfet- 
tamente libere  nei  pascoli,  e  talvolta  assai 
lontane  dalle  abitazioni.  Bisogna  rammen- 
tare che   gli  Inglesi  hanno    distrutti  i  lupi 
nella  loro  isola,  e  che  vi  hanno  leggi  ter- 
ribili di  polizia  rurale  per  difendere  la  pro- 
prietà dalle  depredazioni  umane,  e  che  hanno 
cura    di  chiudere    esattamente    tutti  i    loro 
campi  per  mantenere  questa  sicurezza  ge- 
nerale. Queste   belle    siepi    vestono    allora 
l'aspetto  tanto  di  utile  difesa  quanto  di  un 
bell'ornamento,  e  sarebbe  cosa  strana  il  par- 
lare di  sopprimerle. 

La  pratica  del  pascolo  presenta  agli  occhi 
della  maggior  parte  degli  agricoltori  inglesi 
molti  vantaggi;  risparmia  la  mano  d'opera, 
che  non  è  per  essi  di  poca  considerazione; 
è  favorevole,  o  almeno  lo  credono,  alla  sa- 
lute degli  erbivori;  permette  di  trar  partito 
dai  terreni  che  altrimenti  darebbero  ben 
poco  profitto,  e  si  migliorano  a  lungo  andare 
col  soggiorno  del  bestiame;  fornisce  un  ali- 
mento sempre  rinascente  e  che  finisce  sem- 
pre per  essere  uguale  in  quantità ,  se  non 
superiore,  a  quello  che  si  sarebbe  ottenuto 
colla  falciatura.  Perciò  attribuiscono  un  gran 
merito  all'avere  in  ogni  podere  un'esten- 
sione sufficiente  di  buoni  pascoli;  ed  anche 
nei  prati  da  taglio,  essi  avvicendano  spesso 
un  anno  di  pascolo  a  due  anni  di  falciatura. 
In  oltre,  mentre  i  pascoli  francesi  sono  in 
generale  negletti,  gli  inglesi  sono  al  con- 
trario mirabilmente  curati,  e  chiunque  ha 
studiato  un  po' questo  genere  di  coltivazione, 
sa  quale  immensa  differenza  passi  fra  un 
pascolo  incolto  e  selvaggio  e  un  pascolo 
coltivato. 

Si  può  affermare  con  sicurezza  che  gli 
8  milioni  d'ettari  di  prati  inglesi  danno  il 
triplo  prodotto  di  nutrimento  per  gli  ani- 
mali dei  4  milioni  d'ettari  di  prati  e  dei 
5  milioni  d'ettari  di  maggese  francesi.  La 
maggior  prova  sta  nel  prezzo  di  vendita  di 


queste  specie  dì  terreni.  I  prati  inglesi  si 
vendono  per  adequato,  falciati  o  no.  circa  4000 
franchi  l'ettaro;  se  ne  trovano  di  quelli  che 
valgono  10,000,  20,000  ed  anche  50,000  fran- 
chi. I  buoni  erbaggi  di  Normandia  sono  in 
Francia  i  soli  che  possono  pareggiarsi  a  qual- 
cuno di  questi  valori:  i  prati  francesi  val- 
gono per  adequato  tre  quarti  degli  inglesi, 
ed  i  maggesi  sono  infinitamente  minori.  In 
nessuna  parte  si  spinse  più  innanzi  l'arte 
di  migliorare  i  prati  e  i  pascoli,  di  bonifi- 
carli con  condotti  di  scolo ,  di  fertilizzarli 
colle  irrigazioni,  con  ingrassi  abilmente  ap- 
propriati ,  con  soggrottainenti ,  collo  spur- 
garli dai  sassi,  con  rialzi  di  terra,  con 
miglioramenti  d'ogni  specie;  di  moltiplicare 
le  piante  nutritive  ed  escluderne  le  cattive 
che  vi  si  propagano  con  facilità;  in  nessuna 
parte  si  guarda  meno  alla  spesa  per  la  for- 
mazione e  manutenzione,  quando  la  si  con- 
sidera utile.  Queste  cure  intelligenti  favo- 
rite dal  clima,  hanno  prodotto  assolutamente 
delle  meraviglie. 

In  seguito  vengono  le  radici  e  i  prati  ar- 
tificiali. —  Le  radici  universalmente  colti- 
vale in  Inghilterra  sono  le  patate  e  i  na- 
voni. Le  barbabietole  tanto  comuni  in  Fran- 
cia sono  poco  usate  e  cominciano  appena  a 
diffondersi.  Le  patate  erano  molto  diffuse 
prima  della  malattia:  si  sa  che  nelle  abitu- 
dini nazionali,  esse  servono  più  che  in  Fran- 
cia al  nutrimento  degli  uomini,  e  se  ne  ado- 
pera una  gran  quantità  a  nutrire  il  bestiame; 
ma  ciò  che  più  della  patata  è  un  elemento 
caratteristico  dell'agricoltura  inglese,  ciò 
che  ne  forma  in  certo  modo  il  perno,  è  la 
coltivazione  della  rapa  o  del  navone.  Questa 
coltivazione,  che  occupa  appena  in  Francia 
alcune  migliaja  di  ettari,  e  che  è  poco  co- 
nosciuta fuori  delle  provincie  montagnose, 
è  per  gli  Inglesi  l'indizio  più  sicuro,  l'agente 
più  attivo  del  processo  agricolo;  dovunque 
si  introduce  e  si  sviluppa,  porta  ricchezza; 
per  esso  le  antiche  lande  furono  trasformate 
in  terre  fertili;  spesse  volte  il  valore  di  un 
podere  si  deduce  dall'estensione  del  terreno 
occupato  da  questo  genere  di  coltivazione. 
Non  è  cosa  rara  il  trovare,  traversando 
il  paese,  centinaja  di  ettari   a   sole   rape; 


ARCHITETTO    EH    AGRONOMO 


453 


Poi.  ni. 


dovunque    si    vede    brillare    la    loro   bella 
verdura. 

La  coltivazione  delle  rape  è  il  punto  di 
partenza  della  ruota  agraria  di  Norfolk;  e 
dalla  sua  riuscita  dipende  tutto  l'avvenire 
della  rotazione.  Essa  deve  non  solo  assicu- 
rare i  ricolti  futuri  per  la  quantità  di  be- 
stiame che  essa  permette  di  nutrire  nelle 
stalle  e  che  vi  lascia  un  abbondante  con- 
cime: non  solo  produce  molta  carne,  molto 
latte  e  molta  lana,  per  l'abbondante  nutri- 
zione che  fornisce  a  tutti  gli  animali  dome- 
stici; ma  serve,  ancora  a  purgare  la  terra 
di  tutte  le  piante  nocive  per  la  natura  della 
sua  vegetazione  e  per  le  cure  che  essa  esi^e. 
Inoltre,  non  avvi  forse  un  genere  di  colti- 
vazione più  perfezionato,  neppure  quello 
che  produce  direttamente  il  grano;  i  colti- 
vatori inglesi  non  risparmiano  fatica  al- 
cuna; a  lei  riservano  quasi  tutti  i  concimi, 
le  sarchiature  più  diligenti,  le  cure  più  as- 
sidue. Essi  ottengono  per  adequato  da  5 
a  6  cento  quintali  metrici  di  navoni  per 
ettaro,  o  l'equivalente  di  cento  a  420  quin- 
tali metrici  di  fieno,  e  giungono  talvolta  al 
doppio.  I  navoni  esigono  terreno  leggiero 
e  un'estate  umida,  ragione  per  cui  riescono 
tanto  bene  in  Inghilterra. 

Si  comprende  ciò  che  una  simile  risorsa, 
la  quale  non  ne  ha  che  poche  analoghe  in 
Francia,  deve  aggiungere  al  prodotto  dei 
prati  naturali.  Le  fave  fanno  lo  stesso  uf- 
ficio in  certi  terreni  e  compiono  il  sistema 
in  tutti  i  prati  artificiali. 

Nella  statistica  ufficiale  della  Francia, 
l'estensione  dei  prati  artificiali  non  è  che 
di  4,500,000  ettari;  questa  cifra  probabil- 
mente non  è  la  più  esatta  in  causa  del 
costante  progresso  che  fa  in  Francia  questo 
genere  di  coltivazione,  e  si  può  ritenere  il 
doppio,  cio.è  3  milioni  d'ettari,  riducendo  a 
una  quantità  equivalente  l'estensione  dei 
maggesi.  Anche  dopo  questo  aumento  i 
Francesi  sono  ancora  lontani  dagli  Inglesi; 
essi  hanno  sui  15  milioni  di  ettari  dell'In- 
ghilterra, lasciate  da  banda  l'Irlanda  e  la 
Scozia,  la  stessa  superficie  in  prati  artifi- 
ciali della  Francia  su  53.  Egli  è  vero  che 
i  prati    artificiali  fruncesi    valgono    quanto 


Settembre  1855. 


20 


154 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


gli  inglesi,  il  loro  suolo  si  presta  poco  al- 
l'erba medica;  essi  non  hanno  che  del  tri- 
foglio e  del  loglio,  ed  il  prodotto  di  queste 
due  piante,  comunque  bello  egli  sia,  non 
avanza  il  prodotto  delle  specie  superiori 
che  possiede  la  Francia;  è  già  molto  l'egua- 
gliarle. Da  qualche  tempo  essi  ottengono 
col  loglio  d'Italia  magnifici  risultati. 

L'ultima  coltivazione  destinata  al  nutri- 
mento degli  animali  è  quella  dell'avena.  La 
Francia  semina  ogni   anno  circa  3  milioni 
d'ettari  in  avena  ;  le  isole  britanniche  non 
ne  seminano  altrettanto  e  vi  ottengono  un 
ricolto  molto  superiore.  Il  prodotto  medio 
dell'avena  in  Francia,  dedotta  la  semenza, 
è  di  18  ettolitri  per  ettaro;  è  il  doppio  nel 
regno-unito,  ossia  5  quarters  (ettol.  14,  50) 
per  acro,  e  giunge  qualche  volta  fino  a  10. 
Le  stesse   differenze   trovansi  in  Francia, 
nei  paesi    ove  la  coltivazione  dell'avena  è 
ben  intesa,  ben  adattata  al  suolo,  e  dove 
no;,    è  d'altra  parte   quella   che  fra  tutti  i 
cereali    prospera  più  naturalmente  sotto  i 
climi  del    nord.  La  nazione    scozzese    non 
aveva  un  tempo    altro    nutrimento;  da  ciò 
ne  venne  alla  Scozia  il  soprannome  di  terra 
delle  focaccie  d'avena,  land  of  cakes,  nella 
stessa  guisa  che  davasi    all'Irlanda  quello 
di  terra  dei  pomi  di  terra,  land  ofpotaloes. 
Così  su    una  superficie   totale  di  31  mi- 
lioni d'ettari,  ridotta  a  20  per  le  terre  in- 
colte, le  isole  britanniche  producono  molto 
maggior    nutrimento    per  gli  animali,  che 
tutta  la  Francia,  con  una  estensione  doppia. 
La  massa  dei  concimi  è  dunque  proporzio- 
nalmente 3  o  4  volte  più  forte,  indipenden- 
temente dai   prodotti  animali  che    servono 
direttamente   alla    concimazione ,  e  questa 
massa    di  concime  non  è  ancora   conside- 
rata sufficiente.  Tutto    ciò  che  può    accre- 
scere la  fertilità  del  suolo,  le  ossa,  il  sangue, 
i  cenci,  le  corna ,  i  residui  delle  fabbrica- 
zioni, tutti  gli  avanzi  animali  e  vegetali,  i 
minerali   che    sono    considerati    contenere 
qualche  principio    fecondante  ,  il  gesso  ,  la 
calce ,  ecc.  sono  diligentemente    raccolte  e 
sepolte   nel   terreno.  I  vascelli   britannici, 
vanno  inoltre  a  cercare  dei  supplementi  al 
concime  fino  in  capo  al  mondo.  Il  guano, 


questa   materia  così  ricca  e  attiva,  giunge 
in  numerosi  carichi  dai  più  lontani   mari. 
La  chimica  agricola  fa  continui  sforzi  per 
scoprire,  tanto  dei  nuovi  concimi,  quanto 
di  quelli  che  meglio  convengano  a  ciascuna 
coltivazione  speciale,  e  in  luogo  di  disprez- 
zare queste  ricerche,  i  coltivatori  le  inco- 
raggiano col  loro  attivo  concorso.  Ogni  anno 
nelle  spese  di  ciascun  podere,    figura   una 
cifra  abbastanza  rilevante  per  l'acquisto  di 
materie   fecondanti;  più  le  si   pagano,  più 
se  ne  ha.  La  vendita  di  questi  concimi  sup- 
pletorii  dà  luogo  a  un  commercio  in  grande. 
Non  è  qui  tutto.  La  terra  non  domanda 
soltanto    degli  ingrassi  e   degli   ammenda- 
menti; essa  ha   bisogno   ancora  di   essere 
scavata,  sminuzzata ,  livellata,  sarchiata, 
sanata,  mossa  in  tutti  i  sensi,  affinchè  l'aqua 
vi  passi  attraverso    senza    fermarsi,  i  gas 
atmosferici   la    penetrino ,    le    radici   delle 
piante  utili  vi  si  approfondino  e  si  diramino 
facilmente.  Sono  state  immaginate  infinità 
di  macchine  per  fare  queste  diverse  opera- 
zioni, e  si  è  potuto  convincersi  dell'immensa 
importanza    dell'  industria    delle    macchine 
aratorie  in  Inghilterra  e  dello  spaccio  che 
essa  incontra  per  l'estensione  che  occupava 
all'esposizione  universale  ricontavano  quasi 
300  esponenti  di  questa  categoria,  venuti  da 
tutti  i  punti  del  regno-unito,  e  fra  essi  ve 
ne  hanno  di  quelli  come  i  Garrett  e  i  Ran- 
some  nella  contea  di  Suffolk.  che  impiegano 
migliaja  di  operaj  e  fanno  ogni    anno  mi- 
lioni d'affari.  Queste    macchine    economiz- 
zano singolarmente  la  mano  d'opera,  e  sup- 
pliscono a  milioni  di  braccia. 

Due  cereali  profittano  di  tutti  questi  lavori 
e  di  tutte  queste  spese;  uno  è  i'orzo  che 
dà  la  bevanda  nazionale,  e  l'altro  la  pianta- 
regina,  il  frumento. 

L'orzo  occupa  ogni  anno  un  milione  di 
ettari  circa;  tanto  presso  a  poco  come  in 
Francia,  dove  questa  pianta  non  ha  la  stessa 
importanza  relativa;  ma,  come  per  l'avena, 
il  prodotto  medio  è  circa  il  doppio  di  quello 
che  è  in  Francia;  questo  prodotto  è  di  15  et- 
tolitri in  Francia ,  e  di  30  in  Inghilterra , 
ossia  un  po'  più  di  4  quarters  per  acro.  Una 
metà  circa  di  questo  ricolto  serve  alla  fab- 


ARCHITETTO 

bricazione  della  bina;  il  diritto  percepito 
sul  mail,  o  orzo  germogliato,  constata  ogni 
anno  l'impiego  di  14  a  15  milioni  di  etto- 
litri ;  l'altra  metà  offre  una  risorsa  di  più, 
per  la  nutrizione  e  l'ingrassamento  del  be- 
stiame. Gli  uomini  consumano  pure  un  po' 
d'orzo  e  un  po'  d'avena,  ma  l'uso  di  questi 
grossolani  alimenti  diminuisce  di  giorno  in 
giorno. 

Oltre  l'orzo  e  l'avena.,  gli  Inglesi  mangia- 
vano un  tempo  molta  segale.  La  segale  è  effet- 
tivamente, fra  i  cereali  di  primavera,  il  grano 
che  meglio  s'adatta  alle  brevi  estati  del  nord. 
Tutto  il  nord  d'Europa  non   coltiva  e  non 
mangia  che    segale.  In  Inghilterra  è  quasi 
interamente  scomparsa:  essa  non  serve  ora- 
mai più  che  a  produrre  del  foraggio  verde 
in  primavera,  e  il  suo  prezzo  che  ordina- 
riamente è   molto  basso,  non  è  notato  sui 
mercati ,  che   all'epoca    delle    seminagioni. 
Tanto  l'importazione  come   la  produzione 
sono   nulle.  La  maggior  parte  delle    terre 
che  non  portavano  una  volta  se  non  segale, 
producono  attualmente  del  frumento;  quelle 
che  vi  sono  assolutamente  contrarie,  ven- 
nero altrimenti  utilizzate.  Gli  Inglesi  hanno 
giustamente  pensato  che  questa  coltivazione, 
che  esige  tanta  cura  e  consuma  quasi  tanto 
ingrasso,  quanto  per  il  frumento,  per  dar 
poi  un  prodotto  molto  inferiore,  non  meri- 
tava l'interesse  che  essa  ottenne  nel   resto 
dell'  Europa  ed  anche  in    Francia.  Questa 
è  ancora  una  di  quelle  idee  giuste  in  eco- 
nomia rurale,  che  bastano  a  trasformare  la 
fisionomia  agricola  in  un  paese.  Avviene  del- 
l'abbandono della  segale,  lo  stesso  che  del- 
l'abbandono del  lavoro  coi  buoi,  dell'esten- 
sione del  numero  dei  montoni,  e   di  tutte 
le  altre  parti  del  sistema  agricolo-inglese. 
La  segale  è  ancora  coltivata  in  Francia 
su  3  milioni  d'ettari  circa;  compresa  la  metà 
delle  terre  seminate  a  frumento  misto  con 
segale.  In  generale  è  una  produzione  mise- 
rabile che  non  dà  per  adequato  più  di  cin- 
que o  sei  per  uno,  e  che  paga   appena  le 
spese  di  coltivazione.  Sarebbe  utile  il  rinun- 
ciarvi, ma  ciò  non  è  sempre  possibile;  non 
basta  abbandonare  la  segale,  è  d'uopo  an- 
cora essere  in  grado  di  produrre  altre  cose 


ED   AGKONOMO  155 

con  buon  successo,  e  tulli  non  sono  sem- 
pre in  grado  di  forzar  la  natura.  Gli  In- 
glesi per  giungere  alla  loro  produzione  at- 
tuale di  frumento  hanno  dovuto  violentare 
il  suolo  ed  il  clima.  L'uso  della  calce  come 
ammendamento  fu  il  loro  principale  ajulo, 
e  lo  stesso  mezzo  ha  prodotti  gli  stessi 
effetti  in  molti  luoghi  della  Francia.  Nel 
medesimo  tempo  è  d'uopo  il  non  perder  di 
vista  quest'  altro  principio  che  essi  hanno 
egualmente  stabilito ,  che  se  non  è  quasi 
giammai  vantaggioso  il  far  della  segale, 
non  vi  ha  profitto  a  fare  del  frumento  che 
in  buone  condizioni.  Dieci  ettari  in  buon 
stato,  valgono  meglio  per  la  produzione  del 
grano,  che  20  o  30  mal  disposti  e  mal  la- 
vorati. 

Mentre  quasi  il  quarto  del  suolo  francese 
è  a  cereali  per  la  consumazione  umana , 
meno  del  sedicesimo  del  territorio  britannico, 
cioè  1,800,000  ettari  su  31,  è  a  grano;  ma 
inoltre,  mentre  sugli  11  milioni  d'ettari  fran- 
cesi,  dedotti  l'orzo  e  l'avena,  5  portano 
grani  inferiori,  gli  1,800,000  ettari  inglesi  non 
portano  che  frumento.  Si  valuta  a  70  milioni 
d'ettolitri  di  frumento,  30  di  segale,  7  di 
maiz  e  8  di  saraceno  la  produzione  totale 
della  Francia  in  grani,  dedotte  le  semenze; 
quella  delle  isole  britanniche  è  di  45  milioni 
d'ettolitri  di  frumento  senza  mescolanza  di 
segale  e  d'altri  grani. 

Il  prodotto  medio  è  in  Francia  di  42  et- 
tolitri di  frumento,  ossia  di  40  ettolitri  di 
segale  all'ettaro,  dedotta  la  semenza;  ag- 
giungendovi il  maiz  ed  il  saraceno,  e  ripar- 
tendo il  lutto  sul  numero  degli  ettari  se- 
minali, si  trova  un  risultato  medio  per  cia- 
scun ettaro  di  un  po' più  di  6  ettolitri  di 
frumento,  un  po'  meno  di  3  ettolitri  di  se- 
gale, ed  un  po'  più  di  un  ettolitro  di  maiz 
o  saraceno,  cioè  in  tutto  circa  11  ettolitri. 
In  Inghilterra  questo  medesimo  prodotto  è 
di  25  ettolitri  di  frumento,  o  d'un  po' meno 
di  4  quarlers  per  acro,  cioè  più  del  doppio 
in  quantità  e  tre  volte  tanto  in  valore  ve- 
nale. Questa  superiorità  non  è  certamente 
dovuta,  come  si  può  supporre  (per  i  prati 
naturali  ed  artificiali,  per  le  radici,  e  fino 
ad  un  cerio  punto  per  l'avena  e  per  l'orzo). 


13()  GIORNALE   DEI. 

alla  natura  del  suolo  e  del  clima,  ma  alla 
superiorità  della  coltivazione  che  si  mani- 
festa principalmente  per  la  riduzione  del 
suolo  seminato  a  grano,  all'estensione  che 
è  possibile  di  disporre.  Quanto  al  maiz  ed 
al  saraceno,  in  luogo  di  essere  causa  d'in- 
feriorità ,  essi  dovrebbero  essere  fonte  di 
ricchezza,  perchè  questi  due  grani  sono 
naturalmente  dotati  di  una  forza  di  ripro- 
duzione maggiore  dei  due  altri,  e  ciò  che 
si  ottiene  in  qualche  luogo  della  Francia, 
mostra  ciò  che  se  ne  potrebbe  ottenere 
altrove. 

La  Scozia  e  l'Irlanda  sono  comprese  in 
queste  cifre.  Se  si  limita  alla  sola  Inghil- 
terra, si  giunge  a  risultamenti  ben  più  me- 
ravigliosi. Questo  piccolo  paese,  che  non  è 
più  grande    di  un    quarto    della    Francia , 
produce  egli  solo  38  milioni  d'  ettolitri    di 
frumento  ,  10  d'orzo  ,  e  34  d'avena.  Se  la 
Francia  producesse  proporzionalmente  al- 
trettanto ,  essa   raccoglierebbe  ,  dedotta  la 
semenza,  150  milioni  di  ettolitri  di  frumento, 
e  200    dJorzo  ,  d'avena  o  d'altri  grani;  il 
doppio    cioè  almeno    della  sua  produzione 
attuale.  E,  come  vedesi,  la  stessa  proporzione 
che  pei  prodotti   animali  ;  gli  uni    sono  la 
conseguenza   degli  altri,  ed   in  Francia  si 
dovrebbe  ottenere  molto  più, in  grazia  della 
natura    del    suolo  e    del  clima ,   più  favo- 
revoli ai  cereali  che  il    suolo  ed   il    clima 
inglese.  Così  si  verifica  coi  fatti  questa  legge 
agronomica  =  che  per  raccogliere    molto 
in  cereali,  giova  meglio  ridurre  che  esten- 
dere la  superficie  seminata  a  grano,  e  che 
dedicando  il  maggior  spazio  alla  coltivazione 
dei  foraggi  non  si  ottiene  soltanto  un  mag- 
gior prodotto  in    carne,  latte    e  lana,  ma 
ancora  in  grano.  —  La  Francia  otterrà  i  me- 
desimi effetti,  quando  essa  avrà  coperto  di 
radici  e  di  foraggi  le  sue  immense  lande,  e 
diminuito  di  più  milioni  d'ettari  l'avvicen- 
damento dei  cereali. 

Ecco  tutta  la  coltivazione  inglese.  Nulla 
di  più  semplice:  molti  prati  naturali  o  ar- 
tificiali, utilizzati  la  maggior  parte  col  pa- 
scolo ;  due  radici,  il  pomo  di  terra  e  il  navone; 
due  cereali  di  primavera ,  l'orzo  e  l'avena, 
ed  un  cereale  d'inverno,  il  frumento;  tutte 


b' INGEGNERE 

queste  piante  concatenate  fra  esse  per  mezzo 
di  un    avvicendamento    alterno ,   cioè   per 
l'intercalamento  regolare  dei  cereali,  detti 
ricolli   bianchi,  while  crops ,  colle  piante 
da  foraggio,  detti  ricolti  verdi,  green  crops, 
e  cominciando  con  radici  e  piante  sarchiate 
per  finire  col  frumento  ;  ecco  tutto.  Gli  In- 
glesi hanno  abbandonata  ogni  altra   colti- 
vazione ,  come  la  barbabietola ,  il  tabacco, 
le  piante  oleose,  i  frutti;  le  une  perchè  op- 
poste al  loro  clima,  le  altre  perchè  le  tro- 
varono troppo  snervanti  e  perchè   essi   in 
generale  non  amano  di    complicare  i  loro 
mezzi  di  produzione.  Due  sole  sono  sfug- 
gite a  questa  esclusione  :  il  luppolo  in  In- 
ghilterra  ed   il  lino   in   Irlanda.  Là  dove 
queste  piante  sono  coltivate  fanno  una  gran 
riuscita.  11  ricolto   del  lino  dà   in    Irlanda 
un  valore  di  4000  fr.  per  ettaro;  ma  esso 
non  si   estende   che  su  400, 000  acri ,  os- 
sia 40,000  ettari.  Il  luppolo  è  un  prodotto 
ancora  più  ricco,  ma  che  non  si  ottiene  che 
su  20,  000  ettari  circa. 

I  giardini  e  gli  orti  occupano  relativa- 
mente molto  minor  spazio  che  in  Francia, 
e  i  loro  prodotti  sono  lontani  dal  valore 
dei  francesi.  Gli  Inglesi  mangiano  in  gene- 
rale pochi  legumi  e  frutti,  ed  hanno  ragione, 
perchè  gli  uni  e  gli  altri  sono  in  quel  paese 
senza  sapore.  Nel  loro  regime  alimentare, 
alla  stessa  guisa  che  nella  loro  produzione, 
tutto  si  concentra  in  un  piccol  numero  di 
articoli  ottenuti  in  estrema  abbondanza. 

Come  pei  prodotti  animali,  la  Francia 
può  vantare  un  certo  numero  di  coltivazioni 
quasi  sconosciute  in  Inghilterra,  e  i  cui  pro- 
dotti s'aggiungono  a  quelli  delle  coltivazioni 
similari.  Tali  sono  primamente  la  vigna , 
questa  ricchezza  speciale  del  suolo  francese, 
ebe  non  copre  meno  di  2  milioni  d'ettari,  e 
non  produce  meno  di  230  fr.  per  ettaro; 
secondariamente,  il  colzat,  il  tabacco,  la  bar- 
babietola, la  robbia,  il  gelso  e  l'ulivo;  per 
terzo  infine  i  giardini  e  gli  orti,  che  non 
comprendono  meno  di  un  milione  d'ettari,  e 
da  cui  si  hanno  in  abbondanza  frutti,  legumi 
e  fiori.  Tutti  questi  prodotti  insieme,  hanno 
un  valore  annuale  di  un  miliardo  per  lo  meno. 
Questi  sono  tesori  incontestabili,  che  re- 


ARCHITETTO 

dimono  in  parte  l'inferiorità  francese,  e  che 
potrebbero  redimerla  più  ancora,  perchè  il 
loro  avvenire  è  indefinito.  La  diversità  del 
clima,  e  più  ancora  il  genio  nazionale  della 
Francia  che  tende  naturalmente  alla  qua- 
lità nella  varietà,  come  il  genio  inglese  alla 
quantità  nell'uniformità ,  promettono  alla 
Francia  dei  progressi  immensi  nelle  colti- 
vazioni che  molto  aspettano  dall'arte. 

Egli  è  però  impossibile  il  dissimulare 
che  nello  stato  attuale  delle  cose  gli  Inglesi, 
colle  loro  due  o  tre  coltivazioni  applicate 
in  grande ,  ottengono  colla  generalità  e 
semplicità  dei  mezzi ,  risultati  d'insieme 
molto  superiori ,  risultati  che  si  ottengono 
pure  dai  Francesi  in  quelle  parti  dove  si 
seguono  gli  stessi  metodi.  Quei  dipartimenti 
della  Francia  che  somigliano  di  più  all'In- 
ghilterra per  la  natura  e  la  proporzione 
delle  coltivazioni,  sono  pur  quelli  nei  quali 
si  giunge  in  fine  ai  migliori  risultati,  e  se 
essi  restano  in  qualche  luogo  al  di  sotto 
della  media  inglese,  egli  è  che  la  propor- 
zione delle  coltivazioni  snervanti  vi  è  an- 
cora troppo  forte,  malgrado  i  progressi  fatti 
da  50  anni  per  le  coltivazioni  miglioranti. 
Proviamoci  intanto  a  valutare  la  produ- 
zione totale  delle  due  agricolture.  Questa 
valutazione  è  molto  difficile,  principalmente 
quando  si  tratta  di  un  confronto. 

Le  statistiche  migliori  e  le  più  ufficiali 
danno  una  doppia  spiegazione.  Così  nella 
statistica  della  Francia  il  prodotto  degli 
animali  figura  tre  volte:  prima  come  ren- 
dita di  prati  e  pascoli,  poscia  come  rendita 
di  animali  vivi,  infine  come  rendita  di 
animali  da  macello.  Questi  tre  non  ne  for- 
mano che  uno;  è  d'uopo  prendere  la  rendita 
degli  animali  da  macello  aggiungendovi  il 
prodotto  del  latte  perle  vacche,  quello  della 
'lana  per  i  montoni,  ed  il  prezzo  dei  cavalli 
venduti  fuori  del  podere  per  usi  non  agri- 
coli. Tutto  il  resto  non  è  che  una  serie  di 
mezzi  di  produzione  che  si  concatenano 
per  giungere  al  prodotto  reale,  cioè  a  quello 
che  serve  al  consumo  umano ,  sia  sul  po- 
dere stesso,  sia  fuori.  Così  pure  non  è  ra- 
zionale di  portare  in  conto  la  quantità  che 
serve  a  rinnovare  le  semenze;  le  semenze 


ED  AGRONOMO  157 

non  sono  un  prodotto,  ma  un  capitale  ,  la 
terra  non  le  rende  che  dopo  averle  ricevute. 
Finalmente  egli  è  impossibile  di  contare, 
come  fanno  alcune  statistiche,  il  valore  de- 
gli strami  e  dei  concimi;  i  concimi  sono 
evidentemente  ,  salvo  un'  eccezione  impor- 
tante di  cui  parleremo  in  seguito,  un  mezzo 
di  produzione;  e  in  quanto  alle  paglie,  esse 
non  costituiscono  un  prodotto,  se  non  quan- 
do servono  fuori  del  podere,  per  esempio 
a  nutrire  i  cavalli  impiegati  ad  altri  usi. 

Tutto  ciò  che  si  consuma  sul  podere  per 
ottenere  la  produzione,  come  il  nutrimento 
degli  animali  da  lavoro  e  degli  animali  in 
generale,  gli  strami,  le  semenze,  deve  figu- 
rare nei  mezzi  di  produzione  e  non  nei  pro- 
dotti. Non  vi  ha  di  vero  prodotto,  se    non 
ciò  che  può  essere  venduto  o  dato  in  sala- 
rio. Sotto  questo  rapporto  le  statistiche  in- 
glesi sono  fatte  molto  meglio  che  le  fran- 
cesi;  le    nozioni    economiche  essendo    più 
diffuse  in  Inghilterra  che  in  Francia,  vi  si 
separa  nettamente  ciò  che  deve  essere  sepa- 
rato, ed  i  prodotti  reali,  le  derrate  aspor- 
tabili sono  calcolate  a  parte    dai   mezzi  di 
produzione.  I  mezzi    di    produzione   molto 
maggiori   in  Inghilterra  che    in    Francia, 
gli  errori  e  le  ommissioni   nella  statistica 
officiale  francese,  la  differenza  nei  prezzi, 
non  solo  tra  le  due  nazioni ,  ma  tra  i  di- 
partimenti stessi  della  Francia,   sicché    la 
media    generale  del  regno-unito    non  è  la 
stessa  della  media  generale  della  Francia, 
sono  tutte  cose  che  rendono  diffìcile  il  con- 
fronto. Ciò  non  di  meno  egli  non  è  assolu- 
tamente impossibile  di  farsi  un'idea,  almeno 
approssimativa,  della  massa  dei  valori  creati 
annualmente  nei  due  paesi  dall'agricoltura. 
Deducendo  i  prodotti  che  non  sono  se  non 
se  mezzi  di  produzione,  riparando  per  quanto 
è  possibiIe%alle  ommissioni  della   statistica 
officiale,  e  conducendo  i  prezzi  alla  media 
degli  anni  antecedenti  al  1848,  si  trova  che 
il  valore  annuale  della  produzione  agricola 
francese    doveva  essere   cinque   anni  fa   di 
circa  5  miliardi,  divisi  presso  a  poco  come 
segue: 


158 


Prodotti  animali 


Carne  di  bue,  porco  e  montone 
Lane,  pelli,  grascie,  minugie  . 
Latte,  burro  formaggio.     .     . 

Volatili  ed  ova 

Cavalli,  asini  e  muli  di  tre  anni 
Seta,  miele,  cera  ed  altri  prodotti 


Totale  d,600  milioni 
Prodotti  vegetali 


GIORNALE   DELL'  INGEGNERE 

più  ricca;  in  alcuni  punti,  come  nelle  vici- 
nanze d'Orange  e  d'Avignone,  nei  vigneti  di 
Cognac  e  di  Bordelais,  nei  cantoni  che  pro- 
800  milioni  ducono  l'olio  e  la  seta,  ecc.  si  arriva  a  ma- 
300      »  gnifiche  rendite:  ma  le  lande  e  le  montagne 

400      »  che  coprono  un  quarto  del  suolo   non  fu- 

200      »  rono  quasi  valutate,  e  nella  maggior  parte 

100      »  del  resto,  la  coltivazione  languisce    senza 

100      »  capitali  e  senza  lumi.  Il  nord   prevale  per 

a  medesima  ragione  che  mette  l'Inghilterra 


Cereali  pel  consumo  umano 
Pomi  di  terra  idem  .  .  . 
Vino  ed  aquavile      .... 

Birra  e  sidro 

Fieno,  paglia  ed  avena  pei 

cavalli  non  agricoli  .     .    .      300 

Lino  e  canape 150 

Zucchero, robbia,  tabacco,  olj, 

frutti,  legumi 500 

Legnami 250 


1,500  milioni 
400      » 
500      »» 
400      » 


Totale  3,400  milioni 

Cioè  per  i  50  milioni  di  ettari  del  suolo 
francese,  dedotti  3  milioni  occupali  dalle 
ferrovie,  dai  fiumi,  dalle  città,  ecc.  un  pro- 
dotto brutto  medio  di  400  fr.  per  ettaro, 
compresi  i  terreni  incolti  e  i  terreni  colti- 
vati. Il  minimum  è  nelle  terre  incolte  e  nei 
terreni  boschivi,  che  rendono,  gli  uni  cogli 
altri,  da  45  a  20  franchi;  il  maximum  si 
ottiene  dai  giardini,  dai  vigneti,  dalle  terre 
che  portano  lino,  luppolo,  gelso,  tabacco  o 
robbia,  il  cui  prodotto  lordo  si  eleva  fino 
a  4000,  2000,  3000  franchi  e  al  di  là;  perciò 
tenendo  la  via  di  mezzo,  si  trova  per  la 
maggior  parte  delle  terre  coltivate,  cioè 
per  32  milioni  d'ettari  circa,  che  la  media 
generale  è  di  400  franchi  per  ettaro. 

Dividendo  la  Francia  in  due  parti  eguali, 
l'ima  al  nord,  l'altra  al  mezzodì,  si  giunge 
per  la  metà  settentrionale  a  un  prodotto 
lordo  medio  di  120  franchi  l'ettaro,  e  per 
la  parte  meridionale  di  80.  Questa  spropor- 
zione è  tanto  più  dolorosa  in  quanto  che 
la  regione  meridionale  potrebbe  essere  la 


al  disopra  della  Francia,   perchè  la  buona 
coltura  ivi  è  più  generale. 

Finalmente  se  si  confrontano  fra  loro  i 
diversi  dipartimenti  presi  insieme,  i  dipar- 
timenti più  produttivi  sembrerebbero  sempre 
esser  quelli  del  Nord,  del  Passo  di  Calais, 
della  Somma,  dell'Oise,  della  Senna  infe- 
riore, dove  la  media  del  prodotto  lordo  è 
di  200  fr.  per  ettaro.  Il  dipartimento  del 
Nord  produce  per  lo  meno  300  franchi,  ma 
è  il  solo  che  giunga  a  questo  punto.  Quelli 
al  contrario  che  producono  il  meno,  sono 
quelli  delle  Lande,  della  Lozère,  delle  Alte 
e  Basse  Alpi  e  soprattutto  della  Corsica.  11 
prodotto  lordo  medio  di  questi  dipartimenti 
è  di  30  franchi;  in  Corsica  è  tutt'al  più 
di  40.  Il  resto  della  Francia  è  fra  questi 
due  punti  estremi. 

La  produzione  agricola  del  regno-unito 
prima  del  4848  giungeva  pure  a  un  totale 
lordo  di  5  miliardi  di  franchi.  Questo  totale 
si  divideva  presso  a  poco  così:  3,250  mi- 
lioni per  l'Inghilterra  propriamente  detta, 
4  miliardo  per  l'Irlanda,  250  milioni  per  il 
paese  di  Galles  e  500  per  la  Scozia.  Ripar- 
tita per  ettaro  della  superficie  totale,  questa 
rendita  dava  il  seguente  risultato: 

Inghilterra 250  franchi 

Irlanda.  Bassa  Scozia,  Galles  425      » 

Alta  Scozia 12      »» 

Media  generale 165      » 

Questo  risultato ,  tanto  enorme  al  con- 
fronto, poiché  egli  si  mantiene  per  l'insieme, 
malgrado  l'estrema  sterilità  di  una  porzione 
dell'Irlanda  e  di  tutta  l'Alta  Scozia,  a  più 
di  un  terzo  in  su  del  prodotto  medio  della 


ARCHITETTO 

Francia ,  era  ottenuto  con  un  piccolo   nu- 
mero di  prodotti.  Ecco  come  dividevasi: 

Prodotti  animali 

Carnedibue,montonceporco  4,700  milioni 

Lane,  pelli,  sego,  minugie    .  300      » 

Latte,  burro,  formaggio  .    .  400      » 

Cavalli  da  tre  anni     .     .    .  100      » 

Volatili 25      » 


Totale  2,525  milioni 

Prodotti  vegetali 

Frumento 1,100  milioni 

Patate  pel  consumo  umano .  300  » 
Orzo  ed  avena  e.  s.  .  .  .  400  » 
Fieno,  paglia,  avena  pei  ca- 
valli non  agricoli  .  .  .  400  » 
Lino,  canape,  legumi,  frutti  200  » 
Legnami 75  » 

Totale  2,475  milioni 

Dal  confronto  di  questi  due  totali  emer- 
gono i  risultati  seguenti:  Francia  1,600  mi- 
lioni di  prodotti  animali  e  3,400  milioni  di 
prodotti  vegetali;  regno-unito  2  miliardi  e 
mezzo  di  prodotti  animali  e  2  miliardi  e 
mezzo  di  prodotti  vegetali.  Il  legname  figura 
da  una  parte  per  250  milioni  e  dall'altra 
per  75  soltanto. 

La  sproporzione  non  era  in  realtà  tanto 
grande  come  sembrava  dalle  cifre.  Il  cal- 
colo precedente  ha  per  base  il  prezzo  cor- 
rente inglese  prima  del  1848;  ora  questi 
prezzi  erano  per  adequato  di  20  per  100 
al  disopra  dei  prezzi  francesi.  Mentre  il 
grano  era  in  Francia  a  20  franchi  l'ettoli- 
tro, in  Inghilterra  era  a  25;  mentre  la  carne 
si  pagava  in  Francia  un  franco  il  chilog., 
vendevasi  in  Inghilterra  uno  scellino,  e  così 
di  seguito.  Per  stabilire  un  confronto  esatto 
è  d'uopo  ridurre  i  prezzi  inglesi  ai  prezzi 
delle  derrate  similari  in  Francia.,  cioè  ri- 
durre i  cinque  miliardi  di  20  per  100.  Noi 
ci  troviamo  allora  al  cospetto  di  un  totale 
di  4  miliardi  che  sembra  rappresentare  ef- 
fettivamente il  valore  della  produzione  in- 


ED    AGRONOMO  150 

glese  confrontata  colla  francese.  Ripartito 
per  ettaro ,  questo  totale  dava  il  seguente 
risultato: 

Inghilterra 200  franchi 

Irlanda,  Bassa  Scozia  e  Galles  100       » 

Alta  Scozia 10       » 

Media  generale 135      » 

Ecco  la  verità  come  può  ottenersi  col 
mezzo  di  valutazioni  tanto  generali.  Si  vede 
che  la  media  della  produzione,  la  più  ele- 
vata, quella  dell'Inghilterra  propriamente 
detta ,  era  raggiunta  ed  anche  superata  in 
alcuni  dei  dipartimenti  francesi.  Le  diffe- 
renze che  esistono  sul  suolo  francese,  ser- 
vono a  far  comprendere  la  distanza  gene- 
rale fra  i  due  paesi.  Questo  prodotto  di 
200  franchi  per  ettaro  che  era  ottenuto  nel 
regno-unito  su  una  metà  del  territorio  è 
soltanto  in  Francia  su  Vio  circa;  quattro  altri 
decimi  sono  al  livello  dell'Irlanda  e  della 
Bassa  Scozia;  l'ultima  metà  è  quella  che 
abbassa  la  media,  benché  l'equivalente  del- 
l'Alta Scozia  non  vi  si  trovi. 

Questa  superiorità  di  prodotti  si  mostra 
d'altronde  per  due  fatti  che  servono  a  con- 
trollare le  due  cifre  date  dalla  statistica;  il 
primo  è  lo  stato  della  popolazione,  il  se- 
condo il  prezzo  venale  dei  terreni. 

All'epoca  della  numerazione  del  1841  la 
popolazione  totale  del  regno-unito  era  di 
27  milioni  di  abitanti  e  quella  della  Fran- 
cia di  34.  Così  quando  il  regno-unito  nu- 
triva quasi  una  testa  per  ettaro,  la  Francia 
ne  nutriva  soltanto  una  per  un  ettaro  e 
mezzo;  supponendo  il  consumo  eguale  dalle 
due  parti,  ciò  che  in  complesso  deve  essere 
esatto,  perchè  se  la  popolazione  inglese  con- 
suma in  generale  di  più  della  francese,  la 
popolazione  irlandese  consuma  meno ,  noi 
troviamo  presso  a  poco  Io  stesso  risultato 
che  coll'esame  comparativo  delle  due  agri- 
colture; la  bilancia  pende  ancora  un  po' 
dalla  parte  del  regno-unito;  l'importazione 
delle  derrate  alimentari  ristabilisce  l'equi- 
librio. Se  dividiamo  le  due  popolazioni  per 
regioni,  il  confronto  ci  darà  ancora  i  me- 
desimi risultati. 


400 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


L'Inghilterra  propriamente  detta,  com- 
preso il  paese  di  Galles,  nutriva  nel  1841 
quattro  teste  su  3  ettari,  ciò  che  trovasi  pure 
nei  dipartimenti  francesi  dove  la  produzione 
è  forte;  la  Scozia  presa  nel  suo  insieme  non 
aveva  che  una  testa  su  3  ettari,  e  la  regione 
francese  del  centro  e  dell'est,  una  su  2; l'Ir- 
landa contava  una  testa  per  ettaro,  e  la  re- 
gione francese  del  sud-ovest,  una  su  2,  ciò 
che  mostrerebbe  per  l'Irlanda  una  produ- 
zione doppia;  ma  l'infelice  popolazione  ir- 
landese essendo  molto  meno  ben  nutrita  della 
francese,  si  ristabilisce  il  rapporto. 

Quanto  al  valore  medio  delle  terre,  che  si 
proporziona  in  generale  alla  quantità  dei 
prodotti  ottenuti,  esso  era,  pei  terreni  dell'In- 
ghilterra propriamente  detta,  di  1000  fr. 
l'acro,  ossia  di  2550  fr.  l'ettaro,  e  pel  resto 
del  regno-unito,  non  compresa  l'Alta  Scozia, 
della  metà  circa  di  questa  cifra,  o  1250  fr. 
L'Alta  Scozia  colle  sue  terre  incolte  valeva 
tutto  al  più  425  fr.  l'ettaro.  Levando  20 
per  100  da  questo  prezzo  si  giunge  ad  una 
media  di  2000  fr.  per  l'Inghilterra,  di  100  fr. 
per  l'Alta  Scozia,  e  di  1000  fr.  pel  resto  del 
paese,  cioè  per  adequato  generale  1350  fr. 
In  Francia  i  terreni  coltivati  della  metà 
settentrionale  devono  valere  per  termine 
medio  1,500  fr.  l'ettaro,  e  quelli  della  metà 
meridionale  1,000  fr.  Valutando  gli  8  mi- 
lioni di  ettari  di  terre  incolte  a  125  fr.,  e  gli 
8  milioni  di  terre  boschive  a  600  fr.  l'ettaro, 
si  trovano  per  media  generale  4,000  fr. 

Perciò  l'esame  comparativo  dei  prodotti 
agricoli,  la  cifra  della  popolazione,  il  valore 
venale  delle  terre,  tutto  concorre  a  provare 
anche  colle  stime  più  strette,  che  il  prodotto 
dell'agricoltura  britannica,  preso  nel  suo  in- 
sieme, era  cinque  anni  fa  al  prodotto  del- 
l'agricoltura francese,  a  superficie  eguale, 
come  435  a  400,  e  che  confrontando  la  sola 
Inghilterra  a  tutta  la  Francia,  la  prima  pro- 
duceva per  lo  meno  il  doppio  della  seconda. 
Questa  dimostrazione  parmi  evidente. 

L'Irlanda  stessa  partecipava  a  questa 
grande  produzione;  le  sue  miserie  hanno  al- 
tra fonte.  Si  valutava  prima  del 4848  a  quasi 
600  milioni  la  sua  produzione  in  avena  e 
pomi  di  terra,  la  maggior  parte  dei  quali 


prodotti  serviva  al  nutrimento  degli  abitanti, 
e  le  sue  esportazioni  per  l'Inghilterra  in 
grano  e  carne  erano  considerevoli.  Abbiamo 
dunque  detto  a  ragione  che  l'Irlanda  a  su- 
perficie eguale  produceva  di  più  che  il  mez- 
zodì della  Francia,  benché  siano  coltivabili 
due  terzi  soltanto  del  suo  suolo. 

Per  maggior  esattezza  è  duopo  aggiun- 
gere a  questi  un  altro  prodotto  che  è  molto 
difficile  di  valutare,  ma  che  nondimeno  è  di 
grande  importanza:  questo  è  la  fertilità  che 
si  aumenta  nel  suolo  pei  concimi,  gli  am- 
mendamenti, i  lavori  di  ogni  sorta,  quando 
i  ricolti  annuali  non  ne  scemano  gli  effetti. 
La  maggior  parte  degli  statistici  per  non 
trascurarli  caddero  nell'errore  di  annoverare 
fra  i  prodotti  i  foraggi,  le  stramaglie  e  i 
concimi;  ma  in  questa  maniera  di  calcolare 
vi  è  un'  evidente  esagerazione,  poiché  i  ri- 
colti  assorbono    annualmente    la    maggior 
parte    della   potenza    acquisita    per    questi 
mezzi;  ciò  che  resta  nel  suolo  è  il  solo  pro- 
dotto vero;  ma  come  misurarlo?  Un  solo 
elemento  ce  lo  può  indicare  con  sicurezza: 
l'aumento  di  valore  del  suolo;  questo  au- 
mento di  valore  può  egli  stesso  essere  in- 
trodotto da  altre  cause,  ma  la  più  costante 
e  più  attiva  è  l'accrescimento  di  fertilità  che 
risulta  dalla  buona  coltivazione.  Si  può  va- 
lutarla per  adequato  in  Francia  a  4  per  400 
del  valore  per  anno,  cioè  40  a  45  fr.  per 
ettaro  per  il  complesso  dei  tre  regni,  e  20  fr- 
per    l' Inghilterra   propriamente   detta.   In 
Francia  la  media  è  di  1/2  per  1M,  cioè  B  fr- 
per  ettaro;  nei  dipartimenti  meglio  coltivati 
raggiunge  la  media  inglese,  ma  in  altri  è 
quasi  nulla. 

Sebbene  questa  valutazione  non  sia  e  non 
possa  essere  che  ipotetica,  pure  può  bastare 
a  spiegare  la  superiorità  del  prodotto  delle 
terre  in  Inghilterra;  nonostante  l'inferiorità 
naturale  del  suolo  e  del  clima,  vi  supplisce 
la  fertilità  acquistata.  Essa  ha  digià  costi- 
tuito un  capitale  fondiario  proporzionata- 
mente molto  superiore  e  che  aumenta  con- 
tinuamente. 

Tre  sorta  di  capitali  concorrono  allo  svi- 
luppo della  ricchezza  agricola:  il  capitale 
fondiario,  che  si  forma  alla  lunga  colle  spese 


ARCHITETTO 

di  ogni  -onere  fatte  per  mettere  la  terra  in 
buon  staio:  2.°  il  capitale  di  conduzione  o 
delle  scorte,  che  SÌ  compone  degli  animali, 
delle  macchine,  delle  semenze,  e  che  nello 
stesso  tempo  si  accresce;  3.°  il  capitale  in- 
tellettuale, o  l'abilità  agricola,  clic  si  perfe- 
ziona cos'esperienza  e  colla  riflessione.  Que- 
sti tre  capitali  sono  molto  più  diffusi  in  In- 
ghilterra che  in  Francia. 

Per  dare  l'ultimo  tocco  a  questo  quadro, 
ci  resta  a  vedere  come  dividevasi  prima 
del.lSìS  il  prodotto  lordo,,  cioè  qual era  su 
-j  miliardi  di  valor  nominale,  dedotte  le  im- 
poste e  le  spese  accessorie,  la  parte  che  toc- 
cava ai  proprietarj  del  suolo,  ossia  la  rendila, 
quella  che  pagava  le  fatiche  e  retribuiva  il 
capitaledei  fittajjuoli,  ossia  il profitto, e  quella 
che  serviva  a  rimunerare  il  lavoro  manuale 
propriamente  detto,  ossia  il  salario.  Fatta 
la  medesima  operazione  rispetto  alla  Francia, 
il  paragone  fra  le  due  agricolture  sarà 
compito. 

Prima  di  tutto,  la  parte  che  si  preleva  pel- 
le spese  generali  della  società,  ossia  l'impo- 
sta. —  Molti  errori  sono  stati  diffusi,  e  tut- 
tora accreditati  in  Francia,  sul  sistema  d'im- 
posta che  regna  in  Inghilterra.  Si  crede 
generalmente,  dietro  una  falsa  apparenza, 
che  la  terra  inglese  sia  quasi  senza  imposta, 
e  che  le  tasse  indirette  costituiscano  tutta 
la  pubblica  rendita.  Al  contrario,  in  nessun 
altro  luogo  la  terra  sopporta  un  peso  mag- 
giore quanto  in  Inghilterra:  soltanto  non  è 
lo  Stato  che  percepisce  ciò  che  la  terra  paga 
direttamente,  o  per  Io  meno  non  ne  ritraeva 
quasi  nulla  prima  dell'introduzione  del- 
l' income  tax  (tassa  sulla  rendita).  L'impo- 
sta diretta  a  profitto  dello  Stato  non  era 
rappresentala  che  da  una  tassa  insignifi- 
cante che  i  proprietarj  hanno  in  gran  parte 
redenta,  la  land  tax  (prediale);  ma  se  le 
tasse  indirette  formano  quasi  tutta  la  ren- 
dila dello  Stato,  non  mancano  però  le  im- 
poste dirette  sotto  la  forma  di  tasse  locali. 
Tre  sono  queste  imposte:  la  tassa  dei  po- 
veri, quelle  della  parrocchia  e  della  contea, 
che  equivalgono  alla  rendita  dei  comuni  e 
dei  dipartimenti  francesi,  e  la  decima  della 
Chiesa.  La  tassa  dei  poveri  si  elevava  an- 

Vol.  ÌU.  Setlemb 


ED    AGRONOMO  l<;| 

cora  sei  anni  fa,  malgrado  tutti  gli  sforzi 
che  si  fecero  per  ridurla,  a  (5  milioni  sler- 
lini,  o  150  milioni  di  fr.,  perla  sola  Inghil- 
terra. La  tassa  della  parrocchia  e  della  con- 
tea, per  le  strade,  i  ponti,  la  polizia,  le  pri- 
gioni ecc.  passano  ancora  nella  sola  Inghil- 
terra 4  milioni  sterlini  o  100  milioni  di  fr.; 
in  tutto  250  milioni.  La  proprietà  rurale 
paga  essa  sola  più  di  due  terzi  di  questa 
somma.  Aggiungendovi  la  parte  del  land 
tax  non  redenta,  che  è  per  l'Inghilterra  di 
25  milioni  di  franchi,  ed  in  fine  il  terzo  ag- 
gravio della  proprietà  rurale  inglese,  la  de- 
cima, una  volta  variabile  ed  arbitraria  nella 
sua  esazione,  e  che  dopo  la  sua  commuta- 
zione in  una  rendita  quasi  fissa,  giunge  per 
lo  meno  a  75  milioni,  si  trova  un  totale  di 
375  milioni,  cioè  per  i  15  milioni  d'ettari 
dell'Inghilterra  e  del  paese  di  Galles,  una 
media  di  25  fr.  per  ettaro,  ossia  8  scellini 
per  acro. 

Questa  stessa  inedia  non  dà  che  un'  idea 
inesatta  dell'aggravio  che  pesa  su  certi  punii 
del  suolo  inglese.  Essendo  slata  redenta  una 
parte  della  decima,  ed  una  parte  della  land 
tax  e  della  tassa  dei  poveri  essendo'  molto 
inegualmente  ripartita,  poiché  non  è  punto 
centralizzata,  e  segue  le  variazioni  del  pau- 
perismo dietro  le  località,  ne  consegue  che 
alcune  regioni  sono  molto  al  disotto  della 
media  ed  alcune  altre  molto  al  disopra.  Non 
è  raro  di  trovare  in  Inghilterra  delle  terre 
che  pagano  fino  a  50  fiv  di  tassa  l'ettaro. 
■  L' Irlanda  e  la  Scozia  sono  meno  aggra- 
vate e  principalmente  la  Scozia;  qui  la  mag- 
gior parte  delle  tasse  inglesi  vi  sono  sco- 
nosciute. La  Scozia  paga  circa  12  milioni 
di  fr.,  e  l'Irlanda  38.  Ecco  425  milioni  pel 
regno-unito  pagati  dalla  terra  propriamente 
detta. 

L'imposta  fondiaria  sul  suolo,  dedotti  i 
fabricati,  si  eleva  in  Francia  tra  la  princi- 
pale e  i  centesimi  di  addizionale,  compresa 
la  prestazione  in  natura  per  ìe  sti'ade,  a 
250  milioni  in  tutto,  ossia  5  fr.  per  ettaro: 
quest'imposta  è  dunque  il  quinto  circa,  in 
valor  nominale,  di  quello  che  è  in  Inghil- 
terra. 
A  queste  cifre   bisogna   aggiungere  l'i'n- 

re  1855,  21 


dG2 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


come  leu- ,  che  ha  qualche  analogia  colla 
contribuzione  personale  e mobiliarein  Fran- 
cia, e  che  importa  ancora  circa  3  per  dOO 
di  rendita  netta  dei  proprietarj,  e  d  i/a  per 
100  di  quella  de' littajuoli.  Le  imposte  sui 
fabbricati;  delle  quali  i  proprietarj  rurali 
sostengono  la  loro  parte,  sono  nella  me- 
desima proporzione  di  quelle  che  sosten- 
gono sulla  terra  propriamente  detta.  Final- 
mente le  tasse  indirette,  oltreché  esse  di- 
minuiscono in  fatti  la  rendita  dei  proprie- 
tarj ,  innalzando  il  prezzo  di  tutte  le  der- 
rate ,  aggravano  alcuni  prodotti  agricoli, 
specialmente  l'orzo ,  che  serve  alla  fabbri- 
cazione della  birra,  e  che  non  paga  meno 
di  125  milioni  di  franchi.  Si  agitò  recente- 
mente la  questione  di  ridurre  questa  im- 
posta; ma  nulla  venne  ancora  deciso.  L'im- 
posta sulle  bevande  in  Francia  produce , 
come  si  sa,  100  milioni. 

La  proprietà  rurale  inglese  è,  in  vero, 
sciolta  in  parte  d'un  aggravio  che  pesa  gran- 
demente sulla  terra  in  Francia  ;  l'imposta 
sulle  successioni,  le  mutazioni  e  le  ipoteche; 
ma  questa  franchigia  che  non  è  reale  che 
per  le  'terre  di  libero  allodio ,  o  freeholds, 
che  non  hanno  le  terre  soggette  ai  diritti 
feudali  o  copy-holds,  perde  molto  della  sua 
importanza  quando  si  pensa  alle  spese  di 
ogni  genere  che  produce  l'incertezza  della 
proprietà  inglese  per  la  mancanza  di  un 
buon  sistema  di  registrazione. 

Ecco  dunque  un  primo  risultalo  di  que- 
sta grande  produzione  inglese,  il  possibile 
innalzamento  dell'imposta.  Non  ci  fermeremo 
a  dimostrare  la  ricchezza  che  ne  risulta 
per  il  paese  in  generale  e  per  la  slessa 
agricoltura,  che  profitta  per  la  prima  delle 
spese  fatte  col  suo  danaro.  Egli  è  evidente 
che  se  la  proprietà  rurale  francese  potesse 
pagare  maggiori  imposte,  l'aspetto  delle  sue 
campagne  cangerebbe  ben  presto:  esse  si 
coprirebbero  di  strade  campestri,  di  ponti, 
d'aquedottr,  di  manufatti,  che  loro  mancano 
presentemente  per  difetto  di  mezzi,  e  che 
abbondano  in  Inghilterra. 

Dopo  l'imposta  vengono  le  spese  acces- 
sorie della  coltivazione  :  tali  sono  le  com- 
pere di  concimi  artificiali,  la  manutenzione 


delle    macchine   aratorie ,   le  rinnovazioni 
delle    semenze  e    degli    animali    riprodut- 
tori, ecc.  E  molto  se  il  coltivatore  francese 
può  dedicare    pei    adequato    4  o  5  franchi 
per  ettaro  a  queste  spese  tanto  produttive, 
mentre    non    si    potevano  valutare,  anche 
prima  del  Ì8Ì8,  a  meno  di  25  franchi  per 
ettaro  e  per  adequato  in  lutto  il  regno-unito, 
ed  a  meno  di  59  franchi  per  l' Inghilterra 
propriamente  delta.  E,  come  vedesi,  di  8  a 
a  10  volte  di    più    che   in  Francia  ,  anche 
colla  riduzione  di  20  per  dOO.  Tale  è  il  se- 
condo effetto  di  questa  produzione  superiore; 
più  si  produce ,  maggiori  risorse    possono 
dedicarsi  all'aumento  della  produzione,  e  la 
ricchezza  si  moltìplica  per  sé  stessa. 

Non  ostante  questo  assegno  fatto  all'im- 
posta ed  alle  spese  accessorie,  quando  ciò 
che  resta  del  prodotto  lordo  si  divide  fra 
quelli  che  hanno  concorso  a  formarlo  col 
loro  capitale,  colla  loro  intelligenza,  e  colle 
loro  braccia,  la  parte  che  tocca  a  ciascuno 
di  essi  è  più  grande  in  Inghilterra  che  in 
Francia. 

Prima  di  tutto  la  rendita  del  proprietario 
o  la  rendita  del  capitale  fondiario.  —  L'idea 
della  rendita  non  è  cosi  generalmente  libera 
in  Francia  quanto  in  Inghilterra;  essasi  con- 
fonde   col    profitto    dell'  imprenditore    e  la 
rendita    del    capitale  impiegato,  quando    il 
proprietario    dirige    egli  stesso  la  coltiva- 
zione ,  ed   anche    col  salario  propriamente 
detto,  quando  egli  coltiva  i  suoi  beni  colle 
sue  proprie  mani.  Si  può  però  valutare  a 
30  franchi  per  ettaro  la  rendita  media  delle 
terre  in  Francia,  cioè  la  rendita  netta  del 
capitale  fondiario,  fatta  deduzione  di  tutta 
la  rendita  del  capitale  impiegato,  di  tutti  i 
salarj  e  di  tutto   il  profitto  ,  cioè    in  tutto 
1,500  milioni  pei  50  milioni  d'ettari  fran- 
cesi coltivali    o  no.  Si  conosce  più  esatta- 
mente   per    via    dell'  organizzazione    della 
coltivazione  inglese;  che  separa  quasi  sem- 
pre  la  proprietà  dall'affittanza,   come    era 
prima  del  d848,  la  rendita  delle  proprietà 
rurali  nelle  diverse  parti  del  regno-unito. 
Il  minimum  della  rendita   si  trova  all'e- 
stremità nord  della  Scozia  nella  contea  di 
Sutherland,  e  nelle  isole  vicine,  ove  essa 


ARCHITETTO 

discende  lino  ad  I  (V.  23  cent,  per  ettaro  di 
valor  nominale,  cioè  I  fr.  di  valor  compa- 
rativo. L'insieme  degli  highlands,  the  com- 
prende, come  abbiam  detto,  quasi  4  milioni 
di  ettari  .  non  rende  per   adequato  ai  suoi 
proprietarj  che  3  fr.  per   ettaro.  Il    maxi- 
mum è  ottenuto  in  alcune  praterie  dei  din- 
torni di  Londra  e  di  Edimburgo  che  si  af- 
fittano tino  a  2000  fr.  l'ettaro;  le    rendile 
di  500, 300,  200  fr.  non  sono  rare    nei  Lo- 
thians  e  nelle  parti   dell'Inghilterra  >icine 
alle  grandi    città.  Tutta    la  parte    centrale 
dell'isola ,  che  comprende  ,  oltre  la  contea 
di  Leicester,  la  pivi  centrale,  tutte   quelle 
che  la  circondano,  rende  per  adequato  100  fr. 
per  ettaro  ed  è  senza  paragone  la  più  ricca 
regione  dei  tre  regni.  A  misura  che  si  al- 
lontana «dal  cuore    dd    paese,    la   rendita 
discende,  al  sud  cade  alla  metà,  nelle  con- 
tee di  Sussex,  di  Surrey  e  diHants  a  60  fr. 
l'ettaro;  al  nord,  in  quelle  di  Cumberland 
e  di  Westmoreland  ,  a  30  fr.,  ed  all'ovest, 
nelle  più  cattive  parti  del  paese  di   Galles 
a  10.  Per  tutta    1'  Inghilterra    la    media   è 
75  franchi. 

Nella  Bassa  Scozia  ,  il  milione  d'  ettari 
che  circonda  le  due  imboccature  del  Forth 
e  del  Tay  rende  quasi  tanto  quanto  la  con- 
tea di  Leicester  e  sue  dipendenze;  ma  a 
misura  però  che  si  allontana  da  queste  terre 
privilegiate,  la  rendita  discende,  e  la  inedia 
della  Bassa  Scozia  è  eguale  in  somma  a 
quella  de'  suoi  vicini  d'Inghilterra,  le  con- 
tee di  Cumberland  di  Westmoreland  ed  il 
paese  di  Galles. 

In  Irlanda  noi  troviamo  nella  contea  di 
Menili,  in  Leinster,  e  nelle  annesse  contee 
di  South  e  di  Dublin  un  altro  milione  di 
ettari,  la  cui  rendita  è  egualmente  elevata 
che  nel  centro  dell'Inghilterra;  ma  troviamo 
nello  stesso  tempo  nelle  montagne  dell'ovest 
e  in  quasi  tutto  il  Connaught  una  media 
molto  più  bassa. 

Riassumendo  e  adottando  per  la  classifi- 
cazione delle  rendite  le  divisioni  stesse  che 
per  la  vnlutnzione  generale  del  prodotto 
lordo,  ecco  il  risultato  che  si  ottiene. 


ED   AGRONOMO  jflg 

Rendila  media  por  oliaro. 

Inghilterra 75  fr> 

Bassa  Scozia  e  Galles    ...  30  » 

Alta  Scozia 3  „ 

Tre  quarti  dell'Irlanda    ...  50  » 

Nord-ovest  dell'Irlanda   .  " .     .  25  » 

Media  generale     ...  50  fr. 

Tutte  queste  cifre  devono  essere  ridotte 
di  20  per  cento  dietro  la  base  che  abbiamo 
adottata;  esse  allora  diventano: 

Rendita  media  per  ettaro. 

Inghilterra (j0  fr. 

Bassa  Scozia  e  Galles     .     .     .  24  » 

Alta  Scozia 2  »  40  e. 

Tre  quarti  dell'Irlanda    ...  40  » 

Nord-ovest  dell'Irlanda    ...  20  » 

Media  generale      ...  40  fr. 

In  Francia  nel  dipartimento  del  Nord 
la  rendita  raggiunge  per  adequato  100  fr. 
l'ettaro,  ciò  che  la  mantiene  al  livello  ed 
anche  al  disopra  delle  migliori  contee  in- 
glesi. In  quelli  che  le  si  avvicinano  di  più 
essa  è  ancora  di  80  franchi  e  discende  pro- 
gressivamente fino  ai  dipartimenti  della 
Lozère  e  delle  Alte  e  Basse  Alpi,  dove  essa 
cade  a  10  franchi.  Nell'isola  di  Corsica  è  tut- 
t'  al  più  di  3,  come  negli  highlands. 

In  secondo  luogo,  il  beneficio  dei  condut- 
tori. —  Si  valutava  generalmente  in  Inghil- 
terra alla  metà  della  rendita,  cioè  25  fran- 
chi per  ettaro  in  tutto  il  regno-unito,  0  in 
valore  ridotto  20  franchi.  Questa  ricchezza 
si  divide  in  due  parli:  la  rendita  dei  capi- 
tali impiegati  nella  coltivazione,  ed  il  pro- 
fitto propriamente  detto,  ovvero  la  rimu- 
nerazione dell'  industria  agricola.  La  ren- 
dita dei  capitali  essendo  valutata  a  5  per 
cento,  la  parte  del  profitto  deve  essere  in 
generale  eguale,  ciò  che  porta  a  10  per 
cento  la  rendita  del  capitale  impiegato.  II 
capitnle  di  conduzione  doveva  essere  allora 
per  i  tre  regni  di  250  franchi  per  ettaro  e 
per  adequato,  ovvero  200  franchi  di  valore 
ridotto.  Questo  capitale  appartenendo  quasi 
sempre  a'  filtajuoli,  questa  parte  del  pro- 
dotto lordo  si    devolveva    presso  che  tutta 


j(j4  GIORNALE  DEUL 

ad  essi.  Nell'Inghilterra  propriamente  della 
la  rendila  media  dei  filtajnoli  doveva  essere 
di  40  franchi  per  ettaro,  in  valor  nominale, 
ciò  che  supponeva  un    capitale   di    condu- 
zione di  400  fianchi  e  in  valore  ridotto  320. 
In  Francia  l'equivalente  di  questo  bene- 
ficio si  eleva  luti' al  più  a  10    franchi  per 
ettaro,  cioè  alla  metà  della  media  del   re- 
gno-unito e  al  terzo  di  quella  dell'  Inghil- 
terra   propriamente    detta.  Non  vi  ha  che 
il  nord  della  Scozia  e  l'ovest  dell'  Irlanda 
che  siano  al  disotto  della  media  francese; 
il  resto  è  generalmente  molto  al  di  sopra. 
Egli  è  d'altronde  difficile  il  distinguere  in 
Francia  il  beneficio  dalla  rendita.  Soltanto 
un  quarto  del  suolo  è  affittato,  e  negli  altri 
tre  quarti  il  beneficio  è  confuso  colla  ren- 
dita e  col  salario.  In  somma  la  media  del 
capitale  di  conduzione   può    esser  valutala 
in  Francia  a  100  franchi  l'ettaro.  Ciò  è  uno 
dei  principali  indizj  dell'inferiorità  francese, 
perchè  in  agricoltura ,  come  in  qualunque 
specie  d'industria,  il  capitale  di  conduzione 
è  uno  degli  agenti  principali  della   produ- 
zione. 

I  fittajuoli  dell'  Inghilterra  propriamente 
detta,   possedevano   dunque,  a    superficie 
eguale,  la   slessa  rendita  che  i  proprietà]] 
francesi  a  superficie  minore.  Il  (iltajuolo  di 
una  terra  di  100  ettari,  per  esempio,  aveva 
l'equivalente  di  3  mila    franchi  di    rendita 
netta;  il  proprietario  di  una  terra  della  me- 
desima estensione  in  condizioni  medie  non 
ne  avrebbe    avuto  di  più  in  Francia.  Nelle 
parti  più  ricche,  i  fìttajuoli  guadagnano  50, 
60.,  fino   a  100   franchi   per    ettaro;  se  ne 
trovavano    di    quelli  che    avevano  10.000, 
20,000,   30,000   franchi    di   rendita.  Di  qui 
l'importanza  sociale  di    questa    classe   che 
non  è  collocata  sul  suolo  ad  un  grado  mi- 
nore del    proprietario  stesso.   Si  chiamano 
gentiluomini    filtajuoli   genllemen    farmers. 
La  maggior  parte  di  essi  vive  in  una  mo- 
desta ma  agiata  condizione;  sono  abbonati 
ai  Giornali  ed    alle  Riviste,  e   possono  far 
comparire  sulla  loro    mensa  di  tempo    in 
tempo  le  bottiglie  di  Claretto   e   di  Porlo; 
le  loro  figlie  imparano  la  musica;  quando 
si   visitano   le   campagne    in   Inghilterra . 


INGEGNERE 

basta  l'essere  provveduti  di  qualche  lettera 
d'introduzione,  che  si  è  mollo  ben  ricevuti 
in  queste  famiglie  cordiali  e  semplici,  che 
coltivano  il  medesimo  podere  da  più  gene- 
razioni. Nelle  loro  case  regna  l'ordine  più 
perfètto;  si  vede  ad  ogni  passo  quella  re- 
golarità di  abitudini  che  rivelano  un  lungo 
uso.  L'agiatezza  vi  si  è  introdotta    a  poco 
a  poco  per  via    del  lavoro  ereditario,  svi- 
luppatosi principalmente    dopo  il  tempo  di 
Arturo  Young,  e  se  ne  fruisce  come  di  un 
bene  onestamente  e  laboriosamente  acqui- 
stato. Fu  veduta    una  volta    in    una    delle 
meno  fertili  contee    di  Inghilterra,  il  Not- 
tinghamshire,  una  riunione  di  filtajuoli  dopo 
il  mercato  ;  i  Pari  di  Inghilterra  non  avreb- 
bero pranzato  meglio.  Nessuno  di  essi  pensa 
a  diventar  proprietario,  la  loro  condizione 
è   molto   migliore;  per   avere   3,000   fr.  di 
rendila  come  proprietario,  abbisognano  al- 
meno 100,000  franchi   di   capitale,   mentre 
che  bastano  30,000  per  avere  la  stessa  ren- 
dita come  fittajuolo. 

Vengono  infine  i  salarj.  —  Qui  il  vantag- 
gio sembra  essere  dalla  parte  della  Fran- 
cia, in  questo  senso,  che  la  Francia  impiega 
in  salarj  una  parte  del  prodotto  lordo  più 
considerevole  che  il  regno-unito;  ma  que- 
sta questione  dei  salarj  è  complicatissima , 
e  se  la  si  esamina  da  vicino,  si  vede  che 
hanno  ancora  il  vantaggio  gli  Inglesi,  al- 
meno in  ciò  che  concerne  i3/4  del  paese.  Sol- 
tanto che  la  loro  superiorità  era  meno  de- 
eisa  su  questo  punto  che  sugli  altri  prima 
del  1848,  e  questa  era  la  parte  più  debole 
della  loro  organizzazione  rurale.  Su  al- 
cuni punii  del  territorio  il  male  era  serio 
e  profondo,  e  minacciava  di  estendersi  al 
resto. 

Quando  vuoisi  render  conto  della  ripar- 
tizione dei  salarj  prima  del  1848  tanto  in 
Francia  che  nelle  diverse  regioni  inglesi , 
si  trova,  lasciando  perora  da  parte  la  Sco- 
zia in  causa  dei  fenomeni  particolari  che 
essa  presenta,  che  in  Inghilterra  non  si  de- 
dicai ai  salarj  che  il  quarto  circa  del  pro- 
dotto lordo,  ovvero  l'equivalente  di  50  fr. 
per  ettaro,  o  presso  a  poco,  mentre  che  in 
Francia  e  in   Irlanda  se    ne  impiegava  la 


ABCMTETTO 

metà,  cioè  ancora  50  franchi  por  ettaro  o 
l'equivalente;  ma  il  rovescio  della  medaglia 
non  è  lontano:  è  il  numero  dei  lavoratori 
che  si  esigono  da  una  parte  e  dall'altra  per 

la  produzione.  In  Inghilterra  questo  nu- 
mero era  stalo  il  più  possibilmente  ridotto,: 
in  Francia  era  già  molto  più  grande,  ed  in 
Irlanda  più  aurora:  eceo  qual  era  appros- 
simativamente la  cifra  della  popolazione  ru- 
rale nei  tre  paesi. 
Inghilterra   1    milioni   d' abitanti    su  1(5  di 

popolazione  totale. 
Francia  20 «milioni  d'abitanti  su  35  di  po- 
polazione totale. 
Irlanda  5  milioni  d'abitanti  su  S  di    popo- 
lazione totale. 

Dal  che  ne  consegue  che  la  popolazione 
rurale  formava  in  Inghilterra  il  quarto  sol- 
tanto della  popolazione  totale,  in  Francia 
i  quattro  settimi  e  in  Irlanda  i  due  terzi; 
la  ripartizione  sulla  superficie  del  suolo , 
dava  i  risultati  seguenti:  Inghilterra  30  teste 
pei-  10,)  ettari,  Francia  40,  Irlanda  G0. 

Tutto  si  spiega  col  confronto  di  queste 
cifre.  Benché  l'Inghilterra  non  impiegasse 
in  salarj  che  l'equivalente  di  50  franchi  per 
ettaro,  mentre  la  Francia  e  l'Irlanda  ne 
impiegavano  altrettanto,  il  salario  effettivo 
doveva  essere  più  considerevole  in  Inghil- 
terra che  in  Francia,  e  più  in  Francia  che 
in  Irlanda,  perchè  si  ripartiva  sopra  un 
minor  numero  di  teste. 

Possiamo  nello  slesso  tempo  trovare  la 
misura  dell'organizzazione  del  lavoro  nei 
tre  paesi:  In  Inghilterra  .  30  persone  ba- 
stavano per  coltivare  100  ettari,  e  far  loro 
rendere  l'equivalente  di  200  franchi  per 
ettaro,  mentre  che  in  Francia  ne  abbiso- 
gnavano 40  per  ottenerne  soltanto  un  pro- 
dotto medio  di  100  franchi,  ed  in  Irlanda  00: 
da  cui  ne  deriva  che  il  lavoro  in  Inghil- 
terra doveva  essere  molto  più  produttivo 
che  in  Francia ,  ed  in  Francia  più  che  in 
Irlanda. 

Oresti  dati  generali  sono  confermali  dai 
falli  di  dettaglio.  In  Inghilterra  la  media 
del  salario  rurale  per  gli  uomini  era.  pri- 
ma (lei  1848,  di  0  a  SD  scellini  per  settimana, 
ossia  2  franchi  al  giorno  di  lavoro  ,  ed  in 
valore  ridotto  1  fr.  e  00  cent.  Nei  punti  più 
ricchi,  questa  media  elevavasi  a  12  scellini 
o  2.  50  fr.  al  giorno  di  lavoro,  ed  in  valore 
ridotto  2  fr.  Nei  punii  meno  ricchi  essa 
cadeva  a  8  scellini  o  un  po' più  di  fr.  1.50 
al  giorno,  ed  in  valore  ridotto  fr.  1,  25. 

Alila  Bassa  Scozia  e  nel  paese  di  Galles, 
la  media  dei  salarj  era  di  8  scellini  per 
settimana,  o  dì  ir.  i.  25.  valore  ridotto  .  al 
giorno  di  lavoro.  Nell'Alta  Scozia  e  nei  ire 
quarti  dell'Irlanda  la  media  era  di  (i  scel- 
lini per  settimana  o  in  valor    ridolto  1   fr. 


ED   AGRONOMO  105 

per  giorno  di  lavoro.  Nell'ovest  dell'Irlanda 
la  media  cadeva  a  4  scellini,  cioè  70  cent, 
al  giorno. 

In  Francia  la  media  del  salario  rurale 
degli  uomini  dev'essere  fr.  1,25  a  fr.  1,50 
per  giorno  di  lavoro.  Su  certi  punti  si  in- 
nalza alla  misura  del  salario  inglese;  su 
altri  cade  al  livello  del  salario   irlandese. 

Gravissime  considerazioni  sono  annesse 
alle  questioni  dei  salarj  ;  ne  parleremo  altra 
volta.  Basti  per  ora  di  constatare  che,  gra- 
zie alla  riduzione  delia  mano  d'opera,  che 
forma  una  delle  basi  del  loro  sistema  agri- 
colo, gli  Inglesi  avevano  potuto  elevare  la 
misura  dei  salarj ,  contemporaneamente  a 
quella  delle  rendite,  dei  profitti,  delle  im- 
poste, e  delle  spese  accessorie,  ma  in  mi- 
nore proporzione.  1/  Irlanda  e  la  Scozia 
facevano  eccezione. 

Oltre  la  somma  destinala  annualmente 
ai  salarj  e  che  si  elevava  per  la  sola  In- 
ghilterra a  più  di  700  milioni  di  valor  no- 
minale, le  classi  operaje  rurali  di  questo 
paese  trovavano  ancora  una  gran  risorsa 
nella  tassa  dei  poveri,  la  quale  non  è  infine 
che  un  supplemento  di  salario,  e  che  veniva 
ad  accrescere  di  150  milioni  la  loro  dota- 
zione annuale. 

Del  resto,  basta  entrare  in  Inghilterra  in 
un  collage  di  paesano  e  paragonarlo  alla 
capanna  della  maggior  parte  dei  coltivatori 
francesi,  per  vedere  la  differenza  dell'agia- 
tezza media  delle  due  popolazioni.  Benché 
il  paesano  francese  sia  sovente  proprietario 
ed  aggiunga  per  conseguenza  al  suo  salario 
un  po' di  rendita  e  di  profitto,  egli  vive  meno 
bene  in  generale  che  il  paesano  inglese.  Egli 
è  men  bene  vestito,  men  bene  alloggiato  , 
meno  ben  nutrito  ;  egli  mangia  maggior 
quantità  di  pane,  ma  questo  pane  è  quasi 
sempre  di  segale,  di  un  supplemento  di  maiz, 
di  saraceno  ed  anche  di  castagne,  mentre 
che  il  pane  del  paesano  inglese  è  di  fru- 
mento con  una  piccola  aggiunta  d'orzo  o 
d'avena;  egli- beve  qualche  volta  vino  o  si- 
dro, ciò  che  manca  al  paesano  inglese,  che 
non  ha  che  aqua  o  un  po'  di  piccola  birra, 
ma  egli  non  ha  carne  ed  il  paesano  inglese 
ne  ha. 

Malgrado  questi  vantaggi,  la  questione 
dei  salarj  era  ancora  in  Inghilterra  una  que- 
stione viva,  prima  del  1848.  Egli  è  vero  che 
la  razza,  il  clima  e  le  abitudini  danno  agli 
operaj  rurali  inglesi  maggiori  bisogni  che 
ai  francesi.  In  Inghilterra  ove  i  salarj  sono 
più  bassi  è  la  punta  sud  dell'isola,  che  forma 
le  contee  di  Dorset,  di  Devon  e  di  Corno- 
vaglia.  In  questa  regione  il  salario  era  l'equi- 
valente di  fr.  1,  25  al  giorno;  e  benché  egli 
fosse  a  livello  della  maggior  parte  dei  sa- 
larj   francesi ,    era    generalmente    riguar- 


|0(5  GIORNALE   DELL 

dato  co....  uiauiuviciite.  Nelle  parti  del- 
l'Irlanda e  della  Scozia  ove  esso  cadeva 
al  di  sotto  della  media  francese,  la  miseria 
era  infinitamente  maggiore  che  in  Francia 
a  prezzo  eguale.  L'equivalente  di  20  soldi 
per  giorno,  di  cui  si  contentano  in  Francia 
i  paesani,  fa  stridere;  quando  si  arriva 
a  70  cent,  come  nelle  Ebridi  e  nel  Connaught 
l'esistenza  sembra  assolutamente  impossi- 
bile. Eppure  vi  sono  dei  paesi  in  Francia 
dove  si  vive  a  questo  prezzo  e  senza  la- 
mentarsi; egli  è  vero  che  questa  povertà  già 
si  penosa  per  sé  stessa  ,  non  è  aggravata 
di  un  clima  iperboreo,  e,  ciò  che  è  ancor 
peggio,  del  sentimento  di  ima  eccessiva  ine- 
guaglianza. L'equivalente  di  70  cent,  al 
giorno  è  dappertutto  un  meschino  salario; 
ma  egli  deve  sembrare  più  che  altrove  in- 
tollerabile in  un  paese  ove  il  salario  cor- 
rente degli  operai  rurali  è  in  alcuni  punti 
di  fr.  2  50,  ed  ove  quello  degli  operaj  d'in- 
dustria si  eleva  per  adequato  anche  più  alto. 
Ecco  dopociòche  precede,comesi  divideva 
approssimativamente  il  prodotto  lordo  in 
Francia  e  nell'Inghilterra  propriamente  detta. 

Francia 

Rendita  del  proprietario    .  30  fr.  per  ett. 

Beneficio  del  linaiuolo   .     .  10  » 

Imposte 5         » 

Spese  accessorie    ....       5  » 

Salarj 50         » 

Totale  100  fr.  per  ett. 
Inghilterra  (valor  nominale) 

Rendita  del  proprietario     .  75  fr.  per  ett. 

Beneficio  del  filtajuolo  .     .  40         » 

Imposte 25         » 

Spese  accessorie    ....  50         » 

Salarj 60 

Totale  250  fr.  per  ett. 

E  colle  riduzioni  del  20  per  100. 

Rendita 60  fr.  per  ett. 

Beneficio 32         » 

Imposta 20  » 

Spese 40         » 

Salarj 48         » 

Totale  200  fr.  per  ett. 

Tutte  le  partite  percipienti,  salvo  i  salarj, 
avevano  dunque  una  parte  più  grande  in 
Inghilterra  che  in  Francia;  anche  riducendo 
tutti  i  prezzi,  la  rendita  era  doppia,  il  be- 
neficio più  che  triplo,  l'imposta  quadrupla; 
il  salario  stesso,  benché  eguale,  o  presso  a 
poco  in  quantità  assoluta,  era  relativamente 
un  po'  più  elevato.  11  resto  del  regno-unito 
offriva  dei  risultati  meno  soddisfacenti,  ma 
quasi  sempre  superiori  ai  francesi. 


'ingegnere 

Tali  sono  i  falli,  o  almeno  tali  erano  sei 
anni  sono.  Vedremo  più  tardi  i  cangiamenti 
avvenuti  dopo,  tanto  in  Francia  che  nel  re- 
gno-unito; questi  cangiamenti  sono  conside- 
revoli, sopra  tutto  in  Inghilterra,  ove  una 
rivoluzione  più  legittima,  più  matura  e  so- 
pra tutto  più  feconda,  di  quella  del  1848  in 
Francia,  si  compiè  pacificamente,  mentre  la 
Francia  non  fa  che  risalire  l'erta  per  uscire 
dall'abisso   in   cui  era  stata  gettala.  Qual- 
che  cosa  di   simile   a   ciò   che   avvenne   in 
Francia  ed  in  Inghilterra  dal  1790  al  1800, 
si  riprodusse  in  questi  sei  anni  si  sterili  e 
dolorosi  per  la  Francia,  si  utilmente  attivi 
per  l'Inghilterra.  Mentre  in  Francia  si  pro- 
pongono romorosamente  le  questioni,  senza 
risolverle,  in  Inghilterra  le  risolvono  senza 
proporle;  qui  si  uscì  dalla  prova  fortificati, 
là  indeboliti. 

Ma  prima  di  esporre  questa  crisi,  che 
accrebbe  ancora  la  distanza  già  sì  grande 
fra  i  due  paesi,  è  d'uopo  cercare  le  cause 
della  superiorità  agricola  inglese  fino  al  1847. 
Queste  cause  derivano  dalla  storia  e  dall'or- 
ganizzazione dei  due  paesi.  La  situazione 
agricola  di  un  popolo  non  è  un  fatto  isolato: 
è  una  parte  del  grande  insieme.  La  respon- 
sabilità dello  stato  imperfetto  dell'agricol- 
tura francese,  il  suo  ulteriore  progresso  non 
dipendono  esclusivamente  da'  suoi  coltivatori, 
o  per  dir  meglio,  essi  non  giungeranno  a 
conoscere  i  fenomeni  che  presenta  il  loro 
suolo,  se  non  rimontando  alle  leggi  gene- 
rali che  reggono  lo  sviluppo  economico  delle 
società.  (Continua.) 


Scoperta  delle  Sorgenti. 

I  giornali  accennano  in  questi  giorni  di 
un  certo  Ami,  il  quale  ha  studiato  prati- 
camente la  scienza  delle  fonti.  Condu- 
cetelo, essi  dicono,  alle  falde  di  un  colle, 
in  mezzo  ad  una  pianura,  col  soccorso  di 
certi  segnali,  siete  certi  che  dove  batte  il 
piede ,  squarciando  la  terra  ne  uscirà  un 
zampillo  d'acqua.  Condotto  per  ordine  del- 
l'Imperatore a  Villeneuve  l'Etang,  ha  fatto 
già  aprire  tre  o  quattro  fontane.  In  una 
conversazione  con  Napoleone,  gli  ha  pro- 
messo di  trovare  acqua  da  condurre  a  Pa- 
rigi per  il  bisogno  di  quella  vasta  capitale. 

Nella  pregevolissima  opera  del  dotto  di- 
stinto sig.  ingegnere  IV.  Pareto  :  Trattalo 
dell'  impiego  delle  acque  in  agricoltura , 
di  cui  è  in  corso  di  stampa  la  prima  ver- 
sione italiana,  olire  ad  una  parte  che  tratta 
in  un  modo  assai  interessante  della  natura 
delle  sorgenti,  degli  indizii  per  "(scoprirle , 
della  loro  utilizzazione,  e  dei  pozzi  arte- 
siani, dà  in  una  nota  ,    in  fine  dell'  opera^ 


ARCHITETTO 

delle  nozioni  sulla  ricerca  delle   acque  col 
mezzo  della  verga  divinatoria. 

Presso  tulli  i  popoli  antichi,  dice  il  Pa- 
reto, vi  furono  dei  Raddomanlici.  che  cer- 
cavano le  sorgenti  colla  verga,  e  questa 
pratica  non  si  è  perduta  nei  tempi  moderni, 
poiché  riscontriamo  ancora  dei  fontanieri 
che  se  ne  servono  esercitando  la  loro  arte. 
Nell'antichità,  la  verga  nun  era  solamente 
impiegata  per  la  ricerca  delle  acque  sot- 
terranee ,  ma  le  si  supponeva  una  po- 
tenza quasi  morale  per  far  scoprire  i  ladri, 
gli  assassini  e  qualunque  cosa  perduta.  E 
forse  per  questo  che  si  deve  attribuire  lo 
sdegno  col  quale  i  dotti  moderni  parlano 
della  verga.  Egli  è  evidente  che  il  ciarla- 
tanismo essendosene  impadronito,  si  è  vo- 
luto fare  della  verga  qualche  cosa  di  sopran- 
naturale, a  che  la  scienza  moderna,  tutta 
sperimentale  e  filosolica,  non  potrebbe  ac- 
comodarsi. Abbiamo  veduto,  soggiunge,  cer- 
care delle  sorgenti  col  mezzo  delia  verga, 
e  più  spesso  abbiamo  veduto  trovarne  ,  e 
quello  che  è  di  più,  determinare  anticipa- 
tamente con  grande  approssimazione  la 
loro  profondità  e  la  loro  portata.  Laonde  non 
siamo  spinti  a  negare,  a  prima  giunta,  que- 
sto mezzo  impiegalo  da  così  lungo  tempo  e 
di  cui  filosofi  antichi  e  moderni  non  hanno 
messo  in  dubbio  i  fenomeni  ai  quali  esso 
dà  luogo.  La  verga  indica  le  sorgenti  o 
le  correnti  d'  acqua  sotterranee  per  certi 
movimenti  che  essa  fa  nelle  mani  della 
persona  che  la  porta.  Fra  gli  antichi  au- 
tori che  hanno  parlato  della  verga  divi- 
natoria ,  possiamo  citare  :  Vairone,  Agrì- 
cola ,  Cicerone,  ecc.,  e  fra  i  moderni:  i 
padri  Schott,  Dechalles,  Kircher,  l'abbate 
Polmoni  ,  e  finalmente  Tourenel  Forlis ,, 
i  quali  hanno  reso  alla  verga  il  suo  vene- 
rabile uffizio,  non  attribuendole  che  facoltà 
fisiche.  In  questi  ultimi  tempi  venne  scritta 
unopera  da  un  naturalista  distinto  :  il  conte 
De  Trislan  (Ricerche  sopra  alcuni  effluvj 
terrestri),  nella  quale  il  dotto  autore  riferi- 
sce delle  sperienze  numerose  fatte  per  ispie- 
gare  in  una  maniera  scientifica  i  fenomeni 
della  verga. 

Fra  tutti  gli  strumenti  che  possiamo  im- 
piegare, dice  De  Laplace,  per  conoscere 
gli  agenti  impercettibili  della  natura,  i  più 
suscettibili  sono  i  nervi,  soprattutto  allor- 
quando cause  particolari  esaltano  la  loro  sen- 
sibilità. E  pel  loro  mezzo  che  si  è  scoperta 
la  elettricità  che  sviluppa  il  contatto  di  due 
metalli  eterogenei,  ciò  che  aprì  un  campo 
vasto  alle  ricerche  dei  fisici  e  dei  chimici. 
I  fenomeni  singolari  che  risultano  dalla 
estrema  sensibilità  dei  nervi,  in  alcuni  in- 
dividui, hanno  dato  origine  a  diverse  opi- 
nioni sull'esistenza  di  un    nuovo    agente , 


ED   AGRONOMO  107 

che  si  chiama  magnetismo  animale,  sull'a- 
zione del  magnetismo  ordinario  e  siili'  in- 
fluenza del  sole  e  della  luna  in  alcune  af- 
fezioni nervose;  finalmente  sulle  impres- 
sioni che  può  far  provare  la  prossimità 
dei  metalli  o  di  un'  acqua  corrente.  Egli  è 
naturale  di  pensare  che  l'azione  di  queste 
cause  è  debolissima,  e  che  essa  può  essere 
facilmente  disturbala  da  cause  accidentali. 
Così  perchè  in  alcuni  casi  essa  non  si  è 
manifestata  ,  non  si  deve  rigettare  la  sua 
esistenza.  Noi  siamo  così  lontani  dal  cono- 
scere tutti  gli  agenti  della  natura  e  i  loro 
diversi  modi  di  agire,  che  sarebbe  poco 
filosofico  di  negare  i  fenomeni  unicamente 
perchè  essi  so.no  inesplicabili  nello  stato 
attuale  delle  nostre  cognizioni.  Solamente 
dobbiamo  esaminarli  con  una  attenzione 
tanto  più  scrupolosa  quanto  più  sarà  dif- 
ficile di  ammetterli. 

A.  P. 


Nuova  seta  dei  signori  Pcrclli-Er- 
c oliai  estratta  dalle  piante  fila- 
mentose d'ogni  specie  (*). 

Niun  secolo  più  del  nostro  è  stalo  fecondo 
di  invenzioni  d'ogni  sorta,  ina  niuno  è  stato 
testimonio  di  maggiori  delusioni.  Quante 
scoperte  annunciate,  e  che  dovevano  fare 
una  rivoluzione  nell'  industria,  non  riusci- 
rono che  ad  una  perdita  di  tempo  e  di  capi- 
tali! Gli  è  perchè  molte  non  erano  né  ma- 
turate dal  lavoro,  né  provate  da  lunghi  ed 
accurati  sperimenti,  né  fondate  sui  principj 
dello  scienza.  Ond'è  che  il  pubblico  si  mo- 
stra assai  meno  disposto  ora  ad  accettare 
ciecamente  tutte  le  invenzioni  che  gli  sono 
tuttodì  presentate. 

Quella  di  cui  oggi  vogliamo  intrattenerlo 
ha  per  sé  fortunatamente  la  sanzione  della 
pratica  ed  i  suffragi  degli  uomini  più  com- 
petenti. Nello  stesso  tempo  essa  possiede  i 
caratteri  del  progresso  industriale  e  sociale 
poiché  tende  a  creare  una  nuova  materia 
più  abbondante  e  poco  costosa,  e  che  può 
servire  a  comporre,  ad  un  prezzo  eccessi- 
vamente modico,  e  alla  portata  di  un  nu- 
mero immenso  di  consumatori,  un  tessuto 
quasi  eguale  in  ricchezza  ed  in  bellezza  ai 
tessuti  di  seta. 

Si  è  cercato  da  lungo  tempo  in  Francia 
ed  in  Inghilterra  di  estrarre  dalle  fibre  del- 
l'agave,  e  da  altre  piante  filamentose  di  vii 

(*)  Dall'eccellente  Giornale,  die  si  stampa  in  Pa- 
rigi, la  Revue  Franco-ltalienne,  traduciamo  questo 
articolo,  con  cui  si  rende  la  ben  giusta  lode  ad  una 
utilissima  scoperta  fatta  -tasti  Italiani. 


1(58  GIORNALE    DELI 

prezzo,  una  materia  che  si  potesse  filare  e 
sostituire  al  lino,,  al  cotone,  e  che  anzi  po- 
tesse surrogarsi  alla  seta  in  alenile  delle 
sue  applicazioni.  Da  secoli  si  fabbricano  nel- 
l'India cordami,  sluoje,  tappeti  grossolani 
coW'aqave;  gli  Americani  se  ne  valgono  agli 
stessi'  usi,  concorrentemente  ad  altre  piante 
dello  stesso  genere.  Ma  tino  al  presente,  il 
nuovo  mondo  al  pari  che  l'antico  fecero  vani 
sforzi  per  ridurre  quelle  materie  prime  le- 
gnose in  un  hioccolo  che^  con  vantaggio  reale 
e  spese  poco  considerevoli,  potesse  venir  in- 
trodotto nell'industria  e  nel  commercio. 

1  fratelli  Perelli-Ercolini,  di  Milano,  fe- 
cero di  un  tal  problema  l'oggetto  delle  loro 
lunghe  e  pazienti  ricerche.  jPer  sette  anni 
essi  lavorarono  senza  intermissione  nel  si- 
lenzio e  nel  ritiro,  senza  far  appelli  pubblici 
e  prematuri  ai  capitali,  senza  annunziare 
anticipatamente  e  con  gran  rumore  i  mara- 
vigliosi  risultamenli  dei  loro  lavori;  essi  ana- 
lizzarono la  natura  delle  piante,  tentarono 
moltiplici  prove,  opposero  una  volontà  in- 
concussa a  tutte  le  difficoltà,  ed  ebbero  fi- 
nalmente la  soddisfazione  di  veder  la  loro 
impresa  coronata  di  un  ottimo  successo. 
Riuscì  loro  di  estrarre  dall' (kja'oe;  dal  pal- 
mizio e  da  altre  piante  filamentose,  che  cre- 
scono senza  coltura,  e  da  cui  non  si  trae 
verun  partito,  una  materia  bioccolosa  che  può 
gareggiare  colla  seta  per  la  finezza,  per  la 
pieghevolezza  e  pel  lustro. 

Un  tal  fatto  è  meritevole  delle  più  attente 
considerazioni  da  parte  degli  economisti  e 
dei  fabbricanti,  infatti  la  materia  prima  sulla 
quale  operano  i  signori  Perelli-Ercolini,  su- 
pera di  molto  in  abbondanza  quella  del  co- 
tone, non  richiede  le  stesse  core  per  colti- 
varla,, e  si  trova  ad  essere  d'un  modicissimo 
prezzo. 

Per  dare  alla  loro  preziosa  scoperta  tutta 
l'autenticità  possibile,  i  Perelli  hanno  voluto 
anche  invocare  la  sanzione  della  scienza,  e 
provocarono  esperimenti  pubblici  che  po- 
tessero metter  fuori  di  dubbio  l'utililà  reale 
e  pratica  del  loro  metodo,  e  offerire  ogni 
sicurezza  ai  capitali  che  fossero  disposti  a 
secondare  questa  nuova  industria. 

Tre  professori  designati  dal  presidente 
dell'università  di  Torino  risposero  con  molta 
sollecitudine  all'invito  dei  signori  Perelli,  e 
verificarono  il  successo  ottimo  degli  speri- 
menti destinati  a  provare  il  merito  della  loro 
invenzione. 

Testimonianze  così  esplicite,  giudizi  cosi 
ponderali  non  permettono  di  contestare  il 


INGEGNERE 

solido  valore  della  invenzione  dui  Perelli: 
le  sue  conseguenze  economiche  sono  incal- 
colabili. Ognuno  comprende  infatti  qual  ri- 
voluzione deve  operare  nell'industria  un 
metodo  che,  mediante  la  spesa  di  1  a  2  cen- 
tesimi il  chilogrammo,  eslrae  da  una  ma- 
teria non  utilizzala,  e,  a  dir  cosi,  perduta, 
un  bioccolo  brillante  e  morbido,  atto  ad  un' 
infinità  di  applicazioni  manifatturiere. 

Ma  non  è  in  ciò  il  solo  vantaggio  di  que- 
sta scoperta.  E«sa  avrà  per  l'Italia,  dal  lato 
della  agricoltura  nazionale,  un'alta  impor- 
tanza. Vasti  terreni,  nella  penisola,  ed  an- 
che più  nelle  isole  di  Sardegna  e  di  Sicilia, 
rimangono  improduttivi  per  mancanza  di 
braccia  che  li  coltivino.  Riacquisterebbero 
valore  se  si  consacrassero  alla  coltivazione 
delie  piante  filamentose,  che  vengono  su 
quasi  senza  bisogno  di  cure,  e  crescono  ol- 
tre ciò  spontaneamente  e  copiosamente  in 
tutti  i  paesi  dei  due  mondi. 

Il  nuovo  prodotto  testile  ottenuto  dai  si- 
gnori Perelli  figura  all'Esposizione  Univer- 
sale. Qui  ci  fu  dato  di  esaminare  e  di  toccare 
quel  filo  tanto  fino  quanto  è  quello  che  si 
ravvolge  intorno  al  bozzolo.  Lo  abbiamo 
visto  in  matasse,  in  fiocchi,  in  gradazioni 
di  colore  d'ogni  sorta,  e  ci  siamo  convinti 
della  sua  tenacità,  come  pure  delia  sua  di- 
sposizione a  ricevere  la  tintura.  Al  fatto, 
esso  ha  veramente  tutta  la  pieghevolezza  e 
la  morbidezza  della  seta,  e  l'unica  sua  in- 
feriorità rimpetto  a  questa  consiste  nella 
sua  apparenza,  che  è  un  po' meno  brillante. 
Del  resto  i  Perelli  non  pretendono  degra- 
dare i  prodotti  del  bombyx;  ma  si  conten- 
tano di  fornire  al  consumo  universale  una 
materia  prima  che  eguaglia  quasi  in  bellezza 
la  seta,  ed  il  cui  prezzo  di  costo  è  inferiore 
a  quello  di  tutte  le  materie  testili.  Questo 
risultamento  è  abbastanza  bello  per  soddi- 
sfare le  più  avide  ambizioni. 

La  scoperta  dei  signori  Perelli  offre  guest' 
immenso  vantaggio,  che  non  richiede  alcuna 
spesa  di  stabilimento  per  essere  applicata 
alla  fabbricazione.  Può  tessersi  con  lutti  ì 
metodi  adoperati  pel  lino,  pel  cotone  e  per 
la  seta  ordinaria.  Gl'inventori  si  propongono 
di  giovarsi  d'alcuno  de' numerosi  telai  mec- 
canici che  figurano  alia  Esposizione,  per 
fabbricare  stolTe  di  cui  la  seta  perelliana 
sarà  la  materia  prima.  Questi  telai  agiranno 
in  permanenza  sotto  gli  occhi  del  pubblico 
nella  galleria  annessa. 

Dal  Panar.  Univ.  di  Torino. 


Tip-  0.  SALVI  e  I  . 


R.  SAI.DINI  Editore  responsabile. 


MEMORIE   ORIGINALI. 


memoria  sulla  erezione 
di  un   cascinale  in  Poasco. 

(Vedi  la  Tav.  11.) 

Chiarissimo  Sig.  Estensore 

Ella  già  da  alcun  tempo  mi  andava  sol- 
lecitando perchè  le  affidassi  un  progetto 
di  cascina  da  me  compilato  pel  tcnimento 
Poasco,  posto  nel  territorio  dello  stesso 
nome,  discosto  circa  miglia  sei  a  sud  della 
nostra  Milano,  e  ciò  nel  pensiero  di  farlo 
di  pubblica  ragione  col  mezzo  del  suo  ri- 
putato giornale. 

Neiraderire  che  ora  faccio  alla  di  lei  do- 
manda mi  trovo  però  in  obbligo  di  aggiun- 
gere alla  gretta  pubblicazione  della  "tavola 
di  disegno  alcune  spiegazioni  alla  stessa 
che  valgano  a  chiarire  le  cause  intorno 
al  pensiero,  che  mi  guidavano  al  progetto, 
ed  ai  vincoli  di  località  che  mi  determi- 
navano alla  proposta. 

Convien  dunque  premettere  che  i  due 
corpi  di  caseggiato  ai  N.°  6  e  15  (vedi  Ta- 
vola H)  sussistevano  in  istato  di  ottima 
conservazione;  tornava  perciò  obbligo  del 
proponente  di  coordinare  l'intiero  progetto 
del  fabbricato  a  queste  due  parti  da  con- 
servarsi. Ecco  l'impulso  primario  che  mi 
fece  disporre  il  barco-stalla  e  le  stalle  tutte 
coll'aspetto  da  est  ad  ovest.  L'esperienza 
però  d'oltre  quattro  anni  d'uso  di  queste 
stalle,  dimostrò  innocua  la  loro  posizione 
opposta  alla  tanto  raccomandata  da  nord 
a  sud;  posizione  però  che  non  lascierei  di 
preferire  ogni  qualvolta  lo  si  possa. 

Ciò  premesso,  passerò  ad  un  cenno  sul 
concetto  complessivo  del  cascinale  desti- 
nato al  servizio  agronomico  di  censuarie 
pert.  1367.  49.  3.  di  fondo  tutto  irriguo 
colle  fertili  acque  della  roggia  Vettabia; 

Voi  111.  Ottobre 


della  quale  estensione  peri.  708.  3.  3.  (*) 
sono  a  prato  marcitorio;  il  rimanente  ad 
aratorio  vicendabile  per  una  parte  anche 
colla  risarà. 

È  già  gran  tempo  che  io  sento  potersi 
condurre  le  nostre  economiche  aziende 
dell'agricoltura  in  grande  a  migliori  con- 
dizioni. Ciò  doversi  ottenere  coll'ordinc 
in  ispecie;  ma  essere  per  questo  neces- 
sario guidare  i  nostri  fittabili  a  migliori 
abitudini.  Inveterate  costumanze  però  vi 
si  oppongono,  sia  dal  lato  dei  fittabili,  che 
da  quello  dei  loro  dipendenti.  Alcune  pic- 
cole largizioni,  da  farsi  a  qualche  addetto 
alle  già  ordinate  gerarchie  dei  coltivatori, 
sembrano  ai  fittabili  sprecate,  non  intra- 
vedendone forse  i  vantaggi  che  ne  ridon- 
derebbero dall'ottenuto  ordine.  Alcune  di- 
scipline da  imporsi  ai  coltivatori  fanno 
ricalcitrare  questi  dal  sottoponisi,  perchè 
tenaci  delle  loro  prische  abitudini,  quasi 
travolte  a  leggi  regolatrici  dei  loro  con- 
tratti di  colonia.  Le  giudiziose  innovazioni 
eseguite  senza  urto,  lentamente,  collo  spi- 
rito del  meglio,  guidano  al  bene  senza 
punto  avvedersene. 

Nei  grandiosi  stabilimenti  industriali  il 
sommo  ordine ,  tenuto  con  una  forte  di- 
sciplina, lo  si  vuole  inscindibile  col  buon 
andamento  dello  stabilimento  medesimo, 
ed  alcuni  di  questi  stabilimenti  da  noi 
furono  spinti,  dal  lato  custodia,  forse  anche 
a  ridicola  gelosia. 

Ora  1-e  nostre  grandiose  aziende  agra- 
rie non  possono  a  tutto  diritto  parago- 
narsi ai  grandiosi  stabilimenti  industriali? 
Perchè  dunque  il  fabbricato  che  serve  a 
questa  industria  non  verrà  coordinato  a 
potersi   usare  sotto  le   condizioni  di   un 

(!)  La  pertica  censuaria  milanese  corrisponde  a 
quadrali  mei.  654,52. 
4855.  22 


170 


GIORNALE  DELL'  INGEGNERE 


ordine  perfettissimo?  Ecco  uno  dei  pen- 
sieri che  mi  guidava  alla  compilazione  del 
mio  progetto.  Debbo  però  francamente  con- 
fessare che  finora  col  fatto  nulla  ottenni. 
Chi  usufruisce  quel  fondo  segue  tuttora 
le  ereditate  abitudini,  e  rifugge  da  ogni  in- 
novazione. _  . 

Fu  già  proposto  agli  studiosi  il  deter- 
minare le  cause  dell'insalubrità  dell'aria 
nella  bassa  pianura  irrigua,  e  massime  in 
quella  ove  primeggia  la  risaia.  Se  poco  di 
positivo  venne  concretato  per  guidare  1  in- 
gegnere nelle  costruzioni,  egli  è  però  certo 
che  devesi  curare  d'  ottenere  che  il  fab- 
bricato riesca  in  un  piano   superiore  ai 
punti  più  elevati  della  irrigazione  per  le 
circonvicine  campagne,  e  su  di  questo  piano 
far  sorgere  ogni  parte  del  fabbricato  per- 
chè riesca    possibilmente  salubre.   Come 
è  certo  che  il  conservarvi  la  massima  li- 
bera ventilazione  sarà  altro  utile  requisito. 
Molte  parti   poi  del  fabbricato  sono  dalle 
osservazioni  dei  pratici  dimandate  in  spe- 
ciali condizioni,  come  a  mo' d'esempio,  il 
Casone,  la  Casicola,  la  Salirola,  la  Casera, 
ed  altre  (*). 

In  questi  ultimi  tempi  però  alcuni  scrit- 
tori presentarono  requisiti  utili  da  con- 
servarsi nella  parte  destinata  alla  fabbri- 
cazione del  formaggio  ;  vedremo  in  seguito, 
quali  siano  e  come  si  procurò  raggiungere 
le  prescrizioni. 

Fermate  le  idee  in  tal  maniera,  veniva 
tracciato  il  rettangolo  comprendente  l'in- 
tiero caseggiato,  la  cui  superficie  ascende  a 
met.  q.  17336,  48,  che  si  suddividono  nelle 
subalterne  aree  (vedi  la  citata  tav.):  I.°  Cor- 
te per  accatastare,  fendere   eAconservare  ì 
legnami;  II.0  altra  per  le  aje;  III.0  recinto 
per  la  dimora  dei  majali;  IV.0  corte  a  ser- 
vizio delle  abitazioni  coloniche;  V.°  Cor- 
ei) Queste  voci  vennero  conservale  colla  desinenza 
italiana  toro  concessa  dall'  uso  pratico,  non  avendo 
i  Toscani  che  burraja  —  pel  complesso  dei   locali 
stessi,  cioè,  Casone  (bollino)  l'ambiente  destinalo 
alla  fabbricazione  del  parmigiano,  massime  per  la 
eotlura;  Casirolo  il  locale  ove  si  conserva  il  latte 
nelle  spanse  pel  tempo   necessario  a  separare   la 
crema  dalla  parie  caseosa.  — Salirola  è  il  locale  ove 
si  opera  la  salatura  del  formaggio,  e  che  deve  con- 
tenere d'ordinario  quaranta  forme.  —  Casera  il  lo- 
cale ove  si  opera  la  prima  stagionatura  del  parmi- 
giano, e  che  deve  essere  capace  almeno  di  125  forme 
disposte  su  scaliere. 


tile   per  le   fogne  delle   stalle  ed  abbe- 
vera tojo. 

Ripartita  cosi  l'area  assegnando  ai  vani 
servizii  gli  accennati  scomparti  (^pro- 
cedetti  da   poi  a  precisarne  i  piani,  che 
vennero   detcrminati  nel  seguente  modo. 
Assicuratomi    del  pelo    massimo   della 
roggia  principale,  che  e  il  cavo  scorrente 
a  tramontana  del  cortile  N.°  1,  determinai 
la  soglia  della   cucina  pel  fittabde  in  di- 
segno al  N.°  I,  a  m.  0,  25  superiore  a  detto 
pelo  massimo.  Questo  piano  torna  comune 
a  tutto   il  fabbricato   costituente  il  corpo 
di  caseggiato  alti  N.°  1  fino  al  6,  la   cui 
corte  di  tramontana  al  N.°  1  scarica  me- 
diante tombinatura  le  acque  pluviali  nel 
cavo  inferiore  all'edificio  da  mulino  e  pi- 
sta. La  parte  però  del  caseggiato  da  ftt- 
tabilc  che  serve  a  sale   e  studio  fu  rile- 
vata da  detto  piano  di  m.  0, 90,  con  che 
vennero  praticate  inferiormente  alle  stesse 
le  cantine,  le  quali   hanno  il  loro   pavi- 
mento più  elevato  di  m.  0,  40  dal  massimo 
pelo  della  naturale  sorgente,  verificatosi 
mediante  apposite  osservazioni  per  lo  spa- 


(1)  La  corte  N.°  I,  compresa  l'area  dei  due  la- 
terali fabbricali  per  mulino  ed  arsenale,  comprende 
uno  spazio  di  quadrali     .     •    .     metri     2504, 78 

La  corte  N.°  11,  comprese  le  aje  di 
sup.  melri  2984,80  ed  i  caseggiati  da 
fittabile,  portici  d'aja  —  e  stalle  .     .     .10459,50 

11  recinto  N.°  111  occupa  uno  spazio 
aperto  di  superfic.  metri  468,  00  e  com- 
plessivameule  coi  caseggiati    .     .    •     »     1200,  bu 

La  corle  IV  è  di  super,  met.  468, 00 
e  coirli  alligni  caseggiati  comprende  una 
superficie  di "     1200,60 

11  conile  N.°  V  finalmente  è  per  me- 
tri 148,40  occupalo  dall' abbeveratojo  ; 
per  metri  190,00  dalle  due  vasche  pei 
concimi  ciascuna  d'eguale  capacita,  e 
complessivamente "     1710,  uu 

Lo  spazio  che  serve  d' ingresso  prin- 
cipale ascende  a *       -b\,w 

Tolale  superficiali  metri  17336,48 


0  censuarie  Peri.    26,11,8 

Ossia  potrebbesi  stabilire  che  un  lenimento  ca- 
pace a  mantenere  continuamente  una  mandra ,  di 
cento  vacche  domanda  pei  servigli  agrani  V»  cxrc* 
della  sua  superficie.  Eppure  in  generale  l  area  oc- 
cupata per  queste  titolo  ammonta  a  ben  più  rue- 
vante  proporzione  senza  che  le  pan.  dei  e as  watt 
superino  le  proporzioni  adottate  m  queste  fabbricato. 


ARCHITETTO 

zio  di  duo  anni  (*).  Si  adottò  questa  dif- 
ferenza di  livello  nella  sezione  orizzontale 
dell'abitazione  da  fittabile  perchè  nel  men- 
tre i  praticali  sotterranei  tornano  da  un 
canto  di  comodo  e  salubrità  alla  dimora 
del  fittabile,  non  avessero  poi  estendendosi 
ancbe  sotto  alla  cucina,  a  formare  un  im- 
barazzo nei  quotidiani  usi  della  stessa, 
difficoltandone  la  comunicazione  con  gra- 
dini verso  le  esterne  parti. 

Il  piano  o  pavimento  delle  staile  col- 
l'opposto  portico  detto  in  termine  pratico 
maggera.  circondanti  il  grandioso  cortile 
N.°  II,  è  a  m.  0,  30  inferiore  al  suindicato, 
e  quello  delle  aje  torna  dappresso  da  que- 
st'ultimo di  m.  0,3  0,  coi  quali  elementi  si 
distribuirono  le  trasversali  pendenze  da 
est  ad  ovest,  da  che  quella  da  nord  a  sud, 
cioè  di  m.  0,  80  tra  l'accennato  piano  della 
cucina  da  fittabile,  e  l'estremo  punto  di 
mezzodì,  venne  per  metri  0,  30  assegnata 
al  pianerottolo  davanti  al  fabbricato  da  fit- 
tabile, e  li  residui  all'intiera  corte  in  cui 
sta  centrale  una  strada  divisa  dalle  aje 
pei  colatori  raccoglienti  tutte  le  pluviali, 
che  sono  per  sotterranei  tombini  trasmesse 
alle  parli  basse  del  fondo  poste  al  di  là 
verso  mezzodì  dell'eretto  cascinale.  Con 
queste  forti  pendenze,  e  ricoperti  gli  spazii 
che  possono  essere  percorsi  da  ruotanti 
con  uno  strato  dell'altezza  di  metri  0,  20 
di  scelle  ghiaje  vailate,  si  ottennero  piani 
perfettamente  asciutti  circondanti  le  abi- 
tazioni tutte,  e  così  sbanditi  quei  per- 
petui fanghi,  causa  d'insalubrità  ed  im- 
mondezza nei  cascinali  attinenti  alla  nostra 
agricoltura  irrigua. 

E  da  che  la  pluralità  ora  conviene  che 
la  somma  pulitezza  sia  altro  dei  requisiti 
alla  salubrità  d'ogni  animale,  non  credetti 
d'ommettere  di  facilitare  l'esatto  espurgo 
del  barco-stalla  ;  al  qual  intento  introdussi 
nei  ridi  (2)  del  medesimo  una  gora  d'acqua, 

(')  Queste  praliche  tornano  tediose,  e  di  assai 
perditempo,  non  dovendosi  abbandonare  le  verifi- 
cazioni a  chi  che  Pia  ;  ma  sono  indefettibili  ad  ese- 
guirsi, massime  sul  finire  del  luglio,  sembrando 
che  la  naturale  sorgente  senta  nel  basso  Milanese 
un  rialzo  di  pelo  dipendentemente  dagli  effetti  delle 
praticale  irrigazioni,  che  riscontrai  (ino  a  metri  0. 15. 
Lo  stabilire  questo  fatto  è  importantissimo  se  si 
vogliono  ottenere  salubri  abitazioni. 

(-)  Ride,  sono  così  chiamali  da  noi  i  canali  di 
scolo  tra  l'ambulatorio  della  stalla,  e  lo  stallo;  ma 


ED   AGRONOMO  J71 

elicvi  entra  mediante  il  rigagnolo  abed, 
diretto  all'abbeveratojo,  e  colla  tratta  de 
del  medesimo  per  sotterraneo  tombino 
passa  ai  ridi,  dalle  cui  parti  centrali  sorte 
peraltro  tombino  scaricandosi  nelle  vasche 
N.  12,  che  in  tal  modo  possono  essere 
questo  pure  intieramente  ripulite  facen- 
done sortire  le  acque  perfettamente  lim- 
pide. Queste  vasche  sono  poi  gucrnite  al 
punto  f  da  una  cateratta  scaricante  ad  un 
esterno  cavo,  il  cui  corso  è  tantosto  di- 
retto alla  prateria,  mercè  la  indotta  posi- 
zione d'altezza  dei  fabbricati  coi  praticati 
rialzi  di  cui  si  accennò  nelle  precedenti  po- 
sizioni dei  piani  ai  medesimi  assegnati  (*). 
Visto  così  l'ordinamento  del  piano  ge- 
nerale dell'intiero  cascinale  per  assicurare 
al  medesimo  la  possibile  salubrità  passerò 
ora  a  render  conio  dello  scompartimento 
delle  varie  parti  che  lo  compongono,  che 
procurai  coordinare  ai  desiderj  dei  nostri 
conduttori  di  fondo,  non  perdendo  però 
di  vista  nelle  mie  proposte  l'afferrata  idea 
di  guidare  i  conduttori  medesimi  a  mi- 
gliori usi. 

È  ferma  opinione  dei  nostri  fittabili,  che 
la  maggiore  sorveglianza  alle  svariate  ope- 
razioni, domandate  eseguirsi  parte  quoti- 
dianamente, parte  ad  epoche  diverse  nel 
cascinale  per  usufruire  utilmente  un  no- 
stro podere,  debba  partire  dalla  propria 
cucina,  come  punto  ove  succede  la  mag- 
giore dimora  della  castalda.  Fra  le  gior- 
naliere operazioni  torna  prima  ad  anno- 
verarsi la  produzione  del  latte;  sussegue 
per  un  dato  spazio  dell'anno  la  brillatura 
del  riso;  per  altro,  l'incascinamento  dei 
fieni,  che  si  alternano  colle  raccolte  dei 
cereali,  e  loro  essiccamento,  nella  qual  epoca 
si  verifica  la  divisione  della  quota  colo- 
nica. Son  queste  le  operazioni  primarie: 
toccando  delle  minori,  dipendenti  per  lo 
più  dal  sistema  d'economica  amministra- 
zione adottata  dal  fittabile,  sono  ad  anno- 


non  trovandosi  l'esalta  corrispondenza  italiana,  la- 
sciai la  voce  vernacola  per  brevità  ed  intelligenza 
pratica. 

(!)  Né  si  credano  queste  diligenze  sprecale:  i  col- 
tivatori sagrifieherebbero  il  vantaggio  della  pulitezza 
agli  utili  dei  concimi  se  quello  non  si  coordinasse 
con  questi.  Pel  dettaglio  delle  vasche:  (vedi)  Me- 
moria sulla  lava  metallica  negli  usi  agronomici,  fa- 
scicolo 9,  anno  II,  marzo  1855,  di  questo  giornale. 


m 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


verarsi  il  cucinare,  le  manipolazioni  del 
latte,  la  economica  distribuzione  dei  fo- 
raggi, per  la  quale  sarebbe  assai  utile  che 
un"  cascinale  non  mancasse  anche  di  una 
bilancia  a  ponte. 

Dall'esame  della  tavola  ed  appostavi  de- 
scrizione si  rileva  centrale  ai  due  cortili 
principali  1.°  eli.0  l'abitazione  del  fìtta- 
bile,  dalla  cui  cucina  si  possono  facilmente 
scorgere  la  pila,  il  casone,  le  aje  ed  i  gra- 
na], che  comprendono  tutto  il  superiore 
del  fabbricato  alli  N.  19  e  20,  meno  le  due 
estreme  parti  di  est  ed  ovest,  la  prima  al 
N.  17  destinata  all'abitazione  del  fattore, 
la  seconda  del  casaro.  Sono  pure  sempre 
in  vista  all'accennata  cucina  le  stalle  tutte; 
con  che  si  sarebbe  raggiunto,  per  quanto  le 
grandiose  parti  occorrenti  al  fabbricalo  lo 
permettono,  il  comune  desiderio  dei  con- 
duttori di  potere  da  detta  cucina  sorve- 
gliare le  parli  tutte  del  fabbricato. 

Da  questa  distribuzione  sorge  facile  lo 
scorgere  che  essendo  chiuso  con  cancello 
in  ferro  l'ingresso  principale  N.  16,  alla 
sua  testa  di  tramontana,  la  destinata  abi- 
tazione al  fattore  N.  17  vale  per  commet- 
tere alla  famiglia  di  questo  la  mansione  di 
custode,  con  quelle  pratiche  disposizioni 
che  arrivassero  ad  obbligare  ad  un  ordine 
perfetto  ciascun  colono,  chiamato  ai  varj 
usi  agronomici  eserciti  nell'interno  del  ca- 
scinale, sia  di  giorno  che  di  notte.  Le  abi- 
tazioni coloniche  mentre  sono  a  perfetto 
contatto,  e  formano  parte  dell'intiero  ca- 
scinale, possono  da  questo  nella  notte  se- 
pararsi e  concedere  ai  coloni  il  libero  pas- 
saggio per  l'ingresso  del  cortile  N.  IV. 

Il  cortile  N.  Ili  o  recinto  pei  majali  è 
pure  parte  dell'  intiero  cascinale,  ed  in  per- 
fetta comunicazione  col  cortile  N.  II;  ma  al- 
lora quando  la  fabbricazione  del  formaggio 
venisse  esercita  per  parziale  contratto  con 
un  latlaro  (1),  in  questo  caso  lo  slesso  quar- 
tiere potrebbe  essere  pienamente  indi- 
pendente dalle  restanti  parti  del  cascinale, 


(1)  Ho  conservala  quesla  desinenza  concessa  dalla 
pratica  a  colui  che  nella  bassa  campagna  milanese, 
in  «niella  pavese,  nella  lodigiana  compera  il  latte  dai 
conterrieri  clic  hanno  vacche ,  ma  non  fabbricano 
cacio,  e  di  lai  lalli  così  raccolti  fa  poi  giornalmente 
la  forma  di  cacio  lodigiani),  e  ciò  pt 
costui  dal  lallajo. 


e  praticato  dall'ingresso  separato  del  cor- 
tile N.  III. 

Ma  prima  d'abbandonare  il  cenno  su 
questa  parie  importante  dei  rustici  servizi 
per  la  fabbricazione  del  formaggio,  è  qui 
che  debbo  avvertire,  come  si  procurò  con- 
formarla alle  dottrine  raccolte  dagli  scrittori 
sul  caseificio. 

Se  dall'esame  delle  opere   dei   signori 
Cattaneo,  doti.  Pellegrini  e  Landriani  tro- 
viamo i  medesimi  fra  loro  assai  discrepanti 
sulle  varie  cause  che  producono  cattivi  i 
formaggi,  sono  d'accordo  però  nello  sta- 
bilire che  il  latte  facilmente  passa  alla  pu- 
trefazione per  le  cattive  qualità  dei  locali 
in  cui  d'ordinario  vien  conservato;  che  uno 
dei  principali  difetti  di  questi  locali  è,  quello 
di  non  avere  una  fresca  temperatura  nel- 
l'estate, additandosi  il  grado  10  di  Réaumur 
come  il  più  opportuno.  I  due  primi  autori 
poco  invero  suggeriscono  sul  modo  di  co- 
struzione di  questi  locali.  Il  sig.  Landriani 
però  avviserebbe  come  assai  conveniente 
un  sotterraneo,  ed  anche  utile  un  locale 
cui  si  facesse  scorrere  all' ingiro  un  riga- 
gnolo di   fresche  acque.  Noi   conoscendo 
che  la  putrefazione  è  sempre  causata  da 
un  eccesso  di  calorico,  proporzionatamente 
al  corpo  su  cui  si  verifica,  e  conoscendo 
del  pari,  che  i  pozzi  presentano  nella  no- 
stra Lombardia  una  temperatura  quasi  co- 
stante, fummo  d'avviso,  che  il  sotterraneo 
fosse  infatto  l' ambiente  desiderabile  a  pre- 
venire per  quanto  si  possono  gli  inconve- 
nienti di  putrefazione  nel  necessario  aspetto 
del  lalte  per  separarsi  dalla  parte  butirrosa. 
Persuasi  del  vantaggio  di  una  simile  co- 
struzione, non  rimaneva  d'accertarsi  che 
della  possibilità  d'ottenerla.  La  difficoltà  a 
questa  nei  nostri  bassi  piani  si  limita  alle 
infiltrazioni  delle  acque.  Feci  quindi  ten- 
tare le  località  ove  doveva  erigersi  il  fab- 
bricato  della   casirola ,   e  fortunatamente 
le  infiltrazioni   le  rinvenni   al   disotto  di 
quel  piano  metri  2,00.  Assicuralo  di  questo 
fatto,  immaginai  il  mio  sotterraneo  alla  sola 
profondità  di  metri  1,  50,  ottenendo  fuori 
di  terra  il  rimanente  dell'altezza  per  altri 
metri  1,  50,  e  come  meglio  dalla  sciografia 
sulla  linea  CD  (vedi  la  citata  tavola  di  di- 
segno). 

Rimanevano  però  a  solcarsi  quelle  ec- 
cezioni sugli  usi  incomodi  che  i   radicati 


ARCHITETTO 

pregiudizi  do1  nostri  lìttajuoli  e  loro  dipen- 
denti avrebbero  ravvisato  nel  discendere 
alla  casirola  con  una  scala,  e  quella  garruli- 
tà con  cui  avrebbero  avvertilo  il  facile  ca- 
dere sulla  stessa  col  perdere  il  latte,  nel 
trasporto  dalle  spanse  alla  ealdaja.  A  ciò 
provvidi  colla  costruzione  di  una  rampa, 
che  sviluppai  dal  casone  all'ambiente  de- 
stinato a  casirola. 

Ottenuto  così  questo  primo  locale  di  ser- 
vizio, era  ancora  a  decidere  la  forma,  ed 
ubicazione  del  locale  detto  salicole.  An- 
che intorno  a  questo  ramo  di  perfeziona- 
mento del   formaggio   sono  gli   accennati 
autori  discrepanti;  ma  un  pensiero  rinvenni 
nel  Landriani,  che  mi  persuase;  cioè  es- 
sere dannosa  l'umidità  a  questa  operazione, 
la  quale  sciogliendo  repentinamente  il  sale 
precipita  gli  effetti  di  questo  sul  formaggio, 
e  ne  aumenta  il  consumo  e  la  durata  di 
tempo  che  deve  rimanere  sotto  Fazione 
dello  stesso  per  perfezionarsi.  L'adottare 
pertanto  un  locale  che  differisse  dagli  or- 
dinar]'  se  non   nell'essere  più   di  questi 
asciutto,  non  mi  lasciò  tema  d'incorrere 
nelle  censure  di  novità  e  quindi  mi   de- 
terminai a  questo  sistema,  come  dalla  ci- 
tata sciografia  sulla  linea  CD.  Con  che  ebbi 
il  vantaggio  d'ottenere  un  più  facile  svi- 
luppo della  rampa  di  discesa  alla  casirola, 
ed  un  sotterraneo  che  potrebbe  essere  de- 
stinato a  ghiacciaja  coli' utile  di   rendere 
sempre  nella  estate  più  fresca  la  casirola. 
Racchiudono  infine  all'est  il  grandioso 
cortile  dell'aje  al  N.  Il  le  stalle  col  cor- 
tile N.  V  destinato  alle  fogne,  che  venne 
praticato  con  una  sporgenza  dal  perimetro 
dell'intiero  fabbricato  nella  vista  igienica, 
che  tornassero  le  fogne  stesse,  facilmente 
dominate  dai  venti,  cui  fosse  dato  di  tra- 
sportarne le  incomode  esalazioni  all'aperta 
campagna  senza   urtare   nelle    abitazioni. 
Per  questa  causa  e  per  maggiore  comodo 
degli  usi  pratici,  nei  rapporti  che  si  col- 
legano le  stalle  coi  locali  dì  fabbricazione 
del  formaggio,  avvertirò  anco,  che  le  abita- 
zioni coloniche  circondanti  il  cortile  N.  IV, 
se  al  luogo  di  coordinarle,  come  già  esi- 
stenti,  avessi  potuto  erigerle  d'impianto, 
avrei   queste   stanziate   nella   località    del 
cortile  N.  Ili,  e  questa  in  quella  del  N.  IV; 
con  che  la  stalla  di  osservazione  e  sepa- 
razione per  prevenire  le  dannose  conse- 


ED  AGRONOMO  473 

guenze  delle  epizoozie  posta  all'angolo  sud- 
ovest  del  cortile  JN.  IV  sarebbe  tornata  in 
località  più  remote  da  tulle  le  altre  stalle. 
Che  se  di  grave  importanza  è  la  solu- 
zione pratica  del  problema  sulla   costru- 
zione di  un  cascinale  pei  nostri  tenimenti 
irrigui  dal  lato  igienico,  d'utile  e  comod5 
uso;  di  non  minore  importanza  è  la  so- 
luzione del  problema  medesimo  nella  vista 
dell' occorrerne  dispendio.  Credo    dunque 
non  inopportuno  un  cenno  anche  intorno 
a  questo  argomento,  alla  cui  migliore  in- 
telligenza presenterò  brevemente  una  idea 
sulle  principali  conformazioni  delle  parti. 
Il  fabbricato  venne  condotto  a  compi- 
mento coli' impiego  dei  noslri  ordinarj  la- 
lerizj,  calce  dolce,  travature  in  larice,  im- 
palcature in  abete,  i  serramenti  tutti  di 
luce  in  larice,  quelli  d'accesso  in  abete, 
avendo  però  adottato  il  larice  per  le  stalle 
tutte.  Ogni  finestra  è  guernita  da  davan- 
zale in  puddinga  delle  cave  di  Vigano  (l). 
Le  aperture  tutte,  da  soglie  in  granito,  e 
le  principali  di  uso  grossolano,  come  quelle 
delle  stalle,  e  simili,   anche   da  spalle  ed 
architrave  pure  in  granito.  Nessun  locale 
manca  di  pavimento,  ed  a  quelli  di  casera, 
casone,  casirola  sono  eziandio  in  selce  (2). 
La  breccia   detta  di  Trezzo   sud'  Adda 
ai  canali  di  scolo  delle  stalle  ne  assicura 
la  fermezza,  come  zoccoli  in  egual  pietra 
sorreggono  tutti  i  piedritti.  Un   corso   di 
ardesie  nel!'  altezza  di  metri  0, 00  corona 
i  piani  delle  fondamenta,  ove  le  parti  del 
fabbricato  non  si  elevano  su  le   breccie, 
e    ciò    allo    scopo   d' impedire    l' umidità 
ascenderne    dalle    viscere    della    terra.    I 
sottogronda  tutti  in  selciato.    I   tetti    dei 
granai   intieramente   impianellati.  I  truo- 
goli (3)  per  le  stalle   dei   majali   in   gra- 
nito, come  similmente  sono    bordeggiate 
le  bocche  tutte  delle  fogne.  Non  vennero 
infine  omesse  le  necessarie  vernici  ai  ser- 
ramenti ed  alle  opere  in  ferro,  come  non 
si  mancò  di  compiere  con   tinte   ed   im- 
bianchi 1'  abitazione  del  fittabile,  le  prime 
allo  scopo  della   migliore   conservazione , 


(f)  È  in  commercio  conosciuta  e  classificata  questa 
puddinga  col  vocabolo  cornettone. 

(2)  Corrisponde  praticamente  alla  pietra  delta 
Léola  dal  nome  del  paese  posto  sul  Vernano,  ove 
csislono  le  cave  di  lai  pietra. 

(3)  Volgarmente  albio. 


174 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


le  seconde,  per  la  maggioro  pulitezza  vo- 
luta. Servono  a  questo  cascinale  tre  pozzi 
tutti  guerniti  da  trombe  aspiranti  con  avelli 
in  puddinga,  e  regolari  condotti  di  scarico 
alle  acque  esuberanti. 

La  spesa  sostenuta  per  la  sua  erezione 
mediante  contratto  d' appalto ,  ascese  alla 
somma  di  austr.  lir.  128,750,46,  ma  per 
le  sole  parti  aggiunte  alli  due  già  esi- 
stenti quartieri  di  fabbricato,  cioè  1'  edi- 
ficio da  pista  e  mulino  al  N.°  6  —  e  le 
case  coloniche  al  N.°  15:  per  cui  ingros- 
sando la  detta  somma  del  valore  di  queste 
due  parti ,  non  che  di  quello  corrispon- 
dente allo  spoglio  del  vecchio  caseggiato 
pure  nella  rifabbrica  reimpiegato,  il  vero 
costo  dell'1  intiero  cascinale  si  eleva  alla 
vistosa  somma  di  austr.  lir,  206,228,08, 
o  franchi  179,418,  43,  ogni  cosa  compresa 
di  trasporto,  sterri  necessari,  nulla  eccet- 
tuato. Vedi  la  nota  a  pag.  175. 

Occorse  un  dispendio  di  tempo  dal  prin- 
cipio dei  lavori  al  loro  completamento  di 
poco  più  di  due  anni,  essendosi  distribuita 
l' esecuzione  in  modo  di  lasciar  campo  agli 
assodamenti  delle  fondamenta,  edagli  asciu- 
gamenti dei  fabbricati,  perchè  tornassero 
tantosto  salubri  allorché  venivano  in  uso. 
Il  capo-mastro  Antonio  Golzi  ne  fu  l'e- 
secutore per  due  separati  contratti ,  che 
condusse  con  amore  a  lodevole  termine 
nelP  indicato  spazio  di  tempo,  e  che  con- 
segnò nel  terzo  anno  in  ottimo  stato  senza 
pecche  il  fabbricato ,  essendo  stato  nel 
contratto  onerato  di  tale  obbligo  di  gratuita 
conservazione,  e  prova  sulla  riescila  delle 
varie  parti  del  fabbricalo. 

Veduto  così  quali  estensioni  debbansi 
prossimamente  adottare  nelle  varie  parli 
di  un  cascinale  occorrente  ad  utilmente 
usufruire  un  tenimento  della  nostra  pia- 
nura irrigua  dell'estensione  compresa  tra 
le  pert.  1500  alle  pert.  1800,  e  quale 
rilevante  dispendio  ne  consegua,  mi  per- 
metterò alcune  considerazioni  formanti 
lemma  alle  discorse  cose. 

L'interesse  del  capitale  occorrente  torna 
pressoché  intieramente  passivo  alle  pro- 
duzioni annue  del  fondo  dacché  i  po- 
chissimi annuali  prodotti  che  si  sogliono 
ottenere  colle  imposte  pigioni  ai  coloni 
vengono  pressoché  assorbiti  dalle  relative 
ordinarie  spese  di  conservazione  del  fab- 


bricalo medesimo.  Per  modo  che  nel  con 
crcto  caso  del  tenimento  Poasco  di  per- 
tiche 1568  prossimamente,  il  proprietario 
deve  sottrarre  una  annualità  di  alir.  6, 58 
circa  per  ogni  pertica  prima  d'ottenere 
l'utile  produzione  del  proprio  podere. 

Potendo  un  cascinale  delle  considerate 
proporzioni  servire  anco  ad  un  fondo  di 
maggiore  estensione;  ma  non  potendosi 
del  paro  diminuire  sensibilmente  le  pro- 
porzioni del  cascinale,  scemando  la  esten- 
sione, ne  consegue  che  i  grossi  tenimenti, 
fino  all'estensione  prossimamente  di  per- 
tiche 3000,  saranno  sempre  più  econo- 
micamente usufruiti  a  confronto  dei  pic- 
coli poderi. 

Altre  cause  però  che  riserbo  dimostrare 
con  altro  lavoro,  potranno  presentare  li- 
miti alla  riunione  dei  possessi  irrigui,  per 
concedere  a  questi  estensioni  maggiori 
alle  su  considerate. 

Se  di  tanta  importanza  è  1'  occorrente 
dispendio  pei  necessari  caseggiati  ad  usu- 
fruire utilmente  un  fondo,  quante  non 
dovranno  essere  le  cure  dei  proprietari 
e  dei  periti  a  moderarlo  finche  lo  si  possa! 
A  questo  intento  pertanto  due  elementi 
principalmente  vi  concorrono.  Primo  la 
buona  conformazione  dei  caseggiati  perchè 
riescano  né  mancanti  né  eccessivi  aj  bi- 
sogno. Secondo ,  ottenuta  la  precedente 
condizione,  dare  ai  medesimi  i  necessari 
requisiti  perchè  l' annuo  occorrente  di- 
spendio alla  conservazione  torni  il  minore 
possibile.  La  scella  quindi  dei  materiali 
che  secondo  gli  usi  diano  alle  parti  la 
maggiore  possibile  stabilità ,  non  potrà 
essere  menomamente  trascurata,  quando 
anche  per  alcuni  sembrasse  grave  la  pri- 
mitiva spesa  a  fronte  degli  usi  comuni 
finora  adottati. 

L'aumento  dell'annua  produzione,  che 
per  svariate  cause  si  seppe  indurre  da 
trenta  anni  a  questa  parte  nelle  nostre 
terre  irrigue ,  fa  ora  in  generale  difet- 
tare le  stesse  dei  corrispondenti  caseg- 
giati per  utilmente  usufruirle,  e  quindi 
nasce  quotidianamente  il  bisogno  più  di 
ampliare  i  caseggiati  medesimi,  che  di 
semplicemente  ripararli.  Gli  occorrenti  di- 
spendi che  ne  conseguono  vogliono  coor- 
dinarsi cogli  assoluti  bisogni  del  fondo, 
procurando  d'ovviare  ogni  spesa  di  fransi- 


zione  che  potesse  per  avventura  adottar- 
si, da  che  queste  si  vedono  assolutamente 
perse  a  scapito  dglla  massa  sociale.  Tor- 
nerà pertanto  utile  che  gli  attuali  esistenti 
caseggiati  siano  riordinati  su  un  radicale 
piano  di  riforma  che  valga  ad  indurvi  il 
completamento  dei  veri  loro  bisogni,  che 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO  475 


gli  agglomeri  in  una  o  due  masse  fra  loro 
rispettivamente  chiuse,  elicgli  elevi  a  conve- 
nienti piani  per  fornir  loro  il  requisito  della 
voluta  salubrità,  onde  poi  proseguendo  an- 
nualmente con  giudiziose  operazioni ,  si 
giunga  infine  ad  un  compiuto  cascinale, 
utilmente  e  salubremente  conformato. 


Nola.  Scompartendo  la  detta  somma  nelle  singole  parti,  si  hanno  i  seguenti  valori: 

i.°  Portico  detto  muggera  in  disegno  al  N.  7 L      3  138*98 

ossia  ogni  rampata  di  portico  capace  a  conservare  circa  fase.  180  di 'fieno      '  ' 
(k.  14,000),  ogni  scomparlo  o  campata  importa   la  somma  di  L.  734  14 
L'altezza  dei  piedritti  da  terra  alla  contro-catena  del  tetto  è  di  metri  5,' 70 

2.°  La  casa  da  fìttabile  fn  disegno  al  N.  1,  alta  dal  piano  terra  alla  con- 
tro catena  del  tetto  metri  10,  SO,  e  compresi  i  tre  sotterranei  alti  dal  loro 
pavimento  alla  serraglia  della  vòlta  metri  3,  50 .     .     »  24  978  55 

3.°  I  portici  d'aja  in  disegno  al  N.  3,  coperti  con  tetto  alla  piemontese 
in  orditura  di  correnti  lance,  alti  dal  piano  di  terra  alla  contro-catena  del 
tetto  metri  5,00,  coi  piedritti,  e  gli  archi  scemi  della  fronte  specati  a  bin- 
dolino, comprese  le  due  porte  di  passaggio,  non  che  i  quattro  locali -alle 
testate  uno  per  rimessa,  uno  per  pollajo,  uno  per  lavanderia  ed  altro  per 
stalla  ad  uso  del  mugnajo »  10  913  00 

r.0stia  ^  Campata  di  larghezz;t  metri  5,50  di  brutto,  ia  somma  di      ' 
Lir.  779,50. 

4.°  Il  barco-stalla  in  disegno  al  N.  10  colla  superiore  cascina  e  portici 
dl  fronte *       »  23  749  78 

ossia  essendo  9  gli  scomparti,  importarono  per  cadauno,  compreso  un      ' 
portico  di  fronte,  L.  2,638  09,  coi  seguenti  dettagli  : 

L'altezza  della  stalla  da  terra  al  piano  superiore  della   im- 
panatura    metri  3  0Q 

Da  questa  alla  contro-catena  del  tetto »     4' 25 

In  tutto  metri  7,25 

Lungo  esternamente metri  g^OO 

Largo,  compreso  il  portico  di  fronte metri  15  825 

Così  scompartito:  ^~-^-> 
Pilastro  a  ponente  preso  nello  zoccolo    .     .     •     .         mctri  —  800 
Stallo,  compreso  la  mangiatoja  di  metri  0,60,  ed  esclusa  la  spon- 
da del  naie.     ...                                                           L  -  e  nnn 

t>-  ,      ,.  •              ,          " »  4, 000 

Kiale  diviso  per  le  sponde  a   metri  0,30  cadauno,   di    luce 

met.  0,  35,  in  tutto  metri  0,  95,  sono  pei  due  .              »  1  90 

Ambulatorio  centrale „  2' 840 

Pilastro  a  levante,  escluso  l'aggetto  nel  portico'    .'    .'    .'     »  0,'750 

Somma  per  lo  stallone  in  tutto,  di  cui  metri  8,74  sono  l'interno  »  10  290 
Portico  esterno  netto,  esclusi  gli  aggetti  dei  pilastri,  metri  4,76 

e  compreso  il  pilastro  cogli  aggetti  di  mctri  0, 775,  in  tutto  »  5,  535 

linea  in  tutto  per  la  larghezza  metri  15,825 


Somma  da  riportarsi  L.  64,773  31 


470  GIORNALE   DELL'INGEGNERE 

Somma  retro  L.  04,773  31 

Lo  stallo  di  una  vacca  occupa  d'ordinario  la  fronte  di  metri  1,10,  com- 
preso le  perdite  per  lo  spazio  dei  vitelli ,  il  giaciglio  o  baila  e  le  porte 
di  scarico. 

Il  pavimento  di  questa  stalla  è  tutto  in  selciato;  i  canali  di  scolo  sorgono 
sopra  una  muratura  larga  cenlim.  95,  alta  centim.  0, 15,  sono  guarniti  nella 
parte  contro  lo  stallo  da  un  pezzo  in  breccia  alto  metri  0,45,  grosso  0,30,  e 
nella  opposta  parte  della  sola  altezza  di  metri  0,30  grossi  come  sopra,  ed 
il  fondo  è  fermato  da  una  lastra  in  selce  larga  metri  0,  35. 

Il  costo  di  ogni  metro  lineare  ascende  in  base  alla  perizia  a  L.  14,98  finito 
in  opera 

Un  finestrone  di  luce  netta  verticale  metri  1,  20,  ed  orizzontale  met.  1,50, 
composto  delle  seguenti  parti,  presenta  il  costo  sancito  dalla  ^pratica  di  re- 


plicati contratti  con 
seguente  analisi: 


svariati  ribassi  tra  rotto  ed  il  12  per  °/0,  dato  dalla 


Quanlilà        Prezzo 


Breccia  di  T rezzo  per  un  giro  di  met.  6,40, 
spessore  metri  0,20,  per  metri  0,25  nella 
fronte m.c.  —  32  L.      35 

Lavoro  della,  medesima  per  la  fronte  e 
spigoli,  ritenuto  il  finimento  di  questi  a  mar- 
tellina. Giornate  da  taglia-pietre    .     .     » 

Posizione  in  opera,  avuto  riguardo  allo 
spianamento  dei  quattro  piani  d'incontro, 
giornate  come  sopra » 

Da  muratore  col  garzone ....     »     1 

Chiavelle  in  reggia  di  ferro  ...     »     4  — 

Sistemazione  di  quattro  gangheri  impiom- 
bati e  chiavelle,  fori  a  cura  del  taglia-pietra  .     .     . 

Piombo chilog.  —  69 

Consumo  d'attrezzi 


Imporlo 


L.  11,20 


L.        3,50  L.    7,00 


50 


3,50 

2,88 

25 


—  75 


1,75 

2,88 
1,00 

80 

-  52 

15 


Sommano 


L.  25, 30 


L. 


3,95 


41 


9,00    »    3,69 


Ossia  ogni  metro  lineare  d' intelaratura 

Soglia  nella  parte  interna  in  selce  di  un 
solo  pezzo  di  metri  0,  25  larghezza,  lungo 
da  un  lato  mot.  1,50,  dall'altro  1,80  sup.  met. 

Nel  prezzo  sta  anche  la  posizione  in  opera. 

Somma  per  le  pietre  tagliale L.  28,  99 

Il  serramento  di  detto  finestrone  for- 
mato in  due  imposte,  snodale  ciascuna  : 

Asse  larice  terzirolo  col  tys  di  perdita 
pel  refilamento  superficiali    .     .     .     met. 

Simile  mercanzia » 

Bandelle  snodate  di  metri  0,30.     .  N. 

Bandelle  di  metri  0,30  o  gangheri      » 

Due  catenaccioli  verticali  di  metri  0.  25 
in  quattro  occhi » 

Catenelle,  uncini,  ed  occhi    ...» 


2,16 
2,16 
4 


2,85 
1,90 

—  65 
1,00 

80 

—  75 


6,16 
4,10 
2,60 
4,00 

1,60 
1,50 


Somma  da  riportarsi  L.  19,96  L.  64,773  31 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO  ^77 

r  ,                       :  '                                      Somma  retro  L.  19, 9(5  L.  04,773  31 

Fattura,  giornate  da  falegname  ...     2          »        2, 00  »  4  00 

»             »         da  garzone      .     .     »     I          ,          '88  »  '88 

Chioderia ■.     chilog.  —  69    »        1,32  »  0  91 

Consumo  d'attrezzi  e  colia '  ,  '05 

Vernice  ad  olio  a  due  mani,  interna  ed 

esterna »  3,50 


Sommano  pel  ferramento  completo L.  29  90 

Importo  delle  pietre  tagliate,  ec,  come  retro »  28'  99 

Complessivo  di  un  finestrone    ......      L.  58  89 

NB.  Non  si  tenne  qui  calcolo  dei  trasporti 
come  funzione  variabile  :  questi  però  im- 
portarono pel  caso  speciale  di  Poasco  ogni 
finestrone  L.  6,22;  mentre  poi  il  ribasso 
d'asta  ascese  a  L.  7,  07  :  onde  la  vera 
spesa  occorsa  per  cadauno  si  è  di   .     .     .     .     L.      58,04 
Un  metro  lineare  di  mangiatoja,  formata 
con  un  fondo  di  muratura  in  coltello  alto 
metri  0, 15,  il  parapetto  in  asse  larice  di 
grossezza  metri  0,  037,  un  passone  rovere 
ogni  metro  1,50  da  centro  a  centro  con 
coronamento  di  travettone  larice,  quest'  ul- 
timo lavorato  a  sezione  elittica  nella  faccia 
superiore,  il  tutto  in  opera  senza  ferramenti , 
tornando  le   tavole  incassate  nei   passoni 
d'intelaratura,  ed  il  cappello  pure  con  in- 
contro nelle  teste  di  questi .     .     .     L         4  27 

Con  questi  elementi  si  ottiene  che,  nell'a- 
dottare  il  barco-stalla,  abbandonando  la  co- 
struzione dell' antico  barco,  oltre  i  cono- 
sciuti vantaggi  nella  produzione  del  latte, 
massime  per  le  stagioni  di  primavera  ed 
autunno,  oltre  l'utile  della  minorata  manu- 
tenzione, nonché  dello  scemato  spreco  di 
terreno,  si  ha  una  sensibile  diminuzione  per 
la  spesa  di  prima  costruzione.  In  fatto  con- 
frontiamo l'importo  di  una  campata  di 
barco-stalla  con  una  di  semplice  barco  nei 
rispettivi  loro  elementi  di  costruzione  per 
le  parti  che  differiscono  colla  introdotta  in- 
novazione 

Sono  in  più  nel  barco-stalla,  finestroni  N.    4        L 
Si  economizza  la  muratura  dello  spazio 
occupato  dai  medesimi     ....    m.c.  —  81 

Maggiore  spesa  occorrente  pel  barco-stalla     . 

Abbandonando  l'antico  barco  vengono  a 
togliersi  a  confronto  le  seguenti  parti: 

Somma  da  riportarsi  L.  64,773  31 
Voì-  Ul  Ottobre  1855.  23 


58, 

89 

L. 

235, 

66 

14, 

30 

L. 

11. 

58 

223, 

98 

|7g  GIORNALE  DELL'INGEGNERE 

Canali  di  scolo  «ielle 

orine  di mot.  Un.  10,  91  L. 

Mangiatojc  simili »  10,  91    » 

Pavimento  in  selciato  sup.  m.  61,  53    » 

Tetto »  109, 10    » 

Murature prossimamentem.c.  4,32    » 


Somma 

retro 

L. 

64,7' 

73  31 

14, 

98 

» 

163,43 

4, 

27 

» 

46, 59 

70 

» 

43, 07 

io, 

60 

» 

1156,46 

14, 

30 

9 

61,78 

1471, 

33 

L. 

1471,33    » 

Sommano 
Economizzamento  a  confronto L-  1247,  35 

E  quindi  in  un  tenimento  capace  a  man- 
tenere una  mandra  di  cento  vacche  la  spesa 
capitale  per  le  stalle  a  dimora  di  queste 
verrebbe  diminuita  di zJZÌz^ 

5.°  Le  stalle  de1  buoi  e  cavalli  coi  por- 
tici di  separazione  al  barco-stalla  rispettiva- 
mente  in  disegno  al  N.  9,  11  e  14     ...     . L.  18,021  28 

Ossia  lo  stallino  de'  cavalli  con  soffitta  impianellata  sor- 
retta da  travatura  larice,  e  colonna  in  granito  alta  dal  fon- 
damento alla  travatura  metri  3, 60,  e  capace  comodamente 
per  N.  18  cavalli,  servita  da  attigui  locali  per  selleria  e 
fienile  oltre  la  superiore  cascina L.        "642, 36 

La  stalla  de' buoi  con  finestroni  come  il  barco-stalla, 
impalcatura  in  larice,  capace  per  N.  12  buoi   ...»  6642,  36 

Quattro  campate  di  portico  con  due  ampj  vasi  neri  per 
raccogliere  le  orine  delle  stalle  tutte »         3730, 9b 

Ritornano    L.      18,021,28 

6.°  L'arsenale  cogli  uniti  pollaj  e  loro  superiori,  nonché 

i  portici  a  servizio  del  mulino  distribuito  in  disegno  alh  N.  4  .     .     .    .     L-    7,75*4  ai 

Ossia  il  solo  arsenale  al  N.  4 »         5,894, 91 

Le  rimanenti  per  gli  altri  corpi »  1,9UU,UU 

7.°  Casirola,  casone,  salirola,  casera,  col  superiore  gra- 
naio. Le  due  abitazioni  pel  fattore  e  casaro,  nonché  le 
baste,  sotto  i  N.  17,18,19,20  del  disegno »  48,12o  bl 

La  svariata  natura  di  questi  locali  potrebbe  anche  scom- 
porre la  spesa  nelle  seguenti  parti: 

a)  Casone,  casera,  casirola  e  salirola  col  superiore  am- 
pio granaio  capace  a  contenere  mog.  1000  di  svariati  grani 
o  ettolitri  1462,857 .»    35,358,69 

E  qui  osservo  che  conosciuta  l'estensione  di  prateria 
di  un  latifondo,  e  quella  della  parte  avvicendatole  a  ce- 
reali, si  può  determinare  facilmente  la  quantità  del  be- 
stiame stabilmente  dallo  stesso  fondo  nutribile,  che  diviso 
nella  rispettiva  specie  di  cavalli,  buoi  e  vacche,  si  avreb- 
bero da  questi  elementi  le  proporzioni  da  concedersi  alle 
stalle,  e  dal  numero  delle  vacche  quelle  da  darsi  ai  locali 

Somma  da  riportarsi  L.    35,358,69  L.    138,715  il 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO  179 

Somma  retro  L.    35,358,69  L.    138,715  11 

per  h  fabbricazione  del  formaggio  da  grana  o  parmigiano. 
Ala  intorno  a  questa  parte  di  fabbricato  vuoisi  pure  avvi- 
sare che  forse  mal  si  fonderebbe  quegli  che  proporzio- 
nando le  sue  parti  ad  una  limitata  quantità  di  latte,  le  ve- 
nisse ad  impicciolire  sensibilmente,  poiché  in  questo  caso 
non  servirebbe  lodevolmente  allo  scopo.  I  formaggi  da 
grana  sia  per  la  loro  lodevole  riescita,  che  per  un  facile 
smercio  vogliono  avere  per  ogni  forma  un  dato  peso.  Il 
locale  pertanto  destinato  alla  fabbricazione  del  parmigiano 
è  più  a  conformarsi  sotto  questa  vista  che  nel  rapporto 
speciale  di  produzione  di  un  latifondo,  per  modo  che  il 
possessore  di  piccolo  tenimento  esporrebbe  facilmente  alla 
improduzione  un  vistoso  capitale  quand'egli  volesse  dotare 
il  proprio  podere  delle  parti  di  fabbricato  destinate  alla 
manipolazione  del  latte  per  ottenere  il  parmigiano. 

Ne  sarà  anche  inopportuno  1'  osservare  che  le  dimen- 
sioni da  assegnarsi  alla  casirola  hanno  rapporti  speciali 
non  solo  colla  quantità  del  latte  da  ivi  conservarsi,  ma 
eziandio  colle  mutazioni  che  ivi  si  operano  nel  latte  me- 
desimo per  lo  separarsi  delle  parti  caseose  dalla  crema. 
Queste  separazioni  si  verificano  più  o  meno  utilmente  se- 
condo la  temperatura  ambiente  del  locale,  per  cui  dalla 
serie  delle  osservazioni  praticate  nella  casirola  di  cui  in 
questo  progetto  sebbene  abbia  dovuto  stabilirsi  un  ri- 
sultamento  di  gran  lunga  superiore  a  quello  della  prece- 
dente casirola,  tuttavia  parrebbe  potersi  anche  ripromet- 
tere di  meglio,  volta  che  l'altezza  venisse  aumentata  tra  li 
metri  0,  30  e  li  metri  0,  45. 

b)  Abitazione  del  casaro  e  fattore  composte  di  otto  di- 
stinte camere,  due  terrene  e  due  superiori      ...»     7,  966,  92 
e)  Stalle  dei  majali,  o  baste,  e  stabii »     4,  800,  00 

Ritornano  L.  48,  125,  61 

8.°  Case  coloniche  alte  pel  corpo  principale  da  terra 
alla  controcatena  del  tetto  metri  7,  50  divise  in  due  piani    .     .    •.     .    L.  37, 842, 87 

Ossia  prossimamente  per  una  famiglia  colonica  coll'as- 
segno  di  due  stanze    .    .    • »     1,991,73 

9.°  Il  locale  da  mulino  e  pila  coir  abitazione  del  mugnajo,  e  granajo 
superiore  alla  pila,  compreso  l'importo  delle  macchine  ed  edifìcio  idraulico  »     22, 000,  00 

10.°  Finalmente,  le  spese  di  demolizione,  quella  degli  occorsi  rialzi  in 
terre  e  ghiaje,  condotta  delle  acque  all'abbeveratojo,  costruzione  di  questo, 
tombini  per  lo  scarico  delle  pluviali,  formazione  delle  aje  e  cortili  colle  cinte 
di  chiudimento  e  cancelli  di  comunicazione »       7,670,10 

Totale  della  occorsa  spesa  ed  esposto  valore  L.  206,  228,  08 


Questi  dettagli  si  credette  renderli  di  pubblica  ragione  sembrandomi  potere  servire 
a  facilitare  quei  calcoli  di  previsione,  che  senza  molto  allontanarsi  dal  vero,  valgono  a 


$80  GIORNALE  DELL'INGEGNERE 

determinarsi  a  radicali  miglioramenti;  serbando  i  penosi  computi  di  contratto  a  cose 
determinate,  nel  qual  pensiero  aggiungo  anche  le  seguenti  notizie. 

a)  L'occorrente  dispendio  per  i  trasporti,  le  escavazioni  e  le  arene  può  calcolarsi 
su  una  distanza  di  circa  metri  18,000  L.8  per  %  della  spesa  calcolata  alle  costruzioni 
abbandonando  nelle  stesse  questi  elementi,  non  aumentando  gran  fatta  per  V accrescersi, 
delle  distanze  medesime  tra  i  metri  20,000  e  i  metri  24,000. 

b)  L'occorrente  dispendio  pei  manufatti  d'abbcveratojo,  vasche  dei  concimi,  tombini 
di  scarico,  aje,  cortili,  accessi,  murature  di  chiudimcnto  prossimamente  a  L.  3,  8G3  per 
cento  dell'  intiero  calcolato  dispendio  per  le  varie  parti  componenti  il  cascinale  già 
ingrossato  del  valore  di  spesa  come  alla  lettera  a). 

a  Ing.  G.  Manzi. 


Memoria  teorico-pratica 
sulla  coltura  del  riso. 

(Vedi  pag.  113.) 

8.  Tempo  della  raccolta. 

V  assegnare  il  giusto  momento  della 
raccolta  del  riso  sarebbe  cosa  assai  diffi- 
cile, poiché  le  sue  spiche  non  maturano 
mai  tutte  nello  stesso  tempo,  ritardando 
specialmente  quelle  ombreggiale:  per  cui 
volendo  aspettare  la  generale  maturanza, 
avviene  che  quelle  più  avanzate  si  sgranano. 

Per  siffatti  contrasti  alcuni  affittajuoli 
sono  talora  costretti  a  mieterlo  a  salti  di 
mano  in  mano  che  matura;  per  cui  il  mi- 
glior tempo,  a  parere  degli  agricoltori  più 
esperti,  è  quello  in  cui  la  generalità  delle 
spiche  è  matura,  ossia  quando  il  color  do- 
minante della  risaja  è  il  giallo-rosso  ;  la 
spica  o  pannocchia  ha  il  seme  facilmente 
rompentesi  e  non  lattiginoso  nelP  interno, 
e  le  foglie  hanno  perduto  il  color  verde 
d'  erba. 

La  messe  del  riso  si  fa  colla  falcinola 
medesima  che  serve  pel  frumento  e  la  se- 
gale. Allo  stesso  oggetto  fu  inventato  dal 
sig.  Egidio  Negri  uno  strumento,  il  quale 
consiste  di  un  semi-cilindro  di  latta  allo 
35  centimetri  e  largo  30,  all'orlo  del  quale 
evvi  ben  saldato  un  pettine  d'acciajo  di 
tempra  assai  dura.  Questo  pettine  ha  sette 
denti  distanti  fra  loro  quanto  basta  per 
ricevere  gli  steli  e  non  le  spiche  del  riso  fra 
gli  interstizj.  Nella  parte  posteriore  del  se- 
mi-cilindro vi  sta  un  manubrio  per  far  pas- 
sare il  braccio  del  mietitore,  il  quale  tiene 
lo  strumento  appoggiato  al  petto,  e  mentre 


colla  mano  sinistra  sostiene  il  pettine,  colla 
destra  v'introduce  gli  steli  del  riso,  e  ta- 
glia nello  stesso  tempo  le  spiche  all'altezza 
di  tre  once.  Le  spiche  ed  i  grani  cadono 
nel  cilindro,  né  se  ne  perde  alcuna,  il  che 
non  si  può  ottenere  colla  falcinola. 

Benché  bello  questo  ritrovato,  pure  non 
è  in  uso  per  la  troppa  difficoltà  dell'ope- 
razione, e  perdita  quindi  di  tempo.  In  al- 
cuni paesi  si  sega  più  che  si  può  presso 
alla  spica.  Egli  è  sufficiente  che  vi  sia  pa- 
glia bastante  da  poterlo  legare  in  piccoli 
covoni,  essendo  in  tal  modo  anche  più  fa- 
cile il  separare  il  riso  dalla  paglia. 

Fu  già  questione  se  abbiasi  a  preferire 
la  falce  a  lungo  manico  o  la  falcinola  comune; 
ma  sapendo  essere  scopo  del  coltivatore: 
la  minor  scossa  possibile  delle  spiclie  onde 
non  perdere  i  grani,  ed  il  facile  e  sollecito 
andamento  del  lavoro,  —  cosi  fu  risolto  che 
sebbene  la  falce  grande  dia  la  paglia  più 
lunga,  pure  raffrontato  questo  vantaggio 
cogli  altri  due  risultò  di  cosi  poca  entità, 
che  non  si  ritenne  come  ammissibile  il 
comune  uso  di  essa. 

L'epoca  annuale  comune  della  mietitura 
è  circa  nella  seconda  metà  d'agosto. 

L'avveduto  agricoltore  dispone  perciò 
per  quell'epoca  'tutto  l'occorrente,  onde  al 
momento  dell'operazione  non  si  abbia  ad 
incontrare  alcun  ostacolo,  esamina,  pulisce 
e  rassetta  le  aje,  le  capanne,  ed  i  carri 
che  devono  servire  al  trasporto  del  grano; 
prepara  i  mazzi  di  paglia  con  cui  legare 
i  covoni,  e  si  provvede  di  lavoratori  abili 
a  sufficienza. 

Si  attenderà  però  per  quanto  è  possi- 


bile una 
non  affaticare 


giornata 


asciutta  e  serena,  onde 
manuali    e  non  facilitare 


ARCHITETTO 

la  perdita  del  grano.  Se  mai,  incominciata 
la  raccolta,  sopraggiungesse  una  pioggia 
dirotta,  la  si  sospenderà  immediatamente, 
benché  ne  fosse  urgente  l'esecuzione;  av- 
vegnaché il  riso  e  qualunque  cereale  fin- 
ché é  sul  suo  stelo  soffrirà  meno  questo 
disastro,  che  se  fosse  staccato  ed  ammuc- 
chiato. 

Prima  di  mietere  il  riso  si  farà  asciu- 
gare la  risaja,  come  più  sopra  fu  detto , 
onde  tutta  la  pianta  del  riso  possa  spo- 
gliarsi dell'umidità  naturale. 

Non  si  deve  inoltre  permettere  lo  spigo- 
lamento prima  che  i  covoni  siano  condotti 
sull'aja,  perchè  le  contadine  che  professano 
tale  mestiere  mirano  soltanto  a  far  dei 
covoni  per  sé  con  quelli  già  fatti  dal  pro- 
prietario o  conduttore  del  terreno. 

I  manipoli  o  covoni  non  debbonsi  lasciare 
sul  campo  più  di  quello  che  sia  mestieri 
al  loro  conveniente  diseccamene.  Per  tras- 
portarli dal  campo  si  sceglieranno  a  pre- 
ferenza le  ore  del  mezzogiorno  onde  siano 
bene  asciutti.  Si  richiede  egualmente  una 
grande  attenzione  nel  caricare  i  covoni  sul 
carro,  affinchè  non  si  disperdano  i  grani, 
né  si  rovescino. 

Si  conserva  il  riso  appena  '  trasportato 
dal  campo  finche  si  possa  trebbiare;  e 
comunemente  si  deposita  in  luoghi  detti 
capanne  e  volgarmente  porticati.  Questi  luo- 
ghi saranno  asciutti,  vasti  ed  arieggiati, 
non  che  garantiti  dal  fuoco. 

Appena  giunti  dalla  campagna,  i  covoni 
si  ripongono  nella  capanna  gii  uni  vicini 
agli  altri  formando  delle  tresche  aventi  al 
centro  le  spiche,  e  cosi  si  lasciano  fino  al 
momento  della  trebbiatura. 

Il  contadino  appena  che  ha  formato  un 
circolo  o  tresca,  taglia  il  legaccio  ai  sin- 
goli covoni.  Quando  però  una,imperiosa 
circostanza  non  obblighi  a  disporli  in  tre- 
sche, è  meglio  ammucchiare  i  covoni  in 
grandi  cumuli  e  lasciarli  cosi  per  un  pajo 
di  giorni,  avvertendo  pure  che  anche  in 
questo  caso  le  spiche  siano  sempre  rivolte 
al  centro  del  mucchio,  onde  la  paglia  per 
un  principio  di  fermentazione  riscaldan- 
dosi faciliti  lo  staccamento  del  grano,  e 
così  si  richiederà  la  metà  del  tempo  che 
si  impiega  per  la  trebbiatura  ordinaria, 
qualora  venisse  immediatamente  portato 
sull'aja  e  battuto. 


ED   AGRONOMO  .  {g{ 

Le  tresche  si  dispongono  sull'aja  in  fi- 
gura circolare. 

Il  risone  si  conserva  nei  granai  come 
gli  altri  cereali,  purché  abbiasi  avuto  la 
cura  di  farlo  ben  diseccare  prima  di  ri- 
porvelo,  e  di  muoverlo  di  tempo  in  tempo 
fino  alla  metà  dell'  inverno  in  proporzione 
del  bisogno  riconosciuto  dall'esperto  agri- 
coltore. 

9.  Come  debba  essere  l' aja 
e  modo  di  battere  il  riso. 

L'aja  deve  essere  ben  battuta  e  livellata 
con  una  dolce  pendenza  di  tre  millimetri 
per  metro  lineare,  onde  l'acqua  possa  fa- 
cilmente scorrere  fuori  di  essa  in  tempo 
di  pioggia.  Sarà  quindi  premura  dell'agri- 
coltore che  essa  giaccia  in  luogo  elevato, 
asciutto  e  non  soggetto  ad  ombra.  Essen- 
doché qualunque  masseria  procura  d'avere, 
oltre  le  aje  annuali  che  si  fanno  nei  campi, 
anche  un' aja  stabile  nella  corte,  così  dovrà 
far  in  maniera  di  ottenere  (qualora  la 
natura  del  suolo  non  si  prestasse)  1'  ele- 
vatezza di  essa  con  della  terra  portata,  mi- 
schiandovi anche  della  ghiaja  per  lo  strato 
inferiore,  onde  non  possa  sfacelarsi  per  le 
pioggie  annuali,  ed  avere  sempre  per  lo 
meno  un  terreno  che,,  fatte  quelle  poche 
riparazioni,  si  presti  a  tale  uso. 

Dopo  che  sia  fatta  e  ben  preparata  l'aja, 
vi  si  dispongono  in  giro  i  covoni  a  tresche, 
come  già  fu  detto;  indi  si  trebbia  facen- 
dovi correr  sopra  ed  intorno  dell'aja  quat- 
tro o  sei  cavalli,  secondo  la  grandezza  del- 
l'aja e  la  quantità  del  riso  da  battere.  Un'ora 
e  mezza  circa  dopo  che  i  cavalli  sono  in 
corsa  sui  covoni,  si  leva  il  primo  strato 
di  paglia  col  rastrello  di  legno  o  col  tri- 
dente ponendolo  a  parte;  levato  questo 
strato  superiore,  si  continua  a  trebbiare 
per  un'ora  circa  il  riso  sottoposto,  onde 
anche  lo  strato  inferiore  venga  sgranato. 
Ciò  fatto,  si  volta  la  paglia  formando  un 
anello  circolare  intorno  alla  tresca  sopra 
cui  si  ripete  il  passaggio  dei  cavalli,  onde 
ne  avvenga  la  totale  trebbiatura.  Liberato 
quindi  da  tutta  la  paglia  e  ridotto  in  uno 
o  più  mucchi,  lo  si  ventola  per  separarlo 
quanto  è  possibile  dalle  immondezze  e  dal 
tritume  di  paglia;  indi  si  formano  di  nuovo 
i  mucchi,  spandendolo   ancora  quando  vi 


m 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


sia  sole  o  vento,  voltandolo  e  rivoltandolo 
di  mano  in  mano,  onde  tutto  ed  egual- 
mente possa  diseccare  per  conservarsi  in 
magazzino. 

L'operazione  suddetta  di  spandere,  ossia 
stendere  il  risone  sull'aja,  si  eseguisce  di- 
stribuendolo in  tante  cavalle,  ossia  mucchi 
prolungali  in  linea  retta   e  paralelli ,  la- 
sciandovi fra  ciascuna  uno  spazio  doppio 
di  quello  occupato  dal    mucchio.    Queste 
cavalle  o  mucchi  vengono  distese  e  ram- 
mucchiate  sei  o  sette  volte  al  giorno,  ed 
all'uopo  si  adoperano  i  rastrelli  di  legno, 
abbassandole  col  far  cadere  o  scorrere  il 
risone  negli  spazj  vuoti  ;  per  cui  in  questo 
modo  tutto  il  risone  viene  in  poco  tempo 
ed  in  ogni  sua  parte  esposto  al  sole.  Prima 
del  tramonto  però  si  deve  accumularlo  di 
nuovo  in  grossi  mucchi  allo  scopo  di  con- 
servargli   il    calore  acquistato  durante  il 
giorno,  calore  che  potentemente  influisce 
sulla  perfezione  dei  grani. 

Se  la  stagione  è  calda,  bastano  tre  giorni 
pel  totale  essiccamento,  e  lo  si  conosce 
quando  sfregato  nelle  mani  lascia  la  buc- 
cia, e  spezzato  mostra  una  frattura  lucida, 
e  non  molle,  ne  farinosa.  Le  paglie  bat- 
tute si  ammucchiano  a  parte,  lasciandole 
fermentare  per  venticinque  o  trenta  giorni, 
affinchè  lascino  cadere  tutti  quei  grani 
che  vi  rimasero  aderenti.  Tali  grani  però 
essendo  anneriti  per  la  fermentazione,  pos- 
sono solo  servire  ad  alimentare  i  polli. 

Anticamente  si  usava  staccare  i  grani 
del  riso  battendolo  colla  verga  o  coreggiate, 
si  introdusse  poi  l'uso  dei  cavalli  come  so- 
pra, indi  si  adottò  una  macchina  a  carro 
o  a  slitta  tirala  da  due  cavalli,  metodo  usato 
anche  in  Asia  e  nella  Svezia.  In  questi  ul- 
timi tempi  si  inventarono  trebbiatoi  a  mano 
e  per  fino  a  vapore;  ma  per  quanto  siensi 
affaticati  gli  attuali  ingegni  meccanici,  non 
riuscirono  mai  a  far  adottare  le  loro  mac- 
chine, e  sempre  e  dovunque  si  usò  bat- 
terlo, o  colla  slitta,  o  coi  rulli,  o  coi  cavalli, 
che  per  la  pura  verità  è  il  metodo  più 
generale  nei  nostri  paesi,  usato  anche  nel 
Levante,  in  Africa  ed  in  Ungheria. 

10.  Modo  di  brillare  il  riso. 


Per  brillare  o  sbiancare  il  riso  bisogna 
avere  uomini  pratici,  e  tutti  quegli  stru- 


menti necessarii  a  tale  operazione,  come 
sono  il  cribro,  lo  spolverino  ed  il  traballino  ; 
nomi  che  si  danno  a  diverse  qualità  di 
crivelli. 

Brillare  il  riso  vuol  dire  spogliarlo  della 
scorza,  renderlo  bianco.  Tale  operazione 
si  richiede  più  presto  quanto  meno  bene 
fu  diseccato  sull'aja,  perchè  dà  un  prodotto 
bensì  minore,  ma  non  brillandolo  arrischia 
di  scaldarsi  e  germogliare.  Se  però  il  riso 
è  stato  raccolto  a  perfetta  maturanza,  è 
molto  meglio  conservarlo  risone  nel  ma- 
gazzino fino  alla  stagione  invernale,  poiché 
rende  maggior  quantità  di  riso  bianco  e 
questo  di'  qualità  migliore. 

Dapprima  lo  si  brema,  ossia,  messo  sotto 
ai  pistoni  per  qualche  tempo,  lo  si  leva 
ancor  giovine  (  cioè   non  troppo  pistato) , 
bastando  che  sia  Lavata  la  più  grossa  cor- 
teccia; indi  lo  si  getta  al  cribro,  dal  quale 
si  fa  cadere  la  cosi  detta  corteccia  o  bullone, 
che  serve  con  grande  profitto  a  letamare 
le  viti.  Rimesso  quindi  sotto  ai  pistoni,  si 
termina  di  sbiancarlo,  e  si  ottiene  la  se- 
conda crusca  più  ricca  di  sostanza  farinosa, 
che  chiamasi  bulla,  e  che   si  dà  per  in- 
grasso ai  majali.  Bisogna  esser  cauti  di  non 
lasciarla  troppo  sotto   ai  pistelli,  perchè 
tardando  solo  cinque  minuti,  il  riso  perde 
di  peso  un  chilogrammo  circa  al  moggio. 
Alla  prima  brillatura  bastano  quindici  mi- 
nuti, alla  seconda  se  ne  richiedono  quaranta. 
Finita  l'operazione  si  mette  in  magaz- 
zino o  granajo,  il  quale  però  dovendo  essere 
fresco  sarà  a  piano  terra  suolato  di  pietra, 
elevato  però  dal  suolo  né  più,  né  meno 
di  quaranta  centimetri. 

Da  ogni  moggio  di  risone  si  ricava  bril- 
landolo: 

Riso  bianco 0,  45 

Risina °,  °3 

Risone °>04 

Semola 0,25 

Bulla  e  bullone 0,%3 

1,00 


11.  Descrizione  della  pista. 

La  pista  è  una  macchina  composta  di 
una  lunga  trave  girata  da  una  ruota  di 
mulino.  Alla  trave  stanno  fissi  alcuni  perni 


ARCHITETTO 

distanti  egualmente  fra  loro,  ed  in  ordine 
spirale,  urtanti  ad  altri  perni  che  corri- 
spondono fissi  ai  pistelli,  i  quali  stanno 
perpendicolari,  perchè  incassati  tra  due 
travi,  senza  che  perù  venga  per  questo 
impedito  il  loro  moto  ascendente  e  discen- 
dente. Di  modo  che  i  perni  della  prima 
trave  fanno  l'ufficio  di  leva  coir  alzare  i 
pistelli  ad  una  certa  altezza,  da  cui  rica- 
dono nel  mortajo  sottoposto,  dove  sta  il 
risone. 

Le  piste  si  costruiscono  di  quattro,  sei 
ed  anche  otto  pistelli;  generalmente  però 
sono  di  sei.  Vi  sono  pure  delle  piste  dop- 
pie in  cui  la  trave  principale  muove  do- 
dici pistelli,  sei  per  parte  e  paralelli  fra 
loro;  in  tal  caso  però  richiedesi  una  forte 
corrente  d'acqua.  I  pistelli  debbono  essere 
pesanti,  armati  inferiormente  di  un  cono 
di  ferro  fuso  ben  levigato;  essi  sono  so- 
stenuti da  un  altro  perno  all'estremità  infe- 
riore battente  sopra  l'orlo  superiore  dei 
sottogiacenti  mortaj,  onde  i  pistelli  mede- 
simi entrino  in  essi  soltanto  per  due  terzi 
circa  senza  toccare  il  fondo,  entro  cui  rom- 
perebbesi  il  grano. 

I  mortaj  sono  quasi  tutti  di  pietra,  i 
migliori  però  sono  di  olmo,  ma  in  qua- 
lunque modo  tutti  d'un  pezzo.  Ogni  anno 
si  deve  avere  la  cura  di  farli  levigare,  onde, 
qualora  vi  fosse  qualche  scabrosità,  non 
sia  impedita  la  frattura  della  buccia  del 
risone.  La  loro  configurazione  deve  esser 
precisamente  ovale,  stretta  alle  due  estre- 
mità, e  assai  larga  nel  centro,  affinchè  il 
risone  possa  facilmente  volgersi  sossopra. 

12.  Malattie  del  riso. 

Due  sono  le  malattie  principali  a  cui  va 
soggetto  il  riso  :  la  crodatura  ed  il  brusone. 

La  crodatura  è  quella  malattia  per  cui 
i  semi  cadono  (generalmente  in  agosto) 
prima  della  raccolta.  L'anno  susseguente 
nasce  ancora  il  riso  colla  medesima  ma- 
lattia, per  cui  si  usa,  anzi  è  necessario, 
di   cambiare  la  ruota. 

II  brusone,  scientificamente  detto  ruggine. 
Questa  malattia  consiste  in  alcune  fungo- 
sità di  varia  forma  e  colore  che  si  mani- 
festano nelle  foglie,  nei  cauli.  L'epidermide 
tutta  della  pianta  vien  da  essa  lacerata,  ed 
appare  una  escrescenza  convessa  fosfora- 


vo  AGRONOMO  183 

cea.  Talvolta  questa  malattia  sta  anche  tra 
il  grano  e  l' involucro  dello  stesso,  e  s'in- 
contra sotto  l'aspetto  di  materia  gialliccia, 
glutinosa  e  fetente,  che  altri  chiamano 
manna.  Essa  è  una  malattia  terribile  che 
si  sviluppa  in  agosto  allorquando  la  sostanza 
lattiginosa  dei  semi  passa  allo  stato  solido. 
La  spica  abbrucia,  disecca,  diventa  rossa 
ed  anche  nera,  e  non  contiene  più  nulla  : 
dicesi  essere  causa  di  tale  malattia  il  ter- 
reno troppo  grasso,  od  anche  l'elettrico; 
ma  sembra  piuttosto  causata  dalla  rifra- 
zione del  calore  nelle  notti  coperte.  Un 
preservativo  contro  questa  malattia  si  ri- 
conobbe nel  praticare  sulla  risaja  un  solco 
profondo  sette  od  otto  once,  e  tenervelo 
continuamente,  se  però  il  terreno  è  argil- 
loso. Tale  operazione  giova  col  mantenere 
alle  radici  una  salutare  frescura. 

Il  riso  va  inoltre  soggetto  ad  altri  inconve- 
nienti, e  di  questi  uno  proviene  da  un  insetto 
chiamato  da  Linneo  Nepa  Cinerea,  e  dai  con- 
tadini Frosone,  il  quale  taglia  il  riso  dopo 
che  è  germogliato.  Una  piccola  lumaca  nera 
lo  rode  nell'atto  della  germogliazione;  ma 
essendo  tali  animaletti  acquajuoli,  asciu- 
gando la  risaja  per  qualche  giorno  si  dà 
loro  una  certa  morte.  Il  freddo  lo  intisi- 
chisce, ed  in  tal  caso  bisogna  innaffiarlo  ge- 
nerosamente :  questo  male  chiamasi  dai 
contadini  Selone.  In  fine  un  mese  dopo, 
vicino  alla  fioritura,  mettendo  grandi  fo- 
glie oscure  passa  al  gialliccio-bigio  ed 
inaridisce;  questa  malattia  dicesi  carolo 
maggiore,  o  brusecchio,  o  rosa:  causa  di 
quest'ultima  malattia  è  l'eccessivo  vigore, 
ed  in  fatti  ciò  avviene  nelle  risaje  nuove, 
od  in  luoghi  ove  siano  stati  in  deposito 
mucchi  di  letame,  o  nelle  vallette  dove 
l'acqua  è  permanente. 

13.  Vantaggi  che  acquista  un  terreno 
venendo  ridotto  a  risaja. 

In  molti  luoghi  si  usa  di  coltivare  a  riso 
il  terreno  di  due  in  due  anni.  Quante  cure, 
quante  spese  inutili  per  la  costruzione  di 
argini  ed  arginelle!  Buona  però  sarebbe 
tal  cosa  qualora  si  volesse  togliere  ad  «un 
terreno  la  troppa  magrezza,  e  forse  forse 
sarebbero  ancora  troppo  pochi  due  anni, 
ed  io  consiglierei  ad  introdurre  simile  col- 
tura per  non  mai  meno  di  tre  ed  anche 


GIORNALE  DELL'INGEGNERE 


484 

quattro  anni.  Ed  in  fatti  l'acqua,  sia  puran- 
chc  di  fiume,  come  acqua  ben  poco  gio- 
vamento  può  recare  ad  un   terreno;  ma 
siccome  quest'acqua  impedisce  l'evapora- 
zione dei  principii   vegetali  contenuti  nel 
suolo,  attirando  invece  a  so  tutte  le  ema- 
nazioni dell'aria,  siccome  una  moltitudine 
ili  insetti  nasce  nel  suo  seno,  lasciandovi 
la  loro  spoglie,  siccome  finalmente  le  piante 
non   acquatiche  si  sono   decomposte,  ne 
proviene  che  tutto  questo  imputridimento 
arricchisce  il  terreno  di  principii  che  prima 
o  per  natura  o  per  essere  stato  troppo 
faticato  non  possedeva. 

Assai  caro  però  pagano  gli  abitanti  dei 
dintorni  i  vantaggi  di  una  tale  raccolta; 
poiché  egli  è  fatto  certo  che  in  quei  paesi 
d'Europa  in  cui  si  coltiva  il  riso,  le  febbri 
intermittenti,  e  pressoché  continue,  non 
desistono  mai  dal  mietere  le  vite  degli 
abitanti.  . 

Uno  scrittore  francese  disse  che  le  ri- 
saie stabili   coltivate  nei  luoghi  paludosi, 
nuocono  meno  alla  salute  umana  che  non 
le  artificiali,  perchè  il  riso  vegetando  as- 
sorbe l'aria  mefitica.  Un  tale  ragionamento 
però  non  può  bastare  a  convincere  della 
scelta  che  si  deve  fare  fra  le  due  specie 
di  risaja.  Certo  è  però  che  tanto  le  risaje 
quanto  le  paludi  non  sono  minimamente 
confacenti  alla  salule  dell'uomo;  per  il  che 
sotto  la  tutela  di  saggi  governi ,  ai  quali 
sta  a  cuore  il  benessere  degli  abitanti,  1 
terreni  paludosi  vengono  asciugati,  anche 
a  costo  di  qualunque  spesa,  e  la  coltura 
del  riso  è  incoraggiata  e  permessa  soltanto 
però  in  quelle  proporzioni  e  sotto  quelle 
condizioni  che  abbiano  ad  arrecare  il  mi- 
nor danno  possibile  alle  circostanti  popo- 
lazioni. 

14.  Qualità  nutritive  e  medicinali  del  riso. 

Il  riso  è  un  cibo  nutriente  in  grado  su- 
perlativo. Molte  nazioni  ne  fanno  del  pane 
ad  esse  aggradevole  e  più  sano  di  quello 
di  frumento. 

La  semenza  di  riso,  ossia  il  grano  non 
brillato,  fatto  in  decozione  reprime  la  sete, 
calma  il  calore  del  corpo  e  scioglie  le  urine. 

Come  cibo  si  raggruppa  facilmente  sullo 
stomaco  e  produce  frequenti  indigestioni, 
sviluppa  moli' aria  e  tende  ad   inacidirsi. 


È  poco  buono  pei  fanciulli  fino  a  che  non 
hanno  compiuti  almeno  due  anni,  e  per 
le  persone  delicate  e  dedite  ad  una  vita 
sedentaria. 

La  crema  di  riso  è  un  cibo  leggiero, 
rinfrescante  ed  aggradevole,  e  s'affa  a  più 
specie  di  malattie,  come  sono  la  tosse  pol- 
monare,  la   tosse  convulsiva,   l'emotosia 
prodotta  dalla  tosse  o  da  uno  sforzo,  la 
diarrea  cagionata  da  medicinali  acri  o  da 
veleni;  conviene  inoltre  al  termine  di  una 
dissenteria  benigna,  e  delle  malattie  acute 
quando  non  appajono  più  né  meteorisma, 
nò  umori  acidi,  nò  vomito,  nò  dolori  acuti 
nella  regione  epigastrica.  Si  usa  pure  sotto- 
forma  di  cataplasma  per  le  infiammazioni 
di  mammelle  e  di  glandulc  allorché  sono 
accompagnate  da  durezza  e  da  dolori. 

CULTURA    DEL    RISO    SECCO    0   DELLA    PUGLIA 

Il  riso  secco  non  esala  vapori  pestilen- 
ziali; è  di  miglior  sapore  dell'acquatico, 
e  meno  glutinoso.  Cuocendo  si  gonfia  e 
cresce  assai  più  del  nostrale,  ed  ha  un  gu- 
sto di  nocciuola,  cosicché  vien  mangiato 
con  piacere  anche  senza  essere  molto  cu- 
cinato. 

Sonvi  due  specie  di  riso  secco:  luna 
ha  il  seme  oblungo  e  l'altra  lo  ha  rotondo. 
L'oblungo  rende  molto,  ma  è  coperto  da 
una  pellicola  rossa  che  ne  rende  difficile 
la  sbiancatura,  senza  però  impartirgli  al- 
cun sapore  disgustoso, 

Il  rotondo  pare  preferibile  al  primo  per- 
chè esso   vegeta   in   montagna  ed   anche 
sotto  una  temperatura  più  fredda  dell'al- 
tro, e  si  pila  con  minor  fatica.  Vuol  essere 
mietuto  con  sollecitudine  appena  maturo, 
poiché  soffre  facilmente,  massime  1  venti. 
Il  riso  secco  prospera  pure  sotto  la  zona 
torrida  nelle  terre  appena  dissodate,  e  si 
moltiplica   colà  prodigiosamente,    avendo 
però  il  riguardo  di  seminarlo  prima  della 
stagione  delle  pioggie,  e  scegliendo  per  esso 
quei   terreni   che  sieno  meno  arsi  e  che 
abbiano  già  dato  qualche  altro   prodotto. 
Per  la  forza  del  clima  di  quei  paesi  in 
cui  la  vegetazione  è  assai  rapida,  questa 
specie  di  riso  rimane  in  terra  non  più  di 
trenta  giorni;  ma  nel   nostro  clima  tem- 
perato, dove  ne  fu  esperimentata  la  semina, 
ci  vollero  cinque  mesi  ad  arrivare  al  tempo 


ARCHITETTO  ED   AGRONOMO 


185 


della  raccolta,  benché  si  avesse  avuto  cura 
di  scegliere  un  terreno  esposto  a  mezzodì. 
Nei  paesi  caldi  e  da  secoli  incolti  essen- 
dosi sempre  successa  la  naturale  e  conti- 
nua vegetazione  alla  decomposizione  dei 
vegetabili  stessi,  il  terreno  è  naturalmente 
tanto  concimato,  che  non  si  può  seminarvi 
il  riso,  ma  bisogna  piantarvelo  colla  di- 
stanza fra  grano  e  grano  almeno  di  trenta 
centimetri  ;  imperciocché  seminandovelo 
soffocherebbe  per  la  troppo  veloce  e  ri- 
gogliosa vegetazione.  Da  noi  invece  la  con- 
tinua artificiale  produzione  ed  i  frequenti 
esperimenti  su  varii  prodotti  snervarono 
tanto  le  facoltà  vegetative  delle  nostre  terre, 
che  più  non  potremmo  nescire  ad  avere 
buon  raccolto,  non  solo  di  questo  riso  tanto 
facile  e  generoso,  ma  di  qualunque  altro 
prodotto,  se  non  previo  un  gran  lavoro  di 
terreno  ed  una  generosa  concimazione. 
Ond'è  che  da  noi  si  avrebbe  già  ottenuto 
il  massimo  seminandolo  rado,  avendo  an- 
che il  riguardo  di  mescolare  della  terra 
alla  semente  da  gettarsi,  onde  possa  facil- 
mente coprirsi  senza  aver  bisogno  di  pro- 
fondarsi nel  terreno,  avvegnaché  la  pro- 
fondità da  dare  alle  sementi  nel  terreno 
di  semina  è  sempre  in  ragione  diretta  dei 
gradi  di  calore  del  paese. 

Il  riso  secco  in  erba  ha  molta  somiglianza 
colFavena.  Ha  una  pannocchia  lunga  da 
ventuno  a  ventotto  centimetri  contenente 
da  trenta  a  cinquanta  grani.  Un  seme  solo 
produce  più  steli,  ed  ogni  stelo  porta  una 
pannocchia;  per  cui  la  media  del  suo  pro- 
dotto, supposto  che  tutti  i  grani  dieno  due 
steli  (molti  ne  danno  di  più),  si  può  cal- 
colare il  cento  per  uno.  Nella  zona  tor- 
rida ha  la  paglia  alta  ottantacinque  cen- 
timetri; questa  serve  a  nutrire  i  buoi  e 
le  pecore.  In  Europa  per  la  minore  aridità 
del  terreno  riesci  migliore. 

Dopo  la  messe  ripullula  e  potrebbe  ser- 
vire di  pascolo. 


Milano  li  IO  luglio  1855. 


Gius.  Ver.nansal  de  Villeneuve. 


Fui  111. 


Leggi  emanale  dai  Governi  di  Lombardia  e 
Venezia  attendibili  alla  coltivazione  dei  ter- 
reni a  risaja. 

Milano  3  febbrajo  1809. 

Decreto  di  S.  A.  il  Viceré  d'Italia. 

l.°  Nessuno  potrà  d'ora  in  avanti  con- 
vertire in  risaja  qualunque  terreno,  senza 
aver  prima  ottenuto  uno  speciale  permesso 
dal  Prefetto  del  dipartimento  sotto  la  cui 
giurisdizione  è  posto  il  terreno. 

2.°  I  contravventori  pagheranno  una 
multa  eguale  al  doppio  valore  del  reddito 
annuale  del  terreno  convertito  in  risaja; 
alla  qual  multa  sono  solidariamente  tenuti 
tanto  il  proprietario  che  il  fittabile  i  quali 
si  fossero  resi  contravventori,  non  ammet- 
tendosi nel  primo  l'ignoranza  del  fatto. 

3."  La  permissione  di  stabilire  nuove 
risaje  non  si  potrà  mai  accordare  dai 
Prefetti: 

a)  rispetto  alla  Capitale  del  Regno,  che 
per  quei  terreni  distanti  da  essa  capitale 
almeno  otto  chilometri; 

b)  rispetto  ai  Comuni  di  prima  classe 
e  piazze  forti,  che  per  quei  terreni  distanti 
almeno  cinque  chilometri; 

e)  rispetto  ai  Comuni  di  seconda  classe, 
che  per  quei  terreni  distanti  almeno  due 
chilometri  ; 

d)  finalmente  rispetto  ai  Comuni  di  terza 
classe,  che  per  quei  terreni  distanti  almeno 
mezzo  chilometro. 

4."  Le  suddescrilte  distanze  si  intendono 
prese  in  linea  retta;  nei  Comuni  murati 
dalle  mura  che  li  circondano,  e  nei  Co- 
muni non  murati  dall' ultima  casa  che  fa 
parte  delle  abitazioni  aggregate  componenti 
il  Comune. 

5.°  Quelle  risaje  che  attualmente  sono 
poste  nelle  vicinanze  della  capitale  del  Re- 
gno entro  la  distanza  indicata  dall'art.  3.°, 
cioè:  che  distanno  meno  di  otto  chilometri, 
dovranno  entro  tre  anni  dalla  pubblica- 
zione del  presente  Decreto,  e  sotto  la  pena 
indicata  dal  suddetto  articolo  3.°  essere 
convertite  in  altro  genere  di  coltivazione. 

6.°  Circa  agli  altri  Comuni  di  prima  e 
seconda  classe,  quelle  risaje  esistenti  entro 


Ottobre  1855. 


24 


486 

le  distanze  prescritte  dagli  abitati,  i  pro- 
prietarii  hanno  provvisoriamente  diritto  di 
coltivarle  finche  non  venga  altrimenti  prov- 
veduto: è  però  vietato  di  aumentarle  od 
estenderle  senza  la  speciale  permissione 
prescritta  dall'articolo  1.° 

7.°  Il  Governo  di  S.  M.  si  riserva  di 
deliberare  sulla  proibizione  ed  epoca  di 
essa  delle  dette  risaje  dopo  che  avrà  preso 
cognizione  dell'esternato  parere  in  propo- 
sito dai  Consigli  Municipali  dei  singoli 
Comuni  e  dai  Consigli  generali  d'ogni  di- 
partimento. 

Circolare  dell'I.  R.  Governo 
alle  II.  RR.  Delegazioni  Provinciali 

Milano,  il  19  maggio  1817. 
Istruzioni. 


I.  Le  domande  di  licenze  per  la  costru- 
zione di  nuove  risaje  si  dovranno  dai  par- 
ticolari presentare  agli  II.  RR.  Cancellieri 
del  Censo  del  rispettivo  Distretto,  almeno 
due  mesi  prima  della  seconda  adunanza 
del  Consiglio  Comunale  o  Convocato  gene- 
rale, la  quale  a  termini  degli  art.  11  e  42 
della  notificazione  12  aprile  181G,  deve 
tenersi  ogni  anno  nel  mese  di  settembre 
o  di  ottobre  al  più  tardi. 

II.  Gli  II.  RR.  Cancellieri  trasmetteranno 
senza  dilazione  tali  domande  alle  Ammi- 
nistrazioni Comunali,  ove  sono  i  campi  da 
coltivarsi  a  risaja,  invitandole  a  far  misu- 
rare da  un  ingegnere  od  agrimensore  ap- 
provato la  distanza  precisa  di  ciascuno  di 
essi  campi  dalle  mura,  o  dall'ultima  casa 
facente  parte  delle  abitazioni  aggregate  al 
Comune,  siccome  è  prescritto  all'art.  4." 
del  Decreto  3  febbrajo  1809;  avvertendo 
che  tale  distanza  dovrà  essere  presa  dal 
comune  più  vicino  al  campo  da  coltivarsi 
a  riso. 

III.  L'ingegnere  o  l'agrimensore  dovrà 
inoltre  indicare  immancabilmente  nell'atto 
della  perizia  : 

1.°  La  denominazione  del  campo  colle 
sue  coerenze. 

2.°  La  qualità  del  terreno,  cioè  se  sia 
o  no  paludoso,  ed  in  quest'ultimo  caso  se 
sia  o  no  suscettivo  d'altro  genere  di  col- 
tivazione. 


GIORNALE   DELL'INGEGNERE 

3.°  Se  esistono  o  no  nelle  vicinanze  di 
esso  campo  altre  risaje. 

4.°  La  derivazione  delle  acque  che  do- 
vranno servire  ad  una  tale  irrigazione,  e 
se  il  successivo  loro  colo  e  .la  filtrazione 
possono  o  no  essere  di  nocumento  alla  sa- 
lubrità delle  acque  potabili,  tanto  per  gli 
uomini  che  per  gli  animali,  e  se  possono 
o  no  rendere  paludosi  i  campi  adjacenti. 

Le  spese  della  perizia  saranno  pagate 
dal  petente. 

IV.  Le  domande  non  meno  che  le  pe- 
rizie saranno  presentate  al  Consiglio  Co- 
munale o  Convocato  generale  nella  delta 
adunanza  di  settembre  o  di  ottobre,  per- 
chè abbia  ad  esternare  il  suo  voto.  Esso 
Consiglio  o  Convocato  si  farà  carico  nelle 
sue  deliberazioni  di  tutte  le  circostanze 
notate  nella  perizia  e  d'ogni  altra  relativa 
alla  pubblica  sanità,  accennando  nel  voto 
medesimo  se  le  risaje  proposte  siano  una 
nuova  coltivazione  per  quel  Comune;  in 
caso  diverso  vi  si  esprimerà  la  quantità 
complessiva  di  tornature  delle  risaje  che 
già  esistessero  nel  comune  medesimo. 

V.  Gli  IL  RR.  Cancellieri  del  Censo 
spediranno  con  tutta  la  sollecitudine  alle 
rispettive  IL  RR.  Delegazioni  Provinciali 
le  ordinali  domande,  perizie  e  voti,  espo- 
nendo nel  rapporto  accompagnatorio  le 
proprie  occorrenze  motivate  intorno  a  tale 
voto,  senza  tacere  quelle  osservazioni  o 
circostanze  che  potessero  a  parer  loro  in- 
fluire nella  determinazione  dell'autorità 
superiore. 

VI.  Le  II.  RR.  Delegazioni  Provinciali 
esamineranno  attentamente  ad  una  ad  una 
le  domande  cogli  atti  relativi,  pronunce- 
ranno sopra  ciascuna  il  loro  parere  mo- 
tivato e  ne  formeranno  in  appresso  un 
quadro 


generale. 


Circolare  dell'I,  fì.  Governo 
alle  II.  RR.  Delegazioni  Provinciali. 

Milano  il  1.°  giugno  1839. 

A  prevenire  possibilmente  ogni  dubbio 
ad  ogni  contingibile  contestazione  sui  varii 
metodi  di  coltivazione  del  riso,  il  Governo, 
preso  argomento  da  un  caso  speciale  ve- 


ARCHITETTO   ED   AGRONOMO 


187 


rifieatosi  in  alcuna  delle  Lombarde  Pro- 
vincie, e  consultala  la  facoltà  medica  del- 
l'I. R.  Università  di  Pavia,  trova  di  dichia- 
rare per  norma  di  cotesta  Delegazione  che 
la  coltivazione  del  riso,  qualunque  ne  sia 
la  denominazione,  cade  sotto  le  disposi- 
zioni del  Decreto  3  febbrajo  1809  e  delle 


successive  Istruzioni  19  maggio  1817,  pur- 
ché segua  con  allagamento  continuo  o  dis- 
continuo. 


ERRATA  CORRIGE 

Alla  pag.  117  i."  colon,  lin.  49  l'agricoltura    l'agricoltore 
»      »     119    »      »        »     6  ettaro  ottavo 


RIVISTA  DI  OPERE  E  GIORNALI 


ITALIANI  E  STRANIERI. 


Il  castale  di  Suez. 

(Vedi  alla  pag.  34,  135  e  alla  Tav.  9) 

La  disposizione  dell'andamento  diretto  è 
ancora  più  semplice  essendo  il  sistema  di  un 
canale  senza  sostegni  ;  infatti  in  questo  caso 
basta  di  aprire  da  un  mare  all'  altro  un 
largo  cavo,  il  cui  fondo  sìa  collocato  ad  8 
metri  al  disotto  della  Lassa  marea.  La  ta- 
vola seguente  indica  le  altezze  del  cavo 
nelle  diverse  tratte: 


Lunghezza  Altezza 

metri  26,000  m.  10  a  11 

»     37,000  »  3  a    4 

Suolo  di  Serapeum     »     -12,000   »  10  a  16 

Lago  Timsah     .    .    »       3,000  »  4  a    9 

Suolo  d'El-Ferdan      »      14,000   »  14  a  23 
Lago  Ballali  e  Menzaleh, 

pianura  di  Pelusio  »      48,000   »  7  a    9 

Lunghezza  totale  140,000m 


Suolo  di  Suez  . 
Bacino  dei  laghi 


La  difficoltà  principale  di  questo  trac- 
ciamento essendo  la  conservazione  del  pas- 
saggio e  del  canale  di  Tineh,  non  che  la 
pendenza  di  cui  si  può  disporre  da  una 
spiaggia  all'altra,  che  è  soltanto  di  80  cen- 
timetri, sarà  d'uopo  assegnare  al  canale 
delle  dimensioni  assai  larghe;  costruito  colla 
larghezza  di  100  metri  al  fondo,  fornirebbe 
appena  un  deflusso  di  100  metri  per  secondo 


a  media  marea,  e  presso  a  poco  il  doppio 
in  alta  marea. 

Questo  esame  sommario  dei  diversi  trac- 
ciamenti dell'  andamento  diretto  è  più  che 
bastante.  Ora  si  vedrà  che  sotto  un  altro 
aspetto  il  tracciamento  per  Alessandria  pre- 
senta al  contrario  una  prevalenza  incon- 
trastabile. 

Tutti  i  tracciamenti  sboccano  nel  mar 
Rosso  allo  stesso  punto;  sotto  questo  rap- 
porto non  vi  è  alcuna  differenza  fra  essij  e 
la  questione  da  risolversi  è  la  medesima 
per  tutti;  il  golfo  di  Suez  si  presta  esso 
alle  esigenze  della  navigazione  del  canale? 
Si  può  sperare  di  conservare  l'imboccatura 
del  canale  ?  vi  è  mezzo  di  costruire  una 
difesa  bastante  per  le  navi?  Ciò  è  quanto 
verremo  ora-  a  trattare. 

Il  porto  attuale  di  Suez  non  è  che  una 
porzione  del  canale  stretto  pel  quale  il  seno 
situato  a  tramontana  di  questa  città  comu- 
nica col  golfo.  La  profondità  nella  bassa 
marea  non  eccede  i  2m50,  e  non  è  maggiore 
della  restante  parte  del  canale,  la  cui  lun- 
ghezza è  più  di  6  chilometri.  Per  appro- 
fondare questo  canale  il  Lepère  ha  propo- 
sto di  formarvi  un  gran  serbatojo  a  cata- 
ratte  che  si  riempirebbe  colla  marea  ;  ma 
le  altezze  delle  cataratte  di  cui  si  dovrebbe 
usare  non  potendo  eccedere  i  2m,  non  si 
otterrebbe  nulla  dall'  approfondimento  del 
canale,  la  cui  lunghezza  sorpassa  i  6  chi- 
lometri. Tuttavia  siccome  nel  progetto  del 


188 


GIORNALE  DELL'  INGEGNERE 


Lepère  non   si  tratta  che  di    una  naviga- 
zione  coli'  altezza  d'  acqua  di  3  metri,  vi 
sarebbe  poco  da  fare  onde  ottenere  questa 
profondità  nel  canale,  e  da  ciò  si  comprende 
che  il  sunnominato  ingegnere,  non  ha  punto 
esitato  di  far  sboccare  il  canale  da  esso  pro- 
gettato nel  porto  attuale  di  Suez,  introducen- 
dovi nel  porto  e  nel  canale  esistente  tutti 
quei  miglioramenti  di  cui  sono  suscettibili. 
Sarà  superfluo  di  qui  dimostrare  che  non 
vi  è  di  che  sperare  col  sistema  delle  cate- 
ratte, comunque  atto  lo  si  supponga  per 
conservare  un  passaggio  con  8  metri  d'im- 
mersione in  un  canale  di  6  chilometri  e  con 
una  marea  media  di  lm50.  Nulla  si  dirà  per 
ottenere    questo    scopo,  ma   per    tentarlo 
sarà  d'uopo  primieramente  di  costruirvi  due 
dighe  continuate  in  tutta  la'  lunghezza  del 
canale  attuale  ;  ed   eseguite  queste  dighe., 
l'acqua  sostenuta  dalle  cateratte    sarà   del 
tutto  impotente  per  agire  sul  passaggio  si- 
tuato all'estremità  delle  dighe,  vale  a  dire 
a  più  di  6  chilometri  dalla  chiusa  delle  ca- 
teratte. Il  canale  alimentato  dalle  acque  del 
Nilo  arrivando  a  Suez  all'ordinata  di  6  me- 
tri, sarebbe  possibile   di  regolare  l'acqua 
trattenuta  a  questo  livello  colle  acque  del 
canale;  ma  avendo  ben  anche  questa  risorsa, 
io  non  penso  che  si  possa  sperare  più  oltre 
per  mantenere   la  profondità  necessaria   a 
rendere  il  passaggio  a  delle  navi  che  ab- 
bisognano l'altezza  d'acqua  di  7  metri,  ciò 
che,  avuto  riguardo  al  movimento  del  mare, 
esigerebbe    almeno   8  metri  in  acque    alte 
e  6m  50  in  acque  basse.  D'  altronde  né    la 
città  nò  gli  stabilimenti  del  porto    di  Suez 
non  meritano  i  sagrificj  che  sarebbe  d'uopo 
di  fare  per  utilizzarli;  non  vi   è    adunque 
alcun  impedimento  a  che  il  canale  sbocchi 
sulla  spiaggia  nel  punto  più  favorevole  per 
costruirvi  un  nuovo  porto.  In  seguito  alle 
notizie  che  si  sono  raccolte  io  penso  che  la 
situazione   più  vantaggiosa  per   un  nuovo 
porto  è  a  5  chilometri  a  ponente  di  Suez. 
Questo  luogo  presenta  infatti  molti  vantaggi, 
cioè: 

d.°  Esso  è  fuori  dei  banchi  di  sabbia  che 
ingombrano  la  parte  nord-est  del  golfo 
di  Suez  e  che  rendono  così  difficili  gli  ap- 


prodi al  porto  attuale.  Non  vi  è  alcun  dub- 
bio, che  non  si  ritrovi  ad  una  piccola  di- 
stanza dalla  spiaggia  la  profondità  neces- 
saria, poiché  la  parte  occidentale  della  rada 
di  Suez  è  la  più  profonda,  e  la  profondità 
va  aumentando  dal  lato  nord-ovest  della 
sponda ,  come  lo  attestano  gli  scandagli 
fatti  dal  comandante  Moresby,  che  indicano 
6,  7  ed  8  braccia  in  vicinanza  di  quasi,  tutta 
la  parte  nord-ovest  della  spiaggia  nella 
bassa  marea. 

2.°  Questo  porto  sarà  meglio  situato  per 
riguardo  alla  spiaggia,  ove  la  parte  occi- 
dentale è  la  più  profonda  e  la  meglio  difesa. 
3.°  Il  nuovo  porto  sarà  protetto  dal  lato 
di  levante  da  un  molo  di  difesa,  che  servirà 
nello  stesso   tempo  per  poter    effettuare  i 
preparativi,   che   potranno  essere  eseguiti 
senza  troppa  spesa  col  mezzo  dei  bassi  fondi 
che  determinano  la  spiaggia  da  questo  lato. 
A  ponente  sarà  perfettamente  difeso  dalla 
montagna  d'  Attaka,  ed  a  mezzogiorno  dal 
punto   avanzato   di  Ras-cl-Attaka.  I  venti 
del  sud-est  saranno  i   soli,  di  cui  le  navi 
avranno  a  temere  qualche  cosa  nel  porto.  Ora 
secondo  il  comandante  Moresby  (*),  i  venti 
della  regione  del  sud,  che  non  soffiano  che 
d'inverno,  non  durano  che  qualche  giorno: 
essi  non  sono  freddi  che  in  alcune   circo- 
stanze, e  non  è  che  in  via  di  eccezione  che 
raggiungono  la  forza  di  un  colpo  di  vento 
arrendevole.  I  venti  del  nord,  che  sono  quasi 
costanti,  ed  i  venti  di  ponente,  che  qualche 
volta  soffiano  con  molta  violenza  nei  mesi 
d'inverno,  sono  i  soli  contro  i  quali  è  ne- 
cessario che  il  porto  sia  difeso,  e  sotto  ad 
un  tale   riguardo  la  situazione  scelta   non 
lascia  nulla  a  desiderare. 

Questo  partito  dispenserà  dall'impiego 
delle  cateratte,  quale  mezzo  di  scavamento 
del  passaggio.  Io  sono  persuaso  che  col 
mezzo  delle  macchine  a  cucchiaja  si  potrà 
ottenere  tale  risultato,  e  che  con  due  getti, 
collocati  alla  distanza  di  5o  metri  fra  loro 
prolungati  sino  alla  tenuta  da  otto  a  nove 
metri,  si  avrà   quasi    nulla   da  fare    per 

(*)  Istruzioni  nautiche  nel  Mar  Bosso  di  K  Mo- 
resby ed  F.  Elvvon. 


ARCHITETTO 

mantenere  ad  una  profondità  conveniente 
il  canale  una  volta  scavato.  Del  resto  qua- 
lora i  colpi  di  mare  del  sud  ingombrassero 
il  canale,  i  soli  che  possono  ciò  produrre, 
nulla  impedirà  che  si  usino  le  cateratte 
sostenendo  l'intiero  canale  ed  auche  l'intero 
bacino  dei  laghi  amari,  onde  conservare 
1'  altezza  di  6  metri  d'  acqua  nello  stesso 
canale  fino  alla  sua  imboccatura. 

La  spiaggia  di  Suez  è  bastantemente  di- 
fesa ,  la  stabilità  è  buona  e  la  profondità 
conveniente.  IVoi  ora  vedremo  che  all'og- 
getto di  costruire  nella  parte  nord-ovest  della 
spiaggia  un  buon  porto,  basterà  di  eseguire 
un  molo  per  isolare  la  situazione  dello  stesso 
porto  dal  resto  della  spiaggia.  Il  canale  ser- 
vendo di  strada  nel  porto  ,  sarà  facile  lo 
scavarlo  ed  il  mantenerlo.  Laonde  sotto  ogni 
riguardo  la  soluzione  della  questione  dello 
sbocco  del  canale  nel  Mar  Rosso  è  ,  o  di 
già  risolta,  oppure  facile  a  risolversi  senza 
uscire  dai  limiti  del  tempo  e  della  spesa  la 
più  modica. 

Le  opere  da  eseguirsi  per  assicurare  la 
tranquillità  del  porto  e  la  permanenza  del 
passaggio  consistono  adunque:  1.°   in  un 
molo   di  difesa  di  circa  2000  metri  di  lun- 
ghezza, destinato  a  garantire  il  porto   dai 
venti  della  regione   di   levante,  ed  a   so- 
stenere le  sabbie  che  ingombrano  la  parte 
nord-est  della  spiaggia;  2."  in  due  getti  di 
cui  non    si  può  determinare  la  lunghezza 
esatta,  servendo  a  stabilire  ed  a  proteggere 
il  passaggio  ed  il  canale  posto  in  comuni- 
cazione col  porto  :  3.°  in  una  chiusa  a  ca- 
teratte destinata  a  sgombrare  il  passaggio. 
Queste  opere   non  presentano   nulla  di 
straordinario;  esse    sono  ben  lontane    dal 
raggiungere  le  difficoltà  e  le  spese  di  molti 
lavori  dello  stesso  genere  eseguitesi  in  molti 
porti  d'Europa.  11  fondo  è  eccellente,    la 
profondità  bastante,  l'agitazione  del  mare 
non  è  eccessiva,  le  correnti   sono   trascu- 
rabili ,  infine  non  esiste    nel  golfo    alcuna 
imboccatura,  le  cui   alluvioni   siano  da  te- 
mersi. Con  queste  condizioni  la  possibilità 
di   conservare  il  passaggio    e    di    stabilire 
un  buon  porto  non  può  mettersi  in  dubbio. 
Non  si  può  dire  altrettanto  della  baja  di 


ED   AGRONOMO  180 

Tineh.  Qui    infatti   l'influenza   delle    allu- 
vioni del  Mio ,  rende  quasi   impossibile  la 
conservazione  del  passaggio,  e  l'esecuzione 
di  un  porto  ed   anche  di  una  spiaggia  di- 
fesa. 11  Lepère  nel  paragrafo  4  del  capit.  3 
della  sua  memoria   più  sopra  citata ,  ed  il 
Linant  nel  suo   progetto  del  canale  diretto 
hanno  ammesso  ambedue  che  con  una  dif- 
ferenza di  livello,  supposta  di  9  metri   fra 
i  due  mari,  la  corrente  che  esisterebbe  al- 
l'imboccatura  del  canale  sarebbe  bastante 
per.  iscavare  il  passaggio  e  mantenerlo.  Qui 
mi  sembra  utile  di  esaminare   fino  a  qual 
punto  nell'  ipotesi  adottata  da  questi  inge- 
gneri si  potrebbe  sperare  questo  risultato. 
Gli  scandagli  praticati  con  altrettanta  cu- 
ra che  esattezza  dalla  comitiva  tedesca  di- 
mostrano che  la  profondità  di  7m  50  si  in- 
contra soltanto  a  6  chilometri  dalla  sponda, 
e  che  la  profondità  di  9m  a  10m,  necessaria 
per  dar  adito  in  ogni  stato  del  mare    alle 
navi  di  7  metri  d'immersione,  non  si  trova  ad 
una  distanza  minore  di  8  chilometri  ;  da  cui 
risulta,   che  per  fornire  al  canale   un'im- 
boccatura praticabile  sarà  indispensabile  di 
estendere  fino  ad  8  chilometri  dalla  spiag- 
gia i  due  getti,  fra  i  quali  il  canale  deve 
necessariamente  essere  compreso.  La  lar- 
ghezza di  questo  canale  in  vista  della  sua 
destinazione  non   dovrebbe   essere  minore 
di  80  metri.  Se  si  determina  a  50  metri  la 
larghezza  al  fondo  del  canale  dei  due  mari, 
gli  è  facile  il  calcolare  che  avendo  la  pen- 
denza di  9  metri,  la  velocità  sarà  di  circa 
lm10  ed  il  deflusso  di  580  metri  cubici  per 
secondo.  Questa  velocità  di  lm10  sarà  ri- 
dotta presso  che  alla  metà   nel  canale.  Si 
potrà  ciò  nullameno,  riavvicinando  le  estre- 
mità dei  getti  a  50  metri  l'uno   dall'  altro, 
ristabilirvi   il   passaggio.    Io   dubito    molto 
che  si  possa   pervenire   in    questo   caso  a 
conservarvi  il  passaggio  in  una  profondità 
bastante;  ma  colla  pendenza  reale  disponi- 
bile che  ,  come    abbiamo  veduto,  non   può 
fornire    che  una  velocità   di  di  centimetri 
per  secondo ,  ed  un  deflusso    di  d05  metri 
cubici,  non  si  può  sperare  alcun  effetto  dalla 
corrente  alimentata  dal  canale.  Da  un  altro 
canto  non    si  può    sperare    di   conservare 


490 


GIORNALE  DELL'INGEGNEHB 


mediante    scavamenti  un  canale  di  8  chi- 
lometri di  lunghezza  in  un  fondo  assai  mo- 
nile. Per  vero  dire  sarà  facile  lo  stabilirlo 
chiudendo    una  parte  del  lago  Menzaleh , 
mediante  una  diga  dall'imboccatura  del  ca- 
nale  sul  Tel-el-Sherig,  con  cui  si  forme- 
rebbe un  gran  serbatojo  costituito  dall'in- 
tero lago  Ballah  e  dalla  parte    di  mezzo- 
giorno del  lago  Menzaleh,  alimentato  dalle 
acque  del  Nilo.  Tuttavolta  supponendo  che 
si  mantenga  a  6  ed  anche  a  8  metri  il  livello 
di  questo  serbatojo,  ciò  che  non  potrebbe 
aver  luogo  che  nella  stagione  delle  piene; 
che  mai  si  può  sperare  dalle  cateratte  an- 
che le  più  potenti  in  un  canale  di   questa 
lunghezza   ed  in  un  mare   senza  marea? 
Questo  sistema  dispendioso,  che  avrebbe  il 
doppio    inconveniente    di   impiegare    delie 
acque  preziose  cariche  di  limo,  sarebbe  di 
niun  effetto,  e  si  dovrebbe  ricorrere  per  la 
conservazione  del    canale  e  del  passaggio 
alla  risorsa  del  tutto  insufficiente  delle  esca- 
vazioni  meccaniche, 

Lo  sbocco  del    canale  nella  baja    di  Ti- 
neh  presenta  adunque  una  difficoltà  insor- 
montabile in  quanto  alla  conservazione  del 
canale  e    del    passaggio;  ma    supponendo 
pure  che  questa  difficoltà  sia  tolta,  tale  so-  ■ 
luzione  resterebbe  esposta  ad  altri  ostacoli 
altrettanto  gravi.  Il  Linant  ammettendo  che 
le  navi  potrebbero  in  tutti  i  tempi  imboc- 
care il  passaggio  ed  entrare  nel  canale,  ha 
conchiuso   che  la  costruzione    di  un  porto 
difeso  non  è  punto   necessaria.  Ciò   è   un 
grave  errore;  un  porto  o  piuttosto  una  spiag- 
gia difesa  è  in  molti  casi  la  prima  di  tutte 
le  necessità.  Senza  questa  risorsa,  le   navi 
arrivando  col  mezzo  di  un  colpo  di  vento 
della  regione  del  nord,  ordinariamente  forte 
in  questo  mare,  non  potendo  senza  pericolo 
raggiungere  il  passaggio,  saranno    infalli- 
bilmente   gettate  sulla    costa,    mentre    che 
quelle  che  avvicinandosi  all'imboccatura  del 
canale  ,  trovassero  un  vento  contrario  sa- 
rebbero forzate  di  riprendere  l'alto   mare. 
L'apparecchiamento  all'estremità  del  canale 
sarebbe  eziandio  impossibile  quando  vi  do- 
minasse un  vento  contrario.  Non   solo  sa- 
rebbe necessaria  una  spiaggia;  ma   atteso 


i    pericoli    che    presenta    la    costa ,     essa 
dovrebbe    venire  convenientemente    difesa, 
e    siccome    sarebbe    destinata    a    ricevere 
contemporaneamente  un    gran   numero    di 
navi  grosse  ,  il  cui    movimento   esige   uno 
spazio  considerevole,  così    dovrà  la    costa 
medesima  essere  di  conformità  molto  estesa. 
Ora  due  getti,  della  lunghezza  ciascuno  al- 
meno di  8  chilometri,  le  opere  di  difesa  della 
spiaggia,  i  fari  ed  i  fuochi  dei  segnali,  sono 
lavori   del  tutto    straordinarj ,    sia  per   la 
difficoltà  di  esecuzione,  sia  per  la  spesa  ri- 
levante. Io  sono  persuaso  che  per  formare 
nella  baja  di  Tineh  una  spiaggia  sicura  ed 
un  canale  convenientemente  disposto  occor- 
rerà una  spesa    eguale  a  quella  per  l'ese- 
cuzione  dell'intero  canale  seguendo  la  via 
d'Alessandria,  e  ciò    per  ottenere,  un  pas- 
saggio incerto  o  piuttosto   certamente    im- 
praticabile. Si  vede  che  lo  scopo  di  questa 
discussione    è  quello    di   escludere   intera- 
mente qualunque  progetto    che    venisse  a 
terminare  nella  baja  di  Tineh  (*). 

Questa  spiaggia  e  questo  porto ,  la  cui 
costruzione  sulla  costa  di  Pelusio  sorpassa 
tutte  le  risorse  dell'arte,  esistono  natural- 
mente ad  Alessandria,  città  che  sembra  pre- 
destinata a  servire  di  principio  al  canale 
dei  due  mari.  Alessandria  possiede  due  porti, 
l'uno  all'  ovest  chiamato  il  porto  vecchio  : 
l'altro  all'est  conosciuto  sotto  la  denomi- 
nazione di  porto  nuovo.  Il  canale  dovrebbe 
sboccare  nel  porto  vecchio;  infatti  esso  è 
quello" la  cui  situazione,  gli  approdi  e  la 
natura  del  fondo  si  prestano  meglio  alla 
costruzione  di  un  passaggio  comodo  e  si- 
curo, per  l'ingresso  di  questa  gran  via  na- 
vigabile. Il  porto  vecchio  forma  l'estremità 
orientale  di  una  magnifica  spiaggia  for- 
mala interamente  da  una  linea  di  roccie 
in  parte  subacquee,  ed  in  parte  apparenti 
alla  superficie. 

A  questa  spiaggia,  che  per  la  sua  esten- 
sione e  profondità  sarà  suscettibile  di  ac- 
cogliere le  flotte  le  più  numerose,  non  si 
può   approdare    che    in    tre    punti.    I  due 

(+)  Tineh  in  arabo  significa  fango,  melma  ;  que- 
sta baja  è  giustamente  denominata. 


ARCHITETTO 

estremi  di  3  a  4  braccia  di  profondità  sono 
tortuosi  e  difficili;  quello  al  centro,  che  ha 
la  profondità  non  minore  da  5  a  G  braccia 
e    la    cui    lunghezza    è    di  300  metri,  po- 
trebbe in  acque  tranquille  bastare   a  tutti 
i  bisogni;   ma    1'  ordinaria    agitazione    del 
mare  non  permette  di  farvi  entrare  i  basti- 
menti che  si  immergono  più  di  7  metri.  Ciò 
risulta  pure  da  una  lettera  dell'ammiraglio 
Brueys,  rimarchevole  per  la  sua  data  (9  lu- 
glio 1798,  ventidue  giorni  prima  della  bat- 
taglia d'Abuchir  ).,  che  malgrado   una  ri- 
compensa   di   10,000  franchi  offerta  ai  pi- 
loti   del    paese,   niun  d'  essi    volle    incari- 
carsi di  far  entrare  nella  spiaggia  le  navi 
la  cui  altezza  d'acqua  eccedeva  i  6m50.  Gra- 
ziano Lepère  (*)  opina  che  sarebbe  facile 
di    approfondare    questo    passaggio.    Egli 
propone  veramente  per  pervenirvi  dei  mezzi 
poco    praticabili;   ma   celle   risorse  di  cui 
si  può  disporre  in  giornata  ed  in  vista  della 
qualità  della  roccia  molle  che  cinge  la  spiag- 
gia, questa   operazione  non    presenterebbe 
alcuna  difficoltà  grave.  L' insufficienza  del- 
l' altezza  d'  acqua  al  passaggio  si  aggrava 
di  molto  dall'ordinaria  agitazione  del  mare 
e  dalla  natura  e  dall'irregolarità  del  fondo. 
Una  nave  correndo  a  vela,  e  deviando  al- 
quanto dal  canale  di  passaggio  praticabile 
pel  suo  bisogno  d'acqua,  è  esposta  a  toccare 
il  fondo,  ciò  che  condurrebbe  la  sua  perdita 
immediata.  Infine  la  spiaggia  d'Alessandria 
presenta  un  altro  grave  inconveniente,  ed 
è  che    1'  uscita    è  assai   difficile    ed    anche 
quasi  impossibile   pei    venti    compresi    fra 
l'ovest  e  l' est-nord-est,  che  sono  i  più  forti 
e  più  frequenti  in  quei  paraggi.  L' uso  dei 
battelli  a  vapore    per   rimorchiare  le  navi 
tanto    all'  ingresso    che    all'  uscita    farebbe 
scomparire    quest'ultimo  inconveniente  ed 
attenuerebbe   di  molto  i  pericoli   che  pre- 
senta il  passaggio.  Con  questa  risorsa  si  può, 
io  credo,  considerarlo  come  ordinariamente 
praticabile  pei  bastimenti  di  7  metri   d'im- 
mersione. 

Veramente   arrivando    le    navi  ad  Ales- 
sandria in  un  tempo  fortunoso  per  prendere 

(*)  Descrizione  dell'  Egitto,  t.  XV11I. 


ED   AGRONOMO  JQ.J 

la  via  del  canale,  non  potrebbero  entrare 
direttamente  nella  spiaggia  del  porto  vec- 
chio, ma  almeno  esse  saranno  sicure  e  di- 
fese nel  nuovo  porto.,  ove  si  può  navigare 
in  qualunque  tempo.  La  spiaggia  troppo 
celebre  d'Abuchir  presenta  inoltre  in  occa- 
sione di  vento  un  luogo  proprio  per  an- 
corare assai  sicuro,  dimodoché  anche  nei 
tempi  i  più  cattivi  le  navi,  sia  che  arrivino 
per  entrare  nel  canale,  sia  che  escano,  sono 
egualmente  sicure  da  un  pericolo,  nel  primo 
caso  navigando  nel  nuovo  porto,  nel  se- 
condo restando  nella  spiaggia  del  vecchio 
porto. 

Per  la  qual  cosa  il  porto  di  Alessandria 
ha  il  sommo  vantaggio  della  sua  posizione 
per  lo  sbocco  del  canale  dei  due  mari  nel 
Mediterraneo,  e  basta  perfettamente  nel  suo 
stato  attuale  a  tutti  i  bisogni  della  naviga- 
zione dì  questo  canale,  e  sarà  facile  con 
qualche  lavoro  di  poca  importanza,  eseguito 
nel  passaggio,  di  migliorarlo  ancora.  Di 
fronte  a  questi  vantaggi  come  esitare  sulla 
scelta  di  un  punto  in  cui  il  canale  dovrà 
sboccare  nel  Mediterraneo  ?  Non  è  dunque 
evidente  che  fuori  di  Alessandria  mancherà 
ogni  tentativo,  e  che  tutte  le  spese  e  gli 
sforzi  non  produrranno  che  un  canale  im- 
praticabile e  degli  approdi  impossibili? 

Sarà  superfluo  di  qui  entrare  nei  detta- 
gli più  complicati  della  stima  delle  spese 
che  occorreranno  per  eseguire  il  canale  dei 
due  mari;  mi  limiterò  pertanto  a  riassu- 
mere la  valutazione  fatta  per  approssima- 
zione di  ciascuno  degli  andamenti  che  si 
verranno  ad  indicare. 

1.°  Linea  iV Alessandria  a  Suez. 

Lunghezza       392,000™ 
Aprimenlo  del  canale.     .     F.     115^550,000 

Opere  d'arte »      21,900,000 

Spese  imprevedute   ...»        4,550,000 


Spesa  totale  del  canale  »     142,000,000 
Imbocc.  e  spiaggia  di  Suez  »      20,000,000 


Spesa  totale  ....    »    162,000,000 
Somma  da  riportarsi  F.    102,000,000 


102 


GIORNALE   DELL'  INGEGNERE 


Somma  riportata  F.  if>2,000,000 
Nel  caso  i»  cui  fosse  neces- 
sario di  ricorrere  ad  un 
ponte-canale,  questa  cifra 
dovrebbe  essere  accresciu- 
ta di »      38,000,000 


Ciò  che  porterebbe  la  spesa 
totale  a    


»    200,000,000 


2.°  Canale  diretto  col  punto  di  divisione. 


42,800,000 
17,500,000 


14,400,000 
5,300,000 


Aprimento  del  canale  .  . 
Canale  d'alimentazione.  . 
Opere  d'arte  e  serbatojo  del 

lago  Ballali » 

Spese  imprevednte     ...» 

Totale  »    80,000,000 

Alla  quale  è  d'uopo  aggiun- 
gere la  spesa  da  farsi  nella 
spiaggia  di  Suez,  calcolata 
più  sopra  a » 

E  quella  dei  lavori  da  ese- 
guirsi nella  baja  di  Tineh, 
che  sorpasserebbe  certa- 
mente i ? 


20,000,000 


50,000,000 
Spesa  totale  del  progetto  N.  2  »    150,000,000 

3.°  Canale  diretto  senza  sostegni. 

lunghezza  140  chilometri 
Aprimento  del  canale  sopra 

100™  di  larghezza  al  fondo  F.  205,500,000 
Costruzione  della  cateratta 

e  spese  imprevedute  .  .  »  24,500,000 
Lavori 'marittimi  a  Suez  ed 

a  Tineh '»      70,000,000 

Totale  »    300,000,000 

Questi  due  ultimi  progetti  se  fossero  pra- 
ticabili, costerebbero  adunque  altrettanto  ed 
anche  più  che  il  tracciamento  per  la  val- 
lata del  Nilo ,  ed  attenendosi  a  questo ,  il 
solo  che  possa  essere  eseguito  con  qualche 
confidenza,  si  vede  che  la  spesa  può  essere 
valutata  a  162  milioni  almeno  ,  ed  a  200 
milioni  al  più.  Queste  cifre  sono  ben  lon- 
tane dalla   stima   di   30   milioni   fatta  dal 


Lepóre  ed  anche  più  da  quella  di  10  mi- 
lioni pel  canale  diretto.  Ma  il  solo  enun- 
ciato di  queste  cifre  basta  per  indicare  di 
che  si  tratta,  nelle  idee  di  questi  ingegneri, 
di  un  canale  di  limitate  dimensioni  e  per 
la  piccola  navigazione,  e  che  non  si  può 
per  conseguenza  instituire  alcun  confronto 
per  queste  diverse  valutazioni. 

Pertanto  da  ciò  che  si  è  detto  si  con- 
chiude: 1."  che  il  canale  diretto,  ovvero 
senza  sostegni,  è  soggetto  ad  un  ostacolo 
radicale  ,  cioè  all'  impossibilità  assoluta  di 
conservare  un  passaggio  di  una  profondità 
bastante  nella  baja  di  Tineh,  ed  all'immen- 
sità di  spesa  che  si  dovrebbe  sostenere,  sia 
per  eseguirlo  sia  per  costruirvi  una  spiag- 
gia difesa.  2.°  che  è  più  dispendioso  del  trac- 
ciamento nella  vallata  del  Nilo. 

Gli  è  vero   che  la  lunghezza  non  è  che 
di  140  chilometri,  mentre  quella  del  canale 
da  Alessandria  a  Suez  è  quasi  di  400;  ma 
se  si  tien  conto  della  provenienza  e  della  de- 
stinazione delle  navi,  le  quali  appartengono 
quasi  tutte  a  paesi  situati  all'occidente  del- 
l'Egitto, si  riconosce  che  per  confrontare  lo 
spazio  percorso  dai  diversi  tracciamenti  bi- 
sognava aggiungere  alla  lunghezza  del  trac- 
ciato diretto  attraverso  l'istmo  l'eccesso  del 
viaggio  delle  navi  fra  Tineh  e  l'altezza  d'A- 
lessandria. Avuto  riguardo  a  questa    diffe- 
renza ed  alla  difficoltà  che  proverebbero  le 
navi   uscendo   dal   canale  per  prendere   il 
largo  e  dirigersi  dal  fondo  della  baja  di  Ti- 
neh verso  V  Europa,  il  vantaggio  che  pre- 
senta sotto  il  rapporto   della  lunghezza  il 
tracciato    diretto  si  riduce    a   poca  cosa   e 
sarebbe  esso  d'altronde  più  che  compensato 
dai  pericoli  che  presenta  la  navigazione  del 
golfo  di  Pelusio. 

Queste  considerazioni  capitali  basteranno 
per  decidere  la  questione;  ma  io  penso  che 
molti  devono  dirigere  nello  stesso  senso 
le  idee  degli  uomini  che  cercano  di  realiz- 
zare la  comunicazione  dei  due  mari.  In 
primo  luogo  è  d'uopo  soddisfare  ad  un'op- 
posizione ostinata  del  governo  egiziano,  che 
esclude  tutti  i  tracciati  che  si  allontanano 
dai  paesi  e  che  col  mezzo  di  questa  via 
navigàbile  non  congiungono  la  capitale  del- 


ARCHITETTO 

l'Egitto,  l'unico  suo  porto  sul  Mediterraneo 
e  la  navigazione  del  Nilo.  Vi  sono  infatti 
così  grandi  vantaggi  materiali  e  politici  per 
questa  nazione  a  che  il  canale  marittimo  at- 
traversi il  delta  e  riunisca  il  Cairo  con  Ales- 
sandria; l'avvenire  e  la  potenza  dell'Egitto 
si  attaccano  in  un  modo  così  stretto  alla 
direzione  di  questa  grande  strada,  che  non 
è  d' uopo  meravigliarsi  di  questa  opposi- 
zione, e  convien  al  contrario  prevenirla  ed 
occuparsi  di  essa  poiché  è  appoggiata  a  mo- 
tivi troppo  legittimi.  Fortunatamente  lo  stato 
delle  cose  si  trova  qui  perfettamente  d'ac- 
cordo cogli  interessi  ed  i  desiderii  del  go- 
verno egiziano,  poiché  il  tracciamento  per 
Alessandria  è  il  solo  praticabile  ed  il  solo 
che  possa  avere  un  risultato  certo. 

Non  venne  taciuta  alcuna  difficoltà  che 
presenta  questo  tracciamento  ;  ma  io  credo 
di  aver  dimostrato  che  la  soluzione  di  que- 
ste difficoltà  non  è  che  un  affare  di  tempo 
e  di  denaro,  e  eh'  esse  non  sono  superiori 
alle  risorse  attuali  dell'arte  dell'ingegnere; 
questo  progetto  è  dunque  praticabile.  Egli 
è  d'  altronde  fuori  di  dubbio  che  si  possa 
stabilire  nei  due  mari  un'imboccatura  con- 
veniente; Suez  possiede  un  eccellente  spiag- 
gia esterna  che  è  facile  difendersi  mediante 
opere  ben  disposte;  quella  di  Alessandria 
è  una  delle  più  belle  e  sicure  spiaggie  che 
esistono.  Il  successo  di  questa  grande  opera 
è  assicurato,  se  essa  viene  intrapresa  sopra 
basi  convenienti.  Si  è  cercato  di  calcolare 
la  spesa  di  questo  grande  progetto  senza 
illusioni  come  senza  esagerazione,  e  se  io 
sono  arrivato  ad  una  cifra  molto  più  alta 
di  quella  de'  miei  predecessori ,  è  che  ho 
supposto  il  canale  costruito  sopra  basi  molto 
più  -larghe  in  modo  da  soddisfare  a  tutti  i 
bisogni  di  una  grande  navigazione.  La  ci- 
fra di  200  milioni  venne  sorpassata,  masi 
tratta  qui  di  un  grande  interesse,  che  met- 
tendo anche  da  parte  i  prodotti  diretti  che  si 
possono  ricavare  da  una  tariffa  di  navigazio- 
ne, i  vantaggi  che  le  nazioni  commerciali  del 
globo  otterranno  dall'  esecuzione  di  questa 
grande  impresa  saranno  ancora  fuori  di 
tutte  le  proporzioni  colle  spese.        (Coni.) 


ED   AGRONOMO 


193 


Voi.  IH. 


Otlobr 


Economia  rurale  (Inghilterra.) 
(Vedi  pag.  65  e  149.) 

IH.    Costituzione    delie   proprietà 
e  delia  coltivazione. 


La  superiorità  dell'agricoltura  inglese  si 
attribuisce  generalmente  alla  grande  pro- 
prietà; quest'opinione  è  qualche  volta  vera, 
ma  è  duopo  di  non  spingerla  troppo  ol- 
tre. Prima  di  tutto  la  proprietà  in  In- 
ghilterra non  è  affatto  concentrata,  come 
ordinariamente  si  pensa.  Senza  dubbio  vi 
hanno  in  questo  paese  immense  fortune 
territoriali;  ma  queste  fortune  che  sorpren- 
dono gli  stranieri  non  sono  sole;  a  lato  delle 
colossali  possessioni  della  nobiltà  propria- 
mente detta,  trovansi  i  doininj  più  modesti 
della  ijentry,  la  classe  media.  Nella  seduta 
della  Camera  dei  Comuni  del  19;febbrajo  1850, 
il  signor  d' Israeli  affermò ,  senza  essere 
contraddetto,  che  nel  regno-unito  pote- 
vansi  contare  250  mila  proprietarj  fon- 
diarj.  Ora,  siccome  il  suolo  coltivato  è  in 
tutto  di  20  milioni  di  ettari,  v'è  una  media 
di  80  ettari  per  famiglia,  e  aggiungendovi 
i  terreni  non  coltivati,  di  120.  Lo  stesso 
oratore,  valutando  a  60  milioni  sterlini, 
ovvero  1500  milioni  di  franchi,  la  rendita 
netta  della  proprietà  rurale,  ha  trovato,  in 
ragione  di  250  mila  compartecipanti,  una 
media  di  6000  franchi  di  rendita,  cioè  4800 
franchi  in  valore  ridotto. 

Egli  è  vero  che,  come  tutte  le  medie, 
questa  non  dà  che  un'  idea  molto  incom- 
pleta dei  fatti.  Fra  questi  250  mila  pro- 
prietarj ,  ve  il'  ha  un  certo  numero  ',  2000 
tutt' al  più,  che  hanno  essi  soli  un  terzo 
delle  terre  e  della  rendita  totale,  e  in  questi 
2000  ve  ne  ha  50  che  hanno  fortune  prin- 
cipesche. Alcuni  duchi  inglesi  posseggono 
delle  intere  provincie  e  hanno  dei  milioni 
di  rendita;  gli  altri  membri  del  Parlamento, 
i  baronetti  d'Inghilterra,  di  Scozia  e  d'Ir- 
landa, i  grandi  proprietarj  che  non  appar- 
tengono alla  nobiltà,  vi  succedono  gradual- 

e  1855.  25 


jy/(i  GIORNALE  DE 

mente.  Dividendo  fra  queste  2000  famiglie 
10  milioni  d'ettari  e  500  milioni  di  rendita, 
si  trova  5000  ettari  e  250  mila  franchi  di 
rendila  per  famiglia. 

Ma  quanto  più  è  considerevole  la  classe 
aristocratica,  tanto  più  trovasi  diminuita 
quella  dei  proprietà!']  di  second'  ordine.  I 
primi  perciò  posseggono  due  terzi  del  suolo 
ed  hanno  per  conseguenza  nella  costituzione 
della  proprietà  inglese  una  rappresentanza 
due  volte  più  importante.  La  loro  quota 
media  discende  ad  80  ettari  circa  e  la  loro 
rendita  fondiaria  a  4000  franchi;  applicando 
a  questa  rendita  la  riduzione  di  20  per  100, 
essa  non  è  più  che  di  3200.  Siccome  vi  è 
necessariamente  molta  ineguaglianza  fra 
essi ,  si  deve  conchiudere  che  le  proprietà 
di  1000,  2000,  3000  franchi  di  rendita  non 
sono  tanto  rare  in  Inghilterra,  come  si 
crede,  e  ciò  trovasi  effettivamente  quando 
vi  si  guarda  davvicino. 

Un  altro  pregiudizio  che  poggia  egual- 
mente su  un  fatto  vero,  ma  esagerato,  è 
la  persuasione  generale  che  la  proprietà 
fondiaria  in  Inghilterra  non  cambia  padrone. 
Se  la  proprietà  ivi  è  molto  meno  mobile 
che  altrove ,  essa  è  però  lungi  dall'  essere 
assolutamente  immobile.  Anche  questo  è  un 
fatto  speciale  che  è  stato  generalizzato  oltre 
misura.  Alcune  terre  sono  colpite  dalle  so- 
stituzioni o  da  altri  diritti,  ma  per  la  mag- 
gior parte  sono  libere.  Basta  percorrere  le 
immense  colonne  #  annunzj  sui  giornali, 
o  entrare  un  momento  in  uno  degli  ufiìcj 
per  le  vendite  degli  immobili,  sì  numerosi 
a  Londra  e  in  tutte  le  grandi  città ,  e  si 
resterà  convinti  del  fatto,  che  le  proprietà 
rurali  di  50  a  500  acri ,  cioè  di  20  a  200 
ettari,  non.  sono  rare  in  Inghilterra,  e  che 
se  ne  vendono  giornalmente. 

Nei  giornali,  questi  annunzj  sono  gene- 
ralmente redatti  nel  seguente  modo. 

Uà  -vendersi    una    proprietà   di    tanti 

acri  di  estensione  condotta  da  un  fittajuolo 
solido,  sUbstantial ,  con  un'abitazione  ele- 
gante e  comoda,  una  peschiera,  un  parco, 
giardino  ed  orti,  in  vicinanza  d'una  fer- 
rovia e  d'una  città,  in  un  paese  pittore- 
sco,' ecc.  —  Negli  uflìcj  vi  si  mostra  inoltre 


Ll/liNGEGINERE 

la  planimetria  del  fondo  ed  una  veduta 
molto  ben  fatta  della  casa  e  de'  suoi  din- 
torni. È  sempre  un  bel  fabbricato  quasi 
nuovo,  perfettamente  mantenuto,  con  de- 
corazioni esterne  di  molto  cattivo  gusto, 
ma  con  una  disposizione  interna  semplice, 
e  comoda ,  situato  nel  mezzo  di  un  paese 
più  o  meno  grande,  con  belle  macchie  d' al- 
beri a  destra  e  a  sinistra.  Sulla  verde  su- 
perlicie  delle  isole  britanniche  sono  sparse 
duecentomila  residenze  di  questo  genere. 

Malgrado  il  gusto  vivissimo  degli  Inglesi 
per  la  possidenza  della  terra,  che  li  porta 
tutti  a  divenire  landlord  appena  che  il 
possono,  il  prezzo  delle  proprietà  rurali 
non  è  più  elevato  di  quello  che  sia  in 
Francia  proporzionalmente  alla  rendita.  Si 
acquista  generalmente  in  ragione  di  trenta 
volte  la  rendita,  cioè  sulla  base  di  circa  3 
per  100.  Da  che  un  uomo  che  ha  fatto  un 
po'  di  fortuna  negli  affari,  trovasi  avere 
qualche  migliajo  di  lire  sterline  da  mettere 
in  una  casa  di  campagna,  dieci  dominj  del 
valore  di  100  mila  franchi  a  1  milione  si 
disputano  la  sua  scelta.  In  un  paese  ove 
l'ettaro  di  terra  vale  per  adequato  2500  fran- 
chi, non  abbisognano  più  di  20  ettari  per 
costituire  una  proprietà  di  100  mila  franchi, 
non  ne  abbisognano  più  di  300  per  fare 
1  milione,  comprendendovi  il  valore  dell'a- 
bitazione e  sue  dipendenze. 

Certamente  la  terra  è  in  Francia  molto 
più  divisa:  ognuno  conosce  la  celebre  cifra 
di  undici  milioni  e  mezzo  di  partite  fon- 
diarie che  sembra  indicare  il  numero  dei 
proprietarj;  ma  ognuno  deve  anche  sapere, 
dopo  gli  studj  del  signor  Passy,  a  qual 
punto  questa  cifra  è  illusoria.  Succede 
spesse  volte  che  un  solo  contribuente  paga 
non  soltanto  più  partite ,  ciò  che  basta  di 
già  per  mettere  l' incertezza  al  luogo  di  un 
fatto  apparentemente  tanto  positivo,  ma  le 
proprietà  edilizie  delle  città  figurano  nel 
numero  dei  già  censiti,  ciò  che  riduce  il 
numero  reale  delle  proprietà  rurali  a  5  ò  6 
milioni  al  più. 

Non  è  qui  tutto.  La  quantità  delle  par- 
tite ha  pure  il  suo  valere,  e  in  quel  modo 
che  in  Inghilterra  per   conoscere  lo   slato 


ARCHITETTO 

più  generale  della  proprietà  è  d'uopo  la- 
sciar da  una  parte  i  vasti  possedimenti  di 
alcuni  gran  signori  ,  nella  stessa  guisa  è 
d'uopo  in  Francia  ridurre  al  vero  loro  stato 
questa  moltitudine  di  piccoli  proprietarj  che 
abbassano  tanto  la  media.  Su  il  milioni  e 
mezzo  di  partite.,  cinque  milioni  e  mezzo 
sono  al  disotto  di  5  franchi:  2  milioni  sono 
di  5  a  10  franchi:  3  milioni  di  10  a  50  fran- 
chi; 600  mila  di  50  a  100;  500  mila  sol- 
tanto sono  al  disopra  di  -100  franchi;  e  in 
questo  mezzo  milione  sta  la  proprietà  della 
maggior  parte  del  suolo.  Gli  il  milioni  di 
partite  al  disotto  di  100  franchi  possono 
applicarsi  ad  un  terzo  circa  della  superficie 
totale,  o  18  milioni  dì  ettari;  gli  altri  due 
terzi,  o  32  milioni  d'  ettari  appartengono  a 
quattrocento  mila  proprietarj,  dedotti  gli 
urbani,  ciò  che  dà  una  media  di  80  ettari 
per  proprietà. 

Così  levando  da  una  parte  le  grandis- 
sime proprietà,  e  dall'  altra  le  piccolissime, 
che  occupano  nei  due  paesi  un  terzo  circa 
del  suolo ,  la  media  sarà  in  Francia ,  pei 
due  altri  terzi,  eguale  in  estensione  alla 
inedia  inglese.  Quest'  apparente  eguaglianza 
cela  in  sé  una  sproporzione,  perchè  la  ren- 
dita è,  a  superficie  eguale,  ben  più  elevata 
in  Inghilterra  che  in  Francia;  ma,  tenuto 
conto  di  tutto ,  la  differenza  reale  non  è 
quella  che  si  suppone.  In  Francia  vi  sono 
100  mila  proprietarj  rurali  che  pagano  più 
di  300  franchi  di  contribuzioni  dirette ,  e  i 
possedimenti  dei  quali  sono  per  adequato 
eguali  a  quelli  della  massa  dei  proprietarj 
inglesi;  50  mila  di  essi  pagano  500  franchi 
e  più.  Trovansi  dei  possedimenti  di  500, 
1000,  2000  ettari ,  e  quelli  di  25  a  100,000 
franchi  di  rendita  e  più  non  sono  tutt'  af- 
fatto ignoti.  Si  può  trovare  circa  un  mi- 
gliajo  di  proprietarj  per  dipartimento  che 
rivaleggiano,  per  1"  estensione  dei  loro  do- 
minj,  colla  seconda  classe  dei  landlords  in- 
glesi, quella  che  è  di  molto  la  più  nume- 
rosa. Ciò  che  è  vero,  è  che  in  Francia  ve 
ne  sono  proporzionalmente  meno  che  in 
Inghilterra,  e  che  allato  dei  castelli  dei  si- 
gnori ,  formicola  la  folla  dei  piccoli  pro- 
prietarj ,  mentrechè  la  classe  signorile  in- 


ED   AGRONOMO  195 

glese  ha  dietro  di  sé  gl'immensi  feudi  del- 
l'aristocrazia. Con  queste  misure  soltanto 
è  esatto  il  dire  che  la  proprietà  è  più  con- 
centrata in  Inghilterra  che  in  Francia. 

Questa  concentrazione  è  favoreggiata  dalla 
legge  di  successione,  la  quale,  in  mancanza 
di  testamento,  fa  passare  gli  immobili  del 
padre  di  famiglia  in  testa  al  primogenito  , 
mentre  in  Francia  gli  immobili]  si  divi- 
dono tra  i  figli  in  parti  eguali;  ma  l'appli- 
cazione di  queste  due  legislazioni ,  tanto 
opposte  nel  principio,  non  4à  nella  pratica 
effetti  radicalmente  contrarj.  Il  padre  di  fa- 
miglia può ,  nei  due  paesi ,  cambiare  col- 
l' ultima  sua  volontà  le  disposizioni  della 
legge,  e  qualchevolta  profitta  di  questa  li- 
bertà, qualchevolta  agiscono  cause  più  po- 
tenti e  generali.  In  Francia  ì  matrimonj  si 
fanno  generalmente  in  parte  colla  dote  delle 
fanciulle ,  ciò  che  la  legge  di  successione 
distrugge;  in  Inghilterra ,  se  gU  immobili 
non  sono  divisi,  lo  sono  i  beni  mobili,  ed 
in  un  paese  ove  i  beni  mobili  sono  tanto 
considerevoli,  questa  divisione  non  può 
mancare  di  esercitare  per  mezzo  di  vendite 
e  di  acquisti  la  sua  influenza  sulla  ripar- 
tizione della  proprietà  immobile.  L'aumento 
della  popolazione,  molto  più  rapido  in  In- 
ghilterra che  in  Francia ,  è  pure  un  ele- 
mento di  divisione.  Infatti,  in-  Inghilterra, 
molte  delle  proprietà  vanno  dividendosi,  ed 
ogni  giorno  si  costruiscono  nuove  case  di 
campagna  per  nuovi  signori;  contempora- 
neamente si  ricompongono  in  Francia  molte 
proprietà ,  e  si  è  osservato  nel  movimento 
delle  partite  fondiarie,  che  le  grandi  s'  ac- 
crescono più  presto  che  le  piccole. 

In  quel  modo  che  si  esagera  in  Inghil- 
terra il  eoncentramento  della  proprietà,  così 
si  esagera  l' influenza  che  la  grande  pro- 
prietà vi  esercita  sullo  sviluppo  dell'  agri- 
coltura. Questa  influenza  è  reale  come  l'e- 
sistenza stessa  del  concentramento,  ma  am- 
bedue hanno  i  loro  limiti.  11  dire  grande 
proprietà,  non  è  lo  stesso  che  dire  grande 
coltivazione.  Le  più  grandi  proprietà  pos- 
sono dividersi  in  piccole  possessioni.  Poco 
importa  che  10,000  ettari  siano  posseduti 
da  un  solo,  se  essi  si  dividono,  per  esempio, 


190 


OIOKNALE   DELL'llNGEGlNEKE 


in  200  poderi  di  50  ettari  ciascuno.  Noi 
vedremo  fra  poco,  trattando  della  coltiva- 
zione propriamente  detta,  che  ciò  è  quello 
che  succede  effettivamente  più  spesso;  l'in- 
fluenza della  grande  proprietà  è  allora  quasi 
nulla.  Ammettiamo  frattanto  che,  prendendo 
le  cose  nel  loro  insieme,  la  grande  proprietà 
è  favorevole  alla  grande  coltivazione,  e  che 
sotto  questo  rapporto  essa  ha  un'  azione  di- 
retta su  una  parte  del  suolo  inglese;  ma 
questa  azione  è  poi  tanto  feconda  come  si 
credette  da  alcuni  pubblicisti?  e  dove  essa 
non  lo  è,  v'ha  poi  sì  gran  danno  com'  essi 
affermano?  Ecco  la  questione. 

Abbiamo  veduto  che  nel  regno-unito  vi 
hanno  in  certo  modo  due  categorie  di  pro- 
prietà: le  grandi  e  le  medie.  Le  grandi  non 
estendendosi  che  in  un  terzo  del  suolo,  ed 
una  porzione  di  questo  terzo  essendo  divisa 
in  piccoli  poderi,  ne  consegue  che  l'azione 
della  grande  proprietà  non  si  fa  sentire  che 
su  un  quarto  circa.   Questo  quarto   è  egli 
meglio  coltivato?  Non  lo  crediamo.  Gli  im- 
mensi possedimenti  dell'aristocrazia  britan- 
nica si  trovano  principalmente  nelle  regioni 
meno  fertili.  Il  più  grande  proprietario  fon- 
diario della  Gran  Brettagna,  il  duca  di  Su- 
therland,    possiede   in    un    sol    corpo    più 
di  30,000  ettari  nel  nord  della  Scozia,  ma 
queste  terre  salgono  50  franchi  1'  ettaro  ; 
un  altro  gran  signore,  il  duca  di  Breadal- 
bane,  possiede  in  un'altra  parte  dello  stesso 
paese   quasi   altrettanto   terreno ,  che  non 
vale  di  più.  In  Inghilterra  le  vaste  proprietà 
del  duca   di  Noi  thumberland   sono  situate 
in  gran  parte  nella  contea  di  questo  nome, 
una  delle  più  montuose  e  delle  meno  pro- 
duttive; quelle  del  duca  di  Devonshire,  nella 
contea  di  Derby,  e  così  di  seguito.  É  prin- 
cipalmente in  simili  terreni  che  la   grande 
proprietà  è  a  suo  luogo,  essa  sola  può  ivi 
produrre  de'  buoni  effetti. 

Le  parli  più  ricche  del  suolo  britannico, 
le  contee  di  Lancaster,  di  Leicester,  di  Wor- 
cester, di  Warwich ,  di  Lincoln ,  sono  una 
mescolanza  di  grandi  e  di  mezzane  pro- 
prietà. Nella  più  ricca  di  tutte,  anche  sotto 
il  punto  di  vista  agricolo,  quella  di  Lanca- 
ster, domina  la  mezzana  proprietà,  e  quasi  la 


piccola.  In  conclusione  si  può  ritenere,  spe- 
cialmente se  si  comprende  nel  calcolo  l'Ir- 
landa, che  le  terre  meglio  coltivate  dei  tre 
regni  non  sono  quelle  che  appartengono  ai 
più  grandi  proprietarj.  Vi  sono,  senza  dub- 
bio ,  delle  eccezioni  maravigliose ,  ma  tale 
è  la  regola.  Si  può  anche  trovare,  non  pre- 
cisamente in  Inghilterra,  ma  in  un  possesso 
inglese,  l'isola  di  Jersey  e  sue  dipendenze, 
un  paese  ove  fiorisce  esclusivamente  la  pic- 
cola  proprietà.   Le  leggi  normanne   sulla 
successione,  che  prescrivono  la  divisione 
eguale  delle  terre  tra  i  figli,  sono  tuttora 
in  vigore.  «  L'  effetto  inevitabile  di  questa 
legge  »  dice  David  Low   «  agendo  da  più 
di  novecento  anni  negli  angusti   confini  di 
queste  piccole  isole,  fu  di  ridurre  tutto  il 
suolo  del  paese  in  piccole  possessioni.  Si 
potrebbe  trovare  a  stento   in   tutta  l' isola 
una  sola  proprietà  di  40  acri  (16  ettari); 
molte  variano  da  5  a  15,  e  la  maggior  parte 
è  minore  di  15  acri  (6  ettari)  »  L'agricol- 
tura ne  è  più  povera?  No  sicuramente.  La 
terra  così  divisa  è  coltivata  come  un  giar- 
dino, essa  è  affittata  per  adequato  da  4  a 
5  lire   sterline  per  acro  (250  a  300  fr.  per 
ettaro)  e  ne'  dintorni  di  Saint-Helier,  fino 
a  8  e  12  lire  (500  a  750  franchi  per  ettaro). 
Malgrado  questi  enormi  fitti,  i  coltivatori 
vivono    in  una  onesta  abbondanza    sopra 
estensioni  che  altrove  sarebbero  insufficienti 
per  la  sussistenza  del  più  povero  lavoratore. 
Aggiungasi  che  il  suolo  di  Jersey  è  grani- 
tico e  magro  e  che  fa  d' uopo  di  molte  in- 
dustrie per  renderlo  produttivo.  L'  aspetto 
dell'  isola  ha  qualche  cosa  di  grazioso ,  la 
si  direbbe  una  foresta   d'alberi  da  frutto, 
tramezzata  di  prati  e  di  piccoli  campi  col- 
tivati ,   con    una    moltitudine    di    eleganti 
abitazioni  tappezzate  di  viti  e  di   mirti,  e 
intrecciata  di  sentieri  che  serpeggiano  sotto 
le  ombre.  David  Low  osserva  nello  stesso 
tempo,  che  lo  sminuzzamento  del  suolo,  che 
sembrerebbe  dover  essere  infinito  dopo  tante 
generazioni,  in  un'  isola  tanto  piccola  e  po- 
polosa, si  è  limitato  da  sé  stesso,  in  causa 
delle  disposizioni  prese   nelle  famiglie  per 
arrestarlo  quando  diventa  oneroso.  Questo 
esempio  deve  sempre  più  rassicurare  coloro 


ARCHITETTO 

che  temono  di  veder  cadere   in   polvere   il 
suolo  francese. 

In  Francia  vi  hanno  mire  due  categorie 
di  proprietà,  la  mezzana  e  la  piccola.  I  paesi 
dove  la  coltivazione  è  più   avanzala,  sono 
generalmente  quelli  ove  dominano  le  pic- 
cole. Tali  sono  i  dipartimenti   del  Nord   e 
del  Basso  Reno,  e  quasi  tutti  i  cantoni  ricchi 
degli  altri'dipartimenti.  Il  progresso  si  ma- 
nifesta ordinariamente  in  Francia  in  causa 
delle  divisioni  delle  proprietà.  Ciò  è  voluto 
dall'indole  della  nazione.  Lo  stesso  fatto  si 
riproduce  in  altri  paesi,  nel  Belgio,  nella 
Germania  Renana ,  nell'Alta  Italia ,  e  fino 
in  Norvegia.  Dappertutto,  fuorché  in  Inghil- 
terra, cioè  in  Ispagna,  in  Germania,  in  Un- 
gheria, le  grandi  proprietà  hanno  fatto  più 
male  che  bene  all'agricoltura.  Il  signore 
feudale  vive  generalmente  lontano  da'  suoi 
dominj;  egli  non  li  conosce  che  per  le  ren- 
dite che  ne  cava  e  che  prima  di   giungere 
a  lui,  passano  per  le  mani  di  una  moltitu- 
dine di  segretarj  e  di  agenti  più  occupati 
dei  loro  propri  affari  che  di  quelli  del  pa- 
drone. La  terra,  spogliata  senza   posa  da 
mani  avide,  non  ricevendo  mai  le  cure  che 
potrebbero  fecondarla,  abbandonata  a  livel- 
larj  tanto  poveri  quanto  ignoranti,  languisce 
senza  coltivazione,  o  non  dà  che  quei   mi- 
seri prodotti   che  essa  non  può  a  meno  di 
dare.  In  Inghilterra  non   è  del  tutto  così; 
molti  gran  signori  hanno  in  onore  di  am- 
ministrare  essi  medesimi  i  loro  dominj  e 
di  dedicare  al  miglioramento   del  suolo  la 
maggior  parte  di  quello  che  ne  estraggono  ; 
ma  il  vizio  essenziale  delle  grandi  proprietà 
non  è  assolutamente  distrutto,  e  per  quelli 
che  adempiono  mirabilmente  al  loro  dovere 
di  landlord,  quanti  ve  ne  sono  che  trascu- 
rano il  loro  patrimonio  ! 

E  dunque  giusto,  come  si  fa,  di  vantare 
esclusivamente  la  grande  proprietà,  di  vo- 
lerla trasportare  dovunque,  e  di  proscrivere 
la  piccola?  No  certamente.  Considerando 
la  questione  sotto  il  punto  di  vista  agricola, 
il  solo  di  cui  ora  dobbiamo  occuparci,  i 
risultati  generali  militano  in  favore  più  delle 
piccole  proprietà  che  delle  grandi.  D'al- 
tronde non  è  facile  cosa  il  cambiare  artifi- 


ED   AGRONOMO  497 

cialmente  la  condizione  delle  proprietà  di 
un  paese..  Questa  condizione  è  costituita  di 
un  insieme  di  cause  antiche,  essenziali,  che 
non  si  possono  distruggere  quando  e  come 
si  vuole.  Attribuire  alle  grandi  proprietà  in 
Inghilterra  una  rappresentanza  esclusiva, 
farne  il  principale  e  quasi  il  solo  movente 
del  progresso  agricolo ,  pretendere  di  im- 
porlo a  nazioni  che  lo  rifiutano,  è  come 
esporsi  a  darsi  torto,  quando  si  può  aver 
ragione  e  mettere  per  principio,  che  lo 
sviluppo  della  coltivazione  non  può  aver 
luogo  che  a  condizione  di  una  rivoluzione 
sociale  impossibile,  ciò  che  per  fortuna  è 
falso. 

Non  è  men  vero  che  lo  stato  della  pro- 
prietà in  Inghilterra  è  più  favorevole  in 
generale  all'agricoltura,  di  quello  che  sia 
la  proprietà  francese;  qui  si  è  voluto  com- 
battere soltanto  1'  esagerazione. 

La  questione  è  stata  male  esposta  in  con- 
seguenza di  una  confusione.  Ciò  che  im- 
porta alla  coltivazione,  non  è  che  la  pro- 
prietà sia  grande,  ma  che  sia  ricca,  ciò  che 
non  è  sempre  la  stessa  cosa.  La  ricchezza 
è  relativa:  si  può  esser  povero  con  una 
grande  proprietà,  e  ricco  con  una  piccola. 
Nelle  mani  di  mille  proprietarj  che  non 
hanno  ciascuno  che  10  ettari,  e  che  vi 
spendono  1000  franchi  per  ettaro,  la  terra 
sarà  due  volte  più  produttiva  che  nelle 
mani  di  un  uomo  che  possiede  10,000  et- 
tari e  che  non  vi  spende  che  500  franchi. 
Ora  è  la  grande  proprietà  che  è  più  ricca, 
ora  la  piccola,  ora  la  mezzana;  tutto  di- 
pende dalle  circostanze.  La  migliore  orga- 
nizzazione delle  proprietà  rurali,  è  quella 
che  attrae  verso  il  suolo  maggiori  capitali, 
sia  perchè  i  detentori  sono  più  ricchi  rela- 
tivamente all'  estensione  di  terreno  che  essi 
posseggono,  sia  perchè  essi  sono  natural- 
mente trascinati  a  spendere  una  maggior 
parte  delle  loro  rendite.  Ora  non  v'ha 
dubbio  che  nello  stato  attuale  di  cose,  i 
proprietarj  francesi  sono  meno  ricchi  in 
generale  che  i  proprietarj  inglesi,  e  per 
conseguenza  meno  disposti  a  fare  dei  mi- 
glioramenti al  suolo.  I  più  piccoli  in  Francia 
sono  quelli  che  trattano  meglio  la  terra,  e 


■198  GIORNALE  DEI, 

questa  è  una  delle  ragioni  per  cui  ha  tanto 
favore  la  piccola  proprietà.  In  Inghilterra 
al  contrario,  se  non  è  precisamente  la  grande 
proprietà,  è  per  lo  meno  la  metà  migliore 
della  proprietà  mezzana,  che  può  essere  e 
che  è  in  effetto  più  generosa  \erso  il  suolo. 
Le  terre  meglio  coltivate  e  più  produttive 
sono  quelle  i  cui  possessori  godono  una 
rendita  media  di  mille  lire  sterline.  Qui  si 
incontrano  ordinariamente ,  ed  il  capitale 
che  manca  troppo  spesso  ai  proprielarj  in- 
feriori, e  la  tendenza  ai  miglioramenti  agri- 
coli, e  la  cognizione  degli  interessi  rurali , 
che  mancano  talvolta  ai  proprietà rj  troppo 
grandi  in  causa  del  poco  contatto  che  questi 
hanno  coi  campi. 

Quando  questo  amore  degli  interessi  ru- 
rali si  incontra  presso  qualche  proprietario, 
siamo  alla  perfezione.  Tutta  l'Inghilterra  si 
ricorda  con  riconoscenza  degli  immensi  ser- 
vigi che  hanno  reso  all' agricoltura  nazio- 
nale il  duca  di  Bedford,  il  duca  di  Portland, 
lord  Leicester,  lord  Spencer,  lord  Yarbo- 
rough  e  molti  altri.  Quando  alla  volontà  di 
far  del  bene  si  unisce  la  potenza  che  danno 
un  grado  elevato  nella  società  ed  una  for- 
tuna colossale,  succedono  delle  vere  mera- 
viglie. La  famiglia  di  Bedford,  fra  le  altre. 
ha  dotato  il  suo  paese  di  magnifiche  intra- 
prese agricole;  per  essa  intiere  contee  sono 
state  conquistate  sulle  aque  del  mare,  ed 
altre,  che  non  erano  se  non  se  vaste  lande, 
divennero  ricche  e  produttive.  L'  erede  di 
questa  nobile  casa  gode  di  una  rendita 
di  400, 000  lire  sterline ,  ossia  due  milioni 
e  mezzo,  ed  egli  è  degno  per  l'uso  che  ne 
fa  di  succedere  al  grande  agronomo  suo 
avo,  la  statua  del  quale  appoggiata  ad  un 
vomere  di  aratro ,  è  di  ornamento  ad  una 
delle  piazze  di  Londra. 

Questo  elemento  manca  in  Francia,  e  le 
cause  che  ivi  distrussero  la  grande  pro- 
prietà sono  più  dispiacevoli  che  la  distru- 
zione stessa.  I  vantaggi  della  grande  pro- 
prietà possono  essere  in  parte  rimpiazzati 
col  concorso  dello  Stato ,  con  una  buona 
amministrazione  delle  -imposte  locali,  collo 
spirito  di  associazione;  questo  è  ciò  clic 
già  succede   in   molti,  punti.  Anche  in  In- 


L,' INGEGNERE 

ghillerra,  dove  l'aristocrazia  ha  fatto  tanto 
per  la  gloria  e  la  prosperità  nazionali  sotto 
tulli  i  rapporti ,  non  è  essa  che  ha  fatto 
il  più ,  e  per  quanto  siano  grandi  i  suoi 
servigi ,  non  si  devono  però  dimenticare 
quelli  più  numerosi  e  più  efficaci  che  rende 
continuamente  l'onorevole  corpo  della  gen- 
Irij,  la  classe  media. 

In  Francia,  dove  le  abitudini  df  economia 
sono  più  generali  che  in  Inghilterra,  non  è 
necessaria  una  media  di  25, 000  fr.  di  ren- 
dita. Affinchè  la  proprietà  della  borghesia 
sia  in  Francia  in  buone  condizioni ,  basta 
che  il  possidente  goda  di  una  rendita  di  5 
a  6, 000  fr.  almeno.  Con  questa  rendita  una 
famiglia  di  proprielarj  rurali  può  vivere 
convenientemente,  e  fare  ogni  anno  qualche 
avanzo  per  le  spese  produttive.  Al  disotto, 
cominciano  gl'imbarazzi,  a  meno  che  non  si 
accresca  1'  economia  in  proporzione.  In 
quanto  alla  piccola  proprietà  ,  siccome  il 
possidente  è  nello  stesso  tempo  coltivatore, 
essa  prospera  in  condizioni  anche  più  basse. 
Una  famiglia  di  paesani  d' ordinario  può 
viver  benissimo  con  una  rendita  di  4,200  fr., 
e  purché  abbia  un'  eccedenza  di  un  centi- 
naio di  franchi,  la  terra  non  soffre  fra  le 
sue  mani;  al  contrario  essa  è  più  die  al- 
trove l'oggetto  delle  cure  più  assidue,  e 
rende  con  maggior  usura  gli  affettuosi  ab- 
bracciamenti che  essa  riceve. 

D'  altronde  non  è  necessario,  e  questa  è 
una  delle  -cause  principali  dell'errore  in 
cui  cadono  i