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Full text of "Tres ensayos sobre la mujer chilena : siglos XVIII-XIX-XX"

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HARVARD LAW LIBRARY 



FROM THE LIBRARY 



LUIGI LUCCHINI 



Received December 20, 1930 



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Att. MIOOLA FBAXABIMO DBI llALATISIA 



*STÜD10 

SULLA 




NEL DELITTO 




NAPOLI 
Stabilimento Tipográfico dell' Iride 

Vico S. Giorgio a Porcella, 23 
1887 



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n^C. ?0. 1930 



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índice 



Dedica pag. V 

I. Natura della questione e stato della 

dottrina e della giurisprudenza » 1 

n. Natura genérica delle circosfcanze 

e loro divisione in quanto all' ef- 

fetto > 13 

in. Natura specifica delle circostan- 

ze e loro classificazione. 

§ i.« )^ 19 

§ 2.° » 39 

IV. Comunicazione delle circostanze » 45 

V. Scienza delle circostanze ...» 79 



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.j.>||||||TT>.||||<>, 



É questo un arduo problema, un pro- 
blema non ancora elaborato abba- 
stanza dalla acienza. 
CÁiLRARÁ,Programma, § i2S9, nota. 

Ut desint vires, lamen est laudanda 
voluntas. 

Ovidio 



I. 



Natura della questione e stato della dottrina 
e della giurisprudenza 

L'uomo, ente oomplesso, potenza física e mo- 
rale ad un tempo , per quel bisogno di svolgi- 
mento oh'é Ínsito in ogni potenzialitá, spiega la 
sua azione sul mondo esteriore. Non essendo 
egli una forza meramente física, non lia svolgi- 
mento fatale; in lui, nelle condizioni normali, 
V azione é illominata dal pensiero , ed é prede- 
terminata da]la volontá, avendo al di sopra di 
sé una legge oh'e legge suprema dell'ordine. 

Fbamarino — Delle circostanze nel delitto, 1 



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— 2 — 

Questa legge lia un doppio rapporfco con Tuo- 
mó, la cui natura é doppia: e legge morale, in 
quanto V animo umano vi si deve conformare ; 
é legge giuridica, in quanto vi si deve confor- 
mare Tazione umana, per il rispetto delle altrui 
liberta, non essendo altro il diritto che la somma 
delle condizioni, per cui la liberta di ciascuno 
puó coesistere con quella di tutti. L'azione uma- 
na, dunque, o si conforma alia legge suprema 
dell'ordine, o la nega. 

E se, al cospetto della pura Morale, puó con- 
cepirsi una serie di atti indifferenti, al cospetto 
del Diritto atti indifferenti non vi possono es- 
sere. La Morale, in vero, guarda gli atti umani 
in quanto alie loro tendenze; quindi: atti vir- 
tuosi, quelli ispixati dalla tendenza al bene; vi- 
ziosi, quelli ispirati dalla tendenza al male; in- 
differenti, gli atti che non tendono né al bene, 
né al male. 

Ma il Diritto considera gU atti in quanto alia 
facolta di emetterU. Perció, finché la liberta 
umana non s' incontra col divieto giuridico, ha 
potestá iUimitata di svolgersi ; quando vi s' in- 
contra, deve fermarsi, se non vuol negare il 
diritto. Quindi atti indifferenti, in fiíocia al di- 



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— 3 — 

ritto , non vi sonó : V atto umano é secondo il 
diritto, o contro il diritto. 

E quando l'atto violatore del diritto, ha, diró 
cosí, Tina jípercussione sociale, quando la viola- 
zione del diritto e accompagnata da un sensibile 
periiurbamento nella sooietá, sorge allora la no- 
zione del delitto propriamente detto : afferma- 
zione del libero arbitrio , per gli uni ; oonse- 
guenza fatale d' imperfezioni organiclie, per gli 
altri; veccbia piaga della societá, per tutti. 

n delitto, fenómeno storico che ha accompa- 
gnato le generazioni, e le cui origini si confon- 
dono a quelle dell'uomo, ha spiegato la sua in- 
fluenza maléfica nel mondo, come principio dis- 
solvente della societa umana. 

A quella forza di attrazione sociale ch'e nella 
natura dell' uomo , poiche i suoi bisogni fisici , 
intellettivi e morali lo portano all' amorosa con- 
vivenza, si e contrapposto, come forza ripulsiva, 
il delitto, ponendo fra uomo ed uomo, in vece 
del fiducioso abbandono , ü sóspetto e la lotta. 

Di qui, il bisogno di colpire i] delitto, annien- 
tandone o indebol endone le conseguenze anti- 
social!, e rinforzando quei vincoli della umana 
convivenza ch'esso tenta spezzare. Di qui, il bi* 
sogno della organizzazione civile della societa. 



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— 4 — 
perche questa abbia, non uno sterile desiderio, 
ma la potenza efficaoe di promulgare divieti ed 
iníliggere pene ; onde ben dimosfcrava Carrara 
che la societá civile ha la sua ragion di essere 
nel diritto punitivo, e non viceversa. 

Ma perche possa riaffermarsi íl regno deUa 
pace, rimettendo in trono il diritto, la pena de- 
v' essere un atto di giustizia; de ve colpire ü de- 
ütto nella misura della sua imputabüitá. E ció 
e vero non solo relativamente al singólo delin- 
quente , ma relativamente ancora ai moltepHci 
agenti che abbiano contribuito alia vita del reato: 
costero non possono legittimamente esser colpiti 
da pena, se non nella misura della imputabüitá 
rispettiva. Ed e alia scienza che corre l'obbHgo 
di fissare i criterí direttivi deUa misura della im- 
putabilitá, cosí per rapporto al singólo delin- 
quente , come per rapporto ai delinquenti mol- 
teplici. 

Ora, nella sfera di questa seconda ricerca, re- 
lativa alia imputabüitá dei piü partecipi , trat- 
tandosi di subbiettivitá distinte , e di azioni , 
spesso , materialmente diverse fra i vari delin- 
quenti, di viene interessante bipartire ü proble- 
ma, relativamente aUa doppia natura che pre- 
senta ü reato. 



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— 6 — 

II reato, in fatti, La una natura specífica^ che 
lie costituisoe l'essenza, e che si determina in 
quel complesso di oondizioni imprescindibili per 
cui il reato é quello che é. Ed ecoo il primo 
problema : determinare la responsabilita dei par- 
teoipi , relativamente all' essenza del delitto. 

li reato ha puré una natura individúale^ che 
consiste nelle sue contingenze, in queUe circo- 
stanze che possono accompagnare o non accom- 
pagnare il reato, senza che, percio, questo cambi 
di essenza. Ed ecco il secondo problema : de- 
terminare la responsabilita dei partecipi per rap- 
porto aUe circostanze del delitto. 

E questo secondo problema che noi ci propo- 
niamo: indagare i criteri direttivi della imputa- 
bilitá deUe circostanze del delitto. 

Ma prendendo a studiare le circostanze del 
delitto e la loro imputabilitá , non intendiamo 
parlare di esse dal punto di vista del rispettivo 
valore intrínseco, in quanto all' effetto che pro- 
ducono; non intendiamo fare un'analisi ed uno 
svolgimento di ciascuna di esse , per vedere se 
debbano aumentare o diminuiré V imputazione , 
ed in quale misura. Questo ci menerebbe lonta- 
no, e con nessun profitto: ha la scienza, al ri- 
guardo, tesori di osservazioni. 



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— 6 — 

La nostra rioeroa si Umita a ció: dato un con- 
corso di delinquenti , data una ciroostanza nel 
delitto, indagare a quale dei partecipi debba que- 
sta riferirsi. 

Ed in siffafcta ricerca se ne chinde un* altra 
minore, ch'e il terreno delle centro versie e dei 
dubbi : data una circostanza personale , dovrá 
essa valere a carico o a discarico non solo dalla 
persona in cui risiede, ma anche di quelle altre 
persone che han partecipato al reato? 

A questo riguardo , non c' é da trovar con- 
íorto nella dottrina e neUa giurisprudenza. In 
genérale, non Vé che criteri particolari per ri- 
solvere il problema , relativamente a questa o a 
quella circostanza personale ; spesso, criteri op- 
posti nel risolvere la questione relativamente a 
due circostanze deUa stessa natura; spesso an- 
cora, si e confíisa la questione della lettera dei 
vari codici con la questione teórica : una confu- 
sione ed una fluttuazione continua, da per tutto. 
Se, in particolare, volgiamo uno sguardo alia 
dottrina e alia giurisprudenza in Francia, la con- 
fusione non é minore. Per la tendenza tradizio- 
nale del diritto pénale fiuncese, le opinioni piü 
severo vi abbondano, benché non siano arrivate 
a formare una dottrina costante. In mezzo alie 



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— 7 — 
varié fluttuazioni, é venuta solamente a galla 
una distinzione, come criterio prevalente: la di- 
stinzione fra autore e cómplice. 

La circostanza personale dell' autore, si e detto, 
si comunica al compKce; quella del cómplice non 
si comunica all' autore. Ma la Cassazione di Fran- 
cia, mentre lia affermato con insistenza questo 
criterio in tema di parricidio, V ha affermato e 
negato, alternativamente, in altri casi. Cosi, in 
materia di Mso , ora ha tróvate comunicabüe , 
or no , r aggravante di ufficiale pubblico , deri- 
vante dall' autore (i). E questa costanza in tema 
di parricidio, e le oscillazioni in altri casi si spie- 
gano con un altro criterio, cui ha dato anche 
importanza la dottrina francese. Si é detto : la 
circostanza personale dell' autore si comunica al 
cómplice, solo quando per essa ha cambiato nome 
il reato. E cosí, la questione e andata a impan- 
tanarsi nella materiaüta casuale e lingüistica di 
un nome diverso od idéntico. 

Non e poi máncate in Francia chi, in piena 
tranquiUitá di coscienza giuridica, ha affermato 
doversi sempre aggravare la pena del compKce, 

(1) Vedi, a proposito di falso, la ginrisprudenza riportata 
da Carrara, nolla nota al § 3743, Programma. 



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— 8 — 
anche quando egli ignorasse la circostanza ag- 
gravatrioe residente nell'autore (i): teórica dra- 
coniana, che riduce il dritto penal© ad una spe- 
oie di macina da molino, destinata a stritolare, 
ciecamente e &talmente, tutto quello che passa 
sotto ü suo giro ! 

Se guardiamo aDa dottrina ed alia giurispru- 
denza in Italia, la concordia neanche regna so- 
vrana. In tutto queUo che si riferisce al dolo , 
la dottrina e la giurisprudenza nostra sonó co- 
stanti nello affermare V incomunicabilitá: non Ve 
nessuno che affermi fra noi, che la premedita- 
zione é una circostanza materiale^ e pero deve 
comunicarsi daU'autore al cómplice; non si avreb- 
be r audacia di porre innanzi una simüe opínio- 
ne soggiungendo, come ha fatto Maisonneuve, 
che nessuno ne dubita! (2) 

Ma in quanto alie altre circostanze personali, 
vi sonó fluttuazioni ed incertezze anche da noi. 
Carmignani ha adottato come formóla il princi- 
pio deUa individuith del titolo; formóla che e, 



(1) Rauter : Traite de droit crimine!^ n." 119 — Trébatien : 
droit criminel, n. 713. 

(2) Exposé de droit penal p. 105 — Carrara, nota al § 1134. 



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— 9 — 
in sostanza, Tacoettazione pura e sempUoe della 
distinzione francese fra autore e cómplice : la 
circostanza personale dell' autore determina il 
titulo, ed il titolo, a sua volta, determina le re- 
sponsabilita dei partecipi. Con questa formóla si 
va direttamente a dar anche di capo nella ma- 
teidalita casuale e lingüistica del nome diverso 
od idéntico che piglia il reato. 

Ma Ja teórica francese, non estante rautorita 
di Carmignani, non ha inoontrato favore in Ita- 
lia. E ín mezzo alie varié fluttuazioni, e pre- 
valso da noi un principio diverso : le circostanze 
personali, cioé, non si comunicano. E ció é in 
armenia con Tart. 105 del Cod. Sardo. 

Ma la dottrina, propugnando il principio in- 
nanzi detto, ha fatto distinzione ira circostanze 
che han servito di mezzo, e circostanze che non 
han servito di mezzo al reato : queste non si 
comunicano, a norma del principio su esposto; 
le altre, in vece, debbono comunicarsi. 

E questa distinzione ha avuto fortuna, ed é 
stata per sino accolta nei progetti di códice pé- 
nale il^ano. Troviamo, in fatti, in uno dei pro- 
getti, che se la circostanza ha servito a facilitare 
la esecuzione del reato, non deve mai applicarsi 
il minimo della pena agü autori o complici che 



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— 10 — 
scientemente ne profittarono (i): e fin qui, non 
si afferma propriamente la comunicazione della 
circostanza personale che serví di mezzo; ma si 
adotta una via intermedia fra comunicazione e 
non comunicazione , vietando il minimo della 
pena. Esplicitamente , invece, é sfcata affermata 
la comunicazione dal progetto Vigliani, approvato 
dal Senato nel 1875. Di fattl, Tarfc. 78 di questo 
progetto, dopo aver stabUito il principio della 
non comunicabüitá, soggiunge : ■« eccettoche si 
tratti di circostanza o qualita aggravante , che 
abbia servito a facilitare la consumazione del 
reato, nel qual caso Taggravante di pena si ap- 
plica a tutti gli autori e complici che ne ave- 
vano conoscenza ». 

Si spiega fácilmente come la dottrina, non 
solo ha esercitato il suo influsso nei progettí. di 
códice, ma ancora ha, diró cosi, forzata la mano 
alia giurisprudenza , traendola spesso ad affer- 
mare la comunicazione della circostanza perso- 
nale che ha servito di mezzo , nonostante la 
disposizione contraria deU' art. 105 del códice 
vigente. 



(1) Progetto Mancini, art. 75; e progetto approvato dalla 
camera dei deputatl, art. 78. 



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~ii — 

Aá aumentare la confusione , ha oontribuito 
la moltíplicita dei codici nelle vane province del 
Regno. Cosí, per le oircostanze materiali, si é 
d'accordo nel ritenerle comunicabüi. Ma e ne- 
cessaria la scienza, per parte di colui a cui ca- 
rico le si vuol fer valere ? L' art. iOB del cod. 
Sardo non dice nuUa; Tarticolo modificato per 
lo province napoletane richiede esplicitamente 
tale scienza. Quindi, contrarietá di pronunciati 
fra le varíe corti del Eegno. E non bisogna ta- 
cere che la stessa corte suprema di Napoli, non 
ostante la chiara disposizione dell'articolo modifi- 
cato, per una specie di fataütá che porta alia con- 
fusione in questa materia, non ha avuta una giu- 
risprudenza costante, ed ha messo innanzi, an- 
che a questo proposito, una distinzione : per al- 
cune circostanze materiaU sarebbe necessaría la 
scienza ; per altre, no (i). 

(1) Ecco ció che dice il supremo collegio napoletano : 
« Per circostanze materiali aggravanti la pena d'un reato, 
che nuocciono soltanto agli autori ed ai complici che ne 
hanno avuto la scienza al momento dell'azione e della coo- 
perazione, s' intendono quei fatti che costituiscono da per 
sé un reato indipendentemente da q^uello a cui si aggiun- 
gono, aggravandone materialmente 1' intensitá , come sa- 
rebbero le ferite, l'omicidio , nel reato di grassazione. In 
vece, nuocciono ai complici , benché inscienti , quelle cir- 



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— 12 — 

Da quesfco rápido cenno sullo stato della dot- 
trina e della giurispradenza, si vede chiaro che 
per rapporfco alia questione che ci proponiamo, 
non Vé criterii sicuri nella scienza, non v'e nor- 
me fisse nella ginrisprudenza. 

Bisogna quindi rifarsi da capo, per cercare un 
filo lógico da seguiré nella controversia. E quello 
che tentiamo di fare. 



costanze o qualitá cho da se stesso non costituiscono un 
reato separato , e distinto da quello a cui si mira , ma si 
compenetrano col fatto principale , aggravandolo moral- 
mente, come sarebbero le circostanze che rendono ii furto 
qualificato. — Sentenza 2 Marzo 18G1, Giuliano e Tavano. 



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jiiiiiliiiiiiiiiWiliiitliiiiiiriiiiiiiiiiiiiilliiiliil.iiüáiitlhiti 



II. 



Natura genérica delle círcostanze e loro divisione 
hi quanto alfeifetto 



Lo studio nosfcro ha par materia V accessorio 
del deKtto, quell'accessorio che si aggiunge al 
principale senza matarlo, e che percio pigKa il 
nome di oircostanza, da circum stare: stare at- 
tomo , aggiungersi a quello che e essenzialitá 
del reato. 

Quando si parla di circostanza, non puo par- 
larsi mai , a rigore di termini , di elementi es- 
senziali. Gli elementi essenziali sonó intrinseci 
alia natura del reato; ed il senso gíuridíco ed 
etimológico della parola circostanza si riferisce, 



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— 14 — 
in vece, necessariamente ad un che di estraneo 
ed estrinseco alia essenziaUtá criminosa. 

Ma se la circostanza, aggiungendosi come ac- 
cessorio a queUo che costituisce il principale del 
deütto, non ne muta Tessenza, ha, in ogni mo- 
do, un' efficacia modificatrice sul delitto stesso; 
se cío non fosse, non varrebbe la pena di oc- 
cuparsene. 

Sappiamo che il delitto si compone di due ele- 
menti: elemento morale ed elemento materiale; 
o per diría con Tesatto linguaggio della scuola 
toscana, sappiamo che il delitto é il risultato di 
due forze : forza morale e forza física. Ora, que- 
ste forze del deütto vanno soggette alia legge 
naturale di tutte le forze : sonó modificabiH in 
piú o in menc, a seconda della diversa influenza 
delle cause accessorie che agiscono su di esse. 
Le circostanze , cause accessorie e concorrenti 
nel reato, possono aumentare o diminuiré l'ener- 
gia deUe forze del reato stesso. 

L'eíficacia delle circostanze, dunque, consiste 
nel portare ún pih o un meno nella obbiettiva 
quantitá, o nel portare un meno nella subbettiva 
imputazione del reato. 

Ho deito che la circostanza puó portare un 
piu o un meno nella quantitá. In ció , non puó 



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— 15 — 
nascer Tombra d' un dubbio , apparendo eliiaro 
come luce meridiana , per chi ha un concetto 
giusto di quello ch' é quantita nel delitto , che 
dalla modificata estrinsecazione del reato , puo 
nasoere una ragione di aumento , come di di- 
minuzione. 

Ho detto ancora che la circostanza puó por- 
tare un meno neUa imputazione ; e qui, non é 
inutile aggiungere che dalla esclusiva considera- 
zione deUa subbiettivitá morale del reato non puó 
nascere mai una ragione di aumento. Non biso- 
gna mai dimenticare, che per aversi violazione 
della legge giuridica, e necessario ü doppio ele- 
mento, morale e fisico, senza di che non Ve pos- 
sibüita di turbare Tordine estemo, e quindi non 
V e delitto. E ció e vero non solo in un senso 
assoluto, ma anche in un senso relativo, per rap- 
porto al piü di criminositá che vuol trovarsi nel- 
l'azione, criminosa giá per se stessa. 

La maggiore malvagitá di proposito non puó 
aumentare la gravita deUa violazione del diritto, 
se non in quanto si estrinseca in qualche cosa di 
obbiettivo, producendo, non foss' altro, un au- 
mento di danno riflesso ; generando, cioe, un mag- 
giore spavento nei cittadini, 

H pensiero, per quanto si voglia malvagío, sin 



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— le- 
che resta nei penetral! della coscienza, sará rm 
vizio al cospetto della legge moralé, sará un pec- 
cato al cospetto della legge religiosa, ma non 
potra mai essere un delitto , o un aumento di 
delitto. 

Quando si tratta, dunque, di circostanza risul- 
tante dalla considerazione esclusivamente sub- 
biettiva dello agente, non puó aversi che una 
causa di diminuzione , e giammai, di aumento,- 
nella imputazione, 

Ho detto : nella imputazione. So bene che v^é 
una condizione puramente subbiettiva, che porta 
un aumento di pena; ma quella condizione non 
ha nulla a vedere con la imputazione: parlo della 
recidiva. La recidiva, per chi ne ha un concetto 
esatto, salvándola cosi dagli attacchi formidabili 
e logici degli awersari, non e che únicamente 
un' aggr avante della pena. 

In quest' ordine d'idee, ecco, in conclusione, 
che cosa intendiamo per circostanze del delitto: 
quelle contigenze che portano un piú o un meno 
nella quantita criminosa, o portano un meno 
nella imputazione , senza mutare Tessenza del 
reato. 

Dal punto di vista, dunque , delF eíTetto che 
, producono, le circostanze propríamente dette si 



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— 17 — 

dividono in due categorie : aggravanti e mino- 
rcmti. 

Ma qui e bene osservare che nel corso di que- 
sto rápido studio sulla communicazione delle cir- 
costanze ai partecipi, ci occuperemo ancora di 
alcune condizioni personaK, che sonó cause affer- 
mative o negativo della essenza criminosa: oir- 
costanze incriminatrici o scriminatrici, secondo 
il linguaggio della scuola. 

Ora, per quello che abbiamo accennato, siffatte 
condizioni personaH non appartengono, per ra- 
gione della loro intima natura, alie ciroostanze 
propriamente dette, apparfcenendo, in vece, alJa 
essenzialitá del fatto, che per esse diventa cri- 
minoso o legittimo. Cosí, la qualitá di soldato 
non e un aocessorio nella criminositá della diser- 
zione; cosi, Tessere vedovo non e un accessorio 
nella legittimitá del secondo matrimonio : si 
tratta di condizioni essenziab* , e non di ciroo- 
stanze. 

Nondimeno, saremo tratti a parlare di simili 
condizioni personali per diverse ragioni: innanzi 
tutto, perche lo studio di esse ci aiuterá a me- 
glio apprezzare le circostanze propriamente dette, 
dando loro il giusto valore; poi, perché, quan- 
tunque per la loro intima natura non sieno cir- 

Fkamakino — Delle circcstanze nel delitto 2 



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— 18 — 
costanze, puré ne hanno tutta Tappaxeiiza, tro- 
vandosi nella persona e fuori del fatto estrinseco 
del delitto, per cui rispondono alia etimologia 
materiale della parola: circum stant; iufine, per- 
ché sonó passate fínora nella scienza col batte- 
simo di circostanze personali, e non vale la pena 
di sbattezzarle, quando ci siamo intesi sal senso 
che diamo alie parole. 



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wimff^w^ffWímfm^^m 



m. 

Natura specifloa delle circostanze e loro classiflcazíone 

§ i.^ 

Abbiamo visto che le circostanze in senso pro- 
pilo, non possono essere che aggravanti o mino- 
ranti; e che vi hanno, poi, delle circostanze in 
senso improprio, che sonó incriminante Ció, dal 
punto di vista AeWeffetto che le circostanze pro- 
dnoono suUe forze del delitto. Ma come si divi- 
deranno le circostanze dal punto di vista della 
loro natura ? 

Per me, sta proprio in questo la soluzione del 
problema. Quando si sará bene studiata la varia 
natura deUe circostanze che possono aecompa- 
gnare il delitto, quando si sará definito, con si- 



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— 20 — 

curezza e con precisione, come vanno divise le 
circostanze da questo punto di vista, il proble- 
ma sará giá risoluto. 

E la natura delle singóle circostanze che deve 
üluminare il giurisfca sulla loro comunicabilita 
od incomunicabilitá. Finché non si raggiunga 
un concetto giusto, rispondente alia reale natura 
deUe circostanze , é impossibile daré , alia que- 
stione della loro comunicabiKtá , una soluzione 
chiara e costante: ora s'andrá a conclusioni giu- 
ste, non per virtú di raziocinio, ma per un'in- 
tuizione del buon senso giuridico, ed ora si an- 
drá in conclusioni opposte, facendo strappi alia 
lógica ed al senso comune. E precisamente quello 
che si é fatto finora. E , se io non mi sbagHo, 
la precipua causa deUa confusione e stata l'ana- 
]isi poco accurata portata sulla natura delle cir- 
costanze. 

Come sonó state divise le circostanze, in quan- 
to aUa loro natura, nella scuola e neUa giuri- 
sprudenza? In personali e materialij o, con senso 
equivalente, in subbiettioe ed obbiettive. Trascrivo 
le parole d'un valeroso giureconsulto dei tempi 
nostri, per mostrare come Tequivalenza di quelle 
due distinzioni si é portata fino aüa sinonimia. 
Ecco le parole del prof. Tolomei : € Abbiamo 



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— 2i — 
circostanze personali o subbiettive^ e circostanze 
recdi od obbiettive , dette comunemente mate- 
riáli. » (1) 

E quando si considera oh'é stata finora questa 
la maniera d' intendere la natura delle circo- 
stanze , non vi é piú da meravigliarsi , che la 
confusione di questi concetti si sia riverberata 
fatalmente su tutte le questioni che doveano 
precisamente trovare il loro criterio risolvente 
in un esatto concetto di queUa natura. 

Prima di fare un'analisi di questa vecchia di- 
stmzione, accettata senza discussione dalla scien- 
za, crediamo apportuno, per ragione di método, 
fitr precederé la maniera che a noi pare esatta, 
di classificare le circostanze. Potremo > quindi , 
rivolgerci aUa vecchia distinzione, e mostrame • 
le difettivitá con piú efficacia, e senza essere 
obbUgati a ripetere piú volte le stesse cose. 

Per noi, le circostanze si dividono nettamente 
in tre classi, determínate dalla loro diversa sede. 

Vi sonó circostanze che hanno sede nel reato 
estrinseco, sia come materialita che accompagna 
ü reato , sia come essenza del reato stesso. Ed 
avendo queste circostanze una vita estrinseca 

(1) Tolomei, Diritto Pénale, n. 1209. 



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— 22 — 

sussistente in faccia a tutti, noi le chiamiamo 
obbiettivo-assolute. 

Vi sonó ciroostanze che hanno sede esclusiva- 
mente neUa persona del deUnquente; e sonó que- 
ste propriamente , per noi, le ciroostanze sub- 
biettivo'ossolute. 

Vi sonó , in fine, delle ciroostanze , le quaJi, 
benche aventi radico nella persona, si risolvono 
in una realtá esteriore che ha sede precisamente 
nel rapporto fra ü delinquente e la cosa o per- 
sona su cui si svolge Tazione, o, per diría con 
Tesatto e conciso linguaggio di Carrara, fra il 
soggetto attivo ed ü soggetto passivo del reato. 
Queste ciroostanze non essendo che una realtá 
residente nel rapporto, non sonó obbiettive che 
relativamente al delinquente che e termine del 
rapporto stesso: le chiamiamo, perció, ciroostanze 
obbiettivO'relative. (1) 

(1) Non paja strano che mentre noi dichiariamo esatto il 
linguaggio di Carrara , chiamiamo poi obhiettiva la circo- 
stanza che consiste nel rapporto che corre tra due termini 
che, col linguaggio di Carrara, van chiamati: suhhietto at- 
tivo e subbietto passivo del reato; non paja strano, dicevo, 
che noi , cosi , chiamiamo obbiettivo il rapporto fra due 
subbiettivitá. Í3 il punto di vista ch'é diverso fra la no- 
menclatura deirülustre prgfessore e quella usata qui daUo 
scrivente. 



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— 23 — 

Dioiamo qualche parola espKoativa su ciascuna 
di queste specie. 

Alie circostanze della prima specie, alie obMet- 
tivo-assolutej appartengono, ripetiamo, due cate- 
gorie di circostanze. Innanzi tutto, vi apparten- 
gono le circostanze materiali. A queste poi sonó 
assimilate quelle circostanze in senso improprio, 
personali, che danno Vessenza al reato. 

La distinzione fra obbiettivitá e subbiettivitá si collega 
sempre alia distinzione antica e tradizionale dei fílosoñ, 
fra me e fuori di me, 

Ma Carmignani e Carrara hanno considerato il reato 
come ente giuridico, in sé, nel sno complesso; ed han chia- 
mato quindi subbietto tutto ció che appartiene al reato. 
L' nomo che delinque é soggetto altivo primario, Gli stru- 
menti dei quali si serve sonó soggetto attivo secondario, 
L' uomo o la cosa su cui cade V azione del colpevole ¿ il 
soggetto passivo del reato. II diritto astratto che si viola é, 
quindi, per loro, 1' único fuori di me del delitto , considé- 
rate come ente in sé: obbietto del delitto é, perció, il dritto 
violato. E questa nomenclatura porta una grande precisione 
di linguaggio nella trattazione scientifica. ÍJ da questo 
punto di vista che l'abbiamo chiamata esatta, benché siasi 
essa allontanata dal senso persónate, ch'é il senso tradizio- 
nale, filosófico, del me e del fuori di me, 

Noi, in vece, ritornando alPantico concetto, guardiamo 
qui il delinquente , da un punto di vista concreto , come 
único subbietto del deUtto. Dal punto di vista della realtá 
ch'é ü nos tro punto di vista , tutto quello ch' é fuori del 
delinquente, é fuori di me, ed é quindi obbiettivo. 



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— 24 — 

In quanto alie oircostanze materiali, non po- 
tendo nascere alcun dubbio, oh'osse sieno obbiet- 
tive in un senso assoluto, oostituendo una reíátá 
esteriore sussistente in faccia a tutti, e inutíle 
trattenerci su di esse. Appartengono alie oir- 
costanze materiali: lo scasso, la scalata, la fsilsa 
chiave, la vlolenza e simili. 

In quanto aUa seconda categoría delle oirco- 
stanze obbiettivo-assolute, in quanto a quelle oir- 
costanze personali, cioé, che danno l'essenza al 
reato , neanelie deve porsi in dubbio che esse 
debbano ritenersi obbiettive in un senso asso- 
luto. In verita, tali le ha ritenute implícitamente 
la scienza; e non potea ritenerle altrimenti. La 
condizione di soldato, per esempio, é una con- 
dizione personale che da V essenza di &tto al 
reato di diserzione: nessuno lo contrasta. E, se 
ció é vero, non potendo T essenza di fatto d'un 
reato trovarsi nella subbiettivitá umana, perché 
la subbiettivitá umana e un campo chiuso alie re- 
pressioni del diritto, e non potendo neanche 
trovarsi nel rapporto fra V uomo e ü fatto, poi- 
ché un rapporto non e mai politicamente impu- 
tabüe senza T imputabilitá intrinseca del fatto 
esteriore, ne segué lucidamente che la qualitá di 
soldato, oostituendo V essenza \iel reato di diser- 



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— 25 — 
zione, si estrinseca in una realtá esteriore, in una 
obbiettivitá che s' identifica con la materiaKta del 
reato. La circostanza personale assume, dunque, 
in simiü casi, carattere di realtá assoluta. Per la 
sua identificazione con la materiaJitá del reato, di- 
■viene un' obbiettivitá in faccia a tutti, come ü 
reato stesso: un' obbiettivitá, per tutti coloro che 
han dato opera aUa concretizzazione del reato; 
un 'obbiettivitá, per la coscienza sociale, che si 
senté, per essa, turbata neUa opinión e della sua 
sicurezza; un' obbiettivitá, per la legge punitrice 
che vuol riaffermare questa sicurezza, colpendo ü 
deütto, cui la circostanza personale ha dato 1' es- 
senza. Le circostanze personali, dunque, che dan 
r essenza al reato sonó circostanze obMettivo-as- 
solute, 

Oltre la quaKtá di soldato nella diserzione, sonó 
tali ancora: la condizione personale di ammogüa- 
to nell' adulterio e neUa bigamia, la condizione 
personale di commerciante nella bancarotta, la 
qualitá di párente in un dato grado nell' incesto, 
quando, neU'incesto, vi si trovi un delitto e non 
un peccato. 

Nessun dubbio che queste circostanze personali 
vadano ben classificate fra le obMettivo-assolute. 

Ed ecco una prima contraddizione alia vec- 



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— 26 — 
oliia distinzione ed alia soa pretesa sinonimia 
delle circostanze personali con le subbiettivej da 
un lato, e delle circostanze obbiettive con le mate- 
rialij daU'altro. L'esistenza delle circostanze per- 
aona]i, obbiettivo-assolutej pro va che non tutte le 
circostanze personali sonó subbiettive, e non 
tutte le circostanze obbiettive sonó materiali. Ma 
queste sonó circostanze improprio, potrebbero 
obbiettarci gli awersari E noi mostreremo che 
vi sonó anche circostanze personali proprie che 
si obbiettivizzano in una data maniera. 

E passiamo alia seconda classe : alie circostan- 
ze subbiettivo-assolute. Se, come abbiamo detto, 
le circostanze personali non sonó tutte subbietti- 
ve, viceversa le circostanze subbiettive sonó tutte 
personali. Ed ecco la raglone di questa apparente 
antinomia. La personalitá umana é potenza che si 
esplica sul mondo, esteriore, imprimendovi la sua 
virtú esplicativa ; e pero, mercé questo svolgi- 
mento , puo una condizione personale estrinse- 
carsi e divenire un'obbiettivitá : quindi la prima 
conseguenza, che le circostanze personali non 
sonó sempre subbiettive. DaH'altro lato, non po- 
tendo essere soggetto attivo del reato se non la 
persona umana, deriva la seconda conseguenza, 



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— 27 — 

che le circostanze subbiettive non possono esse- 
re che personali. 

Circostanze subbiettive sonó, per noi, le pu- 
ramente subbiettive : queUe che non escono dalla 
persona del delinquente. E, se non escono dalla 
persona del delinquente, perché possano avere 
un influsso sul reato, bisogna che abbiano sede 
nella interioritá deUa sua coscienza ; e non pos- 
sono essere che modifioazioni deUa volontá cri- 
minosa. 

Di qui, quella conseguenza che abbiamo in- 
nanzi accennata, che le circostanze subbiettive, 
cioe , non possono essere che minoratrici della 
imputazione. Si riducono tutte a modificazioni 
in meno, del dolo. Le modificazioni in piú, non 
possono essere prese in considerazione dal dirit- 
to, se non quando si estrinsechino in una realta 
esteriore che le renda imputabiH ; ma , allora , 
cessano, per questo, di essere circostanze pura- 
mente subbiettive, non appartenendo piü, cosi, 
aUa classe di cui qui ci occupiamo. 

Sonó circostanze puramente subbiettive la mi- 
noritá, ü sordomutismo, V ebrietá, la demenza, 
Terrore e la veemente passione. 

E anche circostanza puramente subbiettiva il 
pentimento che fa arrestare Tesecutore a mezzo 



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— 28 — 
áelYiter criminis, dopo aver dato giá vita ad atti 
esteriori, costituenti la materialitá del tentativo; 
pentimento che, quand' anche tolga ogni impu- 
tabilitá per V esecutore , non sussiste che come 
condizione esclusiva del suo spirito, non snssi- 
stendo quindi in alcuna maniera per il partecipe. 
E anche circostanza subbiettiva , ma d' altra 
specie, la recidiva. Essa appartiene alia teórica 
del grado della pena , non a queUa del grado 
del deKtto. Essa non aggrava V imputazione; ag- 
grava solo la pena. La societá non avrebbe ü 
diritto di colpire piú gravemente il recidivo per 
la sua maggiore malvagitá ; poiché , come ele- 
gantemente osserva Carrara^ il giure pénale giu- 
dice competente della malvagitá delV atto, non 
puó guardare alia malvagitá delV uomo , senza 
trascenderé oltre i suoi confini. Rimandiamo alie 
splendidi lezioni deUo stesso Carrara ai riguar- 
do. A noi era necessario accennare che concetto 
avessimo della recidiva per ispiegare il posto che 
le assegniamo nella classificazione delle circo- 
stanze. La recidiva é dunque, per noi, una cir- 
costanza subbiettiva d' ordine speciale , e per- 
ché estranea all' imputazione e perché aggra- 
vante. Essa consiste propriamente nella sen- 
sibilita minore delle comune mostrata dal reo 



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— 29 — 
relativamente alia pena, E peroió che si spiega 
e si legittíma il ríncaro di pena. Si vede chiaro, 
sia detto qui di passaggio, che, con questa teó- 
rica, non si ammette legittimitá di aumento di 
pena, se non nel caso di quella recidiva che la 
scuola chiama vera, e ch^é quella nella quale si 
incorre dopo aver giá espiato la pena del reato 
anteriora 

Veniamo, ora, alia terza ed ultima classe delle 
ciroostanze , alie circostanze obMettivo-relative. 
Come vi sonó circostanze personali che si ob- 
biettivizzano fino a divenire una sola cosa col 
reato, fino a dargli Tessenza, sussistendo cosi in 
faccia tutti, vi sonó puré circostanze personali 
le quali si obbiettivizzano in una maniera piú 
limitata : non arrivano alia completa estrinseca- 
zione, staccandosi, diró cosi, dalla persona. Sonó 
circostanze che, anche divenendo una realtá este- 
riore , non si staccano completamente dal sog- 
getto attivo del delitto , e non si estrinsecano 
fino a divenire una cosa sola col soggetto passi- 
vo (l).Esse si fermano, nella loro estrinsecazione, 
a mezzo , fira il soggetto attivo ed il soggetto 
passivo del reato : non si staccano da quello, non 

(1) Vedi nota a pag. 22 



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— 30 — 
s' identificarlo con questo. Sonó oircostanze per- 
sonali la cui realtá esteriore ha sede propria- 
mente nel rapporto che corre fra il delinquente 
ed il soggetto passivo del reato. Sonó queste oir- 
costanze che noi chiamiamo obMettivo-relatíve. 

Consistendo esse nel rapporto , ne hanno la 
natura, e ne subisoono le consegnenze. 

Sappiamo che ogni rapporto e un ente misto, 
lisultante dalia doppia natura dei termini fra cui 
corre, cosicché la vita di un rapporto non é che 
la partecipazione alia vita dei due termini. Pero 
se si toglie un termine, ü rapporto viene a man- 
care. E, questa, legge suprema ed ontologica della 
vita dei rapporti. 

Ebbene, e proprio la legge medesima che im- 
pera alie circostanze relative. E una pro va, mi 
sembra, che non si sbaglia nell'assegnar loro il 
posto che noi le assegniamo, determinandone la 
natura come la determiniamo. 

Prendiamo , ad esempio , la qualitá di figlio, 
aggravante dell'omicidio in persona del padre: é 
una circostanza relativa che ha la sua realtá nel 
rapporto fra Tuocisore e Tucciso. Togliete il fi- 
glio uccisore, e la circostanza aggravante spari- 
sce, quand' anche nell' uccisore non figlio vi sia 



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--31— , 

stata r errónea opinione di osser tale all' uomo 
che uccideva. 

Togliéte Taltro termine del rapporto, togKete 
il padre ucciso, e la circostanza aggravante spa- 
risce egualmente, quand' anche Tuocisore abbia 
creduto ed abbia volufco uccidere il suo vero 
padre, ma abbia, in vece, ucciso un altro , per 
errore di persona o per aberrazione di colpo. 

E queste due ultime ipotesi , dell' errore di 
persona e deiraberrazione di colpo, sonó, natu- 
ralmente , diverse da quella posta innanzi. La 
prima ipotesi é la seguente : Tizio , credendosi 
figlio di Cajo, Jo vuole uccidere, ed uccidepro- 
prio Cajo ; ma Cajo non e realmente suo padre. 
Non V é parricidio, perché il figlio putativo non 
equivale al reale; non basta credersi figlio, bi- 
sogna essere tale, perché nasca quel rapporto 
aggravante che si fonda nella realtá dei termi- 
ni (1). In questa ipotesi, non é possibüe neanche 

(1) Ho detto che bisogna essere figlio, per aversi il par- 
ricidio : ció dal punto di vista della ^eaUh, Dal punto di 
vista della intemionej bisogna aggiungere ancora che non 
basta essere figlio, ma bisogna anche conoscersi tale ; poi- 
ché, se anche si uccidesse il projprio padre ma credendolo 
un estraneo , non vi sarebbe parricidio , per difetto nella 
intenzione. 



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— 32 — 
la nozione del conato, perché manca il termine 
fonda móntale, il soggetto del rapporfo : manca 
la realtá del figlio uccisore, fin dal primo mo- 
mento che comincia a svolgersi V azione cri- 
minosa. 

Le due altre ipotesi si riferiscono al caso che 
Tizio volendo uccidere Cajo suo vero padre, no- 
cida invece un altro, sia perché nelle tenebre ab- 
bia creduto in qnest' altro raffigurare suo padre, 
sia perché il colpo diretto realmente a suo padre 
abbia invece deviato, ed ucciso un altro uomo che 
gli era vicino. Non Vé parricidio neanche, perché 
manca la realtá del padre ucciso. Ma in queste 
ultime ipotesi, puo sorgere la nozione del co- 
nato di parricidio, poiché, in quanto al conato^ il 
termine obbiettivo sussiste. Di fatti, gli atti im- 
putabiH come materiale del conato non sarebbero 
6 non potrebbero essere che quelíi realmente in- 
tervenuti fra il figlio vero ed ü padre vero. 

La qualitá di domestico, come aggravante del 
furto, é anch' essa una circostanza obbiettivo-re- 
lativa, che ha sjde nel rapporto fra ü soggetto 
attivo ed il soggetto passivo del reato, fra ü de- 
linquente, cioé, e le cose genéricamente affidategli 



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— 33 — 
dal padrone (1). Togliete uno dei termini, e l'ag- 
gravante sparisce. 

La premeditazione stessa, che, per clii la guar- 
di ]eggermente, si presenta come una oiroostanza 
subbietfciva, in realta non é oke una circostanza 
obbiettivo- relativa. Essa non é un che di pura- 
mente subbiettivo ; essa consiste nel rapporto fra 
il soggetto pensante e la cosa pensata ed eseguita. 
Senza questo, non si spiegherebbero piú le af- 
fermazioni della scienza in tema di premeditazio- 
ne. Afferma, in fatti, la scienza che se si preme- 
ditó la sola ferita, Tomicidio risultante non puó 
dirsi premeditato. La scienza afferma puré che 
se si premeditó di uccidere Tizio, ma per errore 
si uccise Cajo, Tomicidio di Cajo non e preme- 
ditato (2). Ora queste affermazioni sarebbero as- 
surde se la premeditazione fosse un che di pura- 
mente subbiettivo. Le condizioni del soggetto del 
reato restaño sempre le stesse quand' anche, in 
vece del desígnate ferimento, avesse avuto luogo 
l'omicidio, o quand' anche si fosse ucciso Cajo in- 

(1) Secondo P áurea distinzione di Jenull, accettata da 
Garrara (Programma , vol. 4 : Famulato) , é la consegna 
speciale che impropria ü furto, facendolo divenire frode. 

(2) Fra gli altri, Pessina ; Diritto Pénale, Dottrine Spe- 
ciali, n. 18 e 19, — e Garrara : Programma, § 1132 e 1136. 

Frámarino— De¿Ze circoatanze nel delitto, 3 



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— 34 — 
vec© di Tiíáo. Qualunque sia T evento, se la pre- 
meditazione fosse puramente soggettiva, essa do- 
vrebbe sempre sussistere, perche sussiste sempre 
il soggetto.Se, dunque, al disparire del termine og- 
gettivo sparisoe la premeditazione, vuol diré cke 
questa é una circostanza che ha la sua vita nel 
rapporto, come dicevamo, fra ü soggetto pensante 
e la cosa pensata ed eseguita : e, dunque, anche 
essa, una realta relativa. 

Cosí puré la qualitá di pubbUoo uffiziale , in 
quei reati nei quali si considera aggravante, non 
é che una reálta relativa^ consistente in deter- 
minati rapporti fra il soggetto attivo ed il sog- 
getto passivo di determinati reati. Non fitcciamo 
svolgimenti ulteriori per a^ore di brevitá: puó 
farli ciascuno da se, caso per caso. In tutte le 
circostanze obbiettivo-relative , si trova sempre 
Tapplicazione della regola che tolto un termine 
de] rapporto, sparisce ü rapporto stesso. 

Eitomando al punto di vista genérale della 
nostra divisione e riepüogando , nuUa dí piu chia- 
ro di essa : le circostanze si dividono in tre clas- 
si, secondo che risiedono nel soggetto attivo del 
reato , o nel soggetto passivo del reato , o nel 
rapporto fra il soggetto attivo ed ü soggetto pas- 
sivo. Le circostanze risedenti puramente nel sog- 



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— 3B — 

getto attivo si chiamano subMettivo-assolute, Le 
ciroostanze risédenfci nel soggetto passivo sonó 
le circostanze materiali; alie quali sonó assimi- 
late le circostanze personali che dan Vessenza al 
reato: le une e le altre appartengono alia clas- 
se delle obMettivo-assólute. Le ciroostanze che 
hanno sede nel rapporto, appartengono alia clas- 
se delle obMettivo-rdative, 

Da queste premesse, tírate pnre tutte le con- 
seguenze che vorrete, e non solo vi troverete 
nel giusto, ma avrete ancora ü vero e fecondo 
criterio direttivo per la soluzione di molte que- 
stioni. 

La verita non é mai contraddetta dalle sne de- 
duzioni; anzi é neU' ulteriore verita di qiieste, 
che le formóle logiche tro vano la loro riprova 
ontologica. 

Aocenniamo qualche conseguenza d' ordine ge- 
nérale, la quale serva meglio a determinare le 
varié classi. 

Abbiamo detto che quelle circostanze che noi 
chiamiamo subbiettive risiedono esclusivamente 
nel delinquente. Se risiedono esclusivamente nel 
delinquente, e indiflferente per esse che si tro- 
vino o non si trovino di fronte ad un determi- 
nato soggetto passivo. 11 variare del soggetto pas- 



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— 36 — 
sivo, non puó avere influenza sulla vita di oir- 
oostanze che hanno sede esolusivamente nel sog- 
getto attivo del reato. Di qui, una oonseguenza 
d'ordine genérale: le circostanze subbiettive deb- 
bono esser comuni a tutti i reatí. Ebbene, fate 
l'analisi di ciascuna ciroostanza sabbiettiva, e ri- 
scontrerete, in ciascuna di esse, questo carattere 
fondamentale : minorita, sordomutismo , errore, 
ubbriachezza, veemente passione, recidiva, tutte 
circostanze comuni ; nessuna é particolare a que- 
sto o a quel reato. 

Le circostanze relative, abbiamo detto, hanno 
la loro realta nel rapporto fra soggetto attivo e 
soggetto passivo del reato. Ora, come abbiamo 
anche detto, ogni rapporto non é che una par- 
tecipazione alia vita dei termini, e cambiati i 
termini, cambia il rapporto. E pero, cambiato il 
soggetto passivo del reato, la oircostanza relativa 
deve cambiare natura e valore. Ed ecco un'altra 
conseguenza d' ordine genérale : le circostanze 
relative sonó particolari a determinati reati. Eb- 
bene. £Bite l'analisi di ciascuna oircostanza rela- 
tiva, e riscontrerete anche, in ciascuna di esse , 
questo carattere fondamentale. 

Una data ciroostanza relativa che di fronte ad 
un determinato soggetto passivo presta la fdn- 



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— 37 — 
zione di aggravantey posta di fronte ad un altro 
soggetto passivo, diviene ciroostanza indifferen- 
te; e di fronte ad un altro soggetto passivo, di- 
viene ciroostanza minorante^ ed arriva per sino 
a funzionare come dirimente. Vediamolo un po'. 

La qualita di discendenta, per esempio, clie é 
ciroostanza aggravante nei reati di sangue, nei 
furto , invece , ha ü valore di minorante , ed a 
questa minorante le leggi hanno poi dato, per 
ragione politica, le conseguenze di ciroostanza 
dirimente. 

La premeditazione stessa, che funziona come 
aggravante nei reati di sangue, diviene ciroo- 
stanza indifferente nei reati centro la proprietá. 
La premeditazione e una ciroostanza che quasi 
oostanteménte acoompagna i reati centro le pro- 
prieta, ed é per questo che non puó funzionare 
da aggravante ; si puó invece, in tal materia, rav- 
visare una minorante nell'assenza di premedita- 
zione, nell' istantaneitá, nell'oooasione o nelFur- 
gente bisogno. 

n pubblioo uflSoiale, infine, non é sempre pu- 
nito piü gravemente, qualunque sia il reato cóm- 
messo, come il minore é punito piú mitfipaaente : 
no. La qualita di pubblioo uffloiale non é aggra- 



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— 38 — 
vante olie in determiaate oondizioni ed in de- 
terminati reati. 

Le circostanze relative, dunque, son tutte par- 
ticólari a determiiiati reati. 

Da ció apparísce come sia inane la pretesa di 
coloro che vorrebbero ridurre a categorie gene- 
raU, comuni a tuttí i reati, le circostanze aggra- 
vanti e minoranti. Solo le circostanze subbietti- 
ve, per quello che abbiamo detto, possono dar 
luogo a simili categorie generali; poiché anche 
le obbiettivo-assolute , consistendo nel reato e- 
strinsecato, sonó particolari, variando valore col 
variare della materialitá del reato. 

Quello che siam venuti dicendo ci presta, cosi, 
anche un criterio pratico di distinzione fra le 
circostanze sabbiettive e le circostanze relative: 
quelle sonó comuni; queste, particolari, 

II criterio pratico di distinzione , poi , fra le 
circostanze personaU, obbiettivo-relative, e le cir- 
costanze personali, obbietfclvo-assolute, é sempli- 
cissimo : le prime si aggiungono ad un'azione per 
sé stessa imputabüe, le seconde aderiscono ad 
nn'aáone non imputabile, alia quale prestano la 
essenza criminosa. 

Le circostanze materiali non possono confbn- 
dersi con altre circostanze. 



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— 39 — 



§ 2/ 



Eitomiamo, ora, alia vecohia distínzione delle 
circostanze, da noi rigettata. 

La soienza lia sempre aooettato, senza benefi- 
zio d' inyentario, la distinzioiie delle oircostanze 
in subbiettive ed obbiettive. Non La mai oreduto 
utile vedere se quella distínzione meritasse un'ul- 
teriore analisi ed un ulteriore svolgimeúto; non 
ha cercato sapero se fra qaelle oircostanze sub- 
biettive e j[uelle oircostanze obbiettive, vi potesse 
correr di mezzo qualcosa di diverso. Non aven- 
do osservatQ l'esistenza di oircostanze personali 
obbiettívo-relatíve, ha finito poi con Taffermare, 
come abbiamo giá visto, la sinonimia fira le oir- 
costanze personali e le subbiettive, fra le oirco- 
stanze obbiettive e le materiali. E la distínzione 
oosl foggiata, é passata nella dottrína e nella giu- 
risprudenza come completa ed assiomatica , per 
virtu di prescrizione. 

Quando si e quindi disousso di communicazio. 
ne di oircostanze, sapete che cosa é awenuto? 
Quello che awiene in tutte le dispute. AUorché 
si disputa sul valore e suUe virtú consequenzlali 



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— 40 — 
d' una' idea appartenente ad una data specie 
idéale , alloroLé si ha dinanzi una distínzione 
accettata, che categorizza in termini oertí e de- 
finiti la varia natura delle idee di quella specie, 
oiascuno degli awersari procede per via di eli- 
minazione; e quando ha dimostrato che un ter- 
mine della distinzione non e applicabüe all'idea 
in questione, crede di aver dimostrato la ricor- 
renza del termine opposto. 

Ed é, questa, buona maniera di ragionare, quan- 
do la distinzione che serve di criterio é esatta 
e completa. Ma se la distinzione , accettata in 
comune dai disputanti, pecca per incompleta, enu- 
merazione di parti, come dicono i logici, se essa 
non definisce esattamente tutte le idee contenute 
nella specie, allora il ragionamento diventa un so- 
fisma, ed un sofisma della peggior natura, perché 
diffloilmente rivelabüe, stanteohé Terrore fonda- 
mentale si trova in una proposizione che non si 
mette in discussione da nessuna deUe parti. Oiascu- 
no degli awersarü puó, allora, aver ragione nel- 
Taffermare la non ricorrenza d'un dato termine, 
ma ha sempre torto nel conchiudere, per questo, 
alia ricorrenza del termine opposto ; e questo tor- 
to non puó essere scoperto e dimostrato dal ri- 
spettivo awersario, partendo anche questi, nel 



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— 41 — 
sno ragionamento, dalla stessa proposizione er- 
rónea. 

Ed é awenuto proprio cosi, a me pare, nella 
questíone della oomunicazione delle oiroostanze. 
Accettata, senz'altro, la distínzioiie delle circo- 
stanze ín subbieUive o personali, ed obbiettive o 
maieriaZiy si é dapprima, da un punto di vista 
genérale, ragionato cosi : Le oiroostanze obMetti- 
ve o materialij si é detto, per oió stesso ohe sonó 
materiali, sonó obbiettive in faooia a tutti, asso" 
lutamente obbiettive, quindi senza dubbio oomu- 
nicabili; le oiroostanze jper^owoZí o subbiettwe, per 
oió stesso ohe sonó subbiettive, per 1' evidente 
inoomunioabilita del dolo , sonó inoomunioabili. 

E, oon questi oriteri siouri, si e quindi proce- 
duto alia soluzione del problema, relativamente 
alie singóle oiroostanze. Ed é qui ohe si é oo- 
minciata queUa forma di disputa da noi acoen- 
nata ; forma di disputa ohe oi spiega tutte le af- 
fermazioni paradossiohe, alie quali sonó stati tra- 
scinati anche giuristi eminenti. 

Si é trattato, per esempio, di vedere se la 
qualítá personale di figlio, aggravante dell'omi- 
cidio, dovesse o no comunioarsi all'estraneo. Han 
detto gil uni : — ^La qualitá di figlio non e una pu- 
ra subbiettivitá ; essa si estrínseca in una realtá 



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— 42 — 
che tocca il figlio da un lato, e il padre dall'al- 
tro; non e quindi una circostanza subbiettiva. — 
E fin qui han detto bene. Han conchiuso poi : — 
Non essendo, dunque, la qualitá di figUo una cir- 
costanza subbiettiva, non puó essere che una cir- 
costanza materiale ed assolutamente obbiettiva, 
e quindi comunicabüe. — ^E qui hanno avuto torto. 
La quaKtá di figlio non e una pura subbiettivitá 
ma non e nemmeno una realta absoluta : é una 
realta relativa. 

Han risposto gli altri: — Circostanza materiale, 
]a qualitá di figlio ! Oibó ! Ma non védete voi, 
che se togUete di mezzo il figKo, sparisce con lui 
la circostanza aggravante? E ció non vi dimo- 
stra sino aU'evidenza che non si tratta di circo- 
stanza materiale, poiché é una circostanza che 
sparisce con lo sparire del soggetto ? — ^E fin qui, 
hanno avuto ragione, anche questi. Ma questi, a 
loro volta, han conchiuso : — Se, dunque, la qua- 
litá di figlio non e xma circostanza materiale, non 
é e non puo essere che una circostanza ^wra- 
mente subbiettiva. — ^E qui, sempre a nostro modo 
di vedere, hanno avuto torto anche gü altri, poiché 
la quaUtá di figlio non é una materialitá, ma non 
é neanche una pura subbiettivitá: é una realth 
relativa. Non dice poi nulla ü fetto che questi 



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— 43 — 
ilfcimi sonó arrivati ad una oonclusione che noi 
•oputiamo vera: rinoomonicabilíta della qualita 
li figlio. Sonó arrivati a questa oonclusione non 
¡)er la via vera : vi sonó sfcati condottí dal loro 
jtesso errore. 

E questa maniera di ragionare che ci spiega 
le fluttuazioni continué della dottrina e della giu- 
risprudenza : avendo ciascuna opinione la sua 
parte di errore, nessuna ha potuto assolutamente 
trionfare. 

E questa maniera di ragionare che ci spiega 
siao il paradosso di Maisonneuve, quando affer- 
mava che la premeditazione é una circostanza 
materiale. In fatti, per chi ne ha un giusto con- 
cetto , la premeditazione , come abbiamo detfco, 
non é un che di puramente subbiefctivo : essa si 
estrinseca in una realtá esteriore , producente 
nella coscienza sociale quel sentimento della mi- 
norata potenza della difesa privata, che é Te- 
sclusiva ragione del legittimo aumento d'impu- 
tazione. Ora, osservando tutto questo , per chi 
accetta ciecamente la distinzione su esposta, si 
& presto a conchiudere che, non essendo la pre- 
meditazione una circostanza subbiettiva, non é 
e non puó essere che una circostanza materiale ! 
E Tapoteosi finale del paradosso. 



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— 44 — 
Eooo le conseguenze coi si va incontro, ac- 
cettando una distinzlone senza averia vaglkta. 
L'aver litenuto che non vi sonó che circosfcanze 
assolutamente subbiettive, od assolutamente ob- 
biefctive, ha fefcto trovare equivalenza e sinoni- 
mia fra le circostanze persanali e le subbiettive^ 
fra le ciroostanze materiali e le obbiettive. AUa 
inesattezza delle idee , si é aggiunta 1' impro- 
prieta delle parole, e queste, alia loro volta, han 
sempre piú forviate le idee. Si é cosi verificata, 
una volta di piú, la vecchia legge genealógica 
dell* errore: I concetti inesatti generano le pa- 
role improprio; e queste, le false idee. 



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^wmmffffmifffm^mmfi 



IV. 
Comunloazione delle oiroostanze 

Ed ora che a noi pare di avere un oonoetfco 
giusto sulla natura delle ciroostanze , é tempo 
di trarre le nostre oonseguenze in quanto al pro- 
blema della comunicazione. 

Se guardiamo i criteri direttivi adottafci sinora 
per la soluzione della controversia, ci appajono 
o fidsi, o inesatti, o incompleti. 

La souola j&:ancese, lo abbiamo detto, ha dato 
importanza alia distinzione fra autore e cómpli- 
ce: la circostanza personale dell' autore deve oo- 
municarsi al cómplice ; la circostanza personale 
del cómplice non deve comunicarsi all' autore. 

Ma perché dovrebbe, la circostanza dell'auto- 
re , comunicarsi necessariamente al cómplice ? 



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— 46 — 
Perche T autore, si dice, e quello che determina 
la figura specifica del reato; e questa figura spe- 
cifíca deV essere una per tutti: V autore deter- 
mina il titolo , ed il titolo non si puó scindere 
in diverse specie criminóse. Ed eccoci alia for- 
móla di Oarmignani: individuith del titolo. 

Nulla di piü arbitrario , di questo criterio ; 
nulla di piú assurdo, delle sue conseguenze. Pare 
una teórica da scansafatiche, per dispensarsi dal- 
1' esame delle vane misure di criminosita. Per 
questo principio, anche quando, nelle varié im- 
putabilitá dei partecipi, ci troviamo di fronte ad 
una differenza reále , non dobbiamo calcolarla , 
per correr dietro ad una pretesa identitá idéale. 
Si ammette che nna data circostanza aggravante 
non esiste nel partecipe; ma si deve fex gravare 
anche su questo, perché altrimenti si scindereb- 
be Túnico titolo. E una violazione evidente della 
regola che ciascuno non puó e non deve rispon- 
dere che di sé e della sua azione. 

La mancanza assoluta di fondamento di que- 
sta pretesa individuita del titolo, apparisce chiara 
quando si consideri che anche V idéntico &tto 
principóle , che esista per tutti nella sua mate- 
rialitá, puó daré, nondimeno, luogo a difierenti 
titoli. Supponiamo che Tizio dia opera ad ab- 



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— 47 — 
«ittere un albero, per fare ingiuria al proprie- 
ario. Supponiamo che Cajo passi di la , e nel 
)rogetfco di rubare quell' albero, oongiunga Topera 
ua a quella di Tizio per abbatterlo. Supponia- 
110 ote Mevio, che credeva aver diritto all'ab- 
)attiinento di queU'albero, vedendo Tizio e Cajo 
avorare a ció, vi aggiunga Topera sua. L' albero 
) atterrato. 

Siamo di fronte ad autori di reato, in un fatto 
principale, único nella sua materiaütá. E puré i 
látoü applicabüi sonó tre : danno volontario, furto, 
Bseroizio arbitrario delle proprie ragioni. 

E se il titolo puó variare anote quando si 
tratti d'un fetto principale, materialmente idén- 
tico, imputabile a tutti, con quanta maggior ra- 
gione non dovrá variare , quando si tratta di 
circostanze personali, che esistono nell'uno e non 
nell'altro dei partecipi? 

Non é inutüe, poi, accennare le conseguenze 
assurde, alie quali si va incontro, con questa teó- 
rica che dá aUa condizione dell'autore valore as- 
soluto per determinare Timputabilita. 

Vediamo, prima, gli effetti della teórica rela- 
tivamente alia persona neUa quale risiede la cir- 
costanza. 

Quella madre che ha avuto Tanimo tanto ef- 



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— 48 — 
ferato, che ha avuto il braccio tanto fermo da 
immergere un oolteUo nelle visoere palpitanfci 
della sua povera creatura, nata da illegittimo a- 
more ; quella madre che ha fiatto ció per ragion 
d' onore , ha diritto alia scusa : e la condizion 
dell'autore che determina rimputabilita; e qui, 
ohi ha oonsumato il reato é proprio la madre. 

Quella madre, invece, che sentendo nell' animo 
suo ripugnanza invincibile a consumare Forren- 
do maleficio, ha affidato Topera truce ad un al- 
tro, per salvare il proprio onore; quella madre 
cui non é bástate 1' animo di uocidere con le 
proprle mani la sua creatura, non ha diritto aUa 
scusa: e sempre la condizione dell' autore che 
determina T imputabilita; e l'autore, qui, e un 
estraneo. 

Maggiore imputabilita, perche si é fiatto meno: 
minore imputabilita, perché si é fatto piü. 

E passiamo agii effetti della teórica relativa- 
mente al partecipe nel quale non risiede la 
circostanza. 

Tizio, per attuare il truce -disegno di uocidere 
suo padre, ha bisogno dell' aiuto di Cajo ; Cajo 
presta questo aiuto , e Tizio uccide suo padre. 
L' estraneo sará punito come parricida, perché é 



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— 49 — 
Tautore che determina T imputabilita; ed autore, 
qui, é stato il figlio e non Testraneo. 

Tizio, invece, ha il disegno di uccidere suo 
padre, ma gli manca Tanimo: Cajo, oui Fanimo 
basta a tutto, da buon amico, s' incarioa lui di 
fio: esistere un padre di meno a questo mondo; e 
mantiene la sua promessa. Gajo sara pnnito come 
semplice omicida, perché e Fautore che determi- 
na r imputabilita; e qui, Tautore é stato proprio 
Cajo; ha quindi diritto ad esser punito meno. 
Sempre la stessa conseguenza: maggiore im- 
putabilita, a chi ha fetto meno ; minore imputa- 
bilita, a chi ha fetto piú! E mi pare che basti 
sulla individuita del titolo. 

Carrara, sentendo la felsitá della formóla di 
Carmignani , nel trattare dei dehtti speciah , 
ha messo innanzi , a proposito di questa e di 
quella circostanza, un'altra formóla: Vindividua- 
litá del dolo, H dolo e individúale; non riguarda 
e non puo riguardare che la persona in cui si 
trova. Massima esatta, incontrovertibile , ma di 
un'applicazione limitatissima. A parte le circo- 
stanze obbiettivo-assolute , per le quali non ha 
senso; ma anche per le circostanze obbiettivo- 
relative, Vindividualitá del dolo mi pare non pos- 
sa nuUa conohiudere. Coloro stessi che sonó per 

Framasino — Delle circostanze nel delüto 4 



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— so- 
la comunioazione di quelle ciroostanze clie noi 
chiamiamo relative, non le vogliono oerto comu- 
nicare come condizioni dolóse d'üna data perso- 
na, ma, bensi, come estrinsecazione in una real- 
ta, che sta fuori del soggebto, donde nasce. E 
sotto quest^aspetto a me pare che V individualita 
del dolo non dirima la controversia. Questa for- 
móla sarebbe solo appHcabile a quelle ciroostan- 
ze che noi chiamiamo subbiettivo-assolute , a 
quelle circostanze, cioé, che restaño esclusiva- 
mente nel soggetto. 

Nel guardare, poi, da un punto di vista gene- 
rale la quistione , Carrara loda molto una for- 
móla di Tróbutien: la complicitá e reale (1). Ma 
visto che alcune ciroostanze personali sonó an- 
che realijB, me pare che anche con quella for- 
, mola il problema resta sempre lo stesso : resta 
sempre a sapero quale reaitá, derivante daUa 
persona, induce la comunioazione ai partecipi. 
Al che , secondo noi , non si puó arrivare che 
con la distinzione di reaitá relativa e realta 05- 
soluta. E perció che, nonostante la sua formo- 



(1) Lo cómplice est ptmi á raison du fait coupable , et 
non de la culpabilité de V auteur de ce fait — Trébutíen , 
Droit Criminel, § 702. 



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— ol- 
la, Trebntíen non ha &tto fare nn passo alia 
quistione ed ha accettato tutti i criteri della 
scuola francese : ha accettatá la distinzione fira 
autore e oompUoe; ed é andato anch'egU a finiré 
con la materiaUtá, del nome diverso od idéntico 
che assume il reato, ammettendo la comunica- 
büitá, della circostanza dall' autore al compUce, 
solo quando, per essa, il reato cambia nome. 

Se dovessimo, a nostra volta, mettere innanzi 
una formóla genérale, diremmo: la compUcita e 
partecipazione alia realtá absoluta, non alia suh- 
biettivitá, né alia realtá relativa del reato, Ma 
questa formóla, messa cosi, da sola, ha tutta l'aria 
misteriosa d'una formóla algébrica; e non é in 
varita che la deduzione finale dei criteri speciaJi 
adottati nelle tre di verse categorie di circostanza. 
Essendo diversa la natura speoifioa delle cir- 
costanze, diverso deV essere il criterio per de- 
terminame la comunicazione, o non comunica- 
zione. 

Vediamo , dunque , questi criteri specifici da 
seguiré nella risoluzione del problema. Questi 
criteri H troveremo, lo abbiamo detto, nelle de- 
duzioni puré e sempUci, derivanti dalle premesse 
che siam venuti sviluppando. 
Facciamoci a trarre queste deduzioni. 



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— 62 — 

CiECOgTANZE suBBrETTivo-AssoLüTE. Tu quanto 
a qneste circostanze, non Vé controversia. Sonó 
oircostanze che risiedono esclusivamente nel sog- 
getto', e non possono riguardare che questo : é 
impossibile la partecipazione a ció ch' é assolu- 
tamente subbiettívo. La privazione di mente ed 
il vizio di mente con tutte le loro specializza- 
zioni, la veemente passione con tutte le sue spe- 
ciaUzzazioni, sonó modificazioni dell'intelletto, o 
della volonta d'un determinato agente, al quale 
esclusivamente si riferiscono. Non é quindi a 
parlare di comunicazione , qnando si parla di 
minoritá, di sordomutismo, d'ebrietá, di demen- 
za, d'errore, o di veemente passione. 

La scusa della cagion df onore , riconosciuta 
per la madre sola., od anche per i suoi aderen- 
ti, secondo la minore o maggiore larghezza dei 
oodici, la scusa della cagion d' onore, neU'infan- 
tioidio e neir aborto procurato , non é che una 
data forma di veemente passione : é quindi una 
ciroostanza subbiettivo-assoluta, incomunicabile. 
Chi ha avuto nelFanimo questa spinta della ca- 
gion d' onore, sará sensato ; gli altri, no. 

n pentimento , che fe arrestare V esecutore a 
mezzo AxXSiter crimints, dopo aver giá dato vita 
ad atti esteñori, costituenti la materíalitá di un 



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— 53 — 
tentativo, e condizione assolutamente subbietti- 
va , che se giova all' esecutore , non giova al 
partecipe. 

La recidiva é condizione fisico-morale , ine- 
rente esclusivamente ad un dato soggetto, e non 
puó nuocere agli altri. 

Per tutte queste circostanze vale la regola 
della subbiettivitá assoluta: ció che é assoluta- 
mente subbiettívo, é incomunicabile. 

Circostanze obbiettivo-assolute. Anche in 
quanto a questa seconda categoría, nessun dub- 
bio. Chi ha partecipato alia concretizzazione ob- 
biettiva d' un reato , non puó sfoggire alia re- 
sponsabilitá di quella obbiettívitá stessa. 

Tutu i partecipi son dunque soggetti alia re- 
sponsabilitá delle circostanze materiali, che ac- 
compagnano ü reato, e ch' essi hanno conosciu- 
te: cosí, alia responsabilitá dello scasso, della 
scalata, della falsa chiave, della violenza e si- 
mili. 

Tutti i partecipi sonó anche soggetti alia re- 
sponsabilitá di quelle circostanze personaü che 
dan Vessenza al reato, e delle quaU hanno avuta 
conoscenza. Sonó circostanze, abbiamo detto, che 
si concretízzano in una obbiettívitá assoluta. Oo- 



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— B4 — 
si, la condizione personale di soldafco nella diser* 
zione, la condizione di ammogliato nella bigamia 
e nell' adulterio, la condizione personale di com- 
merciante nella bancarotta, e quella di pubblico 
rifficiale nella corruzione, sonó condizioni che, 
dando Tessenza di fatto al reato, fanno respon- 
sabíli tutti i partecipi scienti dello stesso reato. 

Oosi, la condizione professionale {stato, profes- 
sione od ufficio) , é condizione obbiettivo — asso- 
luta nella rivelazione di segreti ; e qnindi deve 
pesare su tutti i partecipi scienti. 

Ma a proposito di questf ultima circostanza, non 
trovo inutile accennare un possibüe equivoco. 
Carrara, parlando deUa rivelazione di segreti, po- 
ne la questione, se colui che ascolti la rivelazione 
debba tenerai complicó o coautore del reato, 
considerando che senza alcuno che ascolti la ri- 
velazione, questo delitto non si puó commettere. 
Dopo aver accennate le ragioni che menerebbe- 
ro alia responsabflitá, ü pensatore toscano con- 
chiude per VirresponsabiUtá di chi ascolta, con 
queste parole: — lo tengo che la responsabilitá 
sarebbe assurda per la potente ragione che in 
certi problemi il senso morale vince le deduzioni 
dei principí giuridici (i). Ora, mi perdoni l'illu- 

(1) Programma, § 16ád. 



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— BB — 

stre Professore, ma a me pare che chi riceve la 
commiicazione del segreto non puó esser tennto 
compKce neanche dal pnnto di vista strettamente 
giuridico. Chi ascolta non é che una sempüce 
condizione esteriore, non é che il soggetto pas- 
sivo del reato ; e l'essere esolusivamente soggetto 
passivo del reato non puó menare a responsa- 
bilitá, quand' anche, nel caso, ascoltando, si goda 
deU'imprudenza altrui. Questo godimento potra 
essere censurabile al cospetto della legge mora- 
le, ma non e mai una partecipazione al reato al 
cospetto della legge giuridica. Per partecipare 
al reato e necessaria la cooperazione efficiente; 
e l'asooltatore non coopera: e sempücemente 
passivo. Dal punto di vista giuridico, debbono 
forse tenersi per complioi di diffamazione coloro 
che ascoltano le parole del difi&wnatore? La con- 
dizione, dunque, personale di chi rivela il segreto, 
non puó giuridicamente pesare a carico di chi 
ascolta; essa puó solo pesare a carico dei veri 
partecipi ; e veri partecipi di questo reato sonó 
^istigatori. 

Conchiudendo : a tutta questa seconda classe 
di circostanze si appHca sempre la regola della 
realta absoluta: ció ch' é assolutamente oggetti- 
vo, é sempre comunicabile. 



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— B6 — 

ClECOSTANZE OBBIETTIVO-EELATIVE. Ed eOOOoi al 

campo delle controversie ; oontroversie mante- 
nute vive, come abbiamo mostrato, peí concetto 
non giusto suUa natura di queste circostanze. 
Alcuni le hanno affermate subbiettive , ed han 
conchiuso per rineomnnicabilitá, ; altri avendo di- 
mostrato che non erano assolutamente subbiettí- 
ve , han oreduto di aver dimostrata lo loro ob- 
biettivith assoluta, ed han conchiuso per la oo- 
municabílita. Hanno avuto torto e ragione, gli 
uni e gK altri: queste circostanze non sonó né 
assolutamente subbiefctive, né assolutamente ob- 
biettive. 

Abbiamo visto ch' esse hanno un' obbiettivitá 
relativa: h, loro reaZtó consiste nel rapporto. E 
quando si muove da questo concetto sulla natu- 
ra di queste circostanze, non si esita piú un mo- 
mento a oonchiudere per rincomunicabilita. 

Un rapporto non é che una partecipazione 
alia vita dei termini: é Tesclusiva eficacia di 
questi che crea il rapporto. Come, dunque, nei 
termini trovasi esclusivamente T eficacia del rap- 
porto, cosí in essi deve trovarsi la responsabiH- 
ta. Se un partecipe ad un' azione oh' é giá per 
sé stessa un reato, per la sua condizione perso- 
nale di fronte al soggetto passivo del reato stes- 



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— B7 — 

so, genera una realtá aggravante, questa realtá. 
aggravante , che consiste in nn rapporfco , non 
potra essere imputabile che esclusivamente a quel 
delinquente che di quel rapporto e soggetto. Per 
tutti gli al.tri partecipi, quel rapporto personale 
non esiste ; le circostanze relative non sonó, quin- 
di, comunicabili. 

Ma bisogna insistere anche un poco nel de- 
terminare queste circostanze relative , special- 
mente di fronte alie circostanze obbiettivo-asso- 
lute della seconda specie, a queUe, cioé, che con- 
sistono in una condizione personale. 

II criterio pratico per distinguere le circostan- 
ze personaU che dan V essenza al reato , e che 
abbiamo classificato percio fra le obbiettivo-asso- 
lute, daUe circostanze personaU che abbiam chia- 
mate relative, il criterio pratico per questa di- 
stínzione, lo abbiamo detto, consiste in ció che 
le prime rendono criminosa un'azione altrimenti 
lecita, e le seconde si aggiungono ad un'azione 
giá criminosa per sé. 

n rawicinamento fra queste due specie di cir- 
costanze, puó far nascere il pensiero che come 
vi sonó condizioni personaU che danno l'essenza 
al reato , cosí possono esservi , fra le relative , 
circostanze che fen cambiare essenza al reato per 



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— B8 — 
rapporto a tutti i parteoipi, divenendo, cosí, a loro 
volta, oiroostanze obbiettivo-assolute. Bisogne- 
rebbe quindi, per dicliiarare incomunicabile una 
circostanza relativa, dimostrare che essa non ha 
fatto cambiare essenza al reato. Ebbene , tutto 
questo a noi pare inesatto. 

Una circostanza personale non puó che, o dor 
re imputabiUta ad un'azione materiale non impu- 
tabile, (e siamo nell'ipotesi della realtá assoluta, 
come, per esempio, nell'ad.ulterio), owero aggror 
vare o diminuiré rimputabilitá d'un'azione che 
per sé stessa é giá un reato : non puó fex cam- 
biare assolutamente essenza a ció che, nella sua 
determinata complessita materiale e intenzíonale, 
é gia reato per sé stesso. Tenteró di spiegarmi 
megHo. 

Non bisogna mai dimenticare che le circo- 
stajxze personali, obbiettivo-assolute, sonó oir- 
oostanze in senso improprio : non si tratta d'un 
semphce accessorio ad un' azione , ma si ttrata 
del principale sfcesso. Tali circostanze non si ag- 
giungono propriamente ad un' azione lecita de- 
terminata, con determinata direzione intenziona- 
le; no. Sta, in queste circostanze, la intera di- 
rezione intenzíonale , criminosa , che si esplica 
in determinate azioni, rendendole cosi imputar 



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— 69 — 
bili, ed imputabili a tutti quelli che vi abbiamo 
scientemente parteoipato. Costero han sapufco la 
direadoiie criminosa che avevaTazione per una de- 
terminata condizione personale, e vi hanno, non- 
dimeno, parfcecipato; ne sonó dunque responsabili. 
Ecco in che senso queste circostanze danno , per 
tntti, Tessenza al reato: danno la direzione in- 
tenzionale, criminosa, esplicantesi in una data 
azione materiale. 

E diverso ü caso delle circostanze obbiettivo- 
relative, che sonó circostanze in senso proprio. 
Esse sonó Vaccessorio d'un'azione per sé stessa 
criminosa. Noi supponiamo in tal caso , che la 
circostanza personale si aggiunga, puramente e 
semplicemente ad una determinata azione umana 
che ha giá la sua determinata direzione intenzio- 
nale, criminosa ; che se mutasse la materialitá o 
la direzione intenzionale, giuridicamente non si 
avrebbe piú quella determinata azione che é nel- 
ripotesi. Restando quindi idéntica l'azione mate- 
ríale, idéntica la sua direzione, l'essenza resta 
idéntica; e la circostanza personale non pu6 che 
aggravare o diminuiré Timputazione nórmale, u- 
nicamente rapporto a colui in cui si trova. 

La £9M)iLLtá con la quale si é corso da taluni ad 
affermare il cambiamento assoluto di essenza, 



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— 60 — 
per Taggiimgersi d' una circostanza, mi e parso 
talora avere la sua lontana sorgente nei rioordi 
d'una metafisioa astratta, cke dopo aver messo 
i generi e le specie in un assoluto premondano, 
negU archetápi etemi di Platone, ha parlato quin- 
di di essenze ideali ed assolute. All' assoluto non 
si puó aggiungere né togliere nulla ; e pero al- 
Tessenza presa in questo senso non si puo rife- 
rire un piú o un meno, senza immutarla. 

Ebbene, dietro molti ragionamenti , a me é 
parso vedere appiattati di questi ricordi meta- 
fisioi. 

Ma noi, siamo nel campo d'una scienza posi- 
tiva; noi, quando parüamo di essenza, non in- 
tendiamo riíeriroi a nulla di astratto e di pura- 
mente idéale. L' essenza di cui noi parliamo é 
r essenza di fatto ; é, in altri termini, quel com- 
plesso di condizioni percepibili, per cui il fatto 
é quello che é. Se questa é T essenza di cui noi 
ci occupiamo , e intuitivo che una circostanza 
che si aggiunga non vale a distruggere le con- 
dizioni di &tto alie quaU aderisce, quelle con- 
dbzioni di fatto che sussistono non cambíate per 
gU altri partecipi, con la individúale, criminosa, 
subbiettivitá loro. Quand' anche la circostanza 
personale aggravi, com' é d' ordinario, portando 



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— 61 — 
un ulteriore violazione di dritto, quest'u].teriore 
violazione consequenzíale, non é imputabile che 
únicamente a colui cui si riferisce il rapporto, 
in che sta V ulteriore violazione d' un dovere 
giuridico. 

Altri, ülusi dalla materiaUta del titolo diverso 
che piglia talora i] reato per una data circo- 
stanza, han conchiuso che la quaütá di discen- 
dente, per esempio , e necessaria al parricidio ^ 
come quella di soldato e necessaria aUa diser- 
zione. É un altro equivoco. 

Se ció fosse vero, bisognerebbe conchiudere 
che la quaütá di discendente da 1' essenza al 
reato; poiché non é veramente necessario ad un 
reato se non quello che forma parte della sua 
natura intima ; non e necessario che 1' essenziale. 
II parricidio dovrebbe, dunque, pesare a carico 
di tutti i partecipi, come pesa la diserzione. 

Vediamo se fra la necessitá della prima cir- 
costanza, ch'e obbiettivo-assoluta, e quella della 
seconda, ch' é obbiettivo-relativa , ci corra una 
differenza. 

Cominciamo daUa diserzione. Se in questo 
reato si toglie la circostanza personale di sol- 
dato , che cosa resta ? Sparisce il reato : resta 
un' azione non imputabile, perché senza inten- 



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— 62 — 
zione gíuridicamente criminosa. Dunque, nella 
diserzione, la ciroostanza di soldato ne costitui- 
sce la quiddita , ne oostituisce V essenza crimi- 
nosa. Siamo di fronte ad una circostanza essen- 
ziale al reato. E cosi, negli altri casi di tutte 
quelle circostanze personaU che noi chiamiamo 
obbiettivo-assolute. 

Veniamo, ora, al parricidio. Ci si dirá : la cir- 
costanza personale di disoendente é anche neces- 
saria al parricidio : tolta quella circostanza, an- 
che il parricidio non esiste piú. Adagio, ai maü 
passi. Se nel caso di parricidio, togliamo la cir- 
costanza personale di discendente, sapete che 
cosa viene a mancare? Puramente e sempHoe- 
mente quella tale ed idéntica circostanza per- 
sonale che abbiamo tolta : nuU' altro. II reato 
sussiste , ma senza queUa circostanza. In altri 
termini, quella circostanza personale é necessaria 
al titolo del reato ; ma non é necessaria per V es- 
sema criminosa come nel caso anteriore. Per oon- 
vincerci, sostituiamo la definizione al definito; 
scomponiamo il parricidio negli elementi che lo 
costituiscono, e vedremo in che sta il rapporfco 
di necessitá della circostanza personale di discen- 
dente. n parricidio e 1' omicidio commesso dal 
disoendente sull'ascendente. Se sostituiamo que- 



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— Ga- 
sta definizione al definito, saremo obbUgati a 
diré cosí : Se all'omicidio oommesso dal discen- 
dente sulV ascendente , togliamo la circostanza 
personale di discendente, resta V omicidio senza 
r aggravante di quella qualitá, personale. Non é 
chiaro? Dunque quando dioiamo che al parrici- 
dio é necessaria la qualitá di discendente, inten- 
diamo diré che essa e necessaria solamente al 
atólo \ e non per Vessema criminosa. É necessaria 
non aZ reato, ma al rapporto aggravante; pno 
quindi dirsi essenziale in questi limiti: non é 
essenziale al reato, e quindi per tutti i partecipi ; 
ma é essenziale al rapporto aggravante. E come 
il rapporto e una cosa che non puó riguardare 
che i suoi termini, cosi questa circostanza, por- 
tante un piú di criminositá, non puó riguardare 
che il discendente stesso. In altre parole: la cir- 
costanza personale é necessaria a sé stessa: se 
la si toglie, non la si trova piú; ma il reato 
seguita a sussistere. E questo il senso della ne- 
cessita di tutte quelle altre circostanze che, come 
questa, noi chiamiamo obbiettivo-relative. 

Si vede, da ció, che quando si parla di qua- 
litá di soldato necessaria aUa diserzione, di qua- 
litá di discendente necessaria al parricidio, fra 
Vuna e l'altra necessitá vi corre un abisso. 



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— 64 — 

Eitomiamo, dimque, alia nostra prima affer- 
luazíone: le circostanze relativo non si comu- 
nicano. 

Le circostanze relativo sonó tutte circostanze 
personali; ed il buon senso giuridioo La fetto 
prevalere ia Italia ropinione che le circostanze 
personali non si comunicano. 

Ma coloro stessi che hanno accettata questa 
opinione, hanno messa innanzi un'eccozione, che, 
se dovesse accettarsi, distmggerebbe , a nostro 
modo di vedere, la regola stessa. Si e detto : le 
circostanze personali non si comunicano, tranne 
qnando han servito di mezzo al reato. 

Molti, noli' ammettere questa eccezione , han 
creduto di limitarla al caso del furto domestico, 
che si cita da tutti a questo proposito, o di esten- 
derla appena a qualche altro caso. Ma nulla di 
piú arbitrario di questa limitazione. O non si 
ammotte V eccezione, o, ammettendola, bisogna 
estendorla a tutte le circostanze relativo aggra- 
vanti, poiché tutte possono servir di mezzo a 
commottoro il reato; ed anzi, per la loro natura, 
nel maggior numero dei casi, servono effettiva- 
mente di mezzo. La qualita personale d' impiegato 
dolle regio poste, noli* apertura di lottere, la qua- 
lita di pubblico ufficialo nella concussiono, nel 



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— 65 — 
peculato, nel felso documéntale, non servono abi- 
tnalmente di mezzo a consumare il reato? La 
qualita di figKo, non »serve abitualmente di mezzo 
al parricidio, ^.cuitándolo per la prossimita con- 
tinua della vittima, e per Tabbandono fiducioso 
del padre in presenza del figKo? La premedita- 
zione stessa, non serve di mezzo al reato ? non 
arreca una facüitá maggiore, conducendo con la 
calma preparazione dei mezzi aUa consumazione 
criminosa? Non Ve ragione perche debba comu- 
nicarsi Taggravante della domesticitá, e non le 
altre, quando queste, come la prima, han &cili- 
tato il reato. Ed ecco perché abbiamo detto che 
la regola dell' incomunicabüita delle circostanze 
relativo, perde tutta la sua efficacia, se si ammette 
Teccezione* 

Li ogni modo, studiamo il valore dell'eccezio- 
ne, su questo terreno di genérale appHcabüitá 
aJla quale obbliga la lógica. 

Si presenta una prima anaJisi. Abbiamo visto 
come tutte le circostanze relativo, abitualmente, 
servono di mezzo a commettere il reato; nasce 
quindi la ricerca se in questa loro attitudine a 
serviré di mezzo , o nell' avere effettivamente 
servito di mezzo, si trovi e debba trovarsi la 

Frámabino— I>e¿¿e circostanze nel delitto. 5 



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— 66 — 
ragione deUa maggiore imputabilitá del fatto 
principale. A noi pare decisamente di no. 

Vediamo, infatti, in che si oonoretizza questo 
servir di mezzo della qualitá personale. Prendia- 
mo, ad esempio, il furto domestico, per il quale 
si é ritenuto dai piú, che la qualitá personale si 
consideri aggravante in quanto serví di mezzo 
al reato ; prendiamo anche la quaJitá di pubbU- 
co ufficiale nel peculato. La qualitá personale 
di domestico, la qualitá personale di uífiziale non 
possono servir di mezzo che mettendo una mag- 
giore prossimitá jfra il soggetto attivo ed il sog- 
getto passivo , o, in genérale, dando una mag- 
giore faciKtá a consumare il reato. Ora, la mag- 
giore prossimitá fra il soggetto attivo ed ü sog- 
getto passivo del reato, e la maggiore facüitá non 
sonó, per sé soler, criteri giusti per aggravare. 
Se fossero tali, il furto eseguito nella casa del 
coabitante nello stesso palazzo, dovrebbe essere 
punito piú gravemente del fiirfco eseguito in 
una casa lontana da quella del ladro; e ció per 
la maggiore prossimitá, che si risolve in facilita 
maggiore. Se il criterio della maggior facüitá 
dovesse prevalere , il furto semplice dovrebbe 
punirsi piú gravemente del furto con scasso , 
falsa chiave o scalata. Sonó, in parte, le conse- 



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— 67 — 
guenze assurde della teórica di Eomagnosi sulla 
spinta criminosa; nella quale teórica, uno dei 
criteri misuratori della quantitá del reato, é pre- 
cisamente la facilita di commetterlo. 

Non e per la maggior facüitá che danno a com- 
mettere ü reato, che alcune circostanze perso- 
nali prestano funzione di aggravante. Esse au- 
mentano V imputabilitá del fatto principale , in 
quanto inducono la violazione d' un ulteriore 
dovere giuridico ; e questo ulteriore dovere giu- 
ridico risiede esclusivamente nel rapporfco fra 
chi ha una qualitá personale e la cosa o perso- 
na su cui si svolge V azione. II rapporto non 
esiste che per i suoi termini; e, quindi, termi- 
ne responsabile del rapporto únicamente colui 
che con la sua azione viola un dovere ulterio- 
re. Interrógate la coscienza sociale , ed essa vi 
risponderá che ü suo maggiore aliarme non na- 
sce da ció che V estraneo abbia unito X opera 
sua a queüa del servo per rubare, ma bensí 
dal fatto che il servo abbia pórtate la mano sulle 
cose del padrone, a lui genéricamente afíidate. 
Interrógate la coscienza sociale , ed essa vi ri- 
sponderá che, in caso di peculato. Tallarme mag- 
giore nasce direttamente dalla quaUtá di pubbH- 
co uflaziale in colui che ha trafagato la pubblica 



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— 68 — 
pecunia, a lui affidata, e non dalla cooperazione 
che r estraneo, per caso, vi abbia prestata. 

Nessun dubbio dunque, che sta nell'ulteriore 
do veré violato la ragione giuridica delU aumento 
d' imputabilitá, per alcune circostanze personaU. 

E qui, passiamo ad una seoonda rioerca. Am- 
mettiamo puré che si fecoia anche valere, come 
ragion di aggravante , V avere , la circostanza 
personale, servito di mezzo: potra, per questo, 
parlarsi mai di comunieazione^ in quanto ai par- 
tecipi? A noi pare che di oomunicazione pro- 
priamente detta, neanche in questa ipotesi po- 
trebbe parlarsi. Ammettíamo perfettamente che 
in rapporto alia maggiore facilita che presta 
al reato, la circostanza personale si estrinseca in 
una realtá assoluta, che, per quello che vale, é 
riferibile a tutti i partecipi. Se la ragione del- 
r aggravante sta nella maggior facilita prestata 
daUa condizione personale, quando questa mag- 
gior facilita si é avuta, essa diviene una realtá, 
tanto relativamente a colui in cui trovasi la qua- 
lita personale che ha servito di mezzo, quanto 
relativamente a* tutti i partecipi che se ne sonó 
giovati. 

Ma anche ammettendo tutto ció, non si avreb- 
be, come imputabile a tutti i partecipi, che una 



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— 69 — 
delle concause efjicienti deír aggravante. L' altra 
concausa, la principale : V ulteriore do veré giuri- 
dico violato, resterebbe sempre una cosa esclusi- 
va a colui che ha quella determinata condizione 
personale. 

Ed allora , come parlare di comunicazione ? 
Come imputare tcde e quale a piú partecipi, una 
circostanza che ha natura ed efficacia giuridica di- 
versa, secondo che trovasi o non trovasi nella per- 
sona cui si vuole attribuire? Per chi ha la qualita 
personale, aggravante, vi é V ulteriore dovere giu- 
ridico violato^ e vi e la maggiore facilita^ che bi- 
sogna mettere in contó; per tutti gli altri non 
Vé da mettere in contó che únicamente la mag- 
giore facilita. Potra la circostanza personale va- 
lere come aggravante per tutti gli altri parte- 
cipi, ma come aggravante d' un ordine e d' un 
valore diverso ed inferiere : comunicarsi , non 
potra giammai. 

In quest' ordine d' idee, sarebbe giustificabile 
r art. 76 del progetto Mancini: « Le ciroostan- 
« ze e le qualita inerenti alia persona , perma 
« nenti o accidentaU , per le quali si togüe , si 
« diminuisce o si aggrava la pena di taluno degli 
€ autori o complici del reato, non si estendono 
€ agli altri autori o complici del reato medesi- 



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— 70 — 
« mo. Se la circostanza o qualitá persónate abbia 
« servito a facilitare la esecuzione del reato, non 
€ sará mai appUcato il mínimo della pena agli 
« autori o complici che scientemente ne profitta- 
« roño ». 

Qui viene una questione di legislazlone posi- 
tiva. Troviamo che alcuni Codioi han messo per 
r aggravante derivante da una data ciroostanza 
personale, come per la qualitá di domestico, la 
condizione che essa abbia facilitato la consuma- 
zione del reato. In questo caso, si dice, la legge 
fa esplicitamente consistere Taggravante proprio 
nella maggior feciütá, e la maggior facilita es- 
sendo imputabile a tutti , ne segué che quella 
data circostanza debba a tutti comunicarsi. 

Seoondo noi, in questo caso, bisogna rendersi 
ragione in un modo migllore del concetto del 
legislatore. 

Se noi vediamo che la legge espUcitamente 
ha richiesto per il furto domestico V abuso della 
comodita del servízio (Cod. Toscano, art. 377), 
o, altrimenti , la facilitazione venuta dalla qua- 
litá di servo (Cod. Sardo, art. 607), non bisogna 
perció affrettarsi a conchiudere che únicamente 
in questa condizione si faccia consistere T aggra- 
vante ; no : la legge richiede il verificarsi di quel- 



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— Ti- 
la condizione , per V aggravante del furto , poi" 
che la ritiene indispensabile, in quanto al servo, 
per aversi, per parte sua, in concreto , la viola- 
zione del dovere ulteriore : la violazione della 
fiducia, ck' ó V essenza dell' aggravante. 

Ma ohecolie si possa diré dal punto di vista 
delle leggi positivo, per noi resta sempre saldo 
il principio che la incomunicabilitá delle circo- 
stanze relativo , non deve avere eccezioni. Ei- 
gettiamo , quindi , assolutamente Y art. 78 del 
progetto Vigliani, che dopo aver stabiHta V in- 
comunicabilitá, vi pona una limitazione in tutte 
quelle circostanze aggravanti che abbiano ser- 
vito a facilitare la consumazione del reato. 

Per noi, la circostanza relativa, come la cir- 
costanza subbiettivo-assoluta, non é imputabile 
che únicamente aUa persona cui appartiene. Ed 
a questa e imputabile tanto in qualitá di cóm- 
plice, che di autore, esistendo sempre, nell'uno 
come nell^altro caso, il rapporto violatore dell' ul- 
teriore dovere giuridico. 

La premeditazione, che per noi e circostanza 
relativa come abbiam dimostrato, non e impu- 
tabile che a chi ha premeditato. 

La qualitá di discendente , non deve pesare 



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— 72 — 

con la maggior gravita del parricidio, che nni- 
eamente sul discendente stesso. 

La qualitá di pubblico uffbialej nella concus- 
sione, nel peculato, nel figdso documéntale, non 
aumenta che Timputabüitá del solo pubblico nf- 
fiziale. 

La qualita d' impiegato ddle regie poste, non 
nuoce che a lui solo, nell' apertura di lettere. E 
qui, troviamo il conforto deUa esplicita afferma- 
zione del Códice Sardo-Napoletano, affermazáo- 
ne che e un' accettazione completa di tutto quello 
che siam venuti svolgendo. Lifatti, nell'art. 237, 
la pena é comminata, in fonriBi personóle, all'im- 
piegato delle regie poste, e non, in forma im- 
persónate ed ontologica, al reato in sé, come nel- 
l'art. 296. Quindi, per la lettera stessa del Có- 
dice, in caso di concorso di delinquenti, il pri- 
vato deve punirsi a norma dell'art. 296, e Tim- 
piegato, sia autore o compUce, sia'o non sia ser- 
vita di mezzo la sua qualitá d'impiegato, a norma 
deU'art. 237 (i). 



(1) Ecco r art. 237 : 

JjHmpiegato delle regie poate^ il quale, senza speciale au- 
torizzazione della legge, ctpre o lascia aprire qualche let- 
tera o piego consegnato alia posta, o lascia in qnalunque 
modo prendere cognizione del loro contenuto, aara punito 



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— 73 — 

La qualita personale ái párente in determinati 
gradi, come minorante nel furto, non giova agli 
estranei. 

Ma a proposito di quest'ultima ciroostanza, é 
bene innanzi tntto vedere che funzione giuri- 
dica essa presta nel furto. Se, per questa qualita, 
si ritenesse non esservi alcuna criminositá nel- 
Tazione del párente, si riterrebbe che questa qua- 
lita di párente fe. cambiare essenza alFazione im- 
putabile, facendola divenire giuridicamente non 
imputabile; sarebbe, quindi, una ciroostanza sri- 
minatrice , obbiettivo-assoluta, sussistente per 
tutti. E pero, in questa ipotesi, la cooperazione 
dello stesso estraneo, non troverebbe imputabilitá 
giuridica. 

E quando diciamo: cooperazione, intendiamo 
che r estraneo non abbia fine di locupletazione 

colla pena del carcere non minore di sei mesi, estensibile 
ad anni due : od in caso di soppressione della lettera o 
piego, colla pena del carcere per due anni. 

Alia pena ecc. " 

Ecco r art. 296 : 

L' aprimento di una lettera o di un piego sigillato, o la 
soppressione di lettere o di pieghi fattasi deliberatamente 
da chi non vi abbia alcun diritto, saranno puniti colla multa 
estensibile a lire cinquecento, od eziandio col carcere esten- 
sibile ad un anno; salvo il disposto delP art. 237. 



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— 74 — 

propria; che, se questo fine di locupletazione 
propria vi fosse, acoanto airazione non imputa- 
hile del párente si troverebbe sempre, ente giu- 
ridico in se completo, Vazione criminosa dell'e- 
strañeo. 

Ma questa ipotesi della nessuna criminositá 
deirazione del párente, che stende la mano ad 
appropriarsi la cosa del párente suo, é un' ipo- 
tesi senza fondamento di ragione. La vera fun- 
zione che presta la qualitá di párente va un dato 
grado, nel furto, non consiste che nel minorare 
r imputabilitá : e un rapporto fra ladro e deru- 
bato, che funziona da ininorante^ alia quale mino- 
rante, poi, per interesse poL'tico, si da la forza di 
aboliré Tazione pénale. La qualitá ái párente, da 
questo punto di vista, é una realta relativa, e 
non e quindi comunicabile aU' estraneo. Se non 
si tratta che di far valere questa circostanza 
personale, minorante, secondo la sua natura, essa 
vi e per il párente, e non vi é per T estraneo. 
E qui ancora, troviamo il conforto della lettera 
del Códice Sardo (i). 

(1) Ecco V art. 635 : 

Non ha luogo l'azione pénale per le sottrazioni commesse 
dai mariti a danno delle loro mogli o viceversa, dal con- 
iuge superstite, quanto alie cose che appartenevano al con- 



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— 75 — 
Ma a questo proposito, se la disposizione del 
!5odice Sardo é lógica dal punto di vista dello 
tretto dritto in quanto alia natura della mino- 
unte , si potrebbe trovare non piú lógica dal 
)unto di viBta dell'interesse politice , dal quale 
á e lasciato, lo stesso códice, indurre all'aboli- 
done dell'azione pénale. Quello stesso interesse 
oolifico che fa aboliré Tazione centro il párente, 
avrebbe potuto consigliare ad aboliría anche oon- 
bro r estraneo , specialmente quando iJ fatto di 
quest'ultimo non si stacchi da quello del primo 
per fine di propria locupletazione (i). 



iuge defunto, dai figli od altri discendenti a danno dei loro 
genitori o di altri ascendenti o vicocersa, dal genero o dalla 
nuora a danno del suocero o della suocera, e viceversa. 

Lo stesso ha luogo per le sottrazioni commesse tra fra- 
telli e sorelle od añini nello stesso grado , quando convi- 
vano insieme, o so vivono separati, quando non siavi que- 
rela dalla parte lesa. 

QucUunque altra persona che abbia avtUo parte nelle sottra- 
zioni suddette come correo^ cómplice o ricettatore doloso, sarh 
punito serondo la disposizione della legge. 

(1) II Prof. Carrara ha dato impor tanza, nel furto, alia 
distinzione fra partecipe con lucro e partecipe senza lucro 
(Programma § 2256). Chiedo perdono al grande pensatore 
toscano, ma a me pare piü esatto parlare di locupletazione, 

Chi ruba per daré al figlio del derubato, non potra dirsi, 
per ció, che non abbia fine di lucro. II fine di lucro, me 



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— 76 — 
'NeUUnfanticidiOy anche ci troviamo di fronte 
ad una ciroostanza obbietfeivo-relativa; ma qtii 
é anche necessario osservare che nel determi- 
nare la nozione deÜUnfantictdio, si é partito da 

lo insegna lo stesso Prof. Carrara ( Programma , § 2035 ) 
consiste nella intenzione di procurarsi un godimento o pla- 
ceré qualunque coll' uso della cosa altrui : anche ohi rubi 
con V animo di donare ad altri é reo di furto , perché il 
suo lucro sta nel piacere di donare. Quando realmente 
mancasse il fine di lucro , non si potrebbe piü parlare di 
criminositá. II fpartecipe assolutamente senza lucro , non 
sarebbe, in alcun modo, impatabile di furto. 

Ed ecco perché lo stesso Prof. Carrara é stato, da quella 
sua distinzione equivoca, condotto ad affermare, che 1' e- 
straneo che rubi per contó del párente non commette, 
neanche luí, alcun reato, non avendo fine di lacro proprío: 
la cosa, dic^ egli, ha circolato fra i soci della famiglia , e 
non v' é furto per nessuno fProgramma § 2256). 

Innanzi tutto , il reato , benché minorato , esiste anche 
per il párente, e se si abolisce completamente Pazione pé- 
nale centro di questo, é per ragione política. Ma , poi, lo 
aver rubato per contó del párente non eselude , propria- 
mente , il fine di lucro nell' estraneo : il fine di lucro per 
lui si concretizza nel godimento che vuol procurarsi, di 
togliere, supponiamo, ad un fratello per donare all^altro : 
non mancherebbe quindi che il fine della locupletazione 
propria. 

Per non cadere quindi in equivoco, mi parrebbe piíi esat- 
to parlare di partecipi con o senza locupletazione. Non so 
se mi sbagli. 



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— 77 — 
soncetti (liversi nella legislazione , come nella 
iottrina. 

In questo, come in simili casi, per risolvere 
il problema della comunioazione delle ciroostan- 
ze, bisogna sempre cominciare dall' assodare la 
aozione del reato , per quindi passare alia na- 
tura della circostanza sulla cui comunicabilitá 
si discute. II problema ha diversa soluzione se- 
condo i diversi concetti nozionaü dai quali si 
parte. 

Cosí, nell'infenticidio, Umitandoci ai semplici 
accenni, se si fa consistere la sua speciaUtá ag- 
gravante nelle mere condizioni del soggetto pos- 
sivOj bisognevole di protezione , la circostanza 
specializzante V infanticidio, e obbiettivo-assolu- 
ta, e sussiste per tutti i partecipi. Se, invece, la 
specialitá aggravante dell'infanticidio si fa con- 
sistere neJla sua causa, neUa volontá di soppri- 
mere le tracce delVesistema délVinfante, di oc- 
cultame la nascita, aUora la circostanza specia- 
lizzante é obbiettivo-relativa, come la premedi- 
tazione. Non sussiste che per coloro che si tro- 
vano in questo speciale rapporto della volontá 
col soggetto passivo, Soxk soggetto all' aggravante 
dell' infejiticidio solo chi avrá voluto occultare 
la nascita d' un bambino, per qualunque ragio- 



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— 78 — 
ne che non sia quella dell* onore (i). Quesfc' ul- 
tima ragione: la ragione d' onore, si risolverebbe 
in una minorante da noi annoverata fra le oir- 
costanze subbiettivo-assolute. 

Conchiudiamo : a tutte le circostanze obbiet- 
tivo-relative, e sempre applicabile la regola della 
reaZta relativa: oíb (Ai! h essenzialmente relativo 
ad una persona, non si comunica alie altre. 

Non ci resta, adesso, che daré uno sguardo 
ad una condizione preliminare per la comuni- 
cabilitá delle circostanze : la loro scienza. Ne par- 
lianio in fine, perché dopo aver visto quali sonó 
le circostanze comunicabiU, possiamo, in ispeoiale 
rapporto a queste, esaminar megUo ü problema 

(1) Le parole : nato di fresco, o le altre : di recente nato, 
modo prescelto per esprimore il concetto giuridico dell'in- 
fanticidio, non possono^ secondo Carrara, significare, giu- 
ridicamente , altro che la mancanza di notizia , per parte 
d'altri, sul bambino, sicché la causa di spegnerlo sia stata 
quella di occultarne Tesis tenza (Programma § 1212 e 1226). 



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V. 



Seienza delle circostanze 



Dimostrare la veritá d' un' idea , non é clie 
sottordinarla ad una veritá piú genérale , che , 
in se comprendendola, la spieghi e la illumini. 
Quindi, nella soienza, la necessitá d' idee per sé 
stesse luminosamente veré, d' idee che non ab- 
biano bisogno dell' ausilio della riflessione , ma 
che si rivelino all' intuito : veritá che si chia- 
mano evidenti , m quanto hanno una luce in- 
tellettuale diretta; assiomatiche, in quanto hanno 
il genérale riconoscimento delVumanitá pensante. 

Affermatrice d'una veritá di questo genere é 
la massima di giure pénale: non Vé imputa- 
biHtá dove aU' elemento materiale dell' azione 
non sia congiunto V elemento intenzionale. 



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— 80 — 

Questa massima lia una deduzione immediata, 
relativa alia complicitáinon Vé complicitá pos- 
sibile peí ooncorso ndVazione , senza concoiso 
nella volontá, 

E ora, innaiizi alia luce di questi principi, di- 
mandate al senso comune giuridico, se il cóm- 
plice deve rispondere della circostanza aggra- 
vante, della quale non ha avuto conoscenza al 
momento della sua cooperazione al reato. II sen- 
so comune , senza esitare, rispondera: no; e il 
senso comune avrá ragione. 

Ma la scienza, abituata a non tener contó del 
senso comune, finisce talora col rinnegare il buen 
senso. Lo scienziato obbligato a camminare per 
gradi, di deduzione in deduzione, nella lunga 
via dei raziocini, tutto occupato ad investigare 
il punto dove si trova, dimentica talora il punto 
donde é partito: gli capita aUora, scordando le 
premesse, di rinnegarle. 

Fra i criminaUsti firancesi , é prevalsa 1' opi- 
nione che la scienza della circostanza , non e 
necessaria per la sua imputazione al cómplice. 
Moltissimi han ció sostenuto, dal punto di vista 
della legislazione positiva, come deduzione de- 
gli articoli 62 e 63 del loro Códice (1); e que- 

(1) Fra gli altri, Chanveau et Hólie, § 708. 



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— 81 — 
sto non ci riguarda. Ma molti ancora Tlian so- 
sfcenuto dal punto di vista soientifico; ed e qui 
lo scandolo giuridico. 

Non si e sapata negare, non si e messa nean- 
che in dubbio, la neoessitá deUa scienza per la 
imputabilita del fatto principóle; la si nega per 
le circostanze. 

Tizio dá la scala a Cajo , credendo gli serva 
per suoi usi domestioi ; Cajo se ne serve per 
rubare. Tizio non é imputabile : lo si rioonosoe. 

Tizío, invece , dá la soala a Cajo per rubare 
in nn granajo disabitato. Cajo viene a sapero 
che, in quel granajo, vi dorme un uomo a guar- 
dia ; non dice nulla a Tizio ; scala il granaio , 
batte il guardiano e ruba. Dovrá Tizio esser re- 
sponsabile anche della violenza usata ? Molti ri- 
spondono affermativamente. Perche ció? 

II criterio diverso che, in quanto al fatto ao- 
cessorio , farebbe andaré a simüe conclusione , 
non si puó trovare che nella vecchia sentenza: 
qui in re illicita versatur, tenetur etiam pro casu. 

E questo uno di quei principi vaghi, indefi- 
niti, che possono essere, talora, &talL alia scienza, 
quanto e piú d'un determinato principio erróneo. 
Un principio erróneo, determinato, non é in 
conclusione che un errore; ma un principio in- 

FiUMABiNO — DeUe circostanze nel delitto 6 



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— 82 — 
defcerminato é, per la sua stessa indeterniinazio- 
ne, la possibile feconditá di mille ©rrori. 

Non dispiaccia , dunque , se ci fermiamo un 
pocliino su questa imputabilita del fortuito, per 
vedere, se si debba, per essa, conoliiudere alia 
inutilitá della scienza , per V imputabilita delle 
oircostanze. 

L' azione dell' uomo ha delle conseguenz© , 
produce degli eventi, che sonó imputabili al sog- 
getto dell' azione stessa. II giure pénale ricono- 
sce due specie di eventi imputabili: eventi ^r^- 
visti, aventi in sé la potenzialita , almeno , del 
danno concreto ; eventi non previsti ma preve- 
dibiliy portanti seco ü danno effettivo. I primi 
sonó imputabili a ragione di dolo; i secondi, a 
ragione di colpa, A queste due specie di eventi, 
si aggiungono gli eventi fortuiti. Come l'essenza 
del dolo sta neUa previsione dell' evento contra- 
rio al diritto , e come 1' essenza deUa colpa sta 
nella non previsione oongiunta aüs, prevedibilitá 
deír evento, T essenza del vero fortuito sta nella 
non previsione e neUa imprevedibilita dell'evento. 
II non aver previsto T evento offensivo distingue 
la colpa dal dolo. II non averio potuto prevedere 
distingue il caso dalla colpa. 

Ora, é in quest' ultimo senso che bisogna in- 



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.- 83 — 
tendere rimputabilitá del forbuito per chi versa 
in cosa illecita ? In altri termini : chi versa in 
cosa illecita sará, per questo, responsabile anche 
6.ell' evento non prevedibile ? Alcuni oodici te- 
deschi han ritenuto di si. Ma, centro Taccetta- 
zione di questa teoría, é inserta la nueva scuola 
germánica, proclamando altamente clie Timpre- 
vedibile non é mai imputabile, e rigettando as- 
solutamente, come falsa, la vecchia sentenza giu- 
ridica. 

In quanto alia non imputabilitá dell'impreve- 
dibile, la scuola germánica ha proprio ragione. 
II dolo trova la sua imputabilitá lógica e giu- 
ridica nella volonta di eraettere Tazione, preve- 
dendone le conseguenze. La colpa trova la sua 
imputabilitá nella volonta di omettere la dili- 
genza nel prevedere le prevedibüi conseguenze 
della propria azione. II vero caso, V imprevedi- 
bile, non e legato in alcuna maniera con la vo- 
lonta deír agente; e pero non puo mai esser mes- 
so a canco dell'uomo, senza rovesciare la base 
della dottrina dell' imputabiUtá. 

Dal movimento della dottrina germánica ha 
avuto impulso Carrara ad analizzare il vecchio 
broccardo, ed anch'egli ha affermato che non puo 
mai accettarsi Y imputabüita dell' imprevedibile , 



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— 84 — 
e che non si puo oertamente in forza della re- 
gola : qui versatur, imputare a titolo di dolo cío 
che non si é previsto. 

Con questo ooncetto, che a noi pare V único 
conoetto giusfco, suU' imputabilitá dell' evento de- 
rivante dall'azione umana, dovendosi rispondere 
delP evento non previsto solamente quando e pre- 
vedibile, il cosi detto fortuito imputabile rien- 
tra nella nozione deUa colpa. 

Se r evento ulteriore, non previsto ma preve- 
dibile , si congiunge ad un atto umano sempli- 
cemente imprudente, si ha la colpa, la colpa pu- 
ra. Se reventó ulteriore, non previsto ma pre- 
vedibile, si congiunge ad un atto illecitOj si ha 
il cosi detto fortuito imputabile, cioe la colpa 
mista a dolo. Per cui alPülustre Professore pi- 
sano e parso che, da questo punto di vista, la 
regola: qui in re illicita versatur tenetur etiam 
pro casu, o e Msa, o e inutile. 

É felsa la regola se si vuol portare sulla respon- 
sabilitá dell'agente un caso non prevedibüe, per 
la única ragione che lo agente versava in re 
illicita, 

E inutile (e non e piú eccezione ma regola 
ordinaria) se si suppone che ü caso fosse pre- 
vedibile. Perché aUora sorge la figura áeÜB, col- 



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— So- 
pa, della quale nei congrui termini si ammefcte 
V imputabilitá, cosi a carico di chi versa in cosa 
illecita , come a carico di chi versa in cosa le- 
cita (i). 

Eitenendo perfettamente anch* io, che si tratti 
sempre d' imputazioni colpose , nondimeno mi 
permetto, per incidente, di sottoporre airillustre 
pensatore, un elemento distintivo (¿he a me pare 
di trovare fra 1' evento colposo, imputabile a chi 
ha emesso un atto sempKcemente imprudente , 
e r evento colposo , imputabile a chi propria- 
mente versa in atto illecito, 

Questo elemento distintivo a me pare di tro- 
varlo, riandando aU'antica ed áurea divisione della 
colpa in lata, levis, levissima. La colpa é lata 
quando lo evento sinistro si sarebbe potuto pre- 
vedere da tutti gli uomini. E levis quando sariasi 
potuto prevedere soltanto dagli uomini diligenti. 
E levissima quando si sarebbe potuto prevedere 
soltanto mercé Tuso di una diligenza straordina- 
ria e non comune. 

Ora se la colpa lata e la leve sonó giuridica- 
mente imputabili, non é cosi per la colpa levis- 
sima. La legge non puo pretendere dai cittadini 

(1) Carrara: Opuscoli, Vol. III, Sal Fortuito. 



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— 86 — 
una diligenza straordinaria ed insólita; e nel ca- 
so stesso che si verifichi evento dannoso per la 
omissione della straordinaria diligenza , la co- 
scienza sociale non si allarma per ció, perché 
ciascuno senté che, in simil caso, egli stesso non 
avrebbe usato diligenza maggiore. La colpa le- 
vissima, dunque, non é punibile (Carrara: Pro- 
gramma, § 89). 

Ma se tutto ció é vero ed é giusto per la col- 
pa pura, non é, a mió credere, piü vero in caso 
di colpa mista a dolo. Si ha Tofobligo della di- 
ligenza straordinaria ed insoUta nel valutare la 
propria azione, e nel calecíame le conseguenze, 
quando la propria azione é vietata dalla legge. 
In questo caso in cui V uomo si pone in lotta 
con la legge, emettendo cosi un! azione straordi- 
diñaría, non puó essere dispénsate dall' adope- 
rare una straordinaria diligenza, nel calcolare 
le conseguenze del proprio ^atto. A me pare , 
dunque, che T omissione deUa straordinaria dili- 
genza, non imputabile a chi emette un atto sem- 
pHcemente imprudente^ debba imputarsi, invece, 
a chi versa in cosa illecita, 

Tizio, impossessandosi di Cajo , lo chinde in 
una stanza: e reo di cattura privata, in senso 
genérico. Sopravviene un terremoto : cade la^ 



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— 87 — 
stanza; Cajo muore. Dovrá Tizio rispondere della 
mort© di Cajo ? No, perché quella morte, di oui 
egli 6 stato causa mediata, e dovuta ad una causa 
immediata non prevedibile. 

Veniamo ad un'altra ipotesi. Tizio, coll'inten- 
zione di ferire, ferisce Cajo in una gamba. So- 
prawiene un' inondazione del vicino fiume , e 
Cajo, non potendo, per la gamba ferita, foggire, 
annega. Sara Tizio responsabile di queUa morte ? 
No , dice Carrara; a me pare doversi diré : se- 
condo i casi. lo ne faccio una questione di pre- 
vedibilitá. Se il fiume, per esempio, era in una 
piena, foss' ancte, incipiente, Tizio e responsa* 
bile secondo me. Egli ave va TobUigo di quella 
straordinaria diligenza che gli avrebbe fatto pre- 
vedere la possibilita d' una inondazione ed il 
possibile annegamento del ferito. Ma se le acque 
del fiume erano basse e si sonó álzate rápida- 
mente dopo r azion criminosa, producendo V e- 
vento maggiore, Tizio non e responsabile, se- 
condo me: siamo di fronte all' imprevedibile. 

In questo senso, a me pare che il broocardo 
abbia ragione di continuare a vivero, pigliando 
la parola caso in un senso improprio, nel senso, 
oioé, di colpa levissima. II broccardo, conohiu- 
dendo , avrebbe questo senso determinato : chi 



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— 88 — 
versa in cosa illecita, e responsabile anclie della 
colpa levissima. Starebbe in questo piá d'impu- 
tabilitá la ragion d' essere della massima. La 
colpa levissima, ripetiamo, che non s' imputa a 
cM versa in atto imprudente, s' imputerebbo in 
vece a chi versa in atto illecito; ma s'impnte- 
rebbe sempre a ragione di colpa. Non si potreb- 
be mai imputare a titolo di dolo ció che non s'é 
previsto (i). 

Ed ora che abbiamo accennato in che consi- 
ste il fortuito imputabüe a chi versa in cosa ü- 
lecita, vediamo se per esso si debba conchiudere 
alia comunicazione della circostanza da un par- 
tecipe all' altro , senza bisogno deJla scienza in 
quest'altro, suUe cui spalle la si vuol far pesare. 

(1) II Códice Sardo-Napoletano pare essersi ispirato a que- 
sta dottrina, quando parla del reato preterintenzionale, nel- 
r art. 569. In fatti , in quest' articolo h posto come estre- 
mo del cosí detto preterintenzionale colposOj la facüe pre- 
vedibilitá : sarebbe la colpa congiunta al dolo, che si pu- 
nirebbe piü gravemente , perché lata o leve, Resterebbe , 
quindi, estremo del cosi detto preterintenzionale casuale, 
la non facile prevedibilitá: sarebbe la minore impntabilita 
della colpa levissima, imputabilitá, che avrebbe luogo Tíni- 
camente quando si versa in cosa illecita. 

Ma nell' art. 660 , ultima alinea , considerando un altro 
caso di fortuito imputabile, lo stesso códice ne considera 
come carattere la non prevedibilitá. 



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— 89 — 

II fortuito imputabile a clii versa in cosa il- 
leoita, si riduoe, come abbiamo visto, ad irapu- 
tabilitá di eventi colposi : si tratta di colpa che, 
perché mista a dolo, é punita, secondo noi, piü 
estesamente, sino nella sua specie levissima. Sia- 
mo sempre, dunque, in tema di colpa. 

Ed aJlora , dimandiamo : come mai il princi- 
pio: qui in re illicita versatur, puó avere forza 
di contraddire la nostra dottrina? Sappiamo che 
la colpa non puó dar mai luogo a complicitá: 
quando si parla di complicitá, si parla essenzial- 
mente di fatti dolosi. E quando a proposito di 
complicitá, parliamo di comunicazione d'una cir- 
eostanza , da un partecipe all'altro , non inten- 
diamo e non possiamo intendere altro che que- 
sto : una circostanza imputabile a ragione di dolo 
a un partecipe, deve, per ció stesso, passare ad im- 
putarsi tale e quale all' altro partecipe? Siamo 
assolutamente in tema di fatti dolosi \ non puó 
quindi conchiudere nuUa, ne in favore, ne cen- 
tro la teoria che sosteniamo , un principio che 
riguarda fatti colposi imputabüi, sempre ed esolu- 
sivamente, a ragione di colpa. 

E puré e stato proprio innanzi a questo prin- 
cipio deirimputabüitá del fortuito che alcuni si 
sono fermati incerti, ed altri han finito a dirit- 



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— 90 — 
tura per mettersi in una falsa via, nella nostra 
questione. Gli é che questo principio, non com- 
preso bene, ha ispirato il terrore che ispira un 
avversario ignoto. Gli e che questo principio , 
non determinato nel suo contenuto, piü che la 
forza d' un argomento, ha avuto Tefficacia d'un 
pugno di polvere lanciato negH occhi, per far 
perderé la via e V orientamento. 

Ma quando si tien presente il concetto deUa 
imputabiHta del fortuito, non V e piú ombra di 
dubbio, che essa non ha niente a fare con la no- 
stra questione. Ripigliano allora vigore tutfce le 
teoriche generali dell' imputazione. 

Non ha eccezione, e non deve aveme la re- 
gola che afferma non esservi imputabüita dove 
all' elemento materiale delF azione non sia con- 
giunto r elemento infcenzionale. Non ha eccezio- 
ni e non deve aveme la regola che afferma non 
esservi complicita possibüe per concorso nelTa- 
zione , senza concorso nella volonta. Non puo 
esservi eccezioni a ció che e fondamento e le- 
gittimazione della imputabüita sfcessa. Un fiatto 
non é imputabUe a tifcolo di dolo, se non é fetto 
voluto, direttamente od indirettamente, e non é 
fiítto voluto se non é fatto saputo, 

Eeco perché e neeessario che il partecipe ad un 



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— 91 — 
delitto, coautore o cómplice, al momento della 
sua azione o cooperazione, abbia avuto scienza 
deUa oircostanza aggravante , se si vuole che 
essa valga come circostanza aggravante ancte 
per lui. Ed ha ben meritato dalla scienza e daUa 
giustizia, Ja Commissione Napoletana, quando ha 
ció affermato, in aggiunta all'art. lOB del Ood. 
Sardo. 

Ecco dunque la condizione preliminare , ne- 
cessaria alia comunicazione delle circostanze : la 
scienza specifica di ciascuna di quelle che si vuol 
far comunicare. 

Per noi, per queUo che siamo venuti dicendo 
avanti, sonó circostanze comunicatüi solamente 
le circostanze obbieUivo-assólute. Ed abbiamo di- 
viso in due categorie le circostanze obbiettivo- 
assolute : circostanze essenziali, e circostanze ma- 
teriali. Vediamo, per rapporto a ciascuna di que- 
ste categorie, la necessita della scienza. 

n partecipe ad un delitto, che ignora quella 
condizione personale in che é riposta V essen- 
za criminosa, non ha intenzione criminosa di 
alcun genere. Egli crede daré opera a cosa 
tutta lecita, e non puo certo mettersi a suo 
contó r opera del malvagio che dell' inconscio 
aiuto suo profitta per violare la legge. Chi 



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— 92 — 
si lascia aadare a concúbito con donna che ere- 
de libera^ non puó essere impútate di adulterio. 

II partecipe ad un delitto, che ignora la cir- 
costanza materiale che ne aggrava l'imputazio- 
ne, ha bensi la sua intenzione criminosa, ma e 
un' intenzione criminosa piú ristretta di quella 
dell' esecutore ; e nei limiti della sua intenzione 
deve limitarsi la sua responsabilitá. ChL ha cre- 
duto prestare la sua cooperazione ad un furto 
sempHce, non deve rispondere della violenza, 
della efírazione, della scalata che lo abbiano ac- 
compagnato. Se non ha avuto conoscenza spe- 
cifica di queste circostanze, non ha potuto vo- 
lerle, e non possono qumdi mettersi a suo carico. 

Tutto ció trova risoontro nella teórica dello 
e7*rore. 

La massima che V errore di fatto essenziale 
scusa, massima enucleata dalla scuola relativa- 
mente alV único delinquente, in faccia al suo de- 
litto; massima fondata sulla considerazione del- 
r animo del delinquente, non armonizzante con 
r opera sua; questa massima, dico, ha anche la 
sua efficacia e la sua applicazione in tema di 
complicita. Sappiamo che si ha V errore di fatto 
essenziale^ quando la falsa nozione che avviluppa 
la mente e tale, che, data la sua veritá, sparisce 



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— 93 — 

assolutamente la criminositá dell' azione. Chi lia 
creduto libera la donna con la quale ha giaciufco, 
se quesfca liberta fosse stata vera non avrebbe 
commesso alcun reato : si tratta dunque di errore 
di fatto essenziale asaolutamente^ clie toglie ogni 
imputabilita. Per la teórica dell' errore, dunque, 
chi ha ignórate la circostanza essenziale, non puó 
esser chiamato a rispondeme. 

Sappiamo che si ha puré V errore di fatto es- 
senziale, quando la falsa nozione e tale che, data 
la sua veritá, sparisce una parte di criminositá: 
é errore di fatto essenziale relativamente al piü 
di criminositá verificatosi. Ed in quanto a que- 
sto pia di criminositá, T errore di fatto deve 
sempre produrre il suo effetto scusante. Ohi 
ha préstate, per esempio, la scalaper andaré a 
rubare , non é responsabile delle violenze úsate 
dall' eseoutore del furto sulla persona del guar- 
diano che si trovava sul luogo deUa eseouzione 
del reato. Dunque, per la stessa teórica dell' er- 
rore, chi ha ignórate la circostanza materiale, né 
anche puó essere chiamato a risponderne. 

E tutto ció ha riscontro ancora nella teórica 
deír eccesso, teórica enucleata daJla scuola sulla 
considerazione della mancata coerenza fra l'azio- 
no dell'esecutore e la volontá del parteoipe; teo- 



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— 94 — 
rica il oui nome ne spiega la genesi lógica: é 
nata dall^ esame del caso cke V esecutore abbia 
ecceduto , andando al di la della previsione del 
parteoipe. 

E qui é chiaro che la teórica áeWeccesso, sup- 
ponendo sempre una minore criminosita previ- 
sta dal pari}ecipe, non puó avere alcuna appli- 
cazione in quanto a quelle circostanze che noi 
chiamiamo essenziali, le quaH suppongono invece 
nessuna criminosita nella previsione del partecipe. 

Ma la teórica dell' eccesso trova tutta la sua 
applicazione in quanto alie circostanze materiali. 
Sappiamo che tutta la responsabilita á-oW! eccesso 
nel mezzo grava suU' esecutore del delitto. Tizio 
ha préstate ü suo carretto, sapendo che dovea- 
no rubarsi delle legna, deposítate in luogo aporto. 
Cajo , esecutore del furto , e andato invece in 
luogo cinto e chiuso; ha infranto il portone, e 
fetcendovi penetrare il carretto, ha consúmate il 
farto. Ueffrazione é una circostanza materiale, 
aggravante, non conosciuta da Tizio; é un ecces- 
so nel mezzo che de ve pesare únicamente sulla 
responsabilita di Cajo (1). 

(1) Giacché ci troviamo in tema di eccesso , spieghiamo 
un equivoco che puo nascere a proposito d' una pretesa 
circostanza. 



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— 95 — 

Conohiudo: tutt© le teoriche di giure pénale, 
consacrate dalla sapienza dei pensatori e dei 
giureperiti, convergono in una sola conclusio- 
ne : senza la scienza della circostanza che ag- 
grava, non puo aversi la comunioazione dell'ag- 
gravante. Mirabile armonía che ha sempre la 
venta, nei suoi pronunciati! 

Ed a quest'acoordo di pronunciati scientifioi, non 
sanno opporre gli avversari che una miserabile 
presunzione : per chi versa in cosa illecita , ció 
che e prevedibile deve tenersi per previsto. 

E questa una presunzione juris et de jure, che 

Per noi non v' é comunioazione possibile di circostanze 
senza la scienza. Ma potra sostenersi , per questo , che in 
materia di furto, chi ha creduto si dovesso rubaro dieci, 
non débba rispondere della maggiore quantitá del tolto ? 
Giammai. La quantitá del tolto non é una circostanza : é 
la meta opiata criminis, é il risultato della forza física del 
delitto, é l'offesa concreta e positiva del diritto attaccato. 
E pero ad essa va applicato il principio áeWeccesso nel fine, 
e non quello delP eccesso nel meszo. Quando 1' effetto piü 
grave 6 nato per conseguenza naturale del fatto, la mag- 
giore responsabiUtá, deve pesare su tutti i partecipi. 

Quindi a ragione sostiene Garrara che la quantitá del 
tolto é imputabile a tutti, osservando che chi ajuta ad un 
furto , ajuta indetermincUamente a quella sottrazione di 
piü o di meno che verrá fatto agli autori principali di con- 
sumare, e che quindi vale la regola: dolus indeterminatus 
determinatur ab exitu. 



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— 96 — 

non fa eccezione alia cattiva fiímiglia cui appar- 
tiene. In diritito pénale, la presunzione juris 
et de jure non é che Y astrazione, che chinde 
le porte in ¿Eiccia alia realtá ; non é che lo 
scoglio, centro cni & naufragio la veritá e la 
giustizia! 



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